IL PUNTASPILLI di Luca Martina
Il principale patrimonio strategico degli Stati Uniti non sono certo le portaerei, né il dollaro, né Silicon Valley bensì la credibilità. La convinzione, coltivata per decenni, che le istituzioni americane siano prevedibili, affidabili e guidate da regole più forti delle personalità che temporaneamente occupano il potere.
Negli ultimi mesi, tuttavia, questa reputazione è stata messa a dura prova da Donald Trump, non soltanto attraverso le sue decisioni politiche ma, soprattutto, attraverso il suo modo di comunicare.
La presidenza Trump ha sempre fatto largo uso dell’imprevedibilità come strumento negoziale. Nel settore immobiliare e negli affari privati, sorprendere la controparte può essere un vantaggio. Nella politica internazionale, però, l’incertezza permanente genera costi elevati. Alleati, investitori e governi stranieri tendono infatti a premiare la prevedibilità e a penalizzare i continui cambi di rotta.
Negli ultimi mesi il presidente ha alternato annunci di imminenti accordi diplomatici a minacce di escalation, dichiarazioni sull’inflazione “sconfitta” a nuove iniziative tariffarie, promesse di pace a messaggi dai toni apertamente bellicosi.
Questo stile può risultare efficace nel dominare il circo mediatico, ma finisce per erodere la fiducia degli interlocutori internazionali e degli stessi cittadini americani.
Alla, iperattiva e spesso caotica, comunicazione si sono poi aggiunti, negli ultimi mesi, i dubbi sulla sua conduzione della guerra con l’Iran.
Facciamo un passo indietro… Nel 1982, durante la presidenza Reagan, dopo l’invasione israeliana del Libano, il Segretario alla Difesa Caspar Weinberger formulò una serie di principi che sarebbero diventati noti come “Weinberger Doctrine”.
La dottrina nasceva dalle lezioni del Vietnam e stabiliva che gli Stati Uniti dovessero ricorrere alla forza militare solo quando fossero soddisfatte alcune condizioni fondamentali:
- Interesse nazionale vitale chiaramente coinvolto.
- Intenzione di vincere in modo deciso.
- Obiettivi politici e militari chiaramente definiti.
- Adeguamento costante dei mezzi agli obiettivi.
- Sostegno dell’opinione pubblica e del Congresso.
- Ricorso alla forza come ultima risorsa.
Dopo averlo dapprima ignorato, appoggiando un intervento militare americano in Libano al fianco di Israele, Ronald Reagan tornò successivamente sui suoi passi e nel 1984 (dopo un sanguinoso attacco Hezbollah agli alloggiamenti dell’esercito USA all’aeroporto di Beirut) accettò i saggi consigli di Weinberger e ritirò le truppe.
Anche se entrambi repubblicani, la differenza tra Ronald e Donald non si limita certo ad una sola consonante…
E’ di tutta evidenza come la gestione della guerra contro l’Iran non soddisfa buona parte di questi criteri (così come non l’ha fatto a suo tempo la dottrina Bush, dopo gli attacchi alle torri gemelle, con la sua “Guerra al Terrore”), diventati nel tempo il paradigma da seguire per valutare l’opportunità di un intervento militare.
Quello che ha caratterizzato la Dottrina Trump è stata, al contrario, la mancanza di obiettivi stabili nel tempo, le continue oscillazioni tra ricerca di un accordo e minacce militari, l’assenza di un chiaro consenso politico interno ed il dubbio che sia stata realmente esplorata fino in fondo, prima di intervenire, l’opzione diplomatica.
La conseguenza è che il conflitto appare oggi agli occhi di molti osservatori più simile a una campagna di pressione continua che a un’operazione militare caratterizzata da obiettivi definiti e da una chiara strategia di uscita.
È esattamente il tipo di scenario che Weinberger cercava di evitare (memore del Vietnam…) quando elaborò la sua dottrina.
Ma c’è un aspetto ancora più importante per comprendere l’attuale situazione politica negli Stati Uniti: gli elettori americani votano con il portafoglio.
Tra tutte le variabili economiche, nessuna pesa quanto l’inflazione. Il cittadino medio può non seguire l’andamento del PIL o degli utili aziendali, ma sa perfettamente quanto paga per fare il pieno, acquistare generi alimentari o sottoscrivere un mutuo.
L’inflazione, con i suoi effetti immediati sulla qualità della vita, è tornata prepotentemente al centro delle preoccupazioni nazionali.
L’effetto combinato delle tensioni geopolitiche, dell’aumento dei prezzi energetici e delle politiche tariffarie ha contribuito a mantenere elevate le pressioni sui prezzi.
Un effetto immediato si è visto, inoltre, sul mercato immobiliare, con i tassi dei mutui trentennali saliti sensibilmente nel corso del 2026 ed ora sui livelli massimi dal 2007. Il mercato delle abitazioni ne ha rapidamente risentito aumentando così l’insofferenza degli americani (anche da parte di chi lo aveva votato) nei confronti del presidente.
E’ opportuno ricordare che Trump aveva fatto della promessa di ridurre l’inflazione (attribuendo la salita alla debolezza suo avversario, Joe Biden) il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale.
L’incapacità del POTUS nel rispettare quanto promesso è certamente un altro dei fattori che sta contribuendo al calo del livello di approvazione, ormai ai minimi dalla sua rielezione.
Ma dare per scontato che questo prefiguri una probabile sconfitta del partito presidenziale alle elezioni di metà mandato può essere un azzardo.
Il sistema politico americano, infatti, raramente segue schemi semplici.
Le previsioni per le elezioni di novembre indicano effettivamente un vantaggio democratico nella competizione per la Camera dei Rappresentanti ma molto più equilibrata appare invece quella per il Senato.
La composizione della mappa elettorale rende più difficile trasformare il vantaggio nazionale democratico in una conquista automatica della camera alta.
Per questo motivo numerosi osservatori ritengono plausibile uno scenario nel quale i Repubblicani perdano la Camera ma mantengano il controllo del Senato.
Una prospettiva che limita il rischio politico per il GOP e contribuisce a mantenere relativamente stabili le aspettative degli investitori (che non amano mai i cambiamenti di scenario troppo bruschi).
L’umore degli americani resta, dunque, depresso e gli indici di fiducia dei consumatori mostrano una diffusa preoccupazione per il costo della vita, l’occupazione e le prospettive economiche.
Questa inquietudine emerge chiaramente nel mercato obbligazionario.
Dall’inizio del conflitto iraniano i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti (provocando una perdita del loro valore) incorporando pressioni inflazionistiche persistenti ed una crescente incertezza fiscale (il debito pubblico americano continua a salire e per un creditore, e lo è chi detiene titoli obbligazionari, non è mai una buona notizia).
Osservando esclusivamente il mercato dei titoli pubblici si potrebbe concludere che gli investitori siano altamente pessimisti sulle prospettive dell’economia americana.
Che la situazione sia spesso più complicata di quanto appare a prima vista lo dimostra però il modo, paradossale, con il quale i mercati finanziari stanno vivendo questa situazione.
Mentre il quadro rappresentato dal mercato obbligazionario, come spiegato sopra, è ricco di ombre, il mercato azionario, al contrario, ha mostrato una sorprendente resilienza ed una netta prevalenza degli ottimisti.
Per spiegare quanto sta avvenendo possiamo utilizzare il proverbiale “rasoio di Occam”, con il quale possiamo sfrondare le tante possibili spiegazioni per ridurla ad una sola (“Pluralitas non est ponenda sine necessitate”): l’andamento degli utili aziendali.
La stagione delle trimestrali del primo semestre ha evidenziato una crescita degli utili estremamente robusta, trainata soprattutto dalla tecnologia, dall’intelligenza artificiale, dai semiconduttori e da numerosi comparti industriali.
Le robuste stime sugli utili hanno finora compensato il peso dei fattori negativi provenienti dalla politica e dalla geopolitica consentendo ai listini un percorso, seppur accidentato, positivo.

Gli investitori azionari, in fondo, acquistano flussi di cassa futuri e finché gli utili crescono, mettendo così in secondo piano tutti i timori che quotidianamente leggiamo sui social networks ed ascoltiamo dai notiziari (diventando, alla fine, quasi un “rumore di fondo”, fastidioso ma sopportabile), il mercato continua a trovare sostegno e valide motivazioni per continuare salire.
Occorre anche dire che la mancanza di credibilità attribuita alle esternazioni del presidente USA ne hanno limitato largamente i danni, potenzialmente molto negativi, arrecati ai listini azionari.
Gli investitori americani hanno sintetizzato la loro volontà di non prendere sul serio le parole provenienti dalla Casa Bianca nell’acronimo “TACO”: Trump Always Chicken Out (“Trump fa sempre marcia indietro”, con il sottointeso “quando il mercato prende male, scendendo, una sua esternazione”).
Per utilizzare una metafora omerica, molto in voga di questi tempi, si potrebbe dire che l’apertura dell’otre dei venti contrari da parte del presidente ha certamente provocato violente burrasche, alcune raffiche hanno colpito il dollaro, altre la fiducia dei consumatori, altre ancora il mercato obbligazionario, ma le vele sono state strappate solo a coloro che continuavano a prevedere una recessione imminente.
I venti sono stati, invece, propizi per chi, non facendosi spaventare dalle turbolenze, ha saputo mantenere la calma e la barra dritta nella gestione del proprio portafoglio.
D’altronde, nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa verso quale porto navigare* così come non lo è per l’investitore che non ha chiari i suoi obiettivi di investimento: tanto più sono ambiziosi, tanto è maggiore la possibilità che i venti ne accelerino la navigazione ma anche, di converso, quella di essere scaraventati fuori bordo dalla violenza delle onde…
Auguro al/alla paziente lettore/lettrice che è arrivato/a sino al fondo di questo articolo una buona navigazione (e che sia anche un auspicio per questa caldissima estate)!
* Parafrasi dalla lettera 71 delle Lettere a Lucilio (Epistulae morales ad Lucilium) di Seneca. La citazione corretta recita: “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est.”(Per chi ignora quale porto sia la sua meta, nessun vento è il suo vento).
Luca Martina
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