ilTorinese

Appuntamenti alla Biblioteca Civica di Chieri

Lunedì 23 febbraio prossimo, dalle 15 alle 18, l’appuntamento alla Biblioteca Civica di Chieri ha il titolo “Chiedi al commercialista”, un appuntamento con un professionista dell’ordine dei Commercialisti di Torino, che sarà a disposizione in presenza per fornire gratuitamente una consulenza di primo livello su temi fiscali e tributari  del terzo settore e societari. Sono esclusi i temi giusvaloristici, di controllo delle buste paga, contratti di lavoro , TFR.
Per usufruire del servizio occorre prenotarsi al numero 0119428400 oppure scrivendo alla Biblioteca di Chieri a biblioteca@comune.chieri.to.it o recandosi in biblioteca entro le 10.30 del giovedì precedente lo sportello.
All’atto della prenotazione sarà necessario indicare il proprio nominativo,  tematica da trattare e recapito per essere ricontattati. Ogni utente ha a disposizione circa trenta minuti con il professionista.

Sabato 28 febbraio prossimo alle 15 si terrà il secondo appuntamento del 2026 della rassegna  “La città di Carta”, dal titolo “A tutti i chieresi! Lettere dei Duchi di Savoia”
I sovrani del Piemonte nel Medio Evo si rivolgevano alle comunità locali con lettere, ordini, disposizioni di vario genere.  Ne restano  interessanti testimonianze  utili ad approfondire il rapporto tra il potere centrale e i poteri locali. Ogni appuntamento porta il pubblico alla scoperta di alcuni documenti legati a un tema programmato. L’iniziativa consente ai presenti di esaminare da vicino le carte, i disegni, le pergamene, i registri, con la guida dell’archivista che accompagna e illustra il tema servendosi dei documenti.

Ingresso libero senza prenotazione.

Sabato 28 febbraio dalle 9 alle 12, presso la Sala Roccati della Biblioteca Civica di Chieri, si terrà l’appuntamento periodico dal titolo “Giocando s’impara. Il gioco come stimolo educativo e invito alla lettura”. Bambini e bambine dai sette anni saranno accolti dai volontari dell’Associazione Ludichieri che trasformeranno il gioco in uno stimolo educativo e in un invito alla lettura.

Ingresso libero senza prenotazione.

Mara Martellotta

Marrone (FdI): “Tubercolosi al Neruda? Preoccupante”

“ANTAGONISTI LEGATI AD ASKATASUNA TENGONO IMMIGRATI IN PRECARIETÀ IGIENICA. SGOMBERO.”

“Da emergenza di ordine pubblico Askatasuna diventa emergenza sanitaria, continuando a tenere decine di immigrati in condizioni di sfruttamento e precarietà igienica, con l’intollerabile inerzia, se non accondiscendenza, delle politiche sociali del Comune di Torino, anche lì proprietario della palazzina occupata e quindi responsabile di cosa vi accade dentro.
Quell’occupazione va chiusa nell’interesse delle persone che vi abitano, per farle seguire dal welfare istituzionale e non dall’anti-Stato degli antagonisti, il cui presunto impegno sociale ci regala solo focolai di malattie contagiose” lo dichiara l’assessore regionale alle Politiche sociali Maurizio Marrone, dopo che l’Asl ha rilevato un nuovo focolaio all’interno del Neruda Occupato.

“L’ora del Vermut”, la terza edizione del Salone al Museo del Risorgimento

Ritorna ai “Natali”, per il suo 240° compleanno, il “Vermouth” di Torino

Sabato 21 e domenica 22 febbraio

“E come Parigi ha l’ora dell’assenzio, Torino ha l’ora del Vermut, l’ora in cui la sua faccia si colora e il suo sangue circola più rapido e più caldo”: parole davvero speciali (volte a ricordare tutta la “torinesità” del più nobile degli aperitivi) quelle datate 1911 (da “Speranze e glorie. Le tre capitali: Torino-Firenze-Roma”) a firma del celebre papà di “Cuore” (ligure di nascita ma piemontesissimo d’adozione) Edmondo De Amicis, fra i tanti estimatori, dal fine palato, di quel “Vermouth” (o “vermut”), vino aromatizzato e liquoroso “inventato” proprio a Torino nel lontano 1786, all’interno della bottega sita in piazza Castello dell’erborista Antonio Benedetto Carpano, miscelando del “Moscato” di Canelli con un infuso di erbe, principalmente “assenzio” o “artemisia maggiore”, in tedesco “Wermut”, per l’appunto. Invenzione geniale (sebbene vini aromatizzati esistessero già dai tempi degli antichi Greci e Romani) tanto che la liquoreria del “Carpano” diventò, in allora e per anni, luogo fra i più frequentati del capoluogo piemontese e meta ambita da tutta la nobiltà sabauda, in primis (e che pubblicità!) dalla stessa corte di Vittorio Amedeo III, cui quel “furbacchione” del Carpano fece subito recapitare a corte, da buon vicino di casa, una graditissima cassa del suo “Vermouth”. Da allora il successo della bevanda decollò resistendo nel tempo e a livello internazionale. Fra i grandi estimatori, mi piace ancora ricordare, mentre ne assapora il profumato aroma seduto al “solito suo tavolo” al “Cambio”, il ministro Camillo Benso di Cavour, affezionato soprattutto al celebre, “Punt e Mes”  o “Vermouth rosso con elisir di china”. Per arrivare, un bel po’ d’ anni dopo, al senatore Giovanni Agnelli che, si dice, amasse pasteggiare, anche lui, con un buon bicchiere di “Punt e Mes”, simboleggiato nel logo da quella “Sintesi 59”, scultura ideata da Armando Testa e donata nel 2015 alla “Città di Torino” per essere allocata nella piazza XVIII Dicembre, proprio davanti alla vecchia stazione di “Porta Susa”.

Quant’acqua da allora è passata sotto i ponti. 240 anni! Ancora ben portati, da “monsù Vermut”, dal 2017 registrato con l’“Indicazione Geografica – Vermut di Torino” e di certo anni degni d’essere ricordati, con tutti gli onori, nella terza edizione del “Salone del Vermouth”, ospitata per due giorni, sabato 21 e domenica 22 febbraio, nelle Sale del “Museo Nazionale del Risorgimento Italiano” (piazza Carlo Alberto, 8), visitabili durante il “Salone” con il percorso guidato “Un Museo, mille storie: il Risorgimento è servito!”Primo e unico appuntamento italiano dedicato a questa nostra “eccellenza” del buon bere – ideato e curato da Laura (Lalla) Carello, ideatrice di “MT Magazine”, con il patrocinio ed il sostegno di “Camera di Commercio”“Comune”“Regione” e “Turismo Torino e Provincia” – questa terza edizione del “Salone” vuole essere un grande “contenitore esperienziale e culturale”, capace di accogliere un folto numero di produttori, operatori del settore e pubblico per dare vita a un articolato “palinsesto di incontri”, “degustazioni” e “momenti di approfondimento”. Oltre 30 i produttori presenti, dai marchi storici alle realtà artigianali emergenti, riuniti per raccontare il “Vermouth” attraverso le sue diverse interpretazioni, dando vita a un dialogo unico tra le grandi eccellenze storiche del territorio e giovani produttori emergenti che stanno portando nuova linfa e creatività alla categoria. Basti pensare, come sottolineano Paolo Bongioanni e Claudia Porchietto, rispettivamente assessore regionale al “Commercio Agricoltura e Cibo” e sottosegretario alla “Presidenza” della “Regione”, che “a fronte della crisi che ha interessato altri prodotti alcoolici, il vermouth piemontese non segna il passo”. “Anzi – aggiungono – i numeri parlano di un vero e proprio boom: una produzione aumentata dal 2018 al 2024 da 2,4 a 6,8 milioni di bottiglie, un prezzo medio alla bottiglia passato dai 17,92 ai 25,20 euro e un fatturato salito da 32,6 ai 172,2 milioni di euro e realizzato per il 65% all’estero”. Cifre che giustificano le importanti novità di quest’anno: dalla “Giornata B2B esclusiva” riservata al “trade” (lunedì 23 gennaio) al “Fuori Salone” (dal 16 al 22 febbraio), un autentico “laboratorio del Vermouth a cielo aperto” che estenderà la manifestazione all’intera città, attraverso i migliori ristoranti subalpini.

Per ulteriori info sul programma nel dettaglio: www.salonedelvermouth.com

Gianni Milani

Nelle foto: Manifesto “Salone del Vermouth” e immagini di repertorio

Rifondazione: “Solidarietà ai giovani colpiti da misure cautelari”

Riceviamo e pubblichiamo

La campagna repressiva del Governo prosegue: il 19 febbraio 18 giovani del Coordinamento Torino per Gaza sono stati colpiti da misure cautelari per le mobilitazioni di “Blocchiamo Tutto” a sostegno del popolo palestinese e contro le politiche dello Stato di Israele.

Come Rifondazione Comunista – Federazione provinciale di Torino denunciamo un accanimento verso la nostra città, già segnata negli ultimi mesi da interventi contro giovani, anche minorenni. Il Governo guidato da Giorgia Meloni continua a rispondere al dissenso con misure repressive, restringendo spazi sociali e diritto di manifestare, mentre porta avanti riforme che mettono in discussione l’indipendenza della magistratura.

Esprimiamo forte preoccupazione per l’involuzione democratica del Paese e ribadiamo la necessità di continuare la mobilitazione, nelle piazze e nei territori, a partire dalla Manifestazione Regionale indetta dal Coordinamento Regionale per la Palestina per Sabato 14 Marzo, per la libertà di dissenso, contro la repressione e per una Palestina libera.

RIFONDAZIONE COMUNISTA
Federazione provinciale di Torino

Amici Miei compie 25 anni: nuova identità per la pizzeria che ha fatto scuola a Torino

Venticinque anni e una scelta chiara: cambiare tutto, tranne l’essenziale.

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Amici Miei, insegna storica di corso Vittorio Emanuele II 94/a, celebra il traguardo con un nuovo look e una nuova identità visiva. I muri parlano, ironizzano, cambiano idea. Lo spazio si rinnova, l’atmosfera evolve. Ma al centro resta lei: la pizza.

Quando a Torino la pizza era ancora “solo una pizza”, Amici Miei era già tra i primi a trattarla come un prodotto serio. Non gourmet, non costruita per stupire con effetti speciali. Pizza vera. Con il sapore di pizza.

Negli anni è stata anche tra i pionieri della versione senza glutine, proposta senza compromessi, con la stessa cura e dignità dell’impasto tradizionale. Nessuna pizza di serie B, allora come oggi.

A 25 anni dalla nascita, il locale rilancia con una novità interessante: si può scegliere tra impasto alla romana – croccantissimo –  o napoletana – morbidissimo. Due caratteri diversi, stessa attenzione alle materie prime e alla lavorazione. Ingredienti di prim’ordine, equilibrio, tecnica.

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Accanto alla pizza, una cucina gastronomica che sorprende per coerenza: fritti curati, insalate mai banali e uno stracotto che pochi si aspetterebbero in una pizzeria. Non un cambio di mestiere, ma un ampliamento naturale dell’offerta.

Il progetto porta la firma del fondatore Marco Bonomi, ingegnere di formazione, che nel 2000 ha dato vita a un’idea allora innovativa per Torino: la pizzeria come luogo di identità, non solo di consumo. Per il nuovo corso si è affiancato a Marco Rubiola per l’identità creativa e a Stefano Cerruti per la ridefinizione degli interni.

“Festeggiare 25 anni significa fermarsi un momento e guardare a quello che si è costruito, ma anche trovare il coraggio di rimettersi in gioco. In Amici Miei abbiamo scelto di rinnovare il modo di raccontarci e di accogliere le persone, continuando a fare quello che sappiamo fare meglio: una pizza curata, pensata e condivisa. È un cambiamento naturale, che nasce dal desiderio di restare fedeli a noi stessi, senza smettere di evolvere”, spiega Bonomi.

Fiore all’occhiello nei dessert restano le storiche e goduriose zeppole della Pasticceria Amici Miei di corso Vinzaglio 23, un altro indirizzo di casa Bonomi molto amato in città. E con la Festa del Papà alle porte — dove la zeppola è il dolce simbolo per eccellenza — un salto lì diventa quasi obbligato.

Il tutto in corso Vittorio Emanuele II, sempre più tra i portici più glamour di Torino, dove ristorazione e socialità stanno vivendo una nuova stagione.

Un anniversario che non celebra il passato con nostalgia, ma riafferma un principio semplice: la pizza non ha bisogno di aggettivi altisonanti.
Ha bisogno di essere fatta bene.

Chiara Vannini

Una voglia di matrimonio a sconvolgere la giornata dei coniugi Drayton

“Indovina chi viene a cena” all’Alfieri, repliche sino a domenica

Una giornata “strana e straordinaria” allo stesso tempo quella che stanno vivendo i coniugi Drayton, una giornata che non è l’occasione per una fiaba ma di una realtà che cade su di loro e in cui bisogna prendere decisioni: la loro figlia July è appena tornata per presentare il giovane dottor Prentice, studioso di malattie tropicali, un curriculum lungo così, un lutto alle spalle che sinora ha cercato di cancellare, un uomo davvero eccezionale. La causa di un colpo di fulmine, lo ha incontrato sotto il sole delle Hawaii e lo vuole sposare e niente e nessuno potrà farle cambiare idea. Ma è nero. Anzi, come si sente dire stasera a teatro, “negro”. Erano gli anni Sessanta, mettiamo per l’esattezza il 1967, da un paio gli afroamericani avevano marciato da Selma a Montgomery per riaffermare il loro diritto al voto, era appena stata promulgata una sentenza della Corte Suprema ad abolire le leggi che facevano illegale il matrimonio interrazziale, da tre Martin Luther King aveva vinto il Nobel per la Pace a Oslo, nello stesso anno Katharine Hepburn con tutta la magnificenza della sua Cristina che spadroneggiava in “Indovina chi viene a cena”, Stanley Kramer regista, vinceva il secondo dei suoi quattro Oscar. Ieri e oggi, una realtà che ha ormai sessant’anni ma che ha profonde radici nel mondo che viviamo.

Matt fa parte della bella borghesia di San Francisco, elegante appartamento con vista sul ponte più famoso al mondo, la sua è una visione liberal e tutte le sue idee lo sono, ha fondato un giornale per poterle affermare appieno, vive per le stesse: ma non ha messo in conto che quelle idee sarebbero potute passare dalle pagine del giornale alle pareti di casa sua e coinvolgerlo con feroce immediatezza e travolgerlo. Quel benestare alle nozze lui non lo darà mai, è la società in cui vive a spaventarlo per l’avvenire dei due ragazzi. Quel matrimonio non s’ha da fare, avrebbe detto qualcuno qualche secolo prima. Cristina, dopo il primo smarrimento, si mette a spalleggiare le decisioni della figlia, che altro non è che “quella che abbiamo fatto noi”, quella che è cresciuta secondo i principi che loro stessi le hanno insegnato. Bisognerà fare i conti, quando con la moglie si presenterà a casa Drayton anche con il vecchio Prentice, l’uomo che non è pronto a sapere che suo figlio sposerà una ragazza bianca, l’uomo che per dare un futuro al figlio s’è spaccato per anni la schiena sotto il peso del suo borsone di portalettere, per tanti chilometri che si potrebbe fare tre volte il giro del mondo, un padre che continua a vedersi come un uomo di colore mentre suo figlio, che aspira a vivere in un mondo in evoluzione, vede in se stesso esclusivamente un uomo. Come già ci aveva spiegato il vecchio Tracy, saranno le parole di Matt a portare a tavola un lieto fine.

In “Indovina chi viene a cena”, che aveva la sceneggiatura di William Arthur Rose (un altro Oscar) – teatralmente qui riproposta nell’adattamento di Mario Scaletta (che si ritaglia altresì il gustoso personaggio di Padre Ryan, eccellente campione di golf come sacerdote di lungimiranti consigli) e con la convincente regia di Guglielmo Ferro -, si continua a parlare di differenze e a trattare di matrimoni misti, di rapporti tra padri e figli non sempre idilliaci, di vite che s’intralciano e si riappacificano, di un mondo che nel bene e nel male continua a cambiare, si sceglie il termine comprensione al posto di quello di tolleranza, si pronuncia la parola razzismo (applauditissima) come buon senso (magari più da sottolineare?), ci si commuove e ci si diverte per uno svolgimento e un dialogo che non urlano mai ma badano a una umanità autentica, a un’eleganza e a una riflessione che scoperchia temi attuali, importanti, che premono sempre di più, quotidianamente ormai.

Eleganti ed eccellenti nei loro diversi modi e tempi di comprensione Cesare Bocci e Vittoria Belvedere, irriverente ma per molti versi assennata (anche nelle note negative) la camerierina Tillie di Fatima Romina Alì, esuberante di convinta felicità la July di Elvira Cammarone. Con i loro compagni firmano una autentica serata di successo. L’Alfieri stracolmo di pubblico, applausi applausi applausi e qualche commozione: si replica soltanto sino a domenica ed è un vero peccato.

Elio Rabbione

Daspo del Questore per tifosi granata e bianconeri

Sono 5 i Daspo della durata di un anno emessi dal questore di Torino nei confronti di tifosi coinvolti in episodi avvenuti durante incontri di calcio in città.
Quattro  riguardano tifosi del Torino, ma  non apparterebbero ad ultras. Nel corso della partita Torino-Cremonese del 15 dicembre,  allo stadio Olimpico Grande Torino, hanno lanciato razzi pirotecnici sugli spalti. Il quinto provvedimento è stato notificato a uno juventino minorenne che, nel corso di Juventus-Pafos del 10 dicembre all’Allianz Stadium, ha mirato con un puntatore laser verde verso gli spalti della tifoseria ospite.

Uomo morto nei campi: si tratta di un’esecuzione con arma da fuoco?

E’ stata un’esecuzione con un colpo di testa alla nuca? Gli inquirenti ancora non confermano la causa della morte dell’uomo trovato riverso  senza vita nelle campagne di Bra, in provincia di Cuneo. Il cadavere  è stato scoperto da un automobilista di passaggio in strada Chivola, nei pressi della frazione di Pollenzo.

Tutta la meraviglia del “San Gerolamo” restaurato

Ritorna nella “Sala Acaia” di Palazzo Madama, dopo un delicato intervento di restauro, il prezioso “Polittico” cinquecentesco del “nostro” Defendente Ferrari

Padre e Dottore della Chiesa, traduttore in latino di parte dell’“Antico Testamento greco” e successivamente dell’intera “Scrittura ebraica”,  di San Gerolamo – Sofronio Eusebio Girolamo (Stridone – Istria, 347 – Betlemme, 420), si contano in pittura due “iconografie” principali: una con tanto di abito cardinalizio e con il libro della “Vulgata” in mano o intento e assorto nello studio della “Scrittura” e un’altra, come immagine da ascetico anacoreta nel “deserto della Calcide” (dove rimase un paio d’anni, 375 – 376) o nella “Grotta di Betlemme”, ritratto senza l’abito e senza “galero” (cappello) cardinalizio, spesso accanto al “leone” cui la leggenda racconta avesse tolto una spina dal piede amicandoselo per la vita, al “crocifisso” (simbolo di penitenza) e alla “pietra” con cui pare fosse solito battersi il petto.

A questa seconda rappresentazione s’avvicina in buona parte il “Polittico con san Gerolamo e santi, Annunciazione e scene della Passione”, presentato in “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica” di Torino (dove l’opera aveva già fatto il suo ingresso nel 1932 attraverso l’acquisizione da parte del lungimirante antiquario torinese Pietro Accorsi dal conte bresciano Cesare Jacini e, non meno, attraverso il mecenatismo illuminato di Giovanni Battista Devalle – fra i soci fondatori della “Pininfarina” – del senatore Isaia Levi e del collezionista Silvio Simeom), dopo un delicato e complesso intervento di restauro, reso possibile grazie al generoso finanziamento dell’avvocato Marziano Marzano, già vicesindaco e assessore alla “Cultura”, durante le Giunte Novelli negli Anni ’70 e primi ’80, e “padre” di quella via Garibaldi finalmente senza auto, prima grande “isola pedonale” della Città.

Polittico (tempera su tavola di grandiose dimensioni, 282 per 211 cm.) realizzato da Defendente Ferrari (Chivasso, 1475 ca. – Torino, 1540) fra il 1520 e il 1535, l’opera rappresenta indubbiamente un lavoro di straordinaria importanza per la storia della pittura piemontese del primo Cinquecento, la cui perfetta conservazione nel tempo è stata però impedita dalla sue stesse notevoli dimensioni. Quanto mai complesso, dunque, il lavoro condotto dal “Laboratorio di Restauro” di Leone Algisi a Gorle (Bergamo), che ha curato gli interventi sulla parte lignea e strutturale – la composizione era stata ristretta sui lati, a danno delle lesene laterali e del fastigio centrale  – con la collaborazione di Carla Grassi per la parte pittorica. Conservato con la “cornice originale” – a differenza di molte altre opere simili oggi presenti in Musei o Chiese – il “Trittico” ha richiesto un intervento di restauro particolarmente articolato, legato alla complessità dell’apparato ligneo e alle condizioni strutturali dei supporti. La presenza della “carpenteria originaria”, rara per “Polittici” di questa epoca, ha reso necessaria la revisione delle soluzioni conservative adottate in precedenti restauri. Principalmente, il lavoro di recupero ha riguardato gli aspetti strutturali e di montaggio dell’insieme, con un complesso lavoro di risanamento delle tavole lignee che costituiscono il supporto dei dipinti. In particolare, la tavola centrale presentava evidenti segni di un’antica frattura, che è stata ricomposta con grande accuratezza, restituendo stabilità e continuità all’intero “Polittico”. Parallelamente, sono stati affrontati gli interventi sulla superficie pittorica. In particolare sulla straordinaria ricchezza di quei preziosismi decorativi e cromatici (rinvenibili, soprattutto, nei monocromi delle “predelle”) assimilabili alla raffinata, rigorosa tecnica dei “vetri dorati e dipinti” propri dei grandi incisori nordico-fiamminghi del Quattrocento e di quel “gusto goticheggiante”, che contraddistinse costantemente l’attività di Defendente, fervodo allievo e seguace, ma con spirito libero, di Giovanni Martino Spanzotti.arte

Il “Polittico” presenta al centro “San Gerolamo penitente” nel suo eremitaggio, in un paesaggio deserto di rocce “che riempiono gran parte della superficie dipinta, imponendo la propria massa in contrapposizione alla geometria regolare e ordinata delle architetture”. Ai lati, due coppie di santi: il “Battista e San Giovanni con l’Agnello” e dall’altra un “giovane santo guerriero recante l’immagine di una città” di cui potrebbe essere il “protettore”. E qui qualcuno ha ipotizzato trattarsi di “San Secondo”, sospettando dunque una provenienza del “Polittico” dalla Città di Asti. In alto, i due “tondi” con l’“Angelo” e l’“Annunciata”. Elemento di eccezionale interesse è la “cornice originale”, decorata con “candelabre” (motivo ornamentale in uso nell’arte classica e in quella rinascimentale per adornare pilastri, ante, volte e pareti) rilevate “a pastiglia” secondo i dettami della cultura cinquecentesca, così come la “predella”, realizzata con una raffinatissima tecnica di “tratteggio a oro” che richiama tanto l’oreficeria quanto le tecniche incisorie.

Ora, al termine del restauro, l’opera sarà nuovamente esposta nella “Sala Acaia”, al piano terra del “Museo”, nella stessa sede che la ospitava prima dell’intervento, tornando così a dialogare con il percorso permanente di “Palazzo Madama”.

In un circuito storico-artistico che sempre più si rivela essere bene prezioso per l’intera Città.

Gianni Milani

Nelle foto:”San Gerolamo”, parte centrale del “Polittico”; il “Polittico” nella interezza, dopo il restauro; Marziano Marzano e Giancarlo Federico Villa, direttore di “Palazzo Madama” (Ph. Alessandro Bergadano)

Amico cane

Chiunque vada abbastanza regolarmente a fare la spesa, avrà notato che nel giro di pochi anni i reparti dedicati alla prima infanzia si sono ridotti di volume, per lasciare posto a quelli per gli animali il cui spazio è praticamente raddoppiato: alimenti di tutti i generi, lettini, cucce, tiragraffi, giochi di ogni genere; la parte preponderante è destinata, naturalmente, a cani e gatti.

Sembrerebbe un aumento di sensibilità nei confronti di questi animali tale da far ipotizzare che sia, di pari passo, migliorata la condizione in cui questi animali vengono accuditi.

In realtà, sentendo le relazioni di molti Comuni e canili, è in aumento il numero di animali abbandonati, o dei quali è stata omessa la custodia, per cui non possiamo validare l’equazione “più ne adottiamo, meglio stanno”.

Sfatiamo, intanto, un mito: Rottweiler, Pitbull, Dogo Argentino, Cane Corso e così via possono essere pericolosi, soprattutto in rapporto al loro peso, ma dipende da come vengono tenuti: le uniche due volte in cui sono stato morso da un cane, si trattava di un meticcio alto 40 cm in tutto e di un pincher. Le uniche due volte in cui ho avuto incontri ravvicinati con un rottweiler, in un caso mi è saltata addosso per leccarmi tutto (nonostante i suoi 60 kg) e nell’altro, arrivato a 1 metro da me, si è buttato a zampe all’aria per farsi fare i grattini.

La proposta di legge di prevedere un patentino per condurre i cani mi trova comunque d’accordo; se il cane viene lasciato libero di girare senza guinzaglio e senza museruola è palese che possa costituire un pericolo a prescindere dalla mole. Certo, un pincher non sbranerà qualcuno, ma se attraversa di colpo la strada ad un ciclista o si infila tra i piedi di un anziano claudicante ecco che diventa più pericoloso di un dogo argentino correttamente condotto.

Per molte persone, quella di detenere un cane è sicuramente una moda, come il veganesimo o la spiritualità, dettata dalla non conoscenza degli animali, di quella specie in particolare, dall’egoismo di pensare a sé stessi anziché a sé in rapporto all’animale.

Tenere il guinzaglio lungo 3 metri è come non averlo affatto perché, nel momento in cui devi richiamare l’animale, tempo di reazione del conduttore, tempo meccanico di riavvolgimento mentre, magari, il cane va nella direzione opposta fanno si che non si riesca a scongiurare il pericolo.

Molti, inoltre, non sanno (o fingono di non sapere) che il conduttore è sempre responsabile della condotta del cane, civilmente e penalmente, anche se questi è stato affidato loro temporaneamente (dog sitter, custode di casa, ecc.) per cui, se non siete sicuri di conoscere l’animale, declinate l’invito o, quantomeno, stipulate una polizza RC temporanea che potrà rifondere eventuali danni civili.

Non parliamo di come alimentarlo o come farlo svagare perché ci addentreremmo in un ginepraio (quali piante sono da evitare se si hanno animali domestici? quali cibi sono veleno per i cani? se il gatto non beve come modificare la sua dieta?) ed è la prova che molti adottano un cane perché in un primo momento è gratis mentre la playstation costa molto di più.

Ricordiamo, inoltre, che nel caso il cane venga trovato in strada, libero, dev’essere affidato al canile convenzionato che, nel caso il cane sia dotato di microchip, restituirà l’animale al proprietario dietro pagamento delle spese sostenute; è assolutamente vietato impossessarsene perché, al di là degli aspetti legali, potrebbe essere stato rubato o essere affetto da patologie trasmissibili che solo il Servizio Veterinario dell’ASL può verificare.

Nel caso quel cane venga trovato nuovamente in giro da solo, il proprietario verrà denunciato per omessa custodia e, nei casi più gravi, potrebbe essergli impedito di custodire altri cani.

Ne vale la pena?

Sergio MOTTA