redazione il torinese

Mariolino e la guida dell’uomo “col cappello”

Da qualche anno possiedo una barca. E’ la Lampreda, cedutami a poco prezzo dal vecchio Lino Sgambarolli, costretto a buttar l’ancora sulla terraferma a causa dei reumatismi e della sciatica che l’hanno piegato in due.

La “sua” Lampreda era la terza di una serie. Diventata mia, riverniciata di bianco e d’azzurro, si è guadagnata il titolo di quarta. Lino mi aveva lasciato piena libertà. “Il nome deve essere quello che più ti piace. Non c’è l’obbligo di tener lo stesso e lo puoi cambiare, tanto lei – che la si chiami per nome o no –  volterà la prua dove decidi tu, manovrando il timone o il colpo di remi. Ma se ti garba chiamarla come l’ho chiamata io, fai una cosa: ribattezzala “quarta”, così la storia va avanti”. Mi raccontò che prima di lei c’erano state altre due Lamprede. La prima, messa in acqua, sul finire degli anni trenta s’inabissò nell’agosto del 1944 davanti alla Punta di Crabbia, dov’era ormeggiata. Un aereo tedesco, volando sul lago in appoggio a un rastrellamento contro i partigiani del Mottarone, tanto per sfogare la sua rabbia impotente visto che i partigiani se ne stavano nascosti nei boschi, la  colpì a morte con una raffica di mitraglia , sventrandole entrambe le fiancate. La seconda barca era stata bagnata nel maggio del 1947, dopo quasi tre anni durante i quali Lino fu costretto ad una lontananza forzata dal lago, minatore prima e scalpellino poi in terra di Francia, dalle parti di Lione. I magri guadagni lasciavano ben poco alla speranza di metter qualcosa da parte ma quei quattro franchi in croce e qualche lira racimolata vendendo un boschetto di castagni dalle parti di Brolo gli bastarono per l’acquisto di una modesta ma robusta lancia da lago. Per trent’anni Lino e la sua barca hanno attraversato in lungo e in largo il Cusio, pescando in ogni dove, con ogni tempo e in tutte le stagioni dell’anno. Fatto salvi, ovviamente, i periodi di ferma. Dalle rive lo salutavano, nei mercati si vendevano i suoi pesci ( almeno finché l’ammoniaca, il cromo e gli altri veleni non trasformarono, a poco a poco, l’acqua in aceto), nelle osterie capitava di ascoltare le sue storie al modico prezzo di un quartino di barbera del Monferrato. A metà degli anni ’80, una massiccia immissione di carbonato di calcio,  riportò l’acqua ad un valore accettabile di acidità. Quella grande pastigliona di bicarbonato fece digerire il lago, tanto che i pesci – dopo tanto boccheggiare – tornarono a respirare e Lino si rimise a pescarli con la sua Lampreda ( la seconda, appunto). Giunta alle soglie del pensionamento forzoso, dopo più di trent’anni di onesta navigazione, figli e nipoti gli fecero una grande sorpresa, regalandogli un gioiello di barca, uscita fresca, fresca  dai cantieri navali di Solcio, sul lago Maggiore. La forma aguzza, slanciata; il fasciame di legno liscio e brillante, gli scalmi d’acciaio inossidabile, lucidi come i pomelli della stufa dell’osteria dove andava a far bisboccia. Un bijoux che si è goduto per poco. Lino è stato un gran vogatore che solo negli ultimi anni si è arreso al motore. Io non ho la sua tempra e seppur non disdegnando d’infilare i remi negli scalmi e darci dentro a bracciate regolari, uso frequentemente il motore. Al calare della sera, tiro in secca la barca nei pressi dell’ex Canottieri, dalle parti dell’Ospedale della Madonna del Popolo. A volte la ricovero da Mariolino, alla Bagnera di Orta. Una soluzione abbastanza comoda, dato che possiede uno sgabbiotto, chiuso con catena e lucchetto, dove si possono ritirare remi e motore. A far la guardia c’è Lupo, il cane di Mariolino: un bastardino bianco e nero che tira fuori i denti e ringhia proprio come un lupo quando s’avvicina un estraneo. “ Il tuo motore è come in banca, lì dentro”, rassicura Mariolino. Non ne dubito affatto. Lupo  esegue l’incarico come un mastino. E se il suo padrone gli dice di star di sentinella ( proprio così..”di sentinella” ) si può scommettere che lui ci mette una grinta sufficiente a scoraggiare i malintenzionati. Mariolino è fortunato ad avere, come “migliore amico dell’uomo” quel cagnetto. Sono sempre insieme, anche quando Mariolino guida la sua vecchia NSU Prinz. Lupo guarda fuori dal finestrino laterale, ringhia alle auto, abbaia alle luci colorate del semaforo, scodinzola quando si passa davanti all’osteria dove la signora Maria spesso gli “allunga” un cartoccio d’avanzi. Il problema è che  Mariolino, con la sua guida da “uomo col cappello”,  fa venire i brividi gelati lungo la schiena. Avete presente quella categoria di automobilisti che, con il loro stile di guida, fanno dannare l’anima? Se si ha la sventura di incontrarne uno così, magari su una strada stretta e tutta curve, o – peggio – essere costretti a stargli dietro mentre arranca sui tornanti, non ci sarà alcun bisogno di usare la tenaglia per strapparvi dalla gola il peggior campionario di accidenti, riversandoglielo addosso. Perché quando si mette al volante un “uomo col cappello” sono guai seri. Non superano mai i trenta all’ora, viaggiano a centro strada, frenano in continuazione, pigiano continuamente il clacson. Impermeabili a tutto: impettiti, con gli avambracci tesi e le mani intente a strangolare il volante. In più, come un distintivo, l’immancabile copricapo ben calcato sulla nuca. In casi come questi il vero malcapitato sei tu, povero diavolo, costretto a guidare a passo d’uomo, alternando il piede da un pedale all’altro: acceleratore ,freno, frizione. Cambio. Freno, acceleratore. Attento a non tamponarlo,  roso dall’indecisione sull’eventuale sorpasso. Manovra, quest’ultima, caldamente sconsigliata: l’uomo col cappello può decidere di svoltare da un momento all’altro, senza preavviso e, dunque, senza mettere la freccia. L’assoluta certezza che lo anima è proporzionale all’incapacità che manifesta impugnando il volante. Dunque, mai sottovalutare chi guida con il cappello. Non conviene contraddirlo. Non mettetegli fretta, armatevi di pazienza e fatevene una ragione. Ecco, Mariolino è uno di questi. L’ esatto contrario del mito futurista della velocità. Più lento della lentezza ma senza alternativa: prendere o lasciare. Si vede proprio che chi nasce uomo d’acqua fa fatica a muoversi con quattro ruote sulla terraferma.

Marco Travaglini

L’omaggio di Torino a Giuseppe Mazzini

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Oggi il plumbeo monumento si erge fiero in mezzo a quella che è diventata una delle piazzette pedonali della città più “bazzicate” dai giovani, che hanno fatto della maestosa scultura e dei gradoni perimetrali del suo basamento, uno spontaneo ed appartato punto di ritrovo

Collocato in via Andrea Doria, angolo via Dei Mille, precisamente sullo spiazzo di confluenza tra le due vie, Giuseppe Mazzini viene raffigurato in una scultura bronzea, seduto in atteggiamento pensoso, avente una mano poggiata a sostenere il capo e l’altra su un pastrano adagiato sulle gambe. Il piedistallo lapideo è ornato da simboli della classicità rappresentati superiormente da due tripodi, collocati ai lati della statua e inferiormente, da pannelli bronzei disposti in sequenza. Nel pannello centrale è rappresentata la lupa capitolina nell’atto di allattare i gemelli, in riferimento alla Repubblica Romana, mentre sui restanti prospetti figurano corone di lauro che circondano i nomi dei principali sostenitori di Mazzini. Il sottostante basamento presenta, anteriormente, dei gradini simmetrici in ascesa verso la scultura. Nato a Genova il 22 giugno 1805 (quando Genova era ancora parte della Repubblica Ligure annessa al Primo Impero Francese), Mazzini è stato un patriota, uomo politico, filosofo e giurista italiano. Costituì a Marsiglia nel 1831 la Giovine Italia, fondata sui principi di “Dio e popolo” e “pensieri e azioni” volti a promuovere l’indipendenza della penisola dagli stati stranieri e la costituzione dell’Italia fondata sui principi della repubblica. Anche se osteggiato dal protrarsi dell’esilio forzato e dai contrasti in patria con la ragione di stato (promossa da Camillo Benso Conte di Cavour e da Giuseppe Garibaldi), Mazzini perpetuò il suo impegno politico che contribuì in maniera decisiva alla nascita dello Stato Unitario Italiano.

.

Nello stato riunificato risiedette nell’ultimo decennio della sua vita come “esule di patria”, sotto falso nome; morì a Pisa il 10 marzo del 1872. In Torino come in altre numerose città della nazione, quale atto di riconoscimento al suo impegno, fu eseguito postumo il monumento in suo onore. Per quanto riguarda la città di Torino, nell’intenso programma delle manifestazioni svolte nella città per il giubileo dell’Unità d’Italia, nel 1911, venne istituito un apposito Comitato per erigere un monumento in memoria di Giuseppe Mazzini, distintosi come uno dei principali rappresentanti del Risorgimento italiano. L’iniziativa, promossa dalla Sezione Repubblicana Torinese, sorse in concomitanza alla ricorrenza del quarantesimo anniversario dal decesso del patriota genovese, di cui erano in corso i preparativi per le celebrazioni. Il Comitato sottopose all’Amministrazione comunale la domanda di aderire all’iniziativa ma la proposta venne osteggiata in quanto, si affermava, fosse avanzata da un gruppo partitico; per non pregiudicare l’esito della richiesta venne costituito un nuovo Comitato dichiarante l’estraneità ad ogni questione politica. Nel 1913 l’istanza di questo nuovo Comitato venne favorevolmente accolta dal Consiglio Comunale. Assunse l’incarico per l’ideazione del complesso scultoreo, Luigi Belli, docente presso la regia Accademia Albertina di Belle Arti ed esecutore di significative opere nella città. Belli accettò l’incarico senza richiedere alcun compenso per la sua attività (consapevole forse che sarebbe anche stata la sua ultima opera data l’avanzata età) ma domandò unicamente il rimborso per le spese sostenute nella realizzazione della proposta.

.

Nonostante la rinuncia dell’artista, il bozzetto dell’opera venne approvato stimando un importo considerevolmente superiore a quello stabilito per l’esecuzione del monumento, quindi per arginare i limiti economici incorsi, l’Amministrazione concesse una agevolazione per il pagamento del dazio sui materiali, contrattò con il Ministro della Guerra in Roma per l’acquisizione del bronzo necessario ad un prezzo agevolato, mentre il Comitato promosse una pubblica sottoscrizione presso municipi, istituti civili e militari nazionali. Successivamente i modelli in creta a scala reale della statua e di un altorilievo, furono inviati alla fonderia scelta dal Belli, con sede presso Milano, per eseguirne la fusione in bronzo; la statua bronzea ed il relativo modello in gesso, vennero recapitati a Torino, su un carro ferroviario atto al trasporto speciale, l’11 maggio 1917. Il complesso scultoreo fu posto in opera, nonostante fosse privo dell’altorilievo rappresentante la “Libertà” (non consegnata forse a causa di un compenso non corrisposto dal Comitato), figurando ugualmente come un altare alla repubblicana libertà. L’inaugurazione della scultura commemorativa dedicata a Mazzini si svolse il 22 luglio 1917. La cerimonia del monumento si celebrò in presenza di autorità nazionali e cittadine, in una città dall’atmosfera poco festosa a causa della popolazione mobilitata sui fronti della Prima Guerra Mondiale. Oggi il plumbeo monumento si erge fiero in mezzo a quella che è diventata una delle piazzette pedonali della città più “bazzicate” dai giovani, che hanno fatto della maestosa scultura e dei gradoni perimetrali del suo basamento, uno spontaneo ed appartato punto di ritrovo.

 .

(Foto: www.museo.torino.it)

Simona Pili Stella

Linguine in crema di noci: avvolgenti e cremose

In pochi minuti avrete una salsa delicata, avvolgente e cremosa per condire in modo semplice la vostra pasta

 

Le noci, come tutta la frutta secca, hanno molto da offrire, sono ottime per le loro proprieta’ nutrizionali e si possono utilizzare in tantissimi modi. Vi suggerisco questo primo piatto che si prepara molto velocemente, a crudo, utilizzando un mortaio o un mixer. In pochi minuti avrete una salsa delicata, avvolgente e cremosa per condire in modo semplice la vostra pasta.

 

Ingredienti per 4 persone:

 

320gr. di pasta tipo linguine

200gr. di ricotta piemontese

50gr. di gherigli di noci

½ spicchio di aglio

Olio evo, latte,pepe,sale q.b.

2 foglioline di menta fresca (facoltativo)

 

Nel mortaio, o nel mixer, mettere i gherigli di noce, l’aglio, il pepe il sale, la menta e tritare tutto grossolanamente. In una ciotola mescolare bene la ricotta, aggiungere il trito di noci, qualche cucchiaio di latte e l’olio evo. Quando la pasta e’ cotta, scolare e condire subito. Servire immediatamente poiche’ tende ad asciugare in fretta.

 

Paperita Patty

Con le scarpe tutte rotte

Chi ha paura delle masche?
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Folletti e satanassi, gnomi e spiriti malvagi, fate e streghe, questi sono i protagonisti delle leggende del folcklore, personaggi grotteschi, nati per incutere paura e per far sorridere, sempre pronti ad impartire qualche lezione. Parlano una lingua tutta loro, il dialetto dei nonni e dei contadini, vivono in posti strani, dove è meglio non avventurarsi, tra bizzarri massi giganti, calderoni e boschi vastissimi. Mettono in atto magie, molestie, fastidi, sgambetti, ci nascondono le cose,sghignazzano alle nostre spalle, cambiano forma e non si fanno vedere, ma ogni tanto, se siamo buoni e risultiamo loro simpatici, ci portano anche dei regali. Gli articoli qui di seguito vogliono soffermarsi su una figura della tradizione popolare in particolare, le masche, le streghe del Piemonte, scontrose e dispettose, mai eccessivamente inique, donne magiche che si perdono nel tempo e nella memoria, di cui pochi ancora raccontano, ma se le loro peripezie paiono svanire nei meandri dei secoli passati, esse, le masche, non se ne andranno mai. Continueranno ad aggirarsi tra noi, non viste, facendoci i dispetti, mentre tutti fingiamo di non crederci, e continuiamo a “toccare ferro” affinchè la sfortuna e le masche, non ci sfiorino. (ac)
***
 
Con le scarpe tutte rotte
.
«La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
con le toppe alla sottana
viva viva la Befana!»
.
Le streghe non esistono e non ci piacciono, ma una di esse, in un momento particolare dell’anno, la aspettiamo con benevolenza, e lasciamo per lei sulla finestra una tazza di the e del latte caldo con biscotti, in modo che possa ristorarsi durante i suoi viaggi notturni. E’ la “Befana”.  Il termine “Befana” deriva da una corruzione lessicale di “Epifania”, attraverso “bifanìa” o “befanìa”. Figura del folklore italiano, essa è conosciuta principalmente nelle nostre regioni settentrionali e centrali, tuttavia col passare del tempo si è andata diffondendo in tutta la penisola. Meno nota nel resto del mondo. Secondo la tradizione, si tratta di una donna molto anziana, che, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, viaggia a cavallo di una logora e antiquata scopa e va a far visita ai bambini, portando dolcetti e caramelle a quelli che sono stati buoni durante tutto l’anno, e carbone e aglio a coloro che, invece, si sono comportati male. Le origini di tale festività vanno ricercate in epoche lontane, probabilmente da considerare in stretta connessione con i riti propiziatori pagani, legati al susseguirsi delle stagioni e attinenti alla sfera dell’agricoltura. Queste abitudini vennero ereditate e assimilate dai Romani, i quali, associando tali rituali al proprio calendario, celebrarono il collegamento tra l’anno solare, il solstizio invernale e la ricorrenza del “Sol Invictus”, “Il Sole invitto”, ossia la “rinascita” del sole quando la durata del giorno incominciava ad aumentare e a prolungarsi. 
Secondo altre fonti, invece, la Befana è da riferirsi alla antica dea Diana, protettrice della natura e dei boschi, e collegata ai riti di fertilità nei campi: moltitudini di figure femminili in volo aleggiavano sui campi, benedicevano il terreno, facendo sì che i raccolti fossero abbondanti e generosi. Vi sono studiosi che associano la festività della Befana ad un altro culto romano, che si svolgeva in inverno in onore delle divinità di Giano e Strenia, (“Strenia” è termine connesso con “strena”, voce latina che significa “strenna, dono augurale”), durante il quale era uso scambiarsi dei doni. Nel IV secolo d.C. la Chiesa di Roma condannò i riti e le credenze pagane, tuttavia gran parte della popolazione faticò a staccarsi dalle proprie usanze, e trovò l’escamotage di “far finta” di dimenticarsi della natura stregonesca dell’anziana signora e sottolineandone invece le caratteristiche di generosa bonarietà.   Fu il Vescovo Epifanio di Salamina (315-403 d.C.) a recuperare l’antica simbologia numerica pagana, proponendo di fissare la data dell’Epifania nella dodicesima notte dopo il Natale. Esiste anche una versione cristianizzata della leggenda: si narra che i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni al Bambino Gesù, persero la strada e chiesero allora aiuto ad una anziana donna, che rispose gentilmente con precise indicazioni. I Magi, per ringraziare la vecchietta della cortesia, la invitarono ad andare con loro a far visita al piccolo Gesù, ma lei rifiutò e non li seguì. Si racconta che poco dopo la donna si pentì della decisione presa e provò a mettersi alla ricerca dei Magi che aveva soccorso, ma, non trovandoli, iniziò a fermarsi in ogni casa, lasciando doni ai bambini, nella speranza che uno di quelli fosse il piccolo Gesù. La strega buona continuò a “volare” anche in epoca fascista: nel 1928, infatti, il regime introdusse la festività della “Befana Fascista”, (nota anche con l’appellativo di “Befana del Duce”), giorno in cui si distribuivano regali ai bambini delle classi più povere. 
L’anziana signora riuscì a scampare alle innominabili brutture delle Guerre Mondiali, ma non poté dimenticare la malvagità degli uomini, così, ancora oggi, si dimostra scontrosa e antipatica nei confronti degli adulti, al contrario è amorevole e premurosa con i bambini. A motivo dell’estrema gentilezza con cui essa si pone nei confronti dei più piccoli, questi ultimi non rimangono intimoriti dal suo brutto aspetto; essa è vecchia, rugosa, con pochi denti e con un naso prominente, tutta curva sul manico di scopa. Il freddo pungente dell’inverno la costringe a ripararsi con lunghi gonnelloni, lisi e rattoppati con pezze di colore sgargiante; indossa calzettoni pesanti contro il gelo e scarpe comode e scollate, sulle spalle ingobbite ha sempre uno scialle di lana pesante e colorata, talvolta ha anche un mantello svolazzante: se fa freddo per strada, figuriamoci in volo! Alla fine della storia l’unico mistero che rimane da risolvere è in che rapporti siano Babbo Natale e la Befana, perché alcuni li vogliono parenti, altri acerrimi nemici, in quanto l’ormai vestito di rosso signore con la barba sembra spettegolare sul conto della donna, assicurando che l’unico vero portatore di regali sia lui, e non quella “vecchia Befana”.L’eterno battibecco tra uomini e donne non trova pace, anche tra le figure del folklore gli uomini si impuntano e alzano la voce, ma le donne continuano imperterrite nelle loro faccende.
Alessia Cagnotto

A proposito del Natale…

“Ho sempre pensato al Natale come ad un bel momento.
Un momento gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono.
L’unico momento che conosco, nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne
sembrano aprire consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi”
(Charles Dickens)

 

 

Lo sapevate che la storia del nostro Salvatore e il 25 dicembre non sono proprio originali perché in realtà si sono ripetute nei secoli prima dell’avvento di Gesù? Horus, in Egitto 3000 anni prima di Cristo, nasce il 25 dicembre dalla vergine Isis-meri, la sua nascita è annunciata da una stella proveniente da est, e tre re giunsero a salutare la sua nascita.     Aveva 12 discepoli che viaggiavano con lui ed eseguiva miracoli come curare i malati, camminare sull’acqua, era conosciuto come, Il figlio di Dio, l’Agnello di Dio, ecc. ecc., tradito fu crocifisso e sepolto per tre giorni, poi resuscitò. Sui muri del Tempio a Luxor ci sono immagini dell’Annunciazione, Immacolata Concezione, Nascita ed Adorazione di Horus, con Kneph, lo “Spirito Santo” che impregna la vergine; e con l’infante e la presenza di tre re, o magi, che portavano doni. Virishna nel Medio Oriente, 1200 anni prima di Cristo, nacque da madre vergine per immacolata concezione: quando nacque il tiranno di allora fece uccidere tutti i bambini suoi coetanei. Angeli e pastori presenziarono alla sua nascita in una grotta; compì miracoli come la trasformazione dell’acqua nel vino e resuscitò i morti; fu crocifisso alla fine in mezzo a due ladroni e resuscitò dopo tre giorni. Attis di Frigia 1200 aC, nato dalla vergine Nana il 25 dicembre, crocifisso e poi resuscitato….e tanti altri ancora…. Ci sono quindi tanti salvatori nati il 25 dicembre, per lo più da una vergine, che hanno effettuato miracoli, sono morti su croci, alberi, oggetti fatti di legno, poi sono risorti, e presentano tra loro delle somiglianze impressionanti. La domanda sorge spontanea: perché queste caratteristiche? Una spiegazione si basa sull’effettivo movimento degli astri ed è quella che gli studiosi ed archeologi chiamano l’antico culto del sole. Il 25 dicembre segna l’effettiva nascita del sole. La “stella d’oriente” che dà il messaggio della venuta del Dio, non è altro che Sirio, che il 24 dicembre di ogni anno, si allinea con le tre stelle più brillanti della cintura di Orione :“I tre Re”.    La linea retta descritta idealmente da queste 4 stelle indica esattamente il punto dell’orizzonte dove il sole sorgerà il 25 dicembre. Ecco da dove viene l’allegoria della stella che, insieme ai tre re che la “seguono”, indica il punto dove il sole (cioè la divinità del Sole) nascerà. Il 22 dicembre la “morte” del Sole si realizza completamente quando raggiunge il punto più basso nel cielo. Il Sole è morto sulla croce, morì per 3 giorni per poi risorgere e nascere di nuovo: da qui l’idea di crocifissione, morte per 3 giorni e resurrezione che è comune a tante divinità del Sole come Gesù.  Gli Apostoli sono le 12 costellazioni dello Zodiaco, assieme ai quali Gesù, essendo il Sole, viaggia. La madre vergine del Dio Sole è un tema anch’esso popolare in tutte le religioni dell’antichità: secondo il “mito solare”, infatti, il Sole nacque sotto la costellazione della VergineL’oro, l’incenso e la mirra, infine, erano i doni che gli antichi facevano al sole poco dopo la sua rinascita, in quanto con la sua nuova “luce” avrebbe promesso grano, raccolti e cibo nuovamente a sufficienza.

 

 M a u r i z i o  P l a t o n e

 

 

 

“I pifferi di montagna vennero per suonare e furono suonati”

Un giorno che stavamo pescando in barca dalle parti di Oira – eravamo, mi pare, a fine marzo – Faustino si appisolò, tenendo la canna appoggiata sotto le gambe incrociate. L’abbiocco gli era venuto perché, la sera prima, era stato al circolo di Brolo a far bisboccia con una compagnia di tiratardi.

Nel dormiveglia aveva assunto quella posizione da fachiro che, a prima vista, non doveva nemmeno trovare tanto scomoda. Stavamo pescando le tinche a fondo, con la polenta. Il galleggiante – una bella e robusta “trottola” di sughero bianca e blu – sparì improvvisamente sott’acqua. Una tirata così secca lasciava intuire, senza margine d’errore, l’abboccata famelica di una bella sberla di pesce.La canna subì uno strappo netto, deciso. Faustino, svegliandosi bruscamente, l’agguantò al volo, scattando in piedi. Un movimento fatale che gli fece perdere l’equilibrio. La scena era quasi comica. Cominciò ad annaspare nell’aria, ricercando un appiglio che non c’era. Sembrava un goffo gabbiano che, dispiegate le ali, cercava di volare senza staccarsi da terra. Cadde pesantemente in acqua prima che potessi in qualche modo aiutarlo. L’attaccatura del  mulinello s’incastrò nello scalmo, bloccando la canna, ormai per metà inabissata. Faustino, nuotando a cagnaccio , stava faticosamente a galla. Aggrappatosi alla mia mano tesa, non senza fatica, riuscì a issarsi nuovamente sull’imbarcazione, facendola dondolare pericolosamente. Mancò poco che la barca si rovesciasse e che finissi anch’io in acqua. Bagnato fino al midollo, si levò i vestiti fradici. La cerata con cui coprivo la barca tornò utile al fine d’evitare lo spettacolo poco attraente del mio amico in mutande. Le parole che pronunciò, per quanto scarse, non credo sia il caso di trascriverle. Tra lago e cielo, i destinatari erano facilmente intuibili. Tempo una decina di minuti e, attraccata la barca al molo di Oira, eravamo nella cucina del Clemente Cristoforo, detto “Cavezzale”.

***

Il nostro amico, pescatore anche lui, appena aperta la porta di casa e viste le condizioni di Faustino che, oltre a tremare come una foglia per il freddo, ansimava come un mantice, organizzò il pronto intervento: mastello d’acqua calda per il pediluvio, coperta di lana e un bel bicchiere di Barbera. Rinfrancatosi nel corpo e nello spirito,davanti ad una bottiglia di quello buono (Cavezzale ne teneva una sempre pronta, a portata di mano, per le “emergenze”)  Faustino diventò loquace e in vena di ricordi. Il tuffo fuori stagione gli rammentò la volta in cui dovette nascondersi nel fosso di una risaia dalle parti di Vignale, alle porte di Novara. Era di maggio, verso la metà del mese. L’anno non poteva certo scordarselo: il 1953. “ A quel tempo ero un giovane operaio e da meno di un anno ero stato indicato dal partito a rappresentarne l’organizzazione

 

giovanile a livello provinciale. Allora mi avanzava poco tempo per pescare le anguille”. Faustino  Girella-Nobiletti era stato uno dei più brillanti e vivaci dirigenti della gioventù comunista novarese nei primi anni cinquanta. Un’attivista coi fiocchi. Tanto bravo e affidabile che un giorno, su richiesta del senatore Leone, venne inviato a Vercelli.I comunisti della città del riso avevano

 

***

Nel tentativo di ottenere quel premio di maggioranza nelle elezioni politiche di giugno,la Democrazia Cristiana e altri cinque partiti (Partito Socialdemocratico,Partito Liberale, Partito Repubblicano,la Südtiroler Volkspartei e il Partito Sardo d’Azione) effettuarono fra loro l’apparentamento. “Noi, tutta la sinistra e personalità come Ferruccio Parri e Piero Calamandrei avversammo con forza quella legge”. Aggiunse come nel Paese fosse ancora vivo il ricordo della “legge Acerbo”, voluta da Mussolini pochi mesi dopo la Marcia su Roma. In base a quella legge, la lista che prendeva più voti otteneva i due terzi dei seggi. E fu così che il “listone fascista” , grazie ai brogli e alle intimidazioni delle squadracce, nel 1924 ottenne il 64,9 per cento dei voti, dando il via libera al regime. Comunque, tornando al racconto, in quei giorni Faustino preparò il suo “corredo”. Infilò nel tascapane un po’ di vestiario di ricambio, la tuta, due pennelli ( “per le scritte murali”), una pagnotta di segale e una piccola toma di formaggio del Mottarone. Giunto a Vercelli con il treno, si recò alla sede del Pci dove ad attenderlo c’era Francesco Leone. Il senatore era un personaggio di prim’ordine. Noto antifascista, tra i fondatori del Partito Comunista, era stato comandante di formazioni antifranchiste durante la guerra civile spagnola e dirigente di spicco della Resistenza. La prima sorpresa l’ebbe in quel momento. L’incarico che egli era stato riservato consisteva nel contattare i vecchi monarchici vercellesi e, spacciandosi per un inviato della casa Reale ( i Savoia erano in esilio a Cascais , in Portogallo), doveva invitarli a mobilitarsi contro quella legge-tagliola.

***

Del resto, in Parlamento, i rappresentanti del Partito Nazionale Monarchico avevano votato contro. Il “corredo” restò nel tascapane e gli venne consegnato un completo grigio scuro che gli andava un po’ stretto di spalle, corto di maniche e lungo di gamba ma a quei tempi non si badava troppo ai particolari. Anche a un inviato dei Savoia, in quegli anni del dopoguerra, si potevano perdonare dei difettucci sartoriali. Il falso anello con il sigillo della Real Casa invece gli andava a pennello. Bello, grande, solido:sarebbe parso vero in tutto per tutto anche all’esame dei più esperti conoscitori. Merito di Gianandrea Fiorino, un artigiano orafo di Valenza che aveva fatto il partigiano in Valsesia con Cino Moscatelli. “Mi venne da ridere, guardandomi allo specchio”, confidò Faustino. Rise ancora di più quando, appreso che sua madre vedova dimorava a Pratolungo, una frazione di Pettenasco, sfruttando il suo doppio cognome, il Partito decise di affibbiargli il titolo nobiliare: Fausto Girella-Nobiletti, Conte di Pratolungo. Si sganasciò pensando a un suo amico e compagno, sindacalista della FIOT-CGIL, la federazione nazionale italiana operai tessili. Lui sì che portava un nome e un cognome che era tutto un programma: Umberto Re. In fondo, sarebbe bastato invertire la sequenza con cognome e nome e, voilà: la più alta carica dei Savoia. Ma, forse, non era il caso di esagerare. Comunque, da quel momento e per oltre due settimane, con la nuova identità, girò in lungo e in largo il vercellese. Dal tè e pasticcini nei salotti di anziane dame ai cascinali dove vivevano contadini, mezzadri e fittavoli rimasti fedeli alla Corona, Faustino si dava da fare come un dannato per spiegare e convincere i suoi interlocutori che Sua Maestà , il Re Umberto II d’Italia, vedeva come il fumo negli occhi quel disegno ordito dai democristiani e dai loro alleati, del quale“l’ignobile legge” rappresentava l’arma più subdola e pericolosa. In fondo, da quanto s’intuiva, il “Re di Maggio” non la pensava in modo poi tanto diverso. Dunque, bastava calcare la mano un po’ qua e un po’ là per scaldare le passioni represse dei fedelissimi dei Savoia. Tutto andò liscio, tra baciamano e saluti militareschi, finché non accadde il guaio. E che guaio! In uno dei giri, sull’aia di un cascinale dove aveva appuntamento con un anziano veterinario nostalgico, udì un canto che conosceva bene, anzi, benissimo: “Son la mondina, son la sfruttata, son la proletaria che giammai tremò:mi hanno uccisa, incatenata, carcere e violenza, nulla mi fermò. Coi nostri corpi sulle rotaie,noi abbiam fermato i nostri sfruttator; c’è molto fango sulle risaie,ma non porta macchia il simbol del lavor..”.

***

Si era imbattuto, colmo della sfortuna,in un gruppo di mondine. Alcune di loro, l’anno prima, avevano partecipato alle lotte sindacali per i contratti, il salario e l’occupazione nelle risaie di Lumellogno, nella bassa novarese. Lì avevano conosciuto Faustino nella sua veste di dirigente dei giovani comunisti. Una di loro, oltretutto, una morettina di un paese vicino a Reggio Emilia, l’aveva conosciuto proprio bene e a fondo. Quando lo videro, vestito come un signore, parlare fitto con quel vecchio monarchico, tenendolo per di più sotto braccio, ammutolirono. Lo sconcerto durò pochi secondi e poi, come un temporale estivo, si scatenò il putiferio. Insultandolo in tutti i modi possibili ( “traditore”, “venduto”, “carogna”, “voltagabbana” )fecero correre il malcapitato a perdifiato fin quando riuscì a nascondersi in un fosso pieno d’acqua. A mollo, insieme alle rane, ci stette fino a notte tarda. Scampato il pericolo, nei giorni successivi tornò a casa, con una tosse carogna e un raffreddore tremendo. La settimana dopo, il 7 giugno 1953, all’apertura dei seggi,la vittoria del blocco centrista sembra scontata. I “forchettoni”, come li chiamava Pajetta, si apprestavano a spartirsi la torta elettorale. E invece accadde il miracolo. Con grande sorpresa, lunedì 8, dal voto degli italiani le forze politiche della coalizione ottennero solamente il 49,85% non usufruendo così del premio di maggioranza, annullando gli effetti della legge che più tardi venne pure abrogata. Per circa 57 mila voti non scattò il premio di maggioranza. Rispetto al 1948 la Dc perse l’8,4 per cento e tutte le liste apparentate arretrarono. Il Pci ottenne il 22,6 per cento, il Psi il 12,7. I monarchici, a loro volta, passarono dal 2,8 al 6,9, più che raddoppiando i consensi. Il leader dei socialdemocratici, Giuseppe Saragat, sconsolato, esclamò: “La colpa è del destino cinico e baro”.Faustino, in cuor suo, restò convinto di aver dato una bella mano per far crescere il “cinismo” del destino. E pazienza se il giornale della Curia vercellese  – non si è mai saputo come –  gli dedicò un corsivo al vetriolo, titolato “pifferi di montagna vennero per suonare e furono suonati”. E così anche oggi, pur essendo passati tanti anni, nel ricordare la storia del suo “bagno” più famoso, non nascose il rammarico per “l’incidente” con le mondine. Si erano sì spiegati, più avanti, con alcune di loro ma aveva la sensazione che, pur fidandosi più del partito che di lui, non avessero compreso le ragioni strategiche che l’avessero portato a vestire, in quelle due settimane, i panni del Conte di Pratolungo.

 

Marco Travaglini

Rosso Istanbul

IL LIBRO – Affacciata sullo stretto del Bosforo, Istanbul è il “portale che schiude mondi nuovi”, la città dai tanti nomi e dai tanti volti (Costantinopoli, Bisanzio, seconda capitale dell’Impero Romano). Ozpetek racconta un ritorno a casa che accende a uno a uno i ricordi

 

Ferzan Ozpetek è un grande regista. Nato ad Istanbul e naturalizzato italiano, nel giro di pochi anni è diventato una delle punte di diamante del nostro cinema. Dai suoi esordi fino alle opere della maturità si è sempre avvertita la sua urgenza nel proporre un preciso ventaglio di temi: la famiglia ( allargata e “tradizionale”), la ricerca del sé e dell’altro da sé, il potere della memoria, la separazione, l’esotismo e l’erotismo. Ma, oltre alla delicatezza e all’originalità che esprime dietro alla macchina da presa, è stata una piacevole sorpresa scoprirne il talento come scrittore. Il suo primo, e al momento unico, romanzo (“Rosso Istanbul”, 2013-Mondadori) è una straordinaria dichiarazione d’amore alla città dov’è nato. Affacciata sullo stretto del Bosforo, Istanbul è il “portale che schiude mondi nuovi”, la città dai tanti nomi e dai tanti volti (Costantinopoli, Bisanzio, seconda capitale dell’Impero Romano). Ozpetek racconta un ritorno a casa che accende a uno a uno i ricordi: della madre, donna bellissima e malinconica; del padre, misteriosamente scomparso e altrettanto misteriosamente ricomparso dieci anni dopo; della nonna, raffinata “principessa ottomana”; delle “zie”, amiche della madre, assetate di vita e di passioni; della fedele domestica Diamante. Narra del primo aquilone, del primo film, dei primi baci rubati. Del profumo intenso dei tigli e delle languide estati sul Mar di Marmara. E, ovviamente, del primo amore, proibito, struggente e perduto. Ma è Istanbul ad afferrarlo, trattenerlo, incrociando il suo destino con quello di una donna. Partiti insieme da Roma, sullo stesso aereo, seduti vicini, senza conoscersi , si incontreranno nella città della Moschea Blu e della cristiana Aya Sofya, del Topkapi , del mercato delle spezie e del Gran Bazar. Ma non è il caso di svelare oltre la trama di questo libro che, sinceramente, è tra i più belli che abbia mai letto.

 

Marco Travaglini

Il piemontese Pio V, il papa di Lepanto

Sognava di mobilitare l’intera Cristianità contro il grande pericolo turco Michele Ghislieri, il cardinale Alessandrino, diventato Papa V. Fu il promotore della Lega Santa che sconfisse i turchi a Lepanto il 7 ottobre 1571

 La minaccia dell’Islam in Europa e nel Mediterraneo fu utilizzata dal domenicano di Bosco Marengo, l’unico Papa piemontese della storia del cattolicesimo (Papa Bergoglio è di origine piemontese) per infiammare l’Europa cristiana, unire gran parte delle potenze europee e affrontare i turchi sul mare con una grande flotta guidata da Don Giovanni d’Austria. Per realizzare il suo obiettivo poteva contare sull’appoggio di molti sovrani europei ma non su quello del re di Francia che, pur “cristianissimo”, trescava con il Turco. Pio V ha aveva letto dei messaggi scritti da Carlo IX in cui il sultano ottomano Selim II (figlio di Solimano il Magnifico) veniva chiamato perfino “imperatore dei Turchi” quando invece agli occhi degli europei era un nemico e un tiranno da combattere. Leggendo parole come “altissimo, potentissimo e invincibile grande imperatore dei musulmani, nostro carissimo amico, Dio voglia aumentare la vostra grandezza….Pio V scattava sulla sedia e andava su tutte le furie. D’altronde, i cordiali rapporti franco-ottomani non erano una novità. Già 35 anni prima, Francesco I, re di Francia, aveva firmato con Solimano un “empio” patto di amicizia e di alleanza destinato a durare fino all’arrivo di Napoleone in Egitto alla fine del Settecento. Agli equipaggi pronti a salpare da Messina per raggiungere il Golfo di Lepanto, in Grecia, e scontrarsi in mezzo al mare con la flotta della Mezzaluna, Pio V raccomandava, in una lettera personale consegnata al comandante della flotta Don Giovanni d’Austria, di comportarsi cristianamente sulle galee, di non giocare e non bestemmiare, di pregare al mattino e di addestrarsi militarmente nel pomeriggio in attesa del grande scontro. Oltre 400 galee e più di 200.000 uomini si affrontarono in una battaglia che fu quasi più “terrestre” che navale. Galea contro galea, centinaia di scafi che si percuotono l’uno contro l’altro, soldati che si gettano sulle imbarcazioni nemiche, vicinissime tra loro, quasi incastrate, tenute insieme da pedane, tavole e passerelle, in un fuoco incessante di archibugi e pistole incrociato con nugoli di frecce e lance. La flotta della Lega cristiana investì quella ottomana sbaragliandola. Il grande ammiraglio Alì Pascià morì e con lui perirono altri 25.000 turchi mentre le perdite cristiane ammontarono a 7500 uomini. La testa mozzata di Alì fu innalzata su una lancia affinchè tutti potessero vederla. Il 7 ottobre 1571 il golfo di Lepanto si trasformò in un grande campo di battaglia e in un gigantesco affresco storico oggi immortalato con dipinti e arazzi sulle pareti di palazzi storici, ville e chiese in tutta Europa. Ma la battaglia di Lepanto servì a qualcosa? La vittoria dei cristiani fu assai amplificata dalla propaganda vaticana e dalla chiesa cattolica ma il sultano Selim affermò che “gli era stata solo bruciacchiata la barba” e non aveva tutti i torti poiché in pochi mesi ricostruì la flotta colata a picco davanti alle isole Curzolari. Lepanto fu solo un fuoco di paglia come sostengono molti storici. Una battaglia vinta dalla Lega Santa all’interno di una guerra perduta, quella per Cipro, che due mesi prima cessò di essere un’isola veneziana e cadde nelle mani dei turchi, reduci, sei anni prima, dal fallimento del grande assedio di Malta. E tre anni più tardi, nel 1574, gli ottomani riconquistarono Tunisi e da lì sorvegliarono senza difficoltà le coste nordafricane e, da Cipro, il Mediterraneo orientale. Allora molto rumore per nulla? La grande battaglia non servì proprio a niente o ebbe delle conseguenze? La domanda se la pose Fernand Braudel. In effetti a far rumore intorno a Lepanto fu soprattutto il grande impatto propagandistico che la notizia della vittoria, giunta a Venezia il 19 ottobre, si propagò per l’intero continente suscitando un’ondata di euforia e delirio. L’anziano Papa Ghislieri ordinò di far suonare le campane di Roma invitando i fedeli a ringraziare Dio e la Madonna del Rosario per la vittoria del 7 ottobre.

 

Filippo Re

L’avventura controcorrente di Radio Caroline, la più famosa radio pirata del mondo

Era il 28 marzo 1964, quasi all’ora di pranzo. I due “ragazzi terribili” alla consolle, Chris Moore e Simon Dee, sapevano bene che in acque internazionali le leggi inglesi non valevano e che la musica poteva librarsi nell’etere senza ostacoli

Questa è Radio Caroline sul 199, la vostra stazione musicale 24 ore su 24”. Con questo messaggio pre-registrato, lanciato da una vecchia nave passeggeri danese, la MV Caroline , al largo delle coste dell’Essex, a sudest dell’Inghilterra, venne annunciato l’inizio delle trasmissioni della prima “radio libera” ( “pirata”, si diceva al tempo) del mondo, di gran lunga certamente la più famosa. Era il 28 marzo 1964, quasi all’ora di pranzo. I due “ragazzi terribili” alla consolle, Chris Moore e Simon Dee, sapevano bene che in acque internazionali le leggi inglesi non valevano e che la musica poteva librarsi nell’etere senza ostacoli.

La prima canzone che venne mandata in onda fu Not Fade Away dei Rolling Stones. A quel tempo, in Gran Bretagna, suonavano, tra gli altri, i Beatles, i Moody Blues, gli Who, i Rolling Stones, gli Yardbirds di Eric Clapton e i Kinks. Pur in presenza di uno scenario unico e straordinario nella storia della musica pop e rock, le trasmissioni radiofoniche erano dominate dai tre canali radio dellaBBC, che confinava questi gruppi e le loro canzoni  nello spazio angusto e risicato di pochissime ore la settimana e non voleva saperne di ospitare  le band delle etichette indipendenti, mostrando di subire l’influenza delle grandi case discografiche come EMI e Decca. Quest’approccio piuttosto grigio in stile “old british” della radio pubblica e le regole piuttosto strane che, ad esempio,  limitavano a cinque ore il  tempo massimo in cui si potevano suonare dischi in diretta  o la scelta di  mandare in onda canzone cantate da altri interpreti o in versioni solo strumentali, fece guadagnare a Radio Caroline un successo incredibile. L’idea  della stazione “galleggiante” era venuta a Ronan O’Rahilly, un ragazzo irlandese di 24 anni, con l’ambizione di diventare un imprenditore musicale. O’Rahilly .

Così venne riadattata una nave passeggeri danese di 700 tonnellate, la MV Fredericia ( formalmente registrata a Panama). La sua famiglia, benestante, era  proprietaria di un piccolo porto privato a Greenore, nel nord dell’Irlanda. Le apparecchiature radio vennero installate con l’aiuto di un ingegnere svedese, Ove Sjöström, che aveva lavorato in una esperienza simile in Svezia. O’Rahilly disse che, per il nome, si ispirò a una delle celebri foto di Caroline Kennedy che gioca nello Studio Ovale. Radio Caroline trasmetteva musica pop tutto il giorno e arrivò a raggiungere, dopo pochi mesi dall’inizio delle trasmissioni, quattro milioni di ascoltatori. Si apriva così una stagione del tutto nuova e molte altre radio “libere” iniziarono l’attività al punto che, in un sondaggio del 1966, quasi metà dei sudditi di Sua Maestà, dichiarava di sintonizzarsi regolarmente su una radio pirata o su Radio Luxembourg, la potente emittente lussemburghese che era una specie di antenata delle radio pirata. Il governo britannico non stette con le mano in mano e pose di fatto fine all’epoca delle radio pirata con il Marine Offences Act, che entrò in vigore il 15 agosto 1967. La legge, tuttora in vigore, “proibisce di trasmettere dalle navi, dalle strutture off-shore e dagli aerei in acque territoriali britanniche, o da navi e aerei registrati nel Regno Unito dovunque si trovino”. Quasi tutte le radio pirata smisero di trasmettere ma il testardo O’Rahilly, da buon irlandese, decise di andare avanti e, poco dopo la mezzanotte di quel ferragosto di quarant’otto anni fa, disse “Radio Caroline continua” e mandò in onda  All You Need Is Love dei Beatles.  Qualche anno dopo Radio Caroline ripartì a bordo di una nuova nave,l’ex rompighiaccio Ross Revenge, dalle quali le trasmissioni continuarono fino al 1989quando il ministro inglese Margaret Thatcher ordinò la presa di forza della nave con successiva chiusura della radio. Ma nemmeno la Lady di Ferro riuscì a zittire l’emittente. Da allora Radio Caroline ha ripreso e interrotto le trasmissioni diverse volte ed oggi è ancora sulla breccia, trasmettendo via satellite.

 

Marco Travaglini