ilTorinese

L’attore Simone Moretto si racconta

Di Laura Goria

 

Voi lo conoscete come l’esilarante protagonista di “Forbici Follia“ (in scena da anni al Teatro Gioiello di Torino) o come il dolcissimo papà di uno spot natalizio, o ancora l’attore di serie tv e film di successo. Quindi già sapete che è un interprete di razza, abile nel calarsi agevolmente in molteplici ruoli. Ma, oltre alla lampante bravura, c’è in lui un intero universo molto profondo ed affascinante.

Passione viscerale per il suo mestiere, tanto lavoro e senso di sacrificio, amore immenso per la moglie e la figlia ancora in fasce, piedi saldamente piantati per terra, ma uno sguardo che vola alto verso un orizzonte più ampio e idee molto chiare sulla strada da percorrere.

 

Hai chiuso il 2025 diventando papà (il 17 Dicembre), il 2026 è agli inizi; a 360º, a bruciapelo, un bilancio della tua vita?

Positivo ed è proprio il flash che ho avuto in sala operatoria appena ho preso in braccio mia figlia. Emozione unica, mi sono sentito profondamente grato per la mia vita. La sua nascita è stata l’apice di una serie di fortune; a partire dall’aver incontrato mia moglie Luna al momento che sto vivendo sul lavoro. Mi piace ringraziare ogni giorno per quello che ho costruito. Inizio l’anno carico ed entusiasta.

 

Professionalmente come giudichi la tua carriera fino ad oggi?

Sono soddisfatto perché mai avrei pensato di fare 5 film nel 2025. Due serie internazionali; una francese e una americana. Se penso che sono partito da uno sperduto paesino della Valle D’Aosta, dove negli anni 80 c’era solo una videoteca in cui si potevano prendere 3 VHS per volta, ed è lì che ho visto tutti i film possibili, strada ne ho fatta.

Progetti di lavoro dietro l’angolo?

A Torino, il 14 marzo andrò in scena con “Actorman”, scritto da Massimo Pica e Giampiero Perone. Spettacolo a cui sono molto legato perché ripercorre la mia vita. “One-man show” che avevo già portato al Teatro Gioiello una settimana prima che iniziasse il Covid, con il teatro pieno, 500 persone. Poi sto lavorando ad una mia versione dell’“Otello”, prevista a maggio. Amo i classici e sarò uno Iago molto particolare, vero, attuale; personaggio buono di facciata, ma che cela follia e rabbia. E stiamo già facendo le prove.

 

E per il cinema?

Ora ho un’agente eccezionale, Silvia Ferrarese, con cui mi trovo benissimo, la stimo molto e insieme andiamo verso l’obiettivo prefissato. Più una squadra di suoi colleghi che mi rappresentano nel mondo. Quindi stanno arrivando ottimi provini e per lavori importanti. Ho il vantaggio di parlare più lingue e poter recitare anche in altri idiomi.

 

Nel 2025 hai avuto un ruolo nella serie tv americana The Faithful…

Ero pazzo di entusiasmo, per la prima volta su un set della Fox; in una grande produzione sui 10 comandamenti. Girata a Roma, in una cava dove era stato ricostruito un villaggio della Bibbia. Interpretavo un pastore in difficoltà; l’unico italiano in mezzo a tutti stranieri. Con le difficoltà di un attore che recita in inglese, ma deve eliminare il suo accento; per questo sul set c’era un “language coach”.

Ammetto che tremai quando lessi il mio nome sul foglio di convocazione del giorno, in mezzo a colleghi solo british; poi in scena, davanti a centinaia di persone che lavoravano al colossal e al via all’azione: “Camera rolling action”….

Ti piacerebbe planare a Hollywood?

Certo, anche se al momento preferirei Parigi. Dopo il Covid i provini si fanno anche online ed ora lavorare all’estero è più facile. Distanze e barriere sono in parte ridotte; ma bisogna sempre studiare, essere pronti e con bravi agenti che credano in te facendoti accedere ai provini giusti. Io ne faccio quasi quotidianamente; recentemente, uno per una serie americana che si gira a Parigi. Ovvio che sarebbe meglio vivere dov’è la produzione. Pensare che nella Ville Lumière ho studiato e mi sento a casa; essendo bilingue ho recitato anche in un film in francese.

 

Teatro, tv, cinema, pubblicità: quale senti più nelle tue corde?

Tutti, perché fanno tutti parte della mia anima. In teatro il sold-out è entusiasmante, ma dopo mezza giornata sul palco ho già voglia del set; mentre negli spot pubblicitari bisogna saper recitare ed anche quello è utile allenamento.

 

Personaggi preferiti da interpretare?

Quelli dei gialli e dei crime che, inizialmente sembrano buoni; poi si rivelano cattivi, viscidi, rancorosi e letali. In “A un passo dal cielo” ero un normale assistente sociale che, poi, si scopre essere l’assassino. Perfetto per me.

Mi piacerebbe interpretare un medico; peccato non lo fossi nella puntata di “Doc” in cui ho lavorato. Ma guardo tutte le serie tv e in ospedale amo osservare i dottori, cerco di “rubare” più possibile il loro modo di essere. Pensare che sono agofobico; in sala operatoria, quando è nata Zelda, mi hanno vestito da chirurgo… e stavo quasi per svenire.

 

Un lavoro di cui sei più fiero?

La serie televisiva di Prime Video “Sul più bello” dove interpretavo il cattivo Omar, gestore di un bar; mi è venuto bene e mi sono divertito moltissimo a interpretarlo. In teatro sono affezionato a “Forbici Follia” spettacolo che adoro e ho fatto più a lungo nella vita; sono in scena da16 anni ininterrotti con oltre 2000 repliche.

É un giallo comico, ma interattivo. Il pubblico impazzisce all’accendersi delle luci in sala e le indagini le svolge lui. Nel corso delle tante rappresentazioni mi è passata la vita davanti: dal debutto agli amici passati a vedermi, le ex fidanzate e mia moglie, una delle prime volte che la vidi. Era una spettatrice che, ad una mia battuta, rise così tanto che le cadde il telefonino che si danneggiò.

 

La tua filosofia di vita?

Un piccolo passettino alla volta. Mai pensato di fare grandi picchi, tipo domani vinco un Oscar. Ricordo sempre da dove arrivo e gli inizi. Oggi lavoro tanto e bene. Da ragazzo sognavo di diventare famosissimo, ma adesso quando mi fermano per strada un po’ mi imbarazza. Ho anche aperto uno studio attori, il “Backstage Acting Studio-BAS”, dove quotidianamente insegno, alimento e cerco di trasmettere questo mio fuoco, lo stesso di sempre.

 

Come definiresti il tuo mestiere?

Ho esordito come comico e amo pensare che, facendo divertire, allevio un po’ il peso delle vite altrui. Mi stupì un chirurgo delle Molinette che mi riconobbe e ringraziò per il pomeriggio sereno in famiglia con il mio programma. Detto da chi salva vite ogni giorno?! Così pensai che, nel nostro piccolo, anche noi, siamo utili. Che sia teatro o tv, diamo esempi, raccontiamo storie che possono fare bene.

 

Cosa occorre per fare l’attore?

Innanzitutto Passione, con l’iniziale maiuscola. Sentire e vivere visceralmente questo mestiere; è la molla che ti fa sopportare i sacrifici, senza non si va da nessuna parte. Disciplina nell’aggiornarsi e studiare. Obiettivi; avere una strategia e mai andare a caso. È grazie a mia moglie se ora ho mete più chiare e fatto scelte manageriali migliori. Poi occorrono sfrontatezza e coraggio infiniti. Per esempio, è impegnativo tenere la scena in un teatro pieno con un monologo; implica una mole di lavoro che gli altri non vedono… ma non sai quanta fatica per arrivare lì!

Quando hai sentito di voler far parte del mondo del cinema?

Primissima volta durante il liceo ad Aosta. Grazie a un programma di scambi, finii a Parigi in una classe di teatranti francesi che fecero un piccolo spettacolo per noi. Rimasi folgorato. Inizialmente pensai alla regia, frequentai un corso di cinema nel mio paesino valdostano e poi la passione si è alimentata guardando ogni VHS disponibile.

 

In seguito che strada hai percorso?

È stata una continua scoperta, ogni anno aggiungevo qualcosa. Dopo l’inizio da comico, sentii che volevo raccontare storie drammatiche. All’Actor Studio di New York non avevo i mezzi per andare, ma scoprii che c’era anche a Parigi; così per un anno ho fatto un faticosissimo avanti-indietro due volte a settimana. In aeroporto tutti mi conoscevano ed aiutavano a cercare i voli più economici da Torino. Martedì e domenica o martedì e giovedì, seguivo la lezione e rientravo in giornata. Se potevo risparmiare, restavo la notte e mi godevo la città. Ricordo che una volta arrivai 8 ore in anticipo, si gelava ed era impossibile resistere all’aperto; non sapendo dove andare, mi rifugiai, a studiare e ripassare, in una chiesa vicino allo studio.

 

Il Simone bambino cosa sognava?

Ero timidino; guarda come è strana la vita! Se c’era troppa gente, svenivo. Per la recita all’asilo mi avevano vestito da carciofo e… sono svenuto! Perché non gestivo la tensione di fronte al pubblico. Tutto avrei detto… meno che avrei fatto l’attore e recitato di fronte a 500,1000 persone!

 

Immagino che la nascita di Zelda abbia fatto la differenza: ma amate così tanto F.S.Fitzgerald?

L’aneddoto del suo nome ha dell’incredibile. Luna è appassionata di videogiochi e un giorno disse di voler chiamare una figlia come la principessa di “The Legend of Zelda”; lo trovai assurdo e ne risi. Due anni fa, per il suo compleanno la portai a Roma, a Cinecittà, e scommisi che se avesse trovato nella vita reale una persona con quel nome, l’avremmo dato alla nostra bambina. Entrammo negli studi e una signora ci chiamò «Voi due venite qui. Buongiorno a tutti, io sono Zelda». Era la nostra guida!

 

Avverti che da quando sei padre viaggi meno leggero nella vita?

Si, è cambiato tutto. Ma ho un’ansia positiva, anche grazie a mia moglie che è molto equilibrata. Insieme a lei mi sento protetto e collaboriamo per un 50 e 50; dove non arrivo io subentra Luna e viceversa. Tra poco quando scadrà il suo congedo di maternità, Zelda starà con me; già rido e mi spavento all’idea di come me la caverò.

 

Che papà sei e conti di diventare?

Ho seguito il corso preparto e collaboro in tutto. Mia moglie è più brava in tante cose, come cambiare Zelda. Mentre io la intrattengo: canto, racconto storie, la distraggo. Ovvio che inoltre la cullo, coccolo e copro di amore e tenerezza. Ogni giorno fa versi nuovi e credo che parlerà presto. L’ho già portata in teatro, a respirare l’aria di casa. In futuro, vorremmo insegnarle che non tutto è dovuto; assegnarle compiti come rifarsi il letto, riordinare,…..

Se in futuro Zelda volesse recitare?

Sarei super entusiasta nel caso fosse affascinata e capisse la magia della nostra vita. Quando inizierà a parlare la iscriverò al corso di una mia collega, che è la migliore; è Franca Dorato e insieme alla figlia, Lucrezia Collimato, sono magiche. Avendo io insegnato so, per esperienza personale, che ai bambini di 3-4 anni fa bene imparare teatro e recitazione. Se poi intendesse emularmi avrebbe tutto il mio aiuto. Ma l’appoggerei anche se scegliesse altro; magari diventerà un buon medico o un chirurgo.

 

Cos’è il talento e come si gestisce?

È come la fiamma di un caminetto, se la lasci sola si spegne; se invece la alimenti con continui ciocchi di legna, diventa un fuoco che brucia intenso e non si spegne. Il nostro principale talento è saper resistere quando non ti chiama nessuno. In quel periodo difficile cosa fai? Ti lamenti e perdi tempo? Oppure ti alleni, studi e porti avanti altre cose? Ecco è lì che si vede il talento.

 

Tu come vivi le battute d’arresto?

Un aneddoto a cui tengo molto riguarda il grande Antonino Cannavacciuolo, che ringrazierò sempre per l’aiuto che mi diede, qualche anno fa, quando sul set mi vide triste e preoccupato per il lavoro. Così mi raccontò i suoi inizi faticosi e, con una passione tale che, mi trasmise nuova energia. Poi disse: «Tu ora ti dai da fare e raggiungi i tuoi obiettivi come ho fatto io». Lezione utile per lamentarmi meno, rimboccarmi le maniche e far decollare la carriera. I grandi progetti non sarebbero arrivati se non avessi avuto certe difficoltà che mi hanno fatto cambiare strada.

 

Cosa ami fare nel tempo libero?

Ne ho poco; ma mi piace camminare e appena posso, parto, mi incammino e vado. Ho fatto il cammino di Santiago e la Via Francigena; non vedo l’ora di portare mia figlia con me. È fantastico il fatto che ti alzi al mattino e devi solo pensare a camminare, anche a passo lento, e guardarti intorno.

 

Per te il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno?

Mezzo pieno, sempre. Il lamentino non mi appartiene.

 

Dimmi chi è Simone Moretto

Sicuramente una persona di cuore, grande passione,  carismatica, un po’ magica.

 

Mare o montagna?

Mare

 

Il viaggio più bello fatto e quello che sogni?

Sono un grande viaggiatore. Il più bello, quello di nozze in Giappone, dove ho scoperto una cultura con cui mi sono trovato molto bene. Sogno di fare a piedi per mesi un lunghissimo cammino; perché solo così respiri davvero le culture, ti fermi, conosci, scopri. Non saprei esattamente

dove; ma c’è un percorso dal Sud Africa agli Urali….

Devi abbandonare la terra e scegliere tra: un pianeta nello spazio o un’isola sperduta nei nostri mari?

Sicuramente l’isola sperduta

 

Puoi portare con te -oltre a moglie e figlia- solo 5 cose: cosa scegli?

Un libro e qualcosa per sopravvivere, tipo un coltello e simili. Bella l’idea di spogliarsi di tutto.

 

La tua paura più grande?

Adesso che ho famiglia, quella di non lavorare, perché nel nostro mestiere possono trascorrere anche molti mesi fermi. Negli ultimi tempi cerco, senza riuscirci molto, di vivere in maniera un po’ zen, alla giornata. Non chiedermi cosa succederà tra 2 mesi, piuttosto dirmi: è una bella giornata, godermi il momento e l’amore per quello che faccio.

 

La gioia più pura?

Ho due momenti catartici. Ero emozionato da morire all’altare il giorno del matrimonio; mi sono sciolto e ho ceduto un minuto prima. Poi quando ho visto mia figlia.

 

Per te amare significa?

Sentirsi in uno stato appagante, non solo riferito all’amore di coppia, ma alla vita, al lavoro. Molte volte quando arrivo sul set, un attimo prima respiro e mi dico: «Ma che meraviglia!» Un amore totale.

 

Ma tu l’hai capito il significato della vita?

[Ride….] Il suo senso è godersela. Non stare a perdere tempo con dubbi e recriminazioni, ma fare! L’anno scorso ho capito che una delle traduzioni della parola karma è azione: quindi, se vuoi qualcosa vattelo a prendere e goditi la vita. Trovare un equilibrio per cui svegliarsi al mattino e dirsi «Io sono felice di quello che farò oggi». E circondarsi delle persone che ci vogliono bene, che è la cosa più importante.

 

 

Come portati dal vento

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

A Torino, fino ai primi di marzo, negli spazi di PAV – Parco Arte Vivente, c’è l’esposizione Dove le liane si intrecciano. Resistenze, alleanze, terre di Binta Diaw.

Vi troverete in un ecosistema parcellizzato in più ambienti: una foresta sospesa di trecce, radici artificiali, pozze d’acqua e terriccio.
Ovunque lunghe compagini di capelli si avvolgono come liane scure, creando configurazioni che sono la trama di un’istanza identitaria espressa per nodi.

Binta Diaw nasce a Milano nel 1995 da famiglia senegalese.

Si forma all’Accademia di Brera e alla École d’Art et de Design di Grenoble-Valence, in Francia; svolge inoltre un internato presso SAVVY Contemporary a Berlino nel 2018, esperienza che la mette a confronto con pratiche e metodologie artistiche non eurocentriche, aprendo la sua ricerca a un dialogo più ampio con contesti africani e diasporici.

Lavora tra Italia e Senegal ed entra presto nel circuito internazionale, fino alla partecipazione alla Biennale di Venezia del 2022.

Diaw vive una spaccatura identitaria netta: italiana per lingua e formazione, “altra” per sguardo sociale; in Senegal è percepita come europeizzata, mentre in Italia mai completamente integrata nel tessuto collettivo, come spesso accade in questi contesti migratori.

Un’ambivalenza che è il nocciolo psichico della sua ricerca: il corpo diviene il punto caldo di irradiazione del suo destino artistico, crogiolo che conserva, compattati, appartenenza e rigetto, visibilità e negazione.

Dal periodo berlinese in poi, un elemento ricorrente nelle sue residenze e nei suoi progetti è la collaborazione con comunità e pratiche locali: spesso filma luoghi di partenza di migrazioni reali, come il distretto di Yarakh vicino a Dakar, utilizzando poi questi materiali nelle sue installazioni; in Senegal ha realizzato il progetto Dïàspora, coinvolgendo braiders ivoriane.
Il richiamo è quello degli antichi usi di tessitura legati alla sopravvivenza e alle vie di fuga dalla schiavitù.

Da questa usanza, dalla primordiale sapienza di mani che generano viluppi, Binta estrapola una delle sue orme distintive: i capelli, che, in quanto diretta prosecuzione del corpo, utilizza per occupare spazio, (ri)mettere radici.
Durante la tratta atlantica degli schiavi, molte donne nascondevano semi tra le trecce per custodire parte della loro terra, sapendo che i capelli sarebbero stati meno violati dei loro corpi.
Così quei semi attraversarono l’oceano e si dispersero nei continenti, come portati dal vento o dal volo degli uccelli.

Quelle trecce/tracce, in Binta, si fanno paradigmi in cui rizomi e germogli nidificano e che compongono grandi strutture intersecate che assumono le sembianze di sistemi arteriosi e agglomerati venosi di un immenso corpo astratto.
Estrae delicatamente elementi fondativi tradizionali e, riversandoli nel suo alambicco psichico, ne fa un distillato in cui risorgono macroscopici e spansi, come in un quadro di Domenico Gnoli.

Una delle sue opere più emblematiche è Chorus of Soil.

La matrice è lontana: a undici anni vede in un’enciclopedia l’immagine di una nave da schiavi settecentesca, la Brooks, correlativo oggettivo del dolore di corpi allineati, compressi e numerati.

La planimetria storica dell’imbarcazione è la matematica della brutalità, in cui l’ottimizzazione dello spazio si unisce alla razionalizzazione della “materia umana”.

Da ciò Diaw crea un’installazione ambientale composta da materia organica e semi che riproduce, in scala monumentale, la pianta della nave.

Il disegno, visto dall’alto, è reso con la terra: non c’è più il legno della nave né lo sciabordare del mare, perché lo sfruttamento oggi assume altre forme ma colpisce ancora gli stessi corpi, incurvati nei campi del sud Italia.

La scelta della terra è ambivalente: grembo e sepoltura, fertilità e abuso, bulbo e annullamento.

Ciò a cui penso è che il giogo dell’oppressione e della solitudine può rivelarsi anche in una sfolgorante cornice naturale come quella dei Caraibi, dove erano dirette le navi negriere inglesi, o nelle coltivazioni di clementine della Piana di Gioia Tauro, con il Mar Tirreno da un lato e l’Aspromonte dall’altro.

E che il sentimento di abbandono di questo mondo glaciale può essere riassunto in una piantina che spunta tenace da un mucchietto di terra in un museo.

 

Nelle foto:

1.Binta Diaw in Prada, fotografata da Szilveszter Makó nel suo studio a Milano
2. Durante l’allestimento della mostra “In Search of Our Ancestors’ Gardens”, Binta Diaw interviene sulla superficie delle stampe fotografiche con l’uso dei gessi colorati.
Foto: Olga Michahelles
3.La spiaggia nera. Veduta dell’installazione presso Prometeo Gallery Ida Pisani, Milano, 2022. Foto: Antonio Maniscalco
4.Binta Diaw, Chorus of Soil, 2023, veduta dell’installazione alla Biennale di Liverpool 2023. Foto: Mark McNulty.
5. Binta Diaw In Search of Our Ancestors’ Gardens, 2020 Veduta dell’installazione presso Galleria Giampaolo Abbondio. Foto: Antonio Maniscalco

 

Askatasuna, la procura ricorre contro le scarcerazioni

Uno dei giovani che avevano partecipato ai disordini nella manifestazione pro Askatasuna aveva ottenuto la revoca degli arresti domiciliari. Ora la procura di Torino ha presentato appello contro la decisione di un gip di non disporre la custodia cautelare in carcere per i tre antagonisti arrestati in occasione degli scontri del 31 gennaio.Il ricorso verrà discusso davanti al tribunale del riesame.

Confcooperative Piemonte Sud dialoga sui temi della comunità

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A Cuneo la seconda Assemblea dei soci: l’economia sociale e il ruolo della cooperazione

Mercoledì 11 febbraio scorso si è tenuta a Cuneo la seconda assemblea dei soci di Confcooperative Piemonte Sud, alla presenza dei rappresentanti di Confcooperative nazionali e delle istituzioni del territorio. Durante l’evento sono intervenuti l’assessore regionale Marco Gallo, la sindaca di Cuneo Patrizia Manassero e il vescovo di Cuneo, Mons. Piero Delbosco. Erano anche presenti i rappresentanti delle Camere di Commercio di Cuneo-Asti e Alessandria, e il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. Questo appuntamento ha voluto ribadire una priorità condivisa: la cooperazione è una leva strutturale per lo sviluppo locale, la coesione sociale e la tenuta della comunità.

A confermarlo sono anche i numeri del sistema cooperativo del Sud Piemonte: sono presenti 385 imprese cooperative, con oltre 35 mila soci, 15 mila occupati e 1,5 miliardi di euro di fatturato complessivo. Si tratta di un tessuto produttivo in cui l’agricoltura genera oltre il 50% del fatturato dell’unione territoriale, mentre l’area sociale e sanitaria concentra più della metà dell’occupazione. A questo si aggiunge il contributo delle nove Banche di Credito Cooperativo, con 150 mila soci, 1500 occupati, 12 miliardi di raccolta diretta, dati che indicano con chiarezza quale sia il peso economico e civile della cooperazione per il territorio.

“La cooperazione ha dimostrato di saper tenere insieme sviluppo economico e valore sociale – ha spiegato nel suo intervento il presidente di Confcooperative Piemonte Sud, Mario Sacco  – oggi più che mai è necessario rafforzare questa consapevolezza e guardare avanti con una visione condivisa”.
Sacco ha inoltre evidenziato alcuni nodi strategici per il futuro delle comunità locali: dal valore del lavoro nella cooperazione sociale al coinvolgimento delle nuove generazioni, fino alla qualità dell’occupazione in agricoltura.

“Confcooperative è sempre stata in prima linea nel sottolineare l’importanza di correggere le tendenze negative di una globalizzazione priva di regole, e pertanto di costruire un’Europa del pilastro sociale, capace di mettere al centro persone e cittadini, non solo le comunità finanziarie – ha dichiarato il presidente nazionale di Confcooperative, Maurizio Gardini – costruire con generosità per consegnare a chi prenderà in mano le nostre cooperative”.
In rappresentanza della Regione Piemonte, l’assessore Marco Gallo ha sottolineato che non può esserci prospettiva per la comunità senza il contributo dell’economia sociale, richiamando il valore del modello cooperativo come presidio territoriale capace di coniugare crescita, inclusione e prossimità. Bisogna inoltre dare spazio alle esperienze cooperative con il racconto del territorio, a rimarcare che la cooperazione parte dalle persone e trasforma i bisogni in risposte organizzate, durature e radicate nei territori.
A due anni dalla sua costituzione, Confcooperative Piemonte Sud conferma così la propria funzione di rappresentanza e di coordinamento su un’area ampia e diversificata, nata dall’unione di Cuneo, Asti e Alessandria, un soggetto capace di fare sintesi fra settori diversi e di generare un impatto reale  sulle comunità locali sul piano locale, sociale e occupazionale.

Mara Martellotta

Urgente la convocazione tavolo di crisi per Coldiretti Piemonte Riso

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Il 2026 si è aperto con il mercato del riso in sofferenza, con continui cali dei prezzi e un aumento delle esportazioni soprattutto dai Paesi asiatici. Questo è il contenuto della denuncia di Coldiretti Piemonte che chiede urgentemente alla Regione Piemonte di convocare e costituire un tavolo di crisi del comparto riso.

“Ad oggi, i prezzi riconosciuti ai nostri agricoltori sono nettamente in perdita, tanto che alcune varietà che hanno perso fino al 40% del valore rispetto allo scorso anno, con i costi di produzione sono balzati alle stelle con fertilizzanti, energia e mezzi tecnici, che hanno registrato incrementi a doppia cifra negli ultimi anni secondo l’analisi di Coldiretti – ha dichiarato Roberto Guerrini, membro di Giunta di Coldiretti Piemonte con delega territoriale al settore risicolo – una situazione insostenibile per le imprese risicole del nostro territorio, sacrificate alle logiche del massimo ribasso”.

“Il tavolo di crisi regionale che abbiamo chiesto con urgenza di convocare  – spiegano Cristina Brizzolari, presidente di Coldiretti Piemonte, e Bruno Rivarossa, delegato confederale – serve ad analizzare le problematiche e ad approfondire le progettualità che fin da subito vanno messe in atto per il comparto, coinvolgendo anche la parte industriale e tutti gli attori della filiera. Difendere il riso piemontese significa difendere la sovranità alimentare europea e il lavoro agricolo italiano, che garantisce oltre il 50% dell’intera produzione di riso della UE con una gamma di varietà e una qualità uniche al mondo”.

Mara Martellotta

Studenti e insegnanti imparano il cinema

Duecentocinquanta studenti e 40 insegnanti di Collegno si sono scoperti professionisti del cinema: con l’aiuto di figure specializzate ogni giorno impegnate nel settore a Torino, hanno lavorato all’animazione o creato cortometraggi.

L’iniziativa si chiama “Con occhi diversi” , è proposta da Distretto Cinema all’interno del progetto CIPS-Piano nazionale di educazione all’immagine per le scuole promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito ed è completamente gratuita per le scuole.

«Con il progetto ‘Con occhi diversi’ abbiamo voluto trasformare le aule in veri set cinematografici, offrendo a studenti e insegnanti di Collegno gli strumenti per comprendere il linguaggio delle immagini dall’interno – spiega il presidente di Distretto Cinema, Fulvio Paganin – Grazie al sostegno dei Ministeri della Cultura e dell’Istruzione, dimostriamo come il cinema possa essere una materia viva e accessibile, capace di stimolare il pensiero critico e la collaborazione sin dalla scuola dell’infanzia».

Nel dettaglio, il percorso ha coinvolto tutti i bambini cinquenni delle scuole della Scuola dell’Infanzia Plesso Capuozzo (sezione A-B-C-D), Scuola dell’Infanzia Plesso Salvo D’Acquisto (sezione A-B-C),  Scuola dell’Infanzia Plesso Ex-eti (sezione A), Scuola dell’Infanzia Plesso Ex-eti (sezione B), Scuola dell’Infanzia Plesso Bertotti (sezione A-B-C-D),  Scuola dell’Infanzia Plesso Risorgimento (sezione A-B). Tutti questi bambini hanno realizzato piccole e semplici serie animate.

Sette classi quarte dei plessi “Guglielmo da Volpiano” e “Ghirotti”, per un totale di 108 studenti, hanno invece realizzato dei cortometraggi, pensando a tutto, dalla sceneggiatura alle riprese, alla post produzione. Stesso identico progetto ha coinvolto anche la quinta elementare della “Moglia”.  «Vedere bambini e ragazzi cimentarsi con sceneggiatura e post-produzione conferma quanto il cinema sia un linguaggio universale e potente. Il nostro obiettivo come Distretto Cinema è accorciare le distanze tra il mondo dei professionisti torinesi e la scuola, permettendo ai ragazzi non solo di guardare i film, ma di ‘pensarli’ e realizzarli con la consapevolezza di veri piccoli autori» conclude Paganin.

Distretto Cinema è un’associazione torinese che, in questi anni, ha organizzato iniziative come il festival internazionale Contemporanea.

Al Concordia il meraviglioso e bizzarro Regno di Oz

domenica 15 febbraio – ore 16
TEATRO CONCORDIA  Venaria Reale (TO)
IL MAGO DI OZ
Catapultata da un ciclone nel meraviglioso e bizzarro Regno di Oz, Dorothy, una ragazzina del Kansas, intraprende un viaggio alla ricerca del potente Mago che, forse, potrà aiutarla a
tornare a casa. Lungo la Strada di Mattoni Gialli, incontra tre compagni indimenticabili: uno Spaventapasseri che sogna un cervello, un Uomo di Latta che desidera un cuore, e un Leone che cerca il coraggio. Insieme affronteranno prove, magie e incontri sorprendenti in un mondo dove nulla è come sembra.
Un classico che ha conquistato generazioni di persone sia al cinema che a teatro torna a Torino grazie alla TMA Productions, che mette in scena al Teatro Concordia la prima data di un tour che toccherà le principali città italiane in autunno.