“La Via dei Saraceni”… un po’ di storia

Perché si chiama “ La Via dei Saraceni” la famosa gara ciclistica che si svolge ogni anno d’estate in Alta Valle di Susa con arrivo a Sauze d’Oulx? Una delle gare MTB più famose del Piemonte. Per saperlo basta alzare lo sguardo verso i versanti più alti delle montagne poste di fronte a Sauze e dintorni e guardare con attenzione. Si scorgeranno, anche da lontano, strane grotte, caverne e gallerie. Lì c’è la risposta. Il Monte Seguret, noto appunto per le grotte, la Galleria dei Saraceni e il Monte Genevris, sono tutte creste attraversate in parte dal percorso della gara ciclistica ed erano il rifugio dei saraceni dopo le terribili incursioni compiute nella bassa valle. La gara di mountain bike prende il nome da una tradizione storica e leggendaria risalente a oltre 1000 anni fa legata all’alta Valle di Susa e da qui nacque l’idea di chiamare il tracciato “Via dei Saraceni”. Almeno così secondo la tradizione locale ma storici e antropologi discutono ancora oggi quanto siano documentati i passaggi dei saraceni proprio sui sentieri di Sauze d’Oulx. È comunque accertato che tra il IX e il X secolo bande saracene provenienti dalla base fortificata di Fraxinetum in Provenza compirono incursioni nelle Alpi occidentali e controllarono per alcuni decenni diversi valichi alpini ma non esistono prove che il percorso dell’attuale gara ciclistica coincida con un loro itinerario storico. In sostanza, con “La Via dei Saraceni” si vuole ricordare gli antichi sentieri militari della parte più alta della Valle di Susa e il fascino delle leggende sui Saraceni che hanno percorso queste montagne. Fascino… fino a un certo punto. Non dimentichiamo che i saraceni erano razziatori, bande di predoni musulmani che scendevano dai monti per incendiare villaggi, chiese e monasteri, uccidere uomini, donne e bambini, fare bottino e scappare. L’antica Abbazia di Novalesa ne sa qualcosa: saccheggiata e distrutta nel 906 proprio dai saraceni.                     Filippo Re
nella foto: inviati saraceni ritratti nelle Chroniques de Saint-Denis (XII-XV secolo)
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