redazione il torinese

Il caso migranti sarà la tomba dell’Europa?

Vi riproponiamo un articolo del 2015 della rubrica “La versione di Giusi” che Giusi La Ganga ha tenuto per alcuni anni su “Il Torinese”


LA VERSIONE DI GIUSI
/ di Giusi La Ganga

Guardiamola allora questa realtà. L’Europa, senza che l’Italia abbia battuto ciglio, ha contribuito a destabilizzare il Mediterraneo nell’illusione di aumentare la propria influenza, ritrovandosi invece con la guerra civile in molti paesi, dalla Libia alla Siria

 

L’aggravarsi della drammatica vicenda dei migranti rischia di essere la tomba dell’Europa e, ancor prima, la causa scatenante del definitivo collasso della democrazia italiana. Non sono incline al catastrofismo, ma voglio guardare in faccia la realtà, nauseato come sono dal buonismo imbelle e dalla disgustosa demagogia che alimenta la destra in Italia e in Europa. Guardiamola allora questa realtà. L’Europa, senza che l’Italia abbia battuto ciglio, ha contribuito a destabilizzare il Mediterraneo nell’illusione di aumentare la propria influenza, ritrovandosi invece con la guerra civile in molti paesi, dalla Libia alla Siria. L’ondata di migranti, spinti dalla fame, ma soprattutto dall’inaudita violenza dei conflitti, si è così gonfiata senza che nessuno potesse controllarla e governarla. L’incerta politica americana ha fatto il resto.Ma l’Europa, non contenta di questo, oggi finge che il problema riguardi i paesi più vicini alle crisi, Grecia, Spagna e soprattutto Italia.  Urge, se c’è ancora il tempo e la volontà, una iniziativa politica e militare, che stabilizzi la situazione consentendo di gestire l’afflusso dei migranti, che non è impossibile governare se tutti i paesi europei si fanno carico della questione e se l’ONU fa la sua parte.

Senza una politica razionale il doveroso sforzo di solidarietà e i buoni sentimenti si infrangeranno di fronte alla reazione di un’opinione pubblica italiana ed europea impaurita dal fenomeno e dalle isteriche strumentalizzazioni di minoranze aggressive e sempre più numerose.Il combinato disposto della paura diffusa a piene mani e della incapacità politica e organizzativa delle istituzioni aggravano di giorno in giorno la situazione. Se poi a questo si aggiunge il colossale scandalo romano, che proprio sulla gestione dell’accoglienza ha lucrato illecitamente, il senso di preoccupazione aumenta ancora.La crisi economica infinita, l’odio per la politica, la debolezza della classe dirigente hanno già messo in crisi il senso dell’identità e la coesione sociale del paese. La vicenda dei migranti, vissuta come l’invasione di barbari disperati e minacciosi, può dare il colpo di grazia. Il tempo non è molto, ed è il tempo di statisti e non di cercatori di facili consensi.

La memoria sospesa del Caffé Tito

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La prima volta mi ci sono imbattuto per caso, voltando sul retro del Museo di Storia nazionale, dove è conservata la preziosissima Haggadah, il più antico documento serfadita del mondo, scritto a Barcellona intorno al 1350 e portato a Sarajevo dagli ebrei in fuga dalla Spagna

 Lì , a pochi passi, tra la   ulica Zmaja od Bosne e la riva destra della Miljacka, quasi di fronte al quartiere di Grbavica che si stende sulla riva opposta del fiume, c’è il Caffè Tito. Tra pareti rosse e verdi, gli ospiti vengono accolti dall’esposizione di ogni tipo di materiale bellico: dai kalachnikov fissati alle pareti agli elmetti appesi al soffitto e usati come portalampade. Nel dehors si può stare seduti su di una cassa per munizioni di mortaio, sorseggiando un boccale di bionda e fresca Sarajevska pivara. Ci sono persino un M3-M5 Stuart, il carro armato leggero di fabbricazione americana usato nella seconda guerra mondiale. E, a fianco, un esemplare di “sIG-33” (schwere Infanteriegeschütz),un obice tedesco usato come arma di appoggio dai fanti della Wehrmacht che venne,   probabilmente, “fatto prigioniero” dai partigiani jugoslavi. Dentro è un piccolo museo. Dal busto in bronzo del leader della Jugoslavia alle sue foto incorniciate e appese ai muri: in vacanza sulle isole istriane di Brioni, mentre ispeziona le truppe, al fianco di Churchill, Che Guevara, Castro; mentre discute con JFK poco tempo prima che il presidente degli Stati Uniti fosse ucciso a Dallas. Ma anche immagini con attori famosi, da Richard Burton a Elisabeth Taylor, Sofia Loren e Gina Lollobrigida. Sul muro c’è l’orologio, fermo sull’ora e il giorno della sua morte: le tre e zero cinque del quattro maggio 1980. Girando per i locali si possono ammirare il quadro che descrive la battaglia della Neretva e la serie di suoi ritratti a carboncino, accanto a vecchie pagine di giornale incorniciate dove di parla di lui. Sul sito web, in campo rosso,scorrono frasi come queste: “Druze Tito, mi ti se kunemo”, compagno Tito,noi te lo giuriamo, “Smrt Fašizmu Sloboda Narodu “, a morte il fascismo, libertà del popolo. Strana città, Saraievo,dove si è incontrata la storia dai romani fino all’impero ottomano, mescolando origini ed etnie mentre oggi, in quest’epoca incerta s’irrigidiscono i nazionalismi. Un detto veniva un tempo ripetuto,quasi con orgoglio: sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito.

Lui, il garante della complessa unione degli slavi del sud, conservata per decenni nel mito della lotta partigiana, gelosamente difesa da est e ovest, non ha potuto assistere al crollo e alla dissoluzione del sogno jugoslavo. Nel Caffè le immagini sono statiche, fissate dal tempo come nei libri di storia mentre, a poco meno di quarant’anni dalla sua morte, la figura di Tito resta lì, sospesa nel limbo, ancora scomoda e difficile, amata e contestata. In tanti vorrebbero dimenticarla mentre altrettanti la rivendicano in un soprassalto di nostalgia. Non bisogna farsi trarre in inganno,però: nel bar, a ciò che ci circonda, quasi nessuno ci fa caso. Non c’è un fervore “titino” da parte dei clienti. Solo un paio di anziani, a quanto si racconta, vengono di tanto in tanto, comandano una rakija e mentre se la bevono lentamente ispezionano i muri quasi temessero che l’immagine di Tito potesse d’un momento all’altro dissolversi, sparire. I ragazzi invece si fermano a bere, fanno festa e quando il clima lo consente preferiscono sedersi all’aperto sotto il portico. Altri ragazzi della loro età, più o meno venticinque anni fa, percorrevano le strade di Sarajevo scandendo “Mismo Walter”, noi siamo tutti Walter,tentando di fermare la corsa pazza vero la guerra ammantata da falsi simboli etnici e religiosi che s’avvicinava minacciosa. Agitando migliaia di bandiere arcobaleno ripetevano all’infinito uno dei nomi clandestini del partigiano Tito,del comandante dell’esercito popolare che unì serbi e bosniaci, croati e macedoni nella lotta contro i nazisti.Quanti erano? Centomila? Forse anche di più. Col passare del tempo tutto cambia e oggi anche l’antifascismo è poco più di un rito e persino l’inespugnabile bunker di Tito a sud di Sarajevo è stato aperto da qualche anno alle visite dei turisti per fare cassa. “La lezione della guerra non è servita”, confidò a Paolo Rumiz un serbo, Milutin Jovanovic, studente di   Scienze politiche in Italia , nato a   Niš durante il conflitto balcanico. “Trionfa tutto ciò che lui aveva bandito: vessilli, identità regressive, fascismi”. Ormai c’è chi celebra Draza Mihajlovic, acerrimo nemico di Tito e capo dei “cetnici”, gli ultranazionalisti e filo-monarchici serbi della seconda guerra mondiale. C’è persino chi va in pellegrinaggio sulla tomba di Slobodan Milosevic, tenendo in pugno una candela accesa, a rendere omaggio a colui che ha trascinato la ex-Jugoslavia nel disastro. Ancora Milutin, a Rumiz: “Pare quello che accade in Italia con Garibaldi. Anche il nostro mito unitario è denigrato con argomenti clericali e separatisti. Accusano Tito di avere odiato i serbi e di aver voluto unire ciò che era impossibile tenere assieme”. Appunto, sei nazionalità, quattro religioni, tre alfabeti e una decina di lingue diverse. Intanto, nel locale, un uomo di mezza età, dall’aspetto distinto, allunga una mano sul busto. Sembra quasi che accarezzi il volto scolpito. Guarda me e Goran e, prima di andarsene, ci dice in serbo-croato,sottovoce: “Che tristezza!”. Scuote la testa e aggiunge un “mala tempora currunt” che capisco anch’io. Ci dicono, poi, che è un professore di latino e filosofia all’Università di Sarajevo che, di tanto in tanto e a volte senza nemmeno consumare un bicchiere d’acqua, s’aggira sconsolato tra le reliquie del locale. Pensiamo che sia bene farci un’altra birra, brindando alla speranza di tempi migliori: živeli, alla salute.

Marco Travaglini

La strage di Torino del 1864

PAGINE DI STORIA TORINESE / Le cose andarono più o meno così. Correva l’anno 1864, i Savoia si erano annessi da poco tempo l’Italia e Torino, capitale del Regno, contava duecentomila abitanti

Nel mese di gennaio il Consiglio comunale approvava il progetto di Piazza Arbarello e la sistemazione di Piazza Statuto. Ai primi di febbraio una nevicata di sessanta centimetri bloccava i treni provenienti da Genova e Pinerolo. Il 13 aprile aveva luogo l’ultima esecuzione capitale, giustiziato il ventitreenne Savio Carlo di Filippo nato a Incisa Balbo. Il 3 giugno gli operai del Regio Arsenale di Borgo Dora proclamavano uno sciopero che cessò dopo che una delegazione venne ricevuta dal Ministro della Guerra. Il 18 settembre i giornali pubblicarono una notizia bomba. Con la firma della Convenzione di Settembre, avvenuta tre giorni prima a Fontainebleau, le truppe francesi si sarebbero ritirate da Roma e l’Italia s’impegnava a non invadere lo Stato Pontificio. Fin qui nulla di che. Fidandosi poco degli italiani, però, Napoleone III aveva ottenuto come garanzia il trasferimento della capitale da Torino a Firenze entro sei mesi. Il protocollo aggiuntivo doveva restare segreto ancora per un po’, ma l’informazione divenne presto di pubblico dominio. Il 20 settembre la filogovernativa Gazzetta di Torino pubblicò un articolo, suggerito personalmente da Vittorio Emanuele II, a favore al trasferimento e che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto placare il previsto dissenso. Lo spostamento della capitale non rappresentava soltanto una grave perdita di prestigio per la città: la borghesia imprenditoriale stava investendo ingenti capitali nell’edilizia, i ministeriali non sarebbero stati propensi a un cambiamento di sede, la nobiltà subalpina avrebbe dovuto rinunciare ai privilegi legati alla presenza della corte sabauda. Ma dopo l’Unità i tempi avevano rapidamente mutato corso, erano entrate in gioco consorterie affaristiche e politiche che miravano a creare una nuova classe dirigente lontano da Torino.

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La pubblicazione dell’articolo rappresentò la scintilla che scatenò i fatti drammatici dei giorni successivi. Il 21 e il 22 settembre i numerosi cittadini torinesi scesi in piazza (con sabauda compostezza) contro lo spostamento della capitale furono attaccati a diverse riprese dalla forza pubblica, che non esitò a far fuoco. Rimasero sul terreno 52 morti e 187 feriti. L’inaudita carneficina destò scalpore in Italia e all’estero. La successiva inchiesta parlamentare appurò che l’ordine era partito da Silvio Spaventa, segretario generale del Ministero dell’Interno, nonché braccio destro del presidente del Consiglio Minghetti, il quale diede le dimissioni. La repressione era stata resa ancora più crudele dagli esecutori materiali: soldati, agenti di polizia e allievi carabinieri, sobillati da provocatori prezzolati, avevano tirato alla sans-façon sulla folla disarmata. Le autorità di Pubblica Sicurezza, il questore Chiapussi per primo, furono destituite. Al termine dell’inchiesta, tuttavia, il Parlamento decise di non attribuire ad alcuno la responsabilità di quelle tragiche giornate: i mandanti rimasero perciò impuniti. Un mese più tardi, il 30 ottobre, Massimo D’Azeglio scrisse su L’Opinione un articolo che si concludeva così: “Io credo vi sia molto da dire sul trattato ma che, date le circostanze presenti, visto che è stato acclamato dalla Nazione, visto che noi torinesi ne veniamo particolarmente a soffrire, visto che in Italia la questione capitale non è quella della capitale ma quella della concordia, opino che noi per primi dobbiamo rassegnarci ad accettare il trattato. Soltanto che non vorrei sentire parlare di compensi. Al sacrificio mi sento disposto, a presentare il conto no”. L’orgoglio tutto piemontese espresso da tali parole non celava – anzi, paradossalmente sottolineava – che la Ragion di Stato doveva prevalere su ogni altra questione. Il 16 novembre il Senato approvò la Convenzione di Settembre con 134 voti, tra cui quello dello stesso D’Azeglio, contro 47 (e due astenuti). Tre giorni dopo, stessa schiacciante maggioranza alla Camera dei Deputati: 305 voti a favore, 68 contrari e altri due astenuti. Il 15 dicembre la Gazzetta Ufficiale pubblicò la legge che trasferiva la capitale da Torino a Firenze. Il primo gennaio 1865, in occasione del Capodanno, Vittorio Emanuele II si recò come consuetudine allo spettacolo offerto dal Teatro Regio e qui ricevette un’accoglienza a dir poco gelida. La faccenda si ripeté il 30 successivo, quando né il sindaco né il Consiglio comunale parteciparono a un ballo di corte. La situazione, già tesa di per sé, fu aggravata dal comportamento nuovamente violento che le guardie inviate dalla questura tennero contro una folla di manifestanti scesa in Piazza Castello per commemorare le luttuose giornate del settembre precedente.

 

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Mostrando regale sdegno per (a suo dire) tanta ingratitudine, Vittorio Emanuele lasciò Torino per la tenuta di San Rossore e, infine, raggiunse Firenze. Gli avvenimenti che seguirono rasentano il ridicolo, ma raccontano bene l’ambiguità in cui la politica italiana si barcamena da sempre. Informato del risentimento del re, il sindaco di Torino Emanuele Luserna di Rorà non trovò di meglio che partire di gran carriera alla volta di Firenze, latore di un documento in cui il consiglio comunale si profondeva in mille scuse per la dimostrazione ostile del 30 gennaio. A svolgere opera di mediazione tra le parti fu incaricato il ministro Lanza, peraltro organizzatore del gran ballo che aveva scatenato gli incidenti tra forze dell’ordine e manifestanti. In tempi strettissimi fu emanata un’amnistia generale riguardante anche i fatti del settembre precedente, a condonare pilatescamente tanto i militari responsabili delle violenze quanto i civili rimasti coinvolti. Sistemata alla spiccia la faccenda e archiviato il malumore, Vittorio Emanuele II fu nuovamente a Torino il 28 febbraio per partecipare al corso carnevalesco. È in quest’occasione che s’inserisce il noto episodio di Gianduja il quale, in maniche di camicia, si avvicinò alla carrozza reale che transitava in Piazza San Carlo esclamando: << Maestà, l’hai già daje la camisa, per chiel j daria anche la vita! >>. Suppongo che l’episodio sia stato maneggiato per benino dai giornali governativi, e infatti venne unanimemente considerato come suggello dell’avvenuta riconciliazione tra popolo e casa regnante. Il 26 aprile 1865 il trasferimento della capitale diventò ufficiale ed a questo punto nessuno ebbe più da ridire: l’accordo diplomatico con i Francesi era salvo e la cittadinanza aveva ingoiato il rospo tutto intero. Il 7 maggio, all’Hotel Trombetta, si tenne un gran banchetto in onore di cinquantanove deputati che davano l’addio alla vita parlamentare subalpina. Come sempre capita in Italia, tutto si conclude a tarallucci e vino. E il torinese, quando viene sottoposto a un sopruso, non capisce (o finge) ma infine si rassegna e si adegua educatamente allo stato delle cose. Il 12 settembre l’opinione pubblica fu scossa dal furto sacrilego di una lampada votiva in argento avvenuto nella cappella della Sindone. Per giorni e giorni in città non si parlò d’altro. Poi, come sempre capita, nuovi accadimenti si susseguirono: la morte di Massimo D’Azeglio, la consacrazione della chiesa di San Pietro e Paolo alla presenza della futura regina Margherita, un incendio nei magazzini di Porta Nuova… E anche il furto finì per essere dimenticato.

Paolo Maria Iraldi

 

 

L’11 settembre 1697

Il primo fatidico “11 settembre” si combatté sulle rive del Tibisco: a Zenta, nei pressi del Danubio, in terra ungherese, fu fermata l’avanzata dell’esercito ottomano in Europa che dopo la disfatta epocale davanti alle mura di Vienna nel 1683 aveva riconquistato Belgrado nell’ottobre del 1690 e minacciava nuovamente l’Ungheria. Erano tutt’altro che annientati i turchi che ripresero vigore pensando di portare nuovamente le loro armate nel cuore dell’Europa. Quel giorno Eugenio di Savoia, al comando dell’esercito imperiale d’Asburgo, inflisse ai turchi una sconfitta disastrosa. Era l’11 settembre 1697: la battaglia di Zenta (oggi Senta, nel nord della Serbia) fu uno scontro determinante della guerra contro i turchi, iniziata con l’assedio di Vienna nel cuore dell’Europa, e si può considerare il primo vero “11 settembre” della storia del secolare scontro di civiltà tra cristiani e musulmani, tra il Cristianesimo e l’Islam incarnato a quel tempo dalla potenza ottomana. Non quindi il recente l’11 settembre 2001, di cui ricorre oggi il sedicesimo anniversario, né tanto meno il 12 settembre 1683, il mitico anno della liberazione di Vienna asburgica dall’assedio del Gran Vizir Kara Mustafà, anche se alcuni giornalisti e registi si dilettano a fissare la data della battaglia di Vienna nel giorno della vigilia, l’11 settembre, per trovare a tutti costi un’analogia storica con il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. In realtà la battaglia alle porte di Vienna si svolse nella giornata del 12 settembre, dalle prime luci del giorno fino al tardo pomeriggio. Poco male, si dirà, tuttavia si scrivono poderosi libri su Vienna e non si parla mai della vittoria di Zenta che pose fine alla minaccia turca per l’Europa cristiana esaltando la fama di Eugenio come uno dei più abili generali e strateghi del suo tempo. Sulle sponde del Danubio gli ottomani sconfitti furono costretti ad accettare le condizioni del trattato di pace di Karlowitz del 26 gennaio 1699, il primo trattato imposto ai turchi dalle potenze cristiane. L’imperatore d’Asburgo riprese gran parte dell’Ungheria, abbattendo il vessillo della Mezzaluna dopo 150 anni di dominio, e la Transilvania mentre Venezia prendeva possesso della Morea e della Dalmazia. Nei saloni dei suoi Palazzi viennesi il Principe si aggiornava sui movimenti dei turchi nei Balcani e passava in rassegna le proprie truppe, la fanteria, i dragoni a cavallo, gli ussari d’assalto. Si preparava a un nuovo scontro con i turchi di cui non si fidava. Li conosceva bene, li aveva già combattuti e sconfitti in Austria e in Ungheria. Il sultano Mustafà II era partito da Belgrado al comando di 100.000 uomini, un esercito immenso composto da giannizzeri, cavalleria, artiglieri, seguiti da una moltitudine di artigiani, cuochi, giocolieri, donne dell’harem ed eunuchi. Non si conosceva la direzione dell’armata turca. Soltanto il 7 settembre Eugenio venne a sapere da un pascià disertore che il sultano aveva raggiunto il fiume Tibisco vicino al villaggio di Zenta allestendo in gran fretta un ponte di sessanta barche per farvi transitare il suo esercito diretto verso Temesvàr (Timisoara) e la Transilvania. Eugenio di Savoia era diventato solo un mese prima, nell’agosto 1697, comandante dell’esercito imperiale austriaco. Nel pomeriggio dell’11 settembre una parte della cavalleria turca aveva già guadato il fiume ma il grosso dell’esercito era rimasto sull’altra sponda formando un semicerchio intorno al ponte con trincee, depositi di armi e viveri e fortificazioni che però non ebbe il tempo di completare. Il principe Eugenio era ancora lontano dal fiume ma i suoi messaggeri lo aggiornarono in breve tempo sui piani dei turchi. L’occasione per attaccarli era troppo favorevole. Non perse tempo e ordinò ai suoi uomini di avanzare e dopo una lunga estenuante marcia arrivò nei pressi del fiume. Il Principe era raggiante: i turchi erano davanti a lui, sulla sponda occidentale del Tibisco, circondati dalla sua cavalleria. Lanciò i dragoni imperiali all’assalto gettando nello scompiglio il campo turco, al di qua del Tibisco, dove si trovava il grosso delle truppe nemiche. Gli ottomani furono travolti e sbaragliati dalla furia degli austriaci. I giannizzeri, il corpo d’elite dell’esercito della Mezzaluna, attaccati da ogni parte si difesero fino all’ultimo con armi da fuoco e scimitarre per poi darsi alla fuga che si trasformò presto in un massacro. Molti soldati turchi furono uccisi sul ponte e tanti altri morirono annegati nel fiume rosso di sangue. Galleggiavano così tanti corpi che, scrisse Eugenio nel suo diario di battaglia, “i suoi soldati potevano stare in piedi sui cadaveri dei turchi come su un’isola”. L’esercito sultaniale cadde sotto il fuoco dei cannoni imperiali e fu distrutto. Quindicimila uomini morirono combattendo e altri 10.000 annegarono nel Tibisco. Poche centinaia si misero in salvo sulla riva orientale del fiume tra cui il sultano che evitò di essere catturato e fuggì con un manipolo di fedelissimi verso Temesvàr. Il gran visir e alcuni governatori della Bosnia e dell’Anatolia insieme a numerosi ufficiali furono uccisi. In campo austriaco si contarono appena 400 morti e un migliaio di feriti. Anche il bottino catturato era favoloso e comprendeva migliaia di carri, almeno 20.000 cammelli e 800 cavalli, 400 bandiere, denaro e armi in gran quantità. Tra i trofei finiti nelle mani dei vincitori c’era anche il sigillo del sultano (il Tughra, in turco-ottomano) che il gran visir portava al collo come segno della sua autorità. Eugenio lo raccolse nella polvere insanguinata della battaglia, tra destrieri caduti sul terreno, soldati morti o feriti e armi abbandonate, e oggi si trova nel Museo viennese di storia militare. I combattimenti cessarono nella tarda serata, “come se, scrisse il feldmaresciallo all’imperatore, il sole non avesse voluto tramontare prima di aver assistito al completo trionfo delle gloriose armi di Vostra Maestà Imperiale”. L’apoteosi delle gesta del principe Eugenio emerge in tutto il suo fulgore nei palazzi e nei giardini viennesi, come il Belvedere, decorati con allegorie che celebrano le sue grandiose battaglie contro i turchi. Dopo l’11 settembre di Zenta la potenza della Mezzaluna decadde in Europa anche se i sultani del Bosforo rimasero una minaccia costante sia a est che a Occidente e l’esercito ottomano era ancora, per le sue dimensioni, la più grande armata d’Europa, un nemico eccezionale. Un dubbio tuttavia resta nei pensieri e nelle analisi degli storici a oltre tre secoli di distanza: la fama di Zenta e delle altre vittorie contro il feroce Turco erano davvero merito esclusivo di Eugenio e delle sue truppe imperiali o sono da imputare anche agli errori tattici dei turchi sul campo di battaglia e al logoramento della loro forza militare. Forse la verità sta nel mezzo ma ciò non toglie, come ha scritto Joseph von Hammer, il principale studioso dell’Impero ottomano, che “la battaglia di Zenta diede all’impero asburgico la vittoria definitiva e determinò irrevocabilmente il declino di quello ottomano”. Ma la guerra del Prinz sabaudo e dell’imperatore Leopoldo I contro i turchi continuò, restava da riconquistare Belgrado, ancora in mano al sultano. L’11 settembre di tre secoli fa era stata vinta a Zenta una battaglia molto importante ma non definitiva perchè una parte dell’esercito turco era riuscito a mettersi in salvo. Il grande “scontro di civiltà” era destinato a non tramontare.

Filippo Re

 

Il tempo dei maggiolini

La  narrativa dell’autore intende dare voce soprattutto alla gente comune, a quel mondo piccolo ma non minore col quale lo scrittore di Omegna ha sempre amato convivere, assimilandone i problemi,  le speranze, le gioie e i dolori

“Il tempo dei maggiolini” è un  libro che contiene sedici racconti di Marco Travaglini (nella foto) , edito dalla torinese Impremix Edizioni Vislagrafika. Confesso che mi ha sempre attirato la  narrativa di Marco Travaglini perché  intesa a dare voce soprattutto alla gente comune, a quel mondo piccolo ma non minore col quale lo scrittore di Omegna ha sempre amato convivere, assimilandone i problemi,  le speranze, le gioie e i dolori. Una scrittura la sua che nasce dal cuore e arriva al cuore, che sa  cogliere con passione e slancio poetico   la vita delle strade, dei piccoli paesi del lago e della montagna, con attenzione particolare – è il caso di “Il tempo dei maggiolini” – al passato, ai giorni dell’ infanzia, della  giovinezza, a tempi meno facili ma più ricchi di semplicità, di saggezza antica, di rapporto umano. Erano gli anni delle case di ringhiera, dei grandi prati non ancora invasi dal cemento; delle quattro stagioni; delle primavere verdi  punteggiate di rondini e maggiolini; delle serate estive sfolgoranti di lucciole, sull’aia o davanti alla calma scura del lago ancora impregnato dei caldi profumi del giorno, delle creme solari.

Su questi sfondi, che Marco riprende con l’attenzione e la sensibilità dell’osservatore acuto, si intrecciano avvincenti storie di quotidianità, popolate da personaggi estrosi, a volte strambi e un po’ picareschi, ma sempre coinvolgenti perché pennellati con felice aderenza: il fiorista Arrigo Molinetti, patito del canto e di Jannacci, e il giardiniere Galaverna, che spopolano nelle balere  col complessino dei “Trambusti”, offrendo la loro arte in cambio di polli, conigli e tacchini arrosto; il Belletti, un po’ tocco,  imbattutosi in un cavallo parlante; il Secchi, che spaventa di sera le   donne dalle parti del cimitero; l’analfabeta Albertino, convinto che basti comprare gli occhiali per saper leggere; e decine di altre figure tipiche della vita povera e raccolta del tempo che fu. Su tutte la maestra Maria Scrivani la quale, a dispetto dei suoi 90 anni, ripercorre con straordinaria lucidità la sua carriera di insegnante a Omegna, ricostruendo l’atmosfera della vecchia scuola e della città con la precisione e l’acutezza del cronista  di vaglia.

Il ritratto del suo alunno Gianni Rodari,  “un bambino con lo sguardo serio ma con i pensieri allegri” è da antologia, così come quello di altre realtà omegnesi, fra le quali la storica ditta  Cardini, specializzata nella lavorazione delle lamiere metalliche, diventata famosa per la  pionieristica attività nel settore dei giocattoli di latta. “Papà, se tu comperi un giocattolo Cardini, il più bravo, il più studioso diverrò tra i bambini”, recitava una pubblicità sulle  pagine della Domenica del Corriere e del Corriere dei Piccoli.Il libro spazia sull’intera provincia del Verbano Cusio Ossola e si spinge oltre, sconfinando nel Novarese. Ricche di fascino la leggenda della pentola d’oro delle due Quarne, atavicamente divise da feroce rivalità, e la rievocazione delle tradizioni, degli usi e dei costumi walser della valle Formazza, mentre  la descrizione delle riprese di Una spina nel cuore, film tratto da un racconto di Piero Chiara, girato alla stazione di Omegna, e di I bei tempi di Villa Morini, “scandalosa” rievocazione delle case chiuse, che trasformò in un set da film “scollacciato” la tranquilla comunità di Brovello Carpugnino, è semplicemente esilarante.

Non poteva ovviamente mancare il lusciàt, mitico artigiano che girava l’Europa ad aggiustare e vendere parapioggia e parasoleArgante Delvivo, di Sovazza, assurse addirittura, per volontà nientemeno che della principessa Sissi, a  “ombrellaio fornitore ufficiale della Casa d’Asburgo”.  E ricco di mistero è Vincent, il pittore dei sogni e delle stelle, apparso all’improvviso sul lago sul finire dell’estate, tra un temporale e l’altro: “Allampanato, magro come un chiodo, il volto, incorniciato da una rada barba grigia,  era illuminato da due vivaci occhi neri che luccicavano al riparo delle folte sopracciglia”.E c’è tanto dell’altro.Un bel revival davvero, questa nuova raccolta di Travaglini, che la dolcezza della memoria e il profondo coinvolgimento emotivo dell’autore rendono  ancora più vero e palpitante. Un momento di ricordo e forse di rimpianto per chi vent’anni non ha più, una scoperta piacevole e frizzante per chi di quel passato ha percepito solo gli echi”.

 

Benito Mazzi  

Dal “Pierino” di Chiara al “paese dei mezaràt” di Dario Fo

Entrambi, oltre a narrare le gesta degli autori in tenera età, alquanto discoli e con l’argento vivo addosso, offrono uno spaccato straordinario su persone e luoghi che s’affacciano sul lago Maggiore

Costretto a stare in casa per qualche giorno ho approfittato dell’occasione per rileggere due libri divertenti: “Le avventure di Pierino “, di Piero Chiara, e “Il paese dei mezaràt”, di Dario Fo. Entrambi, oltre a narrare le gesta degli autori in tenera età, alquanto discoli e con l’argento vivo addosso, offrono uno spaccato straordinario su persone e luoghi che s’affacciano sul lago Maggiore. Nel primo, il protagonista che combina guai tra le bancarelle del mercato di Luino (a cui Pierino poteva partecipare per l’intera giornata perché “la direzione scolastica aveva stabilito la vacanza settimanale al mercoledì, invece che al giovedì come in tutt’Italia, forse più per comodo degli insegnanti che degli scolari” ) è proprio il piccolo Chiara. Pierino salta da un’avventura all’altra, pestifero e inarrestabile, un vero monello per le strade di Luino. Finché i grandi non si stancano della sua vivacità e lo mandano in collegio.

Ma lui è fatto così, vivace e furbo, allegro e goloso, e anche bugiardo, quando serve per salvarsi da una punizione. Pierino non si può fermare e in collegio impiega tutte le sue energie per fare ammattire i suoi pazienti professori. Ingegnoso come lo sono i bambini particolarmente svegli della sua età, Pierino ( due terze ripetute a suon di bigiate, pur essendo un rampollo di commercianti e quindi destinato agli studi) vive le sue avventure a Luino, la città sulla “sponda magra” del lago Maggiore dov’è nato “in remote stanze sopra i tetti” nella secentesca casa Zanella e che nel primissimo Novecento è un attivissimo crocevia commerciale tipico delle terre di frontiera. In un mercato in cui convergono venditori onesti e ciarlatani, bancarellai improvvisati e imbonitori, saltimbanchi da quattro soldi e commercianti cittadini con spazi affittati per tutto l’anno, va in scena una straordinaria commedia umana. Una curiosità: tra i tanti che affollano il mercato compare anche la figura del ricco formaggiaio Berlusconi, che si trova suo malgrado coinvolto in un lancio di forme di gorgonzola, taleggio e grana padano di cui aveva omaggiato tre sorelle zitelle divenute ladre per necessità.

Il libro si articola in due parti. Nella prima è il mercato stesso nella sua coralità di personaggi a riempire il palcoscenico, mentre nella seconda (Pierino non farne più!) il piccolo irrequieto ritorna a fagocitare la scena, combinandone davvero di tutti i colori, sino a finire in collegio dall’altra parte del lago, dai salesiani di Intra. All’anagrafe Piero Chiara era registrato proprio come Pierino e alcuni capitoli come “Non piangere Bertinotti”, “L’evaporazione delle angurie” o “Guerra e pace con i Formentini” sono davvero spassosi. Viceversa, ne “Il paese dei mezaràt“, Dario Fo racconta i luoghi, gli eventi e i personaggi leggendari che hanno segnato la sua infanzia ( e non solo). Prendendo le mosse dai luoghi natii ( San Giano, in provincia di Varese) e da quelli dove ha trascorso l’infanzia, Fo s’avventura nel turbine della memoria restituendoci le imprese del padre ferroviere, le visite in Lomellina al nonno Bristìn, indugiando su episodi di volta in volta teneri e drammatici fino al suo apprendistato all’Accademia di Brera di Milano, agli stratagemmi per campare, al dramma della guerra con il reclutamento forzato e, per finire, con un notevole salto temporale in avanti, i funerali di “Pà Fo”, figura centrale di questo “romanzo di formazione”.

Il titolo rimanda al dialetto  lombardo, soprattutto a quello in uso sul lago Maggiore, dove “mezaràt”significa mezzo-topo. Il paese dei mezaràt equivale al paese dei pipistrelli ed è riferito alla gente di Porto Valtravaglia che lavorava sopratutto di notte, perché erano soffiatori di vetro, pescatori e contrabbandieri. Porto Valtravaglia, dove il piccolo Fo cresce e va a scuola, era – secondo il grande attore – “un paese in cui i bar e le osterie non chiudevano mai, non avevano neanche le porte, non avevano un ingresso principale. Io sono cresciuto lì, in un paese dove c’erano persone che provenivano da tutta Europa, dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, perfino dall’Oriente, ognuno con una tecnica diversa di soffiatura del vetro“. In quella babele di lingue e dialetti si inserivano discorsi, dialoghi, favole, lazzi sarcastici e paradossali. È un mondo ormai scomparso, che non esiste più, che però per Dario Fo è stato fondamentale. La sua capacità di raccontare – si pensi all’uso di certe pause o dei gesti – proviene direttamente da quel mondo popolato da affabulatori straordinari.

E’ lo stesso Dario Fo a definire la sua infanzia “eccezionale”: “Ho avuto la possibilità di vivere un’infanzia sempre attorno al lago Maggiore, ma cambiando un paese dopo l’altro. Ho frequentato la terza elementare in tre posti diversi, la quarta in due scuole differenti. Poi sono andato a Luino per le scuole medie, a Milano per il liceo di Brera e infine all’Università. Quindi io, figlio di un ferroviere, ero sempre in viaggio. Questo naturalmente ha influito molto sul mio carattere. Credo di essere una persona generosa, ed ho imparato non solo da mia madre o da mio padre, ma anche dal clima che mi sono trovato intorno“. Il capitolo finale de “Il paese dei mezaràt“, racconta il funerale del padre, il quale prima di morire si era preoccupato di ingaggiare una banda che per tutto il tragitto da casa fino al cimitero suonasse le marce dei partigiani delle valli. “ Per ogni valle (sei o sette sul lago Maggiore), infatti, c’era un gruppo di partigiani che creava una propria canzone. Mentre si andava al funerale, tra le bandiere rosse, la gente, gli anarchici, iniziò un altro funerale, quello dello scrittore Piero Chiara, che aveva sempre avuto fama d’essere un gran mangiapreti. Per cui la gente si unì al corteo di mio padre pensando che fosse quello di Chiara. Poi quando è arrivato il feretro da Varese, nel luogo dell’appuntamento non c’era nessuno. Così tutti i giornali riportarono questo episodio“.

Marco Travaglini

Le Procope a Parigi, dove la storia si faceva a tavola

Sedersi ad un tavolo del più antico caffè parigino equivale a fare un viaggio nella storia oltre che assaporare i piatti della tradizionale cucina francese
Il Café Le Procope, al numero 13 di rue de l’Ancienne Comédie a Saint-Germain-des-Prés, è uno dei locali storici più noti della capitale francese e nel tempo si trasformato in un ristorante. La sua è una storia tanto affascinante quanto antica. Nel 1680  il locale, luogo di ritrovo per tutti coloro che gravitavano attorno al mondo dello spettacolo, si trovava di fronte al teatro della Comédie-Française. Rilevato nel 1686 dal cuoco e ristoratore siciliano Francesco Procopio Cutò ( o dei Coltelli), noto per essere l’inventore del gelato, conobbe un successo crescente e dovette trasferirsi  nell’attuale sede, più ampia e confortevole. Nelle sue sale si potevano gustare le “acque gelate” (le granite), gelati e sorbetti di frutta, vari dolci e creme come la “frangipane” a base di farina di mandorle.  Il signor Procopio aveva l’esclusiva di quelle prelibatezze grazie ad una patente reale concessagli da Luigi XIV. Così, puntando in modo incruento “alla gola” dei parigini, il locale diventò il più famoso ritrovo di tutta la “ville lumière”. Fa una certa impressione ordinare un café gourmand, pranzare o cenare nel luogo preferito dai più illustri personaggi della cultura e della politica d’oltralpe, uno dei primi se non proprio il primocafé letterario del mondo dove i grandi nomi del sapere discutevano animatamente i loro progetti bevendo una tazza di tè, assaporando un sorbetto o centellinando un cognac o un calvados. Lo frequentarono, tra le tante personalità, “mostri sacri” come Jean de La Fontaine, Voltaire, Napoleone Bonaparte, Honoré de Balzac, Victor Hugo, George Sand, Paul Verlaine e Anatole France, come ricorda una epigrafe sulla porta. La leggenda vuole che le idee illuministe di Diderot e d’Alembert presero forma tra i tavoli del Procope dove vennero scritti interi articoli della celebreEncyclopédie. Benjamin Franklin vi preparò il progetto di alleanza tra Luigi XVI e “la neonata repubblica americana” come si apprende da una targa commemorativa apposta nel locale. E’del tutto verosimile se non certo che durante la rivoluzione francese Robespierre,Danton e Marat vi si riunivano per prendere le decisioni più importanti. Capitando nel 6° arrondissement è difficile rinunciare alla tentazione di mettersi a tavola al Procope e gustare un menu “Philosophe” oppure assaggiare una “douzaine de gros escargots de Bourgogne”, una “onglet” o un “filet de bœuf”, oppure scegliere un “magret de canard”, accompagnando le carni con un rosso verre di Bourgogne o di Bordeaux. Ne vale la pena e chissà che non si venga sfiorati dal fantasma di qualcuno di quegli illustri clienti d’antan.
Marco Travaglini

Alla scoperta del castello del concerto di Ferragosto

A Valcasotto è  tutto pronto per la 40a edizione del Concerto di Ferragosto nel Castello Reale nel territorio di Garessio. Sarà un concerto inedito, come da tradizione con l’Orchestra Bartolomeo Bruni, ma solo con archi, arpa e percussioni. In tutto 31 elementi distanziati sul palco. Per la prima volta nella sua storia, il Concerto si tiene a porte chiuse. Nel cortile del castello ci saranno solo un centinaio di persone invitate.

LA CERTOSA DI CASOTTO – La posizione magnifica che la contraddistingue e lo scenario spettacolare che la avvolge, una bellissima e florida esibizione della natura, rende unico e prezioso questo luogo, monastero all’origine e successivamente trasformato in una romantica residenza appartenente alla dinastia dei Savoia

Abbandonata la vocazione venatoria, attualmente è una felice oasi naturale appartenente alla Valle Monregalese nella provincia di Cuneo, un bellissimo territorio decorato da laghi alpini, ricco di torrenti, fungaie e tartufaie naturali, sentieri panoramici e rifugi montani.Inserita da poco nel circuito turistico delle Residenze Sabaude, ma non ancora visitabile all’interno, la Certosa di Casotto fu fondata dai frati certosini intorno al 1170 ma non si hanno reali informazioni sul progetto iniziale della costruzione. Dedicata in origine alla preghiera e alla meditazione, distrutta e ricostruita più volte anche grazie ai progetti dell’architetto Bernardo A. Vittone, con l’invasione francese di fine ‘700 e con l’abolizione degli ordini religiosi, nel 1802 i frati dovettero infine lasciarla definitivamente. Si sa di certo che fu acquistata e riconvertita in dimora reale da Carlo Alberto di Savoia che ne fece una residenza estiva. Della nuova veste di fine ‘800 se ne occuparono architetti e pittori come Dionigi Faconti e Angelo Moja. La chiesa di certosina semplicità divenne la Cappella Regia più ricca e ricercata. Altre parti furono ricostruite, soprattutto gli ambienti a nord, dove lo stile Sabaudo è decisamente evidente. Attualmente La Certosa è sotto tutela dei Beni Culturali e Ambientali della Regione Piemonte.Forte è l’auspicio di vedere questo capolavoro e vanto piemontese aperto al pubblico, perché tutti possano ammirare il valore e la bellezza di un testimone che ha visto l’avvicendarsi di importanti eventi storici che hanno donato una traccia preziosa in mezzo ad una natura maestosa.

Maria La Barbera

Strozzapreti con granella di pistacchi

Un frutto prezioso dall’aroma e dal gusto unico, “l’oro verde di Sicilia”, cosi’ e’ denominato il pistacchio di Bronte protagonista della ricetta di questa settimana. Un primo piatto invitante e saporito dal giusto bilanciamento tra dolce e salato. Un risultato eccellente che saprà deliziare il vostro palato.

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Ingredienti

 

320gr. di pasta tipo strozzapreti

150gr. di pancetta a fiammifero

1 piccola cipolla bianca

½ spicchio di aglio

3 foglie di basilico

50gr. di grana grattugiato

100gr. di granella di pistacchio di Bronte

Olio evo q.b.

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Portare ad ebollizione l’acqua per la pasta con poco sale, nel frattempo soffriggere in poco olio la cipolla e l’aglio tritati, aggiungere la pancetta tagliata a fiammifero, lasciar rosolare bene poi, aggiungere meta’ granella di pistacchio, le foglie di basilico, il grana grattugiato ed un mestolino di acqua di cottura della pasta. Scolare la pasta al dente, saltare brevemente in padella e servire cosparsa con la rimanente granella di pistacchio.

 

Paperita Patty