redazione il torinese

I “chiodini” intelligenti della Quercetti

Ovviamente i giochi si sono evoluti, ma quel che conta e che fa la differenza è che l’impronta è la stessa data dal fondatore 67 anni fa. Giochi tradizionali, manuali, intelligenti

 

Caro Alessandro, i “plonini” hanno compiuto sessantacinque anni. Sette in più del tuo papà, più del doppio dei tuoi. Ma sono sempre quelli, di plastica colorata, che infilavi nei buchi per disegnare figure”. Così scriverei a mio figlio, in una ipotetica lettera, ricordando il tempo in cui giocava con i chiodini della Quercetti. Sì, erano quelli i “plonini” ( i bimbi tendono a reinventarsi i nomi; anche Snoopy era diventato “Stuyng” e i Puffi si erano ritrovati come d’incanto ad essere dei “fuppi” ) che nel 1950 uscirono dalla fabbrica torinese di Corso Vigevano,25. Esattamente 67 anni fa, Alessandro Quercetti, diede vita a uno fra gli esempi più longevi dell’industria del giocattolo in Italia. E, nonostante il paese sia cambiato dall’inizio del secondo dopoguerra e almeno tre generazioni di italiani hanno giocato con quei chiodini di plastica, sembra che per la “Quercetti & C.” il tempo si sia fermato. Certo, la fabbrica è più grande, moderna e tecnologica, ma il nome sulla porta è sempre lo stesso ed a  guidarla è sempre la stessa famiglia: Andrea, Alberto e Stefano Quercetti, i figli di Alessandro. L’azienda torinese rappresenta uno degli esempi più longevi dell’industria del giocattolo in Italia, un comparto che, nella maggior parte dei casi, ha dovuto arrendersi allo strapotere dei produttori asiatici.

Ovviamente i giochi si sono evoluti, ma quel che conta e che fa la differenza è che l’impronta è la stessa data dal fondatore. Giochi tradizionali, manuali, intelligenti. E il “pezzo forte” dell’azienda è sempre lui, il mitico “Chiodino“, intuizione straordinaria che ha reso il marchio “Quercetti” e i suoi giochi riconoscibili in tutto il mondo. La gamma dei giochi nel tempo è decuplicata, e sono cambiati materiali e tecnologie produttive: ai chiodini, si sono aggiunti biglie, costruzioni, aerei, magneti. Ma ogni pezzo viene realizzato ancora oggi in Italia, nello stabilimento di Torino, dove la Quercetti  può vantare di essere una delle pochissime realtà con un controllo diretto dell’intera filiera produttiva. Tutto il lavoro, a partire dalla progettazione del giocattolo fino al confezionamento del prodotto finito è interamente realizzato in Corso Vigevano. L’intero ciclo di produzione, dall’idea al prototipo, dallo sviluppo del prodotto alla costruzione degli  stampi, dallo stampaggio al confezionamento fino alla spedizione è svolto in Italia, sviluppando un indotto sul territorio. Così, nel tempo, la Quercetti  ha mantenuto la sua identità e non è mai scesa a compromessi. Perché per fare giocattoli, per essere in grado di offrire ai bambini una ricca gamma di esperienze, per realizzare un prodotto che non si limiti ad attrarre ma che stimoli l’intelligenza dei bambini. Rispettandola e coltivandola nel tempo, chiodino dopo chiodino.

Marco Travaglini

Cinghiale in salmì con polenta

/

 

Il cinghiale ha carne magra  dal sapore intenso che si abbina perfettamente con un piatto di polenta

 

 Un piatto rustico e saporito ottimo da gustare negli ultimi giorni freddi prima dell’arrivo della primavera. Il cinghiale ha carne magra  dal sapore intenso che si abbina perfettamente con un piatto di polenta. La carne ha bisogno di una lunga marinatura in un ottimo vino piemontese ed aromi per smorzare il retrogusto selvatico. I tempi sono un po’ lunghi ma il risultato ripaghera’.

***

Ingredienti per la marinatura:

1 cipolla, 1 carota, 1 costa di sedano, 5 bacche di ginepro, 2 chiodi di garofano, 2 foglie di alloro, 2 foglie di salvia,1 spicchio di aglio

vino rosso corposo q.b.,1 bicchierino di grappa, sale e pepe q.b.

 

Ingredienti per la polenta:

1 kg. di farina da polenta,2 cucchiai di sale, 2 litri di acqua

 

Ingredienti per lo spezzatino

1 kg. di polpa di cinghiale, le verdure della marinatura, vino rosso ½ litro, olio, farina bianca e sale q.b.

***

Tagliare la polpa di cinghiale a bocconcini e metterla a marinare con le verdure e le spezie coperta di vino e grappa per almeno 24 ore. Trascorso tale tempo, scolare la carne e le verdure dalla marinatura. In un tegame, preferibilmente di coccio, versare l’olio e fare rosolare le verdure scolate, aggiungere i bocconcini di carne precedentemente infarinati, lasciar insaporire, versare a poco a poco il vino nero, lasciar evaporare, abbassare la fiamma e lasciar cuocere sino a quando si sara’ formato un sughetto denso (minimo per 2 ore)

Preparare la polenta portando ad ebollizione l’acqua salata, versare a pioggia la farina evitando la formazione di grumi e lasciar cuocere 90 minuni.

Ed ora… tutti a tavola!

Paperita Patty    

Il delicato risotto ai carciofi e funghi

/

Poco calorici, saporiti e versatili, ricchi di ferro, hanno proprieta’ toniche e digestive ideali per il nostro organismo

Una ricetta delicata e raffinata con i carciofi che in questo periodo sono nel pieno del loro sapore. Molto amati in cucina, dal tipico sapore amarognolo, i carciofi sono ortaggi che si prestano a gustosi abbinamenti, poco calorici, saporiti e versatili, ricchi di ferro, hanno proprietà toniche e digestive ideali per il nostro organismo.

***

Ingredienti:

350gr. di riso per risotti

5 carciofi

15gr. di funghi porcini secchi

1 scalogno (o mezza cipolla)

1 spicchio di aglio

1 ciuffo di prezzemolo

1 bicchiere di vino bianco secco

Brodo vegetale q.b.

Olio evo, burro, sale q.b.

***

Pulire i carciofi, lavarli in acqua acidulata con gocce di limone, affettarli grossolanamente. Mettere i funghi secchi a rinvenire in una tazza di acqua calda.

In un largo tegame soffriggere lo scalogno e l’aglio con una noce di burro e due cucchiai di olio evo, versare il riso e lasciare tostare mescolando poi, sfumare con il vino bianco e lasciar evaporare. Unire i carciofi affettati, i funghi strizzati e tritati, salare e versare poco alla volta il brodo caldo sino ad ultimare la cottura. Spegnere la fiamma, mantecare con una noce di burro, cospargere di prezzemolo tritato e servire subito. Delizioso !

Paperita Patty

Il fascino dei Jukebox, costruiti a Torino

Tra i primi in Italia  a costruirli ci fu la Microtecnica di Torino, un’azienda con sede in piazza Arturo Graf, nei pressi  via Madama Cristina

Era un mercoledì, il 22 giugno del 1927. Un giorno apparentemente come tanti altri se non fosse che proprio quel mercoledì vennero messi in vendita i primi Jukebox. E fu una vera e propria rivoluzione per la musica. Bastava introdurre una moneta e girare una manovella per selezionare un disco tra quelli esposti in una vetrina rettangolare. Così funzionavano i fonografi a moneta, antesignani dei jukebox moderni, che furono messi in commercio per la prima volta dalla Ami, un’azienda già nota per la produzione di pianoforti a gettoni, la cui diffusione aveva aperto la strada ai mitici “contenitori armonici” (traduzione letterale del termine). Le prime versioni di jukebox erano in legno e contenevano 12 dischi a 78 giri. I prodotti Ami si affermarono soprattutto in Europa mentre negli Usa conquistarono il mercato marchi come Wurlitzer, Seeburg e Rock-Ola. Tra i primi in Italia  a costruirli – su licenza della Ami – ci fu la Microtecnica di Torino, un’azienda con sede in piazza Arturo Graf, nei pressi  via Madama Cristina, nel rione di San Salvario, specializzata nelle lavorazioni meccaniche di precisione. I cari, vecchi jukebox, hanno sempre esercitato un grande fascino, offrendo la colonna sonora per intere generazioni che si sono incrociate, magari nel lido di una spiaggia o in un bar di uno sperduto paesino. Del jukebox , i meno giovani, rammentano non solo i motivi delle canzoni ma anche il rumore del gettone o della moneta, il clank clank della meccanica che si muoveva per selezionare il disco, il fruscio dei 45 giri di vinile suonati decine di volte al giorno. In Italia il jukebox divenne celebre grazie al Festivalbar, trasmissione che premiava la canzone più “gettonata” nei jukebox di tutto il paese. Non si contano i film dove i  jukebox accompagnano le scene, come in Grease ma non vi è dubbio che una delle figure mitiche è stata quella di Arthur Fonzarelli, il “Fonzie” della  famosissima serie televisiva Happy Days, che faceva partire quello del ristorante diArnold’s con un pugno, ascoltando i successi di Elvis Presley. Poi, nel tempo,  sono venuti i mangiadischi (i giradischi portatili), le audio cassette da infilare nel registratore o nell’autoradio,  i cd dei Walkman  e infine i lettori Mp3 e chissà qual’altra diavoleria. Ma il jukebox rimane il jukebox. E niente e nessuno potrà prenderne il posto nella storia.

 

Marco Travaglini

“L’accordatore”, un racconto di Piero Chiara su Tallone a Orta

A Orta, una mattina d’autunno di alcuni anni or sono, di domenica, mentre stavo sotto gli ippocastani già rossi della piazza a guardare il lago e l’isola di San Giulio, vidi scendere, da due automobili giunte a motore spento, un gruppo di sei persone: due donne e quattro uomini, uno dei quali si staccò subito dal gruppo e apparve come colui per il quale tutti gli altri esistevano.

Era un vecchietto, chiuso in un pastrano scuro, con un cappello nero in testa, una sciarpa al collo e ai piedi un paio di scarpe di tela bianca.

Era, come mi sussurrò un barcaiolo, il famoso accordatore Cesare Tallone, che andava a passare la domenica sull’isola di San Giulio”. Così scriveva Piero Chiara nel breve racconto “L’accordatore”, rammentando l’incontro con il maestro Cesare Tallone, detto Cesarino per distinguerlo dal padre pittore. Pubblicato da Biblohaus, a cura di Federico Roncoroni,  con due scritti di Enrico Tallone e Massimo Gatta oltre ad alcune belle foto d’epoca, il racconto “L’accordatore”, come è tipico della narrativa di Piero Chiara, nasce da un fatto di cui è stato testimone con , sullo sfondo, il luogo dell’incontro: l’arrivo di Tallone ad Orta, dove possedeva una dimora sull’isola di San Giulio. Un racconto velato dal mistero, avvolto in quelle nebbie che spesso si trovano tra autunno e inverno sulle acque calme del più romantico dei laghi italiani, meta ideale di artisti e scrittori. Una storia che parla di una straordinaria famiglia – quella dei Tallone – di editori e stampatori, poeti e pittori, architetti e costruttori di pianoforti. Un interessante saggio di Roncoroni aiuta a comprendere il contesto nel quale si colloca il racconto dello scrittore di Luino, mentre  le pagine manoscritte restituiscono la prova più genuina del lavoro di Chiara.

Cesare Augusto (“Cesarino”) Tallone, figlio del pittore Cesare e fratello dell’editore Alberto,  apprese il mestiere di liutaio nella fabbrica Fip di Alpignano e poi alla Zari di Bovisio, di cui fu giovanissimo direttore. Gabriele d’Annunzio lo definì “artefice in costruzioni sonore” ed egli divenne accordatore ufficiale del Vittoriale. Perfezionatosi in Germania, negli anni cinquanta iniziò la costruzione dei pianoforti “Tallone” giungendo, dopo dieci anni di studi e sperimentazioni, a produrre il primo pianoforte italiano gran coda da concerto. Grazie al suo infallibile orecchio, la spiccata sensibilità musicale e la perfetta conoscenza dello strumento, fu stimato, fra gli altri, da Ludwig Hofmann, Arturo Toscanini e Arturo Benedetti Michelangeli, che lo volle con sé come tecnico accordatore durante le sue lunghe tournée internazionali. “L’accordatore” è un ulteriore prova dell’impareggiabile istinto e talento narrativo di Piero Chiara, uno degli autori più prolifici e più fortunati della  seconda metà del Novecento.

Marco Travaglini

Susanna: l’importanza di chiamarsi Agnelli

Torino e le sue donne

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

.

3. Susanna: l’importanza di chiamarsi Agnelli

Difficile, se non impossibile, parlare di Torino e non della Fiat.  La vicenda della Fiat inizia l’11 luglio 1899, quando viene fondata la Società Anonima Fabbrica Italiana di Automobili-Torino su iniziativa del Cavalier Giovanni Agnelli. Passa davvero poco tempo e la ragione sociale diventa Fabbrica Italiana Automobili Torino, FIAT, (fortunato acronimo che in latino significa “che sia!”). Il primo stabilimento viene inaugurato nel 1900, nei primi anni la produzione è di poco più di venti automobili all’anno realizzate da circa una trentina di operai, nel 1903 arriva la quotazione in Borsa e inizia la grandezza della storia di una delle industrie più conosciute al mondo. Con il trascorrere del tempo la produzione aumenta, così come le esportazioni all’estero che arrivano fino in Australia e in America. Nel 1926 si avvia la costruzione della fabbrica del Lingotto e si fanno i primi passi verso la produzione di massa. Nel 1930 nasce la Littorina, la prima automotrice di tutto il mondo, nel 1937  viene inaugurato lo stabilimento Mirafiori. Nel 1943 Agnelli si ritira dall’azienda e suo nipote Gianni entra nel Consiglio di Amministrazione. Dopo la crisi della Seconda Guerra Mondiale il gruppo è protagonista del miracolo economico italiano con ben più di quattrocentomila macchine prodotte ogni anno. Nel 1955 viene lanciata la “600”, dopo due anni l’iconica “500”, a cui seguono la “850”, la “124” e la “128”. Negli anni Settanta la società viene convertita in “holding”. Il “boom economico” arriva negli anni Ottanta, segnato dalla mitica “Panda” e da altri successi come la “Uno” e la “Tipo”. Nel 1993 la FIAT accoglie il gruppo Maserati. Altri anni difficili arrivano con il Duemila, quando la crisi si fa sentire di nuovo dopo decenni. Viene avviata l’alleanza con la General Motors che però si conclude dopo poco, Con le morti di Gianni e di Umberto la situazione si complica ulteriormente. Il presidente diventa Luca Cordero di Montezemolo con Sergio Marchionne come Amministratore Delegato. È proprio quest’ultimo a seguire di persona l’accordo con Chrysler, (FCA, Fiat Chrysler Automobiles, nasce il 29 gennaio 2014). Lo stesso Montezemolo viene sostituito da John Elkann. Alla FIAT è legato un altro primato torinese, quello di Ernestina Prola, la prima donna patentata, nel 1907. La più grande industria d’automobili d’Italia segna il destino anche di un’altra donna, quello di Susanna, la quale da subito è conscia del fatto che non potrà mai trovarsi ai vertici della fabbrica del nonno. La chiave dell’esistenza di Susanna è anche legata all’affermazione che le rivolse l’austera istitutrice Miss Parker: “Non dimenticare di essere una Agnelli”, parole che le rammentano costantemente di far parte di una famiglia che decide le sorti di ogni suo componente, esattamente come una dinastia reale.  Susanna Agnelli nasce a Torino il 24 aprile del 1922, da Edoardo Agnelli e Virginia Bourbon del Monte. È la terza di sette figli; insieme ai fratelli Umberto e Gianni, Susanna è stata una esponente di spicco della famiglia torinese proprietaria della FIAT. A vent’anni, durante la Seconda Guerra Mondiale entra nella Croce Rossa per portare il suo aiuto sulle navi che trasportano soldati feriti. Alla fine della guerra sposa il Conte Urbano Rattazida cui avrà sei figli, l’amore però non dura e la coppia divorzia nel 1975 dopo aver vissuto per diverso tempo in Argentina. Dal 1974 al 1984 Susanna si dedica alla politica, diventando sindaco del comune di Monte Argentario (Grosseto). Nel 1976 viene eletta deputato e nel 1983 Senatore nelle liste del partito Repubblicano italiano. Durante la sua carriera politica parlamentare ha ricoperto la carriera di Sottosegretario agli Esteri dal 1983 al 1991 sotto varie Presidenze del Consiglio. Ricopre, inoltre, il ruolo di Ministro degli Esteri (prima e unica donna nella storia italiana ad accedere al Dicastero della Farnesina), durante il governo guidato da Lamberto Dini tra il 1995 1996. Susanna è già laureata in lettere ma nel 1984 riceve una seconda laurea honoris causa in Legge dalla Mount Holyoke University del Massachusetts USA. Nel 1979 viene eletta alle elezioni europee per le liste del PRI, in ambito comunitario è  membro della Commissione per le Relazioni Economiche Esterne. Aderisce al gruppo parlamentare liberal-democratico, rimanendo in carica fino all’ ottobre 1981. Negli anni Settanta è presidente del WWF, negli anni Ottanta è l’unico membro italiano all’ ONU della “Commissione Mondiale per l’ambiente e lo sviluppo” (rapporto Brundtland). Autrice di diversi libri come sc
rittrice e memorialista, tra le pubblicazioni particolarmente importante è la sua autobiografia intitolata “
Vestivamo alla marinara”, testo divenuto un best seller in Italia e all’estero. Il libro racconta della sua infanzia e della sua giovinezza, dalla nascita a Torino fino al matrimonio con Rattazzinel ’45, sono ventitré anni particolari, che coincidono con l’ascesa e la caduta di Mossolini. Cura l’edizione Cesare Garboni, che definisce il lavoro: “la storia di una ragazza e del suo nome”.  Per diversi anni Susanna continua a seguire una rubrica di posta intitolata “Risposte private” sul settimanale Oggi, ed è nominata Presidente del Comitato Direttivo di Telethon onlus sin dai primi anni Novanta, quando la maratona benefica è arrivata in Italia. Nel 1997 fa nascere la fondazione “Il Faro”, organizzazione che ha l’obbiettivo di insegnare un mestiere a giovani italiani e stranieri in difficoltà, consentendo loro di acquisire capacità professionali spendibili sul mercato. Susanna muore a Roma all’età di 87 anni, il 15 maggio 2009, all’ospedale Gemelli, dopo il ricovero per i postumi di un intervento traumatologico subito qualche settimana prima.  Di lei raccontano Thea Scognamiglio, sua nipote, Carlo Scognamiglio, presidente del Senato tra il 1994 e il 1996, Giorgio La Malfa, segretario del Partito Repubblicano dal 1987 al 2001, Ilaria Borletti Buitoni, sua amica dai tempi della prima campagna elettorale del 1976, già Sottosegretario al Ministero dei Beni Artistici e Culturali, Pasquale Terracciano, ambasciatore d’Italia per il Regno Unito, suo stretto collaboratore alla Farnesina, e molti altri. Di lei ha scritto il giornalista Enzo Biagi: “E’ una donna coraggiosa che ha soprattutto un merito, la sincerità”.

 

Alessia Cagnotto

Le città più colorate

Allegre, eccentriche e piene di personalità

Colori, contrasti, allegria e creatività, diverse sono le città in Europa e nel mondo che si contraddistinguono per le tinte forti ed esuberanti, per il carattere energico e accattivante. Tra le più variopinte spiccano Citta del Capo, in Sud Africa, con il suo quartiere multiculturale Kaap Boo dove casette basse di tutti i colori caratterizzano il panorama urbano spesso utilizzato anche come set fotografico e cinematografico. Breslavia, in Polonia, un’altra città multicolor, soprattutto la piazza centrale del mercato, Rynec, deliziata da decine di palazzi di varie tinte da dove partono graziosissime stradine piene di locali e di vita. Longyearby, piccolissima cittadina Norvegese e centro abitato più a nord del mondo, è molto apprezzata per i colori delle sue pittoresche villette a schiera che hanno come sfondo un magnifico scenario glaciale. E’ il posto ideale dove osservare l’aurora boreale e il più natalizio del mondo considerato che qui si trova la casa di Babbo Natale con la sua gettonatissima buca delle lettere. Buenos Aires, famosissima capitale Argentina, con il suo quartiere la Boca, considerato un museo open air, la via degli artisti con i suoi conventillos, piccolissime case in legno, decorata allegramente, unicamente creativa e dalla storia singolare. Sembra infatti che in passato gli abitanti di questo quartiere, non avendo abbastanza denaro per acquistare un colore unico per le pareti esterne delle case, abbiano chiesto aiuto in giro ottenendo tinte diverse che hanno dato vita a questo originale posto dal gusto un po’ retrò. Poi ancora St. John’s, in Canada, dove le graziose palazzine policrome vengono paragonate alle caramelle gommose Jellybean, Stoccolma con un centro storico antico e coloratissimo, Jodhpur, in India, con i suoi quartieri blu, il colore che un tempo contraddistingueva la casta dei Brahmini, e ancora Santorini, Reykjavík, Galway, Lisbona e Porto. In Italia ne abbiamo moltissime, romantiche, poetiche e festose. Burano è considerata la più variopinta, con i sui deliziosi nidi che si affacciano sui canali, gialli, verdi, viola, azzurri e fucsia. Il paesaggio è spensierato, magnetico e quasi candito , la più famosa e visitata è Casa deo Bepi suà. Le Cinque Terre, in Liguria, ci regalano sfumature radiose e brillanti con Vernazza, Monterosso, Manarola, Corniglia e Riomaggiore, la più cromatica. Procida, incantevole isola del Golfo di Napoli, protagonista e fonte di ispirazione di artisti e scrittori, luogo di magia dove il tempo sembra felicemente immobile. E poi ancora Vipiteno, in Trentino alto Adige, sito fiabesco eletto tra i borghi più belli d’Italia, le intramontabili e uniche Napoli, Positano e Portofino, la adorabile e garbata Comacchio.

Maria La Barbera

Il bacio nell’arte, romanticismo e passione

“Il bacio è immortale. Viaggia da un labbro all’altro, da secolo a secolo, di età in età” diceva Guy de Maupassant, da tela a tela potremmo aggiungere, per mano di quegli artisti che hanno voluto ritrarre la magia, la passione e l’incanto del gesto più romantico di sempre. Nella vita di ognuno di noi il bacio rappresenta il suggello di una passione desiderata, di un amore sognato e sofferto, il momento in cui tutto si avvera e la storia ha inizio. Nei musei di tutto il mondo possiamo ammirare opere d’arte famose che raccontano il bacio attraverso immagini e forme, colori e ombre facendoci rivivere così le emozioni   degli innamorati ritratti, degli amanti dipinti, dei corpi raffigurati che si sfiorano appena. Tra i più famosi Il Bacio di Gustav Klimt, dipinto nel 1907 ed esposto a Vienna presso l’Osterreichische Galerie. Colori, mosaici, fiori e il corpo dei due amanti diventano una cosa unica, una fusione multicromatica. Gli Amanti di Magritte, dipinto nel 1928, è stato realizzato in duplice copia, uno si può contemplare alla National Gallery of  Australia e l’altro al MOMA di New York. Quest’opera parla di amore fisico puro, il panno bianco sui volti racconta di un amore a cui non servono molte parole, ma paventa, allo stesso tempo, la mancanza di comunicazione nella coppia. L’autore esprime   un interesse in ciò che è nascosto, ciò che il visibile non ci mostra. Francesco Hayez ha dipinto probabilmente, nel 1859, il quadro più famoso dedicato al bacio. Esposto a Milano alla Pinacoteca Brera, fu il simbolo del romanticismo nell’800. Morbido e teneramente appassionato, racchiude l’attimo di una effusione lieta ma anche di sofferenza per un imminente distacco, l’uomo ha un piede sul gradino, sta per andare via. Il Compleanno di Marc Chagall, dipinto nel 1915, racconta un gesto di quotidianità allegra e festosa di due giovani che festeggiano il compleanno di lei. Un mazzo di fiori, due corpi che lievitano, un bacio, la sorpresa ma anche la normalità, romantica e lieve. Il quadro è a New York al Museum of Modern Art. Due ragazzi che si baciano, una storia tragica, un amore contrastato, due famosi protagonisti: Romeo e Giulietta sono ritratti invece, nel 1844, da Sir Francis Bernard Dicksee. L’autore invita all’armonia e alle cose che ci fanno stare bene, l’amore è una di queste. Al National Museet for Kunst di Oslo troviamo l’opera di Munch Il Bacio con la Finestra, del 1892. I corpi sono fusi ma non c’è tenerezza né gioia, si esprime forte il dubbio tra il desiderio di amare e la paura dell’amore. Come non citare inoltre i famosi Ettore e Andromaca di De Chirico , la passione cubista nel Bacio di Picasso, Bacio a Venezia di Depero, A letto di Toulouse-Lautrec e inoltre le bellissime sculture di Canova Amore e Psiche e Il Bacio di Rodin.

Maria La Barbera

 

Lo Zanzi e il Binda. Le storie su due ruote di Piero Chiara

“Il ciclismo è la sagra degli umili, se non dei poveri, l’unica possibilità di trionfo per i giovani di paese” . E’ così che viene definito il ciclismo in uno dei sei racconti di Piero Chiara, raccolti nel libro “Lo Zanzi, il Binda e altre storie su due ruote. Scritti sul ciclismo 1969-1985”, pubblicato da Nomos Edizioni. L’agile libro, introdotto da Alberto Brambilla ( “Inseguendo Binda sulla strada di Zenna” ),  offre una breve ma intensa miscellanea dei lavori sul ciclismo dello scrittore luinese, che visse in prima persona la singolare esperienza di commentatore televisivo al Giro d’Italia del 1968. Nel libro la scelta è caduta sui testi più interessanti e curiosi, alcuni dei quali dedicati alla nascita del ciclismo e al fascino senza tempo del Giro d’Italia, la corsa su due ruote che – al seguito della “maglia rosa”  – coinvolge e appassiona larghe masse di tifosi di questo sport duro e faticoso. Con l’arcinota ironia, Chiara – tra l’altro – si chiede come “sia potuta sfuggire l’invenzione della bicicletta a Leonardo da Vinci”, cosa che si può spiegare soltanto “col carattere aristocratico dell’ingegno leonardesco, inteso alla costruzione delle grandi macchine… l’idea di un mezzo di spostamento veloce per lavoratori, contadini, fattorini e altra minuta gente, non allettò il suo cervello”.  Non lo si spiega altrimenti, visto che per il noto veicolo azionato dalla forza muscolare delle gambe si dovette attendere il 1817, anno in cui un inventore tedesco di Karlsruhe, Karl Drais,costruì il prototipo della sua laufmachine (macchina da corsa) , la Draisina ( come la ribattezzò la stampa dell’epoca, in onore del suo inventore), dalla quale derivò l’attuale bicicletta. Nelle storie di Chiara compaiono i grandi campioni del passato, da Alfredo Binda a Felice Gimondi, e anche personaggi minori ma non meno privi di fascino, come il gregario varesino Augusto Zanzi (detto “Stravaca” per la scomposta posizione in sella) che partecipò al Giro nei primi anni ’30. E’ un ciclismo epico, quello descritto, nazionalpopolare quanto il calcio al punto da  spartire col pallone tifosi e titoli, chiacchiere da bar e prime pagine. Un ciclismo dove gli sforzi e le pedalate su strade polverose e impervie finivano sulle cronache per le vittorie e i drammi, non  certo per il doping. Sul tema, in un passaggio d’intervista ad Alfredo Binda, cinque volte campione d’Italia e tre del mondo, emerge la natura “nostrana” del doping utilizzato dal ciclista di Cittiglio: le uova sodee sgusciate, “da poterle mangiare in due bocconi”. “ Era – diceva Binda – la droga di quei tempi- . – Ma il fegato? – gli domandarono. – La fatica mi volatizzava le uova una dopo l’altra, prima ancora che arrivassero al fegato”. E anche alla fine della carriera, quando arriva per i campioni e per i gregari l’ora d’appendere la bicicletta al chiodo, Piero Chiara si pose l’interessante quesito di come finisse “la gloria”. Infatti, che fine fa un campione dopo essersi ritirato dalle corse professionistiche? “Pensai allo Zanzi che si era fatto il negozio di biciclette e motorini, a Binda che aveva allevato conigli d’Angora, a Bartali che aveva dato il nome prima a una marca di lamette da barba e poi a una qualità di Chianti”.Figlio di quella terra lombarda che va da Laveno a Luino, nota come “sponda magra” del lago Maggiore, contrapposta alla “sponda grassa” piemontese, Piero Chiara si è sempre mostrato osservatore attento e appassionato alle pieghe e ai risvolti della società italiana. E quindi anche del ciclismo come fenomeno popolare e di massa. Un libro interessante e bello, “Lo Zanzi, il Binda e altre storie su due ruote”,  dove diventano protagonisti anche i gregari, quelli ignoti – come scrisse Dino Buzzati – “il cui nome mai è stato scritto dai bambini col gesso bianco, né per abbasso né per via, sui muri della periferia”. Un ciclismo d’antan, con tutte le miserie e l’umanità di uno sport dove la regola d’una volta era “acqua in bocca e pedalare”.

Marco Travaglini 

 

 

 

Il “torinese” comandante Mark e i Lupi dell’Ontario

Le avventure, narrate nell’omonimo fumetto, sono nate più di cinquant’anni fa – nel 1966 – ad opera di un trio di autori torinesi che si facevano chiamare “EsseGesse”, già autori di personaggi famosi nel mondo dei fumetti come Il grande BlekCapitan MikiKinowa Alan Mistero

L’incubo dei soldati inglesi è un fortino su un isolotto, difeso dalle acque del lago Ontario. Lì vivono i Lupi dell’Ontario e il loro leggendario capo, il Comandante Mark. Le sue avventure, narrate nell’omonimo fumetto, sono nate più di cinquant’anni fa – nel 1966 – ad opera di un trio di autori torinesi. I tre ,che si facevano chiamare “EsseGesse”, erano Pietro Sartoris, Dario Guzzon e Giovanni Sinchetto, già autori di personaggi famosi nel mondo dei fumetti come Il grande BlekCapitan MikiKinowa Alan Mistero. Le avventure del Comandante Mark si svolgono in meno di un decennio, tra il 1773 e il 1781, nella zona del lago Ontario, al confine tra il Canada e quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America, durante la Guerra di indipendenza americana. Mark è un comandante dei Lupi dell’Ontario, un gruppo di patrioti volontari che combatte contro le Giubbe rosse di Re Giorgio III d’Inghilterra. Rimasto orfano da bambino, Mark  –  cresciuto col padre adottivo in un villaggio di pellerossa –  abbraccia la causa dei patrioti americani quando scopre che suo padre, un capo dei “Figli della Liberta”, è stato impiccato dalle Giubbe Rosse. Quì irrompe la storia vera, poiché  Sons of Liberty ( i Figli della Libertà) erano i membri di una società segreta che si poneva l’obiettivo di combattere la madrepatria, dato che questa imponeva pesanti dazi sulla colonia d’oltremare, dallo zucchero alla stampa. Tra le loro azioni più clamorose ci fu quella al porto di Boston, quando alcuni di questi patrioti, travestiti da pellerossa, attaccarono una nave carica di tè , gettarono a mare l’intero prezioso carico. A dividere le peripezie con il Comandante ci sono diversi personaggi come il calvo e coraggioso Mister Bluff, con il volto incorniciato da una folta barba ispida, ex corsaro ed ex compagno di lotta del padre di Mark o El Gancho (un rude marinaio con un uncino alla mano destra). Discorso a parte merita Gufo Triste, capo indiano con l’indole del menagramo, sempre pronto a dispensare le massime del suo trisnonno stregone,  improntate al pessimismo e profetizzanti sciagure e guai. Da Gufo Triste e da Flok, il cane pelle, ossa e peli di Mister Bluff, nascono le migliori scenette della serie, essendo l’obiettivo preferito di questo cane ossuto  il sedere da addentare del capo delle tribù dei Grandi Laghi che, a sua volta, non perde occasione per rendere pan per focaccia al povero cane, tendendogli i più strampalati trabocchetti. Ciò non toglie che i due, al momento  opportuno, quando si tratta di combattere contro le odiate Giubbe Rosse inglesi, sfoderano un grandissimo coraggio. Infine, Betty: biondina dal viso acqua e sapone che incarna l’eterna fidanzata dei personaggi dei fumetti e, in questo caso, del Comandante Mark del quale è gelosissima. Fra i “cattivi” inglesi, il più delle volte sbaragliati dai Lupi dell’Ontario, un cenno va dedicato al crudele e spietato colonnello Sparrow e al maggiore Stoddard.  Nelle tavole che narrano le avventure dei nostri eroi non mancano i pirati, i contrabbandieri della peggior specie e gli indiani corrotti dall’acqua di fuoco,orribile intruglio dove al pessimo whisky si mescolavano gli ingredienti più disparati e nocivi. Le avventure del Comandante Mark sono state pubblicate nei 281 numeri della Nuova Collana Araldo, caratterizzandosi rispetto alle altre ( come ad esempio quelle di Tex o di Zagor) , per gli episodi sempre autoconclusivi e raramente a puntate. Storie a fumetti che, oltre tutto, si racchiudevano in 64 pagine rispetto alle 98 dello standard bonelliano, dedicando le restanti pagine ad altri personaggi della Essegesse come i già citati Alan Mistero e Il Grande Blek, oppure Kerry il Trapper. La ragione del successo di questa serie a fumetti è racchiusa  nella caratterizzazione dei personaggi. Il comandante Mark è il prototipo dell’eroe senza macchia e senza paura che lotta per gli ideali di libertà. E’ bello, giovane, aitante ed elegante, con la sua giubba e il berretto di castoro, oltre ad essere abilissimo nella scherma e dotato di una mira infallibile.La serie iniziata nel settembre del 1966 terminò nel gennaio del 1990 con il numero 281 ( “L’ultima vittoria” ) nel quale Mark e Betty si sposano e gli americani – guidati da  George Washington –  vincono sugli inglesi, ottenendo l’indipendenza dalla corona. Le avventure del Comandante Mark e dei suoi “lupi”,  per quanto agli occhi dei più critici possano apparire scontate, sono riuscite a mantenere il loro fascino proprio per essere fuori dal tempo e immutate negli anni. Ed è per questo che, leggendole ancora oggi, riescono a suscitare ancora delle piacevoli emozioni.

Marco Travaglini