Sugli schermi “La notte del 12” di Dominik Moll
Pianeta Cinema a cura di Elio Rabbione
Grande il numero degli omicidi commessi su suolo francese, il venti per cento circa rimane insoluto, diventano ossessioni per il commissario che se ne occupa. “La notte del 12” – basato sul libro inchiesta firmato da Pauline Guéna, “18.3 Une année à la PJ” – è la trascrizione cinematografica di uno di quei delitti, di una storia vera, la soppressione brutale di Clara dopo una serata felice con le amiche, il ritorno a casa, i sorrisi e la gioia di vivere, l’ultimo messaggio, la libertà a tratti senza freni di una ragazza di ventun anni, l’incontro con il proprio assassino: un accendino che scatta ed è buttato su di lei, orrendamente devastata, tremendamente sfigurata. Una notte nel panorama di Grénoble, nel chiuso delle sue montagne, come nel chiuso della piccola comunità.

Il giovane capitano della Polizia Giudiziaria Yohan (un Bastien Bouillon pieno di scatti d’ira e di arrendevolezza, il suo senso di inadeguatezza, nella costruzione perfetta del personaggio), di fresca nomina, si butta nell’inchiesta, mentre in un allegro spirito di virile cameratismo, tra verbali e fotocopiatrici che non funzionano, i suoi colleghi scivolano in battute e atteggiamenti tutti al maschile, le tante tracce che portano ai fermati – drogati, solitari, piccoli delinquenti, disadattati, violenti e gelosi capaci soltanto a sfogarsi a suon di botte – tratteggiano un allarmante quadro dell’universo maschile. Una traccia, un particolare, un interrogatorio che scava più nel profondo, un momento di fortuna che sembra definitivamente buttar giù una porta da sempre sbarrata, un indizio che subito si sbriciola, Yohan s’imbatte contro voglia in una umanità da raccapriccio, l’unica boccata d’aria la trova in quei tanti giri su bicicletta che riempiono le sue serate sotto le luci del velodromo. L’inchiesta certo, ma attorno – o a ben vedere, al centro – c’è quell’aria di sospetto e di inquisizione nei confronti della vittima, Clara che è dagli occhi maschili inquisita, sezionata, ricordata in ogni sua debolezza, il collega Marceau, burbero e irascibile (un grandioso Bouli Lanners) che intravede in quell’incessante cercare una propria rivalsa nei confronti della moglie che ha trovato in un altro uomo la felicità che lui non è stato capace di darle, Clara che aveva una certa dimestichezza con i ragazzi e quindi un po’ se la è cercata…, la sua vita passata al setaccio, gli incontri per brevi passioni o per noia, le libertà di una sera, senza inibizioni.
Il regista Dominik Moll ha approntato una eccellente sceneggiatura, dove ogni parola e ogni frase hanno un peso sempre calibrato e non indifferente, dove il quadro si fa completo con i dolori matrimoniali del vecchio poliziotto, con la rassegnazione di qualcuno, con le aspirazioni e con il desiderio di matrimonio che spensieratamente s’impadroniscono di altri, e con l’apporto di attori e di facce quanto mai reali e veri, autentici, lontane anni luce da quei poliziotti che pieni di luoghi comuni, “da cinema”, vediamo spesso sullo schermo, stringe una regia che mette a fuoco in tutta la propria tensione il lungo percorso dell’inchiesta, gli insuccessi, la spinta che vorrebbe dare la nuova giudice, la resa. La rinuncia ad una risposta che chiuda definitivamente il caso. Restano soltanto i genitori della ragazza, a portare un lumino acceso sul luogo del delitto, mentre tutt’intorno è il buio della notte a farla da padrone e i gatti continuano a correre per le strade di Grénoble. Un film da vedere, da consigliare, da amare.
Rubrica settimanale di Laura Goria
La genitrice biologica è l’inafferrabile Gabrielle, che per lui è semplicemente “mia madre”; misteriosa signora “fuggitiva” che ha scelto di vivere a Parigi senza il figlio e si presenta solo per brevi vacanze.
Ha fatto di nuovo centro la scrittrice 31enne con il suo secondo romanzo (dopo il successo di “I quaderni botanici di Madame Lucie” dell’anno scorso) che l’ha riconfermata nella classifica dei 10 autori best seller in Francia.
Possiamo considerare questo ultimo libro della scrittrice francese come una sorta di romanzo, ma diviso in 8 capitoli-racconti. Al centro c’è “Mustang” e intorno il corollario di 7 atti, tutti collegati tra loro, e in ognuno compare una canoa. L’imbarcazione assume il valore di una metafora che ha a che vedere con la complessità del vivere; che sia rappresentata da un ciondolo-amuleto o dal solcare le placide acque di un fiume, o figurativamente come la scia della cometa di Halley comparsa nel 1986.
Questa scrittrice, che vive in Texas con marito e 3 figli, è una delle più apprezzate autrici di romance, e i suoi libri svettano sempre in cima alle classifiche del “New York Times”.
L’idea di spegnere la Mole Antonelliana annunciata dal sindaco di Torino esprime in una sintesi perfetta il ripiegamento e la crisi di una Città che ha perso la sua identità e da un anno naviga a vista senza una guida politica sicura. Eletta un anno fa, l’amministrazione incespica su tutto o quasi. La Giunta Appendino aveva leso gravemente gli interessi della città, ingessandola su progetti insensati e su demagogie che hanno fatto regredire Torino. L’unico riferimento positivo resta la Giunta di Fassino che è stata stroncata nella sua operatività dal debito colossale accumulato nel decennio precedente da un venerato maestro dell’attuale sindaco, quel Chiamparino bocciato nelle urne come presidente uscente della Regione. In un anno la Giunta Lo Russo non è riuscita a progettare nulla di concreto, anche se alcuni annunci appaiono devastanti. Mi è capitato di ascoltare dal vivo un’intervista al Sindaco e sono rimasto sorpreso dei limiti piuttosto evidenti persino nel linguaggio da lui usato. In pochi minuti è riuscito a ripetere per tre volte la parola “casino”, declinandola in tre diverse accezioni. Forse in questo modo si ottengono le simpatie di certi ambienti e forse fa bene a seguire la sua linea, ma la Città merita più rispetto. Si è anche spinto a fare campagna elettorale per il suo partito in comizi che non hanno precedenti nella storia della città, se si eccettua Novelli che, sindaco in carica, si candidò alle elezioni europee e mantenne il doppio incarico. Non ho mai visto il Sindaco nella sua veste istituzionale di Sindaco della Città. Addirittura ha indossato