ilTorinese

Dodecarun, si riparte domenica 11 da Pinerolo

Le novità del regolamento per la classifica del circuito

Con il Cross della Pace, in programma domenica 11 gennaio a Pinerolo, scatta la seconda edizione del circuito Dodecarun, l’evento creato
da Giorgio e Steve Goggi che mette in palio un montepremi ricchissimo. La prova di Pinerolo (6 km per gli uomini, 4 per le donne) avrà inizio
alle 9.30 al Parco della Pace con la partenza delle categorie maschili fino a SM60 compresi. La seconda parte del programma sarà dedicata alle
categorie giovanili – con la prima tappa del Trofeo Piemonte (per cadette e cadetti la gara sarà valida come indicativa per le convocazioni nella
selezione regionale). Parallelamente si svolgerà anche la manifestazione “Campestrando”, dedicata ad atleti con disabilità intellettiva.
La manifestazione è organizzata dall’Atletica Pinerolo. «Il percorso si svolge su un circuito di 2 km da ripetere più volte – spiega la presidente
Simonetta Callegari – ed è molto bello perché tra dossi e collinette, il pubblico potrà seguire tutta la gara praticamente senza spostarsi».

Il regolamento
Il circuito Dodecarun comprende 21 tappe, più altre quattro riunite nel nuovo Trofeo del Mezzofondo. Il programma spazia tra cross, strada
e pista. Cinque delle prove su strada saranno su distanze certificate Fidal (5 km, 10 km e mezza maratona). In pista, oltre alle quattro prove del
Trofeo del Mezzofondo – che darà punti Dodecarun con criteri che verranno fissati da Fidal – sono previsti due appuntamenti validi direttamente
per il circuito: il 21 giugno a Cuneo e il 22 luglio a Saint Christophe (Aosta).
Le gare su strada e i cross assegneranno un punteggio a scalare dal primo (50 punti) al 25esimo classificato (2 punti). Cinque prove
assegneranno un punteggio doppio: la tappa finale del 29 novembre a Piossasco più altre quattro gare scelte per sorteggio prima della penultima
prova.

Le prove in pista e le gare su strada certificate daranno un punteggio legato alla prestazione cronometrica, secondo la tabella pubblicata su
sito dodecarun.it. Il vincitore del Trofeo del Mezzofondo conquisterà 100 punti, 96 il secondo classificato, 92 al terzo e così via sino al 25
classificato che ne otterrà 4. Gli atleti che prenderanno parte a tutte e quattro le gare del Trofeo (1500. 3000, 5000 e 10000 metri) riceveranno
un bonus di 100 punti, chi parteciperà a tre prove su quattro avrò un bonus da 50 punti .
L’iscrizione a ogni gara di cross o su strada darà diritto a 10 punti, quella alle due gare su pista inserite nel circuito a 20 punti. Chi si iscriverà
a tutte le prove avrà un bonus da 50 punti.
La classifica prenderà in considerazione i migliori 12 punteggi della stagione. Gli atleti che correranno meno di dieci prove subiranno una
penalizzazione di 20 punti per ogni gara mancante (farà fede l’iscrizione, non l’effettiva partecipazione alla gara). La mancata iscrizione a una
o più prove potrà essere sanata fino a un’ora prima della partenza dell’ultima tappa pagando una sanzione di 15 euro per gara. La sanatoria non
sarà applicata per le gare in pista del Trofeo del Mezzofondo.

I premi
Il vincitore e la vincitrice delle classifiche assolute riceveranno un gioiello del valore di 4.500 euro. Saranno premiati i primi venti e le prime
venti delle due graduatorie, con gioielli del valore di 3500 euro (secondo posto), 2500 euro (terzo posto), 1500 euro (quarto-quinto posto), 1000
euro (sesto-decimo posto) e 500 euro (undicesimo-ventesimo posto). Sono previsti premi anche i primi cinque classificati di ciascuna delle
dieci categorie maschili e femminili in gara (juniores-promesse-seniores, over35, over40, over 45, over50, over55, over60, over 65, over70 e
over75) e per le prime venti società.

Il calendario
Dopo il Cross della Pace di Pinerolo, il circuito riprenderà il 15 marzo a Mirabello (Alessandria). Queste le altre prove in programma: 22
marzo, Torino (parco della Pellerina); 12 aprile, Alessandria; 19 aprile, Cocconato (Asti); 10 maggio, Alessandria; 14 maggio, Trino (Vercelli);
28 maggio, Valenza (Alessandria); 21 giugno, Cuneo; 18 luglio, Sparone (Torino); 22 luglio, Saint-Christophe (Aosta); 25 luglio, Osasco
(Torino); 1° agosto, Biella-Oropa; 6 settembre, Palazzolo (Vercelli); 11 settembre, Ghemme (Novara); 13 settembre, Marentino (Torino); 18
ottobre, Castelletto Monferrato (Alessandria); 1° novembre, Pont Saint Martin (Aosta); 8 novembre, Borgosesia (Vercelli); 15 novembre, Trino
(Vercelli); 24 novembre, Piossasco (Torino).

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Quando il Pli torinese era  molto forte, ma poco incisivo – Piero Fassino – L’Iran brucia – Lettere

Quando  il Pli torinese era  molto forte, ma poco incisivo
In seguito all’apertura a sinistra della Dc che portò il Psi al governo, nelle elezioni politiche del 1963, il Pli ebbe in Italia, in Piemonte e a Torino un grande successo elettorale sotto la guida di Malagodi. Chi fa le Messe cantate per Zanone escludendo personalità della cultura che hanno una loro importanza, dovrà dire, anche solo recitando a bassa voce, che il Pli di Zanone rischiò di scomparire dal Parlamento e divenne un partitino. Solo Zanone venne eletto nel 1976. Il Pli di Malagodi ebbe invece un grande successo, anche se la sua opposizione non raggiunse obiettivi politici e solo nel 1972 il partito riuscì per pochi mesi a tornare al governo con Andreotti. Fu l’effetto dell’avanzata missina  Dn e delle tentazioni filocomuniste del Psi  di De Martino che mandarono in crisi il centro – sinistra. A Torino vennero eletti i seguenti deputati: Giuseppe Alpino, unico uscente, il dirigente FIAT  Vittore Catella,  il droghiere all’ingrosso Enrico De Marchi e  l’imprenditore Luigi Cerutti (che dopo poco tempo uscì dal partito). Al Senato vennero eletti l’ imprenditore  Giacomo Bosso , il medico dirigente Fiat Cesare Rotta  e  il pensionato Perpetuo Massobrio. Nella circoscrizione di Cuneo venne riconfermato Vittorio Badini Confalonieri. Nella circoscrizione di Cuneo, terra di Giolitti, Einaudi e Soleri, il successo fu minore. Novara, Biella e Vercelli non riuscirono ad eleggere un parlamentare liberale. Un motivo che spiega un successo limitato fu la mancanza di uomini e donne conosciuti in zona  e la presenza di molti democristiani moderati come Giuseppe Pella. I parlamentari eletti in Piemonte, se si esclude la caratura politica di Badini Confalonieri, furono di rilievo politico limitato: professionisti, dirigenti Fiat, imprenditori, pensionati, persino il presidente dell’associazione dei padri di famiglia salesiani che a Mirafiori venne eletto  senatore in modo sorprendente.
Erano quasi tutti filo monarchici. A loro non si aggiunse  non eletto per mancanza di voti l’ex monarchico Mario Altamura che era passato al Pli dal Pdium pochi mesi prima delle elezioni, decretando la fine del partito monarchico. Un grande artefice del successo liberale fu Filippo Arrigo,  storico segretario torinese del Pli a cui subentrò in tempi successivi l’improvvido  ed incapace Mario Arcari , destinato nel 1975 a passare a sostenere la giunta socialcomunista di Novelli in cambio di posti di sottogoverno. Arrigo meriterebbe un ricordo a sé. Abitava ad un portone di distanza da dove abitavo io, ma non si stabilì mai tra noi un rapporto che sicuramente sarebbe stato interessante almeno per un giovane come me. Arrigo – mi diceva mio padre – è una vecchia volpe della politica , ma è un uomo onesto e in questo giudizio lo appaiava con la preside Pangallo Barella, l’unica liberale che aveva le qualità per andare in Parlamento , ma che  un partito misogino come il Pli non ritenne mai di sostenere. Sta di fatto che quel gruppo di parlamentari – salvo Badini che nel 1972 divenne ministro – non riuscì mai ad emergere nell’attività a Roma . Alpino era poco più che un funzionario di banca e non era l’economista che diceva di essere.
 Divenne sottosegretario con Andreotti. Fuori dal Parlamento, alla guida del  (San Paolo) c’era Luciano Jona, il più eminente liberale torinese  in assoluto.  I valori della laicità erano quasi esclusi e uno dei deputati, Catella, era stato un pluridecorato combattente in Spagna dalla parte di Franco . Il Senatore dei padri di famiglia, un pensionato assai poco addentro alla politica e quasi in nulla liberale. Nel 1968 il gruppo fu drasticamente ridotto , nel 1972 , malgrado l’ ingresso al Senato del grande Manlio Brosio, fu ulteriormente ridimensionato e nel 1976 con Zanone si ridusse ad un solo deputato a Torino, Zanone stesso e Costa a Cuneo che,  usando anche l’arma clientelare,  sconfisse Badini Confalonieri .Entro’ in Senato a Saluzzo, ma solo nel 1976 ,perché prima fu vice presidente del Consiglio Regionale, il prof. Beppe Fassino, che  divenne in tempi successivi stottosegretario e capo gruppo in Senato.Nel 1972 fece la sua comparsa alla Camera Renato Altissimo, imprenditore, togliendo il seggio a De Marchi. Allora Altissimo era il capo  e il finanziatore della corrente a cui aderiva Zanone. Questi appunti di storia liberale non sono certo completi ed esaustivi, ma nessuno finora ha incominciato a scriverne. E’ bene che rimanga qualcosa di nero su bianco a dire se non la verità assoluta, almeno una lettura distaccata di un osservatore liberale non militante che ha seguito con attenzione la politica piemontese della seconda metà del secolo scorso.
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Piero Fassino
La piccola vicenda di Piero Fassino conclusasi senza interventi giudiziari di sorta  per   lo strombazzato profumo all’ aeroporto di  Roma, deve considerarsi strachiusa. Fassino è un esponente politico importante. La fusione a freddo del Pd avrebbe avuto ben altri esiti con lui alla guida. E’ stato due volte ministro, sindaco di Torino dí straordinario valore, uomo politico colto.
Adesso è stato stato quasi  condannato al silenzio dal suo partito, anche perché non è ProPal come Violante.
Sono uomini che non conoscono la demagogia. Persino Bonacini è andato con la Segretaria che appare dogmatica e un po’ autoritaria ,alla ricerca  frenetica di una candidatura a presidente del Consiglio che non avrà quasi sicuramente. La segretaria boicotta il sì al referendum come fosse una crociata ed è sempre astiosa. Il Pd sta perdendo la  sua qualità principale : la democrazia interna diventa sempre più asfittica. Quasi a rimorchio della sinistra estrema e dei 5 stelle.La componente democratica liberale  è quasi inesistente . Fassino sapeva tenere dialoghi aperti anche quando era segretario del PCI a Torino. Oggi il sistema si ispira a Livia Turco e a Rosi Bindi.
L’Iran brucia 
Quanto sta accadendo in Iran è la premessa per sconfiggere la dittatura islamista che opprime il paese. E’ un momento storico di grande importanza che può significare per gli uomini e le donne iraniane la possibilità di risorgere a nuova vita. La condizione delle donne ha raggiunto livelli che non esiterei a definire barbari. In Iran hanno bruciato chiese cristiane, i cattolici e gli armeni sono stati perseguitati. La dittatura komeinista imperversa sempre più soffocante, anche con i musulmani non servi del regime che si stanno ribellando al Medio Evo islamico. E’ il momento di schierarsi con la lotta coraggiosa degli Iraniani senza esitazioni ed ambiguità.E’ un dovere morale prima ancora di un impegno civile che deve partire in primis da tutta Europa. In Italia bisogna muoversi.
Le diplomazie devono attivarsi. Finora si fa troppo poco. Ci sono forze politiche che ignorano il regime iraniano per difendere Maduro. Una scelta scellerata e incredibile che ci fa comprendere la ristrettezza mentale di certa sinistra estrema. Non è solo faziosità estrema, ma un limite mentale penosamente evidente. Ciò che accade in Iran non ci impedisce di dire che Trump deve invece calmarsi. Il dire che il suo unico limite è la sua morale, non il diritto è una provocazione che evidenzia una rozzezza intollerabile in un capo di Stato. Bene aver neutralizzato Maduro, molto male mirare in primis al petrolio. Non credo abbia mai letto Romiti, ma anche per lui l’unica morale è il profitto.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Rituali di corte
Noi non ci sentiamo toccati dalla comunque opportuna smentita del Principe. Noi abbiamo scritto che la sua vicenda privata non ci interessa. Dare così rilievo ad essa con un comunicato ufficiale forse oscura un po’ la privatezza della vicenda stessa. Ma è solo un’impressione. Noi siamo estranei a certi rituali di corte.
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Badanti
Mia suocera negli ultimi anni di vita ha dovuto far ricorso ad una badante rumena. Gli italiani non erano disponibili. Morta mia suocera, abbiamo ricevuto una lettera dalla badante con la richiesta di oltre 12 mila  euro di festività non pagate, pena il ricorso al giudice. Abbiamo dovuto mettere un avvocato. La verità è che la signora che ricevette anche favori e benefit di ogni tipo da mio cognato e figlio dell’anziana, venne pagata su sua tassativa e ultimativa richiesta in nero per i giorni festivi, affermando che diversamente non sarebbe venuta a lavorare per una signora in agonia  da oltre un anno e voleva anche un passaggio in auto fino a casa. Questa è una situazione generalizzata? Aggiungo un particolare che ebbe una cifra transata di circa la metà, ma in nero!  Lettera firmata
Ho avuto anch’io esperienze analoghe con mio padre. Fu difficile avere badanti, mia moglie ne ebbe per suo padre anche di disoneste e ladre, che portavano a trascorrere la notte un compagno per scopi erotici, senza ovviamente assistere l’ammalato, travolte  dal sesso. Mal comune mezzo gaudio ? No, mancanza invece  di rispetto per gli anziani, mancanza di controlli adeguati, sfruttamento cinico delle emergenze. Anche un’associazione che doveva tutelare i datori di lavoro incamerò la quota, ma non fece quasi nulla. Ma i giornali non scrivono di queste cose.
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Bipolarismo
Fino a che non si faccia una riforma istituzionale come vorrebbe la Casellati e la premier Meloni, il sistema  bipolare è indispensabile nelle elezioni, anche per evitare ”certe porcate“. Lei cosa ne pensa?    Vittorino Pes   Sassari
Io nel ‘93 ero fiero oppositore del bipolarismo e convinto sostenitore del proporzionale. Avevo votato contro ai referendum di Segni che diedero un colpo  mortale alla prima Repubblica che io amavo e rimpiango anche oggi. Fu la storia migliore d’Italia. Mancava la governabilità perché non si votò per il premio di maggioranza nel 1953. Ma un forte partito democristiano consentì  lo stesso la continuità che andò in crisi quando Moro strizzò l’occhio lino al PCI. Dal 1994 lentamente, nei decenni, sono diventato maggioritario e favorevole al bipolarismo. Berlusconi e Prodi hanno fatto miracoli. Pertanto, pur con tutti i limiti attuali, sono contrario ai vari moderati, centristi, terze forze che sono solo debolezze. Io voglio sapere chi vince il giorno degli scrutini e non voglio delegare ai partiti nulla dopo il voto o, almeno, pochissimo. Vorrei però un ritorno delle preferenze , ma capisco che il Mattarellum, il sistema migliore, non può prevederle. Le piccole forze centriste devono fare come Lupi e Renzi. Devono aggregarsi  ai due poli senza pretendere di fare i Casini o i Fini o i Follini o i Calenda. Oppure devono accontentarsi di qualche seggio nel proporzionale previsto nel Mattarellum. I due poli sono l’unico avvenire italiano, meglio se in una repubblica semipresidenziale. Macron e Trump hanno ucciso le repubbliche presidenziali.

Giustizia, ci sono anche i Popolari per il Sì

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Il referendum, di per sè, è un voto politico trasversale. Lo è sempre stato e continua ad esserlo. È
appena sufficiente ricordare lo storico referendum che ha cambiato definitivamente ed
irreversibilmente la percezione che noi cattolici ed ex democristiani avevamo della geografia
politica e cultuale del nostro paese sino a quel momento per rendersene conto. E del profondo
pluralismo di opinioni che c’era anche al nostro interno. E cioè, il referendum del 1974 sul
divorzio. Per non parlare della scelta fra la monarchia e la repubblica del giugno del 1946.
Ora, e per fermarsi al referendum costituzionale sulla giustizia che si terrà nei prossimi mesi, noi
prendiamo atto che, come da tradizione, gli stessi schieramenti politici sono frantumati al loro
interno. Certo, il centro destra, almeno formalmente, è granitico nel votare Sì al referendum sulla
riforma della giustizia. Una unità che, del resto, è il frutto e la conseguenza di un progetto
essenziale e decisivo del programma del centro destra in questa legislatura. Diversa, molto
diversa, è la concreta situazione che si presenta nello schieramento alternativo, cioè la coalizione
di sinistra e progressista. Tra le molte iniziative, è sufficiente ricordare quella di Firenze che si terrà
nei prossimi giorni organizzata della sinistra per il Sì guidata da molti esponenti di primo piano del
Partito democratico e che vede la partecipazione di un illustre ed autorevole giurista, nonché
politico, di estrazione progressista come Augusto Barbera. Ma anche nell’area Popolare o ex
democristiana c’è un vivace e del tutto fisiologico dibattito e confronto tra i sostenitori del No e
quelli che invece appoggiano il Sì al referendum costituzionale. L’amica Rosy Bindi è tra i
principali protagonisti nella battaglia per il No e con il comitato che la vede in prima linea ci sono
molti esponenti dell’ara cattolico democratica come, ad esempio, Giovanni Bachelet. Un fatto del
tutto legittimo, naturale e anche corretto. Al contempo, però, ci sono dei Popolari che invece si
riconoscono nel Sì. E proprio nei prossimi giorni in una conferenza stampa a Roma verranno
spiegate le ragioni politiche, culturali e storiche che portano molti Popolari ed ex democristiani a
condividere le ragioni di questa riforma. Al riguardo, non si può non ricordare, come mi ha
suggerito tempo fa l’amico Stefano Ceccanti, che nelle tesi programmatiche del Ppi fondato nel
1994 alla Fondazione Sturzo da Mino Martinazzoli, Franco Marini, Rosa Russo Iervolino, Gerardo
Bianco, Gabriele De Rosa e da molte altre donne e uomini che si riconoscevano nel filone del
cattolicesimo popolare e sociale, contenevano al loro interno anche l’adesione al progetto della
separazione delle carriere e, di conseguenza, dell’impianto della riforma della giustizia disegnata
dal Ministro Vassalli. Ricordo questo aspetto, peraltro non marginale, perchè si tratta anche di
essere coerenti con quello che si è detto, e soprattutto si è scritto, su questi temi delicati e
decisivi anche per la qualità della nostra democrazia. E le posizioni politiche storiche di fondo, di
norma, non possono cambiare a seconda delle simpatie – o delle antipatie – che si nutrono nei
confronti di chi governa momentaneamente. Perchè se così fosse il pensiero, la tradizione, la
cultura e il progetto politico sarebbero del tutto sacrificati sull’altare della convenienza e del
tatticismo. E sul tema della giustizia, seppur in mezzo a molte difficoltà e contraddizioni, è bene
conservare una coerenza politica, e storica, di fondo. Ameno per noi Popolari ed ex democristiani.

Pro Maduro in piazza a Torino

Un centinaio di manifestanti hanno sfilato con bandiere cubane e palestinesi in piazza Carignano a Torino per protestare contro l’arresto del presidente Maduro in Venezuela. Valanghe di critiche sui social a commento della manifestazione, durante la quale è stata data alle fiamme una bandiera americana.
(foto Francesco Valente)

Tre auto coinvolte: donna morta nell’incidente, sei feriti

Questa mattina a Carmagnola, sulla provinciale per Poirino, all’altezza di Casanova sono rimaste tre vetture in un incidente. Si tratta di Dacia, una Fiat 500 e una Suzuki. E’ morta una donna di 85 anni, sei i feriti.  E’ intervenuta la polizia locale con  i vigili del fuoco del distaccamento di Carmagnola, i pompieri del Lingotto di Torino e la Croce rossa. In base agli accertamenti una delle tre vetture non avrebbe rispettato lo stop.

Rivarolo Canavese, USIC: “Ancora una volta carabinieri aggrediti”

“La Segreteria Regionale Piemonte e Valle d’Aosta dell’Unione Sindacale Italiana Carabinieri (USIC) augura una pronta guarigione ai due militari del Comando Stazione Carabinieri di San Giorgio Canavese (TO) rimasti feriti nel corso di un intervento. Intorno alle ore 23.30 di venerdì 9 gennaio un cittadino straniero, all’interno di un albergo di Rivarolo Canavese, dopo aver litigato pesantemente con la propria compagna, cagionando alla stessa delle lesioni, si sarebbe scagliato contro i militari intervenuti per calmare il soggetto. Il bilancio della nottata di follia del magrebino si conclude, ancora una volta, con due carabinieri feriti con prognosi di 7 giorni. I militari sono stati aggrediti con sputi, morsi e oggetti lanciati contro che hanno causato contusioni. Tuttavia, gli uomini e le donne dell’Arma intervenuti sono riusciti a trarre in arresto l’uomo che si è anche reso responsabile di gravi lesioni nei confronti della compagna e danneggiato dell’albergo. Condanniamo con fermezza qualsiasi episodio di violenza nei confronti di operatori delle forze dell’ordine e chiediamo con fermezza che vengano applicate giuste condanne a chi si rende responsabile di queste violenze”. Così, in una nota, Leonardo Silvestri, Segretario Generale Piemonte e Valle D’Aosta dell’Unione Sindacale Italiana Carabinieri (USIC).
anziani

Breve storia di Torino: la Capitale

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Breve storia di Torino

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

6 Torino Capitale

Sto proponendo, in questa serie di articoli, una breve ricostruzione storica delle vicissitudini della nostra bella Torino. In questo articolo nello specifico, desidero soffermarmi sul momento di massimo splendore che vede l’urbe pedemontana tramutarsi da cittadina basata sull’antico “castrum” romano in una vera e propria capitale regionale; nella seconda parte del Cinquecento, i diversi membri della famiglia Savoia, i signori torinesi per eccellenza, ordinano a diversi artisti una serie di interventi urbanistici che modificano definitivamente l’aspetto della città, rendendola un gioiello barocco invidiato e osservato da tutta la regione.
Sono questi gli anni del primo effettivo ampliamento territoriale, opera nella quale si inseriscono i grandi nomi dell’architettura barocca italiana: Ascanio Vittozzi, Carlo di Castellamonte e suo figlio Amedeo, Guarino Guarini, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri e Bernardo Antonio Vittone. Il lavoro di tali immense personalità fa emergere la nuova anima della città, adeguandola al ruolo di protagonista assoluta del Regno sabaudo.

Molti dei tratti architettonici assunti nel lontano Seicento sono ancora oggi ben visibili, passeggiando per le vetuste vie ci si imbatte in palazzi caratterizzati dalla monumentalità delle forme, piazze dall’impianto fortemente scenografico, giardini adorni di fontane e giochi d’acqua e, se si alza lo sguardo verso il cielo, grandiose cupole che si stagliano all’orizzonte. Non c’è dubbio, la nostra bella Augusta Taurinorum ancora sa risplendere del suo fascino sempiterno.
Tuttavia, come sempre, mi piace andare per ordine e definire dapprima il contesto.
Dal 1563, grazie alla decisione del duca Emanuele Filiberto, Torino diviene sede ufficiale della famiglia sabauda, tale scelta influisce grandemente sulla sorte dell’urbe pedemontana, che passa dall’essere prima un “semplice” avamposto, poi una vera e propria capitale regionale e infine, nel glorioso periodo cinquecentesco, verrà considerata cuore pulsante dell’intero Stato sabaudo.
Tale passaggio di status accelera non di poco la crescita della città: parimenti all’aumento demografico si promuovono gli interventi, sia politici che architettonici, fervidamente voluti dai Savoia.

L’assetto strutturale di Torino è ormai gerarchico, esso rispecchia l’ordine sociale secondo cui il potere si acquisisce per nascita, come testimonia la corte nobiliare che si accerchia sempre più intorno alla figura del monarca. È opportuno tuttavia sottolineare come in realtà i sovrani non fossero dei veri “desposti”, essi a loro volta dovevano comunque sottostare alle leggi dello Stato, perseguendo l’alto e specifico obiettivo di amministrare la giustizia, perseguendo il difficile scopo di mantenere l’ordine sociale, anche tenendo in considerazione i principi divini.
Col tempo i Savoia, anche grazie ai loro ministri e ai loro burocrati, riescono a rendere sempre più “illuminata”la struttura del governo torinese, rifacendosi ai dettami dell’Anciem Régime.
Ciò che è bene sottolineare è altresì la scelta della famiglia sabauda di non limitarsi ad interventi politici ed amministrativi, ma anche –soprattutto- a livello estico-costruttivo sul territorio: Torino viene costantemente ampliata, rafforzata e abbellita; inoltre è evidente come al nuovo aspetto corrisponda l’importanza simbolica dei luoghi, infatti alla giovane capitale vengono affidate diverse “funzioni chiave”, essa è sede degli uffici del governo, ossia domicilio dell’autorità politica, nonché residenza della base militare dello Stato.
Il potere monarchico, solido e ben definito, si riflette nell’omogeneo assetto urbanistico e nell’impianto stradale che regola e suddivide i diversi quartieri, l’ordine urbanistico si fa simbolo dell’ordine politico che lo Stato vuole instillare all’interno dei propri domini.
La partecipazione dei Savoia è più che attiva nel frangente costruttivo, la famiglia promuove una sistematica opera di ampliamento e modifica del primigenio impianto medievale, attraverso la costruzione di palazzi estrosi ed eleganti, che fanno da contrappunto al rigore stradale. Torino nel tempo si trasforma in una capitale barocca, le cui tracce sono tuttora ben visibili nel centro della città.
Si pensi ad esempio ad uno degli edifici simbolo della città: Palazzo Reale. Qui il barocco si mescola al rococò e al neoclassico, la facciata principale è esempio tipico del barocco aulico piemontese, così come lo sono l’eleganza delle decorazioni esterne ed interne alle varie sale.
Vi è poi la peculiare Chiesa di San Lorenzo, edificata a metà Seicento dal maestro Guarino Guarini per commemorare la vittoria di Emanuele Filiberto nella battaglia di San Quintino in Piccardia. L’ambiente interno si presenta ricco di marmi policromi, adorno di cappelle concave e convesse, così come vuole il gusto barocco, che esalta il ritmo della linea curva; l’illuminazione è data da un preciso e puntuale gioco di luci, tutto basato sullo sfumare dalla zona d’ombra dell’ingresso, verso il chiarore che aumenta con il sollevarsi dello sguardo; esaltano l’effetto gli oculi che bucano le pareti.

L’elemento caratteristico dell’edificio è la cupola a costoloni, osservandola si evince anche la genialità costruttiva del Guarini, il quale attraverso l’incastro dei costoloni costringe il visitatore a guardare verso l’alto, unica direzione perseguibile per trovare la salvezza divina.
Palazzo Madama invece deve la sua ristrutturazione allo Juvarra: cuore dell’intervento è lo scalone d’ingresso, tutto stucchi e marmi, costantemente illuminato dalla luce che si irradia dai grandi finestroni.
Ancora un esempio, Palazzo Carignano, situato nel centro di Torino e progettato dal Guarini, presenta la facciata principale curvata dall’alternanza di parti concave e convesse, il ritmo rispecchia i dettami del gusto barocco, così come lo fanno le particolari decorazioni interne, gli elaborati affreschi e gli stucchi sontuosi.
A segnare l’inizio di questo nuovo periodo, così glorioso e florido per la città di Torino, è il trattato di Cateau-Cambrésis (3 aprile 1559). Il documento non solo sancisce la fine delle guerre che avevano devastato la penisola fino ad allora, ma ripristina la sovranità del duca Emanuele Filiberto di Savoia sui propri domini. Quest’ultimo porta avanti una serie di interventi volti appunto a sottolineare l’importanza della nuova capitale: non più Chambéry ma Torino. Il duca individua come sua dimora, e sede della corte, Palazzo dell’Arcivescovado, edificio che viene così ampliato e modificato; Emanuele ordina poi la costruzione di una cittadella all’estremità sud-occidentale della città che cambia drasticamente il tessuto urbano, la nuova fortezza ha certo funzione difensiva ma essa deve anche simbolicamente rappresentare l’autorità ducale.
A livello politico Emanuele ricostituisce la Camera dei Conti e l’Alta Corte d’Appello francesi rinominandole Senato piemontese e facendo di esse le principali istituzioni del governo.

Per incrementare l’economia cittadina il duca promuove diverse attività, tra cui la piantumazione dei gelsi e la produzione di seta.
In sintesi sono principalmente due i fatti fondamentali che definiscono il nuovo status torinese: il ripristino delle attività dell’Università (1560) e il trasferimento nell’urbe della Sacra Sindone (conservata a Chambéry per più di un secolo). Torino è così anche custode e guardiana della santissima reliquia, il prestigio della città e – di conseguenza- della famiglia sabauda non si possono più mettere in discussione.
A Emanuele Filiberto succede Carlo Emanuele I (1580).
Sono anni turbolenti per il nuovo regnante, eppure Torino continua a prosperare; sotto Carlo la città si trasforma in una delle corti più raffinate d’Europa, il principe ama gli sfarzi, è mecenate di artisti e letterati, tra cui il poeta Giambattista Marino, il filosofo Giovanni Botero e il pittore Federico Zuccaro, autore delle decorazioni presenti nella galleria tra Palazzo Ducale e il vecchio castello, destinata alle curiosità e alle opere d’arte del duca.
Il gusto di Carlo per organizzare celebrazioni di vario genere porta alla costruzione di un grande spazio adibito alle cerimonie di fronte a Palazzo Ducale, il processo di edificazione inizia nel 1619 in occasione delle nozze della principessa Maria Cristina, figlia di Enrico IV di Francia. Per tale evento è inoltre aperta una porta nelle mura a sud (chiamata Porta Nuova), viene in seguito progettato una sorta di corridoio che congiunge Palazzo Ducale e Piazza Castello (attuale via Roma), a metà di tale passaggio è aperta una piazza (attuale piazza San Carlo). Carlo affida il cospicuo progetto del nuovo assetto cittadino a degli architetti esperti, che costituiscono il “Consiglio per l’edilizia e le fortificazioni”. I nuovi quartieri, definiti da residenze aristocratiche ben diverse da quelle presenti nel centro storico, non sono ideati per essere delle “vere abitazioni”, bensì per rendere la capitale preziosa, maestosa ed elegante.
Carlo Emanuele II ordina un ulteriore ampliamento urbanistico, seguito da un terzo progetto, sostenuto e terminato poi da Vittorio Amedeo II; quest’ultimo intervento rappresenta la fase conclusiva di ampliamento cittadino, dopo gli architetti si dedicheranno ad abbellire le antiche strutture preesistenti, rendendole moderne e lineari; si intraprenderanno poi diversi lavori volti a ristrutturare le strade principali, tra cui l’attuale via Garibaldi.
Caratterizza invece l’epoca settecentesca il completamento di diverse residenze nei dintorni di Torino, tra cui le ville nei parchi Mirafiori e Regio Parco e la dimora di Venaria Reale, poi completamente riassestata da Filippo Juvarra, uomo di fiducia di Amedeo II; all’architetto messinese si devono i lavori di modifica del Castello di Rivoli, la costruzione del mausoleo di Superga e la residenza di caccia di Stupinigi.

Nello specifico, la Reggia di Venaria, tuttora considerata un capolavoro d’architettura, si presenta come un’imponente struttura circondata da ampi giardini, ricchi di aiuole, fiori, piante, vanta numerosi esempi d’arte barocca, quali la Sala di Diana, la Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, le Scuderie Juvarriane, la Fontana del Cervo e le numerose decorazioni presenti in tutta la struttura. L’edifico è parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1997.
La scenografica palazzina di caccia di Stupinigi, situata alle porte di Torino, ha un corpo centrale ampio, a pianta ellittica, a cui si accede attraverso un maestoso viale affiancato da giardini. Cuore pulsante della struttura è il salone ovale, affrescato da dipinti che si rifanno all’arte venatoria; dal salone si dipartono a croce di Sant’Andrea quattro bracci che conducono agli appartamenti reali e a quelli degli ospiti.
A fine Settecento anche l’anello satellite costituito da tali residenze testimonia il potere e la gloria della famiglia sabauda.
Figura essenziale del XVIII secolo è Vittorio Amedeo II, il quale si dedica principalmente alle riforme interne: egli riorganizza la burocrazia, istituisce diversi dipartimenti con ambiti di competenza ben distinti; per ospitare tali istituzioni vengono edificati lungo il lato settentrionale di Piazza Castello una serie di uffici comunicanti con Palazzo Reale (un tempo detto Ducale). Accanto a tale struttura viene innalzato un palazzo per gli Archivi di Stato (il primo edificio edificato appositamente per questo scopo in tutta Europa); nel 1738 iniziano i lavori per annettere alle costruzioni preesistenti un teatro lirico a uso esclusivo della nobiltà. La zona adiacente Palazzo Reale è quindi il regno della corte e assume un carattere distinto non solo dal punto di vista architettonico ma anche sociale.

Amedeo II riforma anche l’ateneo, precedentemente chiuso a causa della guerra con i francesi; il re ottiene il controllo dell’Università e la trasforma in una istituzione regia volta a formare futuri uomini di governo, professionisti o ecclesiastici. L’ateneo riformato sorge vicino ai nuovi uffici governativi, apre le porte agli studenti nel 1720, ed è articolato in tre facoltà: Legge, Medicina, Teologia, ( a partire dal 1729 è presente anche l’indirizzo di Chirurgia).
Alla nuova istituzione è affidato il compito di gestire il sistema scolastico dell’intero Piemonte.
A Vittorio Amedeo II si deve il rivoluzionario passo di creare quello che può essere considerato il primo sistema scolastico laico dell’Europa cattolica, sottraendo così il primato dell’istruzione ai religiosi. L’Università è ora il dicastero responsabile dell’istruzione. Sotto Amedeo opera Juvarra, uno dei grandi maestri del barocco, formatosi a Roma come architetto e scenografo. Le sue costruzioni hanno tutte una chiara impronta scenografica, che risponde alle esigenze dei committenti e all’intento di celebrare la grandezza della capitale. Juvarra progetta chiese e facciate di palazzi, come per esempio quella di Palazzo Madama, che dà a piazza Castello una perfetta e nuova prospettica architettonica. Oltre Juvarra anche Guarino Guarini è uno dei protagonisti indiscussi che trasformano la città in un gioiello barocco. Guarini realizza la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella della Santa Sindone e Palazzo Carignano, dando vita a eccentrici modelli architettonici divenuti modelli da imitare per gli artisti successivi. Il lavoro di questi architetti è ammirato dai visitatori e l’influenza delle loro opere presto si estende ben oltre i confini piemontesi: è grazie a loro se Torino da anonimo centro provinciale si tramuta in maestoso esempio di architettura barocca e pianificazione urbana. È grazie a loro se ancora oggi possiamo passeggiare per la città con lo sguardo incantato, attraverso l’eterna bellezza dell’arte.

Alessia Cagnotto

In scena a San Pietro in Vincoli “Il borghese gentiluomo”

Per la stagione “Iperspazi” del cartellone condiviso di FTT-Fertili Terreni Teatro, da venerdi 16 a martedì 20 gennaio andrà in scena, in prima nazionale, a San Pietro in Vincoli , lo spettacolo “Il borghese gentiluomo”, progetto Crack 24, per una produzione A.M.A. Factory, interpretato da Alessandro Cassutti, Agnese Mercati, Federico Palumeri, Stefano Paradisi, Elia Tapognani, con la regia di Lorenzo De Iacovo. Primo degli incontri della rassegna “Alt più spazio”, approfondimenti di tre spettacoli in stagione realizzato dai ragazzi e le ragazze del collettivo Sampietriny, domenica 18 gennaio, dalle ore 16.30 alle 18, a ingresso libero su prenotazione, negli spazi di San Pietro in Vincoli è in programma l’evento dal titolo “Chè successo?”, dibattito in compagnia degli artisti di Crack 24 per riflettere sui temi dello spettacolo “Il borghese gentiluomo”. In che modo la ricerca del successo pervade le nostre vite ? Che cosa siamo disposti a fare per perseguirlo ? Cosa possiamo sacrificare per veder realizzato un sogno ? Queste sono alcune delle domande portate all’attenzione del pubblico della riscrittura molieriana, che i giovani sampietriny faranno proprie per un incontro/dibattito aperto in cui gli spettatori potranno confrontarsi con gli artisti.

L’adattamento di un classico del teatro come “Il borghese gentiluomo”, si sviluppa nella direzione  della commedia, riservando da un lato molto rispetto al testo originale, dall’altro arricchendo la partitura drammaturgica con scene tratte dal “Malato immaginario”. Si tratta di una scelta ponderata e assolutamente non casuale, motivata dal fatto che alcune scene del “borghese”, a partire dagli sviluppi del tema turco, risultano aggiunte successive dallo stesso autore, su richiesta di Luigi XIV, assecondando la modifica a commedia-balletto. Da queste premesse, l’obiettivo della compagnia è quello di mettere in luce il testo che Moliére aveva immaginato in origine, partendo da impianto e struttura delle sue grandi commedie di costume (Tartufo, Il misantropo, Don Giovanni), e al tempo stesso restituendo una versione fedele alla maturità della sua scrittura. Tema guida dell’adattamento sarà l’ossessiva scalata verso il successo, conservando il linguaggio di Moliére senza forzarlo verso un’eccessiva lettura contemporanea, che ridurrebbe il testo a semplice cronaca. La stessa parola “nobiltà”, termine centrale nel testo originale, arriva ad assumere valenze multiple, rivelandosi specchio delle nostre relazioni sociali e della società in cui viviamo. In estrema sintesi, il progetto punta a interrogare il contesto contemporaneo con le parole di Moliére, eredità che ci porta a considerare quanto tutto sia così vicino. Oggi, come allora, il singolo si muove in un mondo pieno di ricchezze, non solo materiali, restando intrappolato in una costante sensazione di inadeguatezza: la nostra è una continua ricerca a d’approvazione nello sguardo degli altri, poco importa se sconosciuti, incuranti di venire travolti da una bulimia di like.

La protagonista sarà Madame Jourdain, donna alla costante ricerca della perfezione, mentre Cleonte rappresenterà un carattere al cui interno sono riassunti il ruolo di fratello legatissimo alla giovane Jourdain e gli originali personaggi della moglie e della figlia. Da ultimo Dorimeme si trasformerà nell’essenza stessa del successo, assumendo un ruolo di maggiore fonte di ispirazione rispetto all’originale. Questo ribaltamento di genere e prospettiva, vedrà Jourdain di Moliére in tutta la sua genuina ricerca della felicità assumere le fattezze di una donna perennemente inadeguata, ogni giorno impegnata nell’affannosa ricerca a di immagini irraggiungibili, cercando il successo solo per poter essere finalmente guardata. Depositari di un approccio alla vita felicemente fallimentare, sarà capace di scuotere le coscienze e commuovere servendosi della risata come strumento di collettiva riflessione. Nel cuore di una società ossessionata dalla performance, il tutto si basa su una frenetica corsa all’automiglioramento. In questa affannosa ricerca, Jourdain sacrifica la propria felicità e consuma chi le sta vicino, mentre il successo rimane un orizzonte irraggiungibile. Lo spazio scenico è caratterizzato da una tensione costante tra il basso e l’alto, metafora e contrasto tra borghesia e nobiltà, tra punto d’origine e luogo d’arrivo. La scena è volutamente nuda, abitata da elementi essenziali , quali una poltrona o alcune sedie, che la trasformano in un luogo sospeso. Da questo spazio, i protagonisti guardano verso l’alto, verso una luce che filtra distorta dalla superficie dell’acqua e che nutre il loro desiderio di emergere. Da qui l’idea di una struttura sospesa che evoca la struttura di una superficie su cui si proiettano i sogni e le speranze di Jourdain. Si sentono voci provenire dall’alto, si respira l’aria rarefatta respirata dai nobili.

Biglietti: intero 13 euro se acquistato online – 15 euro in cassa la sera dell’evento – resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con satispay, e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione grazie alla collaborazione con Torino Giovani. I biglietti si possono acquistare sul sito www.fertiliterreniteatro.com.

Mara Martellotta