ilTorinese

Smart working: diavolo o acqua santa?

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SOCIOGRAFIA  LETTERE DAL PRESENTE

Lo smart working, italianizzato in lavoro agile, ha avuto il suo esordio durante il lockdown.

Aziende che, nel giro di pochissimi giorni, hanno dovuto realizzare piattaforme in grado di consentire il collegamento alle loro VPN (reti private virtuali) alle centinaia, quando non migliaia, di propri dipendenti. Fu, com’è facile comprendere, una necessità; l’alternativa sarebbe stata chiudere l’azienda, con tutto ciò che avrebbe comportato.

Visto il (relativo) successo, tale istituto rimase anche dopo la cessata emergenza, consentendo alle persone di collegarsi anche dalla seconda casa, andare in ferie senza segnare ferie (a condizione di collegarsi), risparmiare carburante e tangenziale, stress, ore fuori casa ecc. ecc.

Ovviamente c’è sempre un rovescio della medaglia.

Dal punto di vista della persona, del dipendente il lato negativo dello SW è l’allontanamento dall’azienda, dai colleghi; non è solo un problema di affettività, di relazioni sociali piacevoli o affettive ma anche di aziendalismo. Non entrare in azienda tutti i giorni, non vedere i colleghi magari per mesi (se i giorni di presenza non coincidono), non recarsi in mensa, non vedere loghi e colori aziendali alla lunga tende a staccare affettivamente una persona dal suo datore di lavoro.

Per le aziende l’aspetto è duplice, antitetico: senza i dipendenti sotto gli occhi, si perde il controllo su di essi; la Legge 300/70 (Statuto dei lavoratori) vieta espressamente il controllo a distanza dei lavoratori. Il datore, cioè, può verificare se il lavoratore si sia collegato alla rete aziendale, ovviamente se abbia prodotto dei report, ma non può sapere se oltre al pc sia acceso anche il cervello del dipendente. Per contro, vantaggio per l’azienda, isolati così i dipendenti sono meno reattivi, meno forti contro l’azienda e, dunque, meno portati ad avanzare rivendicazioni, Una forma contrattualizzata di “divide et impera”.

Poiché nella nostra società occidentale è sempre il denaro (e chi lo possiede) a decidere, ecco che alcune aziende, già da alcuni anni, hanno fatto marcia indietro abrogando lo statuto dello SW dai loro contratti, indipendentemente da ciò che ne pensino i lavoratori.

Sicuramente, almeno per tutte le persone che conosco io, lo SW ha comportato più ore collegati rispetto ad una presenza fisica, “tanto sono qui”, “così controllo se arriva qualche mail” o motivazioni simili.

Quello che forse in Italia non molti possedono è l’onesta di erogare, in SW come in presenza, la stessa durata e qualità di servizio, cosicché il datore di lavoro non debba rimpiangere la presenza fisica. Di sicuro i colleghi sono tali, non sono amici, per cui fuori dalle mura aziendali siamo tanti soggetti singoli non in grado di far valere le proprie ragioni, i propri diritti.

Chissà perché siamo campioni del mondo nell’avanzare pretese, olimpionici di lancio della critica e sollevamento della polemica, ma non sappiamo confrontarci costruttivamente per avanzare proposte e, parimenti, richieste.

Se andassimo a scuola dai cugini d’oltralpe?

Sicuramente abbiamo tanto da imparare.

Sergio Motta

Con vero piacere ho accolto l’offerta del Direttore di avere una mia rubrica che ospiti i miei articoli. Dopo oltre 4 anni, l’appuntamento settimanale con iltorinese.ité diventato un motivo di orgoglio, oltre che un piacere.Ringrazio, perció, il Direttore e la redazione tutta promettendo che continueró ad impegnarmi, come ho fatto finora. 

Sergio Motta

Onore al “Forte di Bard”!

All’antica “Fortezza” sabauda, oggi “Polo Culturale” di eccellenza delle Alpi Occidentali, è andata una gradita “menzione speciale” al “Premio Spina 2026”

Bard (Aosta)

Giunto alla sua nona edizione, il celebre “Premio Gianluca Spina”, promosso dall’“Osservatorio Innovazione Digitale per la Cultura del Politecnico di Milano” e dedicato all’illustre accademico, ingegnere e professore ordinario di “Gestione Aziendale” all’Ateneo milanese, tragicamente scomparso (vittima di una valanga) nel febbraio 2015 a soli 51 anni, ha riconosciuto, quest’anno una “menzione speciale” al valdostano “Forte di Bard” per il Progetto di riallestimento del Museo “Le Alpi dei Ragazzi”, progettato dallo studio multidisciplinare “WAU Architetti” (via Po 1, Torino), specializzato nell’integrazione di “architettura”, “design”, “urbanistica” e “ingegneria”.

A ricevere il prestigioso riconoscimento, assegnato alle “Istituzioni Culturali Italiane” che abbiano realizzato progetti significativi di “innovazione digitale”, “accessibilità” e “sostenibilità”, sono state Ornella Badery, presidente del “Forte di Bard” e Cristina Carla Maria Bardelli, architetto dello stesso studio “Wau”. La “menzione speciale”, la cui consegna è avvenuta martedì 9 giugno scorso nel corso del convegno dell’Osservatorio dal titolo “Innovazione nella Cultura tra passato e futuro” (tenutosi al “Campus Bovisa” del Politecnico milanese) è stata ottenuta con la seguente motivazione: “Per aver utilizzato il gioco come strumento di apprendimento, facendo uso di elementi sensoriali e dell’immersività per stimolare l’immedesimazione e l’apprendimento attivo tramite la partecipazione e semplificando temi complessi, senza perdere l’impatto del contenuto”.

Particolarmente soddisfatte la presidente Ornella Badery e Cristina Carla Maria Bardelli, Fondatrice e Presidente di “WAU Architetti”“Siamo lieti per questo risultato – commenta la prima – che premia l’impegno profuso dal ‘Forte di Bard’ nel progressivo processo di rinnovamento dei propri spazi museali. Il compito del ‘Forte’ è quello di raccontare la montagna nella sua complessità e le diverse sfide che la attendono e nel farlo è importante attualizzare i contenuti e i linguaggi guardando alle nuove tecnologie e a soluzioni tecnologiche ed allestitive sempre più inclusive”.

Parole cui s’aggiungono quelle, altrettanto entusiaste, di Cristina Carla Maria Bardelli“La menzione speciale del ‘Premio Gianluca Spina 2026’ rappresenta per ‘WAU Architetti’ un riconoscimento di grande valore: il progetto di riallestimento del ‘Museo Le Alpi dei Ragazzi’ nasce dalla volontà di rendere il patrimonio culturale accessibile, coinvolgente e vicino alle nuove generazioni, utilizzando il gioco come strumento di apprendimento e scoperta. Questa menzione conferma l’importanza di un approccio che mette al centro le persone, incoraggiandoci a proseguire nella progettazione di luoghi culturali capaci di coinvolgere, educare e ispirare, favorendo l’inclusione e la partecipazione con linguaggi e strumenti innovativi”.

Fondato a Torino nel 2012 da Cristina BardelliMarco MancusoPaolo Massa Bovat Paolo Nomis, lo “Studio WAU” (acronimo di “World Around Us – Il mondo che ci circonda”) opera, dal 2021, come “Società di ingegneria” con la costituzione di “WAU Architetti Srl SDI”. L’attività di “WAU Architetti” si concentra su progettazione, restauro, allestimenti, rigenerazione urbana e pianificazione, con particolare attenzione al “patrimonio storico e paesaggistico”, affiancando pur anche committenze pubbliche e private nella gestione di interventi complessi, inclusi beni “sottoposti a tutela” e “programmi finanziati” attraverso bandi regionali, nazionali ed europei. In continuità con questo percorso, dal 2025 “WAU Architetti” fonda “As Built”, società torinese dedicata alla “valorizzazione immobiliare” e agli “investimenti architettonici”, che consente di integrare progettazione e sviluppo, potenziando l’indipendenza creativa dello Studio. Tra i principali interventi si distinguono oltre al riallestimento multisensoriale del Museo “Le Alpi dei Ragazzi” al Forte di Bard, il “Courmayeur Climate Hub”, restituito alla comunità mediante la rigenerazione culturale e sociale dei borghi storici, e l’intervento di riqualificazione urbana di “San Girolamo di Este”, in Veneto. A Torino, “WAU” ha curato, tra gli altri, il restauro dell’“Isolato di Sant’Apollonia” in Piazza Castello, per la “Banca d’Italia” i progetti di restauro e manutenzione e, a Moncalieri, la progettazione bioclimatica della settecentesca “Villa Pininfarina”.

g.m.

Nelle foto: Cristina Carla Maria Bardelli e Ornella Badery al “Premio Spina”; Jean-Claude Chinceré “Archivi Forte di Bard”

Metropolitana di Torino, servizio garantito per tutta l’estate

 INTERVENTI DI MANUTENZIONE PIANIFICATI NEI GIORNI DI MINORE AFFLUENZA 

  • Lavori concentrati nelle sole mattinate di sei domeniche e l’intera giornata del 9 agosto
  • Attivo un servizio di bus sostitutivi (linea M1S)

 

La metropolitana di Torino garantirà il regolare servizio per tutta l’estate, compreso il mese di agosto. Per proseguire i necessari interventi di manutenzione straordinaria e aggiornamento tecnologico, riducendo al minimo l’impatto sui passeggeri, GTT in accordo con la Città, ha infatti definito un calendario di chiusure programmate esclusivamente nei giorni e nelle fasce orarie in cui la richiesta di trasporto è tradizionalmente più bassa.

Gli interventi – che riguarderanno il rinnovo dei server centrali, l’aggiornamento degli apparati della rete di comunicazione e la manutenzione della via di corsa – si svolgeranno secondo una programmazione già stabilita, che concentra i lavori nelle sole mattinate di alcune domeniche estive, con un’unica giornata di chiusura totale domenica 9 agosto. Nelle tratte e negli orari di volta in volta interessati dai lavori la continuità del viaggio sarà garantita dai bus sostitutivi della linea M1S.

GTT invita l’utenza a pianificare i propri spostamenti tenendo conto delle modifiche e a consultare gli avvisi in tempo reale sui canali ufficiali.

Di seguito il dettaglio del calendario dei lavori e delle relative tratte gestite con bus sostitutivi. 

Calendario delle modifiche al servizio (domeniche)

I treni della metropolitana seguiranno una programmazione ridotta nelle fasce orarie indicate; il resto della linea funzionerà regolarmente.

  • 14 giugno (ore 7.00 – 12.00) e 28 giugno (ore 7.00 – 12.00): servizio metro attivo solo tra Porta Nuova e Bengasi. Nella tratta Fermi – Porta Nuova il servizio sarà garantito da bus sostitutivo
  • 12 luglio (ore 7.00 – 12.00) e 19 luglio (ore 7.00 – 12.00): servizio metro attivo solo tra Fermi e Bernini. Nella tratta Bernini – Bengasi il servizio sarà garantito da bus sostitutivo
  • 2 agosto (ore 7.00 – 12.00): Servizio metro attivo solo tra Bernini e Bengasi. Nella tratta Fermi – Bernini il servizio sarà garantito da bus sostitutivo
  • 9 agosto (intera giornata): Il servizio passeggeri della metropolitana sarà completamente sospeso sull’intera tratta Fermi – Bengasi. Il servizio sarà interamente garantito da bus sostitutivi

In caso di conclusione anticipata dei lavori nelle singole giornate, il servizio della metropolitana verrà ripristinato immediatamente e comunicato in tempo reale sui canali ufficiali GTT.

Prima giornata di lavori – Domenica 14 giugno (ore 7.00 – 12.00)

Dettaglio del percorso e delle fermate della linea bus M1S per la tratta Fermi – Porta Nuova 

PERCORSI

 

  • Direzione Porta Nuova FS (Torino): dal capolinea di Collegno (fermata n. 3709 – “Fermi Cap.”) prosegue per via De Amicis, via Richard Oriente, via Vittorio Sassi, corso Fratelli Cervi, via De Amicis, via Magenta, corso Francia, corso Francia (Torino), piazza Massaua, corso Francia, piazza Rivoli, corso Francia, piazza Bernini, corso Francia, piazza Statuto, corso San Martino, piazza XVIII Dicembre, corso Bolzano, ponte Europa, corso Inghilterra, corso Vittorio Emanuele II, largo Vittorio Emanuele II, corso Vittorio Emanuele II (Porta Nuova FS).
  • Direzione Fermi (Collegno): da corso Vittorio Emanuele II (Porta Nuova FS) prosegue per corso Vinzaglio, corso Matteotti, corso Bolzano, piazza XVIII Dicembre, corso San Martino, piazza Statuto, corso Francia, piazza Bernini, corso Francia, piazza Rivoli, corso Francia, piazza Massaua, corso Francia (Collegno), via De Amicis dove, dopo la fermata n. 844 – “Fermi”, effettua capolinea presso la banchina della carreggiata centrale (di fronte al capolinea della linea CP1) alla fermata n. 3709 – “Fermi Cap”.

FERMATE LINEA BUS SOSTITUTIVA M1S

 

Direzione PORTA NUOVA

Direzione VIA DE AMICIS (Fermi)

 

3709 – FERMI CAP.

2699 – FERMI SUD

851 – PARADISO

965 – MARCHE

2654 – MASSAUA OVEST

12 – POZZO STRADA

959 – MONTE GRAPPA

13 – RIVOLI

955 – RACCONIGI

17 – BERNINI OVEST

1072 – PRINCIPI D’ACAJA

1298 – XVIII DICEMBRE

1300 – PORTA SUSA

561 – VINZAGLIO

35 – RE UMBERTO

39 – PORTA NUOVA

40 – PORTA NUOVA

36 – RE UMBERTO

32 – VITTORIO EMANUELE II

3576 – PORTA SUSA SUD

1411 – XVIII DICEMBRE

1082 – PRINCIPI D’ACAJA

18 – BERNINI EST

954 – RACCONIGI

956 – RIVOLI

958 – MONTE GRAPPA

960 – POZZO STRADA

Schiacciato dal trattore: muore 82enne

È rimasto travolto da un trattore mentre lo stava usando: 82enne perde la vita. L’incidente si è verificato a Brandizzo nella zona agricola di Cascina Bologna.

Il pensionato è stato schiacciato dal mezzo agricolo in funzione ed è deceduto a seguito dei traumi riportati. Sul posto sono giunti  immediatamente i soccorsi del 118 Azienda Zero, che hanno potuto soltanto constatare il decesso della vittima.

I vigili del fuoco hanno messo in sicurezza l’area. Sul luogo, presenti anche i carabinieri di Chivasso e gli ispettori dello Spresal dell’Asl To4 per gli accertamenti sulle cause dell’accaduto.

VI.G

A Davide Sgambaro il “Premio Matteo Olivero”

Con l’opera site-specific “Infinite fall (floating)”, è il giovane artista patavino ad aggiudicarsi a Saluzzo la 48^ edizione del Premio

Inaugurazione giovedì 18 giugno, ore 11,30

Saluzzo (Cuneo)

Il senso (proprio come suggerisce il titolo) è quello di una “caduta infinita (fluttuante)”, di un precipitare eterno senza meta d’arrivo, “simbolo di una società contemporanea condannata a vivere in perenne bilico”“Infinite fall (floating)”, l’opera site-specific realizzata dall’artista Davide Sgambaro (nato a Cittadella – Padova nel 1989, oggi residente a Torino) e vincitrice della 48^ edizione del “Premio Matteo Olivero” – tenuto dal 2018 nell’ex Capitale dell’antico “Marchesato” in memoria del grande, troppo trascurato, artista saluzzese tra i maggiori esponenti del Divisionismo – sarà inaugurata giovedì 18 giugnoalle 11,30, presso la “Piscina Comunale” di corso Aldo Moro, spazio cittadino fortemente vissuto e partecipato, con l’intento di portare l’arte (secondo gli obiettivi fondamentali dello stesso “Premio”) nella quotidianità, a stretto contatto con il più vario e vasto pubblico. Principio, del resto, che ha fatto dell’evento, nell’ambito della rassegna “START/storia e arte – Saluzzo”, sotto la direzione artistica di Stefano Raimondi – e promosso dalla “Fondazione Amleto Bertoni”, dal “Comune di Saluzzo” e “The Blank Contemporary Art” – un prezioso modello di “valorizzazione territoriale” attraverso l’arte contemporanea.

L’opera del giovane Sgambaro (installata sul fondo della Piscina) prende le mosse dall’iconico e tristemente famoso scatto fotografico “The falling man” (“L’uomo che cade”) realizzato dal fotoreporter americano dell’“Associated Press” Richard Drew l’11 settembre 2001 e immagine simbolo, la più potente e controversa, dell’indimenticata tragedia delle “Torri Gemelle”. L’immagine, accusata di essere offensiva e voyeuristica tanto da essere ritirata, infatti, dalla circolazione pubblica per molti anni, immortala una delle 200 persone che, intrappolate nei piani superiori del “World Trade Center”, scelsero di lanciarsi nel vuoto piuttosto che morire arse vive: “simbolo estremo dell’assenza di scampo”. Curiosa particolarità: nell’estremo caos della tragedia, ad essere notata è stata la posizione dell’uomo che cade perfettamente allineato alle linee verticali dell’edificio. Postura che ha spinto molti a interpretare lo scatto non come “immagine di morte”, ma come “metafora di dignità, controllo e sfida di fronte all’inevitabile”.

Dichiara, in proposito, lo stesso Sgambaro: “Ragionando su quell’immagine oramai storica, ho immediatamente pensato alla normalizzazione collettiva dell’attesa nel rapporto antitetico tra uso del potere capitalista e sopravvivenza precaria”. In tal senso, e attraverso la rapida, flessibile lievità di segni informali che prendono corpo attraverso materiali leggeri e sagomati ad uso immaginifico e visionario, Sgambaro (aiutato dall’illustratrice Viola Mancini) pare volerci restituire un’idea di “leggerezza confortante”, anche davanti all’inevitabile realtà di un corpo prossimo ad impattare al suolo. “Le opere di Sgambaro – è stato a ragione scritto – sono sculture minime … in cui si respira l’atmosfera di una festa finita, la precarietà dei materiali fragili, il senso di un tempo perso. Il sabotaggio dell’imperativo positivista della società, rappresentato dall’emblematica ‘emoji’ sorridente, spesso presente nelle opere di Sgambaro, ha però il sapore di un atto liberatorio, di uno smascheramento reazionario”. La quotidiana realtà é per lui, aggiungiamo, un atto dovuto, una recita a caduta libera, nell’imbuto di “nuvole” apparentemente sorridenti, compiuta con un tal senso di leggerezza capace di apprezzare perfino l’infinita discesa in gorghi esistenziali inaccettabili, se non con l’aiuto di una pace dignitosa e un senso di pacata attesa che ha il sapore sospeso dell’eternità.

Esiste dunque un nesso profondo tra l’operare “contemporaneo” di Davide Sgambaro e la vita quotidiana. Ed “è proprio questa capacità – sottolinea Stefano Raimondi – di generare relazione che rende il lavoro di Sgambaro particolarmente significativo per il ‘Premio Olivero’: un’opera che nasce dalla comunità, maturata durante una residenza dell’artista, e che alla comunità ritorna, ampliando il senso di appartenenza e di partecipazione culturale”.

L’installazione di Davide Sgambaro entra, così, a far parte di un percorso di “valorizzazione del territorio” che mira a creare un dialogo serrato tra la comunità e i linguaggi dell’“arte contemporanea”. E il Comune di Saluzzo prosegue, in tal modo e proprio attraverso l’annuale realizzazione del “Premio Matteo Olivero”, nel suo progetto di costruzione di una “Collezione d’Arte Pubblica” che conta già interventi di artisti di conclamata fama internazionale.

Gianni Milani

Nelle foto: Davide Sgambaro “Infinite fall (floating)”; Davide Sgambaro

Quelle montagne … così com’erano

Una mostra al sabaudo “Forte di Bard” per raccontare le “metamorfosi” del paesaggio alpino in oltre un secolo di storia

Fino a domenica 1° novembre

Bard (Aosta)

Dalla “Veduta della ghiacciaia della Brenva dietro il Monte Bianco” (olio su tela, 1825-’27) a firma del “regio pittore in paesaggi e boscareccie”, il “vedutista” Angelo Antonio Cignaroli (Torino 1761 – 1841), per passare ai circa 4.500 metri di altitudine della magnifica candida e innevata (allora sì!) “estrema punta piramidale” de “Il Cervino”, opera del “peintre – alpinista” Angelo Abrate (Torino 1900 – Sallanches, 1985), cui si devono anche centinaia di dipinti raffiguranti il “Monte Bianco” – suo incontestabile cavallo di battaglia – spesso realizzati direttamente in quota, fino (solo per citarne alcuni) al “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela del 1930 ca. del bolognese, torinese di adozione, Giuseppe Gheduzzi, scuola all’“Accademia Albertina” di Torino e collaboratore del padre Ugo nella realizzazione delle scenografie del subalpino “Teatro Regio”  o, facendo un passo indietro, alla minuta, rigorosa ma di Anonimo “Caccia del re Vittorio Emanuele II di Savoia in Val Salvaranche” (1860 ca.): sono oltre 70 (tra le 400 e passa individuate ed appartenenti ad istituzioni pubbliche e a privati collezionisti), articolate in sei sezioni, le opere stilisticamente eterogenee e “racconto corale del mondo alpino” – dai dipinti ai disegni ai manifesti – raccolte nella generosa e suggestiva rassegna “Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”, inaugurata nei giorni scorsi al “Forte di Bard” e lì ospitata, negli alloggiamenti del “Museo delle Alpi” fino a domenica 1° novembre.

Curata da Aldo Audisio e promossa nell’ambito del progetto “DAHU – Développement et Adaptation des occupations Humaines en montagne” (che coinvolge la “Regione autonoma Valle d’Aosta”, il “Comune di Issime”, il “Forte di Bard”, il “Dipartimento dell’Alta Savoia” e la “Comunità dei Comuni della Valle di Chamonix Mont-Blanc”), l’iniziativa “declina le finalità sotto il profilo artistico esplorando, invece, l’evoluzione del paesaggio montano tra la fine del XVIII e la metà del XX secolo, offrendo una visione arricchita da un approccio scientifico che spazia dalla storia dell’arte all’archeologia”. Il tutto sul lungo filo di una ricerca e di una narrazione espositiva, studiata ad hoc, frutto di una pluralità di sguardi – di artisti, scienziati e alpinisti – cha va, a grandi balzi, dalle iconografie legate alla vita pastorale e agli elementi naturali, fino alle nuove forme di “antropizzazione” legate al turismo e agli sport invernali, “evidenziando i profondi mutamenti climatici e paesaggistici avvenuti nel corso dei decenni”. Tema, per altro, al centro delle attenzioni del “Forte” valdostano già nell’arco degli ultimi anni (ancora in corso, fino al 27 settembre in proposito, e proprio incentrata sul drammatico argomento in questione, la mostra fotografica “Ghiacciai” del grande reporter brasiliano Sebastião Salgado“attraverso progettualità che hanno avuto l’ambizione di contribuire alla diffusione della conoscenza e della comprensione di quanto sia fragile il mondo della montagna e di quanto sia importante approfondirne la conoscenza”. Parole della Presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery, che aggiunge: “La mostra è il risultato di una poderosa ricerca condotta negli archivi pubblici e privati della Valle d’Aosta e della Valle di Chamonix e dimostra proprio come l’evoluzione del paesaggio delle terre alte si sia realizzata nel corso dei secoli e come i cambiamenti siano stati influenzati (‘troppo spesso negativamente’ aggiungiamo noi) dalla presenza dell’uomo”.

“Chi come noi – spiega, da parte sua, l’Assessore regionale all’‘Istruzione, Cultura e Politiche Identitarie’, Erik Lavevaz – ha a cuore il futuro della Valle d’Aosta, intesa tanto come territorio quanto come comunità, non può non interrogarsi sul futuro dell’ambiente alpino provando ad allontanarsi dalla retorica e dagli allarmismi, ma sviluppando una coscienza che ancora può essere autentica. Queste terre sono chiaramente un laboratorio a cielo aperto in cui la cultura non è un orpello intellettuale, ma un modo fondamentale per comprendere noi stessi e proiettarci in avanti”. Oggi più che mai. Sulla scia di quanto “auspicato” dal celeberrimo Manifesto (presente in mostra) “Val d’Aosta. Sport invernali” disegnato attorno al 1940 dal noto disegnatore barese Gino Boccasile (Bari, 1901 – Milano, 1952), inneggiante, pur negli anni bui dell’inizio della Secondo conflitto Mondiale, alla montagna come “meta glamour e accessibile”, luogo di divertimento, sport, gioia e incontro per tutti. Anche attraverso il sorriso radioso di una smagliante figura femminile (un “classico” del Boccasile) icona ideale di uno stile di vita che ha cavalcato i tempi. E messo oggi seriamente a rischio!

Gianni Milani

“Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 1° novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Angelo Abrate “Il Cervino”, olio su tela, 1934; Giuseppe Gheduzzi “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela, 1930 ca.; Gino Boccasile “Val d’Aosta. Sport invernali”, Offset a colori su carta, 1940

Biraghi Gelato, una tappa golosa nel cuore di Torino

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SCOPRI – TO  ALLA SCOPERTA DI TORINO

Chi passeggia nel centro di Torino non puó non notare il punto vendita Biraghi, diventato negli anni una delle soste preferite per chi desidera concedersi una pausa all’insegna della qualità. Situato in una delle zone più frequentate della città, il negozio richiama ogni giorno torinesi e visitatori attratti non solo dai prodotti storici del marchio, ma anche dalla proposta dedicata al gelato.

Il punto vendita del centro cittadino rappresenta infatti un’estensione naturale della filosofia Biraghi, azienda piemontese che ha costruito la propria identità valorizzando il latte e le eccellenze del territorio. Una tradizione che si ritrova anche nelle coppe e nei coni serviti ogni giorno, preparati con particolare attenzione alla qualità delle materie prime.

Un gelato che racconta il territorio

Il legame con il Piemonte emerge nei sapori e nella scelta degli ingredienti. Accanto ai gusti più amati dal grande pubblico trovano spazio proposte che richiamano la storia e la cultura gastronomica regionale. Il risultato è un gelato dal gusto autentico, capace di conquistare sia chi cerca i sapori della tradizione sia chi desidera provare qualcosa di diverso.

L’esperienza Biraghi oltre il gelato

Entrare da Biraghi significa anche scoprire una realtà che da decenni rappresenta una delle eccellenze agroalimentari piemontesi. Il marchio è conosciuto in tutta Italia per i suoi formaggi e per l’attenzione alla filiera produttiva, valori che vengono trasferiti anche alla proposta dedicata al gelato. Un approccio che punta sulla qualità senza rinunciare alla semplicità.

Un punto di riferimento per cittadini e turisti

Nel panorama delle gelaterie torinesi, Biraghi si è ritagliata uno spazio particolare grazie alla sua capacità di unire tradizione, innovazione e forte identità territoriale. Per molti turisti rappresenta una scoperta durante una visita in città, mentre per tanti torinesi è ormai un appuntamento abituale. Un piccolo momento di gusto che racconta, attraverso ogni assaggio, una parte della storia gastronomica del Piemonte.

A rendere speciale l’esperienza è anche l’atmosfera del punto vendita, che riesce a trasmettere il legame tra il marchio e il territorio piemontese. Nei mesi più caldi il gelato diventa una delle scelte più apprezzate da chi visita il centro storico, trasformandosi in una piacevole pausa tra una visita ai monumenti e una passeggiata sotto i portici. Un successo che conferma come qualità, tradizione e attenzione al cliente continuino a rappresentare gli ingredienti principali di una realtà capace di rinnovarsi senza perdere la propria identità.

NOEMI GARIANO

Torino, una “primavera” di opportunità per bambine e bambini da 0 a 6 anni e famiglie

Da Fondazione Compagnia di San Paolo e Città

 

Aperte le Linee Guida della Fondazione “06 – Alleanze ad Alta Intensità Educativa” di Città dell’Educazione e chiuso il termine per le domande per il nuovo appalto della Città di Torino per i servizi 0-6, nel quadro del rafforzamento di un sistema educativo integrato, inclusivo e di qualità

Lo scorso 21 aprile, la Fondazione Compagnia di San Paolo ha pubblicato le Linee Guida 06 – Alleanze ad Alta Intensità Educativa. Le Linee Guida sostengono azioni rivolte a bambine e bambini di Torino da 0 a 6 anni e alle loro famiglie e si inseriscono nell’ambito di Città dell’Educazione, l’iniziativa pluriennale lanciata dalla Fondazione insieme alla Città di Torino, con l’obiettivo di rafforzare le opportunità educative rivolte alle giovanissime e giovani generazioni.

Tra le diverse misure realizzate nel quadro del sistema integrato 0-6 dalla Città di Torino, si è da poco chiuso il termine per la presentazione delle domande per la procedura d’appalto per i servizi di nido d’infanzia e servizi integrativi, espressione concreta dell’attenzione che l’Amministrazione comunale riserva alla fascia 0-6 anni.

In linea con i più recenti orientamenti europei, la Città promuove un modello educativo che mette al centro il benessere delle bambine e dei bambini, riconosciuti come soggetti attivi e titolari di diritti, e orienta l’intero sistema verso qualità, inclusione e pari opportunità. I progetti presentati nell’ambito del nuovo appalto dovranno inserirsi pienamente in questa visione, contribuendo allo sviluppo di un sistema educativo integrato, inclusivo e di qualità, anche nel solco della consolidata collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, partner strategico nella costruzione e nel rafforzamento delle politiche educative cittadine.

Accanto a questo intervento, la Città di Torino è inoltre impegnata nel consolidamento del sistema integrato 0-6 anni attraverso una pluralità di azioni complementari. Tra queste la progettazione di strumenti digitali per facilitare l’orientamento delle famiglie ai servizi 0-6 anni e favorire l’accesso alle opportunità educative; il rafforzamento delle competenze professionali attraverso il Patto formativo e il Piano formativo 2025-2027 nell’ambito anche del Coordinamento Pedagogico Territoriale. Un insieme di interventi che contribuisce alla costruzione di un ecosistema educativo sempre più integrato, inclusivo e orientato al benessere e alla crescita armonica di tutte le bambine e i bambini.

Nell’ambito di Città dell’Educazione e dei servizi ad alta intensità educativa, Città di Torino e Fondazione Compagnia di San Paolo stanno inoltre già collaborando – insieme a enti del terzo settore – all’implementazione di cinque Eduteche. Da diversi mesi sono attivi questi poli di servizi, risultato di un articolato percorso di coprogettazione tra Città, Fondazione, Enti del Terzo Settore e ASL Torino, pensati per ampliare e rendere più prossime le opportunità educative, favorendo l’accesso anche delle famiglie più distanti dai servizi. In questi spazi, pensati a misura di bambino, altamente inclusivi e aperti al protagonismo delle famiglie, bambini e bambine, famiglie e in generale tutta la comunità possono fare buoni incontri tra pari età e con adulti significativi, avere esperienze educative, di crescita, cura e promozione del benessere. A questo processo hanno inoltre preso parte, in una logica di rete, i numerosi soggetti che operano nei territori in cui sono presenti le eduteche, contribuendo alla realizzazione di un ecosistema educativo sempre più integrato.

“Contribuire a rendere i servizi per l’infanzia sempre più attenti a operare in modo coordinato, secondo un approccio olistico e concorrere ad assicurare servizi e opportunità educative di qualità accessibili per tutti i bambini e le famiglie è fondamentale per assicurare fin dai primi anni il diritto all’educazione e cura per tutti e tutte. La Fondazione Compagnia di San Paolo è impegnata da tempo, in primis attraverso l’iniziativa Città dell’Educazione, nel promuovere benessere, inclusione e pari opportunità educative per bambini e bambine da 0 a 6 anni. Le Linee Guida che presentiamo oggi rappresentano un nuovo passo concreto, fortemente innovativo, in questo impegno”, dichiara Alberto Anfossi, Segretario Generale della Fondazione Compagnia di San Paolo.

“La Città di Torino intende rafforzare progressivamente il sistema 0-6 per renderlo sempre più integrato, inclusivo e in grado di rispondere alle necessità delle bambine, dei bambini e delle loro famiglie. La collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo rappresenta in questo percorso un valore aggiunto fondamentale, che ci consente di intercettare i bisogni fondamentali delle famiglie e di ragionare insieme per trovare le soluzioni più adeguate, ampliando le opportunità educative. Il nostro obiettivo è continuare a lavorare per un ecosistema educativo diffuso, accessibile e di qualità, in cui ogni bambino e ogni bambina possa crescere, sviluppare le proprie potenzialità e sentirsi parte della comunità“, dichiara Carlotta Salerno, assessora alle Politiche educative della Città di Torino.

TorinoClick

Di motori non ne capisce niente…

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Armando Belletti, per ragioni di lavoro, si trovò costretto a vivere in città per buona parte della settimana.

Non che Pavia fosse una gran metropoli ma era ben altra cosa dalla quieta e sonnecchiosa Borgolavezzaro.

Smog, traffico, ritmi caotici e stressanti lo inducevano quanto prima a fuggir via lontano da quel trambusto. Con la sua utilitaria, sbrigati gli impegni, s’avviava verso la periferia e, in breve, si trovava in aperta campagna. La Lomellina con i suoi campi geometrici, le risaie, i prati, le boschine, l’aria finalmente pulita e l’unico rumore – oltre al ronfare del motore dell’auto – non era tale ma un delicato e allegro cinguettare degli uccelli.Armando rallentava la corsa e si godeva la vista di quell’ambiente naturale salvaguardato da eccessi edilizi, punteggiato da cascine e campanili, immaginando cosa l’aspettava a tavola: il risotto, il salame d’oca di Mortara, le cipolle di Breme, gli asparagi di Cilavegna e, come dolce, le offelle di Parona. Questi pensieri gli mettevano quasi commozione. “Cavolo, quando torno al mio paese mi pare di rinascere. Qui sì che la vita ha i tempi giusti. Stare in città sarà anche necessario ma mi pesa troppo”. Un giorno, imboccata una strada non asfaltata che tagliava in due una collinetta, l’auto si mise a fare le bizze. Il motore tossiva, ingolfato. Perdeva colpi e si fermò. Armando, pronunciando termini sui quali – per rispetto del lettore – si ritiene più utile sorvolare –   provò a rimetterla in moto, girando con foga la chiave d’accensione. Ma non c’era nulla da fare. Il motorino – grrr, grrr – girava   vuoto. L’auto restava lì, immobile, senza dar segni di vita, nel bel mezzo della stradina di campagna. Belletti scese, sollevò il cofano, guardò perplesso e sconsolato il motore senza avere la minima idea di dove mettere le mani. Mentre rimuginava sull’incidente che gli era capitato, avvertì un rumore alle sue spalle. Si girò e vide   un bellissimo ed elegante cavallo dal manto lucido e nero. L’animale lo guardava e si mise a girare attorno al veicolo. S’avvicinò e, con sguardo indagatore, scrutando il motore disse , con voce grave :“ Un bel guaio, sa? Per me è partito lo spinterogeno”. Armando, attonito e ammutolito lo guardò incredulo mentre l’animale, trotterellando se ne andò via per la sua strada. Di lì a pochi minuti sopraggiunse un contadino, con un forcone in spalla. Si conoscevano. Bernardo Trefossi era noto nei dintorni per la sua eccentricità. Vide il Belletti stranito, con la bocca aperta, e chiese cosa mai gli fosse capitato. Armando, balbettando, raccontò l’episodio del cavallo e il contadino, incuriosito, domandò: “ Mi dica. Il cavallo era forse nero?”. Alla risposta affermativa del Belletti, il contadino, battendogli la mano sulla spalle, lo rassicurò: “Mi dia retta. Non creda ad una parola di quanto le ha detto quel cavallo. Di motori non ne capisce niente”.

E se ne andò, fischiettando per la sua strada. Quando Armando, chiamato il soccorso stradale, riuscì ad arrivare a Borgolavezzaro era omai sera inoltrata. Ancora scosso per l’avventura del pomeriggio, raccontò il fatto agli amici del Bar “Al cervo d’oro”. Nessuno lo contraddisse ma Vittorio Scalmanati, detto “incudine”, fabbro di mestiere, all’insaputa del vicesindaco e guardando gli altri avventori,   si portò l’indice alla tempia. Dalla smorfia e dal gesto tutti intesero ciò che andava inteso: il Belletti era un po’ “tocco” ma non era il caso di contraddirlo. In fondo, come diceva lui stesso, “cavolo, quelli lì un po’ balordi non fanno poi del male a nessuno”. Appunto!

Marco Travaglini

OZEGNA, UN RICONOSCIMENTO AI RAGAZZI CHE HANNO CONTRIBUITO A RENDERE PIÙ INCLUSIVO IL PARCO GIOCHI COMUNALE

 

Si è svolto questa mattina presso il nuovo parco giochi di Ozegna un incontro con gli alunni dell’ex classe quinta della scuola primaria, protagonisti della vittoria del concorso nazionale “99,9% Lo stesso DNA”, dedicato ai temi della disabilità e dell’inclusione.

Nel corso della mattinata è stata collocata una targa riportante i nomi dei ragazzi e delle insegnanti che hanno partecipato al progetto, a testimonianza del contributo offerto a un percorso che ha saputo coniugare educazione civica, sensibilità sociale e attenzione verso gli altri.

«È stato bello ritrovare questi ragazzi e ringraziarli personalmente per l’impegno dimostrato» dichiara Sergio Bartoli, Consigliere Regionale del Piemonte. «L’Amministrazione comunale stava già lavorando alla riqualificazione del parco giochi e il progetto sviluppato dagli studenti ha rappresentato un’importante occasione di confronto, portando idee e spunti che hanno ulteriormente rafforzato l’attenzione verso l’inclusione e l’accessibilità.

Fin dall’inizio ho ritenuto importante sostenere e valorizzare il lavoro di questi ragazzi, portando all’attenzione del Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, il progetto e le riflessioni sviluppate dalla classe. Oggi vedere concretizzato questo percorso rappresenta una soddisfazione per tutta la comunità».

Bartoli ha inoltre rivolto un ringraziamento alle insegnanti, alle famiglie, all’Amministrazione comunale e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’intervento.

«La presenza della targa presso il parco giochi vuole conservare nel tempo la memoria dell’impegno degli alunni e delle insegnanti che hanno contribuito a questo percorso. Un segno semplice ma significativo che testimonia come le idee dei più giovani possano diventare parte concreta della crescita di una comunità».

L’iniziativa rappresenta un esempio positivo di collaborazione tra scuola, istituzioni e territorio, capace di trasformare l’impegno dei ragazzi in un messaggio concreto di inclusione, partecipazione e cittadinanza attiva.