ilTorinese

La memoria collettiva, come un lungo caotico romanzo

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“L’agente segreto”, candidato a quattro premi Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Due giovani ragazze, più vicine alla nostra epoca, percepiscono una retribuzione per ricomporre, attraverso registrazioni, articoli dei tanti giornali, intercettazioni ambientali, come in un puzzle che non conosce delimitazioni ma che al contrario si dilata ad ogni nuovo sguardo, giorno dopo giorno: i tratti, l’esistenza, gli spostamenti, i fatti e la morte di Armando alias Marcelo, dando forma a una spy story che trova le proprie radici durante un carnevale di Recife della seconda metà dei Settanta, caotico e sanguinoso, di quelli che pur tra i festeggiamenti seminano catene di vittime. Frammenti dopo frammenti, tracce, visi che si mescolano e si fanno sempre più numerosi, parole e chiacchiere, voci, tante voci disseminate e ancora silenziose, un intreccio che non si chiarifica, che s’affida anche al cinema – che non è certo sempre spettacolo benevolo, se una donna può uscire dalla sala in preda come posseduta da quanto ha appena visto – e agli schermi su cui scorrono le immagini dello “Squalo” horrorifico del giovane Spielberg o il naso schiacciato di Belmondo circondato da cento bellezze, o alle locandine che s’affacciano sugli ingressi delle sale, “Pasqualino Settebellezze” della nostra Wertmuller, per esempio. Si tenta di ricomporre la storia ma altresì la Storia, quella con la esse maiuscola, quella della dittatura e dei generali al comando, della corruzione e delle uccisioni a cui la parola inchiesta per ristabilire laverità e i mandanti sarà del tutto negata. Realtà e ricostruzioni, al di là di qualche decennio, sangue e anche ironia, sberleffo che dovrebbe accompagnarti al sorriso (o alla risata) ma che dentro quel sangue non ci riesce, per cui anche “la gamba pelosa”, trovata in bocca allo squalo, che va disseminando strage in un giardinetto notturno dentro cui da coppiette o trii di grande mescolanza si consuma un’ampia ginnastica sessuale, si fa realissima in tutto il suo più genuino surrealismo. Brandello importante di un grottesco che è una delle anime dell’intera, doverosa, gustabilissima vicenda. Imprigionato in esso quel memento di b-movie che spesso è arrivato a terrorizzarci e a farci anche un po’ sorridere, in avanti con gli anni.

Pugni nello stomaco dello spettatore, ingarbugliamenti e un racconto dove molte cose (troppe?) rimangono sotto il pelo dell’acqua, un preteso caos che dà la mano a quel materiale disordinato e misterioso che andiamo cercando, sbocconcellamenti cinematografici che ritroviamo qua e là. Fin dall’inizio. Una stazione di servizio dove il protagonista giunge a bordo di un giallo maggiolino per rifornirsi mentre un cadavere, al riparo dal sole ma non dai tafani che gli ronzano intorno e dai cani randagi che gli si avvicinano, occupa il suo spazio nell’area di sosta. L’incredulo viene informato che il morto è lì disteso già da qualche giorno e che nessuno ancora è venuto a reclamarlo: mentre un’auto della polizia gli viene a passare accanto, chiede documenti e informazioni ad Armando/Marcelo, reclama con calma al padrone del servizio una qualche mancia per la buona polizia. È l’inizio. Poi facciamo la conoscenza di Dona Sebastiana e della sua casa ospitale con “i rifugiati”, del piccolo Fernando che è il figlio di Armando e che vive con i nonni, del corrotto capo della polizia Euclides, della famosa gamba pelosa che qualcuno pensa bene di sostituire nella cella dell’obitorio con una zampa d’animale, del nuovo lavoro che il protagonista riesce a ottenere nell’ufficio dell’anagrafe locale, di un ebreo sfuggito all’olocausto, dei due sicari che il perfido quanto arrogante Ghirotti, genovese d’origine, ha assoldato per far fuori Armando/Marcelo, colpevole d’aver scoperto che il famigerato ha annullato tutti i finanziamenti all’università dove lui è a capo di un gruppo di ricerca. E ancora, Elza che guida un movimento di resistenza politica, una storia di passaporti di cui si ha sempre più urgenza, una carneficina con tanto di macchie rossastre che s’allargano sul selciato, il figlio di Armando con un salto di decenni, che una delle ragazze investigatrici ha rintracciato in una clinica dove approdano i donatori di sangue e che ha preso il posto di un vecchio cinema. Fernando confessa di non aver nessun ricordo del padre ma ricorda benissimo di aver visto in quello spazio dove oggi lavora proprio il film di Spielberg, con il nonno.

L’agente segreto”, suddiviso in tre capitoli, è valso il Premio per la regia a Cannes al suo regista Kleber Mendonça Filho e il Palmarès per la miglior interpretazione maschile a Wagner Moura, eccellente triplice (potremmo dire) interprete, che si è pure preso tra le mani il Golden Globe con quello come miglior film straniero, mentre ora attende di conoscere quale/quali delle quattro candidature porti a casa lo zio Oscar. “L’agente segreto” a ben vedere è un grande romanzo fiume, di quelli che si leggerebbero comodamente seduti in poltrona, flussi di parole senza briglie a frenarle, 158’ impressi sullo schermo, un fiume (volutamente?) disperso e mai dispersivo, inesauribile di immagini, di memorie e di sentimenti, di ossessioni, di ricordi sfocati e di un’immaginazione che pur avrà fatto ricorso all’immaginario collettivo di un tempo, che ha preso a emblema l’immagine di un uomo che improvvisamente vediamo cadavere ricoperto di sangue e abbandoniamo in un sottofinale. Un dramma (diventa un drammone, con tutte le proprie leggi, in taluni momenti?) a cui si potrebbe non perdonare la eccessiva lunghezza e quei tratti di “avventura” che sviano lo sguardo dello spettatore rendendolo più “facile” ma che certo ha in sé due momenti di cinema “alto” come sono quelli che danno vita alla riunione e alla cena con Ghirotti e che, come si usa scrivere in questi momenti, varrebbero il prezzo del biglietto: ma certamente “L’agente segreto” non ha la robustezza, la dolenza e la commiserazione, lo sguardo lucidamente triste di un film che l’anno scorso abbiamo amato moltissimo, “Io sono ancora qui” del brasiliano Walter Salles, Oscar come miglior film in lingua straniera e un monumento per Fernanda Torres, costruzione di memoria collettiva e privata allo stesso tempo, di quella medesima terra del Brasile che ancora ricerca i suoi desaparecidos.

Lega, petizione ‘Io sto col poliziotto’

Lega, nel week end gazebo in tutto il Piemonte per la petizione ‘Io sto col poliziotto’ e informazioni sul nuovo decreto sicurezza. L’on. Riccardo Molinari sabato mattina a Torino in Piazza San Carlo

Nel week end (e poi anche nel successivo), in tutto il Piemonte e in tutta Italia, i gazebo della Lega raccoglieranno le firme della petizione ‘Io sto con poliziotto’, per esprimere solidarietà e vicinanza alle forze dell’ordine, dopo il recente caso dell’agente di Polizia indagato perché, durante un controllo antidroga nella periferia di Milano, ha ucciso un nordafricano irregolare e con diversi precedenti che si era avvicinato puntando una pistola – poi risultata a salve – contro gli agenti.

Ma in Piemonte, e a Torino in particolare, i gazebo della Lega saranno anche l’occasione per rimarcare che la Lega offre pieno sostegno alle forze dell’Ordine, e alla popolazione, dopo la devastazione causata sabato scorso dai manifestanti del corteo a sostegno di Askatasuna degenerato in guerriglia urbana, con molotov, danneggiamenti a auto e negozi, e la brutale aggressione agli agenti di polizia.

Il capogruppo della Lega alla Camera, e segretario della Lega in Piemonte, on. Riccardo Molinari, sarà al gazebo in Piazza San Carlo sabato mattina alle ore 11, e con lui ci saranno l’on. Elena Maccanti, segretario provinciale della Lega a Torino, l’on. Alessandro Benvenuto, questore della Camera, i consiglieri regionali Fabrizio Ricca e Andrea Cerutti, oltre a tanti amministratori locali.

“Sarà anche l’occasione per spiegare i contenuti dei 33 articoli del decreto sicurezza – sottolinea una nota della Lega -, dal fermo preventivo di 12 ore per soggetti pericolosi alle sanzioni per le manifestazioni non autorizzate, fino a 3 anni di carcere per chi porta lame oltre gli otto centimetri. Oltre all’estensione della tutela legale per tutto il personale delle forze di polizia, delle forze armate e dei vigili del fuoco”.

La petizione Io sto con poliziotto può anche essere sottoscritta on line al seguente link:
https://legaonline.it/iostocolpoliziotto/

Di seguito l’elenco dei Gazebo della Lega in tutto il Piemonte.

PROVINCIA DI ALESSANDRIA

SABATO 07 FEBBRAIO 2026
ACQUI TERME – CORSO ITALIA C/O P.ZZETTA EX-PRETURA 09.30/12.30
ACQUI TERME – CORSO ITALIA C/O P.ZZETTA EX-PRETURA 16.00/19.00
ALESSANDRIA – CORSO ROMA 09.00/12.30
CASALE MONFERRATO – VIA SAFFI 10.00/12.30
CASALE MONFERRATO – VIA SAFFI 16.00/18.30
NOVI LIGURE – VIALE SAFFI 15.00/18.00
TORTONA – P.ZZA MILANO C/O MERCATO 09.00/12.30
TORTONA – VIA EMILIA SUD 16.00/19.00

DOMENICA 08 FEBBRAIO 2026
ACQUI TERME – CORSO ITALIA C/O P.ZZETTA EX-PRETURA 10.00/12.00
ACQUI TERME – CORSO ITALIA C/O P.ZZETTA EX-PRETURA 16.00/19.00
ALESSANDRIA – VIA FAA’ DI BRUNO 88 C/O SEDE LEGA 10.00/12.00
ARQUATA SCRIVIA – VIA ROMA C/O SEDE LEGA 09.30/12.30
CASTELNUOVO SCRIVIA – CORSO ITALIA 10.00/12.00
FUBINE MONFERRATO – P.ZZA ROBOTTI 10.00/12.00

PROVINCIA DI ASTI

VENERDI 06 FEBBRAIO 2026
NIZZA MONFERRATO – P.ZZA GARIBALDI C/O SOTTO PORTICI 09.00/13.00

SABATO 07 FEBBRAIO 2026
ASTI – P.ZZA ALFIERI C/O SOTTO PORTICI LATO COCCHI 09.00/18.00
CANELLI – P.ZZA CAVOUR 09.00/13.00

DOMENICA 15 FEBBRAIO 2026
COSTIGLIOLE D’ASTI – P.ZZA MEDICI 08.00/13.00

PROVINCIA DI BIELLA

SABATO 07 FEBBRAIO 2026
BIELLA – P.ZZA FALCONE C/O AREA MERCATALE 09.30/12.30
BIELLA – P.ZZA VITTORIO VENETO 15.00/17.30

DOMENICA 08 FEBBRAIO 2026
BIELLA – P.ZZA VITTORIO VENETO 09.30/12.30
BIELLA – P.ZZA VITTORIO VENETO 15.00/17.30

PROVINCIA DI CUNEO

SABATO 07 FEBBRAIO 2026
ALBA – P.ZZA CAGNASSO 09.30/13.00
BRA – VIA CAVOUR 15.00/18.30
BUSCA – P.ZZA SAVOIA 09.30/13.00
CUNEO – CORSO NIZZA 30, 15.00/17.30
FOSSANO – VIALE ALPI 09.30/13.00
SALUZZO – P.ZZA CAVOUR 09.30/13.00
SAVIGLIANO – P.ZZA SANTAROSA 09.30/13.00

DOMENICA 08 FEBBRAIO 2026
CEVA – VIA MARENCO 09.30/13.00
CORTEMILIA – P.ZZA SAVONA 09.30/13.00

SABATO 14 FEBBRAIO 2026
BARGE – P.ZZA GARIBALDI 09.30/13.00
BORGO SAN DALMAZZO – P.ZZA MARTIRI DELLA LIBERTA’ 09.30/13.00
FOSSANO – VIALE ALPI 09.30/13.00
MONDOVI’ – CORSO STATUTO 09.30/13.00

CANAVESE E VALLI DI LANZO

SABATO 07 FEBBRAIO 2026
CASTELLAMONTE – VIA EDUC 33 C/O SEDE LEGA 09.30/12.30
CHIVASSO – AREA MERCATALE C/O PALAZZO EINAUDI 09.00/12.30
CIRIE’ – VIA VITTORIO EMANUELE II, 88 C/O CAFFE’ GRANDE 15.00/19.00
IVREA – CORSO BOTTA ANG. VIA PALESTRO 09.30/13.00
IVREA – VIA AOSTA 6 C/O SEDE LEGA 14.00/18.00
LEINI – P.ZZA I MAGGIO C/O AREA MERCATALE 09.00/13.00
VOLPIANO – VIA PINETTI 26 C/O SEDE LEGA 10.00/13.00

DOMENICA 08 FEBBRAIO 2026
CASTELLAMONTE – VIA EDUC 33 C/O SEDE LEGA 10.00/12.30
CUORGNE’ – P.ZZA MARTIRI DELLA LIBERTA’ C/O BAR UMBERTO 09.00/12.00
VOLPIANO – VIA PINETTI 26 C/O SEDE LEGA 10.00/13.00

SABATO 14 FEBBRAIO 2026
CASTELLAMONTE – VIA EDUC 33 C/O SEDE LEGA 10.00/12.30
LOCANA – VIA ROMA 09.00/12.30

PROVINCIA DI NOVARA

SABATO 07 FEBBRAIO 2026
ARONA – CORSO REPUBBLICA C/O FRONTE UNICREDIT 10.00/12.00
GALLIATE – VIA MARTIRI 36 C/O SEDE LEGA 09.30/11.00
NOVARA – VIALE DANTE C/O MERCATO COPERTO 09.30/12.00

PROVINCIA DI TORINO

VENERDI 06 FEBBRAIO 2026
SETTIMO T.SE – P.ZZA VITTORIO VENETO 3 C/O SALA CONSILIARE 21/23.00

SABATO 07 FEBBRAIO 2026
GRUGLIASCO – VIA LEONARDO DA VINCI 20, 20.00/22.30
POIRINO – P.ZZA ITALIA C/O FONTANA DELLA GIOVINEZZA 09.30/12.30
RIVOLI – P.ZZA F.LLI CERVI 2, 09.00/12.00
TORINO – P.ZZA DELLA VITTORIA C/O ANG. VIA VILLAR 09.30/12.00
TORINO – VIA PORPORA C/O AREA MERCATALE 09.30/12.00
TORINO – P.ZZA SAN CARLO 09.30/12.00
VENARIA REALE – P.ZZA DE GASPERI C/O MERCATO 09.00/13.00

DOMENICA 08 FEBBRAIO 2026
CAVOUR – P.ZZA SFORZINI 09.30/12.00
SETTIMO T.SE – VIA ITALIA C/O ANG. P.ZZA CHIESA S. PIETRO 09.30/12.30
TORINO – P.ZZA SAN CARLO 15.00/18.00

PROVINCIA DEL VCO

SABATO 14 FEBBRAIO 2026
VERBANIA – PIAZZA RANZONI 09.00/12.00
VERBANIA – PIAZZA RANZONI 13.00/17.00

PROVINCIA DI VERCELLI

SABATO 14 FEBBRAIO 2026
BORGOSESIA – VIA XX SETTEMBRE 15.00/19.00
VERCELLI – CORSO LIBERTA’ ANG. VIA VITTORIO VENETO 15/00/19.00

A teatro “Ditegli sempre di sì”: “chi è davvero il pazzo?”

Domenico Pinelli debutta, come interprete e regista, venerdì 6 febbraio, alle ore 21, al teatro Gioiello di Torino, con la tragedia che si fa farsa “Ditegli sempre di sì”, di Eduardo De Filippo. La produzione è a cura della compagnia degli Ipocriti di Melina Balsamo, composta da 12 attori.  Pinelli l’ha portato in scena per la prima volta nel 2024  al teatro La Pergola di Firenze, in occasione del 40esimo anniversario della scomparsa del grande drammaturgo.

La geniale commedia era nata nel 1927 con un atto unico in dialetto napoletano, dal titolo “Chill’è pazzo!”, ed era stata scritta per il fratellastro Vincenzo Scarpetta e, in seguito, nel 1932, reintitolata dopo aver apportato importanti modifiche. L’opera racconta una vicenda in bilico fra farsa e dramma, dove la follia si fa motore narrativo e specchio della condizione umana. Muovendo dal celebre monito di Eduardo di “divertirsi riflettendo”, la messinscena propone un arilettura più consapevole e stratificata del testo, ricercando il cuore tragico dietro l’apparente leggerezza. Il progetto, sostenuto da una compagnia di giovani interpreti, coniuga rispetto per la tradizione e ambizione contemporanea, nel segno dell’umorismo pirandelliano, che tanto influenzò Eduardo. La storia parla di Michele Murri, un commerciante dimesso dal manicomio, dove è stato ricoverato per un anno, che torna a casa dalla sorella Teresa, a cui viene raccomandato di sottostare alle richieste del fratello per non tornare il suo fragile equilibrio. Murri, apparentemente sembra guarito, ma confonde i nomi reale persone, non conosce ironia, prende tutto alla lettera e si ritrova in un mondo in cui la normalità non coincide con ciò che la sua mente gli suggerisce, e tutto questo provoca una serie di equivoci e fraintendimenti. L’opera è una scommessa coraggiosa, che trasforma la farsa in dramma e rilancia la domanda “chi è davvero il pazzo?”.

Venerdì 6 e sabato 7 febbraio ore 21 / domenica 8 febbraio ore 16

Teatro Gioiello – via Cristoforo Colombo 31, Torino

Mara Martellotta

“Che la mia fine sia un racconto”: Giorgia Würth, il grande potere della letteratura

“Che la mia fine sia un racconto”, scritto da Giorgia Würth, appartiene a un modo di far letteratura che è andato piano piano perdendosi già a partire dalla seconda metà del Novecento, fino quasi scomparire, non fosse per qualche grande voce fuori dal coro, negli anni Duemila. Si tratta di quella letteratura che dall’intimismo puramente soggettivo vira e si ramifica in una più ampia analisi dello stare al mondo dell’essere umano come protagonista di un’unica comunità. Giorgia Würth, in questo libro, sembra ripercorrere le orme di quegli scrittori che, non sottomessi a un ordine politico o di credo, hanno saputo individuare e donare all’umanità la purezza della percezione elevandola a tema universale. Ricordo Carlo Emilio Gadda e il suo “Diario di guerra e di prigionia”, in cui i terribili eventi della Grande Guerra sono narrati dallo scrittore quasi fossero un affronto alla sua persona, che pagina dopo pagina diventa unica rappresentante del dolore e della sofferenza di corpi, cuori e menti trafitti dall’orrore. Una dinamica molto simile la troviamo in molti dei libri “sociali” di Antonio Tabucchi. Anche Giorgia Würth, in questo suo lavoro, ci propone un “diario” che funge da strumento per una riflessione complessa, ampia e che tocca molteplici argomenti. Le testimonianze di sofferenza di chi ha toccato con mano gli effetti del brutale conflitto israelo-palestinese non ci mettono in contatto con la semplice dimensione del dolore causato dal conflitto sanguinario, ma anche con il nostro modo di accogliere e metabolizzare le informazioni mediatiche che ne derivano, filtrate dalle nuove tecnologie. Oggi, per lo più, l’informazione arriva attraverso l’immediatezza dell’immagine, del reel social e la breve didascalia che lo contestualizza, della notizia “flash”, e leggere il libro di Giorgia Würth significa anche chiedersi se questo grande calderone di contenuti a cui ci sottoponiamo, e con il quale entriamo in azione a colpi di veloce scorrimento sul nostro smartphone, non contribuisca a una dispercezione riguardante il pericolo o la gravità di un evento, se tutto questo non causi anche una sterilità culturale e sentimentale nei confronti di un altro essere umano. Certo, le manifestazioni ProPal sono numerose, ma mi ha fatto riflettere una frase che disse un ragazzo durante un corteo a Torino: “Forse sto manifestando perché gli ideali che mi sono stati tramandati me lo impongono, ma sento purtroppo molto lontana la sofferenza di tutte queste guerre”.

Ecco, penso che questo di Giorgia Würth sia un libro necessario, e che risponda a queste preoccupazioni attraverso lo stimolo alla riflessione, riportando alla luce il grande potere della letteratura.

Dalla sinossi: “Dal 7 ottobre 2023, per molti di noi la vita non è più la stessa. Gli eventi di Gaza hanno scosso le fondamenta della giustizia, dei diritti umani e della libertà di pensiero. Per la prima volta, attraverso i social media, assistiamo in diretta a un genocidio, e questo ha lasciato un segno indelebile su chi ha scelto di non chiudere gli occhi. Dolore, rabbia e impotenza hanno spinto molti a rivoluzionare la propria vita, le relazioni, il lavoro. In questo diario collettivo, voci diverse si intrecciano per raccontare la lotta per la sopravvivenza di un popolo e l’impatto profondo di questa resistenza sulle nostre coscienze. Sono testimonianze di sofferenza, ma anche di risveglio e liberazione, in cui la Palestina diventa una lente attraverso cui ripensare noi stessi. Un’opportunità per decolonizzare il nostro immaginario, combattere l’islamofobia e il razzismo, e sfidare la disumanizzazione. La causa palestinese non è solo un conflitto geopolitico, ma un simbolo universale di dignità e umanità per chi ha il coraggio di coglierlo.
Affinché davvero non accada mai più.

“Che la mia fine sia un racconto” è un’opera potente e toccante che, attraverso la condivisione di esperienze personali, ci mette di fronte alla realtà brutale del conflitto israelo-palestinese e al suo impatto devastante sulla vita di milioni di persone. Il libro ci chiama a non rimanere indifferenti, a trasformare il dolore in azione, a rompere il silenzio e a lottare per un futuro di giustizia e di pace.

Gian Giacomo Della Porta

Reggia di Venaria: aperture all’ombra dei ciliegi in fiore

“All’ombra dei ciliegi in fiore” l’edizione 2026 si arricchisce delle aperture straordinarie dopo cena dal 21 marzo al 6 aprile, i giorni dell’Hanami

“All’ombra dei ciliegi in fiore”, edizione 2026, ai giardini della Reggia di Venaria, quest’anno gioca d’anticipo, promuovendo aperture straordinarie dopo cena dal 21 marzo al 6 aprile, giorni di massima fioritura dei petali rosa che ci ricordano l’Oriente. Con l’incantevole fioritura dei ciliegi, che trasforma il potager royale in una delicata nuvola rosa, torna l’evento più amato della Reggia di Venaria, che aspetta i turisti per godere di questo spettacolo della natura, accompagnato da concerti, aperitivi a tema, laboratori di pittura en plain air, visite a tema con i giardinieri e colazione sotto i petali rosa. A seguito della grande affluenza degli ultimi anni, i giardini della Reggia saranno aperti anche il 23 e il 30 marzo, oltre a lunedì 6 aprile e tutti i giorni con orario prolungato dalle 7.30 alle 18. Al pubblico verrà offerto uno spettacolo eccezionale in Italia, in quanto i 100 alberi fioriti saranno illuminati da altrettante luci, creando uno scenario magico che è degno della secolare tradizione romantica orientale dell’ammirazione dei ciliegi fioriti di notte, l’Hanami giapponese. La Reggia di Venaria ha inoltre imbastito una collaborazione con il MAO di Torino, quando sabato 21 e domenica 22 marzo saranno organizzati eventi legati alla cultura e alle tradizioni giapponesi, reinterpretate in chiave contemporanea, e contestualizzata nei giardini della Reggia. La fioritura dei ciliegi diventa così uno spunto per occasioni di incontro e ascolto, e per favorire il dialogo con il paesaggio.

Mara Martellotta

 

Partito il countdown per la vendita dei primi 3.000 “biglietti open” per l’evento All’ombra dei ciliegi in fiore alla Reggia di Venaria: dalle ore 10 di domani, venerdì 6 febbraio, saranno disponibili i primi 3.000 “biglietti open” su lavenaria.it.

Evasio Gozzani e Paolina Bonaparte. Ciceroni a Villa Borghese

 

Da testi di antica memoria emergono come uno sciame sismico personaggi dotati di continuità creatrice. Evasio Gozzani, cavaliere e marchese di San Giorgio, si trasferì con la moglie baronessa Giuseppa Martin di Lione e la famiglia da Casale Monferrato a Roma come ministro nelle segreterie del principe Camillo II Borghese e Paolina Bonaparte. Evasio, definito il marchese pazzo per la notevole intraprendenza, era molto abile nella diplomazia, nel settore economico, commerciale e diritto privato. Era uno dei dieci figli della marchesa Teresa Bergera di Chieri e del marchese Giovanni Battista, edificatore del palazzo San Giorgio Gozzani, oggi sede comunale di Casale. Nella propria fonderia di Ginevra, Giovanni Battista costruì un orologio meccanico installato sulla torre civica di S.Stefano, donato alla comunità casalese. Dopo la battaglia di Marengo, il Piemonte fu inquadrato nella 27° divisione  diventando territorio francese. Nel frattempo Casale si stava trasformando: venivano eliminati i conventi, i tesori delle chiese venduti all’asta, le strade e le porte d’ingresso cambiavano nome, la città impoverita ridotta ad un villaggio, il consiglio cittadino destituito.

Napoleone, proveniente da Alessandria, fu accolto trionfalmente a Casale il 6 luglio 1805 a Porta Marengo addobbata con archi floreali, l’attuale Piazza Martiri. La guardia d’onore dell’imperatore era agli ordini del marchese Gian Giovanni Giacomo Gozzani di Treville, consigliere comunale di Casale, colonnello e cavaliere dell’Impero francese, incaricato dal fratellastro Evasio Gozzani di San Giorgio. Il ministro dell’interno Champagny individuò il soggiorno per Napoleone e consorte nel palazzo nobiliare San Giorgio Gozzani, proprietà della cognata di Evasio e vedova Sofia Doria Gozzani, marchesa di Ciriè e San Giorgio. La marchesa lasciò libero il palazzo con la servitù a disposizione dell’imperatore ma non partecipò al ricevimento in suo onore su consiglio della zia Enrichetta, monaca di Pinerolo, che aveva definito Napoleone un diavolo. Sofia si trasferì nella dimora estiva del castello di San Giorgio sollecitata dal cognato Evasio, segretario generale del maire Giorgio Rivetta, sindaco di Casale. Non partecipò neppure alla visita casalese del  governatore generale del Piemonte Camillo II Borghese, trasferitosi a Torino dove aprì una corte, sempre molto assente e senza la moglie Paolina Bonaparte.

Paolina, Venere dell’Impero bella ed elegante che fece impazzire la Parigi napoleonica per diventare regina della Roma papalina di inizio ‘800, fu protagonista di una vita travagliata. Non riuscì a trovare la felicità nel matrimonio con Camillo, combinato politicamente dal fratello Napoleone, immersa nello sfarzo della vita mondana romana ma senza pace. È sepolta nella chiesa di Santa Maria Maggiore, accanto a Gian Lorenzo Bernini e papa Francesco. L’intermediazione del ministro Evasio fu determinante nella valutazione delle opere della galleria d’arte Borghese, cedute da Napoleone al governo francese e destinate al Louvre, aumentandone il valore da sei a dodici milioni di lire, denaro solo in parte recuperato per la caduta dell’imperatore. L’emergente architetto e archeologo casalese Luigi Canina, progettista della chiesa torinese della Gran Madre di Dio, fu inserito in casa Borghese da Evasio, suo testimone e protettore come descritto nel ricco epistolario del Gozzani. Il Canina ottenne l’ufficio di architettura della Cassa di Risparmio di Roma, fu responsabile degli scavi archeologici del Foro Romano, Tuscolana, Appia Antica e progettò la palazzina a Fontanella Borghese dedicata a Giuseppe Gozzani, marito della baronessa Teresa von Luttichau di Dresda, succeduto al padre nelle segreterie Borghese.

Nella basilica romana di S.Lorenzo in Lucina è stata ritrovata la tomba di Camillo Gozzani morto infante, uno degli otto fratelli di Giuseppe, marchese di San Giorgio.
Napoleone aveva ceduto l’abbazia di Lucedio e le sei grange vercellesi al Borghese per tre milioni di lire, quarta parte del valore delle opere sottratte al cognato. Dopo il sequestro  dei Savoia, le grange furono vendute dal Borghese a Michele Benso marchese di Cavour, a Luigi Festa immobiliarista e a Carlo Giovanni Gozzani, detentore del 50% della spartizione, sostituendo lo zio Evasio per il mancato accordo economico. Carlo Giovanni, marchese di San Giorgio e figlio di Sofia Doria, era socio in affari con il marchese di Cavour per la creazione della prima società di navigazione del Lago Maggiore con una società di Locarno. A Torino, Carlo Giovanni fu socio fondatore della Società Italiana del Gas, proprietario del palazzo Baroni di Tavigliano nella contrada degli ambasciatori e benefattore del Regio Manicomio con la madre Sofia. Nel 2010 fu allestito un cortometraggio sulla vita del principe Borghese con due guide d’eccezione, Paolina Bonaparte ed Evasio Gozzani, all’epoca curatore della galleria Borghese dove ancora oggi si può ammirare la Venere Vincitrice.
È risaputo che Antonio Canova non amasse scolpire ritratti di persone viventi ma, trattandosi di una delle donne più affascinanti e potenti del momento, nientemeno che sorella di Napoleone, non rifiutò la richiesta del principe Camillo II Borghese di ritrarre la moglie Paolina. Sentendo maggiormente il richiamo delle figure dell’antichità greca e latina legate alla mitologia, conciliò mito e realtà secondo la propria poetica dell’unione del Bello ideale e del Bello naturale facendo rivivere Paolina come Venere Vincitrice del pomo d’oro, simbolico premio consegnatole da Paride che la definì la più bella dea nel confronto con Era e Atena. Attraverso la resa veritiera del viso e l’idealizzazione del corpo, senza imperfezioni come deve essere quello di una dea, levigato con acqua di mola, pietra pomice e cera rosata per renderlo palpitante e vivo come “vera carne”, Canova non accolse la convinzione del Winchkellman auspicante l’imitazione fredda e compassata delle statue greche bianchissime (si scoprì poi che ai tempi antichi si usava anche dipingerle), restando fedele alla propria interpretazione personale del neoclassicismo. Se avesse accettato i dogmi intellettualistici avrebbe rischiato di perdere la libertà di espressione che definisce lo stile personale di un artista, anticipando la nascita della filosofia estetica nata pochi anni dopo la morte del Canova. Paolina Borghese Bonaparte è stata resa immortale grazie al talento dell’artista di Possagno che è riuscito a sprigionare dal marmo lo spirito vitale e sensuale di una donna vivente e al tempo stesso dea.
Armano Luigi Gozzano
Giuliana Romano Bussola 

Forme dell’attrito

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BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

Nel terzo appuntamento di Brandelli vi parlo della regista Giulia Odetto.

Originaria di Fossano e formatasi alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, si destreggia, giovanissima, sul filo di lana di più linguaggi: attriceassistente alla regiamacchina concreta delle produzioni, fino ad approdare alla regia come fucina in cui amalgamare al meglio l’energia rigogliosa che l’attraversa.

Nel 2016 fonda Effetto Pullman, poi Collettivo EFFE, dove già in nuce si può trovare aggrovigliata la traiettoria che prenderà: non un teatro di rappresentazione, ma abbastanza ampio da mettere in attrito corpi e medianatura e tecnologia, stracolore di luci e buio.

Arriva anche il riconoscimento pubblico come attrice quando viene scelta per Tango Glaciale Reloaded, diretto da Mario Martone, del quale lei parla con affetto: “uomo calmo e risolto”.
Uno spettacolo in cui la dirompenza della sua giovinezza può deflagrare tra pareti che si aprono, stanze che cambiano funzione, oggetti che diventano improvvisamente “altro da sé”.

Poi c’è Onirica, finalista alla Biennale College Teatro (registi under 30), e Wonderland, prodotto dal Teatro Stabile di Torino nel gennaio 2024, ispirato ad Alice in Wonderland, dove il mondo infantile si fa macchina percettiva che moltiplica la realtà come attraverso la lente di un canocchiale che esplode, e un vociare nevrastenico riecheggia in un fantasmagorico tunnel lampeggiante.

Oggi lavora tra creazione e istituzioni, ed è impegnata nell’allestimento di Come vi piace di Shakespeare al Teatro Carignano, l’autore per antonomasia, che le permetterà di sperimentare anche là dove sembra essere già stato saggiato tutto.

Ci incontriamo una mattina di pioggia al bar Antico Borgo, in zona Borgo Dora, uno di quei quartieri di Torino che, di per sé, sembra un’imprudente scenografia teatrale: una ripetizione quotidiana di gesti e di volti che appaiono come irrorati dalle fiamme tremule di una corte dei miracoli.
Impataccata, rimbombante, sottosopra, spesso grottesca, reale, qui Torino dismette il suo abito da sera sabaudo e si impiastriccia malamente il viso con un trucco umano che la fa assomigliare al quadro La maschera di Frida Kahlo.

Vedo Giulia dai vetri del bar, indossa un cappello da pescatore leopardato che non le permette di mimetizzarsi e un sorriso da folletto che ben predispone.
Mentre parliamo seduti a un tavolino noto in lei una tendenza naturale alla pianificazione, alla struttura, come se il caos – che pure la attrae – dovesse sempre passare attraverso un filtro prima di essere esaudito.

Ogni frammento della realtà le appare come potenziale teatro: nulla è davvero neutro.
Come se il quotidiano non fosse una banalità da oltrepassare, ma una miniera che permette di accumulare una fortuna da dilapidare in scena.

Giulia si percepisce come un collante umano: le piace lavorare in gruppo e, seppur mantenendo di fondo la veste di regista-demiurgo, non domina né invade. Immagina uno spazio dove poter osservare tanti corpi, presenze, materie vive, da far risuonare in un attrito inizialmente controllato e che, da scintilla, può generare il fuoco.

Parliamo di balle di fieno, di faine, di pullman, di spaventi, di corpi umani, di montagne.
Di montagne: nel suo spettacolo Il mio corpo è (come) un monte del 2021, Giulia si pone non una metafora poetica ma un’ipotesi ontologica: farsi cima.
Tenta l’inesaudibile attraverso il corpo della ballerina Lidia Luciani e “l’occhio in vista” e lo strumento percettivo, visivo e sonoro, di Daniele Giacometti.

I movimenti sono rallentati, rotti e spesso minimi, talvolta prossimi all’immobilità. La scena non cambia: è il rapporto tra corpo e spazio a mutare lentamente, producendo una sensazione di durata geologica.
I suoni sono d’acqua che gocciola, d’aria sferzante e soprattutto di sassi che si scontrano, continui e stratificati: microscopiche placche tettoniche in azione.
Cambiamenti minimi di intensità e temperatura nella luce accompagnano la metamorfosi.
Tutto dal vivo.

Nel progetto la parola che ritorna è “rinuncio”: un ammasso di rinunce all’umano che tentano, appunto, di ammassarsi e diventare monte.
Una ricerca che si concentra sull’abbandono come sincera dichiarazione d’identificazione, sull’idea che diminuendo l’umano si possa espanderlo, fino a farsi tangente di condizioni limite dell’esistenza.

Termino l’articolo su questo suo lavoro, che mi vede particolarmente partecipe negli intenti, e che ha trovato un forte nodo di congiuntura con Giulia.
Uno smarginare oltre una terra isolata del corpo, un perpetuo oltrepassamento per sfiorare ciò che “è più lontano a ciò che è vicino e più vicino a ciò che è lontano”.

Carcere Torino: agente colpito da detenuto

LA DENUNCIA DEL SAPPE

Ennesimo, gravissimo episodio di violenza all’interno della Casa Circondariale di Torino, dove la sicurezza continua a sgretolarsi sotto il peso di un sistema ormai al collasso. Intorno alle ore 12:45 di oggi, un detenuto di origine nordafricana, ristretto presso la Nona Sezione del Padiglione B, ha aggredito senza alcuna provocazione un agente di Polizia Penitenziaria, colpendolo violentemente al volto con una testata.

A renderlo noto è Vicente Santilli, segretario nazionale per il Piemonte del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE). Il detenuto, anziché recarsi alle attività intramurarie previste, si tratteneva nella sezione a colloquiare con altri ristretti. Al legittimo invito del personale a dirigersi verso il locale “scuola”, l’uomo reagiva con un gesto brutale e deliberato, trasformando l’istituto penitenziario in un ring e l’agente in un bersaglio inerme.

Solo il rapido intervento degli altri operatori ha impedito conseguenze ben più gravi. Il poliziotto aggredito, soccorso immediatamente, è stato trasportato presso il presidio ospedaliero, dove gli è stato diagnosticato un trauma cranico con contusione, con una prognosi di tre giorni. Un bilancio che, ancora una volta, fotografa la quotidiana esposizione al rischio del personale in divisa.

“Il Padiglione B si conferma una zona franca della violenza”, attacca Santilli. “Una realtà ormai fuori controllo, dove il personale di Polizia Penitenziaria è costretto a operare in condizioni di emergenza permanente, senza tutele adeguate, con organici insufficienti e livelli di stress insostenibili. I poliziotti sono esausti, esasperati e abbandonati dalle istituzioni”.

Durissimo anche l’intervento di Donato Capece, segretario generale del SAPPE: “Quanto accaduto è l’ennesima dimostrazione delle condizioni disastrose in cui versa il sistema penitenziario italiano. Le carceri sono una polveriera pronta a esplodere e chi paga il prezzo più alto sono, come sempre, i servitori dello Stato. È un’offesa alla Nazione, un atto vile e infame, compiuto da chi si trova in stato di detenzione e dovrebbe essere impegnato in un percorso di risocializzazione. Qui, invece, assistiamo a uno scempio quotidiano, indegno di un Paese civile”.

“L’aggressione di oggi – prosegue Capece – non è un caso isolato, ma l’ultimo anello di una catena di violenze che denunciamo da tempo nell’indifferenza generale. È evidente che il sistema non regge più: servono decisioni immediate, drastiche e non più rinviabili”.

Il SAPPE lancia quindi un ultimatum alle istituzioni. “Chiediamo l’intervento immediato del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Ministero della Giustizia”, incalza Capece. “Basta buonismo e tolleranza verso i detenuti violenti. È necessario applicare senza esitazioni l’articolo 14-bis dell’Ordinamento Penitenziario, revocare ogni beneficio e dotare il personale di strumenti concreti per difendersi. Chi aggredisce un poliziotto non può essere trattato come se nulla fosse. Ogni ulteriore ritardo renderà lo Stato complice di questa deriva”.

cs

Quarti di finale Coppa Italia Atalanta -Juventus 3-0. Bianconeri non pervenuti

 

Serata amara per la Juventus, travolta 3-0 dall’Atalanta nei quarti di finale di Coppa Italia. I bianconeri creano anche, ma peccano clamorosamente sotto porta e finiscono per pagare ogni errore.
La Dea, invece, è spietata: sblocca il match nel primo tempo con il rigore di Scamacca e nella ripresa chiude i conti grazie all’impatto decisivo dei subentrati Sulemana e Pašalić. Una vittoria netta, costruita con solidità e cinismo.
L’Atalanta vola così in semifinale, confermando il suo ottimo momento. Per la Juventus resta solo la delusione di un’eliminazione pesante e di un obiettivo stagionale che svanisce troppo presto.

Enzo Grassano

Tir carico di legname si ribalta a Chieri: traffico paralizzato

Tir con legname si ribalta a Chieri: bloccato dopo che le ruote di destra finiscono sulla careggiata. È questo l’incidente successo ieri, in strada Fontaneto.

Il mezzo pesante aveva targa francese e si stava spostando in direzione del centro. Il conducente non ha riportato ferite ed è riuscito a chiamare i soccorsi. Sul luogo sono accorsi gli agenti della polizia locale di Chieri, che hanno gestito il traffico, obbligati a imporre il senso unico alternato per quasi tutto il giorno, finché il mezzo è rientrato sulla carreggiata. Si sono registrati rallentamenti e disagi per gli automobilisti.

VI.G