redazione il torinese

Tagliata di manzo sfiziosa con verdure grigliate

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Deve il suo nome al taglio che si pratica a fine preparazione; viene servita tagliata a fettine dal cuore rosa nappate con il fondo di cottura

La tagliata di manzo e’ un piatto semplice, delizioso, succulento e appagante. Si ottiene con una rapida cottura della carne. Deve il suo nome al taglio che si pratica a fine preparazione; viene servita tagliata a fettine dal cuore rosa nappate con il fondo di cottura.

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Ingredienti:

600gr. di sottofiletto di manzo spesso 5 cm. (pezzo intero)

3 zucchine

1 melanzana

1 cespo di radicchio di Treviso

sale, pepe, olio evo, prezzemolo q.b.

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Togliere la carne dal frigo almeno un’ora prima della cottura. Affettare le verdure e grigliarle. A fine cottura condire con olio, sale, pepe e prezzemolo.  Procedere con la cottura della carne. Scaldare molto bene la bistecchiera, a fuoco vivace, cuocere la carne su ogni lato per circa cinque minuti in modo che si formi una bella crosticina e l’interno rimanga al sangue. Lasciar riposare due minuti, tagliare a fettine sottili, condire con sale, pepe e olio evo. Servire su un tagliere accompagnato dalle verdure grigliate. Gustatela appena pronta.

 

Paperita Patty

 

40 anni dopo. Il rogo del Cinema Statuto tra misteri, legge e fatalità

Accadde oggi / Era il 13 febbraio del 1983, giorno buio per la città di Torino. Una tipica domenica pomeriggio d’inverno, fuori la neve alta ricopriva le strade e la città un po’ dormiva e un po’ festeggiava il carnevale. Tutti i torinesi conoscono i fatti di quel giorno, ne abbracciano ancora lo sgomento. Sessantaquattro persone morte in pochi istanti di terrore

 Al cinema si proiettava un film comico: La Capra con Gérard Depardieu, ma dopo pochi minuti dall’inizio non si rise più. Un corto circuito provocò delle scintille che diedero fuoco ad una tenda, quella che separava il corridoio di destra dal quale si accedeva in platea che, cadendo, diede fuoco alle sedie adiacenti. Tanto fumo, tanto buio.

Le persone urlavano, cercavano di scappare. Erano circa 100 gli spettatori presenti quella sera al Cinema Statuto, in via Cibrario. Nonostante una delle vie d’uscita principali fosse invasa dalle fiamme, alcuni di loro riuscirono a mettersi in salvo recandosi alle varie uscite di emergenza, ma le trovarono quasi tutte chiuse. Cinque uscite su sei erano chiuse a chiave per evitare l’ingresso di persone senza biglietto dall’esterno. Le mani battenti sulle porte risuonano ancora. Il gestore, nell’atrio della biglietteria, sentì quelle mani che, freneticamente, sferravano colpi, ma decise di non accendere la luce per evitare il panico. Decisione fatale. Il buio, il fuoco, le porte bloccate e, sullo schermo, ancora il film. Intanto le persone in galleria, non si accorsero di nulla se non quando ormai era troppo tardi. Morirono tutti; molti corpi furono ritrovati ancora seduti, due fidanzati di vent’anni abbracciati, molti ammassati nei bagni, nel tentativo di ripararsi dalle fiamme. In galleria non si vide il fuoco, arrivò solo il fumo, quello tossico, quello assassino.

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La combustione dei vari materiali usati per l’arredamento e quella del tessuto che ricopriva le poltrone emanò ossido di carbonio e acido cianidrico. La galleria si trasformò in una camera a gas e bastarono meno di tre minuti per far spegnere tutte quelle vite. Un mese prima, raccontò Raimondo Capella, proprietario del cinema, erano stati fatti tutti i controlli necessari per rendere “sicuro” quel posto. Era stato, infatti, ristrutturato da poco e i lavori erano stati diretti dal geometra Amos Donisotti, che aveva già curato la ristrutturazione di molti cinema.

Ai controlli effettuati da una Commissione di esperti, non fu riscontrata nessuna anomalia: il cinema era, sotto ogni aspetto, a norma di legge e fu rilasciata una regolare certificazione che attestava la totale sicurezza del luogo. Ma dopo questo nefasto evento ci si rese conto che la legge stessa era sbagliata. I maniglioni antipanico già esistevano, ma non erano obbligatori. La norma che sanciva la presenza di uscite di sicurezza nei luoghi pubblici affermava solo che esse dovevano essere nella condizione di poter essere aperte, il ché non escludeva la chiusura a chiave della porta perché avendo la chiave è possibile comunque aprirla. Da quel momento in poi cambiò radicalmente l’idea di sicurezza e l’Italia intera cominciò un’opera di risanazione dei luoghi pubblici. Ovviamente sempre dopo una tragedia. Ma cosa scatenò l’incendio quel triste pomeriggio? Le indagini intraprese dagli inquirenti si diressero su vari fronti.

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Fu un processo difficile. Furono condannati definitivamente 6 persone degli 11 imputati, tra cui il proprietario (una condanna a 8 anni, ridotta poi a due), il geometra, il tappezziere e una maschera. Il reato: omicidio colposo plurimo. Quanta reale responsabilità ci sia poi dietro questa tragedia è tutta da vedersi. Se esperti ingegneri, geometri, elettricisti avevano certificato la “sicurezza” di quel posto, non so quanta colpa attribuirei al proprietario, uomo semplice e morto, qualche anno fa, mangiato dalla colpa. Quell’evento ha cambiato l’idea di sicurezza nei luoghi pubblici, è vero, ma una cosa che ancora oggi nei vari corsi sulla sicurezza che si propongono a dipendenti pubblici e privati( e che, diciamocela tutta, il più delle volte annoiano) non si affronta quasi mai è la gestione del panico, la capacità delle persone di fronteggiare le situazioni di emergenza. Le nozioni tecniche aiutano fino ad un certo punto. Il temperamento personale e la capacità di reagire alle situazioni di pericolo in modo ottimale fa il resto. Raimondo Capella è stato assolutamente incapace di fronteggiare una situazione di emergenza. Non era in grado, non era stato formato per questo. E probabilmente questa è stata la causa principale di tutte quelle morti. Ma siamo sicuri che, però, il cortocircuito sia stato accidentale? L’impianto elettrico era a norma, ogni filo completamente rivestito. Fuori nevicava, è probabile ci sia stata un’infiltrazione d’acqua che l’abbia causato. Ma perché gli investigatori per molto tempo non abbandonarono l’idea che fu un piromane? Nel giugno del 1982 ben tre cinema torinesi erano stati incendiati dolosamente. Non fu mai trovato nessun collegamento con l’incendio del Cinema Statuto. C’è un’altra cosa che non torna in tutta questa vicenda. In riferimento all’ interrogatorio sostenuto durante le indagini, l’ex proprietario dirà in un’intervista al giornale la Repubblica, testuali parole «In questura le domande me le faceva la dottoressa De Martino. Ma alle sue spalle c´era il procuratore capo Bruno Caccia. Quando raccontai di quell´ispezione, fu proprio Caccia ad ordinare l´immediato sequestro del rapporto. Andarono in Prefettura. Ricordo ancora le sue parole precise: “E´ andata bene che siamo andati subito – disse – il fascicolo era già fuori posto”. Qualcuno voleva farlo sparire».

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Quell’ispezione a cui si riferisce l’uomo è appunto quella effettuata dagli esperti un mese prima dell’incendio. Era il 1983. Erano gli anni di piombo. Gli anni del terrorismo e della corruzione. Gli anni in cui la legalità era ancora un’utopia di pochi magistrati che combattevano per essa. L’omicidio colposo è un reato che spesso lascia attonito anche chi lo commette. La colpa c’è, ma spesso anche il senso di colpa. Raimondo Capella si è ridotto al lastrico pur di ripagare tutte le famiglie delle vittime, costituitesi parti civili. Per la commissione di vigilanza che aveva emesso il referto, nessuna condanna. A favore dei membri, infatti, nel 1995, si pronunciò la Corte dei Conti.

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Altra stranezza di tutta questa storia è la lettura esoterica che, ammetto anche da scettica, lascerebbe basito chiunque. Molti esperti di esoterismo dicono che il vero mandante di quell’incendio sia stato Lucifero in persona. Ma cominciamo dall’Inizio. L’incendio è avvenuto il 13 febbraio e il 13 è il numero associato al diavolo. Le persone che andarono al cinema quella sera fortunatamente furono molte di meno rispetto alla capienza delle sale (1200 persone), questo perché il film proiettato era alla “tredicesima” settimana di proiezione. Le morti furono 64, ma la stranezza più grande fu che erano equamente distribuite: 31 uomini, 31 donne, un bambino e una bambina. Il mistero non termina qui. Era periodo di Carnevale e quell’anno la parata aveva come tema il diavolo. Piazza Statuto, luogo vicinissimo al cinema da cui esso, appunto, prende il nome, è da sempre ritenuto dagli esoterici luogo di massima convergenza del male. Il film proiettato era La Capra, che è anche una carta dei tarocchi e rappresenta il diavolo. E poi c’è il racconto inquietante di una coppia che quel pomeriggio decise di non recarsi al cinema. Era il 1975 Marco (nome di fantasia) insieme ad un gruppo di amici decise di partecipare ad una seduta spiritica. Da un momento di gioco quell’appuntamento diventò fisso, ogni venerdì sera. Maria (nome di fantasia), sua moglie, non apprezzava questo passatempo e tutti quei venerdì sera organizzava la sua serata con un’amica, lontano dagli spiriti. In uno di quei fatidici venerdì lo spirito che si presentava spesso ai ragazzi, chiese a Marco dove fosse Maria. L’uomo restò attonito. Lo spirito gli comunicò che sua moglie era andata al cinema e specificò pure quale film fosse andata a vedere. Gli disse, inoltre, che era stato un errore perché quella sera due rapinatori avevano deciso di ripulire la cassa del cinema e avevano sparato ad una donna, ferendola.

Quella donna era Maria. Dopo quella serata che lo sconvolse Marco si ricongiunse con la moglie e le chiese come avesse passato la serata. Lei rispose che era andata al cinema a vedere un film. Lo stesso scritto con i movimenti del bicchiere dallo spirito. Ma quella sera al cinema non c’era stata nessuna rapina e Maria stava bene. Marco fu pienamente sollevato. Si chiese però perché la moglie fosse andata a vedere un film il cui genere non le era mai piaciuto. Lei gli rispose che, mentre era al bar con la sua amica, avevano controllato il giornale per vedere quali film dessero al cinema. Avevano optato per quello perché era cerchiato in nero con un pennarello e avevano pensato che qualcuno lo avesse evidenziato per comunicare a chiunque avesse preso il giornale che era un film da vedere. Pochi giorni prima l’incendio del Cinema Statuto, Marco e Maria stavano organizzando il weekend da trascorrere insieme. La domenica sarebbero andati al cinema. Presero il giornale per vedere quali film erano in programmazione e Maria scelse il film “La Capra” perché era cerchiato in nero. Marco trasalì. Decisero di passare il weekend fuori Torino.

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Questa storia si porta dietro tante interpretazioni. Che si creda o meno alla magia, di sicuro ci sono cose che non tornano nell’intera vicenda. Come ogni cosa inspiegabile, l’esoterismo spesso si porta dietro un grande fanatismo. I segni sono tanti, probabilmente non dettati dal diavolo, ma di chi al diavolo ci credeva e ci inneggiava e non è da escludere che se ci fosse davvero una mano umana e non del fato dietro a quel cortocircuito, probabilmente era la mano di chi aveva fatto di Lucifero il suo Dio. La mente va, pensa, crea ipotesi. I fatti però ci dicono che alle ore 18.15 del 13 febbraio 1983 sessantaquattro persone sono morte. La legge ci dice che la colpa è del caso e punisce la negligenza perché non può punire il destino. E Torino ricorda ancora i 64 corpi inermi allineati sul marciapiede di Via Cibrario.

Teresa De Magistris

Alcuni  appuntamenti legati ai 40 anni dalla tragedia del Cinema Statuto che si volgeranno nella giornata di lunedì 13 febbraio 2023

Alle ore 9.30 in Largo Cibrario si svolgerà la commemorazione per i 40 anni dalla tragedia.  Saranno presenti il Sindaco, Stefano Lo Russo, la Presidente del Consiglio Comunale, Maria Grazia Grippo, l’Assessora Carlotta Salerno e il Presidente della 4^ Circoscrizione, Alberto Re.

Presso il Comando dei Vigili del Fuoco,  in Corso Regina Margherita 330,  alle ore 10.30 si terrà il Convegno “La sicurezza non è un film” organizzato dal Corpo dei Vigili del Fuoco. Interverrà al Vicesindaca Michela Favaro.

Nell’ambito dell’iniziativa “USCITAGIUSTA” indirizzata agli studenti si svolgeranno alle ore 11.00 alcune prove di evacuazione dalle aule in varie scuole cittadine:

– presso l’Istituto Paolo Boselli, in via Montecuccoli 12 la Vicesindaca Michela Favaro interverrà alla prova di evacuazione degli studenti dell’Istituto;

– presso la scuola primaria Berta di Via Augusto Berta 15 l’assessora Carlotta Salerno assisterà alla prova;

– al Convitto nazionale Umberto I di Via Bertola 10 sarà presente l’assessore Jacopo Rosatelli.

A Palazzo Civico alle ore 15.00 si svolgerà la Commemorazione in Sala Rossa, dove verrà osservato un minuto di silenzio in Consiglio Comunale. Saranno presenti il Sindaco, Stefano Lo Russo, la Presidente del Consiglio Comunale, Maria Grazia Grippo e il Comandante Nazionale del Corpo dei Vigili del Fuoco, Guido Parisi.

 

Crostata sorrentina, dolce raffinato

La crostata che vi presento e’ assolutamente da non perdere! Buonissima, profumata, friabile e raffinata e’ un dolce davvero speciale . Un guscio di frolla che racchiude una cremosa farcia avvolgente di crema, amaretti e amarene, un dessert indimenticabile.
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Ingredienti
Per la frolla:
300gr. di farina 00
80gr. di zucchero semolato
130gr. di burro
1 uovo e 1 tuorlo
2gr. di lievito per dolci
Buccia grattugiata di mezzo limone
 
Per la farcia:
 
400ml. di latte intero
80gr. di zucchero semolato
3 tuorli
30gr. di maizena
24 amaretti
Amarene Fabbri q.b.
Liquore Alchermes q.b.
Zucchero a velo
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Impastare nel mixer farina, burro tagliato a tocchetti, zucchero, uova, lievito e la buccia grattugiata del limone. Formare una palla, volgerla nella pellicola e riporla in frigo per almeno un’ora. Preparare la crema pasticcera, lavorare i tuorli con lo zucchero, aggiungere la maizena e versare a filo il latte bollente, cuocere a bagnomaria, sempre mescolando, per 7/8 minuti. Lasciar raffreddare. Dividere la pasta frolla a meta’, stenderla con il mattarello e trasferirla in una teglia da crostata da 24cm. di diametro rivestita di carta forno, bucherellare il fondo con una forchetta. Spennellare il fondo con lo sciroppo di amarena, aggiungere le amarene e 2/3 amaretti sbriciolati. Coprire con la crema pasticcera e livellare bene. Posare sulla crema gli amaretti precedentemente bagnati con un pennello nell’Alchermes. Stendere la rimanente frolla sugli amaretti, chiudere bene i bordi. Cuocere in forno preriscaldato a 180 gradi per 45 minuti. Lasciar raffreddare nella teglia, prima di servire cospargere di zucchero a velo.

Paperita Patty

Il Duca d’Aosta a vent’anni

I monumenti di Torino  / La statua in bronzo fu  trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento

Il monumento è situato all’interno del Parco del Valentino, in asse con corso Raffaello e nel centro del piazzale nel quale confluiscono i viali Boiardo, Ceppi e Medaglie D’Oro. La statua che raffigura, sul cavallo ritto sulle zampe posteriori, il poco più che ventenne Amedeo di Savoia Duca d’Aosta durante la battaglia di Custoza, è posta su un dado di granito che poggia a sua volta su un basamento contornato da una fascia di coronamento in bronzo,rappresentante (in altorilievo) 17 figure tra cui numerosi personaggi celebri della dinastia sabauda. Ai gruppi di cavalieri si alternano vedute paesaggistiche come la Sacra di San Michele, il Monviso e Torino con il colle di Superga sullo sfondo.Sul fronte del basamento, poggiata sulla chioma di un albero al quale è appeso lo stemma reale di Spagna, un’aquila ad ali spiegate regge tra gli artigli lo scudo dei Savoia.Nato il 30 maggio 1845 da Vittorio Emanuele (il futuro re Vittorio Emanuele II) e da Maria Adelaide Arciduchessa d’Austria, Amedeo Ferdinando Maria Duca d’Aosta e principe ereditario di Sardegna, crebbe seguendo una rigida educazione militare.Nel 1866 gli venne affidato il comando della brigata Lombardia e partecipò alla battaglia di Custoza nella quale, nonostante fosse stato ferito da un proiettile di carabina, continuò a battersi distinguendosi così per il suo coraggio ed il suo valore.In seguito alla rivoluzione del 1868 e alla cacciata dei Borboni, in Spagna venne proclamata la monarchia costituzionale e nonostante la situazione risultasse molto difficile, Amedeo di Savoia accettò l’incarico così, il 16 novembre 1870, venne eletto Re di Spagna con il nome di Amedeo I di Spagna.Ma la situazione politica risultò ancora più instabile di come lui se la fosse prospettata e davanti a rivolte e congiure (nel 1872 sfuggì miracolosamente ad un attentato), nel 1873 abdicò rinunciando per sempre al trono.Tornato in Italia, venne nominato Tenente Generale e Ispettore Generale della Cavalleria; si spense il 18 gennaio 1890 a causa di una incurabile broncopolmonite.

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Signorilmente affabile con tutti, sempre pronto a prodigarsi per il bene della sua amata città, fu (anche durante il periodo della sua sovranità in Spagna) un personaggio molto popolare e ben voluto tanto che, neanche una settimana dopo la sua morte, la città di Torino costituì un comitato promotore per l’erezione di un monumento a lui dedicato, sotto la presidenza del conte Ernesto di Sambuy. Venne aperta una sottoscrizione internazionale alla quale, la stessa città di Torino, partecipò con la somma di L. 25.000 e in seguito, il 6 marzo 1891, venne bandito un concorso tra gliartisti italiani per stabilire chi sarebbe stato l’autore dell’imponente opera. Tra i ventinove bozzetti presentati ne furono scelti sei che vennero esposti nei locali della Società Promotrice di Belle Arti, in via della Zecca 25 ed in seguito, tra i sei artisti vincitori, venne bandito un nuovo e definitivo concorso che vide come vincitore (nel dicembre del 1892) Davide Calandra. La decisione, secondo le parole della Giuria, fu motivata “dal poetico fervore immaginoso della concezione, dall’eleganza decorativa dell’insieme, dalla plastica efficacia del gruppo equestre e dalla vivace risoluzione del difficile motivo della base“. Inizialmente l’ubicazione del monumento avrebbe dovuto essere, secondo la proposta del Comitato Esecutivo approvata dalla Città di Torino nella seduta del Consiglio Comunale dell’11 giugno 1894, il centro dell’incrocio dei corsi Duca di Genova e Vinzaglio, ma a causa delle dimensioni maestose del basamento si decise che fosse necessario uno spazio più ampio per ospitare l’opera. Dopo avere effettuato delle prove con un simulacro di grandezza naturale in tela e legname (costato alla Città la somma di L. 2480), si decise di collocarla nel Parco del Valentino sul prolungamento dell’asse di Corso Raffaello, presso l’ingresso principale dell’Esposizione Generale Italiana tenutasi del 1898: il 9 novembre 1899 il ConsiglioComunale approvò la scelta della Giunta di tale ubicazione.

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La statua in bronzo fu dunque trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento. Il monumento venne inaugurato il 7 maggio 1902, in occasione della Prima Esposizione Internazionale di Arte Decorativa e Moderna di Torino, durante la quale lo scultore fu anche premiato per aver inserito nell’opera elementi di “Art Noveau”. Nel corso dell’inaugurazione il conte Ernesto di Sambuy, a nome del Comitato, consegnò l’opera al Sindaco di Torino. Originariamente il monumento venne circondato da una cancellata in ferro dell’altezza di circa 130 centimetri, disegnata dallo stesso Calandra, che venne rimossa probabilmente a causa delle requisizioni belliche durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 2004 il monumento è stato restaurato dalla Città di Torino. Per fare un piccolo accenno al Parco del Valentino, di cui certamente parleremo in modo più approfondito prossimamente, bisogna ricordare che ilmonumento ad Amedeo di Savoia è situato nell’area nella quale, fra Ottocento e Novecento, si tennero a Torino alcune tra le più importanti rassegne espositive internazionali. Nel 1949, proprio a fianco del monumento, sorse il complesso di Torino Esposizioni, un complesso fieristico progettato da Pier Luigi Nervi che, durante le Olimpiadi Invernali di Torino 2006, ha ospitato un impianto per l’hockey su ghiaccio dove sono state giocate circa la metà delle partite dei tornei maschili e femminili. Al termine delle Olimpiadi, la struttura è tornata all’originario uso abituale ripredisponendo un padiglione come palaghiaccio per i mesi invernali. Cari lettori anche questa ennesima passeggiata tra le “bellezze torinesi” termina qui. Mi auguro che il monumento equestre ad Amedeo di Savoia vi abbia incantato ed incuriosito proprio come ha fatto con me; nel frattempo io vi do appuntamento alla prossima settimana alla scoperta o meglio “riscoperta” della nostra città.

Simona Pili Stella

Lenticchie saporite (e sane)

Sono un alimento prezioso per la nostra salute, sano e facilmente digeribile

 

Un piatto semplice dall’inconfondibile sapore. Un contorno sano e gustoso, ottimo per accompagnare carni o, per sostituirle grazie al loro alto apporto proteico. Le lenticchie sono un alimento prezioso per la nostra salute, sano e facilmente digeribile.

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Ingredienti:

 

250gr. di lenticchie di Castelluccio secche a cottura rapida

1 piccola cipolla

1 costa di sedano

1 carota

1 spicchio di aglio

1 peperoncino

2 cucchiai di concentrato di pomodoro

Brodo vegetale q.b.

1 foglia di alloro

Sale, olio evo q.b.

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Soffriggere in due cucchiai di olio la cipolla affettata con l’aglio, la carota e il sedano tritati grossolanamente. Aggiungere le lenticchie, precedentemente lavate in acqua fredda e scolate, la foglia di alloro e lasciar insaporire per qualche minuto. Versare il brodo vegetale caldo fino a coprirle completamente. Aggiungere il concentrato di pomodoro,il peroncino sminuzzato, il sale. Mescolare, coprire e lasciar cuocere per 45 minuti a fuoco lento. Servire subito con due fette di cotechino a piacere.

Paperita Patty

I “Discorsi per il Natale” di Olivetti

Discorsi per il Natale”, agile e interessante pubblicazione delle Edizioni di Comunità, raccoglie e propone tre testi di Adriano Olivetti scritti per le feste di fine anno tra il 1949 e il 1957

 

 I discorsi fotografano tre dei momenti più importanti della storia della fabbrica di Ivrea e rendono, in una mirabile sintesi, il profilo dell’autore che va annoverato – a tutti gli effetti – tra le figure più singolari e straordinarie del ‘900. Le idee innovative e comunitarie in campo sociale di questomprenditore e intellettuale  – ancor oggi  attualissime –  ne testimoniano pienamente la capacità visionaria. Adriano Olivetti fu  capace di portare l’ azienda di famiglia a competere alla pari con i giganti del mercato mondiale della sua epoca, trasformando la città del Castello “dalle rosse torri” nella capitale dell’informatica. Un sogno industriale, il suo, che logicamente mirava al successo e al profitto, ma proponeva anche un progetto sociale che implicava una relazione del tutto nuova e compartecipativa tra imprenditore e operai, oltre a un rapporto qualitativamente alto e molto stretto tra quella che era stata la “fabbrica in mattoni rossi” e la città, capoluogo del Canavese. Tornando al libro, nel primo discorso, datato 24 dicembre 1949, l’imprenditore racconta i primi anni del dopoguerra per condividere il sollievo e l’orgoglio della compiuta ripresa dell’azienda dopo la difficile esperienza del fascismo e del conflitto mondiale. Nel secondo, sei anni dopo, il 24 dicembre 1955, Adriano Olivetti rievoca proprio quel discorso per ripercorrere i nuovi traguardi della fabbrica, che ha assunto ormai una dimensione internazionale ma non ha mai perso di vista le proprie radici morali, memore degli insegnamenti del fondatore Camillo. E dice, tra le altre cose: “Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano anche – io lo spero – la fedeltà a un ammonimento severo che mio padre quando incominciai il mio lavoro ebbe a farmi: “Ricordati” – mi disse – “che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna;perciò ti affido una consegna:devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano a subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro”. Una grande lezione morale alla quale, nei fatti, accompagnò il suo agire concreto  di imprenditore illuminato. In questi discorsi di Natale emerge la volontà di ringraziare tutti i lavoratori della fabbrica per la loro partecipazione a qualcosa di più grande, a una comune dimensione di riscatto del lavoro che, per usare le stesse parole di Olivetti, “non si esaurisce semplicemente nell’indice dei profitti”. Nell’ultimo discorso della breve raccolta, pronunciato in occasione del Capodanno del 1957, alla vigilia del cinquantenario della fondazione della Olivetti ( datata ottobre 1908) l’augurio dell’imprenditore di Ivrea, ormai all’apice del successo, è quello di non perdere mai di vista, nell’anno e negli anni a venire, il senso di giustizia e di solidarietà umana che è alla base di ogni vero progresso e rappresenta il valore più profondo e ultimo di tutta l’esperienza olivettiana. Vi è l’orgoglio per quello che lui stesso definisce “lo spirito della fabbrica” e una potente visione di futuro. Resta, leggendo queste righe, il rammarico per ciò che potevano diventare l’Olivetti , l’industria italiana e il modello sociale del paese se l’utopia di Adriano non si fosse spenta dopo la sua improvvisa e tragica morte, nel febbraio del 1960, quando non aveva ancora compiuto sessant’anni.

Marco Travaglini

Simil-pesto semplice ma gustoso

Lo so, nulla a che fare con il vero pesto ma, e’ una valida alternativa alla pasta in bianco

 

Questa e’ una versione low-cost e super veloce del pesto per le vostre trenette. Non me ne vogliano i lettori liguri…

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Ingredienti:

1 bel mazzo di basilico
1 spicchio di aglio
1 presa di sale
1 pugno di mandorle spellate
1 bicchiere di olio

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Lavare ed asciugare le foglie di basilico. Mettere gli ingredienti nel bicchiere del frullatore con meta’ olio. Frullare ad intervalli per pochi secondi, aggiungere il rimanente olio, aggiustare di sale.
Condire la pasta aggiungendo al pesto un mezzo mestolino di acqua e abbondante pecorino.

Lo so, nulla a che fare con il vero pesto ma, e’ una valida alternativa alla pasta in bianco.

 

Paperita Patty