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A Genova il feretro di Emanuele, morto a Crans-Montana

È arrivato intorno alle 15:30 a Genova il feretro di Emanuele Galeppini, il ragazzo morto nell’incendio avvenuto a Capodanno nella località di Crans-Montana in Svizzera. Il presidente della Regione Liguria Marco Bucci e l’assessore alla Protezione civile Giacomo Raul Giampedrone hanno accolto il feretro all’aeroporto di Milano Linate, da dove è stato poi trasferito a Genova con il coordinamento della Protezione civile regionale, che ha messo a disposizione l’auto per i familiari di Emanuele. Il trasporto della salma fino a Genova è stato affidato dalla Protezione civile regionale ad A.Se.F.. Il feretro è stato quindi scortato fino alla cappella dei Cappuccini dell’ospedale Policlinico San Martino, dove sono state poste le corone di fiori della Regione Liguria e del Comune di Genova. Erano presenti l’assessore regionale alla Sanità Massimo Nicolò e l’arcivescovo di Genova monsignor Marco Tasca, che ha celebrato le preghiere nella camera ardente con i familiari e le istituzioni, il prefetto di Genova Cinzia Torraco e la sindaca Silvia Salis.

«Perdere la vita a quell’età lascia sempre un segno profondo – ha dichiarato il presidente della Regione Liguria Marco Bucci – Da quando ieri sera è arrivata la richiesta del ministero, che ha affidato alle Regioni la gestione delle operazioni, l’assessore Giampedrone e il nostro Dipartimento della Protezione civile si sono attivati per organizzare il rientro del feretro da Milano a Genova. Siamo con la famiglia che sta vivendo un dolore enorme, e restiamo a loro completa disposizione anche per affrontare le difficoltà logistiche legate ai prossimi giorni. Una tragedia come questa richiama con forza il dovere delle istituzioni di porre sempre al centro la sicurezza delle persone, di non dare nulla per scontato e di interrogarsi su tutte le situazioni che non sono pienamente chiare. Quando accadono eventi così drammatici, questo impegno diventa ancora più evidente e imprescindibile».

Biossido di azoto sotto i limiti: migliorano i dati sull’aria in Piemonte

Rispettato per la prima volta il valore limite del biossido di azoto. Confermato il trend di riduzione del PM10

I primi dati sul monitoraggio della qualità dell’aria relativi al 2025, elaborati da Arpa Piemonte, delineano un quadro complessivamente positivo, caratterizzato da miglioramenti significativi e dal pieno rispetto degli standard normativi per il biossido di azoto. L’analisi evidenzia come l’anno sia stato contraddistinto da condizioni meteorologiche generalmente favorevoli alla dispersione degli inquinanti, con inverni miti e precipitazioni nella norma.

Il 2025 rappresenta inoltre il primo anno di piena applicazione delle disposizioni previste dal Piano regionale della qualità dell’aria, approvato dalla Giunta nel settembre 2024. Secondo la relazione preliminare, redatta sulla base dei dati provenienti dagli analizzatori automatici e in attesa di validazione definitiva, il Piemonte ha raggiunto un risultato storico per quanto riguarda il biossido di azoto (NO₂), inquinante generato principalmente dai processi di combustione e dal traffico veicolare: per la prima volta tutte le stazioni della rete regionale hanno rispettato il valore limite annuale di 40 μg/m³.

Le concentrazioni più elevate, pur restando al di sotto dei limiti di legge, sono state registrate nelle aree a maggiore intensità di traffico dell’agglomerato torinese, in particolare nelle stazioni di Torino Rebaudengo (39), Torino Consolata (35), Settimo Torinese (33), Collegno (31) e Carmagnola (31).

Anche per il particolato PM10 si conferma un andamento positivo, in continuità con la progressiva riduzione osservata negli ultimi anni. Tra i capoluoghi di provincia, le concentrazioni più basse sono state rilevate a Verbania. Nella maggior parte delle stazioni regionali è stata inoltre registrata una marcata diminuzione del numero di superamenti del limite giornaliero di 50 μg/m³ (consentiti fino a 35 giorni l’anno): nel 2025 il valore è stato rispettato in 29 stazioni su 33, contro le 25 del 2024. Le stazioni con criticità si sono dimezzate, passando da 8 a 4, tutte localizzate nell’area torinese.

Nel dettaglio, a Settimo Torinese sono stati registrati 48 superamenti (erano 68 nel 2024), a Torino Rebaudengo 39 (contro 55), e a Vinovo 38 (contro 55). Miglioramenti significativi rispetto al 2024 si rilevano anche a Ivrea (-22 superamenti), Settimo Torinese (-20), Vinovo (-19), Torino Rebaudengo (-16) e Torino Rubino (-10).

“Il 2025 è stato un anno storico – dichiarano il presidente della Regione Alberto Cirio e l’assessore all’Ambiente Matteo Marnati – perché per la prima volta da quando si eseguone le rilevazioni il Piemonte ha rispettato gli attuali limiti di legge per quanto riguarda gli ossidi di azoto, un risultato importante che, unito alla conferma di trend di positiva riduzione delle polveri sottili, conferma l’efficacia delle misure di contenimento degli inquinanti e a tutela della qualità dell’aria. E’ un risultato che consideriamo straordinario e frutto delle giuste politiche regionali che ci hanno consentito, in questi anni, di invertire la rotta di aumento degli inquinanti e raggiungere questo obiettivo. Continueremo con questo metodo e con investimenti importanti per ridurre gli inquinanti e migliorare la qualità dell’aria in Piemonte. Questi risultati, pur se in attesa della validazione finale dei dati, rappresentano un segnale importante e incoraggiano la Regione a continuare con determinazione nel lavoro di monitoraggio dei numeri e di tutela dell’ambiente con misure strutturali e combinate nella convinzione che la qualità dell’aria sia un obiettivo fondamentale da raggiungere con equilibrio, sostenibilità, attenzione alla salute e alle esigenze della comunità».

Claudio Bagnasco, alla libreria La Ciurma il possibile prende forma

Nel cuore di Torino, in via Caprera 20/b, La Ciurma non è soltanto una libreria indipendente: è un presidio culturale, un luogo di resistenza gentile dove i libri diventano occasione di incontro e le parole tornano a circolare dal vivo. Tra scaffali curati e un’atmosfera intima e partecipata, sabato 3 gennaio 2026 lo spazio ha accolto la presentazione di Fare il possibile di Claudio Bagnasco (TerraRossa), in dialogo con Edoardo Ghiglieno, davanti a un pubblico attento, curioso e coinvolto.

Una biografia in frammenti

Fare il possibile si offre al lettore come una costellazione di brevi testi, piccoli “minerali narrativi” che, accostati l’uno all’altro, compongono una biografia scomposta. Trentuno racconti autonomi, ciascuno intitolato con una data, disposti però fuori da ogni ordine cronologico rigido. Non un diario, ma una mappa emotiva e temporale, nata – come racconta l’autore – tra ottobre 2022 e novembre 2023, con vuoti, addensamenti e improvvise accensioni.

Voce, ritmo, visione

Bagnasco definisce il proprio stile come un flusso continuo, sostenuto da un uso quasi “ipertrofico” della virgola accanto al punto: un respiro narrativo che cerca di tenere insieme l’esperienza del vivere, senza mai chiuderla davvero. In alcuni passaggi la scrittura si fa quasi visionaria, come nel racconto dedicato a Matilde, figura intensa e radicale, che durante l’incontro è stata accostata a una scrittura di flusso di coscienza, capace di evocare e destabilizzare.

Tra ironia e ferite, pubblico e privato

Il libro attraversa con naturalezza registri diversi: il comico e il drammatico, l’intimo e il collettivo. Emergono riferimenti cinematografici (Altrimenti ci arrangiamo), musicali (Guccini), ma anche episodi di cronaca recente, come la morte nello stesso giorno di Francesco Nuti e Silvio Berlusconi, osservata attraverso le reazioni contrastanti di una comunità divisa.

Politica, memoria, relazioni

Lo sguardo politico è presente e dichiarato: l’io narrante si riconosce nella sinistra, ma ne mette in discussione automatismi e retoriche, interrogandosi sul rapporto tra militanza, memoria e abitudine. Accanto a questi temi si intrecciano storie sentimentali, come un amore giovanile nato durante l’occupazione di una scuola, segnato da contraddizioni e sorprese.

Al centro, però, resta un’urgenza condivisa: far circolare cultura, tornare ad abitare luoghi fisici come le librerie indipendenti, riprendersi il tempo del confronto e dell’ascolto. In questo senso, La Ciurma non è solo cornice ma parte attiva del racconto: uno spazio che rende possibile ciò che altrove rischia di perdersi.

Per Claudio Bagnasco, “fare il possibile” significa costruire qualcosa che resti, pur nei limiti individuali, senza inseguire l’illusione del tutto. Un gesto minimo ma necessario, che si iscrive in una tradizione narrativa capace di tenere insieme fragilità e resistenza.

Il prossimo appuntamento a La Ciurma è fissato per il 9 gennaio alle ore 18.30, con Paola Barbato, che presenterà il suo libro Cuore capovolto: un nuovo incontro per continuare a fare, insieme, il possibile.

Valeria Rombolà

Pozzo Strada: fiamme al quinto piano, 30enne in ospedale

Scoppia un incendio in un palazzo al quinto piano: 30enne finisce in ospedale. È successo intorno alle 11 di questa mattina in via Monte Ortigara 11, a Pozzo Strada. Sul posto sono intervenuti 4 mezzi dei vigili del fuoco e i soccorritori del 118 Azienda Zero, che hanno trasportato in ospedale una ragazza di 30 anni per accertamenti dopo i fumi inalati.

Secondo le ipotesi, ad innescare il rogo sarebbero state una o più candele accese. Le indagini sulle cause sono ancora in corso. Sul luogo anche la polizia locale.

VI.G

L’eclettismo culturale di Mario Soldati

Il 19 giugno del 1999 Mario Soldati moriva a Tellaro, piccolo borgo marinaro ligure. Nato a Torino nel novembre del 1906, Soldati è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano.

Scrittore, giornalista, regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo, ha contribuito moltissimo alla cultura e al costume italiano. Intellettuale finissimo, regista di autentici capolavori come “Piccolo mondo antico” e “Malombra”, autore di romanzi come “America primo amore”, “Le lettere da Capri” (premio Strega nel 1954), “I racconti del maresciallo”, di reportage famosi come “Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini”, Soldati ha lasciato un segno indelebile con la sua poliedrica attività artistica. Lo storico e saggista Pier Franco Quaglieni, l’ha ricordato con il libro “Mario Soldati. La gioia di vivere”, pubblicato nel ventennale della morte dello scrittore e regista torinese. Un testo di grande interesse aperto da un ampio saggio del direttore del Centro Pannunzio, amico personale di Soldati che fu uno dei fondatori del sodalizio culturale subalpino, presiedendolo per due decenni. Un altro grande amico di Soldati, il novarese Enrico Emanuelli, grande firma de La Stampa e del Corriere della Sera, ne tratteggiò così il profilo: “Soldati è scorbutico. Dicono che spesso lo sia per posa. E’ anche legato ad umori repentini, una cosa gli va o non gli va, un po’ a capriccio. Ma dietro a questi suoi estri, vi è una natura d’uomo indipendente, acuto, pieno di difetti appunto perché ha virtù non comuni”. Il brevissimo racconto che segue ( La camelia di Mario Soldati) è un piccolo omaggio alla sua memoria.

“Mario l’aveva portata da Tellaro a Corconio, dalla frazione più orientale del comune di Lerici, nello spezzino, dove aveva scelto di vivere i suoi ultimi anni, al luogo che, forse, più di altri, aveva lasciato un segno, una traccia indelebile nel suo animo, sulla collina che guarda il lago d’Orta. La “General Coletti” era una camelia bella,forte e rigogliosa, con i suoi grandi fiori doppi, a peonia, rosso ciliegia intenso chiazzato a macchie di un bianco candido, puro. L’aveva curata con le proprie mani, pazientemente, con l’attenzione necessaria che si presta ad una creatura apparentemente fragile e delicata. Così l’aveva portata con sè, sul lago d’Orta. Tornare in quel luogo dove aveva vissuto, con il suo più caro amico, “l’altro Mario”, un lungo momento magico, tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936 quando il destino li appaiò, assecondandoli nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta, si era rivelata una buona idea. Anche portare in dono la camelia agli eredi delle due sorelle Rigotti, l’Angioletta e la Nitti, che all’epoca gestivano l’alberghetto dove dimorarono, era stata un’ottima e gradita intuizione. La locanda non c’era più e il suo posto era stato preso da un’abitazione privata che, però, aveva mantenuto intatta la fisionomia dello stabile. Lì, entrambi, quasi adottati da quella famiglia, misero radici e vissero intere stagioni alloggiando in “una stanza d’angolo, la più bella e più soleggiata dell’albergo, con una finestra a nord e una a ovest”. I ricordi erano come un fiume in piena. Le lunghe chiacchierate davanti al fuoco del camino, mangiando castagne arrosto o bollite, bevendo il vino nuovo nelle ciotole, si accompagnavano alle pagine che vennero scritte, ai libri che presero forma, agli articoli e ai saggi critici che consentirono a entrambi di racimolare il necessario per poter vivere “da scrittori”. L’ambiente circostante si era offerto con generosità ai “due Mario”, Soldati e Bonfantini, ricompensando i loro sguardi con l’intensa bellezza del paesaggio da una sponda del lago all’altra; da Gozzano a Orta, fino ad Omegna e da lì verso Oira, Ronco, Pella e Lagna. Dal balconcino della casa di Corconio, il panorama era rimasto intatto. Mario guardava, ammirato, la camelia dai fiori color panna e fragola. Poi, chiusi gli occhi, annusando l’aria, immaginava i colori del lago. Mario dubitava di potervi tornare. L’età non consentiva grandi progetti e nemmeno di coltivare illusioni. Lo consolava il pensiero che la più bella delle sue camelie potesse rimaner lì, a dimora. Un gesto d’amore di un uomo che in quei luoghi aveva lasciato una parte del suo cuore”.

Marco Travaglini

Aveva violentato ragazzine minorenni in Brasile, arrestato a Cuorgne’

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Un ricercato di 41 anni brasiliano naturalizzato italiano su cui pende una condanna a 20 anni di reclusione inflitta dal Tribunale Penale di San Paolo per il reato di ”stupro di persone vulnerabili”e’ stato arrestato in un centro commerciale a Cuorgne’ dalla polizia di Stato.Ora è  in carcere a Ivrea. Gli  abusi sessuali erano stati commessi in Brasile, dove il latitante aveva approfittato della parentela con i genitori delle vittime che gli avevano affidato le bambine.

La cattura è stata eseguita dalla Squadra Mobile di Torino su segnalazione ed impulso del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia che ha veicolato una richiesta in tal senso dell’Autorità Giudiziaria brasiliana. Sul ricercato pende una condanna a 20 anni di reclusione inflitta dal Tribunale Penale del distretto di San Paolo per il reato di “stupro di persone vulnerabili”.

I continui abusi sessuali – commessi in Brasile – e, nello specifico, tra le mura di abitazioni familiari comuni, si sono protratti per un arco di tempo che va dal 2012 al 2018. L’uomo aveva approfittato del rapporto di parentela con i genitori delle vittime che, in più occasioni, gli avevano affidato le bambine.

La localizzazione del latitante è il risultato di una complessa attività info-investigativa sviluppata nell’ambito del Progetto “Wanted”, promosso e coordinato dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato anche in collaborazione con il Servizio Cooperazione Internazionale di Polizia, che ha visto impegnata la Squadra Mobile di Torino in mirate iniziative di ricerca. Così, all’esito di servizi di pedinamento e appostamento, ottenuta la certezza dell’identità del latitante, nel pomeriggio del 30 dicembre si è deciso di intervenire bloccando l’uomo nel parcheggio di un supermercato nel comune di Cuorgnè (TO).

A seguito dell’arresto, il ricercato è stato accompagnato nel carcere di Ivrea a disposizione della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Torino competente per la prossima procedura estradizionale di consegna al Brasile.

Fuochi fuori controllo ai giardini Alimonda

LA DENUNCIA DI ALESSI (CAPOGRUPPO FDI CIRCOSCRIZIONE 7)

Le bande di ragazzi che “vivono” il Giardino Alimonda continuano oramai da tempo ad accendere il fuoco tra le panchine di legno
Bruciano ogni cosa e i fuochi possono essere pericolosi per loro e non solo, distruggono panche, tavoli, cestini….ogni cosa.
Staccano pezzi o assi delle panchine per bruciarli o solo pe ril gusto di devastarle
Proprio in quel punto del Giardino c’è una telecamera del progetto Argo, ma se pensiamo che nel Giardino Madre Teresa ve ne sono ben 6…..forse servono solo se ci fosse un omicidio.
Gli operatori Amiat al mattino si trovano sempre una situazione inaccettabile e fanno ciò che riescono
Presento un’Interpellanza nel Consiglio della Circoscrizione 7 per chiedere quali risultati ha portato la telecamera e cosa intenda fare l’Amministrazione per migliorare la vivibilità in questo luogo
Non basta un campetto da pallavolo per rendere “vivibili” i Giardini Alimonda e alcuni cittadini volenterosi ma ci vuole la “volontà politica” della Città, non un Sindaco che pensa di risolvere i problemi con Patti tra militanti di Askatasuna!
I cittadini sono esasperati sempre di più nell’indifferenza della Città, come gruppo FdI in Circoscrizione 7 avevamo proposto il Daspo Urbano ma alla Maggioranza in Circoscrizione 7 e Città non interessa e lo hanno bocciato, così non è possibile continuare, la situazione non è più accettabile.
Alle tante parole ci vogliono FATTI per rendere questo pezzo di territorio nuovamente “vivibile”

PATRIZIA ALESSI

Droga in condominio a Moncalieri: arrestati madre e figli

Un continuo via vai un po’ troppo frequente e sospetto nel cortile del palazzo e poi la scoperta: trovati due chili di hashish, un chilo di marijuana e 50 grammi di cocaina, nascosti in una scatola di auricolari Bluetooth. Arrestati madre e figli. È successo a Moncalieri quando i militari hanno avviato i controlli lo scorso 29 dicembre sulla base delle segnalazioni.

Gran parte della droga è stata rinvenuta vicino ai fornelli della cucina e sulla credenza in camera da letto. È stata poi sequestrata assieme a 1200 euro in contanti, provento dello spaccio.

La madre e i figli (di 18 e 21 anni) sono stati condotti nel carcere Lorusso e Cotugno su disposizione del pm della Procura di Torino. Dopo la convalida, la madre è stata rimessa in libertà, mentre i due figli posti ai domiciliari.

VI.G

Conticelli (Pd): “Riportare a casa Trentini”

“Sto seguendo  con attenzione l’evolversi della situazione in Venezuela.
Ci troviamo di fronte all’arresto di un dittatore che gli Usa, un tempo definiti la più grande democrazia al mondo, stanno ora commettendo l’errore di trasformare in un simbolo della libertà del suo popolo.
*Alle notizie che giungono da Oltreoceano si susseguono brevi sprazzi di speranza, misti a preoccupazione, per la sorte del nostro cooperante in Venezuela, Alberto Trentini, detenuto in un carcere di massima sicurezza senza una prova o un’ accusa circostanziata che ne spieghi la prigionia.

“Dopo più di 400 giorni di prigionia , la madre, Armanda Colusso, che già a Natale aveva lanciato l’ennesimo appello affinché il caso di Alberto non cadesse nell’oblio, è tornata a chiedere attenzione e maggiore impegno per la sua liberazione.
Oggi si parla ancora solo di Venezuela, del petrolio e del processo a Maduro ma dal Governo sugli sviluppi in merito al caso Trentini c’è ancora troppo silenzio. Il Consiglio regionale del Piemonte si era espresso con un Ordine del giorno a mia prima firma affinché venisse fatto tutto il possibile perché Trentini venisse riportato a casa. Oggi ancora di più quell’impegno deve essere perseguito in ogni sede, da tutti noi”.
Lo dichiara la Consigliera regionale del Partito democratico Nadia Conticelli 

La rinascita nella musica tra il “prete rosso” e l’allieva

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Primavera”, opera prima di Damiano Michieletto

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ricavandolo dal romanzo “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, vincitore dello Strega nel 2009, Damiano Michieletto, enfant prodige dell’opera lirica per le sue regie (da Pesaro alla Fenice a Berlino, da Salisburgo alla Scala alla Royal Opera House di Londra: nella giornata del 6 febbraio prossimo, nello Stadio di San Siro, sarà lui il Direttore Creativo della Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina), genio e sregolatezza intesa come piena libertà contemporanea nel rendere al pubblico di oggi certi sacrosanti libretti, firma la sua prima prova cinematografica con “Primavera” – se escludiamo il “Gianni Schicchi” presentato quattro anni fa al Torino Film Festival -, con rara importanza e con tempistica consacrazione se, come appare nei titoli, anche la Warner Bros. s’è interessata all’operazione, produttiva e di distribuzione, con buon occhio al mercato estero. Scommettendo persino l’uscita nel giorno di Natale e andando a cozzare per cui nei giganti del divertimento squinternato di Checco Zalone e nella macchina hollywoodiana e fantastica di Cameron con il suo terzo capitolo della saga di “Avatar” e degli uomini Na’vi. Film imperfetto ma colto, dedicato non soltanto allo spettatore musicale, bensì al cinefilo che cerca agganci con titoli del passato, esempio perfetto di passaparola, ricercato ma pronto al vasto pubblico, in sontuosa forma, elegante.

Venezia, 1716, l’Ospedale della Pietà. Colei che è alla guida delle tante ragazze – che le povere madri hanno deposto là, sulla soglia, marchiate sulla caviglia e riunificabili attraverso un’immagine suddivisa à metà e conservata negli annuari del luogo -, scoperta la nascita di una manciata di piccoli gattini, li strappa alla madre, li mette in un sacco e senza una parola li butta nel canale che scorre dinanzi all’ingresso. Perplessità sgomento dolore brividi, ogni sentimento abbraccia le ragazze, vedendo chiaro in quel gesto, simbolicamente, il loro destino di rifiutate. Sanno che da quel luogo potranno uscire un giorno alla richiesta di un matrimonio da parte di un ricco signore, da altri per esse scelto, o in quello stesso luogo coltiveranno una vita, le più dotate, dedita alla musica e al canto. Protette da una grata o da una maschera, unica eccezione ai tanti divieti la presenza di questo o quel potente che si penserà a soddisfare immediatamente, faranno spettacolo per il pubblico elegante, civettuolo, imbellettato, danaroso che all’Ospedale elargirà quattrini a piene mani – “qui si parla solo di soldi”, dirà una ragazza, le relazioni sfociano soltanto in quelli e nient’altro. Alla necessità di un maestro che le guidi con maggior nerbo, torna a frequentare le sale dell’Ospedale Antonio Vivaldi, che ha toccato pressoché i quaranta, di salute malferma ma peraltro deciso a riaffermarsi a seguito di certi incidenti della sorte e deciso a comporre nuovamente; anche incrociando gli sguardi di Cecilia, ventenne, di cui vede immediatamente il grande talento nel ricavare suoni dal suo violino: ragazza solitaria, che aspira a una indipendenza in un secolo che quella indipendenza non accetta, che con amarezza rivive l’abbandono di una madre da sempre sconosciuta a cui, nel buio della notte, continua a rivolgere lettere, prontamente nascoste ai piedi di un altare, che sa benissimo non potranno avere mai risposta. S’instaura tra maestro e allieva, con il passare dei mesi, al di là di una raffrenata quanto sotterranea simpatia, una solida ragnatela d’affinità elettive, d’ammaestramenti che trovano immediate rispondenze, di reciproche soddisfazioni. Sino alle note della “Juditha Triumphans”, sino alle note del capolavoro vivaldiano (già in precedenza “contaminato” dagli apporti musicali di Fabio Massimo Capogrosso) toccato soltanto in quelle della “Primavera”, sino al precipitare degli eventi, ma anche alla fuga di Cecilia che sarà capace d’abbandonare la scena e lo spettatore con un liberatorio sorriso.

Imperfetto, dicevo: nella scrittura (Michieletto ha avuto la collaborazione di Ludovica Rampoldi, anche lei di recente di un’opera prima in veste di regista, “Breve storia d’amore”), nella volontà di ricreare non l’ambiente ma lo spessore dei personaggi, nella troppa linearità a tratti del racconto, mancando di quell’incisività, di uno scavo maggiore che gli avremmo voluto vedere: gli accenni, come quelli che affiorano attorno al personaggio della superiora (seppur ci sia di mezzo la sempre intensa Cecilia Sacchi), avrebbero dovuto trovare più “corpo” per dar vita a una storia “al femminile” che non apparisse qua e là sbiadita, che desse maggior spazio alla disubbidienza e alla rivincita, allo sguardo obliquo sul potere, sul sovvertimento delle regole. Laddove suppliscono le buone prove degli attori, Tecla Insolia, rivelazione e raccoglitrice di successi e di premi per “L’arte della gioia” di Valeria Golino, qui fragile e battagliera al tempo stesso, ribelle e capace d’incassare le tante prove, e soprattutto Michele Riondino, che mostra tutta la debolezza fisica e non soltanto del suo “prete rosso”, lui sì capace di irrobustire con mezzi personali quegli accenni di cui sopra che fanno crescere un personaggio.

Per cui “Primavera” si fa davvero apprezzare, in primo luogo, per quanto di tecnico lo compone. Il montaggio di Walter Fasano, le scenografie di Gaspare De Pasquali a rappresentare gli ambienti bui e soffocanti che soltanto la musica può aprire e lasciar respirare, i costumi bellissimi e importanti di Maria Rita Barbera (cresciuta con Mazzacurati e Moretti, Luchetti e Giordana), quelle divise rosse che astraggono le allieve dal grigio della scuola, la fotografia soprattutto di Daria D’Antonio, abituale collaboratrice di Sorrentino (sino alla “Grazia” di prossima uscita), un gioco perfetto di luci e di ombre, di chiarori improvvisi, certe finestre di sapore caravaggesco e certe candele che rischiarano e che t’accompagnano nella memoria al “Barry Lyndon” di Kubrick.