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Casa del Pingone: un indirizzo che rimette a fuoco Torino

 

Nel cuore più raccolto di Torino, a due passi dai grandi flussi ma lontano dal loro rumore, c’è un indirizzo che sembra parlare sottovoce — e proprio per questo si fa notare. Casa del Pingone non è solo un luogo, è una dichiarazione d’intenti.

Dal Made in Italy dell’accoglienza più autentica a una visione contemporanea dell’ospitalità, qui si entra in uno spazio che tiene insieme storia e presente senza forzature. L’edificio — tra i più antichi della città, già dimora di Emanuele Filiberto Pingone, in Via della Basilica al civico 3 — conserva tracce medievali e stratificazioni artistiche che attraversano i secoli, dagli affreschi del piano nobile fino agli angoli più raccolti della struttura. Ma non è nostalgia: è materia viva.

Ed è proprio qui  il luogo gastronomico che spetta alla Torino della ristorazione , non format buttati a caso. Qui si viene per mangiare, certo, ma anche per restare. Per trattenersi a lungo, tra una cena e un cocktail, in quell’atmosfera intellettuale che non ha bisogno di esibizioni, ma che sa farsi contemporanea. Un posto dove piace fare tardi e che rispetta l’identità culturale della Torino di oggi che racconta la Torino che fu. E ai torinesi piace così.

Sotto il disegno di Federico de Giuli — nome già noto nell’accoglienza turistica e nella ristorazione torinese — Casa del Pingone prende forma come spazio ibrido e coerente: boutique hotel di sei suite, ognuna arredata con modernariato scelto, ambienti per incontri e lavoro, e una suite all’ultimo piano che si apre tra torre medievale, terrazzo e vista sulla collina e sul Palazzo Reale.

Al piano terra, il bistrot lavora su una cucina essenziale, rigorosa, senza fronzoli. Il territorio è il punto di partenza, ma non il limite: tecnica, ricerca e una sensibilità sempre più orientata al vegetale costruiscono una proposta che non ha bisogno di sovrastrutture. Accanto, il laboratorio interno di panificazione e pasticceria scandisce i ritmi della giornata, dalle colazioni alle ultime portate. E poi la caffetteria, aperta fino a mezzanotte: espresso, estrazioni specialty, vermouth piemontesi e miscelati che tengono il passo della città — o forse lo anticipano.

Lo chef: un percorso senza scorciatoie

C’è una linea abbastanza chiara, nel percorso di Lorenzo Cherubini, 28 anni, braidese, torinese d’adozione da due. Ed è quella della sostanza.

A 16 anni muove i primi passi all’Osteria del Boccondivino, a Bra, uno dei luoghi simbolo della cultura gastronomica langarola e legato all’universo Slow Food. Poi tre anni all’Osteria Syslak, sempre a Bra: una cucina schietta, territoriale, dove si impara davvero a trattare la materia prima senza compromessi.

Il passaggio all’Osteria Arborina, a La Morra, ristorante stellato Michelin guidato da Andrea Ribaldone, lo porta dentro una cucina gastronomica strutturata, fatta di tecnica e organizzazione di brigata.

Il ritorno a Bra segna una deviazione interessante: il ristorante giapponese Tako, dove resta un anno e mezzo per confrontarsi con tecniche e sensibilità completamente diverse. Poi di nuovo Torino, al Ristorante Consorzio, indirizzo centrale per chi cerca una cucina piemontese contemporanea, costruita su materie prime eccellenti e una continua tensione tra tradizione e creatività.

Oggi l’approdo alla Casa del Pingone, dove Cherubini arriva come Executive Chef. Qui può mettere insieme tutto: rigore, ricerca, semplicità. Senza bisogno di dimostrare, ma con l’urgenza di fare bene.

I piatti: niente riletture, solo sostanza

Qui non siamo nel territorio rassicurante della “tradizione che si rinnova”. No, finalmente. Il punto non è rifare le ricette piemontesi, ma scomporle. Prendere gli ingredienti simbolo e rimetterli al centro.

Le cervella fritte, per esempio, vengono trattate con rispetto ma senza timore: alleggerite, accompagnate da ortaggi di stagione, costruite attorno a una materia prima che arriva da Porta Palazzo, a due passi. Una cucina che parte dal mercato, davvero.

Sugli agnolotti si vede la mano piemontese: precisa, battuta. Ma anche qui niente nostalgia. La presentazione è giocosa — sì, anche con la “schiumetta” — ma è sostanza: formaggi piemontesi lavorati con intelligenza, qualcosa che diverte senza diventare trucco.

E poi l’agnello, forse il terreno più personale. C’è conoscenza totale dell’animale, delle sue parti, e un approccio concreto all’antispreco: gli scarti diventano fondi, brodi, profondità. Tornano nel piatto, a sostenere e amplificare la carne.

È una cucina che lavora per sottrazione, ma con idee chiarissime. Silenziosa, precisa, necessaria. E in una Torino che a volte confonde novità con rumore, questa è già una presa di posizione.

Chiara Vannini

Regina Elena O.d.v. Premio di giornalismo La Rosa d’Oro, i vincitori

Il primo premio a Mauro Pigozzo, seguito da Evelina Frisa e Lisa Bernardini.

Milano Conclusa a Milano la nona edizione del Premio Internazionale di giornalismo e comunicazione “La Rosa d’Oro” dell’Associazione Internazionale Regina Elena O.d.v. patrocinata dal Comune di Milano, Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia e dalla Federazioni Relazioni Pubbliche Italiana.

Con la cerimonia di premiazione ospitata dalla Scuola Militare “Teuliè”, sono stati premiati i vincitori e consegnate le menzioni speciali 2026.

Primo classificato il giornalista Mauro Pigozzo (Veneto), il secondo premio è stato assegnato alla collega Evelina Frisa (Abruzzo) e terza classificata Lisa Bernardini (Lazio). Una menzione speciale è andata alle giornaliste Anna Paola Lacatena (Puglia) e Michela Valoppi (Friuli Venezia Giulia).

Le Menzioni speciali per la comunicazione sono andate a: Gabriele Albertini, Arianna Augustoni, Istituto del Nastro Azzurro sezione di Como, Rivista “Borc San Roc” di Gorizia e il giornalista John Pedeferri.

I premi sono stati consegnati dal Presidente nazionale dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv, Ilario Bortolan e dal Delegato nazionale ai rapporti istituzionali e alla comunicazione Biagio Liotti.

Nel corso dell’evento l’Associazione ha assegnato il 49° Premio Internazionale per la Pace “Principessa Mafalda di Savoia” alla Scuola Militare Teuliè, l’80° Premio “Amm. Sq. Antonio Cocco” al Colonnello Antonio Calligaris, Comandante della Teuliè e l’81° Premio “Amm. Sq. Antonio Cocco” a Iolanda Bajona presidente del PASFA di Milano. Il 20° Premio “Barone Roberto Ventura” al Conte Dr. Giuseppe Rizzani.

Numerosi messaggi di adesioni sono pervenuti dall’Italia e dall’estero e sono stati ricordati il presidente d’onore Cav. Gr. Cr. Prof. Avv. Emmanuele Emanuele di Villabianca Barone di Culcasi, il primo vice presidente nazionale Cav. Gr. Cr. Gen. D. Dott. Giovanni Albano e il Delegato di Ancona, Comm. Giovanni Luciano Scarsato, scomparsi pochi giorni fa.

Il premio di giornalismo e comunicazione nasce come riconoscimento all’impegno professionale di giornalisti e comunicatori per incentivare la corretta informazione.

Polizia locale Torino, 130 nuovi ispettori

Sono 130 i neo ispettori della polizia locale di Torino che, nei giorni socrsi, nella sala Carpanini di Palazzo Civico, hanno ricevuto le mostrine con i nuovi gradi. Un momento emozionante per i 68 uomini e le 62 donne che hanno superato, nei mesi scorsi, i colloqui della procedura interna per la progressione da agenti a ispettori a cui hanno partecipato in tutto 450 civich.

“Si tratta del riconoscimento del percorso che avete fatto fino ad oggi – ha detto loro, alla cerimonia, l’assessore alla Sicurezza e alla polizia locale Marco Porcedda –. Il passaggio di grado comporta una maggiore presenza di responsabilità nella vita lavorativa e verso gli altri collaboratori. Cambierà anche la qualità del lavoro e sarà possibile un’assegnazione a reparti diversi rispetto al passato – ha aggiunto – ma sono certo questo potrà costituire uno stimolo per lavorare con rinnovato impegno per il bene della Città e del Corpo di polizia che rappresentate”.

I 130 neo ispettori vanno ad aggiungersi ai 177 già in servizio. Tutti hanno “alle spalle” una consolidata esperienza sul campo. Hanno un’età media di 56 anni. Tra le donne la più giovane ha 47 anni e l’ispettrice con più esperienza 63. Il più giovane dei nuovi ispettori, invece, ha 43 anni, il più anziano 64.

“Se siete qui – ha detto, rivolgendosi ai neo ispettori prima della consegna dei gradi, il comandante della polizia locale Roberto Mangiardi – è per l’esperienza, le competenze e per quanto dimostrato in sede di colloquio, dove avete dimostrato di essere i più meritevoli. Da oggi avrete maggiori responsabilità. Essere un operatore di Polizia locale nel terzo millennio, in una grande città che, come tutte le metropoli contemporanee vive una situazione dove non mancano situazioni nuove povertà, nuovi bisogni, tensione sociale, che richiedono di essere affrontate non solo con competenza, ma anche tenendo sempre in primo piano l’aspetto umano. Voi siete il futuro del Corpo di polizia locale e sono certo che lo affronterete con grande senso di responsabilità, avendo sempre come obiettivo il bene comune, il rispetto della legge, la sicurezza delle colleghe e dei colleghi”.

Il fascino della storia “granata”

Maggio, tra le molte altre cose, è anche un mese “granata”. Certo, quando si parla di sport, e di calcio soprattutto, le date più o meno storiche si rincorrono rapidamente. Ma quando si parla del Torino, o del Toro per dirla con i suoni tifosi, o della maglia granata, il mese di maggio nessuno lo dimentica. Perchè proprio nel mese di maggio ci sono due date che restano scolpite nella storia di questo storico club.

Innanzitutto il 4 maggio 1949. Una data tragica e sconvolgente. E cioè la data che ricorda la tragica scomparsa del Grande Torino. Superga, la Basilica di Superga, di ritorno da Lisbona, dopo aver disputato un’amichevole contro la squadra del Benfica il cui capitano era un grande amico di Valentino Mazzola, storico capitano e guida dello squadrone granata. L’aereo, come tutti sappiamo, si schianta contro il muraglione posteriore della Basilica. Ormai conosciamo quasi a memoria le dinamiche di quel tragico schianto in una giornata caratterizzata da una tempesta di pioggia e di vento gelido che nascondeva Torino e la sua collina. Appunto, nascondeva agli occhi del pilota la Basilica di Superga. Ma da quel giorno il 4 maggio è diventata una data dove il calcio si ferma e riflette. E non solo a Torino e in Piemonte. O nella vasta ed articolata comunità granata. Ma in tutta Italia. Anche perchè la scomparsa del Grande Torino, una squadra che in quegli anni non aveva rivali in campo da potere contendere trofei e scudetti, ha segnato la storia del calcio nazionale, europeo ed internazionale. Una tragedia che, infatti, non solo viene ricordata ogni anno a Torino con l’ormai celebre marcia sino alla Basilica di Superga ma che viene raccontata attraverso i media e i social in tutto il mondo. Appunto, una tragedia che ha segnato in profondità la storia, la cultura, la tradizione e il cammino del club granata. E anche quest’anno, come tutti gli anni del resto, il 4 maggio vedrà la presenza del “popolo granata” ai piedi della Basilica.

Ma, accanto alla tragedia, maggio ricorda anche un’altra data. Questa volta una gioia, una immensa gioia che purtroppo non si è più ripetuta. Parliamo dell’ultimo Scudetto conquistato, il 16 maggio 1976. Che si aggiunge agli Scudetti conquistati, appunto, dal Grande Torino negli anni ‘40. Ma quel 16 maggio del ‘76 fu una giornata importante non solo per lo Scudetto conquistato meritatamente sul campo ma perchè coincise anche con una stagione difficile se non addirittura drammatica per il nostro paese. E per la stessa città di Torino. Basti ricordare che il giorno dopo la conquista dello storico Scudetto con uno splendido goal di Paolo Pulici, vero “mito” granata, pareggiando nell’ultima giornata contro il Cesena al Comunale, proprio a Torino iniziava lo storico processo alle Brigate Rosse guidato e coordinato dal giudice Gian Carlo Caselli. Lo ha ricordato molte volte il magistrato stesso, grande tifoso granata e presente lui stesso il 16 maggio allo Stadio Comunale.

Ecco perchè il club granata rappresenta una storia che è destinata a fare epoca nel calcio mondiale. Vittima di una tragedia che non sarà mai cancellata dai ricordi dei suoi tifosi e degli stessi appassionati di calcio ad ogni latitudine del mondo e avaro, al tempo stesso, di gioie vere. Quelle, per intenderci, che vengono maturate sul campo verde. E non è un caso, del resto, che lo Scudetto conquistato ben 50 anni fa sarà celebrato e ricordato con una grande manifestazione popolare e di massa. Non solo con una partita allo stadio Grande Torino presenti le “vecchie glorie” che conquistarono quel trofeo – anche se non scenderanno in campo per la partitella…- ma anche con incontri e momenti pubblici che ricorderanno, appunto, quella memorabile giornata.

Perchè, come recitava uno dei tanti celebri slogan della tifoseria granata quando il Torino purtroppo tornò in serie B, “la fede non retrocede”. E il ricordo del passato fatto di gioie e dolori, tragedie e vittorie, per noi granata resta un grande patrimonio culturale, sportivo e forse anche etico con cui fare i conti tutti i giorni. Insomma, non possiamo non ricordare, ancora una volta, il “maggio granata”.

Giorgio Merlo

Altari profani

Dal 8 al 10 maggio Ad Maiora Art (Via Santa Maria 4/c) ospita Giancarlo Rubino con la mostra personale Altari profani.
Un percorso pittorico tra immaginario gotico e atmosfere gloom, in cui il chiaroscuro diventa linguaggio per indagare il ruolo del pittore nella contemporaneità.
Al centro, il tema del sacrificio dell’artista e, più in generale, della condizione dell’arte oggi: tra necessità espressiva, difficoltà e una frequente incomprensione nel presente.

Testo raccolto da Enzo Grassano

Anziano si allontana per ore, la polizia lo ritrova

Nei giorni scorsi, la Polizia di Stato ha rintracciato un anziano di 87 anni, dopo essersi allontanato dalla propria abitazione per diverse ore.
L’intervento è nato a seguito della segnalazione avvenuta da parte della moglie che, preoccupata per l’allontanamento del marito a causa di precedenti problemi di salute, contattava la Centrale Operativa, che inviava una pattuglia del Commissariato di P.S. San Paolo in via Osasco, dove risiedono i due.
Acquisendo tutte le informazioni necessarie per la ricerca dell’uomo, gli agenti apprendevano che l’anziano si era allontanato da diverse ore e che abitualmente passeggiava nelle zone limitrofe alla propria abitazione, per poi rientrare dopo circa mezz’ora.
I poliziotti effettuavano i primi controlli estendendo le ricerche anche nelle aree verdi della zona, sino a quando l’anziano veniva ritrovato su una panchina di un parco.
Dopo aver instaurato un sereno dialogo e instaurato un rapporto di fiducia con l’uomo, gli operatori di polizia, lo riaccompagnavano presso la propria abitazione, tranquillizzando anche la consorte.

Il Grande Torino non si dimentica mai

Il 4 maggio non è una data qualsiasi per il calcio italiano. È il giorno in cui si ferma il tempo, per ricordare il Grande Torino e la tragedia di Tragedia di Superga.
Il 4 maggio 1949, l’aereo che riportava a casa la squadra granata da Lisbona si schiantò contro la collina di Superga. Non ci furono superstiti: persero la vita giocatori, staff e giornalisti. Se ne andò in un attimo una squadra leggendaria, capace di dominare il campionato italiano con uno stile moderno, spettacolare e vincente. Il Torino di quegli anni non era solo una squadra: era la spina dorsale della Nazionale, un simbolo di rinascita per un Paese uscito dalla guerra.
A distanza di 77 anni, il Grande Torino rappresenta ancora molto più di un ricordo sportivo. È il simbolo di valori profondi: appartenenza, sacrificio, gioco di squadra. È una memoria collettiva che unisce generazioni diverse, non solo tifosi granata ma tutti gli amanti del calcio.
Ogni 4 maggio, il silenzio e la commozione salgono fino alla Basilica di Superga, dove i nomi di quei campioni vengono letti uno a uno. Non è solo commemorazione: è un modo per tenere viva una storia che continua a insegnare.
Perché il Grande Torino non è soltanto passato. È un esempio che, ancora oggi, continua a parlare al presente.

Enzo Grassano

Cambiano, confronto sulla tumulazione degli animali da compagnia

Il Consiglio Comunale di Cambiano porta al centro del dibattito un tema che risulta di sempre maggiore attualità, quello della possibilità di tumulare le ceneri degli animali da compagnia accanto a quelle dei loro proprietari. Si tratta di una proposta avanzata dal gruppo di minoranza che riflette un cambiamento culturale ormai diffuso, legato al ruolo sempre più  rilevante che gli animali hanno assunto nella vita delle persone. La mozione discussa in aula ha come obiettivo l’aggiornamento del regolamento cimiteriale, prendendo atto di una crescente sensibilità e di esperienze che altri territori hanno già avviato. In diversi Comuni italiani sono state introdotte soluzioni analoghe, nel rispetto delle normative igienico-sanitarie.
“Si tratta di un tema che riguarda molte famiglie – afferma il sindaco di Cambiano Carlo Vergnano – e che va affrontato con serietà. L’obiettivo è  quello di costruire un percorso regolamentato, con regole chiare, senza forzature, ma con attenzione alle esigenze dei cittadini”.
Il confronto in aula ha evidenziato un approccio trasversale, pur con diversi accenti.
La consigliera di minoranza Caterina Cortassa ha sottolineato l’importanza di garantire libertà di scelta “ Offrire una possibilità in più non significa imporre una visione, ma lasciare ai cittadini la possibilità di decidere. È,  però, fondamentale definire con precisione modalità e regole, per evitare ambiguità “ – ha sottolineato Caterina Cortassa, richiamando esperienze già attive in Comuni vicini, come Trofarello.
L’amministrazione, da parte sua, ha ribadito l’attenzione già dimostrata sul tema del benessere animale e sul lavoro regolamentare svolto negli anni.

“Il Comune di Cambiano – ha osservato l’assessora all’Urbanistica Daniela Miron – ha sempre mostrato attenzione verso il benessere animale, come dimostra il lavoro fatto sul regolamento edilizio, dove sono stati definiti parametri e indicazioni, anche grazie al confronto con le associazioni animaliste – ha spiegato, collegando il tema ad una visione più  ampia della pianificazione. “ La possibilità di introdurre la tumulazione delle ceneri degli animali era già stata presa in considerazione. Il fatto che la proposta arrivi anche dalla minoranza rappresenta un elemento positivo, che consente di affrontare il tema in modo condiviso” ha aggiunto l’assessora Daniela Miron, che ha inoltre sottolineato l’importanza e la complessità dell’intervento sotto il profilo tecnico: “L’introduzione di questa possibilità richiede un adeguamento del regolamento cimiteriale, la definizione delle modalità operative e una valutazione anche sotto il profilo tariffario” ha precisato, indicando come orizzonte temporale quello della fine dell’anno per l’avvio del percorso di aggiornamento.
Non sono mancate posizioni più caute, come quelle del consigliere di minoranza Ernesto Saggese, che ha richiamato la necessità di mantenere un equilibrio: “ Il rapporto con gli animali è  cambiato ed è giusto prenderne atto, ma credo sia importante non perdere il senso della misura e fermarsi a riflettere su alcune dinamiche sociali” ha osservato, pur riconoscendo la rilevanza del tema.
Il dibattito ha messo in luce come la questione vada affrontata oltre l’aspetto normativo, toccando sensibilità personali, cultura e trasformazioni sociali. In questo contesto Cambiano si inserisce in un confronto più ampio, che riguarda il rapporto tra cittadini, istituzioni e nuove esigenze legate al privato dei cittadini.

CS

Silvio Pellico nel castello di Murisengo. Un Guasco alle Crociate 

Personaggi monferrini di Armano Luigi Gozzano

I feudi di Murisengo, Calliano e Verduno portati in dote dalla marchesa Tarsilla Scozia al matrimonio del 1873 furono ereditati dal marito don Francesco Guasco di Paola III Gallarati (1847-1926), principe SRI, marchese di Bisio e Francavilla, Solero, Serralunga di Crea, Castellazzo, Forneglio, conte di Gavi e consignore di Valmacca. Figlio di don Emilio I e donna Felicita di Groppello, patrizio di Alessandria, Genova, Novara e Mondovì, fu membro della Società Storica Subalpina, della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Alessandria e di altre riviste storiche. L’origine millenaria della famiglia è confermata da Scipione Guasco, morto nel 1090 durante la prima Crociata.

Motto dello stemma di famiglia “C’est mon desir”, ovvero “Questo è il mio desiderio”. Su un capitello marmoreo nel chiostro del convento del Santuario di Crea esiste un altro stemma dei Guasco in miniatura. Fu l’autore delle preziose Tavole Genealogiche delle Famiglie Nobili Alessandrine e Monferrine tra il IX e il XX secolo, indagine monumentale e tesoro di notizie per tutti i ricercatori, pubblicata a Casale nel 1924 dal figlio Emilio II. Don Francesco, degno rappresentante della vecchia nobile aristocrazia piemontese che tenne in piedi lo Stato per secoli, fu sostenitore della nobiltà caduta in povertà che non chiedeva assistenza alle strutture pubbliche ma trovava sempre soluzioni ai propri problemi esistenziali.

Tipico esempio il famoso ballo dei 100+100, nato nel Risorgimento per creare incontri tra nobili disagiati e borghesi emergenti. Don Francesco Guasco, sindaco di Murisengo, ristrutturò il castello in stile medievale e costruì nel 1878 la cappella interna dedicata alla Madonna del Rosario. Il castello divenne famoso per aver ospitato nel 1813 Silvio Pellico, patriota, scrittore, drammaturgo che, tra le antiche mura, iniziò a scrivere la “Francesca da Rimini”, pubblicata nel 1815, tragedia intrisa di passione amorosa e amor patrio, inserendosi nel clima di revival medievale suggestionato da colte rimembranze del V canto dell’inferno dantesco.

La tragica vicenda che affascinò l’intero ottocento, non solo in campo letterario ma anche in quello pittorico e musicale (pensiamo alla “Francesca da Rimini” di Jean Auguste Dominique Ingres, ai dipinti preraffaelliti di Dante Gabriel Rossetti e di William Dyce ma anche alla fantasia per orchestra in Mi minore Op. 32 di Peter Ilich Tchaikovsky) fu interpretata dal Pellico in chiave risorgimentale rendendo la protagonista icona femminile immortale del romanticismo. Il soggiorno nel maniero del famoso patriota è dovuto a Carlo Guasco, nipote della contessa di Murisengo Osanna Fassati di Balzola, vedova del IV marchese di Calliano e VI conte di Murisengo Francesco Maria Scozia.

Nel duomo di Casale, don Francesco e Tarsilla furono i committenti dell’altare e del simulacro di Santa Maddalena come descritto sulle lapidi murate alle pareti, eretto nel 1850 al posto dell’altare di San Giuseppe. Il titolo principesco è stato ereditato con il matrimonio celebrato a Gand nel 1644 del loro antenato generale di artiglieria S.A.S. principe Carlo II Guasco con Enrichetta di Lorena, principessa di Phalsbourg e Lixheim in esilio, vedova del cugino Luigi di Guisa. Don Francesco ebbe due figli, Maria Adelaide e don Emilio II avvocato presso la Corte d’Appello di Torino e marito di Silvia Teresa Manin, figlia di Lodovico, pronipote dell’ultimo doge della Repubblica di Venezia.

Nato nel castello di Murisengo, don Emilio II frequentò il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri seguendo le orme del padre. Don Emilio II, sindaco di Valmacca tra il 1915-1916 e nel 1926, donò al comune l’antico castello, oggi sede municipale, contribuendo al mantenimento dell’asilo fondato dalla madre Tarsilla. Fu anche proprietario del palazzo casalese Guasco di Bisio in via Garibaldi e del palazzo alessandrino nella via omonima da lui restaurato, sede del primo teatro dopo la conquista della città da parte dei Savoia. Il principe don Francesco Guasco di Paola IV (1914-1999), figlio molto riservato di don Emilio II, assistette la madre ormai centenaria dedicando la vita alla beneficenza occulta. La sua scomparsa segnò l’estinzione di una famiglia che scrisse la storia di Casale e dell’intera provincia alessandrina.
Giuliana Romano Bussola 
Armano Luigi Gozzano