Il riservato Simioli e la storia della vigilanza del Pci a Torino

Si intitola Riservato e narra una storia molto particolare, quella della vigilanza del Pci torinese. Il libro, edito da Impremix, l’ha scritto Diego Simioli, classe 1955, formatosi politicamente frequentando la 16ª sezione comunista di Torino in corso Giambone, intitolata a Giuseppe Bravin, un giovane partigiano gappista e medaglia d’argento al valor militare. E’ un racconto in gran parte autobiografico perché Simioli è stato per decenni uno degli uomini più autorevoli e rispettati del “mitico” servizio d’ordine del Pci. Nel libro, che raccoglie anche le testimonianze di Luciano Violante, Rocco Larizza, Pietro Marcenaro e Walter Veltroni, Simioli affronta senza reticenze e con coraggio la ricostruzione “dall’interno” di un’esperienza del tutto particolare e importante nella storia politica del più grande partito della sinistra, rendendo comprensibile il senso di una militanza talmente totalizzante da mettere in secondo piano tutto il resto, compresa la vita familiare. Lo fa con passione senza venir meno al proverbiale riserbo ed equilibrio, doti fondamentali e imprescindibili per chi fece parte di un organismo del tutto particolare e senz’altro importante, molto più importante di quanto non sia mai stato riconosciuto anche da molti uomini e donne della sinistra. Una esperienza di vita e di militanza che è anche la storia di una grande comunità, quella dei comunisti italiani prima e poi dei partiti che da quell’esperienza hanno preso vita. Le memorie di Diego si snodano lungo l’arco di decenni vissuti in quella comunità dove si è formato come persona, incontrando persone e vivendo situazioni ed episodi importanti.  Diego Simioli e i suoi compagni li si incontrava alle manifestazioni o alle varie iniziative politiche, guidavano e salivano sulle macchine dei dirigenti con compiti di scorta in anni complicati, quando il terrorismo e l’eversione colpivano senza pietà come ricorda Luciano Violante nella sua introduzione. Uomini, compagni generosi che hanno dedicato gratuitamente tantissimo tempo sottratto ai loro affetti, a mogli e figli, alla loro vita di tutti i giorni, spesso pagandone le conseguenze nella loro sfera di vita privata. Compagni che per tanti come me sono diventati nel tempo un riferimento prezioso.

Per chi non li ha conosciuti immagino sia difficile capire fino in fondo il senso del loro impegno. Viaggiavano dentro quelle auto con i dirigenti di quel partito dei quali avevano ascoltato dialoghi, telefonate, conoscevano fatti, persone, episodi e aneddoti che avrebbero potuto riempire volumi di memorie e retroscena. Ma erano discreti, affidabili, riservati. E non era cosa da poco. Ho conosciuto Diego e suo fratello Rodolfo, Beppe Scattolin e tanti altri. Persone concrete, disponibili, appassionate e intelligenti. Quella loro riservatezza non era solo frutto di una professionalità maturata nel tempo ma il risultato di una profonda coscienza politica, di un senso della militanza e dell’appartenenza che restituiva intatta l’umanità e la passione che si portavano dentro. I loro (e non solo loro) “maestri”, Palmiro Gonzato e Pietro Cordone, sono state figure importantissime, quasi mitiche nel Partito comunista torinese del dopoguerra. Uomini tutti d’un pezzo che hanno praticato e insegnato la disciplina e il senso di appartenenza a quella comunità di donne e uomini che desiderava cambiare in meglio la società. Dai tanti aneddoti che Diego Simioli racconta, pur con la necessaria e imprescindibile riservatezza, dagli incontri con dirigenti come Giancarlo Pajetta e tanti altri, si intuisce nettamente la sostanza di quella miscela unica di passione e sentimenti che li spingeva a sacrificare tante cose, serate, notti, ferie, famiglie, per quella che ritenevano la loro missione dentro una grande storia comune. “ I compagni della vigilanza mi hanno silenziosamente insegnato il primato del partito – scrive Violante – perché il partito siamo tutti noi, la generosità, la fratellanza, il significato dell’appartenenza a una comunità che aveva regole e gerarchie, ma che aveva soprattutto rispetto reciproco e fiducia”. Quel servizio d’ordine, composto da militanti responsabili e preferibilmente robusti, era principalmente destinato a prevenire, ad evitare le provocazioni e le possibili degenerazioni delle manifestazioni, innescate per lo più da provocazioni dei gruppi più estremisti, di frange di manifestanti, dei fascisti e talvolta anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico. A volte incompresi nel loro stesso partito, mai abbastanza valorizzati e ringraziati per quel prezioso e oscuro lavoro, Diego Simioli e gli altri della vigilanza sono restati molto legati tra loro e con questo libro, raccontandone almeno in parte la vicenda, è augurabile che possano venire risarciti almeno sotto il profilo della memoria per l’affidabilità, la disponibilità individuale e collettiva, la capacità organizzativa e la passione di un gruppo di militanti che ha sempre lavorato per la sicurezza e la tranquillità di tutti, spesso anche di chi non ne condivideva le idee politiche ma si riteneva un democratico.

Marco Travaglini

 

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