LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo
Tre anni fa ci lasciava Franco Marini – per la precisione il 9 febbraio -, storico leader della Cisl ed
esponente di punta della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Un ‘magistero’, quello di Franco,
politico, sociale, culturale ed istituzionale che ha attraversato il nostro paese dall’inizio degli anni
‘50 e sino alla sua scomparsa. Una esperienza che è stata caratterizzata da alcuni elementi di
fondo che non sono mai venuti meno. Sia nella lunga e ricca militanza sindacale e sia sul versante
politico ed istituzionale. Una coerenza, frutto e conseguenza di una solida e definita cultura
politica maturata ed acquisita sin dagli anni giovanili, che ha fatto di Marini un interlocutore della
intera politica italiana.

Il primo elemento è indubbiamente rappresentato dalla fedeltà creativa alla cultura, alla tradizione
e al pensiero del cattolicesimo sociale. Principi e valori che sono stati letti ed interpretati da Marini
nella concreta lotta sindacale prima e politica poi. Partendo sempre dalle condizioni reali delle
persone, dalle loro sofferenze ed aspettative. Una cultura ed un pensiero, quelli del cattolicesimo
sociale, a cui Marini non ha mai rinunciato perchè, e giustamente, conserva tutt’oggi una
straordinaria attualità e modernità.
In secondo luogo la difesa e la promozione dei ceti popolari. Marini, come del resto il “suo
maestro politico, Carlo Donat-Cattin, ha sempre individuato nella difesa degli interessi, delle
esigenze e delle istanze dei ceti popolari la sua vera “mission” politica, culturale ed umana. Non è
mai esistita alternativa, secondo il leader della sinistra sociale cattolica, rispetto alla difesa dei ceti
popolari per chi è impegnato concretamente nella vita pubblica in virtù della sua ispirazione
cristiana e della adesione alla dottrina sociale della Chiesa. Una posizione politica che nella Dc
come nel Ppi, nella Margherita come nel Pd, l’ha sempre visto in prima linea accompagnati dal
consueto coraggio e da una coerenza che lo portavano ad essere intransigente sui principi e sui
valori ma duttile nella capacità di costruire soluzioni che puntavano al raggiungimento, nelle
diverse fasi politiche, di soluzioni che potevano soddisfare gli interessi generali. Cioè quello che
comunemente viene definito, per noi cattolici popolari, il “bene comune”.
In ultimo, ma non per ordine di importanza, la funzione del partito come “strumento democratico
capace di trasformare i ceti popolari da classe subalterna a ceto dirigente del nostro paese” e, al
contempo, marcare una presenza politica e culturale definita all’interno stesso dei partiti. Nella Dc
come nei partiti cosiddetti “plurali” della seconda repubblica, Marini non ha mai rinunciato ad
esaltare questi due caposaldi costitutivi della sua lunga e proficua esperienza politica. Per questi
motivi Marini era un interlocutore politico vero. Perchè tutti sapevano che rappresentava un pezzo
della società italiana e di quel pezzo di società si faceva carico. Nel sindacato come nella politica,
nel partito come nelle istituzioni.
Certo, non esiste una eredità personale di Franco Marini perchè, di norma, i leader e gli statisti
sono unici ed irripetibili. Come diceva Donat-Cattin, “il carisma in politica o c’è o non c’è. È inutile
darselo per decreto”. Ma c’è una eredità politica, sociale, culturale e anche umana che Franco ci
trasmette. Una eredità che obbliga ed invita chi continua a riconoscersi nella tradizione e nel
pensiero del cattolicesimo sociale a proseguire quel cammino nella società contemporanea. Ad
inverare, cioè, quella “sinistra sociale” di ispirazione cristiana nella concreta dialettica politica
italiana. Ben sapendo, come diceva sempre Franco, che il “pensiero e l’azione non sono mai
slegati”. E cioè, si è credibili ed interlocutori nella politica come nel sindacato se si è portatori di
una precisa cultura politica e sempre disponibili al dialogo e al confronto con gli altri – amici ed
avversari – per portare a casa risultati per i ceti popolari e le classi lavoratrici. Senza limitarsi a
contemplare l’esistente o a descriverlo in modo accademico ed astratto.
Giorgio Merlo
“E’ successo ieri intorno alle 12. Un ragazzo di 15 anni con la sua fidanzata è stato aggredito da uno dei cani randagi dell’Arrivore ed è ricorso alle cure del pronto soccorso con antibiotici e antirabbica. L’episodio è accaduto dietro la Coop di via Botticelli, attirati forse dai rifiuti e alla ricerca di cibo. Cinque cani probabilmente arrabbiati o forse affamati hanno iniziato a ringhiare e a rincorrere il ragazzo evidentemente spaventato, uno di loro lo ha morsicato alla gamba, per fortuna è riuscito a divincolarsi. Da tempo viene segnalato il branco di cani randagi, cosa che ho fatto l’anno scorso. Ma le risposte dell’Amministrazione sono sempre vaghe, non si riesce a catturarli e non è vero che vengono nutriti da volontari e stiamo monitorando la situazione e non possono essere chiusi in gabbia. Impediamo ai torinesi di frequentare i parchi? Tra l’altro sono cani che vagano tra i parchi Arrivore e della Colletta e possono causare incidenti in mezzo al traffico o esporre ad aggressioni ben più serie. Se ci fosse stato un bambino? Amministrazione comunale vogliamo prendere una soluzione risolutiva senza attuare, come spesso capita, azioni improvvisate?”
Vezzolano saluta il suo presepio, viene smontato in una settimana e rimontato pezzo per pezzo nel laboratorio Nicola ad Aramengo d’Asti. Piace sempre di più e colleziona un altro record: quasi 16.000 visitatori fino al 4 febbraio, circa 300 persone al giorno, contro gli 11.000 visitatori del 2023. Il presepio di Vezzolano attira turisti da ogni parte del Piemonte e anche da altre regioni. Da 11 anni l’opera di Anna Rosa Nicola fa bella mostra di sé nell’Abbazia di Vezzolano, sulle colline astigiane di Albugnano, un’opera all’interno di un edificio religioso medievale tra i più importanti del Piemonte. Una cinquantina di mestieri animati da centinaia di personaggi, almeno 400, danno vita al presepio lungo una ventina di metri, curato alla perfezione, in ogni dettaglio e con grande passione da Anna Rosa, figlia di Guido Nicola e Maria Rosa, i famosi restauratori di Aramengo d’Asti. Alla fine del 2024 vedremo nuove scene, nuove ambientazioni, perché il presepio di Anna Rosa si arricchisce e si rinnova ogni volta a Natale. Presto però lascerà l’Abbazia di Vezzolano. Il 2024 è l’ultimo anno. I restauratori Nicola vogliono infatti esporlo tutto l’anno in un salone del loro laboratorio ad Aramengo.




