ilTorinese

San Rocco, il santo che preannuncia la fine dell’estate

Il 16 agosto la Chiesa celebra San Rocco, il santo protettore dalla peste e dalle malattie contagiose, che fin dal medioevo è stato implorato dalla popolazione durante le pandemie ed è stato recentemente molto invocato dalle persone durante l’epidemia di Covid-19.
Rocco nacque a Montpellier nel 1345 da genitori agiati avanti con gli anni che ormai avevano perso la speranza di poter avere figli. Profondamente devoto alla Vergine Maria, fin da bambino si dedicò a prestare assistenza agli infermi, tanto da venire paragonato a San Francesco d’Assisi.
Persi i genitori all’età di 20 anni, distribuì ai poveri i suoi averi e s’incamminò per voto in pellegrinaggio verso Roma, valicando il Colle del Monginevro ed aiutando lungo la strada i contagiati dall’epidemia di peste.
La sua missione di pellegrino in Italia durò otto anni, durante i quali, di città in città, si dedicò alla preghiera, guarì e ridonò coraggio alle persone infette. Ad Acquapendente, una cittadina in Provincia di Viterbo, nel luglio 1367, tracciando il segno della croce sui malati operò guarigioni miracolose. Dopo aver trascorso tre anni a Roma, dove curò gli infermi dell’Ospedale di Santo Spirito, ripartì per Montpellier, facendo tappa ad Assisi, Forlì, Cesena, Rimini, Parma, Bologna e Modena, guarendo strada facendo moltissime persone sofferenti. A Piacenza venne contagiato dalla peste e per non diffondere il virus ad altre persone si isolò in una capanna sulle rive del fiume Trebbia, rifocillato da un cane, il quale ogni giorno gli portava un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone Gottardo Pollastrelli. Quest’ultimo, una volta scoperto il sotterfugio dell’animale, si occupò personalmente di curare Rocco. Gottardo, Signore di quei luoghi, rimase talmente affascinato dalle parole del santo, che cedette i suoi beni ai poveri e diventò il suo primo biografo.
Oltre a scrivere appunti sulla vita del pellegrino dipinse anche un suo ritratto, tutt’ora presente nella Chiesa di Sant’Anna a Piacenza. Una volta guarito, Rocco riprese il suo viaggio di ritorno in Francia, ma giunto a Voghera, a causa della sua barba lunga ed incolta e del suo viso trasfigurato dalla sofferenza, non fu riconosciuto e venne scambiato per una spia. Il governatore della città, che per ironia della sorte era anche suo zio materno, lo fece incarcerare.
Rocco morì in prigione nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1378. Al momento della sua dipartita furono udite voci di fanciulli che gridavano: “
E’ morto il santo!”, mentre le campane suonarono a festa. Un angelo portò una piccola tavola sulla quale era scritto “Coloro che, colpiti dalla peste ricorreranno alla potente intercessione del Beato Rocco, prediletto da Dio, ne saranno liberati”.
Le statue dedicate al santo lo rappresentano in veste di pellegrino, con il tabarro, il cappello a tesa larga, un bastone da viaggio a cui erano assicurate conchiglie per raccogliere l’acqua, una zucca vuota per conservarla e la bisaccia a tracolla.
Il suo culto iniziò a diffondersi in Italia a partire dal 1382, per poi espandersi in tutta Europa.
La festività di San Rocco nel mondo contadino è associata alla fine dell’estate; un proverbio afferma che “
per San Rocco la rondine fa fagotto”. Dal 16 agosto le rondini iniziano infatti a migrare verso i Paesi più caldi, dove sverneranno. Questo è il giorno a partire dal quale la stagione calda per tradizione volge al termine ed il sole cocente e l’afa lasciano spazio ai temporali.
Il 16 agosto è festa a Reano, Comune dove viene perpetuata una tradizione di origine feudale: quella dei “Salti di San Rocco”. Dopo la Santa Messa celebrata nella Chiesa Parrocchiale di San Giorgio Martire, il parroco benedice un carro addobbato con il drappo del santo e dei fiori,
sopra il quale siede una piccola orchestra che suona brani popolari.
Il carro viene in seguito trainato da un trattore fino in Piazza Donatori di Sangue, dove chi lo desidera può salirci, e dopo aver spiccato un salto e pronunciato la frase “
faccio un salto in onore di San Rocco”, può rivolgere critiche e satire a personaggi locali o all’amministrazione comunale, rigorosamente in dialetto piemontese, per terminare con “viva San Rocco”. Tra un salto e l’altro l’orchestrina suona melodie paesane.
A Venezia il 16 agosto 1577 venne organizzata una grande processione per ringraziare il santo della fine della pestilenza che provocò circa 50 mila morti. La popolazione invocò la grazia di Rocco, le cui spoglie giacevano nella chiesa a lui dedicata già dal 1490 e la fine dell’epidemia venne attribuita al santo. Il Senato della Repubblica Serenissima, in segno di gratitudine dichiarò il 16 agosto come giorno festivo. In occasione delle celebrazioni il doge giungeva nella chiesa dedicata a Rocco a bordo di un’imbarcazione dorata ed ai fedeli era concesso di venerare le sue reliquie. La processione viene ancora organizzata ai giorni nostri; parte da Campo dei Frari per poi raggiungere la Chiesa di San Rocco e l’omonima Scuola Grande, dove nella sontuosa cornice della Sala Capitolare viene celebrata una S. Messa solenne.
In Piemonte nel
1630, in seguito alla Guerra di Successione del Ducato di Mantova e del Monferrato e della conseguente invasione francese, scoppiò l’epidemia di peste detta “manzoniana” perché descritta da Alessandro Manzoni nel suo romanzo “I promessi sposi”. La popolazione venne dimezzata e a Giaveno il 28 luglio il consiglio comunale fece voto alla Vergine e ai Santi protettori del morbo, San Rocco, San Sebastiano e San Carlo Borromeo, di erigere una chiesa in loro ringraziamento qualora la peste cessasse. Questo flagello, che falcidiò anche alcuni consiglieri, terminò alla fine del 1631, ma a causa della mancanza di fondi il voto venne ritenuto nullo perché deliberato in assenza di un numero valido di votanti. Dopo forti pressioni dei Canonici della Collegiata di San Lorenzo Martire, la rinuncia al suo credito di 500 Scudi nei confronti del Comune del Nobile Giuseppe Sclopis e la minaccia del Principe Maurizio di Savoia, ex cardinale, di far imporre tasse, il consiglio comunale diede il via ai lavori di costruzione nel 1645 e il luogo di culto venne edificato al posto di una piazza dove si tenevano spettacoli teatrali. La chiesa, come illustrato dal quadro monocromatico dietro l’altare, l’unico di quell’epoca, probabilmente dono della Prima Madama Reale Cristina di Borbone-Francia, venne dedicata a San Rocco, San Carlo Borromeo e San Sebastiano, i tre santi considerati protettori durante le pestilenze. Questo luogo di culto è aperto al pubblico tre volte l’anno: il 22 maggio in occasione della Solennità di Santa Rita; il 16 luglio per la Madonna del Carmine e il 16 agosto, quando la Chiesa Cattolica celebra San Rocco.

ANDREA CARNINO

Esiste un’alternativa democratica credibile al manuale Cencelli?

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Da sempre si ironizza sul cosiddetto “manuale Cencelli”. E se ne parla anche dopo la scomparsa dell’esponente democristiano. Ma la domanda centrale a cui si deve dare una risposta credibile, e non ipocrita, è sempre la stessa. E cioè, ma qual’è, realisticamente e al di là delle furbizie e degli escamotage, l’alternativa democratica all’antico manuale Cencelli? Riavvolgiamo il nastro. Il ‘manuale Cencelli’ non era nient’altro che la rigorosa applicazione del metodo democratico nella composizione degli organi di partito e, di conseguenza per quell’epoca, nelle istituzioni. Ovvero, il peso della corrente all’interno del partito, nella Dc, era proporzionale ai voti ottenuti nei congressi locali e nazionali democraticamente organizzati e celebrati. E, di conseguenza, quel peso all’interno del partito veniva trasferito nella distribuzione del potere che spettava alla Dc nei vari organismi istituzionali. Certo, era una stagione dove la classe dirigente era selezionata democraticamente dal basso, dove il sistema proporzionale era la regola e non una eccezione e dove, soprattutto, gli organi di partito e gli incarichi istituzionali non erano riconducibili alla sola “fedeltà” nei confronti del capo partito. Che oggi, invece e al contrario, è semplicemente indiscusso ed indiscutibile. Ora, e senza alcuna polemica, ci dobbiamo porre una sola domanda: ma qual’è, oggi, l’alternativa democratica al ‘manuale Cencelli’ nella selezione della classe dirigente? La risposta, purtroppo, è nei fatti. E cioè, con la sostanziale scomparsa dei grandi partiti popolari, democratici e di massa, l’unico criterio che svetta è quello della rigorosa e quasi scientifica ‘fedeltà’ nei confronti del capo. Non a caso le minoranze negli attuali partiti o non esistono più o, se esistono, sono gentilmente invitate a non disturbare. Viene garantito quello che si definisce “un diritto di tribuna” – cioè una manciata di candidature blindate gentilmente elargite dal capo partito – e tutto finisce lì. Come capita, del resto, nel Partito democratico a guida Schlein. Negli altri partiti, molto più semplicemente, le minoranze non esistono e quindi il potere delle nomine appartiene integralmente al capo indiscusso. E il modello politico ed organizzativo, di conseguenza, non può che essere quello del “partito personale” o “del capo” o del “partito proprietario”. È persino ovvio arrivare alla conclusione che in un contesto del genere, cioè quello contemporaneo, il cosiddetto ‘manuale Cencelli’ è del tutto superato e quasi anti storico perché la democrazia nei partiti non esiste più. Al massimo resta in piedi la democrazia dei partiti. E proprio questa è la differenza di fondo tra il passato – per semplificare, penso alla esperienza della Dc e quindi del ‘manuale Cencelli’ nella prima repubblica – e la fase politica attuale. Perchè ieri esisteva la ‘democrazia dei partiti’ e, soprattutto, svettava la ‘democrazia nei partiti’. Oggi, e mi limito a fotografare la situazione esistente, esiste a malapena la democrazia dei partiti. Almeno di ciò che resta dei grandi partiti democratici, popolari e di massa del passato. Ecco perchè, per ragioni semplici ma oggettive, sul ‘manuale Cencelli’, che appartiene come ovvio e scontato ad un’altra stagione storica e politica del nostro paese, è inutile ironizzare. È inutile almeno sino a quando non si pianifica e non si intravede un modello alternativo autenticamente e realisticamente democratico e costituzionale nella selezione della classe dirigente e anche e soprattutto nelle nomine. Che c’erano ieri, ci sono oggi e ci saranno sempre. Ma l’alternativa non può essere quella del partito personale, del criterio dogmatico e fideistico della fedeltà al capo e, in ultimo ma non per ordine di importanza, della discrezionalità sganciata da qualsiasi pratica democratica. Pubblica e visibile. Questo è, oggi, uno dei principali nodi politici – e non statutari od organizzativi – da sciogliere nella cittadella politica italiana.

Torino-Carrarese 1-0: Simeone firma il buon esordio del Toro di Abate

 

Il Torino comincia con il piede giusto la nuova stagione. Nei trentaduesimi di finale di Coppa Italia, i granata superano 1-0 la Carrarese all’Olimpico Grande Torino e conquistano il pass per il turno successivo.
A decidere la sfida è Giovanni Simeone, autore della rete che regala al Toro la qualificazione. Una vittoria di misura, ma importante per il nuovo corso granata targato Ignazio Abate, che può così festeggiare un esordio ufficiale positivo.
Il Torino mostra buone indicazioni e una squadra ancora giovane, con margini di crescita evidenti. La Carrarese prova a reagire, ma i granata difendono il vantaggio e portano a casa il risultato.
Ora il Monza dell’ex Juric
Nei sedicesimi di finale ci sarà un confronto particolarmente interessante: Torino-Monza. I brianzoli hanno superato l’Avellino con un netto 3-0, grazie alla doppietta di Varela e alla rete di Forson, conquistando così il pass per il turno successivo.
Sarà quindi una sfida dal sapore speciale per il Toro: sulla panchina del Monza ci sarà infatti Ivan Juric, ex allenatore granata. Un incrocio subito interessante per il giovane Torino di Abate, chiamato al prossimo esame in Coppa Italia.

Enzo Grassano

Ferragosto a Torino, controlli e arresti della polizia contro furti e rapine

I servizi di controllo del territorio delle Volanti dell’UPGSP rafforzati dalla Questura di Torino nel periodo a ridosso di Ferragosto hanno permesso di arrestare 4 persone, negli ultimi giorni, per furti ed una tentata rapina impropria ai danni di diversi esercizi commerciali torinesi. Gli interventi hanno consentito di recuperare integralmente la merce sottratta e di assicurare alla giustizia i presunti responsabili.
Nel primo caso, gli agenti della Squadra Volante hanno individuato un giovane che si stava allontanando di corsa da un minimarket di via Val della Torre. Il 21enne, cittadino camerunense, poco prima era entrato nel negozio pretendendo del denaro e, al rifiuto opposto dal dipendente, lo ha aggredito verbalmente e fisicamente impossessandosi del telefono cellulare e delle chiavi del negozio. Nel corso della colluttazione che ne è nata, il 21enne avrebbe inoltre brandito una bottiglia di vetro all’indirizzo del cassiere. Dopo essersi dato alla fuga è stato intercettato dalla Volante ed arrestato per tentata rapina impropria e, su disposizione dell’Autorità Giudiziaria, condotto presso la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”.
In un secondo episodio, gli agenti della Squadra Volante sono invece intervenuti in corso Novara, presso un supermercato dove una cliente aveva tentato di allontanarsi con un carrello contenente prodotti per un valore complessivo di oltre 250 euro. La donna, una cittadina italiana di 45 anni, poi risultata inottemperante all’obbligo di presentazione quotidiana alla Polizia Giudiziaria e destinataria di un foglio di via obbligatorio del Questore di Torino con divieto di ritorno in città, era stata notata dalla vigilanza mentre si aggirava con fare sospetto tra le corsie e riempire il carrello con numerosi prodotti, per poi dirigersi verso l’uscita senza effettuare il pagamento. Raggiunta all’esterno dal vigilante, la 45enne avrebbe reagito aggredendolo fisicamente, spintonandolo e strattonandolo, arrivando anche a sputargli addosso e a minacciarlo nel tentativo di costringerlo a desistere. Una volta giunti gli operatori di Polizia, la 45enne è stata definitivamente bloccata, arrestata in flagranza per tentata rapina impropria e deferita in stato di libertà per l’inottemperanza al divieto di ritorno; la merce è stata interamente recuperata e restituita al supermercato. Su disposizione dell’Autorità Giudiziaria è stata associata presso la Casa Circondariale “Lorusso-Cutugno”.
Presso un supermercato di Barriera Milano, gli agenti sono intervenuti per una violenta lite in corso tra il personale di vigilanza ed un cittadino algerino di 25 anni bloccato dopo aver oltrepassato le casse con lo zaino pieno di generi alimentarti non pagati. Dopo aver inizialmente restituito parte della merce, l’uomo aveva nuovamente afferrato lo zaino tentando di fuggire e, per guadagnarsi la fuga, aveva aggredito una guardia giurata, spingendola e facendola cadere a terra. Gli agenti intervenuti hanno bloccato e messo in sicurezza il giovane. La refurtiva è stata interamente recuperata e restituita. Il 25enne è stato arrestato in flagranza per tentata rapina impropria e, su disposizione dell’Autorità Giudiziaria, condotto presso le camere di sicurezza del Commissariato di P.S. “San Paolo”.
Infine, nella zona Madonna di Campagna, gli agenti della Squadra Volanti hanno tratto in arresto un cittadino senegalese di 39 anni, ritenuto responsabile di una serie di furti commessi nell’arco di meno di un’ora ai danni di diversi supermercati. L’intervento è scattato dopo la segnalazione proveniente da un supermercato di corso Potenza dove un’addetta alle vendite aveva notato l’uomo occultare della merce all’interno di una borsa a tracolla, senza però riuscire a fermarlo. Pochi minuti dopo, grazie alle descrizioni fornite ed al tempestivo intervento, l’uomo è stato intercettato dalle Volanti della Polizia di Stato all’incrocio tra via Lucento e via Borgaro ed è stato trovato in possesso di numerosi generi alimentari, nonché di un coltello da cucina con lama di circa 20 centimetri e di una carta di credito/prepagata non intestata a lui. Gli accertamenti hanno permesso di ricostruire il percorso compiuto dal 39enne, che prima dell’intervento della Polizia si sarebbe introdotto in altri tre supermercati della zona sottraendo diversi prodotti alimentari. La merce è stata interamente recuperata e restituita ai rispettivi esercizi commerciali. L’uomo è stato arrestato per furto aggravato continuato e denunciato in stato di libertà per porto abusivo del coltello e l’indebito utilizzo della carta di credito. Su disposizione dell’Autorità Giudiziaria è stato condotto presso le camere di sicurezza del Commissariato di P.S. “San Paolo”, in attesa dei successivi provvedimenti.

Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia

Breve storia di Torino

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

 

3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia

Prosegue in questo terzo articolo il mio intento di raccontare storicamente le vicissitudini della nostra bella Torino. La volontà è quella di riproporre in una serie di testi gli avvenimenti, i fatti e i personaggi che, a partire dalle origini taurine, si sono succeduti e hanno reso il capoluogo pedemontano quello che è oggi. L’urbe ha subito notevoli modifiche nel corso del tempo, cambiamenti architettonici, urbanistici, politici e sociali, la città si è evoluta insieme all’Italia e all’Europa, talvolta occupando una posizione preminente nello svolgimento degli eventi, talvolta rimanendo “dietro le quinte” ad osservare silenziosa il mondo che cambiava.
Proseguo nel mio impegno dunque, intrattenendovi oggi, cari lettori, sulle tematiche riguardanti il caotico periodo postcarolingio.
Siamo nell’anno 887: muore Carlo il Calvo, l’Impero di Carlo Magno si disgrega, i signori locali vogliono disperatamente la corona. Arnolfo di Carinzia è proclamato re dei Franchi orientali, Oddone di Parigi diviene re dei Franchi occidentali, mentre Berengario del Friuli e Guido II di Spoleto si contendono la corona di re d’Italia.
Questo l’intricato “background”. Vediamo ora di approfondire un po’ la questione.
L’Impero carolingio è giunto al termine, il potere un tempo di Carlo Magno ora è nelle mani di conti, duchi e marchesi, aristocratici a capo di ampi territori comprendenti sia le zone rurali sia le città.

La stabilità politica è tuttavia qualcosa di apparentemente irraggiungibile: tali regni risultano caotici ed effimeri, i signori sono costantemente occupati a rivaleggiare tra loro per il Regno Italico, ma nessuno è destinato a detenere il potere a lungo.
In questo clima di instabilità generale Torino rimane ai margini, adeguandosi agli avvenimenti che interessano non solo la regione specifica, bensì tutta la penisola italiana.
Dopo la caduta dell’Impero la città subalpina cambia rapidamente “proprietario”, alla morte di Suppone II la città e le zone annesse passano dapprima sotto la giurisdizione di Carlo il Grosso (887), poi di Berengario del Friuli (888), a sua volta sconfitto da Guido di Spoleto.
Quest’ultimo, determinato a mantenere la propria podestà, decide di concentrare le forze armate nel confine nordoccidentale del regno, dando così vita ad una nova unità territoriale, la “marca di Ivrea”, una sorta di principato di frontiera che comprendeva il vasto territorio del comitato di Torino fino alle coste della Liguria. Guido affida il controllo della zona ad un suo fedele sostenitore, il burgundo Anscario, la cui discendenza amministrerà la regione per lungo tempo. Nell’anno 899 è Adalberto ad amministrare la marca, assicurandosi il titolo di marchese – “reggente di una marca”- ; egli varia anche le alleanze, sicuro di schierarsi a sostegno di Berengario del Friuli, che si era proclamato re agli inizi dell’anno 888, nella capitale Pavia.

Sul terminare del IX secolo, si assiste al fenomeno delle “seconde invasioni”: gruppi di genti agguerrite e violente giungono da est, da sud e da nord, si tratta dei Normanni – anche noti con l’appellativo “Vichinghi”- aggregati tribali che saccheggiano le coste atlantiche, vi sono poi gli Ungari, che tengono sotto costante attacco Germania e Italia, e infine i Saraceni, dediti a scorrerie navali nell’area del Mediterraneo.
Alle vicissitudini per il potere, si aggiunge il pericolo degli invasori, particolare preoccupazione destano appunto i Saraceni, guerrieri musulmani provenienti dalla Spagna e dal Nordafrica che avevano valicato le Alpi e depredavano ora la marca di Ivrea. In seguito a tale incursione, diversi monaci sono costretti a rifugiarsi all’interno delle mura cittadine: è in questo periodo che sorge il Santuario della Consolata, dedicato alla Vergine e ancora oggi una delle chiese più note di Torino. (La chiesa ha origini antichissime, e sorge sui resti di una piccola chiesa paleocristiana).
Gli Ungari a partire dall’anno 898 oltrepassano le Alpi e attaccano la marca friulana, fino a raggiungere, negli anni successivi, Vercelli e i pressi di Pavia.
Accade poi la morte di Anscario (940), seguita dalla ritirata di Berengario di Ivrea in Germania, dove ottiene la protezione di Ottone I, nuovo imperatore. Nel 950 Berengario fa ritorno per sconfiggere i nemici e per riorganizzare la marca di Ivrea in tre marche distinte, ciascuna affidata ad una famiglia: il Piemonte meridionale e la Liguria vengono affidati al marchese Oberto, ad Aleramo spetta invece la parte orientale della regione, con il Monferrato, e infine la nuova marca di Torino spetta ad Arduino, detto il Glabro. Intanto, nel 962, Ottone I scende in Italia, depone Berengario e si fa incoronare imperatore dal papa.
Ottone e i suoi discendenti controllano il Regno italico grazie alla forza degli eserciti, tentando a loro volta di sconfiggere i signori locali, assoggettandoli alla propria volontà. In questo turbolento succedersi di avvenimenti, alcune figure spiccano dalla massa per importanza e preminenza, tra queste vi è sicuramente Arduino, marchese di Torino, capostipite degli Arduinici. Abbiamo sue notizie a partire dal 945, epoca in cui viene nominato ancora come conte, già insediato a Torino, in una fortezza vicina alla porta occidentale della città, abitazione che fungeva da quartier generale per gli scontri armati contro i Saraceni.
Sono tuttavia le cronache di Novalesa a fornirci di diverse informazioni riguardanti Arduino: in questi testi egli è descritto come borioso, avido, “lupo affamato travestito da pecora”. Tuttavia, al di là del giudizio dei monaci adirati perché il conte si era rifiutato di restituire al clero alcuni possedimenti terrieri, Arduino si dimostra un soldato capace e un politico intraprendente.

Tra il 961 e il 962 il conte è quasi certamente coinvolto nel complotto a favore di Ottone I, ed è proprio grazie a queste gesta che ottiene il rango di marchese, tuttavia è bene sottolineare che, nonostante tale avvenimento, i successori di Arduino, gli Arduinici, mantengono con l’Imperatore rapporti sempre ambigui.
Altra figura di spicco è Olderigo Manfredi, imparentato con il marchese di Canossa, sposato con Berta degli Obertenghi, signori della Liguria e del Piemonte meridionale. Il nuovo marchese consolida la propria supremazia attraverso una stretta alleanza con la Chiesa, sodalizio consolidato grazie all’edificazione di diverse abbazie – da lui amministrate- tra Caramagna, Susa e Torino. Durante il suo regno la diocesi di Torino è sotto la guida di Landolfo, ex cappellano dell’Imperatore Enrico II di origini germaniche e dalle spiccate doti amministrative; proprio al vescovo si deve la fondazione e il restauro di diverse chiese situate nelle campagne, il sorgere di questi nuovi centri religiosi favorisce la gestione delle terre e regala linfa vitale ai villaggi delle zone rurali, quali Chieri, Piobesi, Rivalta e Cavour.
Non trascorre poi molto tempo prima che si verifichi una nuova lite tra i grandi signori del regno, ciascuno bramoso di arraffarsi il potere sul Regno Italico. La situazione precipita quando i “milites minores” insorgono a Milano contro l’arcivescovo: Olderico Manfredi interviene nella disputa e rimane ucciso nei combattimenti nel 1034. La moglie Berta eredita dunque il controllo della marca di Torino e subito si assicura di combinare dei matrimoni per le tre figlie. Adelaide sposa il duca Ermanno di Svevia, Ermengarda invece viene concessa al duca Ottone di Schweinfurt ed infine la più piccola, Berta, viene maritata con un rampollo della casa degli Obertenghi. È ora dunque di trattare di un’altra personalità emergente, proprio la primogenita di Berta, la contessa Adelaide, con cui la dinastia arduinica tocca l’apice del successo, grazie anche all’attenta e acuta amministrazione della marca di Torino.

Due volte vedova, Adelaide si unisce in terze nozze ad Oddone di Savoia, da cui ha diversi figli, tutti intelligentemente promessi a personalità delle più rilevanti famiglie nobiliari. Di lei sappiamo che era ben consapevole delle proprie doti e della propria posizione di preminenza, inoltre pare fosse gelosa del suo potere ma anche abile nell’attitudine del comandare.
L’importanza della figura della contessa emerge tuttavia successivamente, durante i decenni centrali del secolo XI, durante i moti riformisti, quando il sistema governativo sostenuto da Ottone I viene messo in discussione e Impero e Chiesa Riformista iniziano a scontrarsi. Adelaide, fervente credente e sostenitrice di molte idee dei riformisti – che condannavano la simonia e il concubinato ecclesiastico- si trova improvvisamente tra due fuochi: Enrico IV, l’Imperatore, nonché marito di sua figlia Berta e Matilde contessa di Toscana, con cui era imparentata non troppo alla lontana, calorosa sostenitrice dei riformisti.
Adelaide riesce a districarsi e appiana la disputa, ponendosi come garante per un accordo tra le due parti.
La contessa per tutta la vita reclama e detiene i propri diritti, anche quando questi vengono attaccati dal vescovo che la vuole privare di alcuni suoi possedimenti.
Adelaide è una delle tante figure femminili di cui è fatta la Storia, una sorta di femminista che non necessita di tale etichetta per dimostrare la propria forza e determinazione.
Ancora una volta c’è da imparare dal passato. Ancora una volta Torino risulta fonte d’ispirazione.

Alessia Cagnotto

A Rucas in ottomila per il concerto di Ferragosto

Sono state 8.000 le persone che questa mattina hanno raggiunto Rucas, nel Comune di Bagnolo Piemonte, per assistere al 46° Concerto Sinfonico di Ferragosto. Per la prima volta nella storia della manifestazione, la musica sinfonica è salita in questa località a 1.600 metri di quota, nel cuore delle Alpi Cozie. Nato nel 1981, il Concerto di Ferragosto ha attraversato oltre quaranta località delle vallate alpine piemontesi, consolidandosi come uno degli appuntamenti più riconoscibili della programmazione culturale regionale. Dopo le edizioni 2024 e 2025 a Frabosa Sottana, la scelta di Bagnolo Piemonte rinnova una formula capace di unire qualità artistica, promozione territoriale e valorizzazione delle comunità montane.

Sul palco l’Orchestra Bartolomeo Bruni della Città di Cuneo, diretta dal maestro Andrea Oddone, con un programma dedicato ai protagonisti musicali del Novecento e all’80° anniversario della Repubblica Italiana: dall’Olympic Fanfare and Theme di John Williams all’Intermezzo sinfonico da Madama Butterfly di Puccini, dall’Adagio da Spartacus di Khachaturian alla Suite de La dolce vita di Nino Rota, fino al Danzón n. 2 di Márquez. La diretta nazionale su Rai 3 e RaiPlay, con lo speciale curato dalla redazione del Tgr Piemonte insieme al Centro di Produzione Rai “Piero Angela” di Torino, ha portato Rucas e le montagne cuneesi all’attenzione del pubblico nazionale. Una vetrina di grande rilievo, che conferma il valore del servizio pubblico nel raccontare l’Italia dei territori e nel dare visibilità alle realtà montane attraverso contenuti culturali di qualità.

Il pubblico ha raggiunto Rucas a piedi, lungo i sentieri e le strade bianche, oppure utilizzando le navette messe a disposizione dall’organizzazione. Particolare attenzione è stata riservata all’accessibilità, con volontari dedicati all’assistenza delle persone con disabilità. L’evento è stato promosso e organizzato dalla Cabina di Regia composta da Regione Piemonte, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Camera di Commercio di Cuneo, Provincia di Cuneo, ATL del Cuneese e Comune di Bagnolo Piemonte: una collaborazione istituzionale che ha reso possibile la realizzazione di un appuntamento complesso in un contesto di alta montagna, garantendo accoglienza, sicurezza e piena fruibilità dell’area.

Dichiara l’assessore regionale allo Sviluppo e Promozione della Montagna Marco Gallo: «Il Concerto di Ferragosto non è soltanto un grande appuntamento musicale: è una scelta culturale e istituzionale che porta le terre alte al centro dell’attenzione nazionale e ne restituisce l’immagine autentica di luoghi vivi, capaci di accogliere, produrre cultura e generare opportunità. Ringraziamo la Rai per avere scelto ancora una volta le montagne piemontesi e cuneesi come palcoscenico di questo evento. Il servizio pubblico svolge qui una funzione essenziale: unisce qualità culturale, racconto dei territori e coesione, facendo conoscere a un pubblico vastissimo il patrimonio paesaggistico e umano delle nostre vallate. La risposta di Bagnolo Piemonte e il debutto di Rucas confermano la validità del metodo costruito dalla Cabina di Regia: istituzioni e territorio lavorano insieme per trasformare un evento di richiamo in promozione duratura e in ricadute concrete per l’ospitalità, il commercio e le attività locali. È questa la direzione che Regione Piemonte intende continuare a seguire: una montagna che non sia soltanto cornice, ma protagonista stabile delle politiche di sviluppo e del racconto del Piemonte».

Aggiunge il sindaco di Bagnolo Piemonte, Roberto Baldi: «Come amministrazione siamo orgogliosissimi di aver potuto ospitare un evento come il concerto di Ferragosto a Rucas, sulla nostra piccola stazione sciistica, una chicca tra le Alpi. Un doveroso e sentito grazie a tutti gli enti che hanno permesso questa realizzazione, alla Rai per la professionalità e la serietà dei servizi di avvicinamento al concerto oltre che per la diretta nazionale, e all’Orchestra Bruni per il contributo musicale. Infine, un enorme grazie a tutti i dipendenti comunali e agli oltre 100 volontari che hanno lavorato per settimane per gestire al meglio questo splendido evento».

Siccità, 109 Comuni piemontesi serviti dalle autobotti: oltre 4 mila viaggi

L’emergenza siccità continua a mettere sotto pressione numerosi territori piemontesi. I Comuni costretti a ricorrere al servizio delle autobotti sono saliti da circa 70 a 109, mentre i viaggi effettuati per garantire l’approvvigionamento idrico hanno superato quota 4 mila. La Regione Piemonte annuncia inoltre ristori per le spese sostenute dagli enti locali per affrontare l’emergenza.

Il quadro è stato fatto nel corso della riunione dell’Osservatorio regionale sull’emergenza idrica, alla quale hanno partecipato le strutture regionali, Arpa Piemonte, Prefetture, Province, enti del servizio idrico, associazioni agricole e gli altri soggetti coinvolti nella gestione della crisi.

«Abbiamo attivato tutte le leve possibili per affrontare questa emergenza e i primi risultati stanno arrivando», hanno dichiarato il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e gli assessori Matteo Marnati, Paolo Bongioanni e Marco Gabusi. La Regione, attraverso le prossime ordinanze, definirà gli interventi da finanziare e gli importi necessari a coprire le spese sostenute dai Comuni per il servizio delle autobotti e per gli interventi effettuati in somma urgenza.

Sul fronte dell’approvvigionamento arriva intanto un primo segnale positivo dalla Svizzera. A seguito delle richieste avanzate dalla Regione, è stato infatti incrementato il rilascio di acqua verso il Piemonte. La portata del Tresa, rilevata a Ponte Tresa, è passata da circa 3 a 8 metri cubi al secondo. Si tratta di una maggiore disponibilità di risorsa che, in una fase particolarmente delicata, può contribuire a ridurre almeno in parte la pressione sul sistema idrico.

Sono in corso valutazioni anche sul bacino del Toce, in collaborazione con Enel, per verificare la possibilità di incrementare ulteriormente la disponibilità d’acqua.

Nel frattempo resta elevato anche il livello di attenzione sul fronte degli incendi boschivi. La Regione ha esteso a tutto il Piemonte lo stato di emergenza di rilievo regionale e si prepara a intervenire anche sul piano dei ristori per le spese sostenute dai territori. Cirio ha rivolto un ringraziamento ai Vigili del Fuoco, al Corpo AIB, alla Protezione civile e ai volontari impegnati da settimane nelle operazioni di spegnimento e messa in sicurezza.

I numeri confermano la gravità della situazione. Sono 163 i Comuni che hanno già adottato ordinanze per limitare i consumi idrici, mentre per altri 94 Comuni è stata richiesta l’emanazione di provvedimenti analoghi.

Anche il quadro meteorologico rimane critico. Tra maggio e luglio le precipitazioni hanno registrato in Piemonte un deficit medio del 55% rispetto alla norma. Nei primi dieci giorni di agosto sono caduti mediamente 18 millimetri di pioggia, contro i 27 attesi. Secondo gli indicatori di Arpa Piemonte, la siccità è ormai severa in gran parte della regione e le portate dei corsi d’acqua presentano deficit che, nel dato complessivo, raggiungono circa l’83% rispetto ai valori storici.

Le previsioni indicano una maggiore possibilità di temporali e rovesci, soprattutto sulle aree alpine, a partire dalla prossima settimana. Ma per i Comuni che già oggi dipendono dalle autobotti, la situazione resta particolarmente delicata: l’obiettivo immediato è garantire l’acqua alla popolazione e sostenere economicamente i territori che stanno affrontando i costi dell’emergenza.

No Tav, otto giovani fermati a Parigi: sospetti su possibili azioni in Valle di Susa

Otto giovani francesi, sei uomini e due donne tra i 19 e i 28 anni, sono stati fermati a Parigi il 23 luglio, a due giorni dalla manifestazione No Tav in Valle di Susa, durante la quale erano rimasti feriti oltre cento appartenenti alle forze dell’ordine.

Secondo gli investigatori francesi, il gruppo avrebbe svolto esercitazioni nei tunnel abbandonati della Petite Ceinture, imparando a utilizzare petardi e a realizzare rudimentali dispositivi incendiari. Per l’accusa, quelle attività potrebbero essere state finalizzate alla protesta contro la Torino-Lione.

Nel corso delle perquisizioni sono stati trovati fuochi d’artificio, petardi e altro materiale. I giovani sono ritenuti vicini al collettivo studentesco «Que la fac» e ad ambienti dell’ultrasinistra.

Sono accusati di associazione per delinquere e di detenzione e trasporto di materiale incendiario in forma organizzata, reati per i quali in Francia sono previste pene fino a 15 anni. La richiesta di custodia cautelare è stata respinta e il 12 agosto la decisione è stata confermata in appello.

Cinema, musica e spettacoli: l’estate continua nei quartieri

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Musica, cinema, laboratori e iniziative animeranno anche il weekend di Ferragosto grazie a “Che Bella Estate!”, il programma promosso dall’Assessorato alla Cultura della Città di Torino e realizzato da Fondazione per la Cultura Torino, che fino a settembre propone occasioni di cultura e socialità in diversi luoghi della città, tra parchi, giardini, piazze e spazi culturali.

Il 15 agosto si comincia con la musica al Parco della Tesoriera, dove il violinista ucraino Anton Gerasymov sarà protagonista di un concerto che intreccia tradizione e contemporaneità. Nel pomeriggio e fino a sera, l’Imbarchino del Valentino ospiterà “Ferragosto all’Imbarchino”, mentre in serata il Parco Rignon farà da cornice alla proiezione del film Le cose non dette. Nella stessa giornata sarà inoltre possibile visitare l’Orto Botanico di Torino, aperto anche a Ferragosto.

La programmazione proseguirà domenica 16 agosto. Al Parco della Tesoriera spazio alla musica jazz con il concerto del JazzLag Quartet, mentre al Mausoleo della Bela Rosin sarà in scena lo spettacolo teatrale Ottava meraviglia, dedicato alla figura del celebre giocoliere Enrico Rastelli. Il cinema all’aperto proporrà invece I colori del tempo nell’Area Spettacolo di piazza Don Delpiano e Lazzaro Felice all’Imbarchino. Anche domenica sarà possibile visitare l’Orto Botanico, che conferma l’apertura per tutto il fine settimana festivo.

Il calendario degli eventi viene aggiornato costantemente e permette di scoprire giorno dopo giorno gli appuntamenti in programma per vivere Torino tra cultura e intrattenimento durante tutto il periodo estivo. Maggiori informazioni e il programma completo sono disponibili sul portale degli eventi della Città di Torino: eventi.comune.torino.it.

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Collodi e l’invenzione di Pinocchio

Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini, nacque a Firenze il 24 novembre del 1826 e divenne celebre come autore del romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Il padre Domenico era un cuoco e la madre, Angiolina Orzali, una domestica, entrambi a servizio dei marchesi Ginori. Angiolina era originaria di Collodi , frazione di Pescia, nel  pistoiese.

Fu proprio il nome del paese natale della madre ad ispirare a Carlo lo pseudonimo che lo rese famoso in tutto il mondo come autore di Pinocchio. A diciotto anni il giovane Lorenzini  entrò in contatto con il  mondo dei libri come commesso nella libreria Piatti a Firenze e un anno dopo, nel 1845, ottenne una dispensa ecclesiastica che gli permise di leggere l’Indice dei libri proibiti . La passione per la lettura lo indusse a cimentarsi con la scrittura e iniziò a redigere recensioni e articoli per La Rivista di Firenze.

Allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza, nel 1848, Lorenzini si arruolò volontario combattendo contro gli austriaci al fianco di altri studenti toscani a Curtatone e Montanara. Tornato a Firenze fondò una rivista satirica Il Lampione che subì ben presto la censura, cessando le pubblicazioni. La passione non venne meno, impegnandolo in un’intensa attività culturale nel campo dell’editoria e del giornalismo, dove si occupò di letteratura, musica e arte. Trentenne, nel 1856, durante la sua collaborazione con la rivista umoristica La Lente, iniziò a firmarsi con lo  pseudonimo di Collodi e a pubblicare i primi libri. Allo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza non si tirò indietro, partecipandovi come soldato regolare piemontese nel Reggimento Cavalleggeri di Novara. Terminata la campagna militare fece ritorno a Firenze, occupandosi di critica teatrale. Invitato dal Ministero della Pubblica Istruzione a far parte della redazione di un dizionario di lingua parlata, il “Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze”, si impegnò con slancio e  passione in questa nuova impresa culturale. Il suo approccio al mondo delle favole iniziò all’alba dei cinquant’anni quando ricevette dall’editore Paggi il compito di tradurre le fiabe francesi più famose. Collodi non si limitò ad una pura e semplice opera di traduzione, effettuando anche l’adattamento dei testi integrandovi una morale. Un lavoro di grande interesse che venne poi pubblicato sotto il titolo I racconti delle fate. Nel 1877 apparve Giannettino, il primo di una lunga serie di testi per l’educazione dei più giovani che spaziavano dalla geografia alla grammatica e all’aritmetica .

Questa serie di libri faceva parte della Biblioteca Scolastica dell’editore Felice Paggi: un libro era venduto a due lire e, se era legato in tela con placca a oro, il prezzo saliva a tre. Sia questa serie che il successivo Minuzzolo anticiparono di fatto la nascita di Pinocchio. Il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l’infanzia Giornale per i bambini (praticamente l’archetipo dei periodici italiani per ragazzi) uscì la prima puntata de Le avventure di Pinocchio con il titolo Storia di un burattino. Due anni dopo, raccolte in volume e arricchite dalle illustrazioni di Enrico Mozzanti, le vicende del burattino che voleva diventare un bambino in carne e ossa vennero pubblicate quasi in contemporanea con la sua nomina a direttore del periodico che ne aveva anticipato il testo. Carlo Lorenzini, ormai per tutti Collodi, morì a Firenze nel 1890 dove riposa nel cimitero delle Porte Sante. Pinocchio, nonostante abbia compiuto il suo 140° compleanno, è ben vivo e vegeto: pubblicato in 187 edizioni, tradotto in 260 lingue o dialetti, protagonista di film, cartoni animati e sceneggiati, riprodotto in mille maniere. In molti hanno provato a catalogarne significati e morali per spiegarne l’incredibile longevità e freschezza. Per Italo Calvino Pinocchio è stato l’unico vero protagonista picaresco della letteratura italiana, proposto in forma fantastica; le sue avventure rocambolesche, a volte scanzonate, a tratti drammatiche, rimandano alla letteratura di genere che ebbe origine in Spagna con  Lazarillo de Tormes e il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, l’opera che segnò la nascita del moderno romanzo europeo.

A noi che lo incontrammo da piccoli e che imparammo ad amarlo piace pensarlo all’Osteria del Gambero Rosso, seduto in compagnia del Gatto e della Volpe, mentre fugge con Lucignolo nel paese dei Balocchi e finisce per trasformarsi, dopo cinque mesi di cuccagna, in un asinello. Mastro Ciliegia, Geppetto, il Grillo Parlante, Mangiafuoco e la Fata Turchina lo accompagnano fin quando smette di essere un burattino e diventa un ragazzo in carne ed ossa. Pinocchio è ben più che un libro per bambini perché ci aiuta a non perdere il contatto con la fantasia, nutrendo la creatività. Come ricordava Gianni Rodari, non vi è nulla di più sbagliato che etichettare la fantasia come “roba da bambini”; al contrario, dovremmo accoglierla, svilupparla ed utilizzarla per conoscerci e vivere meglio.

Marco Travaglini