ilTorinese

Ozegna rende omaggio a quattro esempi di impegno civico

 

Conferita la cittadinanza onoraria a Marisa Nigra, Roberto Flogisto, Enzo Morozzo e Bruno Germano

«Una comunità cresce quando sa riconoscere chi, con il proprio esempio, ha contribuito a renderla migliore.»

Con queste parole il Consigliere Regionale ed ex Sindaco di Ozegna Sergio Bartoli ha voluto esprimere il proprio apprezzamento in occasione della cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria a Marisa Nigra, Roberto Flogisto, Enzo Morozzo e Bruno Germano.

«Ho vissuto con particolare emozione questa serata – dichiara Bartoli – perché ho avuto il privilegio di conoscere e collaborare con tutti loro durante gli anni della mia esperienza amministrativa. Ognuno, con il proprio percorso, ha lasciato un’impronta significativa nella storia di Ozegna, mettendo sempre il bene della comunità davanti agli interessi personali.»

Marisa Nigra ha rappresentato per anni un importante punto di riferimento nel mondo dell’associazionismo, promuovendo attraverso il Gruppo Anziani occasioni di aggregazione e di socialità che hanno rafforzato il senso di comunità.

Roberto Flogisto ha dedicato una parte importante della propria vita alla tutela e alla valorizzazione delle tradizioni locali, contribuendo a custodire la memoria storica e culturale del paese.

Enzo Morozzo, grazie alla sua attività di insegnante, studioso e autore, ha saputo raccontare Ozegna, trasmettendone la storia e l’identità alle nuove generazioni.

Bruno Germano si è distinto per una disponibilità straordinaria verso il prossimo. L’impegno nella vita amministrativa del Comune e, soprattutto, alla guida dell’AIB e della Protezione Civile di Ozegna rappresenta un esempio concreto di servizio, responsabilità e altruismo.

«Questa onorificenza – conclude Bartoli – assume un significato che va oltre il riconoscimento personale. È un messaggio rivolto a tutta la comunità, in particolare ai più giovani: il volontariato, la cultura, il senso civico e la disponibilità verso gli altri sono valori che meritano di essere coltivati e tramandati. Le opere possono cambiare il volto di un paese, ma sono le persone a costruirne davvero l’anima. A Marisa, Roberto, Enzo e Bruno rivolgo le mie più sincere congratulazioni e un profondo ringraziamento per quanto hanno donato e continuano a rappresentare per Ozegna.»

Ciclismo: Campionati Italiani Elite 2026

Il Piemonte, le province di Cuneo e Asti in particolare, si preparano a diventare il cuore del ciclismo italiano con l’organizzazione dei Campionati Italiani Elite 2026: il 25 giugno la prova a cronometro, il 27 giugno la corsa in linea.

La presentazione nei giorni scorsi a Torino nel Grattacielo Piemonte, alla presenza del presidente della Regione Alberto Cirio, dell’assessore al Turismo e Sport Paolo Bongioanni, del presidente della Lega del Ciclismo professionistico Roberto Pella e del pluricampione Claudio Chiappucci.

Con loro anche il presidente del Comitato piemontese della Federazione Ciclistica Italiana Massimo Russo, l’assessore allo Sport del Comune di Cuneo Valter Fantino, il sindaco di Vicoforte Gian Pietro Gasco e un rappresentante del Comune di Briaglia.

Il presidente Cirio ha ricordato che «il Piemonte è l’unica regione italiana ad aver ospitato le tre grandi classiche, Giro, Tour e lo scorso anno la partenza della Vuelta a España. Dopo i campionati italiani stiamo lavorando alla candidatura per ospitare una delle prossime edizioni dei Campionati europei e mondiali». Cirio ha poi formulato gli auguri a Francesco Moser, in collegamento dal Trentino, nel giorno del suo 75° compleanno: «È particolarmente significativo poterle fare questi auguri da Torino, perché qui è nata l’Italia e lei è una delle più belle immagini che l’Italia ha dato al mondo». Moser ha sottolineato i suoi forti legami con il Piemonte: «Ricordo la cronometro del 2014 del Giro d’Italia fra Barolo e Barbaresco, detta “La Cronometro dei Vini”. E lo scorso anno eravamo a Pollenzo dove abbiamo pedalato per una settimana fra i vigneti più belli».

L’assessore Bongioanni ha evidenziato il volano fra sport, turismo e promozione del territorio: «È la prima volta che gli assoluti arrivano in provincia di Cuneo, con una cronometro che parte da un capolavoro di arte e architettura come il Santuario di Vicoforte per arrivare a Barolo, la capitale italiana del vino, e una tappa in linea che prende il via da Asti per concludersi davanti alla sede della Provincia di Cuneo attraversando 38 Comuni. Siamo la Regione d’Italia che, grazie al presidente Cirio, ha puntato con maggiore convinzione sui grandi eventi sportivi. Per la prima volta abbiamo avuto a Torino poche settimane fa il wrestling, che ha portato le nostre clip con le immagini del Piemonte nelle case di 450 milioni di spettatori in tutto il mondo».

In viceocollegamento anche un altro campione legato a una vittoria piemontese, Fabio Aru, che conquistò la maglia tricolore a Ivrea nel giugno 2017.

Infine l’intervento di Roberto Pella: «Questi Campionati non sono solo una competizione sportiva, all’interno della Coppa Italia delle Regioni, ma un evento che unisce il Paese e richiama sulle strade cittadini pronti a sostenere i corridori che sognano di succedere al campione uscente Filippo Conca. Sarà una grande occasione di promozione dei territori attraversati, grazie ad una narrazione attenta e curata anche della immagini tv distribuite a livello internazionale».

Le due gare

Cronometro: il 25 giugno i corridori partiranno da Vicoforte per raggiungere Barolo al termine di un percorso di 40 chilometri caratterizzato da circa 500 metri di dislivello.

Strada: il 27 giugno partenza da Asti e arrivo a Cuneo dopo 232 chilometri e circa 2.500 metri di dislivello per un tracciato impegnativo e spettacolare che proporrà i Gran Premi della Montagna di Monforte d’Alba e Murazzano, destinati a rappresentare momenti chiave nella corsa verso il titolo.

Il percorso

Poliziotto libero da servizio fa arrestare ladro di smartphone

La Polizia di Stato ha arrestato a Torino un cittadino rumeno di 50 anni per un furto con destrezza ai danni di una giovane.
Nel pomeriggio di alcuni giorni fa, una ragazza di circa 20 anni che si trovava a passeggio in Piazza Carlo Felice, direzione via Roma, è stata avvicinata alle spalle da un uomo. Il movimento non sfuggiva a un poliziotto in forza al Comm.to di P.S di Sanremo, in quel momento libero dal servizio, che notava il soggetto prendere alla ragazza un cellulare custodito all’interno di una tasca dello zaino che aveva in spalla.
L’agente di polizia è intervenuto immediatamente, riuscendo a fermare il cinquantenne, a cui si qualificava come appartenente alle forze dell’ordine, e chiamando contestualmente il 112 NUE per l’invio di una Volante sul luogo.
A seguito dell’intervento di una pattuglia delle Volanti dell’UPGSP, il telefonino è stato rinvenuto e restituito alla legittima proprietaria, mentre l’uomo è stato arrestato e condotto in carcere.

Le madri costituenti di 80 anni fa

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La Città metropolitana intitola  oggi la Sala più alta del grattacielo alle Madri costituenti. E’ una gran bella notizia quella che giunge da Carla Gatti dirigente della Comunicazione della Città metropolitana di Torino, sempre così attenta agli eventi più importanti fin da quando la Città metropolitana era la Provincia di Torino ,così carica di storia e di amministratori esemplari fin a partire dal Risorgimento. Il 25 giugno, data che nel 1946 segnò l’inizio dei lavori della Costituente , la Città metropolitana intitola la sua sala del quindicesimo piano di corso Inghilterra 7  alle Madri Costituenti, le  ventuno elette  su 556 componenti che contribuirono a scrivere il testo della Costituzione repubblicana. Se consideriamo che il 2 giugno 1946 si votò con il suffragio elettorale maschile e femminile e le donne elettrici furono parecchi milioni ,le elette furono invece  un numero decisamente limitato. In Piemonte nei due collegi in cui era divisa la regione, non ci furono elette e ciò costituì motivo di polemiche del tutto motivate anche se per molto tempo riassorbite dalla disciplina di partito. Anche nei due partiti di massa che ebbero maggiori consensi, le donne non ebbero i suffragi che sarebbero stati una logica conseguenza  all’ affermazione di un diritto così importante per dare completezza alla partecipazione democratica e alla reale  parità tra uomini e donne. Ma ci furono elette piemontesi fuori dal Piemonte come le comuniste Rita  Montagnana, Teresa Noce, Angiola Minella. Tra le più importanti costituenti ci furono Nilde Jotti e Angelina Merlin. Alla manifestazione di intitolazione hanno parlato  solo donne importanti che sono ai vertici della Città metropolitana. Un segnale forte che dimostra come le cose siano cambiate e che le  battaglie delle Madri costituenti hanno creato tante figlie e nipoti capaci di incidere politicamente, come affermato nella Costituzione che non fu solo opera dei grandi leaders di 80 anni fa che ebbero la preveggenza di scrivere un testo capace di guardare al futuro del Paese più che a polemizzare con il suo passato, come rivelano  l’articolo 7 e tanti altri articoli. Questo è il pregio maggiore della Costituzione , come disse Piero Calamandrei che contribuì a scrivere molti testi , pur non essendo totalmente soddisfatto del lavoro compiuto, lui sommo giurista. Per ragioni di par condicio, direbbe uno degli eletti di 80 anni fa ,Oscar Luigi Scalfaro , va anche ricordato il presidente dell’assemblea  costituente Giuseppe Saragat che tenne un magistrale discorso sul quale gli studenti della Maturità hanno avuto l’opportunità di scrivere, senza che il pensiero del presidente di allora attirasse in modo significativo  l’attenzione dei giovani d’oggi purtroppo  assai poco ferrati nella storia in generale e nella storia civile in particolare. D’ora in poi l’intitolazione della Città metropolitana costringerà a riflettere sull’impegno di quelle 21 donne che sono alle origini della democrazia repubblicana e che hanno dovuto lottare per lasciare un segno significativo nella storia italiana. L’elettorato attivo e passivo del 1946 stentarono a coincidere e forse neppure oggi sono pienamente realizzati.

Blackout, Codacons: “Pronti ad azioni legali”

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Le società energetiche devono garantire la continuità del servizio anche in caso di forte caldo, e sono tenute per legge ad indennizzare i clienti coinvolti nelle interruzioni delle forniture. Allo stesso modo i turisti che non possono fruire dei servizi acquistati a causa della mancanza di energia hanno diritto ad ottenere da albergatori ed esercenti rimborsi proporzionali ai disagi subiti. Lo afferma il Codacons, che interviene a tutela di utenti e attività commerciali interessati dai black out energetici che si stanno verificando in diverse zone d’Italia.

L’aumento delle temperature era ampiamente previsto, e le varie società che gestiscono la rete avrebbero dovuto attivarsi per garantire la continuità del servizio ed evitare surriscaldamenti dei cavi e sovraccarichi di rete – afferma il Codacons – In caso di interruzione prolungata dell’energia elettrica i consumatori hanno sempre diritto all’indennizzo previsto da Arera, che per i clienti domestici con potenza inferiore o uguale a 6 kW ammonta a 34,50 euro, aumentato di 17,25 euro ogni ulteriori 4 ore di interruzione fino a una durata massima di interruzione pari a 240 ore. Per le utenze con potenza superiore ai 6 kW, come aziende o esercizi commerciali, l’indennizzo è di 172,50 euro oltre 86,25 euro per ogni ulteriori 4 ore di interruzione. Indennizzo che – ricorda il Codacons – deve essere automatico in bolletta e non esclude, dove ve ne siano i presupposti, l’eventuale ulteriore risarcimento del danno, secondo le ordinarie regole del Codice Civile.

Allo stesso modo i turisti che hanno acquistato soggiorni presso resort, villaggi e strutture ricettive in genere, o hanno acquistato servizi di cui non possono godere a causa dell’interruzione di energia, hanno diritto ad ottenere dagli esercenti il rimborso di quanto speso in proporzione ai disagi subiti. Saranno poi gli stessi esercenti a rivalersi sulle società energetiche per i danni loro arrecati – precisa il Codacons.

Se non saranno pienamente garantiti i diritti di utenti e attività commerciali, il Codacons è pronto ad avviare le dovute azioni risarcitorie anche collettive nei confronti di società e distributori energeticI.

Opi: «Gli infermieri non sono lavoratori in affitto»

Si possono costruire nuove Case di Comunità, inaugurare nuovi servizi e aprire nuovi reparti. Ma senza infermieri tutto questo rischia di rimanere soltanto sulla carta

È la posizione espressa dagli Ordini delle Professioni Infermieristiche di Torino e Cuneo in merito al dibattito emerso in queste ore sulla possibilità di reclutare infermieri attraverso Amos per garantire il funzionamento delle Case e degli Ospedali di Comunità previsti dal PNRR.

«Gli infermieri per il sistema sanitario non sono lavoratori in affitto e non possono essere trattati come una merce da reperire sul mercato ogni volta che il sistema sanitario non riesce a programmare il proprio fabbisogno di personale», afferma Ivan Bufalo, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino e presidente del Coordinamento degli OPI del Piemonte, che interviene per richiamare l’attenzione su quella che considera una deriva pericolosa per il futuro della professione e della sanità pubblica.

Secondo OPI Torino e OPI Cuneo, la questione non può essere liquidata come una semplice scelta organizzativa o gestionale.

«Il problema è che si continua a discutere di come trovare infermieri senza affrontare il motivo per cui gli infermieri non scelgono più di lavorare nel Servizio sanitario pubblico. È un approccio miope che rischia di nascondere sotto il tappeto problemi ormai strutturali», osserva Remo Galaverna, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Cuneo«La carenza infermieristica non si risolve creando nuovi meccanismi di reclutamento, ma rendendo nuovamente attrattiva una professione che da anni denuncia stipendi insufficienti, carichi di lavoro crescenti, aggressioni, scarse prospettive di carriera e condizioni organizzative sempre più difficili.»

Per gli Ordini, il rischio è quello di considerare strumenti di intermediazione come una risposta strutturale a una crisi che ha invece origini ben più profonde.

«Gli infermieri sono professionisti sanitari iscritti a un Ordine, titolari di autonomia professionale e responsabili di atti complessi che incidono direttamente sulla salute delle persone. Non sono una risorsa fungibile da movimentare attraverso meccanismi di somministrazione di lavoro», sottolinea Bufalo. «Continuare a ragionare in questi termini significa svilire il valore professionale, sociale e scientifico dell’infermieristica.»

Gli Ordini ribadiscono che l’inserimento degli infermieri nel sistema sanitario deve avvenire prioritariamente attraverso il rapporto di dipendenza con il Servizio Sanitario Nazionale, con le strutture private e private accreditate oppure attraverso forme di autentico esercizio libero-professionale.

«Modelli fondati sulla somministrazione di lavoro tramite enti in house, cooperative o altri intermediari rischiano di collocare la professione infermieristica in una dimensione che non le appartiene e che non è coerente con il suo status giuridico e con il ruolo strategico che svolge all’interno del sistema salute», osserva Galaverna.

OPI Torino e OPI Cuneo evidenziano inoltre una contraddizione che rischia di compromettere gli stessi obiettivi della riforma territoriale.

«Si stanno investendo centinaia di milioni di euro nella costruzione di Case e Ospedali di Comunità, ma si continua a ignorare la questione fondamentale: chi ci lavorerà?», evidenzia Bufalo. «Senza infermieri sufficienti e adeguatamente valorizzati il rischio è quello di inaugurare strutture che faticano a garantire i servizi per cui sono state progettate. Prima delle mura servono i professionisti.»

Particolarmente critica la valutazione degli Ordini rispetto a chi sostiene tali modelli come soluzione alla carenza di personale.

«Sconcerta che, di fronte a una crisi senza precedenti della professione infermieristica, qualcuno ritenga che la risposta sia individuare nuovi intermediari anziché pretendere migliori condizioni di lavoro, valorizzazione economica, assunzioni stabili e percorsi di crescita professionale», afferma Galaverna. «Difendere gli interessi collettivi significa battersi perché gli infermieri e tutti gli altri professionisti sanitari scelgano di restare nel servizio pubblico, non costruire scorciatoie che rischiano di alimentare ulteriormente la precarizzazione.»

Gli Ordini richiamano infine la politica regionale e nazionale ad assumere una posizione chiara.

«Se oggi mancano gli infermieri, non è soltanto per un numero insufficiente di professionisti disponibili, ma anche perché il sistema ha progressivamente smesso di essere attrattivo», conclude Bufalo. «Continuare a ignorare questa realtà significa rinviare il problema e condannare il servizio sanitario a rincorrere emergenze sempre più gravi. La politica deve decidere da che parte stare: dalla valorizzazione delle professioni sanitarie o dalla loro progressiva precarizzazione. Su questo punto non possono esistere ambiguità

Emma Strada, la prima donna ingegnere in Italia si laureò a Torino

Era il 5 settembre 1908 quando una torinese, Emma Strada di 24 anni con il numero di matricola n.36, divento la prima ingegnera d’Italia.

Classe 1884, figlia d’arte, suo padre fu ingegnere civile con un suo studio in citta’, si iscrisse al Regio Politecnico, che una volta aveva la sede al Valentino, dopo aver conseguito il diploma di liceo classico presso la scuola Massimo D’Azeglio.

In Italia le donne furono ammesse all’universita’ solo nel 1874 e la prima donna in assoluto a laurearsi, in medicina, fu Ernestina Paper a cui ne seguirono altre alle facolta’ di Lettere o Giurisprudenza, ma fino a quel momento nessuna si era avventurata nel mondo maschile dell’ ingegneria.

L’ardimentosa Emma si classifico terza su 62 studenti (61 uomini) ottenendo il massimo dei voti e, dopo la discussione della tesi, la camera di consiglio ci mise piu’ di un ora per decidere se il titolo dovesse essere “ingegnere” o ingegneressa”.

Si interessarono a lei anche i media di allora come La Stampa che scrisse orgogliosamente: “Emma Strada, sabato scorso, al nostro Istituto Superiore Politecnico ha conseguito a pieni voti la laurea in ingegneria civile. La signorina Strada è così la prima donna-ingegnere che si conti in Italia e ha appena altre due o tre colleghe all’estero”.

Emma lavoro’ come assistente all’Universita’ fino alla morte del padre e successivamente esercito’ nello studio dello defunto genitore insieme al fratello (anche lui ingegnere), e si occupo’ della realizzazione di acquedotti, gallerie, miniere; non poteva firmare i documenti perche’ non era iscritta all’Albo, ma si recava regolarmente e di buon grado presso i cantieri.

Il primo progetto dell’ing. Emma Strada fu la realizzazione di una galleria di accesso ad una miniera di Ollomont in Val d’Aosta, si occupò, inoltre, della progettazione dell´automotofunicolare di Catanzaro e della costruzione del ramo calabrese dell’acquedotto pugliese. Per promuovere il lavoro delle donne nel campo della scienza e della tecnologia, fondò con altre colleghe, nel 1957, l’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetti (AIDIA), di cui diventò la prima presidente.

Emma Strada fu una fervente monarchica e per molti anni trascorse le mattine nella sede dell’Associazione Monarchica Torinese come organizzatrice e animatrice. Era molto legata al Re Umberto II, in quel periodo in esilio, che a sua volta la apprezzava e stimava e la insignini’ di importanti onorificenze sabaude.

Fu l’artefice del suo sogno e delle sue ambizioni, ma anche una donna coraggiosa che demoli’ lo stereotipo secondo cui le donne non potevano accedere ai molti mondi allora dedicati solo agli uomini, come l’ingegneria appunto. Grazie anche a lei e alla sua determinazione, al giorno d’ oggi essere una donna ingegnere non fa piu’ notizia.

MARIA LA BARBERA

Il Po, l’anima lenta di Torino

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C’è un momento della giornata in cui il Po sembra fermarsi. Succede verso sera, quando la luce scende dietro la collina e il fiume si colora di riflessi dorati, mentre le sagome dei ponti si allungano sull’acqua. Torino, spesso raccontata per le sue piazze eleganti e i viali ordinati, trova proprio qui una dimensione diversa, più intima e naturale. Il Po non è solo un corso d’acqua che attraversa la città: è una presenza costante, un luogo di incontro, di sport, di passeggiate e di storie che si intrecciano da generazioni.

Le barche storiche e la tradizione sul fiume

Tra le immagini più amate dai torinesi ci sono le due imbarcazioni storiche che solcano il Po durante la bella stagione: la Valentina e la Valentino. I loro nomi, quasi a voler incarnare lo spirito romantico della città, richiamano il Parco del Valentino e quel tratto di fiume che da sempre è sinonimo di tempo libero. Non sono semplici barche turistiche, ma un modo per riscoprire Torino da una prospettiva insolita, navigando lentamente tra i ponti e osservando le facciate dei palazzi riflesse nell’acqua. A bordo si respira un’atmosfera sospesa, fatta di racconti, di curiosità storiche e di quel silenzio interrotto solo dal rumore lieve del motore e dallo sciabordio contro lo scafo.

Il legame tra Torino e il Po affonda le radici lontano nel tempo. Le società remiere, i circoli storici e gli atleti che si allenano ogni giorno lungo le sponde raccontano una tradizione sportiva viva e sentita. Canottieri e vogatori trasformano il fiume in una palestra a cielo aperto, mentre i passanti si fermano a osservare le barche sottili che fendono l’acqua con movimenti sincronizzati.

Murazzi Fabio Liguori
Murazzi foto Fabio Liguori

Murazzi, passeggiate e vita all’aperto

Scendendo verso i Murazzi, il fiume cambia ancora volto. Le arcate che costeggiano l’acqua sono state per anni il cuore della movida torinese e, ancora oggi, rappresentano uno spazio che si reinventa tra locali, eventi e iniziative culturali. Camminare lungo il Po significa attraversare una Torino dinamica, dove studenti, famiglie e turisti condividono lo stesso panorama.

Il Parco del Valentino, con i suoi viali alberati e i prati che si aprono fino alla riva, è uno dei luoghi più frequentati nelle giornate di sole. Qui si viene per correre, andare in bicicletta, leggere un libro all’ombra o semplicemente per sedersi su una panchina a guardare il fiume scorrere. Poco distante, il Borgo Medievale aggiunge un tocco fiabesco al paesaggio, mentre la collina torinese, dall’altra parte, offre uno sfondo verde che cambia colore con le stagioni.

Mario Alesina Fiume Po
Foto Mario Alesina Fiume Po

Mangiare e rilassarsi con vista sull’acqua

Il Po è anche un luogo dove fermarsi a tavola. Lungo le sue sponde si trovano ristoranti e locali che propongono aperitivi al tramonto, cene all’aperto e serate con musica dal vivo. Sedersi a pochi metri dall’acqua, con il rumore del fiume in sottofondo, regala una sensazione di evasione che sorprende chi pensa a Torino soltanto come città industriale o sabauda. In realtà, qui il rapporto con la natura è parte integrante dell’identità urbana.

Tra un giro in battello, una pedalata lungo la ciclabile e una cena affacciata sul fiume, il Po continua a essere uno dei luoghi più autentici della città. Non ha la monumentalità delle grandi piazze né la solennità dei palazzi storici, ma possiede qualcosa di più sottile e duraturo: la capacità di far rallentare il passo, di far sentire Torino meno frenetica e più vicina al ritmo dell’acqua che la attraversa da secoli.

Noemi Gariano