ilTorinese

Beppe Puso vittima di un destino grottesco: “Il Grande Paraponzi”

GIOVEDI’ 26 MARZO ALLE 20 AL TEATRO BARETTI


Il Teatro Baretti di Torino si prepara ad accogliere, giovedì 26 marzo alle 20, il debutto del nuovo spettacolo di Beppe Puso intitolato “Il Grande Paraponzi”. Inserito come secondo appuntamento della Piccola Rassegna Culturale Torinese, giunta alla sua settima edizione sotto la direzione artistica di Max Borella e il patrocinio della Circoscrizione 8, l’appuntamento promette di trascinare il pubblico in una narrazione surreale e provocatoria. Al centro della vicenda c’è un antieroe postmoderno vittima di un destino grottesco: venduto a tradimento e ridotto in schiavitù in una cucina, l’uomo è costretto a confezionare sushi in un ristorante giapponese a gestione cinese. Questa premessa bizzarra diventa il pretesto per un’avventura epica, ricca di quello che l’autore definisce con ironia «pathos e altre parole di origine greca», che culmina nel tentativo di fuga e nella ricerca di una definitiva resa dei conti con il proprio nemico.

Beppe Puso, artista poliedrico noto come cantautore, scrittore e performer, firma qui il suo quarto lavoro teatrale confermando uno stile capace di fondere comicità e critica sociale. La sua carriera, segnata da riconoscimenti come il successo al Sanrito Festival e al Premio Buscaglione, oltre alla pubblicazione del volume “Il mio pesce gatto si mangia” da solo con la prefazione di Giancarlo Bozzo, emerge pienamente in questa favola per ogni età. Attraverso il registro dell’assurdo e dell’ironia, Puso trasforma una storia apparentemente superflua in una riflessione necessaria sulla condizione umana contemporanea.

Beppe Puso è un punto fermo di ogni edizione di questa rassegna, all’interno della quale debutta quest’anno lo spettacolo. «Anche nel 2026 propone un titolo originale frutto del suo modo poliedrico e surreale modo di interpretare il mondo e di presentarlo al pubblico – spiega Max Borella, direttore artistico – Un piccolo spettacolo dell’assurdo nostrano, un affaccio leggero, ma non troppo, a un problema grande come la dignità».

L’appuntamento di via Baretti 4 si configura, dunque, non solo come un momento di intrattenimento, ma come una tappa fondamentale di un percorso culturale che mira a raccontare il presente attraverso estetiche originali e voci fuori dagli schemi. “Il Grande Paraponzi” incarna perfettamente l’obiettivo del Circolo Arci Sud di offrire sguardi inediti sul mondo, partendo dai corpi e dalle storie di chi lo abita. Gli spettatori saranno chiamati a scoprire chi sia realmente questo misterioso protagonista, partecipando a un’esperienza teatrale che rifugge gli stereotipi per abbracciare l’allegoria politica e la pura invenzione narrativa, confermando Beppe Puso come uno degli interpreti più originali della scena torinese attuale.

Inizio spettacoli alle 20.

Il Cineteatro Baretti è in via Baretti 4 a Torino. Info solo whatsapp 351-9288169; circolo.sud@gmail.com.

Biglietto: 13 euro. Tesserati Arci: 12 euro. Biglietti in vendita su OOOH.EVENTS.

A soli vent’anni debutta con l’Orchestra Rai il violinista Cicalese

Giovedì 26 marzo, con Hannu Lintu sul podio, suonerà il violinista Andrea Cicalese, protagonista del concerto all’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino

A soli vent’anni, debutta con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, il violinista Andrea Cicalese, protagonista del concerto in programma giovedì 26 marzo, alle 20.30, presso l’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino, trasmesso in diretta su Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura. La replica avverrà venerdì 27 marzo, alle ore 20.

Nato a Napoli nel 2005, Cicalese è in grande ascesa nel modo musicale europeo e statunitense. Ha debuttato giovanissimo in sale prestigiose come, tra le altre, la Philharmonie di Berlino, la Herkulessaal di Monaco di Baviera e la Tonhalle di Zurigo. Per il suo debutto con l’Orchestra Rai, Cicalese interpreta il Concerto in la minore per violino e orchestra op.82 di Aleksandr Glazunov, composto nel 1904 nel ritiro estivo di Osercki, e dedicato al violinista Leopold Auer, che lo presentò al pubblico nel febbraio 1905. Nel lavoro, lo strumento solista assume un ruolo quasi vocale, facendo convivere armoniosamente alto virtuosismo e lirismo romantico, riflettendo l’ambiente idilliaco e pastorale in cui l’autore scelse di rifugiarsi. Sul podio è stato chiamato Hannu Lintu, direttore principale dell’Orquestra Gulbenkian di Lisbona e direttore principale dell’Opera e del Balletto Nazionale del suo Paese, la Finlandia, che ha debuttato con l’OSN Rai nel 2023.

In apertura di serata, proporrà le “Symphonies of wind instruments”, di Igor Stravinskij, scritta nel 1920 come omaggio alla memoria di Claude Debussy, morto due anni prima. A seguire, “Musica per archi, percussione e celesta” di Béla Bartók, scritta nel 1936 su commissione di Paul Sacher per celebrare il decimo anniversario della Kammerorchester di Basilea, e resa celebre dal magistrale utilizzo che ne fece Stanley Kubrick nel suo film “The Shining” del 1980. Dopo il Concerto per violino di Glazunov, chiude la serata la “Symphonie in three movements” di Igor Stravinskij, scritta tra il 1942 e il 1945 e dedicata alla New York Philarmonic Symphony Society. Si tratta di un lavoro netto nel periodo bellico, in cui l’autore rivela influenze “di questo difficile tempo di avvenimenti crudi e mutevoli, di disperazione e speranza, di continui tormenti, di tensione e, alla fine, di sollievo”.

Biglietti da 9 a 30 euro sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info: 0118104653 – info@biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

Bravi (PdF): “La Famiglia si riconferma il cuore della società”

Alla conclusione della “Settimana con la Famiglia 2026” promossa dal Forum Famiglie Piemonte
Riceviamo e pubblichiamo

«Giunti al termine della “Settimana con la Famiglia 2026” (13-22.03.2026) promossa per il 4° anno dal Forum Famiglie Piemonte, mi sembra di poter dire che la Famiglia si riconferma il cuore della società – dichiara Carlo Bravi, del Popolo della Famiglia (PdF) Piemonte – e mi sento di ringraziare lo stesso Forum e le quindici associazioni che lo compongono per il notevole impegno organizzativo messo in atto nella ventina di eventi in calendario, nel corso dei quali è emersa una notevole ricchezza di contenuti e di proposte».

«Ancora una volta – prosegue Bravi – questa Settimana ha saputo mettere in luce la centralità della Famiglia nella nostra società, affrontando con competenza e passione molteplici tematiche: dall’educazione dei figli al sostegno alle fragilità, dalla dimensione relazionale alla solidarietà tra generazioni, fino alle sfide culturali e sociali del nostro tempo. Le diverse iniziative proposte dalle associazioni aderenti hanno rappresentato un’occasione preziosa di incontro, riflessione e crescita per tante persone».

«Partecipando personalmente a molti degli appuntamenti in programma», ha soggiunto Bravi «ho potuto toccare con mano l’importanza vitale dei temi dell’adozione e dell’affido familiare, specificamente approfonditi in questa edizione 2026 della Settimana, anche attraverso la promozione del Progetto C.A.S.A. (acronimo per “Comunità, Alleanze, Solidarietà, Accoglienza”; https://www.forumfamiglie.org/2025/06/28/progettto-casa-comunita-alleanze-e-solidarieta-per-accoglienza/). Tale progetto, promosso in primis dal Forum Famiglie, punta a diffondere una vera cultura dell’accoglienza del minore in famglia, tessendo una rete di mutuo aiuto tra famiglie, associazioni ed istituzioni la quale mette al centro il bene del minore e il diritto di ogni bambino a crescere in un ambiente familiare. Il Progetto C.A.S.A. è fondato su tre pilastri: sensibilizzare la società sul valore dell’affido e dell’adozione, formare famiglie e operatori su tali temi, e accompagnare concretamente i percorsi di accoglienza. Uno strumento per sostenere chi apre la propria porta a un minore, trasformando la fragilità in una risorsa sociale».

«E’ però necessario – precisa Bravi – rafforzare l’impegno a favore dei valori che alla Famiglia sono strettamente legati: la difesa della Vita – con il sostegno alla natalità ed alla maternità, nonché alla vita fragile e terminale mediante le cure palliative – e della Libertà educativa dei genitori per i propri figli, con il sostegno alle scuole paritarie e parentali, ed il contrasto a derive ideologiche come la promozione cosiddetta “fluidità di genere”, che rischiano di generare confusione soprattutto nelle nuove generazioni».

«Il Popolo della Famiglia Piemonte – conclude Bravi – rinnova la propria disponibilità a collaborare con tutte le realtà che operano in questo ambito, nella convinzione che solo attraverso un’alleanza ampia e convinta tra tali attori sia possibile valorizzare la Famiglia come cellula fondamentale della nostra società».

A Torino arriva Dante, l’uomo dietro il poeta

 

Venerdì 27 marzo al Teatro Cardinal Massaia va in scena “Dante, l’uomo dietro il poeta”, per la regia di Marco Arbau.

Portare in scena Dante oggi significa affrontare una sfida complessa: restituire la grandezza del poeta senza perderne l’umanità. È da questa tensione che nasce “Dante, l’uomo dietro il poeta”, uno spettacolo teatrale che sceglie di allontanarsi da una rilettura didascalica della Commedia per accompagnare lo spettatore dentro il percorso esistenziale, artistico e spirituale di Dante Alighieri.

Attraverso una drammaturgia originale che intreccia parola, azione scenica e musiche composte appositamente, lo spettacolo costruisce un racconto accessibile ma rigoroso, capace di rendere attuali temi universali come l’amore, l’esilio e la ricerca di senso.

L’elemento distintivo è la scelta di dare voce a Beatrice, restituendole una presenza autonoma e consapevole: non più solo simbolo idealizzato, ma interlocutrice viva, capace di dialogare con Dante e con il pubblico. Una prospettiva che apre a una riflessione contemporanea sul ruolo della memoria, della figura femminile e della costruzione del pensiero poetico.

Dopo aver già toccato diverse città italiane e raccolto riscontri positivi, lo spettacolo si propone come un ponte tra tradizione e contemporaneità, capace di parlare a pubblici diversi, dalle scuole agli appassionati di teatro. Ne abbiamo parlato insieme al regista, Marco Arbau.

Il suo spettacolo evita una trasposizione didascalica della Commedia: qual è stato il punto di partenza per costruire invece un racconto così umano e contemporaneo di Dante?

Esattamente, sono partito proprio da questo. Nel momento in cui volevo rappresentare Dante, volevo provare a vederlo come uomo.

Anzi, faccio un passo indietro: il vero fulcro dello spettacolo era la resilienza dell’artista. Io non ero particolarmente vicino a Dante; mi sono ritrovato a leggere La Vita Nuova quasi per caso. E mentre la leggevo, mi sono chiesto: ma chi era davvero Dante? Non è nato come sommo poeta; non si nasce già artisti a quel livello. Allora mi sono domandato: cosa ha sofferto? Com’è arrivato a diventare quello che è stato?

Approfondendo la sua vita, la cosa interessante è che nel momento più tragico, quando ha perso tutto, è stato esiliato, ha perso casa, famiglia, proprio nel momento più oscuro ha scritto la Divina Commedia. Quindi la resilienza di un artista che, quando non ha più niente, si aggrappa all’unica cosa che gli resta, cioè la cultura, e da lì tira fuori un’opera straordinaria.

L’idea nasce da questo. Da lì abbiamo costruito un percorso, immaginando anche alcuni aspetti in modo un po’ più libero. Dante viene sempre descritto come cupo, anche rissoso, cosa che in realtà non era del tutto vera, ma sicuramente aveva delle ragioni forti: era contro i politici corrotti, contro tutto ciò che stava degradando Firenze.

Quindi sì, magari poteva sembrare rissoso, ma perché aveva un fuoco dentro. Questa cosa mi ha acceso una lampadina: sono aspetti che a scuola non ci insegnano. Non ti spiegano come Dante sia diventato Dante.

Questa scoperta l’ho fatta insieme a Beatrice e Jacopo (i protagonisti): quando le ho parlato di questa idea, lo stesso giorno abbiamo iniziato a comprare libri su libri per approfondire la sua vita. È stato un percorso incredibile, perché più andavamo a fondo, più scoprivamo quanto fosse una figura estremamente attuale.

Possiamo quindi parlare di una scrittura collettiva? Gli attori sono stati coinvolti anche nella costruzione del testo?

Sì, esattamente. I ragazzi li ho coinvolti subito, perché avevo già in mente di inserirli nello spettacolo. Ho dato proprio a loro l’onere di scrivere un primo copione, che poi, perché sono molto esigente, è stato modificato un milione di volte. Però l’idea era proprio quella di costruirlo insieme.

Alla fine hanno scritto tantissimo: si sono informati, hanno letto molti libri. Anche perché quello che volevamo evitare era una restituzione troppo scolastica, fatta di citazioni delle opere. Invece no: volevamo andare a vedere l’umanità. Le opere ci sono, ma solo accennate; le chiamiamo un po’ degli “easter egg” per chi le conosce.

È molto generoso da parte di un regista.

In realtà l’idea è sempre stata questa. Io lavoro così: coinvolgere il più possibile gli artisti. Anche perché l’obiettivo è lo spettacolo, non l’ego. L’ego, se arriva, è una conseguenza, magari sotto forma di riconoscimento, ma non deve mai essere il punto di partenza.

Il messaggio viene prima di tutto. Se hai artisti con determinate capacità e competenze, devi lavorare su quelle. Vale un po’ per tutto, anche nella danza: il coreografo lavora sulle qualità dei danzatori. È quello l’obiettivo.

Non capisco perché molti non lo facciano.

Perché, per definizione, gli artisti hanno un ego molto forte. E al vertice della piramide ci sono gli attori, mentre alla punta c’è il regista, che spesso è un attore all’ennesima potenza. Quindi non è facile. La scelta di dare voce a Beatrice, la Beatrice dantesca non l’attrice, è centrale: come cambia la narrazione quando lei diventa un’interlocutrice autonoma e non più solo uno sguardo filtrato dal poeta?

Beatrice è solo ciò che ha scritto Dante. Di lei, in realtà, non sappiamo nulla: non ci sono documenti certi. Forse è morta di parto, ma anche questo non è sicuro. Quindi, per una donna così tanto raccontata, ma sempre attraverso gli occhi di Dante, abbiamo detto: va bene, ma lei cosa direbbe davvero? Cosa penserebbe di quest’uomo che l’ha vista da bambino, poi da adulto, le ha rivolto solo un saluto e le ha dedicato fiumi di parole?

Abbiamo quindi voluto dare voce a Beatrice. A una donna dell’epoca che, in realtà, non è poi così distante da molte dinamiche contemporanee. Non solo darle voce, ma anche far incontrare Beatrice e Dante: metterli in dialogo. Perché tutto quello che Dante ha scritto, probabilmente non gliel’ha mai detto davvero, almeno per quanto ne sappiamo.

Ci siamo presi questa libertà: farli parlare. Senza fare troppi spoiler, però, e restando comunque fedeli alla realtà, senza spingerci troppo nella fantasia. Per Dante è come una finestra, un momento in cui può finalmente esprimere tutto quello che pensa di lei. Ma è solo un attimo, fugace.

E poi c’è anche il punto di vista di Beatrice: ci siamo immaginati che raccontasse come ha vissuto questa situazione e, in qualche modo, chi fosse davvero, anche se non lo sappiamo. Ci siamo presi la responsabilità di dare voce a un personaggio così famoso, ma di cui, in fondo, non conosciamo nulla.

Parola, corpo scenico e musica originale convivono nella drammaturgia: come ha lavorato per trovare un equilibrio tra questi linguaggi senza perdere l’intensità del racconto?

È stato facilissimo. Per esempio, sulle musiche non ho voluto mettere mano al testo: i brani sono cantati utilizzando versi di Dante, presi soprattutto dalla Vita Nuova, ma anche da altri passaggi scelti in base alla loro efficacia scenica.

La cosa incredibile è che queste musiche, pur avendo uno stile che potremmo definire pop, funzionano benissimo. Le parole di Dante, messe in musica, suonano in modo naturale e molto efficace.

Dico che è stato semplice proprio per questo: il testo c’era già, si trattava “solo” di metterlo in musica. Ed è stato davvero sorprendente. Quei testi, che non a caso erano concepiti anche per essere ascoltati, funzionano ancora oggi in modo straordinario.

Ascoltandoli cantati, molti versi si comprendono anche meglio: mentre letti richiedono spesso una parafrasi o un certo studio, in musica il messaggio arriva in modo più immediato. Questa è stata una scoperta incredibile.

Siamo molto orgogliosi del lavoro fatto, e capita spesso di ascoltare le musiche anche separatamente dallo spettacolo.

Lo spettacolo è pensato anche per un pubblico eterogeneo, inclusi scuole e contesti formativi: qual è la reazione che più l’ha colpita finora tra gli spettatori?

Sia per i ragazzi delle scuole sia per gli adulti, ed è una cosa che ci rende estremamente curiosi, tutti ci dicono: “Non pensavamo che Dante fosse così divertente” o comunque così interessante.

Purtroppo viene visto in modo molto scolastico. E dico “purtroppo” perché anch’io, prima di lavorare a questo spettacolo, lo percepivo così. Invece ha una storia davvero incredibile. Si potrebbero fare tranquillamente delle serie: la sua vita è straordinaria.

Ed è un esempio, soprattutto per gli artisti. È proprio il modello di una vita artistica: qual è l’obiettivo finale? L’ego o portare bellezza? Quella bellezza che, si dice, può salvare il mondo. Io ci credo molto.

Apro una piccola parentesi: questa convinzione mi è nata anche dopo aver letto la lettera agli artisti di Papa Giovanni Paolo II. Lì si parla proprio del ruolo dell’artista nella società: non l’ego, non l’autoaffermazione…

L’autorealizzazione personale.

Esatto, non è quello l’obiettivo primario. Quello può arrivare dopo se lavori bene. Ma la priorità è un’altra: portare sollievo.

Questo è il compito dell’artista. In quell’ora, un’ora e mezza in cui siamo in scena, anche facendo i “buffoni”, se vogliamo, possiamo permettere alle persone di staccare da una vita magari difficile, piena di problemi. Offrire un momento di sollievo.

È come vedere un bel film, ma dal vivo, e quindi molto più impattante. Oppure restituire qualcosa che si è perso: noi studiamo ogni parola di Dante, ma non sappiamo chi fosse davvero.

È proprio lavorando su Dante che ho scoperto una figura incredibile. Un maestro, ma non solo per le opere: per la vita. Per come ha reagito quando ha perso tutto. Era un uomo con una posizione, dei beni, una certa stabilità e ha perso tutto, è stato esiliato, è diventato nessuno.

E proprio lì, nel momento più buio, quando chiunque si sarebbe arreso o si sarebbe lasciato andare alla rabbia, lui ha trasformato tutto questo, rabbia, frustrazione, disperazione, creando l’opera delle opere.

Per me è stato come trovare un faro. Può sembrare una frase fatta, ma più lo studiamo, più capiamo che la sua vita è davvero un esempio. Non solo le opere: quasi più la vita. Le opere sono una conseguenza.

I ragazzi, ma anche gli adulti, si interessano davvero. La cosa sorprendente è che fanno domande sulla vita di Dante. E ovviamente vedi i professori con gli occhi a cuoricini.

Per un docente, vedere gli studenti appassionati della materia deve essere una bella soddisfazione.

Sì, esatto. Perché credo che abbiamo trovato una formula giusta per arrivare ai ragazzi, senza snaturare il personaggio. Ci tengo molto a mantenere ciò che è documentato, ciò che è ufficiale: lo spettacolo ha anche una componente divulgativa.

Però sempre in chiave moderna, perché altrimenti non arriva. Dobbiamo adattarci al loro linguaggio.

Scusami se mi dilungo, ma sono davvero molto coinvolto e sono innamorato di questo spettacolo.

Nessun problema, anzi…

Ti racconto un episodio dell’anno scorso, in una data molto piccola, con pochissimo pubblico. Ero anche piuttosto scontento di come stava andando la serata.

Tra il pubblico c’era una delle maestranze del teatro, un po’ burbera, quasi scontrosa, di quelle che ti rispondono male. A fine spettacolo è venuta in regia, mi ha guardato con gli occhi lucidi, mi ha detto “grazie” ed è andata via.

Per me è stato un momento fortissimo. Lì ho capito che il messaggio era arrivato. Sono piccole esperienze, ma ti danno la conferma del perché fai questo lavoro.

Quel “grazie”, detto da lei, in una sala quasi vuota, per me vale più di qualsiasi applauso o complimento. Significa che stai facendo la cosa giusta, che l’obiettivo è quello giusto.

Lori Barozzino

Foto Fabio Galizia

Teatro Cardinal Massaia

Ore 20:45

Cast:

Jacopo Siccardi – Dante

Beatrice Frattini – Beatrice

Andrea Chiapasco – Virgilio

Regia:

Marco Arbau

Biglietti:

Intero

20.62 + 1.51 €

Ridotto

17.36 + 1.27 €

Riduzione valida per under 12, over 65, studenti universitari under 26, possessori di Abbonamento Musei e tessera AIACE.

Sono previsti controlli all’ingresso e occorre presentare un documento per usufruire della riduzione.

Città e Sindacati firmano il nuovo protocollo su sicurezza e lavoro giusto negli appalti

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È stato siglato   nella sala Colonne di Palazzo Civico, il nuovo “Protocollo d’intesa sulla sicurezza e legalità nel settore degli appalti di lavori pubblici e subappalti nei contratti del Comune di Torino”. Il documento è stato approvato nel corso della Giunta Comunale su proposta della vicesindaca con delega al Lavoro Michela Favaro e poi sottoscritto con i rappresentanti delle sigle sindacali CGIL, CISL e UIL e con l’assessore alla Legalità Marco Porcedda.

L’intesa mira a rafforzare i presidi di legalità in un settore strategico per lo sviluppo del territorio, ponendo al centro dell’accordo una ferma volontà di contrastare il dumping contrattuale, favorire la sicurezza sul lavoro, garantire che la realizzazione delle opere pubbliche, comprese quelle legate al PNRR, avvenga nel pieno rispetto della dignità dei lavoratori.

“Con questa approvazione la Città di Torino vuole ribadire che non può esistere lavoro senza sicurezza, incolumità fisica, continuità occupazionale – afferma la vicesindaca con delega al Lavoro Michela Favaro -. A guidare la nostra amministrazione c’è una chiara volontà di tutelare le lavoratrici e i lavoratori che si trovano e si troveranno impiegati in appalti pubblici. Per garantire questo genere di tutela, di concerto con le sigle sindacali, abbiamo deciso di dotarci di un Protocollo operativo capace, anche grazie alla tecnologia, di mettere al centro chi lavora”.

Sul fronte delle tutele economiche, l’amministrazione comunale introduce un meccanismo di responsabilità solidale estremamente incisivo: in caso di ritardi nel pagamento delle retribuzioni da parte delle imprese, l’amministrazione comunale potrà trattenere le somme dai certificati di pagamento e versare direttamente gli stipendi ai lavoratori. Questa misura si accompagna all’obbligo tassativo di applicare i Contratti Collettivi Nazionali sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative, eliminando così la concorrenza sleale basata sul ribasso dei diritti salariali. Inoltre, per le lavorazioni edili, più delicate sotto il profilo della sicurezza, viene generalizzato il divieto di subappalto a cascata, accorciando la filiera per assicurare un controllo diretto e trasparente sui cantieri. L’amministrazione, inoltre, si impegnerà a verificare la corretta applicazione dei CCNL anche nei confronti dei dipendenti in subappalto.

Il Protocollo punta anche sull’innovazione tecnologica come strumento di prevenzione. Viene infatti introdotto l’obbligo del badge di cantiere, anche in formato digitale tramite QR Code, per tracciare con precisione le presenze e l’orario effettivo di lavoro di ogni operatore, anticipando le future linee guida ministeriali. Questa novità mira a garantire la tracciabilità delle presenze, la sicurezza sul lavoro e la prevenzione del lavoro irregolare. Parallelamente, la trasparenza verso la cittadinanza sarà garantita da un progetto sperimentale che prevede l’installazione di QR Code informativi su tutti i principali cantieri della città. Inquadrando il codice, chiunque potrà accedere alla scheda digitale dell’appalto, monitorando in tempo reale l’avvio dei lavori, le ditte autorizzate al subappalto e le eventuali variazioni in corso d’opera. Il progetto si articolerà in una prima fase sperimentale, limitata a circa 10 cantieri della Città con importo lavori pari o superiore a 1 milione di euro, per poi essere man mano strutturato in modo stabile su tutte le aree di lavoro.

“Confermare e rinsaldare i principi di legalità nel settore degli appalti – afferma l’assessore alla Legalità Marco Porcedda – non è solo un atto formale, ma un dovere morale verso i cittadini e le imprese che operano nel rispetto delle regole. L’introduzione del badge obbligatorio, ad esempio, trasforma il cantiere in una ‘casa di vetro’ dove ogni presenza è tracciata e il lavoro nero non trova più spazio. Con lo stop ai subappalti si limitano i passaggi, garantendo che chi vinca un appalto ne sia il reale esecutore, ponendo fine ad un sistema di ribassi selvaggi che troppo spesso si traduce in una perdita di legalità e sicurezza. Vogliamo che a lavorare con la Città siano le aziende che rispettano i contratti e che hanno a cuore la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori. Solo così la legalità smette di essere un costo e diventa il motore di un’economia sana, competitiva e, soprattutto, sicura”.

Per gli appalti del comparto edile, al fine di certificare che i percorsi formativi obbligatori sulla sicurezza siano riconosciuti e conformi agli standard richiesti, le imprese si avvarranno degli istituti formativi riconosciuti dal CCNL edile.

L’aggiudicatario del contratto di appalto, inoltre, sarà tenuto al rispetto delle clausole sociali previste dal CCNL applicato e dovrà assorbire nel proprio organico, prioritariamente, il personale già operante alle dipendenze del fornitore uscente, di cui l’operatore economico dovrà tenere conto nella determinazione dell’offerta. Questo Protocollo, di durata triennale, diventerà parte integrante della documentazione di gara per tutti i futuri appalti banditi dalla Città di Torino e dai suoi enti strumentali.

“Abbiamo lavorato a lungo su questo Protocollo ma alla fine siamo soddisfatti del risultato. Un accordo importante che si aggiunge a quello su appalti, beni e servizi siglato nel maggio scorso – afferma Elena Palumbo, segreteria CGIL Torino -. È un’intesa che mette al centro il riconoscimento di giusti salari per i lavoratori del settore, il rispetto delle norme su salute e sicurezza attraverso l’applicazione di regole che squalificano chi applica contratti pirata per abbattere il costo del lavoro, tutelando finalmente le imprese che rispettano le norme e la dignità dei lavoratori. L’intesa rappresenta un argine contro l’illegalità, lo sfruttamento e il lavoro nero. Fenomeni sempre più frequenti nella nostra città che richiamano tutti alla responsabilità: dalle imprese alle amministrazioni, fino ai sindacati, nessuno può ritenersi immune”.

“Con il presente Protocollo si rafforzano le tutele contrattuali e salariali, contrastando i fenomeni di dumping e valorizzando il ruolo del CCNL di settore – spiega Davide Provenzano, segretario territoriale Cisl Torino-Canavese -. Come CISL, sottolineiamo inoltre l’importanza della formazione obbligatoria in materia di sicurezza per tutto il personale impiegato nelle opere, quale elemento imprescindibile di prevenzione e tutela. Infine, in un’ottica partecipativa, esprimiamo apprezzamento per l’istituzione di una cabina di regia congiunta e permanente, finalizzata a monitorare e vigilare sul rispetto della legalità negli appalti”.

“È positivo aver siglato un’intesa così importante con il Comune di Torino, perché salvaguarda i lavoratori sul versante della sicurezza, del salario e della legalità – dichiara Chiara Maffè, segretaria UIL Torino -. Grazie a questo protocollo si stabilisce che il lavoro deve essere equo, dignitoso e sicuro, con diritti tutelati e protezione sociale garantita. L’intesa mira inoltre a contrastare il fenomeno del dumping contrattuale, estendendo così la protezione dei diritti e delle retribuzioni di tutti i lavoratori”.

Alla firma hanno partecipato anche il segretario generale della FILLEA CGIL Torino e Piemonte Massimo Cogliandro, il segretario generale della FILCA CISL Vittorio Di Vito e il responsabile provinciale FENEALUIL PIEMONTE Giuseppe Fiorenza.

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Un’attualità dove tutto è precario e il desiderio del romanziere

Sugli schermi “La mattina lavoro”, premio a Venezia

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Uno due tre colpi di mazza e a poco a poco si squarcia il buco e crolla il tramezzo, al di là a impugnare e a faticare il quarantenne Paul Marquet. Non è soltanto uno squarcio di lavoro, è lo squarcio all’interno della sua vita. È l’immagine della gig economy che sta impoverendo troppi ragazzi. Sono le prime scene di “La mattina scrivo” di Valerie Donzelli, presentato a Venezia e vincitore del premio per la miglior sceneggiatura (scritta dalla regista, arrivata qui al suo settimo lungometraggio, a quattro mani con Gilles Marchand), ritratto amaro ricalcato sull’esistenza di Franck Courtès e del suo stato d’essere trasmesso alle pagine di “À pied d’oeuvre” (che è anche il titolo originale del film), ritratto che non parrebbe essere troppo staccato dalla filmografia di Ken Loach, senza tuttavia averne la rabbia estrema e gli aculei troppo acuminati. Come l’originale Courtès, anche “lo specchio” Paul vive del suo lavoro di fotografo che gli permette una vita più che agiata e ricca di denaro e soddisfazioni: ma che un bel giorno – al di là dei mugugni di una figura paterna che pretende la sistemazione del figlio con un lavoro sicuro – decide d’abbandonare per dedicarsi con tutte le sue forze alla scrittura. È ormai arrivato al suo terzo romanzo ma, pur con un incontrastato successo di critica, è il pubblico a voltargli un po’ le spalle, a non assecondarlo appieno, per cui la sua editrice (Virginie Ledoyen), che maneggia libri Gallimard facilmente qui riconoscibili, gli rimprovera la mediocrità e gli lascia intravedere un futuro non troppo roseo, anche con la rescissione del contratto, se non sfornerà un vero e proprio successo. In un lungo periodo di débâcle esistenziale, Paul c’insegna che finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”. Una sorta di decalogo e un macigno quotidiano che continua a pesare.

Per un simile cambiamento radicale – mentalità e sostanze e ricerche continue -, significa lasciare l’appartamento in affitto e scendere in una camera sotto il livello della strada (dove a Donzelli è possibile reinventare oggi il Truffaut dell’”Uomo che amava le donne”), mettere insieme il pranzo con la cena, bollette e il trantran quotidiano, dover rinunciare a prendere un volo per il Canada dove si son trasferiti ex moglie (la stessa Donzelli) e figli e accontentarsi di videochiamate che mettono il magone nel cuore. Considerato l’avvicinarsi di una povertà fatta in casa e non certo paragonabile a quella sempre vista da lontano (così come alle 17 di un pomeriggio dinverno è già buio ma non è notte, così io non potevo dirmi davvero povero), la quasi carta straccia dei diritti d’autore, significa vendere la moto prima e poi entrare in una app per rintracciare una sorta di lavoro, sottopagato, il minimo assoluto rispetto alle altre offerte dei numerosi concorrenti. Vedremo Paul improvvisarsi taxista, tagliare l’erba di un giardino al colmo dell’inesperienza, svuotare una cantina, smontare un soppalco, rovinarsi le mani a togliere piante e rinvasare su un gran bel terrazzo da cui si vede un meraviglioso panorama parigino. Esami di sopravvivenza, i risultati e il proseguo decretati anche dai giudizi soddisfatti o no della clientela.

Superbo, cocciuto, irrequieto, sognatore, non gli sarebbe sufficiente riprendere in mano la vecchia professione, ripensare a un part time? Cancellare per un attimo i sogni e l’instabilità della vita? In quella cocciutaggine lo script non poco pecca di stagnazione, di un inviluppo che non sa come districarsi e il film perde una parte della sua carica iniziale. Sufficiente tuttavia che il successo esploda in un nuovo titolo e in un affollato firmacopie, soprattutto in una dolcissima telefonata con il figlio oltreoceano, capace di un sincero “sono orgoglioso di te, papà” e della confessione d’aver già letto il libro. Anche di una visita che forse non tarderà ad arrivare. Finale zuccherino ma quasi inevitabile. “La mattina scrivo” non resterà negli annali del cinema ma è pur sempre il quadro atterrito e volto allo stesso tempo alla speranza di una certa gioventù di oggi, sincero, autentico, che tende a fissarsi in quelle immagini sgranate che sono vere e proprie soggettive ricostruite a rivivere facce e particolari di un popolo “appagato”, incontrato in precedenza durante i tanti lavori. Barlumi della fotografia antica, un legame con il passato e con la sicurezza di un tempo, immagini che troveranno spazio in una prossima pagina scritta. Ovvero nel film di cui dalla sala stiamo guardando il lieto fine. Interessante il protagonista Bastien Bouillon, alla sua quarta prova con la Donzelli, un viso anonimo e spaesato, preso in un turbinio che lo coinvolge appieno, lui lo cavalca e lo vince. Forse aveva ragione lui.

Antimafia, sequestro per mezzo milione di euro a pluripregiudicato

Un uomo con un lungo passato criminale, già condannato per reati che spaziano dalle lesioni personali al furto, dalla detenzione illegale di armi alla tentata estorsione, fino al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, è stato colpito da un provvedimento di sequestro patrimoniale. A suo carico figura anche il ruolo di promotore e organizzatore di un’articolazione della ’ndrangheta attiva nel basso Piemonte.

La Guardia di Finanza di Torino, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, ha eseguito un sequestro finalizzato alla confisca di prevenzione per un valore di circa 500 mila euro. Il provvedimento è stato emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Torino nell’ambito dell’applicazione della normativa antimafia.

Le indagini patrimoniali condotte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria hanno evidenziato una significativa sproporzione tra i beni accumulati nel tempo e i redditi ufficialmente dichiarati dall’intero nucleo familiare dell’uomo. Il sequestro riguarda immobili, beni mobili registrati e rapporti finanziari.

Le attività avevano generato significativi proventi, che hanno ragionevolmente concorso all’incremento patrimoniale del proposto e del proprio nucleo familiare e di cui si è tenuto conto anche sotto il profilo tributario, provvedendo separatamente alla ricostruzione dei correlati ingenti diritti doganali evasi (accisa, dazi doganali e I.V.A. all’importazione). Anche per tali vicende è intervenuta condanna definitiva, nel corso del 2024.

“Il giardino delle Arti” conquista Carmagnola

ORTOFLORA & NATURA, 36esima mostra mercato regionale 

Sabato 11 e domenica 12 aprile prossimi, dalle 9 alle 19. 30, si terrà  a Carmagnola la 36esima edizione della mostra mercato regionale del settore florovivaistico  ed orticolo intitolata “I giardini delle arti”, presso i giardini del castello e i Giardini Unità d’ Italia. È a ingresso libero.
Il Comune e la Pro Loco di Carmagnola organizzano la 36esima edizione di Ortoflora & Natura , mostra mercato tra le più importanti in Piemonte per ciò che riguarda le produzioni del settore florovivaistico e orticolo, oltre che per arredi e attrezzature da orto e da giardino.
Il tema scelto per questa edizione è “I giardini delle Arti”, un’edizione che celebra la bellezza, la creatività, la natura e l’arte in tutte le sue forme, dove il mondo del florovivaismo si intreccia alla cultura, allo spettacolo e alle tradizioni del territorio.
La rassegna si sviluppa in ampi spazi del centro cittadino, nei giardini del castello nei Giardini Unità d’Italia, che ospiteranno stand di espositori provenienti da Piemonte, Liguria, Lombardia e Sicilia, con piante, fiori, attrezzature e arredi per orti e giardini.
A fare da collegamento tra le due aree florovivaistiche sarà la Società Orticola di Mutuo Soccorso “Domenico Ferrero”, con i suoi prodotti locali di alta qualità.
In via Silvio Pellico , davanti al Comune, spazio alla tradizione con rievocazioni storiche della semina, laboratorio del salone e intreccio di ceste di vimini. Le due giornate saranno arricchite da performance teatrali e musicali, mostre fotografiche e presentazioni di libri.
Tutte le aree sono ad ingresso libero. I visitatori troveranno degustazioni con il primaverile Ravanin e altri prodotti del territorio,  il lancio del contesto “Peperone urbano”, laboratori didattici per bambini e famiglie e il Mercatino dell’Artigianato in viale Garibaldi, presente sia sabato sia domenica.
Nella sola giornata di domenica 12 aprile , via Valobra ospiterà le bancarelle del mercato ambulante, in viale Matteotti e piazza IV Martiri, dove si terrà il mercatino, mostra mercato dell’antiquariato e dei generi di riuso. Nei Giardini del Castello si svolgerà un spettacolare esibizione di rapaci in volo.
Gli allestimenti floreali lungo il percorso della manifestazione saranno curati dai vivaisti Carmagnolesi.
Sarà un intenso fine settimana in cui si potrà vivere il bellissimo centro storico di Carmagnola, come un giardino a cielo aperto, ricco di colori, profumi e atmosfere primaverili.

Tradizione, gusto e territorio si incontreranno grazie alla collaborazione tra la Pro Loco Carmagnola e l’Istituto Baldessano Roccati, sezione Agraria, che fornirà il primaverile Ravanin ( ravenello) per le tradizionali degustazioni di prodotti del territorio fino a esaurimento scorte. Uno spazio sarà dedicato alle eccellenze enogastronomiche del territorio a cura della Società Orticola di Mutuo Soccorso Domenico Ferrero .
Ad Ortoflora & Natura verrà lanciata la quinta edizione del contest“ Peperone urbano”, in avvicinamento alla 77esima Fiera Nazionale del Peperone, a cura del Consorzio del Peperone  di Carmagnola.
Si tratta di una simpatica e giocosa sfida di coltivazione biologica del Peperone tra i produttori del Consorzio e chiunque voglia cimentarsi nel coltivare il celebre ortaggio nei propri balconi e giardini. Le piantine di peperone verranno consegnate a scuole, associazioni e cittadini.  È gradita e consigliata la prenotazione. Le piante verranno valutate e premiate domenica 30 agosto, durante il tradizionale Concorso del Peperone nel contesto della 77esima Fiera Nazionale.

Sabato 11 aprile prossimo, in collaborazione con Turismo Torino, Ortoflora & Natura sarà tappa protagonista di “Gravel di fiore in fiore”, pedalata cicloescursionistica che, partendo da Torino, attraversa l’Oltre collina Torinese alla scoperta delle eccellenze florovivaistiche e gastronomiche del territorio.
Il percorso di 100 km, di difficoltà intermedia, con dislivello di 500 metri, toccherà la straordinaria fioritura di Messer Tulipano  nel parco del castello di Pralormo  e farà tappa a Carmagnola, per visitare la mostra mercato, prima di rientrare a Torino.
Il gruppo sarà  guidato da accompagnatori cicloturistici, con quota di partecipazione inclusiva di ingressi e degustazioni lungo il percorso.

Per informazioni e iscrizioni info@gravelgarage.it

Mara Martellotta