Un uomo di 63 anni è stato accoltellato verso le 18 in piazza Galimberti, nella zona Lingotto di Torino. È’ stato colpito da più fendenti, al volto, alla testa e alle braccia, nei pressi del chiosco della piazza. Sul posto le ambulanze del 118 e la polizia. Il ferito è stato ricoverato in codice rosso.
Lunedì 17 novembre il palco dello Hiroshima Mon Amour (Via Bossoli 83) accoglierà una delle artiste più sorprendenti della nuova scena musicale sudamericana: Mariana Ferreira “Mari” Froes, cantante e chitarrista diventata in poco tempo un fenomeno globale. Le porte del locale si apriranno alle 20.00, mentre il concerto inizierà alle 21.00. Ingresso: 25 euro. A soli vent’anni, la giovane musicista brasiliana ha conquistato un pubblico internazionale grazie al singolo “Vantimora”, esploso su TikTok e ormai oltre quota 60 milioni di streaming. La sua cifra artistica mescola la tradizione della MPB — dal samba al baião, dalla bossa nova al jazz — con influenze rock ed elettroniche, dando vita a un linguaggio sonoro moderno, intimo e profondamente radicato nella cultura brasiliana. Un tratto distintivo amplificato dal timbro vocale personale e immediatamente riconoscibile.Il successo digitale di Mari Froes è altrettanto impressionante: oltre 1,3 milioni di follower su Instagram, 7 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, più di 2 milioni di fan su TikTok e quasi 900.000 iscritti al suo canale YouTube.
Dopo aver conquistato il continente americano, l’artista arriva ora per la prima volta in Italia per una serie di quattro date molto attese: Torino il 17 novembre — proprio sul palco dell’Hiroshima Mon Amour — seguita da Milano (18 novembre), Roma (20 novembre) e Bologna (21 novembre).
Valeria Rombolà
Cortei, Zangrillo: “Ennesima violenza inaccettabile”
“Gli attacchi, anche personali, alla Premier Giorgia Meloni raccontano la pochezza della narrazione delle iniziative in corso nella giornata di oggi. L’utilizzo di certi stereotipi risulta grottesco, disdicevole e meglio di ogni altra cosa mostra l’ignoranza e l’assenza di argomentazione politica di un certo tipo di opposizione”. Dichiara il Ministro Paolo Zangrillo, che conclude: “Tutto si riassume e presta il fianco all’ennesima violenza inaccettabile e al menefreghismo che tengono in scacco chi lavora. Esprimo la mia piena solidarietà a chi ha dovuto sopportare disagi e a tutte le Forze dell’Ordine in servizio”.
Rivara, bosco in fiamme: vigili del fuoco sul posto
Le fiamme hanno inghiottito il bosco in pochi minuti: l’incendio ha sollevato una colonna di fumo visibile da tutto il paese. È successo a Rivara, in regione Pesse, lungo strada Antica per Cuorgné, ai confini del centro abitato. Sul posto sono arrivati i vigili del fuoco di Ivrea e di San Maurizio Canavese, impegnati dalla mattinata a contenere il rogo che ha devastato una vasta area verde.
Le cause restano da chiarire, ma le prime ipotesi parlano di un incendio favorito dalla lunga siccità: temperature insolitamente alte e l’assenza di piogge autunnali hanno infatti reso il terreno arido e il sottobosco facilmente infiammabile. Il rischio di nuovi incendi nelle aree boschive e collinari rimane comunque presente.
VI.G
Precipita con l’elicottero in un’area agricola al confine tra le province di Cremona e Mantova: morto il pilota. La vittima è Marco Eusebio Pavan, 56 anni, residente a Isola d’Asti, unico occupante del velivolo. L’elicottero era decollato da Costigliole d’Asti, sede della società proprietaria del mezzo, la Heliwest, e aveva percorso circa 200 chilometri prima di schiantarsi.
L’incidente è avvenuto nella tarda mattinata. A dare l’allarme è stato un agricoltore che si trovava nelle vicinanze. Sul posto sono intervenuti i soccorritori del 118 e i vigili del fuoco del Comando di Mantova. L’intervento è avvenuto in un’area di campagna lungo la strada Molino Sappidola, nel territorio di Casalromano, dove l’area è stata messa in sicurezza.
Secondo le prime ricostruzioni, l’incidente potrebbe essere stato causato dall’impatto con un traliccio della rete elettrica, un quadro forse peggiorato dalla fitta nebbia che avrebbe potuto ridurre drasticamente la visibilità.
L’Agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo (ANSV) ha avviato un’indagine per ricostruire la dinamica dell’incidente: i tecnici stanno esaminando i resti del velivolo e i dati di volo.
VI.G
Il Toret: quando i simboli dissetano
Malinconica e borghese, Torino è una cartolina d’altri tempi che non accetta di piegarsi all’estetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre l’arancione dei tram storici continua a brillare ancorata ai cavi elettrici, mentre le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano all’irruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo “a misura d’uomo”, con tutti i “pro e i contro” che tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma l’antica città dei Savoia si conferma unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri “sudaticci” ma ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti, in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito – e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.
1. Torino capitale… anche del cinema!
2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo
3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici
4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio
5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente
6. Chi ce l’ha la piazza più grande d’Europa? Piazza Vittorio sotto accusa
7. Torino policulturale: Portapalazzo
8.Torino, la città più magica
9. Il Turet: quando i simboli dissetano
10. Liberty torinese: quando l’eleganza si fa ferro
9. Il Turet: quando i simboli dissetano
Eccoci quasi arrivati alla fine del ciclo di articoli sui primati torinesi, e come in tutti gli elenchi ho voluto lasciare “il meglio” per ultimo.
Lo sapete da dove deriva la parola “rubinetto”? Questa la definizione dal dizionario: “Dal fr. robinet, der. di robin, nome dato pop. ai montoni, perché le chiavette, in passato, avevano spesso la forma di una testa di montone •sec. XVI.” Si, l’etimologia fa riferimento ai “montoni”, forse proprio per questo motivo le fontane costruite tra il Quattrocento e il Cinquecento hanno spesso forma di testa di animale, tale tradizione svanisce tuttavia nel corso dei secoli, per lasciare spazio a costruzioni più semplici e lineari. Questo accade quasi dappertutto, tranne che in una città, indovinate quale?
Il record di cui vorrei raccontarvi oggi è assai peculiare, nonché decisamente riconducibile alla nostra urbe, mi riferisco ai famosi “torèt”.
Credo che per noi abitanti del luogo, tale dettaglio urbano, sia qualcosa di “abituale”, una presenza quasi scontata e banale, perché come tutti siamo anestetizzati e distaccati nei confronti dei beni che già possediamo, mentre tutto il nostro desiderio si rivolge costantemente alle meraviglie che si trovano dall’altra parte del mondo.
Quando re-impareremo a guardare, ci accorgeremo del minuzioso incanto delle fontanelle che pullulano tra le nostre piazze e le nostre vie, mi riferisco a quelle strutture a forma di “torèt” che i turisti si fermano a fotografare, spesso divertiti e stupiti, giacché non capita in molte altre metropoli di imbattersi in simili fonti d’acqua.

Anche il numero di tali impianti è sbalorditivo: sono 800 i “piccoli tori” che si occupano senza sosta di dissetare gratuitamente la cittadinanza e i visitatori.
È bene ricordare che la comunità pedemontana continua a costruire le proprie sorgenti cittadine, sempre con tali sembianze, da più di centosessant’anni, rifacendosi all’antica tradizione che associa per assonanza – e altre motivazioni relative alla mitologia- l’effige del toro e la denominazione “Torino”.
Si sa, l’acqua corrente non è sempre stata disponibile presso le abitazioni del popolo. Nell’Ottocento le persone prelevavano l’acqua dai pozzi dislocati nei vari cortili o in quelli artesiani, dove le acque sotterranee emergevano naturalmente, senza bisogno di specifici strumenti di estrazione. Tale abitudine comportava però problemi igienico-sanitari, annessi ad esempio all’inquinamento delle fonti o alle eventuali contamizioni delle falde.
La città sabauda allora – che ci piaccia o meno- si ispira ad un progetto diffusosi nelle capitali della Francia, ossia un sistema idrico costituito da fontanelle che forniscono acqua 24 ore su 24. Per differenziarsi dai nemici-amici gallici i torinesi ideano una specifica forma, tutta nostrana, per sorgenti urbane: ecco la nascita del “torèt”.
Grazie a tali invenzioni, anche nel capoluogo piemontese, diventa possibile ovviare alle numerose difficoltà quotidiane incontrate dalla popolazione. Intorno al 1859, viene progettato il primo acquedotto che irrori svariate fontanelle pubbliche, inoltre, nel 1861 – dopo un mese dall’unità d’Italia- la Giunta Comunale individua ben 81 zone da predisporre proprio come “punti d’acqua” potabile.
Un anno dopo vengono presentati i famigerati progetti delle “fontanelle”, tali e quali a quelli che tutt’ora possiamo visionare passeggiando per le strade. Da subito vengono redatte delle mappe per rendere più facilmente trovabili queste costruzioni, all’inizio si contano ben 45 “torèt”, poi nel tempo, il numero delle fontane aumenta sempre più, fino a raggiungere la moltitudine da record odierna.
Il primo esemplare viene edificato all’angolo tra via San Donato e via Balbis, nei pressi di Piazza Statuto; oggi però la struttura appare piuttosto nuova, questo perchè dopo più di cent’anni di onorato servizio il piccolo toro originale è stato sostituito, la collocazione però è rimasta la medesima.
Il “torèt” si presenta sempre uguale in ciascuna delle sue copie: forma parallelepipeda di circa un metro d’altezza, l’estremità superiore è arcuata, con una griglia di scolo in basso, spesso dotata di una conca centrale da cui possono bere anche gli amici a quattro zampe. Il materiale utilizzato è la ghisa, il colore che ricopre la lega ferrosa è un particolare tono di verde, facilmente definibile “verde bottiglia”. E poi c’è ovviamente l’elemento distintivo: il rubinetto a forma di testa di toro.
Fin dal principio tali gorghi mostrano un’estetica inconfondibile, divengono subito un caratteristico arredo urbano, tant’è che oggi sono addirittura acquistabili in formato di gadget-portachiavi, piccoli souvenir ideati dal Comune di Torino per promuovere l’immagine dell’antica città dei Savoia.
Dietro all’apparente frivolezza dell’oggetto si cela un’attenzione rivolta all’ambiente e alla salute, la manutenzione delle fontane è affidata alla SMAT (la Società Metropolitana Acque Torino), che si occupa di erogare agli avventori assetati acqua gratuita, di buona qualità e regolarmente controllata, il ricambio costante del flusso impedisce così la formazione di ristagni che potrebbero generare la proliferazione di batteri. È bene sottolineare inoltre che non vi è alcuno spreco idrico: l’acqua “non bevuta” ritorna infatti nelle falde sotterranee – oltretutto in qualità ancora migliore rispetto a prima-.
Esistono anche dei “torèt” versione “ingrandita”, si tratta delle ironiche e bizzarre sculture realizzate da Nicola Russo a partire dal 2021. Il lavoro dell’artista nasce dall’idea che i piccoli tori possano rompere la fontanella che li tiene soggiogati, mostrandosi in tutta la propria possanza di mammifero artiodattilo. Le sculture possono apparire panciute e goffe, ma si sa, “noi del nord” non siamo noti per ilarità e autoironia, Nicola Russo ha così dovuto spiegare le proprie creazioni poste sul territorio cittadino: “il toret vede la sua amata città vivere un momento di difficoltà a causa del Covid e allora decide di uscire dal suo guscio in ghisa, per dare un segno di cambiamento e per spingere tutta la città a una rinascita.
Non importa se è panciuto e goffo, lui si mostra così com’è fatto per portare il suo messaggio di speranza. Il suo è quindi “un gesto di coraggio, perché senza coraggio non c’è futuro”.
È bene dunque superare lo scetticismo del primo sguardo, anche perchè l’iniziativa dello scultore ha un duplice intento virtuoso: da una parte egli si appoggia solo ad aziende piemontesi, in modo da incentivare una ricaduta economica sul territorio, dall’altra lo scultore ha deciso di devolvere parte dei ricavati alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro Onlus di Candiolo.
Anche stavolta mi viene da terminare con un “ Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι ” (“la favola insegna che”). Mai fermarsi alle apparenze, perché dietro la semplicità si cela sempre la preziosità di un grande insegnamento e nella goffaggine di un sorriso si può trovare la forza per proseguire ciascuno nel proprio percorso.
Alessia Cagnotto
Susanna Egri, una vita straordinaria
Un appuntamento da non perdere per gli appassionati del mondo dello spettacolo ed in particolare della danza è la proiezione ad ingresso libero, lunedì 17 novembre, alle ore 19, al Cinema Romano in Galleria Subalpina, dell’emozionante docu-film presentato dall’Accademia d’Ungheria in Roma, dedicato alla vita straordinaria di Susanna Egri.
Il film-ritratto intitolato “Illanó pillanat – L’attimo fuggente” per la regia di Zsuzsanna Bak e Gábor Zsigmond Papp, racconta la ballerina, insegnante e coreografa di origine ungherese tra danza, arte e memoria seguendo appunto la Egri mentre riprende una sua coreografia di ben 72 anni fa, “Istantanee”, la cui registrazione televisiva realizzata nel 1953 fece parte della prima trasmissione sperimentale della televisione italiana.
“Istantanee” è anche attualmente in fase di rimessa in scena con la Compagnia EgriBiancoDanza per il Centenario di Susanna Egri che verrà festeggiato con un grande spettacolo la sera del 18 febbraio 2026 al Teatro Maggiore di Verbania.
Igino Macagno
Il libro di Elisabetta Picco presentato presso lo studio del Maestro Roberto Demarchi dall’editrice Paola Caramella e dalla giornalista Mara Martellotta
Esiste un sottile fil rouge tra la mostra del Maestro Roberto Demarchi, ispirata alla poesia “Sereno” di Giuseppe Ungaretti e intitolata “Immagini passeggere”, e il volume “Istantanee dal Senegal – appunti di un viaggio lungo il filo perduto dei miei passi”, un racconto intenso di un viaggio umano e spirituale in Africa, precisamente nella terra del Senegal, dove la sofferenza si apre all’incontro, alla solidarietà e alla rinascita.

“Jean Cocteau diceva ‘Scrivere è un atto d’amore, se non c’è è solo scrittura – ha raccontato il Maestro Roberto Demarchi – e penso sia proprio questo grande sentimento dell’amore, ormai tanto abusato, a trasformare lo scrivere in vera poesia. L’amore nasce dal dolore, che spesso è associato a un’idea di morte e rinascita, e che rappresenta un grande tema contenuto nel toccante libro di Elisabetta Picco. Il suo libro incarna proprio quella forza dell’amore capace di segnare speranze e nuovi inizi”.
Nel dialogo con la giornalista Mara Martellotta, Elisabetta Picco ha raccontato le fasi che hanno poi portato alla stesura del libro. I temi principali sono il senso della mancanza, il dolore, le nuove consapevolezze e il ritorno, poiché solo nel ritorno vi è la possibilità di racconto, narrazione e memoria.
“La partenza per il Senegal è stata una fuga – ha raccontato l’autrice Elisabetta Picco – una fuga per porre una distanza tra me e i miei problemi, in un momento di vuoto e in cui vari pezzi del mio puzzle non combaciavano più. In questo mio libro ho recuperato le esperienze vissute in quella magica terra come fossero i nuovi fili della mia vita nata dopo il viaggio. Grazie al Senegal e a tutti gli incontri capitati lungo la strada, ho ritrovato identità dopo essermi sentita come acqua fuori da un contenitore, senza più forma. Partita nel dolore, ho rivisto la luce ritrovando una me stessa più consapevole”.
“Ho provato da subito un forte senso di empatia verso la popolazione – ha proseguito l’autrice – e molta compassione per il senso di povertà che esprimeva, oltre alla constatazione della difficile vita a cui sono costrette le donne, che devono occuparsi della famiglia, dei figli, in un regime poligamico, lavorando al posto del marito e vivendo ancora l’arretratezza di un patriarcato molto profondo. Quindi mi sono messa in ascolto della vita cercando di evitare i pregiudizi che potevano nascere da una differenza culturale così marcata, sentendomi spesso anche inerme di fronte alle sofferenze di quei bambini costretti a mendicare e a portare una sorta di ‘obolo’ ai marabout, i leader religiosi musulmani che li costringono a sottostare a questa dimensione di vita. Nonostante queste grandi difficoltà, mi hanno colpito, e ho potuto riflettere in me, il loro sorriso e la loro leggerezza, che porto ancora oggi nel cuore e nella vita quotidiana”.
“Il momento in cui mi sono sentita realmente accettata – ha concluso Elisabetta Picco – è stato quello in cui la popolazione locale, per la prima volta, mi ha definito una “Toubab”, termine che nella lingua Wolof significa ‘individuo bianco europeo’, quindi non più un’estranea, un’immagine passeggera nella loro vita, ma una forma, un modo di essere identitario e rappresentativo”.
Gian Giacomo Della Porta