ilTorinese

Ecco il calendario scolastico in Piemonte: giorni di scuola, feste, ponti

Inizio il 14 settembre e 200 giorni in aula

È  stato definito il calendario scolastico 2026-2027,  con l’anno che inizierà il 14 settembre 2026 per terminare giovedì 10 giugno 2027, per le scuole per l’infanzia mercoledì 30 giugno.
Il calendario approvato dalla Giunta regionale, su proposta dell’assessore all’Istruzione e Merito Daniela Cameroni, comprende 206 giorni di lezione negli istituti in cui si frequenta dal lunedì al sabato, 173 in quelli in cui si resta in classe fino al venerdì.

Potranno ridursi di un giorno per la ricorrenza del Santo Patrono. In considerazione del servizio svolto, le scuole dell’infanzia potranno anticipare l’inizio delle lezioni.
Sono stati definiti anche i periodi di sospensione delle attività didattiche:
Da lunedì 7 e martedì 8 ponte dell’Immacolata,

Da mercoledì 23 dicembre a mercoledì 6 gennaio 2027 per le vacanze di Natale, con ripresa delle lezioni giovedì 7 gennaio
Da sabato 6 febbraio a mercoledì 10 febbraio per le vacanze di Carnevale
Da giovedì 25 marzo a martedì 30 marzo per le vacanze di Pasqua
Sabato 1⁰ maggio festa del Lavoro
Mercoledì 2 giugno Festa della Repubblica.

“Il calendario scolastico rappresenta molto di più di una semplice scansione di date – ha dichiarato Daniela Cameroni, assessore all’Istruzione e Merito della Regione Piemonte – è  l’organizzazione del tempo in cui crescono i talenti, le competenze, il futuro. Come Regione Piemonte abbiamo voluto definire un impianto equilibrato, capace di garantire continuità didattica, attenzione alle esigenze delle famiglie e qualità del percorso educativo.
La scelta di far partire l’anno scolastico a inizio settimana non è  casuale, ma pensata per garantire una ripartenza ordinata, evitando di spezzare i primi giorni di lezione e andando incontro alle esigenze organizzative delle famiglie. Allo stesso modo abbiamo voluto valorizzare il periodo delle vacanze di Carnevale, consapevoli di quanto quei giorni rappresentino un momento importante per le famiglie, per il tempo libero e per il comparto turistico, a partire dalla montagna, che per il Piemonte rimane una risorsa strategica”.
“ Si tratta di un calendario costruito con attenzione, equilibrio e buon senso, mettendo al centro studenti, famiglie e personale scolastico. La scuola resta il primo grande investimento sulla nostra comunità e sui giovani. È  lì che si costruiscono opportunità e consapevolezze. Continueremo a lavorare  per valorizzare gli studenti, mettendo al centro un’istruzione sempre più solida e moderna” conclude Daniela Cameroni.

Mara Martellotta

A Torino l’Osservatorio dell’impatto del digitale sullo sviluppo cognitivo

È stato ufficialmente istituito l’ODAC – Osservatorio Regionale Piemonte dell’impatto del digitale su apprendimento e sviluppo cognitivo, una nuova piattaforma di cooperazione interistituzionale, dedicata allo studio dell’impatto delle tecnologie digitali sulle capacità cognitive e sul capitale umano.

Alla luce delle ripercussioni sempre più critiche che la sfera digitale sta provocando, in particolar modo, sulla vita e sulla psicologia delle nuove generazioni – basti guardare alle recenti condanne negli States di Meta e Google per aver causato dipendenza dai social – questa mattina è stata presentata al Centro Congressi dell’Unione Industriali Torino l’iniziativa creata appositamente a livello regionale – e probabilmente una delle prime in Italia – per studiare e prevenire il fenomeno.

L’Osservatorio è stato creato grazie all’Assessorato Politiche Sociali della Regione PiemonteDistretto Rotary 2031SAA – Scuola di Amministrazione Aziendale dell’Università di TorinoDipartimento di Management dell’Università di TorinoUnione Industriali TorinoConfindustria PiemonteFondazione HPL e CPD – Consulta per le Persone in Difficoltà e si propone come uno strumento permanente di analisi, studio e supporto alle politiche pubbliche.

Opererà su più fronti, coniugando ricerca, analisi dei dati e interventi concreti sul territorio, mettendo al centro dell’attività la raccolta e l’elaborazione di dati a livello regionale e la costruzione di indicatori dedicati al capitale cognitivo, affiancate da studi interdisciplinari e dal confronto con le migliori esperienze internazionali.

Accanto alla ricerca, saranno sviluppate linee guida per scuole, imprese e pubbliche amministrazioni, insieme a progetti pilota e sperimentazioni territoriali mentre grande attenzione sarà riservata anche alla dimensione educativa, con programmi rivolti a genitori, docenti, caregiver e campagne di comunicazione per promuovere un uso più consapevole degli strumenti digitali.

Inoltre, sul piano degli interventi concreti, sono previsti programmi strutturati di educazione digitale nelle scuole, iniziative formative dedicate a famiglie e insegnanti oltre alla diffusione di modelli educativi innovativi basati su evidenze scientifiche.

Un focus specifico sarà dedicato al “brain rot digitale”, il termine con cui si indica l’insieme degli effetti cognitivi e comportamentali, derivanti da un’esposizione prolungata a contenuti digitali ad alta stimolazione e basso valore informativo, con possibili conseguenze quali la riduzione della capacità attentiva, l’impoverimento del pensiero critico e l’alterazione dei processi decisionali.

Al fine di favorire il raggiungimento dei suoi obiettivi, l’Osservatorio si è dotato di un Comitato Scientifico composto da esperti designati dagli enti partecipanti quali: Regione Piemonte, SAA – Scuola di Amministrazione Aziendale, Dipartimento di Management dell’Università di Torino, Fondazione HPL ETS e Associazione CPD ODV.

Alla conferenza di presentazione dell’Osservatorio sono intervenuti: Maurizio Marrone – Vicepresidente Regione Piemonte e Assessore Politiche SocialiMarco Gay – Presidente Unione Industriali TorinoMaurizio Montagnese – Presidente Fondazione HPL e CPDRiccardo Petrignani – Amministratore Delegato SAAFelice Invernizzi – Governatore Distretto Rotary 2031Orazio Pirro – Responsabile Scientifico Fondazione HPL e Paola De Vincentiis – Direttrice Dipartimento di Management Università di Torino.

 

Con la nascita dell’Osservatorio, la Regione Piemonte si pone all’avanguardia a livello nazionale nel promuovere politiche basate su evidenze scientifiche per la tutela del capitale cognitivo, con un approccio integrato che unisce ricerca, ascolto, prevenzione e intervento mirato sul territorio.

Le tecnologie digitali – dichiara Maurizio Marrone, Vicepresidente della Regione Piemonte – sono uno strumento e come tale possono aiutare le nuove generazioni nello studio, nella ricerca e nelle relazioni interpersonali, così come ridurre invece la capacità di apprendimento, la concentrazione e quindi la produttività. Sta tutto nella consapevolezza e nella padronanza del fenomeno, che in Piemonte diventa per la prima volta oggetto di osservazione, approfondimento e sperimentazione grazie ad un’ampia rete di collaborazione tra l’istituzione regionale, terzo settore e privato profit”.

I misteri sindonici/2

SECONDA PARTE

I negazionisti insistono sulla produzione pittorica, partendo dai primi esami al carbonio 14 che datano il telo fra Medio Evo e Rinascimento. Per rispettare al meglio l’integrità del documento, i primi esami si fecero su parti periferiche del telo, rispetto alla figura centrale. Ciò creò l’errore fondamentale che facilitò la tesi del ‘manufatto medievale’.

Oltre ai citati pollini, il grasso umano rinvenuto soprattutto sui bordi del lino cosa ci suggerisce? E’ noto che continue furono nel tempo le esposizioni pubbliche, tante mani aprirono e chiusero il telo, oltre alle riparazioni fatte dalle suore Clarisse a seguito del famoso incendio a Chambéry del 1532. Fondamentale è inoltre considerare quanto la totale assenza di igiene di quei lontani periodi (ma più recenti, rispetto al 33 d.C.) abbia inevitabilmente ‘ringiovanito’ il telo e creato confusione alla scienza di fine XX secolo.

Quindi si può ipotizzare un dipinto? Questa è tesi ancora molto accreditata. Altri esami hanno però escluso la presenza di pigmenti (sono state trovate solo tracce del tutto insufficienti a produrre un’immagine visibile), inoltre l’immagine non presenta direzionalità, come avviene invece in qualsiasi disegno o pittura. Noto è che i pennelli dispongano il colore da un punto verso un altro; parimenti non risulta evidente un qualsiasi “stile artistico” prodotto in epoca medievale, o al più tardi rinascimentale.

Per quanto ciò possa urtare la nostra mentalità razionale … quel corpo si sarebbe ‘semplicemente’ sottratto alla fasciatura (stretta) del telo di contenimento, senza alcun movimento fisico della salma. E’ come se sia letteralmente passato attraverso i tessuti del lino.

Come fa la Sindone a provare questo? Questa è una delle poche certezze. Lo dice l’osservazione al microscopio dei coaguli di sangue. Sia per la precedente fustigazione che per la crocifissione, enormi fiotti ematici penetrarono nelle fibre del lino in vari punti, formando grossi coaguli che poi seccati, divennero grumi di un materiale duro che, pur se fragile, incollò la carne al tessuto, come sigilli di ceralacca. Nessuno di questi coaguli risulta spezzato e la loro forma è integra proprio come se la carne incollata al lino fosse rimasta esattamente al suo posto, fino al momento dell’irradiazione”.

A conferma di quanto sopra descritto, lo studio dei coaguli al microscopio rivela che quel corpo si è sottratto al lenzuolo senza alcuno strisciamento o altri movimenti. In laboratorio, grazie alla Strinatura (bruciatura superficiale), per mezzo di un bassorilievo riscaldato, alcuni studiosi sono riusciti a produrre immagini visivamente molto simili. Le loro caratteristiche fisiche e microscopiche sono però risultate differenti da quelle della Sindone. Le novità che proponiamo vengono però da un interessante documentario programmato in tv sul canale Focus. Nel 2010, laboratori di Fisica dell’Enea di Frascati hanno prodotto esami con sorprendenti conclusioni che si appoggiano alle tesi scritte sui Sacri Testi.

Un laser della Facoltà ha sì riprodotto in laboratorio un’immagine accostabile alla Sindone, ma su un telo con superficie di pochi centimetri. Con le attuali tecnologie, per riprodurre l’immagine corrispondente a un uomo di altezza approssimativa 180 centimetri sui due lati, ci vorrebbero 10.000 esposizioni simultanee con altrettante apparecchiature di ultima generazione.

Le nostre attuali tecnologie non sono in grado di raggiungere simili risultati. L’esposizione al calore è un altro dato sorprendente. Il corpo fu sottoposto a un calore intenso ma non troppo (una temperatura troppo energica avrebbe bruciato il telo). La velocità di irradiazione sui tessuti è inoltre stata velocissima, con un tempo ben più rapido del misterioso lampo globulare o l’Effetto Corona più volte chiamati in causa. Anche senza essere dei tecnici, è logico considerare che se si irraggia un qualsiasi materiale, la parte direttamente esposta alla fonte resta chiaramente più ‘offesa’ dal calore rispetto a quelle più nascoste. I lini sindonici – che per facilitarne la comprensione li possiamo paragonare a cordini – con questa particolare irradiazione cambiano struttura nella loro totalità. Non esiste traccia di gradualità termica sul materiale. Il tessuto non direttamente esposto resta candido, senza alcuna deformazione. Questo fatto è impossibile da verificarsi nello stato di natura.

Poi c’è la storia a parlare, in quanto gli scritti evangelici corrispondono totalmente al destino riservato all’Uomo della Sindone. Il lino racconta fedelmente cosa successe al condannato, peculiare per destino alla ‘ritualità’ riservata dai Romani ai condannati a morte. I trattamenti subiti dall’Uomo della Sindone indicano che probabilmente solo una creatura sovrumana avrebbe potuto resistere per tanto tempo alla condanna di Ponzio Pilato (personaggio storicamente individuato). Pur se inflitta a un uomo giovane e robusto, già la pesantissima fustigazione con il flagrum avrebbe potuto essere letale.

Questo flagello era una particolare frusta con lacci ai quali erano attaccati artigli metallici o altro, che provocavano tremende lacerazioni, quando non fratture. Dopo la fustigazione, debolezza fisica, perdite di sangue, trasporto fino al Colgota di un legno di circa 70 chili, dolore dei chiodi a mani e piedi, avrebbero provocato il decesso a chiunque, eppure la sua vita continuò fino al pietoso colpo di lancia inflitto dal centurione Longino.

Ci rendiamo conto quanto macabri siano questi particolari, ma restano fondamentali per avvicinarci a dati che la scienza sta faticosamente cercando di far combaciare. Quanto sopra descritto è stato meticolosamente riscontrato da attenti esami, fra i quali quelli di Baima Bollone, professore di medicina legale recentemente scomparso nella nostra città, che ha diretto a lungo il Centro Internazionale di Sindologia.

Pluriennale ricerca e incarichi internazionali gli hanno reso la reputazione di uno dei massimi esperti mondiali del settore. Ben noto è il suo testo, che unisce le sue competenze medico-legali con la ricerca storica, dal titolo “Sindone. Storia e scienza”. Per concludere, questi recenti esperimenti dimostrano che ‘certa’ Scienza non è più interessata a confutare a ogni costo la fede (sospetti invalidanti sono a carico di centri scientifici composti da scienziati protestanti e atei). Da anni si cerca infatti di avvicinare i testi evangelici – pur sotto rigida riprova scientifica – all’enorme mistero che da duemila anni coinvolge l’Uomo della Sindone.

Chi sarebbe costui, cosa rappresenta questa statuaria ombra umana impressa su un telo funebre?

Fu un disgraziato essere umano dall’infausto destino (per altro comunissimo ai tempi), morto per croce in una marginale provincia del vasto impero romano, oppure è la sacra testimonianza di un Dio, il Dio che da sempre ci chiede di credere in lui?

Le tracce ci sono e fanno riflettere, ma senza ancora la prova definitiva. Forse però è proprio al Mistero che dobbiamo credere, senza desiderare di essere come San Tommaso che “ha creduto perché ha visto”. Ci viene semplicemente chiesto di Credere, Credere anche senza mettere il nostro dito nella piaga.

Semplice o difficile? Dipende …

Ferruccio Capra Quarelli

“I due papi” di Anthony McCarten con Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo

Debutto al teatro Gobetti martedì 12 maggio

Martedì 12 maggio , alle 19.30, debutterà al teatro Gobetti la pièce teatrale dal titolo “ I due papi” di Anthony McCarten, da cui è  tratto l’omonimo film del 2019 con Jonathan Pryce e Anthony Hopkins.

L’allestimento italiano,  nella traduzione di Edoardo Erba,  è  diretto da Giancarlo Nicoletti. Saranno in scena Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo, con la partecipazione di Anna Teresa Rossini  e con Ira Nohemi Fronten e Alessandro Giova. Le scene sono di Alessandro Chiti, i costumi di Vincenzo Napolitano e Alessandro Menè. Lo spettacolo resterà in scena per la stagione in abbonamento dello Stabile di Torino fino domenica 17 maggio.
Il drammaturgo e sceneggiatore neozelandese Anthony McCarten, noto al grande pubblico per i copioni di alcuni celebri film campioni di incassi quali “Bohemian Rhapsody” , “L’ora più  buia” e “La teoria del tutto”, firma un testo teatrale che racconta uno dei momenti più sorprendenti della storia recente, le dimissioni di Benedetto XVI e l’ascesa di Papa Francesco. Cosa ha spinto il Papa conservatore a rompere con la tradizione e a lasciare il posto a un riformatore, amante del calcio? In questo incontro- scontro, fatto di tensione, ironia e inattesa complicità, è presente una riflessione sul senso del potere, della fede e dell’umana fragilità.  Lo spettatore assiste ad un dialogo serrato che, tra battute brillanti e momenti di profonda commozione, scava nelle paure e nelle speranze di due uomini chiamati a guidare milioni di coscienze.

“Quando ho visto per la prima volta la pellicola di Netflix – spiega il regista Giancarlo Nicoletti – sono rimasto stupito dall’efficacia e dalla cifra teatrale della scrittura  di Anthony  Mc Carten. Scoprire, di lì a poco, che il film era tratto da un testo teatrale dello stesso autore, sovrapponibile quasi del tutto alla sceneggiatura cinematografica, è  stata una piacevole riconferma della prima impressione.
La successiva lettura del testo della commedia mi ha nuovamente stupito perché la forza dell’incontro/ scontro tra i due protagonisti , sullo sfondo di una vicenda storica che rimarrà un unicum dei tempi contemporanei, all’interno della dimensione teatrale acquista, a mio avviso, un’urgenza e una forza, una capacità di penetrazione ancora più  grande che al cinema. Il cuore di questo incontro e del dialogo tra Ratzinger e Bergoglio, che sia veramente avvenuto o meno non importa, riguarda tutti noi, in quanto uomini, trascendendo dalla dimensione religiosa o spirituale, e oltre il pruriginoso  interesse che sempre suscitano le questioni vaticane.

“I due Papi” parla anzitutto di due uomini e allo stesso tempo parla di tutti gli uomini. Parla del potere, di come a volte sia difficile se non impossibile per un solo uomo il fardello delle responsabilità, ci pone l’interrogativo di quanto veramente sia giusto o meno perseverare e se non valga la pena, a volte, scendere dalla propria croce.
Parla del rapporto tra l’uomo e Dio, dell’etica, della aporie e degli interrogativi  di ogni giorno della contemporaneità che corre, lasciandoci il dubbio se sia giusto sposare i tempi o ammettere l’esistenza  di un che di immutabile ed eterno.
Parla dell’essere umano, di quanto possiamo essere grandi e piccoli al tempo stesso, di come il dubbio e la difficoltà di vivere siano eguali a ogni latitudine e in qualsiasi posizione sociale. Credo che, in questa universalità,  risieda il successo e l’apprezzamento trasversale, indipendentemente dal proprio credo, della pellicola di Netflix e la possibilità di portare l’operazione al suo luogo di nascita, il teatro.
Si tratta di uno spettacolo che vuole poggiarsi su un testo eccezionale e di grande forza, che sa scandagliare l’animo umano restando sapientemente nel campo della commedia attraverso un’operazione al servizio di due grandi interpreti italiani, provenienti da percorsi diversi, ma adatti a una sfida del genere. È un tentativo di regia contemporanea di gusto internazionale,  con un occhio sempre rivolto al pubblico, grazie alla traduzione del testo di Edoardo Erba e all’impianto scenico realizzato da Alessandro Chiti.
“I due Papi” rappresentano uno spettacolo vivo , capace di parlare a tutti e di trasportare lo spettatore in una dimensione varia, in quanto a viaggio, dialettica e sensazioni, fra i massimi sistemi del cielo e la concretezza quotidiana della terra”.

Teatro Gobetti 12-17 maggio

Di Anthony Mc Carten

Traduzione di Edoardo Erba

Con Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo

Regia di Giancarlo Nicoletti

Info Gobetti, via Rossini 8

Orario degli spettacoli martedì,  giovedì e sabato ore 19.30, mercoledì e venerdì ore 20.45, domrn8ca ore 16.

Biglietteria teatro Carignano, piazza Carignano 6

Tel 0115169555

Email biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Martiri cristiani d’Algeria, una mostra a Valdocco

Fino al 24 maggio
Rapiti, sgozzati e decapitati. Già negli anni Novanta nel Maghreb venivano trucidati i primi cristiani dai terroristi islamisti, ancora prima che nel vicino Oriente si scatenassero i macellai di Al Qaeda e dell’Isis. I beati Pierre Claverie e i compagni martiri, noti come “Martiri d’Algeria” sono un gruppo di diciannove persone uccise in Algeria tra il 1994 e il 1996 fra religiosi, religiose, sacerdoti e un vescovo. beatificati a Orano nel 2018. E’ uno degli eventi più drammatici che hanno colpito la chiesa cattolica algerina nel corso del “decennio nero” (1992-2002) del terrorismo islamista in Algeria. La maggior parte erano sacerdoti, sette erano monaci trappisti e uno era vescovo.
Quindici francesi, due spagnoli, un belga e un tunisino. L’ultimo dei martiri cristiani fu il vescovo di Orano Pierre Claverie, religioso domenicano ammazzato il 1 agosto 1996 da un’autobomba davanti alla Curia della diocesi. La storia dei sette monaci di Tibhirine in Algeria, barbaramente uccisi trent’anni fa, è la più brutale. Rapiti da una ventina di miliziani del Gruppo Islamico Armato, i terroristi del Gia, la notte del 26 marzo 1996 nel loro monastero di Notre-Dame de l’Atlas, a una sessantina di chilometri da Algeri, i sette monaci furono decapitati due mesi dopo e vennero trovate solo le teste. I resti furono sepolti nel convento di Tibhirine, vicino alla città di Medea, 90 km a sud di Algeri.
Una vicenda barbara che ricorda per la brutalità messa in atto i cosiddetti “Martiri del mare”, come furono chiamati i 21 cristiani copti d’Egitto sgozzati in Libia nel 2015 per la loro fede dai tagliagole dell’Isis. La storia dei martiri di Tibhirine è stata narrata in tutto il mondo, con grande successo di critica e di pubblico, nel film “Uomini di Dio” del 2010. Malgrado il generale clima di terrore che in quegli anni imperversava nel Paese nordafricano i monaci avevano deciso di restare in Algeria, di stare insieme alla gente, soprattutto con i poveri e con i deboli, di aiutarli e proteggerli dall’ondata di violenza in corso che non risparmiava nessuno. D’altronde i religiosi di Tibhirine erano uniti dall’amore per il popolo algerino e dal rispetto per la religione islamica. Per ricordare e non dimenticare il loro sacrificio il Centro studi Federico Peirone per le relazioni tra cristiani e musulmani ha promosso la mostra fotografica “Chiamati due volte”.
I martiri d’Algeria” allestita fino al 24 maggio nell’atrio della casa madre salesiana di Valdocco (via Maria Ausiliatrice 32 a Torino) in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana, la Fondazione Oasis e il Centro Frassati. In 22 pannelli e due video viene ripercorsa la vicenda dei diciannove religiosi e religiose della chiesa cattolica uccisi durante il “decennio nero” dai terroristi islamici fondamentalisti. Appunti e diari ricostruiscono la loro presenza accanto alla popolazione algerina. “Chiamati due volte” perché la fedeltà alla loro vocazione si è incarnata in una fedeltà al popolo algerino, vittima anch’esso della violenza e dell’odio. I martiri di Algeria, testimoni di fraternità, verranno ricordati giovedì 14 maggio alle ore 20,45 nella sala don Bosco di Maria Ausiliatrice dal Cardinale di Algeri Jean Paul Vesco. La mostra, che è stata esposta anche a Parigi, New York, Roma e Milano, è aperta fino al 24 maggio tutti i giorni con orario 10-20.             Filippo Re
nelle foto:
I monaci di Tibhirine uccisi dai terroristi algerini nel 1996
Pannelli fotografici nella mostra a Valdocco

Ebrei senza saperlo, una tormentata ricerca delle radici

Attraverso una visita dermatologica che gli fu diagnosticata alcuni anni fa, una patologia a detta del medico, tipica delle popolazioni ebraiche aschenazite est europee, la storica e scrittrice torinese Lucetta Scaraffia, viene a conoscenza di questa ascendenza, ascrivibile alla nonna paterna, che come un fiume carsico attraverso le generazioni, riemerge alla sua coscienza contemporanea.
( Lucetta Scaraffia, “Ebrei senza saperlo. Memorie nascoste”, Raffaello Cortina Editore 2026,pagg.165, €16.00).

Ne nasce un testo autobiografico complesso, che narra della sua tormentata ricerca delle radici.I Wildt arrivati in Italia a metà dell’ottocento sono una dinastia di convertiti ebrei al cristianesimo ,di cui l’autrice solo risalendo indietro di tre generazioni, può immaginare avessero piena consapevolezza della loro identità ebraica. Convertiti per amore o per forza? Quanti di noi, ripercorrendo il passato famigliare, potrebbero scoprire tracce nascoste della propria origine ebraica senza esserne consapevoli? La ricerca di Lucetta Scaraffia si allarga al complesso tema della trasmissione dell’identità ebraica, che fu spesso cancellata per paura,bisogno, opportunità, persecuzioni, attraverso i reticoli della Storia. Storia fatta sovente di miseria, ghettizzazioni,leggi razziali,pogrom.Una storia condivisa in realtà da molte famiglie italiane assimilate.L’autrice è una storica cattolica, nota nel panorama culturale nostrano,sovente opinionista televisiva su questioni teologiche e storico religiose, di studi di genere e un passato di femminismo radicale.
Leggendo il libro, questa ricerca ha comportato per lei anni, passati in archivi anagrafici al Comune di Milano, dove i Wildt arrivarono dalla Polonia probabilmente, come primo approdo, per risalire a Torino ,dove un suo antenato paterno, manutentore di ferrovie mise le tende.Per arrivare al grande scultore di epoca fascista Adolfo Wildt.Ma il testo è complesso e spazia dalla definizione di identità ebraica come religione, etnia, cultura alle forme della sua estinzione attraverso le conversioni, le assimilazioni e i processi di secolarizzazione,i battesimi,le scomparse documentali dagli archivi delle comunità e delle Sinagoghe. Si arriva partendo dalla storia antica a trattare il tema della Shoah e della fondazione dello Stato di Israele fino al tragico fatto dell’attentato di Hamas al confine della striscia di Gaza del 7 ottobre del 2023 e del drammatico riaffacciarsi dell’ antisemitismo politico e culturale, che si voleva per sempre estinto nel secolo scorso.Il lettore anche privo di buone conoscenze storiche e culturali, riesce grazie alla fluida e coinvolgente narrazione dell’autrice a comprendere bene le tematiche e i complessi problemi trattati. Un libro importante che mancava nel nostro panorama culturale italiano, che ci interroga sul difficile tema dell’identità in generale e di quella ebraica in particolare, dove oggi un ebreo italiano che esce in strada portando in capo la kippá, corre il rischio dell’ aggressione fisica. Tempi bui dove l’antisionismo è diventato il correlato del riemergere dell’antisemitismo e dove tornare ‘marrani’ è diventato il nuovo imperativo categorico, dell’ essere ebrei ‘soggettivi e oggettivi’ ,’ignari deboli o consapevoli forti’ (non anticipo in quale categoria si pone l’autrice e lo lascio scoprire al lettore se sarà impaziente di leggere questo magnifico libro )in attesa come sempre, di sapere se si è stati promossi e con che voto all’esame della parte giusta della Storia. Per elezione o vetustà. Freedom Flotilla permettendo. Auguri per il Salone del Libro.

Aldo Colonna

Il Salone del Libro torna dal 14 al 18 maggio

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La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino si terrà  presso il Lingotto Fiere.

Con i suoi 147.000 metri quadrati espositivi, oltre 500 stand e 1.250 marchi editoriali, il Salone si conferma uno degli appuntamenti culturali più rilevanti in Italia. Il programma prevede oltre 2.700 eventi negli spazi del Lingotto e più di 500 appuntamenti diffusi sul territorio grazie al Salone Off, articolati in 70 sale e 378 ore di laboratori.

Sotto la direzione di Annalena Benini, la manifestazione torna ad accogliere lettrici e lettori di tutte le età, offrendo incontri con autrici e autori italiani e internazionali, occasioni di scoperta editoriale e momenti di riflessione sul presente. Il programma completo sarà disponibile online dal 1° aprile.

Il tema scelto per questa edizione è “Il mondo salvato dai ragazzini”, ispirato all’opera di Elsa Morante del 1968: un invito a guardare il futuro attraverso l’energia, la pluralità e la forza delle nuove generazioni. Il manifesto è firmato dall’illustratrice Gabriella Giandelli.

Gli spazi del Salone comprendono i padiglioni 1, 2, 3, l’Oval e il consolidato padiglione 4, con importanti novità organizzative pensate per migliorare l’esperienza dei visitatori. Tra queste, una nuova area per l’Arena Bookstock, un ampliamento degli spazi esterni con il debutto del Padiglione 5 e il rafforzamento di aree dedicate ai professionisti e alla stampa. Torna anche il Publishers Centre e si amplia il Romance Pop-up, con nuovi spazi dedicati agli incontri con il pubblico.

Tra le sedi coinvolte figurano, oltre al Lingotto Fiere, il Centro Congressi Lingotto, la Pinacoteca Agnelli, la Pista 500 e altri spazi del complesso.

L’edizione 2026 vedrà l’Umbria come regione ospite e la Grecia come Paese ospite. Dal 13 al 15 maggio si svolgerà inoltre il Rights Centre, punto di riferimento internazionale per la compravendita dei diritti editoriali e audiovisivi.

Il Salone sarà inaugurato da una serie di eventi speciali: la serata di pre-apertura con Rai Radio3 e Vinicio Capossela, la lezione inaugurale della scrittrice Zadie Smith e spettacoli come quello di Alessandro Baricco dedicato alla musica classica.

Ampio spazio sarà riservato anche alle scuole, con il programma Bookstock, e a un ricco calendario di incontri suddivisi in nove sezioni tematiche, curate da importanti personalità del mondo culturale. Tra i temi affrontati: crescita, informazione, arte, cinema, editoria, romance, romanzo e il ruolo delle nuove generazioni.

L’intero programma si muove attorno a grandi questioni contemporanee: il diventare adulti, le genealogie femminili, la guerra e la pace, le relazioni, la spiritualità e il rapporto tra passato e presente, confermando la letteratura come strumento fondamentale per comprendere il mondo.

I Santi di ghiaccio

Secondo la tradizione i giorni che vanno dall’11 al 15 maggio sono chiamati i “Santi di ghiaccio”.
Un’antica credenza, fondata in base a secoli e secoli di osservazioni metereologiche da parte dei
contadini, afferma infatti che il clima si stabilizza solo dopo la “fredda Sofia” del 15 maggio.
Da quel momento in poi non ci dovrebbe più essere gelo. I “Santi di ghiaccio”, tradizione di origine
medievale, sono molto conosciuti nell’Europa centrale, in particolar modo in Svizzera, Germania e
Austria. Tuttavia la credenza è molto diffusa anche in Francia, dove vengono chiamati “Saints de
glace” e diversi agricoltori ritardano la semina attendendo che siano passate queste giornate. In
Italia il periodo attorno al 15 maggio è conosciuto come “inverno dei cavalieri”.
All’inizio del mese di maggio in Europa le temperature sulla terraferma sono generalmente
piuttosto elevate; il continente si riscalda molto rapidamente, mentre il mare più lentamente e
questo porta differenze di temperatura tra la terraferma e l’oceano.
Si creano così zone di bassa pressione. Le correnti d’aria calda della terraferma si muovono verso
nord, mentre quelle d’aria fredda provenienti dalle regioni polari si spostano verso l’Europa
centrale. Se il cielo di notte è limpido, in alcuni casi può verificarsi il gelo notturno.
I “Santi di ghiaccio” sono:
– 11 maggio: San Mamerto di Vienne; visse nel V secolo ed era considerato molto colto.
Divenne vescovo di Vienne nel 452. Secondo la tradizione compiva spesso miracoli ed è
famoso per l’istituzione delle Rogazioni, processioni di preghiera in vista dell’Ascensione,
allo scopo di porre fine ad una serie di calamità naturali. Si spense a Vienne nel 475 ed è
sepolto nell’antica chiesa di San Pietro di Vienne, oggi Museo Archeologico;
– 12 maggio: San Pancrazio; visse nel III secolo e morì a Roma decapitato come giovane
martire della Chiesa primitiva all’età di 15 anni il 12 maggio 304 d.C. Il suo nome significa
“colui che sconfigge tutto”. Spesso raffigurato in abiti eleganti e con la spada, è patrono
dell’Ordine Teutonico. Riposa nella basilica a lui dedicata sul Gianicolo e secondo la
tradizione se un disoccupato gli porta un mazzetto di prezzemolo fresco, riuscirà in seguito a
trovare un lavoro;
– 13 maggio: San Servazio di Tongres; era un vescovo vissuto nel IV secolo nel territorio
dell’attuale Belgio del quale fu il primo evangelizzatore dopo il Concilio di Nicea del 325.
Si spense alla veneranda età di 84 anni nel 384 d.C. E’ sepolto a Maastricht nella basilica a
lui dedicata. Viene invocato in particolare contro i reumatismi e le febbri e per proteggere il
bestiame dall’afta epizootica;
– 14 maggio: San Bonifacio di Tarso; nato a Roma, si recò a Tarso, nell’odierna Turchia, al
fine di riportare alla sua padrona Aglaida le reliquie dei martiri cristiani. Giunto sul posto si
rese conto che contro i cristiani era iniziata una massiccia persecuzione, si dichiarò quindi
egli stesso cristiano e come tale fu sottoposto a martirio il 14 maggio del 307 d.C. La sua
salma venne in seguito portata a Roma e sepolta in un oratorio sulla Via Latina. Aglaida si
convertì a sua volta, ritirandosi a vita monastica. Ricevette il divino dono di esorcizzare gli
spiriti maligni. In memoria di Bonifacio fece costruire sull’Aventino una chiesa, divenuta poi
la Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio;
– 15 maggio: Santa Sofia di Roma; matrona di origine italica, forse milanese, sposò il senatore
Filandro, dal quale ebbe tre figlie. Dopo la morte del marito, da lei convertito al
cristianesimo, soccorse con i suoi beni i poveri e svolse opera di proselitismo a Roma dove
viveva con le figlie di 12, 10 e 9 anni. Per la sua fede venne fustigata e fu costretta ad
assistere alla decapitazione delle sue figlie, Morì tre giorni dopo di esse, nel 122 d.C.,
mentre pregava e piangeva sulla loro tomba, nella quale fu sepolta anche lei. È considerata
la protettrice dell’intelletto. La “fredda Sophie”, che riposa nella Catacomba di San
Pancrazio sulla Via Aurelia, viene spesso invocata per proteggere i raccolti dalle gelate
tardive.
In Italia ci sono diversi proverbi su queste giornate, tra questi: “maggio per quanto bello, salva un
granello di ghiaccio: un po’ per San Pancrazio, un po’ per San Servazio e il resto per San
Bonifacio” oppure “San Pancrazio, San Servazio e San Bonifazio, il gelo di maggio”.
In Veneto hanno dato origine all’espressione “majo majon” che significa “maggio maglione”. Il
fenomeno ha ispirato la poesia in dialetto triestino: “I tre santi de iazo” scritta da Argimiro Savini.
Essa descrive le conseguenze sulla popolazione del capoluogo giuliano dell’improvviso
abbassamento della temperatura che si verifica con puntualità sconcertante alle date del 12, 13 e 14
maggio. L’11, il 12 e il 13 nel dialetto delle Dolomiti sono “I Omeni de la Diac”.
ANDREA CARNINO

“Il giardino diffuso” al Parco Storico Bricherasio di Fubine

 

Domenica 17 maggio, nell’ambito di Golosaria 2026, presso il Parco Storico Bricherasio di Fubine, inaugura un’iniziativa dal titolo “Il giardino diffuso – alla scoperta dei giardini storici e di interesse Botanico del Monferrato”. Un vento che nasce ispirato agli interventi di ricerca storico-archivistica, di valorizzazione del patrimonio, di innovazione digitale e abbattimento delle barriere architettoniche voluti un anno fa dal Sindaco Lino Pettazzi.

L’iniziativa, promossa dal Comune insieme alla Fondazione Ecomuseo della Pietra da Cantoni, ha visto scendere in campo la ricercatrice Paola Gullino del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino al fine di coordinare ricerche e consultazioni di archivi e cataloghi storici finalizzati alla ricostruzione del parco e del giardino pensile per com’erano ai tempi dei Bricherasio da Cacherano (XIX E XX sec). Gli architetti agronomi Fulvio Pollano e Rachele Griffa hanno messo a dimora circa 25 mila nuovi esemplari tra arbusti, alberi, rose, bulbose ed erbacee presenti ai tempi della contessa Sofia di Bricherasio, tra il 1867 e il 1950. L’installazione di un ascensore, il ripristino della serra per scopi didattici e il contributo multimediale su “Arte, Storia e Natura”, curato da Antonio Testa e Manuela Raselli, fanno parte dei nuovi interventi strutturali ai quali si aggiunge la potenza dell’intelligenza artificiale per dare “vita” ai dipinti del Delleani (maestro di Sofia di Bricherasio).

Saranno due le visite guidate: la prima alle ore 10 e la seconda alle ore 11.30 di domenica 17 maggio, entrambe dall’Infopoint Campi Cerrina. Partecipazione gratuita.

Info: turismo@comunedifubine.it

Mara Martellotta