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CULTURA

L’isola del libro

in CULTURA E SPETTACOLI

Rubrica settimanale dedicata alle novità in libreria

A cura di Laura Goria

 

Lucia Berlin “Welcome home” -Bollati Boringhieri- euro 20,00

E’ stata una vita nomade, tra alti e bassi, quella della scrittrice Lucia Berlin, nata in Alaska nel 1936 e morta a Marina del Rey, in California, nel 2004. In mezzo a questi due punti fermi si sono concatenati 3 mariti, 4 figli, 33 traslochi, racconti, alcol e momenti finanziariamente difficili, una miriade di lavori, anche modesti, insomma …un’esistenza fuori dall’ordinario. Se avete amato i suoi “La donna che scriveva racconti” e “Sera in paradiso”, questa volta viaggiate in una sorta di memoir arricchito da foto, lettere e scritti, messi insieme dal figlio Jeff. Entrate nel mondo di questa donna bellissima, illuminata da incredibili occhi blu, sempre precaria, madre single che cresce i suoi bambini tra roulotte, capanne e appartamenti gelidi.

Figlia di un ingegnere minerario e di una madre alcolista trascorre un’adolescenza agiata a Santiago del Cile, studia all’Università del New Mexico e a 19 anni sposa lo scultore Paul Suttman, dal quale ha due figli nel giro di due anni, che finirà per abbandonarla.

Conosce il pianista jazz Race Newton col quale si trasferisce a New York, nel Greenwich Village e sprofonda nella povertà più nera: riscaldamento a singhiozzo, lei costretta a scrivere addirittura con i guanti e a inventarsi stratagemmi per tenere i bambini al caldo. Poi arriva il sassofonista eroinomane Buddy Berlin con 4 biglietti aerei, destinazione Acapulco, e lei lo segue in capanne e altra miseria. Mentre lui si fa l’ennesimo buco Lucia partorisce il terzo figlio e ancora una volta si ritrova sola; dopo la nascita del quarto prende i bambini e vola a ricostruirsi una vita in California. Farà di tutto: donna delle pulizie, centralinista, infermiera.. nel frattempo scrive i suoi magnifici e spesso autobiografici racconti, entra ed esce dagli Alcolisti Anonimi. Vale la pena soffermarsi sul capitolo che riassume i problemi di tutti i luoghi in cui ha vissuto, perché lì è scandito il suo continuo peregrinare tra Alaska, Montana, Idaho, Texas, Arizona, Santiago del Cile, Acapulco, e poi ancora altre mete fino alla California, alle prese con valanghe, alluvioni, scorpioni, sporcizia, topi e termiti…e via così in un percorso difficile e spesso al limite dell’inimmaginabile.

 

Cristina Cattaneo “Corpi, scheletri e delitti” -Raffaello Cortina- euro 16,00

Lei è l’anatomopatologa più famosa d’Italia: ha raccolto e analizzato i resti di Yara Gambirasio, è docente universitaria di Medicina Legale e direttrice del Labanof, il laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense. Tra i mille impegni la Cattaneo riesce anche a ritagliarsi il tempo per scrivere e raccontare il suo lavoro, come nel precedente “Naufraghi senza volto”; una sorta di reportage della complessa identificazione dei migranti morti in mare, in particolare dei naufraghi di Lampedusa. Ora in “Corpi, scheletri e delitti” ci aiuta a fare chiarezza sul suo mestiere difficile e affascinante che restituisce ai cadaveri un nome e ai familiari la possibilità di metabolizzare un lutto.

Siamo in un’epoca in cui “Il delitto ormai è inflazionato” e lei sottolinea come “..corpi martoriati, testimonianze raccapriccianti e i volti di chi soffre siano dati in pasto a chiunque per mero spettacolo….Avvocati, investigatori, criminologi si azzuffano davanti ai telespettatori tessendo teorie di ogni tipo e interpretando liberamente indizi e testimonianze”. Come non darle ragione!

Nei suoi libri, sopralluoghi sulle scene dei delitti, cadaveri, autopsie e analisi di laboratorio sono sempre narrati col rispetto della scienziata che non si sofferma sull’orrore per stupire, ma per spiegare la professione importantissima che svolge e i sentimenti che la collegano alle vittime. E queste pagine sono consigliate soprattutto a chi vuole andare oltre la superficiale spettacolarizzazione delle morti violente, per capire meglio come si arriva a risultati spesso decisivi.

 

Martha Batalha “Il castello di Ipanema” – Feltrinelli- euro 16,50

Se amate le atmosfere del realismo magico sudamericano questo libro fa per voi. E’ scritto da una delle autrici più geniali dell’America Latina, la brasiliana Martha Batalha, nata a Recife nel 1973, giornalista e fondatrice della casa editrice Desiderata, che dopo un periodo newyorkese oggi vive in California con il marito e due figli. Ci coinvolge in un romanzo travolgente, una sorta di saga familiare in cui si inanellano destini, tradimenti, segreti, amori e rancori che partono da lontano. Dall’origine di Ipanema, spiaggia favolosa in cui nel 1904 il console svedese Johan Jansson (tutto ossa) costruisce per la moglie Brigitta (70 kg di donna in un metro e mezzo di altezza, e strane voci nella testa inutilmente curate da Freud) un castelletto moresco con tanto di torre: una delle prime case della zona sud di Rio de Janeiro. Martha Batalha ricrea l’atmosfera di quel lido favoloso, attingendo anche a fonti storiche, ma soprattutto alla sua fantasia. Il risultato è fantastico e cresce di pagina in pagina, man mano che il castello si ammanta di tanti stili fino ad ottenere una fisionomia pasticciata e unica. Qui nascono i 3 figli della coppia e scorrono gli anni movimentati da feste spettacolari dai ritmi carioca. Poi Johan viene inghiottito da mare e scogli, il castello va in rovina e niente sarà mai più come prima. A portare aventi la dinastia sono i giovani eredi, soprattutto Nils che riemerge dalla malinconia, sposa la strabica e rancorosa Guiomar, e mettono al mondo Tavinho. E’ soprattutto la storia del suo matrimonio con Estela che viene messa a fuoco. Anni di cene in famiglia insopportabili, rimbrotti continui di Guiomar verso le delizie culinarie della nuora, tutto condito da sentimenti altalenanti, apparenze, disorientamenti sessuali e amanti. Traiettorie di vita sullo sfondo della dittatura e delle torture dei prigionieri politici, poi della democrazia condita dal boom economico. Con un epilogo in qualche modo annunciato.

Se amerete questo libro vi suggerisco pure “La vita invisibile di Euridice Gusmão” (Feltrinelli), romanzo di esordio della Batalha, che ha ispirato anche l’omonimo film vincitore del premio “Un Certain Regard” al Festival di Cannes 2019. E’ la storia di due sorelle, ambientata a Rio de Janeiro negli anni 40, quando il raggio di azione femminile era decisamente corto. La scrittrice precisa che “Euridice e Guida sono basate sulla vita delle mie e delle vostre nonne”. Ed ecco allora la ribelle e bellissima Guida che fugge di casa seguendo il suo grande amore, rampollo di una ricca famiglia che di lei non vuol saperne. Invece Euridice è una figlia, madre e moglie modello, ma alle prese con un’infelicità profonda e devastante che la rende appunto “invisibile”.

Leonardo pittore: tutto in un corso

in CULTURA E SPETTACOLI

Il corso “LEONARDO DA VINCI. PITTORE”  si terrà presso il Polo Culturale Lombroso16 a Torino nei giorni di Mercoledì 26 febbraio, 4 e 11 marzo, dalle ore 19.00 alle 20.30

La natura, la scienza, il moto, il fiato. Tre incontri interattivi alla scoperta dell’anima e dell’opera del geniale studioso e artista formatosi a Firenze, ma che Milano rese famoso.

Il corso, organizzato dall’Associazione di Promozione Sociale WhatsArt?, si articolerà in tre serate interattive e tratterà i seguenti argomenti

Mercoledì 26 febbraioLo studio della natura
L’adorazione dei magi, il cartone della Sant’Anna

Mercoledì 4 marzo : I ritratti
La dama con l’ermellino, la Gioconda

Mercoledì 11 marzoLeonardo a Milano
La Vergine delle rocce, il Cenacolo

Una visita al Cenacolo a Milano potrà essere organizzata con i partecipanti.
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WhatsArt? con le sue proposte formative e laboratoriali si mette in prima linea nel donare e diffondere strumenti utili perché l’arte sia inserita in una interdisciplinarietà che va dal mondo della scuola e dell’educazione a quello del lavoro, dove il capitale umano rimane sempre il maggior investimento.
La Metodologia utilizzata riprende le Strategie di Pensiero Visivo (VTS) e usa il potere di sensi che deriva dalle arti, secondo la Teoria delle Intelligenze multiple.

A cura di:
Monica Fasan, Storico dell’Arte e Art Educator

INFO E ISCRIZIONI: 

E-mail: dialoghiconlarte@gmail.com

Facebook: WhatsArt?

Instagram: whatsart_dialoghiconlarte

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

Comba il professore gentiluomo – Il saltafossi radical-cattolico – Il Sindaco d’Italia – Lettere

Comba il professore gentiluomo

Il prof. Andrea Comba, mancato venerdi’ a Torino all’età di 83 anni, ha rappresentato una delle ultime figure importanti della Torino civile. Riservato, colto, sobrio, elegante, misurato, era l’opposto di certi banchieri torinesi che hanno le mani sporche di politica e devono la loro scalata solo alla  politica. Comba si ritirò in punta di piedi  con grande dignità, mentre altri, malgrado non ricoprano più cariche, sgomitano  per comparire sui giornali. Non apparteneva al vippume torinese, fu l’ultimo esempio di una torinesità alta, non provinciale, aperta  al mondo. Professore universitario, avvocato, presidente della Fondazione Crt e di tante realtà torinesi tra cui l’Istituto di Studi Europei, sapeva stare al suo posto e non cercò mai la visibilità. Frequentò anche il Centro “Pannunzio” e con lui nacque anche un’amicizia che rimase viva negli anni. Una volta nel 2010 venne ad un concerto dei bersaglieri in marzo, davanti alla casa di Cavour, in via Lagrange. Si mise a nevicare  e il concerto si tenne lo stesso. Comba senza ombrello volle assistervi fino alla fine. Mi disse che avevo fatto bene a ricordare Cavour che meritava un’attenzione che l’Italia volgare di oggi è incapace di dedicargli. Non si lasciò mai invischiare nelle mene politiche locali, rimase sempre al disopr . Il suo stile glielo avrebbe impedito: era un gentiluomo di antico stampo. Conservo di lui una fotografia ad un Premio ”Pannunzio” insieme all’ambasciatore Sergio Romano. Anche rispetto a Romano il modo di pensare e di vivere di Comba era molto superiore e certe piccinerie dell’ ex ambasciatore in lui sarebbero state impensabili. L’ Università ha perso uno degli ultimi maestri ,di quelli capaci di formare allievi destinati a loro volta a diventare maestri.
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Il saltafossi radical-cattolico

Il senatore G a e t a n o Q u a g l  i a r i e l l o, già segretario del presidente del Senato Marcello Pera, ministro e senatore dai tanti passaggi trasformistici da un partito all’altro (sembra che anche oggi sia pronto a trasmigrare nei responsabili a sostegno di Conte) ha scritto un libro con il cardinale Ruini, ,uno dei personaggi più fastidiosamente invasivi nella politica italiana e meno rispettosi della laicità della Repubblica sancita dalla Costituzione. Nato radicale, Q u a g l i a r i e l l o via via è diventato sempre più un biaciapile. Il suo è  un libretto non meritevole neppure di una citazione. E’ una brutta copia del dialogo intrapreso tra Benedetto XVI e il filosofo  laico e liberale Marcello Pera che ha invece rappresentato qualcosa di importante e meriterebbe una rilettura anche oggi.

Il Sindaco d’Italia

ha rilanciato l’idea della elezione diretta del capo del governo, riprendendo la legge che prevede l’elezione dei sindaci. Non si tratta di una cosa nuova, ma non si tratta necessariamente di una sbandata a destra,come hanno titolato certi giornali con estrema faziosità. Un liberale come Filippo Burzio era per l’ elezione di un cancelliere che garantisse stabile  governabilità .Una parte del Partito d’Azione con Calamandrei e Valiani era per la Repubblica presidenziale. Il sistema francese ideato da De Gaulle venne accettato e fu mantenuto dal socialista  Mitterand e con quel sistema sono stati eletti tutti i Presidenti francesi: un metodo efficiente ed equo che ha garantito una democrazia stabile e l’alternanza. Renzi ha poca credibilità politica ,ma demonizzarlo perché mette in dubbio il governo Conte, uno dei peggiori della Repubblica, è disonesto. Semmai non ci sono le condizioni politiche per fare riforme costituzionali in questo Paese che ormai è allo sbando ed ha un’ economia destinata al collasso. Se si volesse uscire dallo stagno limaccioso  radical in cui siamo, forse sarebbe davvero necessario un bagno riformatore che desse una svolta istituzionale e costituzionale, consentendoci di passare alla III Repubblica. Certo Renzi non è il De Gaulle italiano che purtroppo  non esiste. Abbiamo una classe politica fatta di piccoli uomini e piccole donne incapaci di affrontare la quotidianità. Ma il problema della governabilità si pone come una priorità molto importante  soprattutto di fronte ad una politica mediocre  che non sa ad imporsi.

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Lettere    scrivere a quaglieni@gmail.com

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Sandro Pertini
Sono passati trent’anni dalla morte di Sandro Pertini, il presidente più amato dagli italiani. Perché non se ne parla ?          Paola Zullo
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Pertini è stato un grande uomo, una volta Saragat mi parlò di lui come di un  vero eroe capace di mettere sempre in gioco la sua  vita  per servire i suoi ideali. Fu fieramente socialista, pati’ il carcere e il confino, partecipò  alla Resistenza dove dimostrò la sua passione ed anche la sua durezza a volte eccessiva. Ebbe rispetto per il cadavere di Mussolini e della Petacci oltraggiato in modo infame  a Piazzale Loreto e ordinò che avesse fine quella orrenda sceneggiata  che disonorò i partigiani. Nel dopoguerra fu contro l’alleanza tra socialisti e comunisti, ma nel  1953, quando morì Stalin, ebbe parole di elogio nei suoi confronti, assolutamente non giustificabili perché tanti in Italia sapevano già allora  cosa fosse stato lo stalinismo. Fu deputato e due volte presidente della Camera dove dimostrò di saper essere anche un uomo super partes, ruolo che dovette costargli molto. Pertini era un istintivo  che a volte non misurava bene le parole e voleva anche piacere alla gente. Come Presidente della Repubblica seppe adempiere al ruolo con dignità ed onore, qualche volta con qualche concessione di troppo  alla demagogia. Non volle vivere al Quirinale come Cossiga: un esempio in verità  poco seguito. Non ebbe un pensiero politico organico ed originale come quasi tutto il socialismo italiano perché anche Nenni si rivelò soprattutto un giornalista e un agitatore e neppure Riccardo Lombardi, ex azionista e filocomunista, non si rivelò certo un teorico. Pertini era un colto uomo d’azione. Saragat tentò  di elaborare una teoria socialdemocratica, sia pure sull’onda del socialismo austriaco. Il socialismo italiano  nel complesso ebbe il fiato corto, solo Craxi cercò di pensare più in grande, attorniandosi di alcuni cervelli pensanti come Giuliano Amato e Luciano Pellicani. Ma il  discorso non andò molto lontano. Di Pertini resta una grande lezione di coerenza e di onestà. In Liguria lo stanno ricordando, altrove il ricordo stenta, perchè in questa Italia scombinata il nome di Pertini è stato totalmente dimenticato. Non poteva che essere così. Corrado Bonfantini comandante delle Brigate partigiane Matteotti mi disse del suo carattere irascibile .E disse che nei giorni della Liberazione fu vendicativo. Bonfantini fu a diretto contatto con lui a Milano nei giorni prima e dopo il 25 aprile. L’ultimo Pertini aveva colto a pieno l’idea che senza libertà non ci sarebbe stata giustizia sociale .Era l’idea di Matteotti e di Rosselli che riviveva. Certo, in precedenza ,aveva avuto un’idea di socialismo diversa,meno democratica . Non fu comunque mai un socialista liberale. Mi stupì che, quand’era Presidente, nel 1979 avesse insignito della medaglia d’oro il Centro”Pannunzio” e mi stupì ancora di più che un’altra volta avesse mandato un suo assegno personale da mezzo milione a sostegno del Centro”Pannunzio”. Forse Antonio Maccanico, segretario generale al Quirinale  e amico di Pannunzio, gli aveva parlato del Centro e anche di me. Lo incontrai una volta al Museo del Risorgimento e fu molto espansivo e generoso di elogi. Ma forse il tutto rientrava anche  nella sua disponibilità umana ad incontrare le persone e a parlare con loro. Probabilmente questo è il lato più importante di Pertini ,al di là della vicenda politica. Seppe anche scegliere dei senatori a vita come Leo Valiani e Norberto Bobbio che rispecchiavano perfettamente il dettato costituzionale sui senatori a vita che premia i meriti acquisiti. Nel suo settennato ebbe inizio il pentapartito con i liberali tornati al governo che significo’la fine dell’ infausta  solidarietà nazionale attraverso cui i comunisti cercarono di andare al governo. Anche sotto questo profilo la sua presidenza appare importante.Fu meno significativo di Einaudi e dello stesso Saragat, ma seppe incarnare lo spirito italiano. Di fronte al terremoto in Irpinia non esitò a scagliarsi inutilmente purtroppo – contro i ladri e i corrotti che speculavano. Un esempio unico, fuori dai rituali del Quirinale, che resta paradigmatico di un uomo dalla forte passione civile che non arretrò mai di fronte a nessuno. Anche durante gli anni di piombo tenne sempre un posizione fermissima contro il terrorismo, andando contro la linea del suo partito originario, da cui seppe affrancarsi come presidente. Una scelta molto limpida, per essere stato considerato il primo presidente socialista,come impropriamente venne definito all’atto della sua elezione.
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La minaccia del Coronavirus
Ma lei come si sente dopo il primi morti di Coronavirus anche in Italia ?        Antonino De Vittorio  
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Sono molto preoccupato . Aver chiuso solo  i voli da e per la Cina, senza controlli negli arrivi ai voli triangolati e indiretti dalla Cina ,ha già avuto conseguenze drammatiche. Io ho una  totale sfiducia negli attuali governanti, politicamente inetti.  Mi sembra che dopo circa un mese  dall’allarme ci troviamo impreparati, quasi in balia di noi stessi. Non voglio seminare allarmismo, ma c’ è da essere personalmente molto in ansia. Spero che ci sia ancora tempo per muoversi. C’ è già stato un imbecille menagramo che ha scritto su internet che ci  manca solo un nuovo Boccaccio per descrivere la peste. Idiozie, anche perché in effetti sarebbe stato  più calzante  citare Manzoni e il malgoverno della Spagna in Lombardia. Eravamo nel 1600, spero che nel 2020  le cose siano cambiate. Anzi, sono certo di si.

Angelo Morbelli nella mostra del Divisionismo a Novara

in CULTURA E SPETTACOLI

La bella mostra “Divisionismo-Rivoluzione della luce” al Castello Visconteo di Novara, curata da Annie Paule Quinsac a cui si deve il grande merito di essersi per prima interessata al Neo Impressionismo scientifico, mette a confronto i vari esponenti di quello che fu denominato per comodità “Movimento” anche se al nascere non vi fu un manifesto degli artisti, concordi tutti nella tecnica del colore diviso ma non nello spirito

Per noi monferrini, che riteniamo “Nostro” Angelo Morbelli, che nei mesi estivi viveva alla Colma di Rosignano dove esistono ancora intatti l’ atelier di Villa Maria e il giardino tante volte ritratto, trovare esposti ben sette dipinti è un motivo in più per invogliare alla visita.

Decantate le mode, trascorso il tempo necessario per arrivare ad una definitiva valutazione, egli, oltre ad essere ritenuto il più osservante nell’applicazione alla pittura delle teorie dell’ottica, senza dubbio è riconosciuto grande artista dallo stile personalissimo dimenticando i giudizi penalizzanti di Grubicy che lo riteneva irritante per la troppa precisione e persino della stessa Quinsac che lo definiva scolaretto di modesto talento benché ne riconoscesse il ruolo di attento ricercatore e sperimentatore. Il confronto tra i vari artisti esposti evidenzia affinità e discordanze, il decorativismo onirico e allucinato di Gaetano Previati, il misticismo proletario e la coscienza politica di Giuseppe Pellizza, la visione panteistica di Giovanni Segantini, l’accanita denuncia sociale di Emilio Longoni, l’adesione al vero di Morbelli che lo avvicina ai modelli letterari di Verga e Capuana nel cogliere ciò che vede con un certo distacco e fatalismo.


Pur con interesse e commozione ai problemi sociali, nel clima del socialismo umanitario del suo tempo, Morbelli ha un atteggiamento tiepido, distante dalla adesione alle lotte progressiste di classe di un Longoni (In mostra “l’oratore dello sciopero”), di un Pellizza e di altri pittori divisionisti. Nella prima sala troviamo uno dei suoi temi preferiti riguardo la semplice quotidianità della vita agreste, espressa nella “Partita alle bocce” contrapposta a “Fumatrici di hashish” di Previati intriso di maledettismo baudelairiano, differenziandosi anche da “Dopo il temporale” di Segantini più inquietante e vibrante già improntato alla rivoluzione della luce.Il “Consiglio del nonno – parlatorio luogo del Pio Albergo Trivulzio”, facente parte della serie sulla poetica della vecchiaia, è trattato da Morbelli senza toni tragici, con la consapevolezza che essa è qualcosa di ineluttabile, tristezza, malinconia, rimpianto ma non dramma.

I suoi vecchi sono accuditi, puliti, vestiti dignitosamente, non descritti in scene strappalacrime; in questo caso il vecchio è non come al solito rassegnato e inattivo, anzi assume il ruolo gratificante di elargire saggezza alla nipote facendo tornare alla mente le “Vecchine curiose” vivaci e motivate nell’osservare un quadro dell’artista sul cavalletto.Nella terza sala il trittico “Sogno e realtà” diventa metafora del trascorrere del tempo, della dialettica vita – morte, giovinezza-vecchiaia, attraverso un simbolismo di facile comprensione avulso da oscuri intellettualismi mentre nella sala successiva “Neve”, realtà fotografica di purezza cristallina con sfoggio di padronanza tecnica, si differenzia dalle nevicate più liriche di Previati e di Pellizza oltre che dal simbolismo segantiniano che in “Savognino sotto la neve” allude al significato pregnante della coltre bianca come morte di tutte le cose.

L’ultima sala fa ritrovare il tema del paesaggio con “Alba domenicale” del 1915 che, come spesso usa Morbelli, ritorna su iconografie precedentemente trattate, in questo caso nel 1890 quando dipinse una stradina collinare che scende alla Cappelletta verso Terruggia, sullo sfondo, percorsa da alcuni devoti monferrini con il vestito della festa, mentre si recano alla Santa Messa domenicale.Infine la splendida “Meditazione” presenta uno dei più alti momenti della sua arte portando l’artista ad una dimensione di purezza assoluta nel ritrarre ragazze adolescenti, immobili, immerse in pensieri segreti, estraniate e inconsapevoli della presenza del pittore che non pretende di penetrare nel loro mondo interiore.

Ne esce un’atmosfera di silenzio, mistero e atemporalità quasi metafisica dove tutto si ferma, niente a che spartire con le figure femminili di Degas, spiate per cogliere voyeuristicamente la gestualità dei corpi nelle azioni quotidiane.Una mostra imperdibile che, come le precedenti alla Galleria Bottega Antica, alla GAM di Milano e al Museo Civico di Casale Monferrato, durante il 2019, contribuisce a celebrare il centenario della morte del nostro grande artista.

Giuliana Romano Bussola

“SPEAK, share your world”: uno scambio per l’inclusione sociale

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

SPEAK è un progetto nato in Portogallo nel 2014 con lo scopo di favorire l’inclusione sociale e l’uguaglianza tra le persone

Si tratta di una social tech startup che crea una connessione tra migranti, rifugiati e locali attraverso un programma di scambio linguistico e culturale. Il progetto è rivolto anche a espatriati e studenti internazionali al fine di facilitarne l’inserimento nella città in cui si sono trasferiti.

Il progetto propone, inoltre, eventi aperti a tutti come le cene internazionali e le serate di gioco in lingua, con lo scopo di facilitare la socializzazione.

SPEAK è arrivata in Italia nel 2017 e Torino è stata la prima città ad ospitare il progetto oltre i confini del Portogallo. L’iniziativa ha da subito riscosso molto successo e attualmente sono attivi più di 25 gruppi linguistici.

Tutte le attività di SPEAK hanno potuto crescere e diffondersi anche grazie alla collaborazione con numerose realtà locali, tra cui le Biblioteche Civiche, il Polo del ‘900 e il TYC. Sono partner anche alcune Case di Quartiere e diverse Associazioni.

 

Qual è il nostro obiettivo?

SPEAK ha l’obiettivo di promuovere il multilinguismo e democratizzare l’apprendimento delle lingue. Il suo format aperto ed informale consente di superare gli stereotipi e le differenze sociali, abbattendo le barriere linguistiche con l’intento di contribuire a risolvere il problema dell’esclusione sociale.

SPEAK, nel suo insieme, è un’impresa sociale con una chiara missione e priorità: integrare i cittadini attraverso il valore della loro diversità. Propone un programma di scambi culturali e linguistici a cui chiunque può iscriversi come partecipante o candidarsi come buddy, permettendo a persone di culture diverse di incontrarsi, imparare e condividere conoscenze.

L’esperienza acquisita negli anni di attività in Portogallo, unitamente alle dichiarazioni dei partecipanti sull’influenza significativa che SPEAK ha avuto nelle loro vite, hanno confermato il valore del progetto in termini di impatto sociale. Nell’arco delle 12 settimane di frequenza ad un gruppo linguistico, infatti, si sono osservati un miglioramento nel senso di appartenenza alla comunità locale, una riduzione delle barriere linguistiche e un aumento in termini di valorizzazione della cultura di ciascun partecipante.

Come funziona?

SPEAK organizza gruppi linguistici, di base o di conversazione, per gruppi da 4 fino a 18 partecipanti. Al momento sono attivi gruppi di italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, arabo, portoghese e giapponese. I gruppi linguistici sono gestiti da buddies provenienti da tutto il mondo che parlano fluentemente una lingua e desiderano condivederne la conoscenza in un contesto informale e divertente. I gruppi si incontrano per 12 sessioni da un’ora e mezza ciascuna, una volta a settimana. Ogni incontro è improntato su un’area tematica specifica con l’intento di fornire informazioni pratiche e un vocabolario mirato. L’obiettivo consiste nel favorire la partecipazione di tutti attraverso la conversazione, la simulazione di role-playing e giochi interattivi.

 

Gli eventi

Oltre ai gruppi linguistici, il progetto propone un ricco calendario di eventi. Si tratta di incontri aperti a tutti con l’obiettivo di coinvolgere attivamente chiunque desideri praticare le lingue in maniera divertente e non convenzionale e, contemporaneamente, creare un’occasione di scambio e condivisione   con persone nuove. Gli eventi variano dalle cene internazionali alle serate di gioco da tavola, ma prevedono anche attività come lezioni di yoga in lingua, jam session e scambi di libri.

 

Prendi parte al progetto di SPEAK

Chiunque può prendere parte al grande progetto di SPEAK diventando un buddy, per aiutare gli altri a imparare una lingua, che si tratti della propria o di un’altra parlata fluentemente. SPEAK si occupa di fornire un breve training, l’accesso diretto al materiale per le sessioni oltre a proposte di giochi ed esercizi di gruppo, che si possono utilizzare per creare un contesto divertente ed informale. Diventare buddy rappresenta un’occasione speciale per trascorrere del tempo con persone provenienti da tutto il mondo, scambiare conoscenze ed esperienze e, contemporaneamente, creare un impatto positivo nella vita di qualcun altro. Inoltre, come buddy è possibile partecipare gratuitamente a qualsiasi gruppo linguistico.

 

 

SPEAK – Share your world

Ulteriori informazioni e approfondimenti sul progetto e sui gruppi di lingua sono disponibili visitando il sito:

https://www.speak.social/it/turin/

 

Enrico Massimino, un simpatico monello per una nuova umanità

in CULTURA E SPETTACOLI

“Panni stesi al vento” nelle sale della Galleria “Arte per Voi” di Avigliana

 

Strano titolo – Panni stesi al vento, a cura di Luigi Castagna e Giuliana Cusinoquello scelto da Enrico Massimino, oggi sessantacinquenne, musicista e pittore che si divide tra la frenesia torinese e la calma di Coazze, che è innamorato del Novecento e dei suoi protagonisti Picasso Mirò e Chagall, che strizza l’occhio al pop e al mondo del fumetto (tantissimo), per la sua mostra ospitata sino al 15 marzo negli spazi della galleria “Arte per Voi” di Avigliana (piazza Conte Rosso 3). Strano già nell’allestimento, ovvero le opere appese alle pareti della galleria con fili per stendere e fissati da mollette: per cui quelle “carte da recupero” su cui Massimino ospita pennarelli e pastelli a cera ci vogliono ricordare – ma prepotente si fa largo la memoria dell’autore – quei bucati che “le nostre nonne stendevano all’ultimo piano delle loro case in città oppure nelle aie delle cascine delle nostre campagne e li lasciavano lì a purificarsi al sole ed al vento”, reclamando oggi al caldo immobilismo del sole un più ravvivante fluttuare del vento, in tutto il proprio dinamismo. Un’atmosfera di allegri ricordi che balza improvvisa e inaspettata alla dedica al popolo tibetano “che subisce con dignità ed in silenzio l’esilio e l’esproprio della propria cultura ed è un piccolo omaggio al coraggio di un resistere senza ricorrere alla violenza. Come le preghiere tibetane sventolanti al vento freddo delle alte montagne diffondono da sempre il loro carico di speranze così i miei umili disegni vogliono omaggiare il dignitoso dolore di chiunque lotti per la propria libertà e per quella dei suoi simili”. Voli pindarici con un pizzico d’azzardo, che non ti immagini, che prendono strade assurde e lontane. Strade troppo personali. Strade che cercano una scusa nell’esser lì, nel fare e forse persino nell’amare quel tipo di pittura, strade che sperimentano con ansia una propria direzione, qualunque essa sia.

E allora dove va Massimino? Può anche voler addentrarsi tra i capolavori del Quattrocento, magari chiedendo a prestito a Masaccio l’Adamo ed Eva della Cappella Brancacci del Carmine fiorentino (e non importa se il primo uomo ha la sua bella pelle scura!), i protagonisti al riparo di un albero e insidiati dal rosso serpente, tra un contorno di un sole e di piccole nuvole, di una gallinella e di un omino dalla sana espressione fanciullesca. Questo è Massimino, che “gioca” con i colori e con questi personaggini “bambinescamente” divertenti che riempiono giorno dopo giorno le sue opere. Provate a immaginare il Nudo rosa di Modigliani del 1917, certo liberato della comodità dei cuscini ma appieno circondato da barchette e campanili, nuvole e omini, trenini e comete, topi e ancora gallinelle e cani che abbaiano forse ferocemente, castelli e montagnole e fiori, serpenti e stelline e razzi in partenza verso altri mondi sconosciuti, pesci buttati alla rinfusa in acque o sulla superficie di piccole colline verdi, chi più ne ha più ne metta, l’importante è occupare l’intera superficie, con il terrore dell’horror vacui ma con divertimento, quello del fanciullino, quello della serenità ritrovata. O ancora “cinque poveri umani” multicolori – sono i protagonisti di una vicenda tutta da scrivere che per ora s’intitola Contaminazioni (2011), ancora i tratti di simpatica ingenuità, ancora il corredo di comprimari che ormai abbiamo imparato a conoscere e con qualche fatica ad accettare.

 

L’attesa infine (rivista sette anni fa ad Alba alla Fondazione Ferrero) che Carlo Carrà compose nel 1926 in Versilia, con un bellissimo quanto morbido paesaggio toscano che circonda il cane nero e l’uscio da cui compare la donna, entrambi immobili, nella ricerca sull’orizzonte di un accadimento o di una venuta, nelle mani spensierate di Massimino diventa un richiamo teatrale beckettiano, un Godot che s’aspetta (forse quel triangolo con tanto d’occhio al centro, immerso nel tappeto intensamente blu che è divenuto l’antico terreno, specifica con sicurezza la radice di quel nome su cui l’autore irlandese non volle mai pronunciarsi?), ancora immobili ma tra la calma e la rabbia, mantenendo ogni cosa al loro posto, nel ricordo ossequioso dell’originale, ma allo stesso tempo stravolgendo il percorso man mano che s’avanza, nei colori accecanti e in quegli elementi aggiunti, soprattutto, dall’omino in primo piano al calvario sullo sfondo alla strada bianca che piattamente sale alla casa sul colle. Questo è Massimino: e non sai se prenderlo come il portatore sano di uno sberleffo o un simpatico monello che si diverte a dipingere pro domo sua un’umanità e un futuro che lui ama e che ha una voglia matta e sacrosanta di far conoscere a chi avrà il piacere di guardarlo.

 

Elio Rabbione

 

“En attendant Godot”, 2018, pennarelli e pastelli a cera su carta di recupero, cm. 62 x 75

“Adamo ed Eva”, 2018, pennarelli e pastelli a cera su carta di recupero, cm 115 x 60

“Great italian nude (Nudo rosa di Amedeo Modigliani)”, 2018, pennarelli e pastelli a cera su carta di recupero, cm 76 x 137

 

Musei Reali “in maschera”: grande festa per i bambini… ma non solo

in Cosa succede in città

Le iniziative per un carnevale in perfetto stile sabaudo. Da sabato 22 a martedì 25 febbraio

In piazzetta Reale, a Torino, il Carnevale 2020 si festeggerà in piena e libera allegria con un occhio attento a rivivere la grande storia del passato.

Le iniziative proposte dal Polo dei Musei Reali saranno rivolte in particolare, e com’è giusto, ai bambini. Ma non solo. Festa per tutti. Mascherati o non. Si inizia sabato 22, con “Un pomeriggio da romano”, per chiudere i giochi nella giornata di martedì 25 febbraio con “Guerrieri in maschera”. Due gli appuntamenti di domenica 23 e martedì 25 febbraio. Ma ecco, nello specifico, il programma.

Sabato 22 febbraio, Museo di Antichità, ore 17: “Un pomeriggio da romano”, visita per i bambini a partire dai cinque anni

Tra le statue del Museo di Antichità c’è aria di festa: a Carnevale, rivive il clamore dei Saturnali, i giorni dedicati al dio Saturno. Questo è il momento migliore per trasformarsi in antichi romani e immergersi nella vita quotidiana di 2000 anni fa! I bambini potranno vestirsi a casa o farsi aiutare dall’archeologo in museo, portando con sé lenzuoli, tessuti colorati, nastro e spille. Prenotazione obbligatoria al numero 011/19560449; costo Euro 5 a bambino, ingresso gratuito per un accompagnatore.

Domenica 23 febbraio, Palazzo Reale e Armeria, ore 16: “Semel in anno…carnevale a corte”, visita tematica per tutti.

Percorrendo le sale auliche di Palazzo Reale e dell’Armeria, si scoprirà come Casa Savoia festeggiava il periodo più anticonvenzionale dell’anno, quello del Carnevale. Tra balli di corte, mascherate, spettacoli teatrali e tornei cavallereschi, sarà un’occasione di conoscenza del divertimento a Corte. Prenotazione consigliata al numero 011/19560449; costo Euro 5 a persona più biglietto d’ingresso.

Domenica 23 e martedì 25 febbraio, Sala Chiablese, ore 15,30: “Colori! Colori! Colori!”, visita laboratorio per bambini dai 6 ai 10 anni alla Mostra di Konrad Mägi “La luce del Nord”.

Il carnevale è una delle feste più colorate dell’anno. Quale occasione migliore per provare ad osservare e conoscere meglio i colori? Partendo dalle opere del pittore Konrad Mägi si proverà a capire insieme quali sono i colori primari e secondari, cosa succede mescolandoli insieme o avvicinandoli l’uno all’altro, quali colori sono amici tra di loro e come usarli per creare effetti brillanti o al contrario più tenui, proprio come veri artisti. Una volta svelati tutti i segreti del colore i bambini potranno utilizzare quanto imparato per realizzare insieme una allegra maschera di carnevale artistica. Prenotazione consigliata allo 011/19560449; costo Euro 5 a bambino, ingresso gratuito per un accompagnatore.

Martedì 25 febbraio, Armeria Reale, ore 17: “Guerrieri in maschera”, visita laboratorio per bambini a partire dai 5 anni.

Che ci fanno sugli elmi e le armature degli antichi cavalieri tutti quei volti grotteschi, musi feroci, sguardi truci e becchi di rapaci? Un tempo spaventavano i nemici, oggi stupiscono e divertono. I piccoli visitatori li scopriranno nell’Armeria Reale e poi, imitando gli armaioli del passato, potranno scatenare la fantasia per creare una maschera da battaglia. Prenotazione obbligatoria allo 011/19560449; costo Euro 5 a bambino, ingresso gratuito per un accompagnatore.

g. m.

 

Nelle foto
– “Carnevale”, Foto Musei Reali Torino
– Musei Reali. Foto Musei Reali Torino
– Konrad Magi: “La luce del Nord”, Foto Musei Reali Torino
– “Un carnevale archeologico”, Foto Musei Reali Torino

Le Residenze sono (e resteranno) sabaude. La Regione e Curto lo hanno deciso

in prima pagina

Il prof. Guido Curto, il cui pensiero era stato  sicuramente travisato da un’intervista non voluta  e non sollecitata, mi ha scritto una garbata  ed esaustiva lettera in cui mi annuncia che l’aggettivo Sabaude non verrà tolto dal logo  Residenze sabaude  riconosciute dall’ Unesco

Sicuramente non era intenzione di Curto scalpellare via il nome dei Savoia da una storia che  appartiene al Piemonte e che nessuno può disconoscere. Curto è  infatti uno studioso che perpetua la tradizione di suo padre,  nobilmente espressa al Museo Egizio, anch’esso voluto dai Savoia, e come tale si è comportato anche questa volta.
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Gianni Oliva e Lino Malara avevano aggiunto il loro autorevole dissenso alla cancellazione che noi, per primi, su questo giornale, avevamo annunciato, forse con  un eccesso di asprezza polemica  di cui chiediamo scusa. Toccare la nostra storia, per noi, resta una cosa molto grave e la sola idea di sminuirla suscita in noi un’ irritazione forse troppo forte, dopo anni di studiati silenzi e di meditati oblii che abbiamo subito, ma non abbiamo mai accettato ne’ tanto meno condiviso.
Sembra incredibile constatare come le diverse organizzazioni monarchiche si siano rivelate, ancora una volta, inadeguate e siano state mute quasi  come dei pesci in decomposizione. Loro si trastullano con il bicentenario di Vittorio Emanuele II, facendosi la guerra a colpi di messe e corone di alloro.
Chi ha sollevato il problema e ha difeso la storia sabauda  non sono state loro, ma questo giornale  che  ancora una volta, si è rivelato una voce libera ed estranea a pregiudizi di parte. Va ringraziato il prof. Curto per averci prontamente risposto e per aver rimesso in discussione se’ stesso. Questo è il modo di comportarsi dei veri studiosi, eredi del dubbio e non delle inossidabili certezze ,come ci insegnò suo tempo  Bobbio.
Pier Franco Quaglieni
Scrivere a quaglieni@gmail.com
(Foto M. Bursuc)

L’Oriente pittorico di Arnold Henry Savage Landor

in CULTURA E SPETTACOLI

“Dipingere l’Asia dal vero”. Fino al 14 giugno in mostra al MAO / Famoso in vita. Inspiegabilmente ed ingiustamente dimenticato dopo la morte

Strano destino (non di rado per gli artisti accade esattamente il contrario) quello occorso ad Arnold Henry Savage Landor (Firenze, 1865 – 1924), ricordato con la suggestiva mostra monografica “Dipingere l’Asia dal vero”, curata da Francesco Morena e ospitata negli spazi del MAO- Museo d’Arte Orientale di via San Domenico 11 a Torino, fino al 14 giugno prossimo.

Figura perfino esageratamente poliedrica, ma estremamente interessante. Artista, antropologo, esploratore, avventuriero, scrittore, fotografo, giornalista e pur anche inventore: Savage Landor fu tutto questo. Troppo, forse, per poterne ritagliare un profilo ben definito e chiaro da trasmettere con successo ai posteri. Nato a Firenze, in un ambiente colto e raffinato, da padre inglese e madre italiana (nonno, lo scrittore Walter Savage Landor, da cui probabilmente ereditò il focoso temperamento rivoluzionario che portò l’avo paterno a partecipare alla guerra d’indipendenza spagnola contro Napoleone Bonaparte), ancora adolescente, s’invaghì della pittura e segui, in particolare, gli insegnamenti del celebre Stefano Ussi, docente all’Accademia di Belle Arti di Firenze e allora fra i maggiori esponenti della pittura orientalista in Italia. Ma alla passione per l’arte s’affiancò ben presto la smania del viaggio e dell’esplorazione, ovunque e comunque, alimentata forse dall’intensa attrazione per i romanzi di Jules Verne. Ancora giovanissimo – per bagaglio, scrisse lui stesso, solo pennelli, colori, taccuini vari e una pistola – gira il mondo in lungo e in largo, visitando prima alcuni paesi dell’Africa settentrionale e dell’America, per poi muoversi verso l’Asia: Cina, Giappone (nell’isola di Hokkaido, fu il primo occidentale ad entrare in contatto con il popolo allora del tutto sconosciuto degli Ainu), Corea, Tibet e Nepal. Ovunque dipinge. Annota. Documenta. Con uno sguardo da eccentrico “colonialista” come lo definisce il curatore della mostra. In quei luoghi misteriosi e, ai più, privi di connotazioni geografiche e culturali, dipinge con buona tecnica centinaia di opere “dal vero” in uno stile rapido, immediato e piacevolmente materico d’impronta decisamente impressionistico-macchiaiola. Le sue avventure, non poche e non da poco (in Tibet fu catturato e torturato a lungo, in Brasile si trovò faccia a faccia con un boa constrictor e sopravvisse a 16 giorni di assoluto digiuno) gli fornirono anche materiale di prima mano per i suoi 11 libri, tutti di gran successo e illustrati con le riproduzioni dei quadri dipinti in viaggio o con le fotografie da lui stesso scattate.   L’esposizione al MAO (che segue quella realizzata sei anni fa alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze) raduna il corpus più consistente e a noi noto della sua produzione artistica: circa 130 dipinti ad olio, 10 acquerelli e 5 disegni. Il tutto proveniente da più collezioni private e capace di rendere la meritata gloria a un pittore ancora tutto da rivalutare dopo decenni d’immeritato oblio, a un artista decisamente “moderno” con i suoi soggetti “en plein air”, ben lontani “dallo stile minuziosamente classico della pittura di genere orientalista allora in voga”. Dalla realistica “Ragazza Ainu con bambino sulle spalle” alle poetiche “Figure sotto i ciliegi in fiore” fino alla coreografica “Danza delle donne Ainu”, ma anche nei soggetti paesistici come lo “Scorcio con il portale principale del Palazzo Reale a Seoul”, appare del tutto evidente la singolarità documentaristica di una pittura capace di “fotografare” con immediatezza “luoghi e persone che di lì a qualche decennio sarebbero completamente cambiati per effetto dell’incipiente globalizzazione”.   Oltre ai dipinti realizzati in Asia, in mostra sono presenti anche alcune opere eseguite da Savage Landor durante l’adolescenza a Firenze, nel corso dei suoi viaggi in Europa e nella sua prima esperienza oltre confine, in Egitto, oltreché tutti i volumi da lui stesso pubblicati. Per l’occasione è stato anche realizzato un catalogo bilingue italiano/inglese, edito da SAGEP, con saggi di Francesco Morena e Silvestra Bietoletti.

Gianni Milani

“Dipingere l’Asia dal vero”

MAO-Museo d’Arte Orientale, via San Domenico 11, Torino; tel. 011/4436932 o www.maotorino.it

Fino al 14 giugno

Orari: dal mart. alla dom. 10/18; lun. chiuso

 

Nelle foto

– “La danza delle donne Ainu”, olio su tavola, 1890
– “Ragazza Ainu con bambino sulle spalle”, olio su tavola, 1890
– “La Piattaforma delle Nuvole a Juyongguan”, olio su tavola, 1891
– “Figure sotto i ciliegi in fiore”, olio su tavola, 1889 – ’90
– “Scorcio con il portale principale del Palazzo Reale a Seoul”, olio su tavola, 1891

Nuova veste per il camino di Bernardino Quadri

in CULTURA E SPETTACOLI

L’intervento del gruppo Palazzetti. Nel Salone delle Guardie Svizzere a Palazzo Reale

Si erano già incontrati, poco più di una decina di anni fa, di fronte al restauro di quattro piccoli camini all’interno di Palazzo Ducale a Venezia e la perfezione del risultato li aveva spinti alla promessa di una nuova collaborazione: Fondaco Italia, che ama collegare le realtà museali al mondo dell’imprenditoria, e il gruppo Palazzetti di Pordenone, un lungo quanto efficiente percorso nella produzione di stufe e camini.

La nuova, recente collaborazione – unita all’apporto dei Musei Reali torinesi -, “una scommessa cui non si poteva dire di no”, è il restauro del Camino della Sala delle Guardie Svizzere, punto d’ingresso obbligatorio di Palazzo Reale, accesso per secoli di re e ambasciatori, possibile ancor oggi ad immaginarsi come inaccessibile corpo di guardia, il vociare dei soldati, i giacigli agli angoli del grande spazio, il fuoco costantemente acceso. Dal 1661, anno in cui l’architetto Bernardino Quadri (del Canton Ticino, attivo anche nella Basilica di San Pietro a fianco di Bernini e Borromini, le cronache ci dicono che gli screzi continui con quest’ultimo lo avrebbero spinto a raggiungere la nuova corte) lo posizionò, il camino campeggia sulla lunga parete a fronte della importante tela di Jacopo Palma il Giovane, lì a rappresentare la battaglia di San Quintino come il successivo trasporto della capitale sabauda a Torino, posizionato a ridosso dell’alta fascia di marmo verde ottocentesca dovuta a Palagio Palagi (1843) e sottostante le barocche Glorie Sassoni di due secoli prima.

“Restituito alla sua dignità originaria”, ha sottolineato la direttrice dei Musei Enrica Pagella, presentandolo alla stampa nei giorni scorsi e offrendolo al pubblico che lo incrocerà nel percorso attraverso le sale del palazzo. Una dignità che, finalmente, torna a parlarci del nostro territorio e della sua ricchezza, rimettendo a vista, dopo un restauro durato tre mesi e per cui sono occorse 774 ore di lavoro, la bellezza dei marmi usati (di “musicalità di colori” parla ancora Pagella), taluni oggi scomparsi. Dieci persone all’opera, sotto la guida di Annarosa Nicola, le radici ad Aramengo, la competenza e la passione riunite in una sola famiglia ed in un gruppo vincente, un accanito lavoro di pulizia, una webcam a riprendere giorno dopo giorno le tante tappe dei risultati raggiunti, la salvaguardia di questo piccolo gioiello ma imponente e prezioso, l’alternarsi di marmi policromi e di pietre dure, una struttura nobilitata da colonne binate, dai putti di Quadri (forse un riciclo di epoca più antica) e dai busti antichi di imperatori romani (Giulio Cesare al centro, di sapore ellenistico quello a destra di chi guarda), in marmo bianco di Carrara, l’eleganza e il gusto modernamente legati alla corte da Carlo Emanuele II, sovrano mecenate pronto a riunire a Torino quelle opere antiche che andava acquistando durante i suoi viaggi a Roma.

Molti gli interventi eseguiti, anche a cancellare d’obbligo quelli maldestri eseguiti in passato e necessari di una completa revisione. Si è quindi proceduto alla verifica e in taluni casi al preconsolidamento degli elementi lapidei, al riposizionamento e fissaggio delle parti distaccate e instabili, alla cancellazione generale di quanto potesse essere polvere ossidazione e invecchiamento, alla pulitura dei depositi superficiali, vale a dire stuccature vecchie, strati di mastice e cera debordanti, colature corrosive, sporcizia penetrata nelle imperfezioni della pietra, alla rimozione delle ridipinture localizzate ad imitazione del marmo in corrispondenza di rifacimenti e alla reintegrazione pittorica ed all’adeguamento cromatico di eventuali aloni residui. Un lavoro che offre nuovamente al pubblico un piccolo capolavoro, nella sua piena ricercatezza di elementi. Durante i lavori, è stata pure riscoperta e restaurata la piastra all’interno del camino: si può nuovamente rileggere il nome dei fabbricatori, sono i fratelli Colla, torinesi, la data è quella del 1884.

Elio Rabbione

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