ilTorinese

Cadavere di una donna trovato a Stupinigi. Il figlio: “L’ho uccisa e sepolta io”

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Macabro ritrovamento del corpo senza vita di una donna, scomparsa da circa un mese, che è stato rinvenuto nella serata di ieri mercoledì 11 febbraio, sepolto nei terreni circostanti la Palazzina di caccia di Stupinigi. Le ricerche erano state avviate dai carabinieri e dai vigili del fuoco dopo che il figlio della donna, 58 anni, aveva confessato di aver nascosto il cadavere dell’85enne. Avrebbe detto di averla trovata morta e di essersi spaventato. Poi la confessione di averla uccisa con un martelletto perchè non voleva perdere la sua pensione.

Il ritrovamento è avvenuto in un’area boschiva vicino alla Statale 143, la strada Stupinigi-Vinovo. A far scattare l’allarme sarebbe stata un’amica della donna, insospettita dalla sua improvvisa e anomala scomparsa. I carabinieri , raccolta la segnalazione, avrebbero quindi interrogato l’uomo, che avrebbe ammesso le proprie responsabilità e fornito indicazioni precise sul posto in cui era stato occultato il corpo.

Torino si prepara a festeggiare il Capodanno cinese 2026, “L’Anno del Cavallo

Il 17 febbraio prossimo si aprirà “l’Anno del Cavallo”, e l’Istituto Confucio dell’Università di Torino celebrerà il Capodanno cinese con un ricco programma di eventi aperti al pubblico.

Martedì 17 febbraio il nuovo anno sarà inaugurato con l’apertura della mostra di carte intagliate cinesi, dal titolo “Poesia di carta”, visitabile fino al 15 marzo prossimo presso Torino Outlet Village. Le carte intagliate rappresentano una forma di arte antichissima riconosciuta dal 2006 quale Patrimonio immateriale dell’Umanità, che si esprime con particolare vivacità nelle immagini augurali del Capodanno. Sarà esposta una selezione di opere di due importanti esponenti della tradizione delle carte intagliate: Xi Xiaoqin e Chu Chunzhi.

Sempre all’Outlet Village, nei fine settimana del 21-22 febbraio, 28 febbraio-1marzo, l’Istituto Confucio proporrà ai visitatori una serie di laboratori culturali per adulti e bambini, che spaziano dalla calligrafia alle carte intagliate, fino al trucco delle maschere dell’Opera di Pechino. Sarà inoltre proposto un laboratorio di narrazione di favole cinesi legate al Capodanno.

Sabato 21 febbraio  l’Istituto Confucio approderà a Barolo, in provincia di Cuneo, per un’iniziativa dell’artista Enrico Arfero, realizzata in collaborazione con la città di Barolo. Da tempo il muro di contenimento alle porte del Comune langarolo si è trasformato in un’esplosione di colori e suggestioni artistiche, grazie all’installazione di street art, nota sotto il nome “Barolo Wall”.

Per l’occasione, l’Istituto Confucio ha proposto un tema capace di coniugare la cultura cinese a quella del nostro territorio. Il valore e la funzione del buon bere, per cimentare amicizie e collaborazioni e per conservare un patrimonio prezioso di tradizioni e conoscenze. I cinesi conoscono e apprezzano sempre di più i nostri vini, in particolare il Barolo, riconosciuto vino nobile di pregio. Nel contempo, la cultura cinese tramanda da millenni una raffinata tradizione delle libagioni, seppur non basata sul vino d’uva,  che si intreccia a una filosofia di vita che mette al centro i temi della buona compagnia e della convivialità. Su queste basi, l’Istituto Confucio ha proposto di portare simbolicamente a Barolo il grande poeta cinese Li Bai, noto come artista sommo che nell’alcol trovava ispirazione. Nel pannello artistico che lo raffigura, Li Bai cerca la Luna, rappresentata dalla divinità femminile Chang’e, e richiamata anche dalla presenza di una navicella spaziale, a testimonianza delle conquiste tecnologiche di un Paese che non dimentica le sue radici e che a quella divinità ha voluto intitolare i suoi programmi spaziali.

Barolo è pronta così ad accogliere con dell’ottimo vino, e idealmente con Li Bai, i cinesi che vorranno visitare le sue colline attraversate dai vigneti.

Venerdì 27 febbraio, l’Istituto Confucio saluterà il nuovo anno presso il Circolo dei Lettori con il recital “Tra bel canto e poesia cinese”. La soprano Cao Yaqiong e il pianista Li Weijie daranno vita a un recital sospeso tra tradizione liederistica europea e quella belcantistica italiana.

Infine, su invito del Consolato della Repubblica Cinese di Milano, che anche questa volta desidera porgere i propri auguri al popolo torinese, l’Istituto Confuncio ha realizzato la grafica dell’ideogramma “fu” (felicità). Il carattere prende le caratteristiche dell’animale dell’anno, il cavallo, e come da tradizione, si illuminerà sulla cupola della Mole Antonelliana, facendo scendere sui torinesi un augurio di letizia.

Istituto Confucio dell’Università di Torino  – segreteria@istitutoconfucio.torino.it –  011 6703913

Mara Martellotta

“L’ora del Vermut”, la terza edizione del Salone al Museo del Risorgimento

Ritorna ai “Natali”, per il suo 240° compleanno, il “Vermouth” di Torino

Sabato 21 e domenica 22 febbraio

“E come Parigi ha l’ora dell’assenzio, Torino ha l’ora del Vermut, l’ora in cui la sua faccia si colora e il suo sangue circola più rapido e più caldo”: parole davvero speciali (volte a ricordare tutta la “torinesità” del più nobile degli aperitivi) quelle datate 1911 (da “Speranze e glorie. Le tre capitali: Torino-Firenze-Roma”) a firma del celebre papà di “Cuore” (ligure di nascita ma piemontesissimo d’adozione) Edmondo De Amicis, fra i tanti estimatori, dal fine palato, di quel “Vermouth” (o “vermut”), vino aromatizzato e liquoroso “inventato” proprio a Torino nel lontano 1786, all’interno della bottega sita in piazza Castello dell’erborista Antonio Benedetto Carpano, miscelando del “Moscato” di Canelli con un infuso di erbe, principalmente “assenzio” o “artemisia maggiore”, in tedesco “Wermut”, per l’appunto. Invenzione geniale (sebbene vini aromatizzati esistessero già dai tempi degli antichi Greci e Romani) tanto che la liquoreria del “Carpano” diventò, in allora e per anni, luogo fra i più frequentati del capoluogo piemontese e meta ambita da tutta la nobiltà sabauda, in primis (e che pubblicità!) dalla stessa corte di Vittorio Amedeo III, cui quel “furbacchione” del Carpano fece subito recapitare a corte, da buon vicino di casa, una graditissima cassa del suo “Vermouth”. Da allora il successo della bevanda decollò resistendo nel tempo e a livello internazionale. Fra i grandi estimatori, mi piace ancora ricordare, mentre ne assapora il profumato aroma seduto al “solito suo tavolo” al “Cambio”, il ministro Camillo Benso di Cavour, affezionato soprattutto al celebre, “Punt e Mes”  o “Vermouth rosso con elisir di china”. Per arrivare, un bel po’ d’ anni dopo, al senatore Giovanni Agnelli che, si dice, amasse pasteggiare, anche lui, con un buon bicchiere di “Punt e Mes”, simboleggiato nel logo da quella “Sintesi 59”, scultura ideata da Armando Testa e donata nel 2015 alla “Città di Torino” per essere allocata nella piazza XVIII Dicembre, proprio davanti alla vecchia stazione di “Porta Susa”.

Quant’acqua da allora è passata sotto i ponti. 240 anni! Ancora ben portati, da “monsù Vermut”, dal 2017 registrato con l’“Indicazione Geografica – Vermut di Torino” e di certo anni degni d’essere ricordati, con tutti gli onori, nella terza edizione del “Salone del Vermouth”, ospitata per due giorni, sabato 21 e domenica 22 febbraio, nelle Sale del “Museo Nazionale del Risorgimento Italiano” (piazza Carlo Alberto, 8), visitabili durante il “Salone” con il percorso guidato “Un Museo, mille storie: il Risorgimento è servito!”Primo e unico appuntamento italiano dedicato a questa nostra “eccellenza” del buon bere – ideato e curato da Laura (Lalla) Carello, ideatrice di “MT Magazine”, con il patrocinio ed il sostegno di “Camera di Commercio”“Comune”“Regione” e “Turismo Torino e Provincia” – questa terza edizione del “Salone” vuole essere un grande “contenitore esperienziale e culturale”, capace di accogliere un folto numero di produttori, operatori del settore e pubblico per dare vita a un articolato “palinsesto di incontri”, “degustazioni” e “momenti di approfondimento”. Oltre 30 i produttori presenti, dai marchi storici alle realtà artigianali emergenti, riuniti per raccontare il “Vermouth” attraverso le sue diverse interpretazioni, dando vita a un dialogo unico tra le grandi eccellenze storiche del territorio e giovani produttori emergenti che stanno portando nuova linfa e creatività alla categoria. Basti pensare, come sottolineano Paolo Bongioanni e Claudia Porchietto, rispettivamente assessore regionale al “Commercio Agricoltura e Cibo” e sottosegretario alla “Presidenza” della “Regione”, che “a fronte della crisi che ha interessato altri prodotti alcoolici, il vermouth piemontese non segna il passo”. “Anzi – aggiungono – i numeri parlano di un vero e proprio boom: una produzione aumentata dal 2018 al 2024 da 2,4 a 6,8 milioni di bottiglie, un prezzo medio alla bottiglia passato dai 17,92 ai 25,20 euro e un fatturato salito da 32,6 ai 172,2 milioni di euro e realizzato per il 65% all’estero”. Cifre che giustificano le importanti novità di quest’anno: dalla “Giornata B2B esclusiva” riservata al “trade” (lunedì 23 gennaio) al “Fuori Salone” (dal 16 al 22 febbraio), un autentico “laboratorio del Vermouth a cielo aperto” che estenderà la manifestazione all’intera città, attraverso i migliori ristoranti subalpini.

A tagliare il nastro del “Salone” sarà una “tavola rotonda inaugurale” che si svolgerà nelle prestigiose sale di “Palazzo Birago”, sede istituzionale della “Camera di commercio di Torino”lunedì 16 febbraio alle ore 15, con l’incontro dal titolo “Cosa cambia perché nulla cambi – Capitolo 2”, moderato da Carlo A. Carnevale Maffé, docente di “Strategia Aziendale” alla “Bocconi”. La tavola rotonda riunirà istituzioni, produttori storici e nuovi artigiani per avviare un “confronto” sul futuro del Vermouth nei prossimi cinque anni, affrontando i temi della sostenibilità, dell’evoluzione dei mercati internazionali e delle strategie di esportazione del “brand Torino” nel mondo. Per sottolineare, fin da subito, che al “Salone del Vermouth” si guarda al futuro … perché “a Torino il Vermouth è nato, è diventato mito e non ha ancora smesso di stupire”.

Per ulteriori info sul programma nel dettaglio: www.salonedelvermouth.com

Gianni Milani

Nelle foto: Manifesto “Salone del Vermouth” e immagini di repertorio

Wapa Accessori inaugura la sua nuova sede in via Piero Gobetti

 Al numero 5, angolo via Cavour, aspettando il pubblico per un cin cin di buon auspicio

Wapa Accessori si trasferisce da via Roma 334 a via Piero Gobetti 5, angolo via Cavour, nel cuore pulsante dello shopping torinese.
Il nuovo negozio sarà inaugurato il giorno di San Valentino, il 14 febbraio 2026, dalle ore 18.30, per “una nuova storia tutta da scrivere”, con un cin cin di buon auspicio aperto al pubblico. Si tratta di una boutique da decenni rinomata per la sua selezione di accessori di lusso e marchi prestigiosi.  Fino alla fine del 2025 era presente in via Roma, ora ha scelto una sede più grande e ricca, in cui il negozio propone uno stile capace di unire il classico al moderno. Molti i generi che si possono trovare, da una vasta gamma di cravatte a sciarpe, stole, gemelli, profumi di nicchia, cinture, bretelle, papillon e tutto ciò che può arricchire e rinnovare l’immagine sia maschile sia femminile.

Mara Martellotta

Nuove frontiere per la microfluidica: allo studio partecipa il PoliTo

Lo studio pubblicato su Nature Communications e co-firmato da ricercatori del Politecnico di Torino apre nuove prospettive per applicazioni biomedicali, diagnostiche e di laboratorio

È possibile controllare con precisione il movimento di particelle e oggetti microscopici in ambienti liquidi? Rispondere a questa domanda è una delle sfide centrali della microfluidica, la disciplina che studia il comportamento dei fluidi su scala micrometrica, con applicazioni fondamentali in ambito biomedicale, diagnostico e di laboratorio.

Un nuovo studio pubblicato su Nature Communications, frutto della collaborazione tra il Politecnico di Torino, la Norwegian University of Science and Technology (NTNU), l’Università di Göteborg e l’Università di Münster, ha dimostrato che sì, è possibile controllare con precisione i movimenti delle particelle su una superficie liquida, e per farlo si può utilizzare esclusivamente la luce, senza dover ricorrere alla fabbricazione di canali fisici o all’applicazione di pressione idrodinamica per generare i flussi.

Dal punto di vista applicativo, questa scoperta potrebbe avere un impatto significativo. In futuro, la tecnica potrebbe essere utilizzata, ad esempio, per trasportare e posizionare cellule, batteri o micro-particelle in test diagnostici; per miscelare o separare sostanze in laboratorio su chip senza pompe o valvole; per assemblare strutture microscopiche in modo controllato; per semplificare dispositivi biomedicali e di ricerca, riducendo dimensioni, costi e complessità dei sistemi microfluidici tradizionali.

L’approccio introdotto dagli autori della ricerca si discosta radicalmente dai metodi tradizionali impiegati oggi nella microfluidica: l’idea innovativa sta infatti nel “disegnare” dei canali di flusso su una superficie liquida direttamente al microscopio, utilizzando la luce come unico strumento di lavoro. Nello specifico, il fenomeno si basa sull’impiego di minuscole particelle sospese nel liquido – particelle colloidali – realizzate con speciali materiali polimerici fotoattivi (azopolimeri). Quando illuminate, queste particelle modificano la propria forma e mettono in movimento il fluido circostante, generando flussi controllabili. In questo modo, sia le particelle stesse sia oggetti passivi – come microparticelle, cellule e batteri – possono essere trasportati lungo percorsi controllati, senza bisogno di strutture microfabbricate come pompe o valvole, che spesso limitano la flessibilità degli esperimenti e aumentano costi e ingombri nei laboratori.

L’elemento distintivo della scoperta è il controllo preciso della direzione del flusso, ottenuto non solo modulando la forma del fascio luminoso, ma anche una proprietà fondamentale della luce: la polarizzazione, che determina la direzione di oscillazione del campo elettrico dell’onda luminosa. È proprio questa caratteristica a rendere possibile la creazione di flussi intrinsecamente direzionali, distinguendo il metodo da altre tecniche di manipolazione ottica.

Un ulteriore vantaggio del nuovo approccio è l’integrazione naturale con i sistemi ottici: poiché molti esperimenti e analisi avvengono già al microscopio, il controllo dei flussi tramite luce può essere integrato direttamente nello stesso strumento, evitando così l’uso di apparati fluidici separati e spesso ingombranti.

La ricerca è il risultato di quasi tre anni di lavoro interdisciplinare e nasce da una collaborazione avviata nell’ambito della Geilo School, storica scuola internazionale di fisica della materia condensata. Quello che era iniziato come uno studio esplorativo guidato dalla curiosità scientifica ha portato a una scoperta inattesa, aprendo nuove linee di ricerca nei campi della soft matter, della scienza dei colloidi e dell’optofluidica, con potenziali ricadute tecnologiche e biomedicali.

“Questo lavoro rappresenta un bell’esempio di serendipity nella ricerca – commenta Emiliano Descrovi, docente del Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia-DISAT del Politecnico di Torino e tra gli autori dello studio – La nostra intenzione iniziale era di studiare le foto-deformazioni di singole particelle di azopolimero, disperse sulla superficie di liquido. (S)fortunatamente, si è rivelato molto difficile isolare individualmente le particelle, e ci siamo trovati ad illuminare con il laser, sotto il microscopio, molte particelle contemporaneamente. Ci siamo quindi accorti che in certe condizioni di densità di particelle, un moto collettivo andava ad instaurarsi, generando così un flusso la cui direzione veniva controllata dalla polarizzazione della luce. L’effetto è stato molto sorprendente perché mai osservato prima e ci ha indotto ad abbandonare il nostro piano iniziale, per comprenderne più profondamente i meccanismi. In futuro vorremo applicare questo nuovo sistema di trasporto di fluidi in ambito biologico, in sinergia con altri sistemi noti come le pinzette ottiche”.

Leggi l’articolo completo su Nature CommunicationsDirectional flows using capillary assembly of photo-deformable colloidal particles at water-air interface”

 Zubin Mehta torna a Torino per la West-Eastern Divan Orchestra

Eccellenza artistica e impegno nella ricerca si incontrano sabato 21 febbraio alle ore 20.30 in un evento musicale che coinvolge tre importanti realtà del territorio piemontese. Il concerto si svolgerà presso l’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto e vedrà protagonisti Zubin Mehta e la West-Eastern Divan Orchestra. L’iniziativa nasce dalla coproduzione tra la Fondazione per la Cultura Torino e Lingotto Musica, con la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro nel ruolo di Charity Partner. La collaborazione riprende un modello già sperimentato con successo nel gennaio 2024, quando Riccardo Muti e la Chicago Symphony Orchestra furono protagonisti di un evento sold out che riunì per la prima volta i tre enti a sostegno della ricerca oncologica.

La serata segna il ritorno nel capoluogo piemontese, dopo oltre un decennio, di uno dei più grandi direttori d’orchestra contemporanei e rappresenta anche il debutto torinese della West-Eastern Divan Orchestra, ensemble fondato nel 1999 da Daniel Barenboim insieme allo studioso palestinese Edward W. Said. L’orchestra nasce come simbolo di dialogo e convivenza tra giovani musicisti israeliani, palestinesi e provenienti da altri Paesi del Medio Oriente.

Il programma musicale è stato realizzato nell’ambito di Lingotto Musica per la Comunità e rende omaggio a due pilastri del sinfonismo austro-tedesco, Ludwig van Beethoven e Franz Schubert, rafforzando inoltre la collaborazione tra Lingotto Musica e MITO SettembreMusica.

“Siamo davvero onorati di ospitare a Torino un professionista di fama internazionale come il maestro Zubin Mehta e una realtà come la West- Eastern Divan Orchestra, che coniuga la grande qualità artistica con lo straordinario esempio di dialogo tra giovani musicisti provenienti da Paesi diversi del Medio Oriente, che la compongono – ha dichiarato il Sindaco della Città di Torino Stefano Lo Russo. “ Uno spettacolo che conferma ancora una volta l’eccellenza culturale del programma di Lingotto Musica, qui in collaborazione con la Fondazione per la Cultura di Torino, e l’impegno sociale della nostra città con il coinvolgimento della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, Charity Partner dell’evento”.

“Accogliamo con grande orgoglio il ritorno del maestro Zubin Mehta dopo sedici anni dalla sua ultima presenza nelle nostre stagioni – afferma Paola Giubergia Presidente di Lingotto Musica.
“Un evento di portata artistica assume un significato ancora più profondo grazie alla collaborazione con la Fondazione per la Cultura Torino e alla presenza della Fondazione per la Ricerca sul Cancro come Charity Partner. Attraverso Lingotto Musica per la Comunità vogliamo che i grandi concerti diventino occasione concreta per promuovere cause di valore sociale, unendo la qualità musicale alla responsabilità verso il territorio che caratterizza la nostra missione di ente del terzo settore”.

“La grande musica è ancora una volta al fianco della ricerca sul cancro- ha sottolineato Allegra Agnelli, Presidente della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro – “ Per noi questo evento ha un significato davvero speciale perché si svolge nell’anno che celebra i 40 anni dalla nascita della Fondazione Piemontese per al Ricerca sul Cancro. Siamo legati al maestro Zubin Mehta fin dal 1994 quando decise di sostenere l’Istituto di Candiolo con un concerto memorabile al Teatro Regio. Ringraziamo Fondazione per la Cultura Torino e Lingotto Musica per l’opportunità di raccontare e dare visibilità all’impegno quotidiano di tutti i professionisti dell’Istituto di Candiolo IRCCS, dove cura e ricerca si intrecciano per dare speranza ai pazienti, rafforzando l’unione tra cultura e scienza”.

Il concerto si aprirà con l’Ouverture “Leonore” n. 3 op. 72 b di Ludwig van Beethoven, pagina intensa e drammatica composta per la seconda versione del Fidelio. Scritta nel 1806, l’ouverture riassume in forma sinfonica i temi centrali dell’opera: la lotta per la libertà, la fedeltà coniugale e l’affermazione della giustizia.

Seguirà la Sinfonia n. 8 in fa maggiore op. 93, composta da Beethoven nel 1812 negli stessi anni della monumentale Settima Sinfonia. L’Ottava si distingue per un carattere più contenuto e brillante, caratterizzato da ironia e leggerezza che richiamano il classicismo di Haydn, pur mantenendo l’energia tipica del linguaggio beethoveniano.

La serata si concluderà con la Sinfonia n. 9 in do maggiore D 944 “La Grande” di Franz Schubert, considerata una delle massime espressioni del sinfonismo romantico. Completata nel marzo 1828, pochi mesi prima della morte del compositore, la partitura fu scoperta da Robert Schumann circa dieci anni dopo e venne eseguita per la prima volta sotto la direzione di Felix Mendelssohn nel 1839. Il titolo “grande” serve a distinguerla dalla precedente Sinfonia n. 6, anch’essa in do maggiore, ma sottolinea soprattutto l’imponenza della struttura e l’ampiezza del respiro melodico.

I biglietti sono disponibili su Anyticket oppure presso la biglietteria del Centro Commerciale Lingotto esclusivamente il giorno del concerto, dalle 18 alle 20.30, in via Nizza 280/41 a Torino.

Mara Martellotta

Aspettando il Salone del Vino 2026

Per tutto il mese di febbraio un fitto calendario di eventi diffusi nei ristoranti e nei locali della città che attraversa territori, storie e identità del Piemonte
SALONE DEL VINO 2026
‘Degustare è scoprire’
IV Edizione
28 febbraio – 2 marzo 2026
OGR Torino
Mercoledì 11 febbraio
il viaggio si sposta nel Canavese con “Degustare il territorio: Cantina Alberand al Barotto”.
Il Barotto Taglieria
Via Giuseppe Baretti, 8, 10125 Torino TO
ambiente conviviale e accogliente, i vini dell’Azienda Agricola Alberand raccontano una viticoltura familiare e artigianale, fatta di raccolte manuali e rispetto delle tradizioni.
Il Barotto è una taglieria nel cuore di Torino, nata nel 2012 per far rivivere i sapori valdostani e piemontesi .Qui i taglieri sono i veri protagonisti: salumi e formaggi artigianali selezionati da piccoli allevatori di montagna, battute stagionali dai grandi accostamenti e piatti che raccontano tradizione, genuinità e cultura alpina.
la cantina Alberand ha proposto i vini :
Piemonte DOC Bianco 2024 “Yuna” (Erbaluce 100%), fresco e versatile negli abbinamenti,
Al naso :salvia erbe montane sottili
In bocca : bella beva , easy , pulita ,corpo medio , sapidità media
Caratteristiche:
Mt 350 , versante S/o ,vigne 10 anni ( 10% 50 anni ), terreno sabbioso 60%, limo 40%
solo presa diretta
Canavese DOC Nebbiolo 2023 “Rubiolo” (Nebbiolo 100%), toponimo da terreni agricoli ideale per accompagnare i sapori più intensi dei taglieri e delle battute.
Al naso : rosa , viola tenue , leggera durezza nel finale
In bocca : bella beva , elegante, durezza nel finale da long time
Caratteristiche : versante S/o ,vigna 10 anni terreni argillosi 20% limo 40% sabbia 40%
Sulle buccie 10 gg 12 mesi di Barrique usate
Alberand
L’azienda Alberand nasce nel 2018 dal desiderio del giovane titolare Alex di riportare ai fasti passati l’antica viticoltura salassese, ponendo al centro qualità e salvaguardia del territorio; produce principalmente grandi vitigni autoctoni piemontesi, Barbera e Nebbiolo in purezza o in blend, e l’Erbaluce del Canavese, anche in versione spumantizzata in arrivo.
I vigneti si trovano nei comuni di Salassa e Valperga, ai piedi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, su terreni a medio impasto di origine alluvionale, ricchi di limo e argilla, con pH sub acido e presenza di ciottoli e ghiaia dovuta all’antica morena glaciale; le forme di allevamento prevalenti sono la controspalliera con potatura Guyot e l’antica forma locale Aeroplano, con prevalenza di vitigni a bacca rossa (Barbera, Nebbiolo, vitigni minori) e l’immancabile Erbaluce.
La gamma dei vini comprende il rosso Recetto, rubino con riflessi violacei, intenso di frutta rossa, ciliegia sotto spirito, note balsamiche e tabacco, il rosato di carattere Helios, fresco e sapido con profumi di frutta fresca, fiori bianchi e rosa canina, il bianco non convenzionale Yuna, giallo paglierino, acido e strutturato, con sentori di smalto, idrocarburo e mela verde, e il frizzante ancestrale Dëmora, da vitigno rosso aromatico, solo 250 bottiglie, fresco, fruttato, con bollicina lieve, pensato per bevute informali.
Menù
Tagliere composto da 4 salumi e 4 formaggi selezionati
Pancetta suino
Prosciutto crudo valdostano 24 mesi
Lonza suino
Salame dí cinghiale mix
Composta albicocche, frutta rossa
Miele castagno
FORMAGGI
BRESIN latte vaccino caprino ovino con aroma rose
TESTUN latte vaccino
PERRI latte vaccino caprino ovino aroma pere
BLUE DI PECORA
tutte buccie edibili
CARNE DI FASSONE fantastica
GRISSINI extra vergine ed alla nocciola
Grazie a Diego e Daniele per il perfetto servizio di Catering ed a Alex e Claudio Alberand per la loro passione ed entusiasmo in vigna ed in cantina.
Alla prossima!
LUCA GANDIN

L’eleganza che nasce dalla storia: viaggio tra gli stili classici d’arredo

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Entrare in una casa, in qualunque parte del mondo, significa entrare in una visione a volte personale. Ogni abitazione racconta una scelta estetica, una memoria culturale, un modo preciso di intendere lo spazio e il vivere quotidiano.

C’è chi si riconosce nell’eleganza senza tempo del classico, chi cerca la pulizia razionale del moderno, chi ama l’essenzialità del minimal o il calore luminoso dello stile scandinavo. Alcuni si lasciano sedurre dall’anima urbana dell’industrial, altri dalla delicatezza romantica dello shabby chic o dal fascino stratificato del boho. C’è chi predilige il rigore geometrico dell’Art Déco, chi l’armonia organica del mid-century modern, chi le atmosfere mediterranee, provenzali o marocchine. E poi le tendenze più recenti: l’organic modern, il wabi-sabi, il ritorno alla materia, alla luce, all’imperfezione consapevole.

Gli stili d’arredo non sono semplici etichette decorative. Sono linguaggi. Parlano di epoche, di geografie, di società. Raccontano ciò che consideriamo bello, funzionale, rassicurante o aspirazionale. E spesso, senza che ce ne accorgiamo, parlano anche di noi.

Per questo ho deciso di dedicare le prossime settimane della rubrica a un viaggio tra gli stili che caratterizzano le abitazioni di tutto il mondo. Non una lista tecnica, ma un percorso per comprenderne l’origine, l’evoluzione e il significato contemporaneo.

Si parte dalle radici. Questa settimana ci immergiamo negli stili di ispirazione storica: il Classico, il Neoclassico e il Barocco/Rococò. Tre espressioni diverse di eleganza, accomunate da una forte identità culturale e da un senso profondo di rappresentanza dello spazio.

Approfondiremo cosa definisce davvero uno stile classico oltre i cliché, come il neoclassico riesca a dialogare con l’abitare contemporaneo, e perché il barocco e il rococò, con la loro teatralità decorativa, continuino ancora oggi a influenzare l’immaginario dell’abitare di prestigio.

Perché comprendere uno stile non significa copiarlo, ma imparare a leggerlo. E solo quando sappiamo leggere uno spazio possiamo davvero iniziare ad abitarlo con consapevolezza.

Se vogliamo comprendere davvero gli stili di ispirazione storica, dobbiamo guardarli non come semplici scelte decorative, ma come espressioni di un’idea precisa di bellezza e di società. Il Classico, il Neoclassico e il Barocco/Rococò nascono in epoche diverse, ma condividono un principio fondamentale: lo spazio non è solo funzionale, è rappresentazione.

Stile Classico

Lo stile classico affonda le radici nella tradizione europea, ispirandosi all’armonia dell’architettura greco-romana e alle dimore aristocratiche tra Rinascimento e Ottocento. La parola chiave è equilibrio.

Gli ambienti sono impostati su simmetrie rigorose, proporzioni studiate, assi visivi centrali. Le boiserie incorniciano le pareti, i soffitti possono essere decorati con cornici e rosoni, i pavimenti spesso in marmo o parquet posato con disegni tradizionali. I colori tendono ai toni caldi e neutri – avorio, crema, tortora – arricchiti da dettagli dorati o bronzati.

L’arredo è importante ma mai casuale: mobili in legno massello, intarsi, tessuti preziosi come seta o velluto. È uno stile che comunica solidità, continuità, prestigio. In una città come Torino, con i suoi palazzi storici e i piani nobili affacciati su cortili interni eleganti, il classico non è una moda: è una memoria ancora viva.

Stile Neoclassico

Il neoclassico nasce come reinterpretazione più misurata e razionale del linguaggio classico. Mantiene l’ordine e la simmetria, ma alleggerisce l’apparato decorativo. È meno opulento, più raffinato, più contemporaneo nella percezione.

Le modanature sono presenti ma più sottili, i colori si schiariscono ulteriormente – grigi chiari, bianchi luminosi, beige delicati – e l’oro lascia spazio a finiture più discrete. Le linee degli arredi diventano più pulite, pur conservando un’eleganza formale.

È uno stile che dialoga molto bene con l’abitare di oggi, soprattutto negli appartamenti d’epoca ristrutturati con sensibilità. Permette di conservare l’anima storica di uno spazio inserendo elementi moderni con equilibrio. Non è nostalgia: è reinterpretazione consapevole.

Barocco e Rococò

Con il Barocco e, successivamente, con il Rococò, l’equilibrio lascia spazio alla teatralità. Qui lo spazio diventa scenografia.

Il barocco è potenza visiva: curve, dorature, stucchi ricchi, contrasti forti tra luce e ombra. I volumi sono dinamici, le decorazioni abbondanti, i materiali preziosi. È uno stile che nasce per stupire, per affermare grandezza e autorità.

Il rococò, evoluzione più leggera e intima del barocco, introduce maggiore grazia e movimento sinuoso. I colori si fanno più chiari – cipria, verde salvia, azzurro polvere – le decorazioni diventano più minute e decorative. È meno monumentale, più raffinato, ma altrettanto scenografico.

Oggi questi linguaggi sono raramente riprodotti in modo integrale, ma continuano a influenzare l’idea di lusso, soprattutto in contesti dove l’impatto visivo è parte dell’esperienza. Inseriti con misura, possono trasformare un ambiente in un luogo fortemente identitario.

Comprendere questi tre stili significa riconoscere che l’abitare non è mai neutro. È sempre una scelta culturale. E conoscere le radici storiche dell’arredo ci aiuta a non confondere l’eleganza con l’eccesso, la tradizione con la replica, il prestigio con l’ostentazione.

Nelle prossime settimane continueremo questo viaggio, attraversando stili più contemporanei e ibridi. Perché ogni casa, prima di essere arredata, va capita. E ogni stile, prima di essere scelto, va interpretato.

Chieri cancella le scritte sui muri

Nei giorni scorsi l’Amministrazione comunale ha avviato una serie di interventi finalizzati alla rimozione di scritte, immagini e segni su diversi muri di Chieri, in particolare su edifici pubblici, storici o di interesse collettivo.

Commenta l’assessore alla Cura della Città Biagio Fabrizio Carillo: «Il decoro urbano è un elemento fondamentale della qualità dello spazio pubblico. Le scritte abusive sono atti vandalici che comportano costi per la comunità, causano degrado visivo e alimentano la percezione di abbandono dei luoghi e quindi insicurezza. Applicando quanto previsto dal nostro Regolamento edilizio, dopo aver raccolto diverse segnalazioni, abbiamo calendarizzato una serie di interventi, alcuni già attuati, per la cancellazione immediata delle scritte offensive, discriminatorie, volgari e oscene. Così per le pubblicità abusive (numeri di telefono, promozioni non autorizzate, annunci improvvisati), che violano la concorrenza e le norme sulle affissioni. Le scritte su chiese, monumenti, edifici storici e arredi urbani di pregio saranno sempre rimosse a prescindere dal contenuto. Diverso, invece, il caso di murales che non sono stati autorizzati ma che presentano un valore artistico e sono privi di contenuti offensivi, per i quali si valuterà caso per caso. Voglio ricordare che la Città di Chieri si è dotata di un Regolamento per la gestione e l’utilizzo degli spazi dedicati al writing e alla street art, individuando e attrezzando “spazi artistici” dove la creatività artistica giovanile può esprimersi ed essere valorizzata, in particolare attraverso disegni e installazioniI murales, se autorizzati o realizzati negli appositi spazi liberi a ciò adibiti, rappresentano uno strumento di valorizzazione culturale, sociale e urbana».

I luoghi interessati dalla prima serie di interventi di rimozione delle scritte sono: Parco Tepice (sottopassaggio verso via Tana), il PA.T.CH-ParcoTessileCHierese, via Palazzo di Città, gli ex bagni pubblici di via Cottolengo angolo via Balbo, la cabina Enel di via Riva e piazza Dante.

“La materia delle forme”. Edward Weston a Camera

Approda in Italia, negli spazi di Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, l’importante mostra dedicata al celebre fotografo statunitense Edward Weston, intitolata “La materia delle forme”.

L’esposizione, curata da Sergio Mah e organizzata dalla Fundación Mapfre in collaborazione con Camera Torino, sarà visitabile fino al prossimo 2 giugno. Dopo le tappe di Madrid e Barcellona, la mostra arriva per la prima volta nel nostro Paese, offrendo un ampio approfondimento sull’opera di uno dei protagonisti assoluti della fotografia moderna. La mostra propone una lettura articolata dell’eredità lasciata da una delle figure più influenti della fotografia nordamericana, il cui lavoro rappresenta un significativo contrappunto estetico e concettuale al modernismo delle prime avanguardie fotografiche europee.

Il percorso espositivo presenta 171 immagini, molte delle quali vintage, configurandosi come una vasta antologia che attraversa tutte le fasi della produzione artistica di Weston, nato in Illinois nel 1886 e scomparso in California nel 1958. La rassegna include inoltre una selezione delle prime edizioni dei libri pubblicati dall’autore durante la sua carriera. Completa il percorso il cortometraggio The Photographer, diretto da Willard Van Dyke nel 1948, che documenta l’ultima fase dell’attività di Weston, offrendo uno sguardo ravvicinato sul suo metodo di lavoro e sul suo processo creativo.

Il percorso ricostruisce l’evoluzione della ricerca fotografica di Weston a partire dagli esordi, caratterizzati da un linguaggio vicino all’impressionismo e al pittorialismo. In questa prima fase, l’autore si concentra su temi pastorali, ritratti espressivi e su un uso morbido della messa a fuoco e delle ombre, rivelando già un forte interesse per la fotografia come forma autonoma di espressione artistica.

Determinanti per la sua maturazione furono i soggiorni in Messico tra il 1923 e il 1926. In questo periodo Weston ampliò il proprio repertorio tematico, abbandonando definitivamente il pittorialismo e sviluppando uno stile fondato su rigore tecnico, precisione formale e attenzione compositiva. L’artista maturò la convinzione che l’essenza della fotografia risiedesse nel momento dello scatto e nella capacità di osservare e selezionare, trasformando soggetti ordinari in immagini di straordinaria intensità visiva.

Successivamente Weston realizzò importanti serie dedicate al nudo, in cui il corpo umano viene concepito principalmente come forma. Emblematiche sono le opere del 1936, nelle quali la sensualità nasce dal dialogo tra linee, volumi, contorni e giochi di luce, più che da una dimensione narrativa o psicologica.

Dal 1927 l’autore si dedicò anche alle nature morte, attraverso le quali ricercò l’essenza senza tempo degli oggetti naturali, mettendo in risalto le potenzialità percettive del mezzo fotografico. In immagini celebri come Peperone n. 30, il soggetto assume le sembianze di un corpo umano colto di spalle, mentre opere come Conchiglia e Foglia di cavolo trascendono la dimensione dell’oggetto quotidiano per trasformarsi in protagonisti assoluti della scena.

A partire dalla fine degli anni Venti, il paesaggio diventa centrale nella sua produzione. Weston fotografa i vasti territori dell’Ovest americano — deserti, coste e parchi naturali — privilegiando luoghi incontaminati e privi di presenza umana. Le sue immagini restituiscono una visione epica e contemplativa della natura, attenta alla luce, ai fenomeni atmosferici e alla morfologia del territorio. Le fotografie realizzate nella Death Valley, ad esempio, perseguono finalità artistiche piuttosto che documentarie. Negli anni Quaranta il suo immaginario assume toni più malinconici, con immagini legate ai temi della decadenza e della morte.

A Point Lobos Weston individua infine una natura primordiale e vitale, capace di sostenere uno sguardo rinnovato sul mondo naturale, al tempo stesso concreto e metafisico.

Pioniere di una visione rigorosamente moderna, Weston scelse la fotocamera a grande formato come strumento privilegiato, realizzando immagini in bianco e nero di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Il suo rigore tecnico, unito a un profondo legame con luce, forma e natura, ha dato vita a un corpus che comprende nature morte, nudi, paesaggi e ritratti oggi considerati iconici. La sua opera, profondamente radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, offre una prospettiva unica sul processo di affermazione della fotografia e sul ruolo che essa ha assunto nella cultura visiva contemporanea.

Camera – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, Torino
www.camera.to

Mara Martellotta