CULTURA

L’avventura del Riviera

Bonaccia, tempesta, onda, increspature del vento, sciabordio lungo i moli. Bisogna avere nel sangue la trama dell’acqua del lago per capire l’essenza di quei ghirigori che disegnano le correnti in superficie

 

Una storia di rughe cesellate nell’istante stesso che precede l’altra onda che le cancellerà. Storia lunga come quella del servizio di navigazione sul lago d’Orta che, grazie ai mezzi a vapore, ebbe inizio il 1° novembre del 1878, giorno di Ognissanti.

Per un decennio lo specchio del Cusio venne solcato da tre eleganti piroscafi ( Cusio, Mergozzolo e Umberto I ) manovrati da intrepidi marinai d’acqua dolce. Ci fu poi una pausa di qualche anno e, archiviate alcune sfortunate ma lodevoli iniziative private,il servizio riprese nel 1909, all’indomani delle grandi regate del campionato italiano di canottaggio, disputatesi con successo a Orta San Giulio. Ma l’evento che richiamò grande attenzione e partecipazione della stampa e della stessa popolazione locale fu il “viaggio” del piroscafo Riviera, trasportato dal mare della Costa Azzurra alle acque del Cusio. Sfogliando le pagine di un’ingiallita copia del settimanale borgomanerese dell’epoca,“L’Amico” si può leggere il racconto di quest’avventura .

Nel testo, datato 5 agosto 1909 e titolato “La navigazione terrestre del Riviera da Genova al Lago d’Orta”, si narra come la Società Anonima Cooperativa Navigazione sul Lago d’Orta decise di acquistare al porto francese di Marsiglia il battello Riviera, un panfilo di venti tonnellate di stazza, capace di una velocità di dieci nodi. L’imbarcazione venne trasportata su un carro per il trasporto stradale trainato da una locomotiva da sessanta cavalli fino ad Orta. La navigazione terrestre attraversò monti e pianure, colline e risaie, durò quasi un paio di settimane e terminò il 12 agosto 1909 quando, finalmente, il Riviera,giunto sul lago,venne varato alla presenza di tutta la popolazione di Orta.

Per pubblica volontà, mediante votazione, il battello venne quasi subito ribattezzato “Alfredo Olina” e con quel nome solcò lo specchio lacustre cusiano, in compagnia del   vecchio “Cusio”. A distanza di oltre un secolo l’avventura della navigazione sull’Orta continua e affascina ogni qualvolta, nell’ombra di una nuvola che accarezza i monti, irrompe la scia di un’imbarcazione che ne taglia a metà l’immagine riflessa per poi lasciare all’acqua il compito di ricomporla.

Marco Travaglini

Il Falso d’arte antica

E’  la tematica cui è dedicata la giornata di studio promossa dall’Università degli Studi di Padova e dal Journal of Cultural Heritage Crime: progettomemo@unipd.it

“Processo al falso d’arte antica” è il titolo della giornata di studio online promossa sul tema della contraffazione dei beni culturali, in programma giovedì 8 aprile, da “The Journal of Cultural Heritage Crime”, in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova.

“ Saranno molti i temi che verranno dibattuti – spiega l’avvocato torinese Simone Morabito, uno dei relatori – dall’accertamento del falso in arte in fase di indagine e durante il dibattimento, al ruolo e ai compiti del nucleo dei Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale per il contrasto alla contraffazione, dalla perizia quale valido strumento di analisi e accertamento di autenticità all’archiviazione autentica per la tutela dell’opera d’arte.
Il falso d’arte e in particolare il falso d’arte antica risulta un tema di grande attualità soprattutto in questo periodo, tale da richiedere una grande attenzione da parte dell’acquirente del bene definito opera d’arte, proprio per evitare di incorrere in spiacevoli inconvenienti, primo tra tutti il reato di ricettazione”.
“Il bene inteso come opera d’arte – spiega l’avvocato Simone Morabito – deve essere considerato come un bene a se stante, che possiede un valore etico normativo, legato al tempo, e un secondo valore legato alla rappresentatività che lo rende un bene culturale. Secondo il Codice Urbani relativo ai Beni Culturali, l’opera d’arte è, infatti, considerata quale un momento di crescita e di elevata rappresentatività culturale, discostandosi dalla concezione che la contraddistingueva in epoca fascista, di matrice neohegeliana, che la considerava alla stregua di un’opera dello spirito. Questa nuova concezione di opera d’arte la rende, invece, molto democratica e apre a tutti la possibilità di ambire a trasformare la propria creazione in opera d’arte. Esiste, tuttavia, un giudizio di valore che trasforma l’opera in opera artistica e questo consiste nel contesto”.
“Sono fondamentalmente tre – specifica l’avvocato Simone Morabito – gli strumenti di valutazione dell’opera d’arte. Il primo è la perizia, che consiste nell’approfondimento e nell’ipotesi di valore in ambito assicurativo; il secondo l’expertise, che risulta l’approfondimento del quadro storico; il terzo l’autentica, certificato di autenticità dell’opera d’arte, documento noto come COA, creato dall’artista stesso o da esperti d’arte, che viene in aiuto dei collezionisti, a dimostrazione del fatto che l’opera è autentica e per verificarne la qualità, le caratteristiche tecniche e lo stato di conservazione“.
“L’ordinamento italiano – prosegue l’avvocato Simone Morabito – offre diversi rimedi al collezionista che scopre di aver acquistato un’opera falsa. Anzitutto da un punto di vista penalistico sarà possibile presentare querela, contestando l’integrazione di una o più fattispecie delittuose di cui all’articolo 178 del Codice dei beni culturali ed eventualmente costituendosi parte civile nell’ambito dell’instaurando procedimento penale. In ambito civilistico esistono, invece, diversi mezzi di tutela: il collezionista potrà agire per richiedere l’annullamento del contratto per errore essenziale su una qualità del bene acquistato, che si ritiene determinante del consenso del collezionista. Tale azione si prescrive entro cinque anni dal momento dell’acquisto. La giurisprudenza di legittimità ritiene inoltre che, in caso di falso di opera d’arte, l’acquirente possa agire chiedendo la risoluzione del contratto entro dieci anni dal perfezionamento del contratto di vendita, per vendita di ‘aliud pro alio’. Tale fattispecie si verifica in caso di evidente difformità materiale o giuridica del bene consegnato rispetto a quello promesso, oltre l’inidoneità a svolgere la propria funzione economico -sociale”

Mara Martellotta

(foto archivio)

Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato
È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte

L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

 

Articolo 10. Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

In quest’ultimo incontro vi propongo una gita al mare – almeno col pensiero, dati i tempi difficili -sempre con l’intento di seguire la linea sinuosa del Liberty, che ci ha guidato in tutti gli articoli precedenti. Intendo un pomeriggio di svago, alla ricerca di arte e fascinosi misteri, presso uno dei luoghi magici e arcani che ogni tanto spuntano inaspettati tra le colline e le periferie ombrose. Andiamo al mare, dunque, (sempre rigorosamente col pensiero), a vedere Villa Grock, una delle numerose abitazioni avviluppate in arcani segreti celati da storie straordinarie. Era l’abitazione di un personaggio altrettanto stravagante e singolare, Charles Adrien Wettach, in arte Grock, considerato il più grande clown di tutti i tempi.
Si tratta di uno degli edifici più particolari che possiamo incontrare nella nostra splendida Riviera dei Fiori, tanto cara ai Torinesi come luogo preferito per le vacanze estive.
Simbolismi esoterici e richiami massoni arricchiscono i tratti architettonici e decorativi della costruzione, tutti strettamente connessi con la poliedrica personalità di Grock, il grande artista che questa villa ha voluto ideare quasi a propria immagine.

Costruita tra il 1924 e il 1930, la fastosa struttura si erge su di una collina fronte mare nella zona residenziale delle “Cascine”,  a Imperia-Oneglia, luogo scelto dallo stesso Charles che si innamorò del posto quando un tempo vi andò in villeggiatura con i suoceri e la moglie Ines, che era originaria di Garessio, un gradevole paesino nella Provincia di Cuneo.
Definita “Circo di pietra” per i numerosi dettagli architettonici che rimandano al mondo del circo, lampioni, colonne, decori, affreschi, la villa riflette uno stile che è un misto bizzarro di rococò, liberty, art-decò e di elementi orientali posti qua e là, come per sbaglio. E non mancano influenze di artisti contemporanei al grande clown, come Gaudì, Picasso, Dalì, tanto che potremmo individuarvi una sorta di “stile eclettico orientale”.


Grock ideò l’abitazione nei minimi dettagli, e riuscì a realizzare un edificio che lo rispecchiò completamente. Chi era dunque Grock ?Charles Adrien Wettach, l’eccentrico proprietario della villa,  nacque in Svizzera nel cantone di Berna, a Reconvilier, nel 1880, da Adolf, un umile orologiaio che lavorava anche nel circo: questi amava la musica e traeva divertimento dalle acrobazie che affrontava per passione. Charles, seguendo le orme del padre, all’età di 14 anni decise di unirsi ad una compagnia di circensi e si rivelò subito abile illusionista, funambolo e uomo-serpente, impersonando quelle strane figure mitologiche con fattezze di rettile umanoide. Imparò presto anche a suonare diversi strumenti, tra cui il pianoforte e il violino, che poi faranno da base a molti dei suoi spettacoli da clown. La sua magnifica destrezza in tutte le arti circensi fece notare al pubblico le peculiari qualità che egli possedeva: talento, capacità, bravura, propensione, prontezza, finché riuscì ad affermarsi in modo indubitabile come eminente artista. Egli però era sempre più “desideroso di perfezionare ciò che era già perfetto”, come leggiamo nella sua biografia, tanto che divenne massimamente esperto in ogni specialità del suo campo, dalla giocoleria al contorsionismo, dall’equilibrismo all’acrobazia.
A partire dai primi del Novecento, la sua fama si accrebbe, e Charles scelse di acquisire il nome d’arte di Clown Grock. Compì numerosi viaggi che lo fecero conoscere al mondo, fino alla sua consacrazione artistica nel 1919 quando, all’Olympia di Parigi, venne eletto dal pubblico incantato dalla sua maestria il “re dei clown”. Infine, nel 1953, decise di chiudere con il mondo del circo, dopo avere divertito anche il celeberrimo Charlie Chaplin durante uno spettacolo a Vevey in Svizzera. Nel 1954, Charles, che ha saputo far ridere sovrani e capi di stato nel secolo travagliato da due guerre mondiali, si ritirò nell’amata villa imperiese con la moglie Ines e la figliastra Bianca, e lì si spense nel 1959.

Poco sappiamo, però, del vero Grock dietro la maschera da clown. Secondo alcuni fu un massone iscritto alla Grande Loggia Svizzera Alpina, attratto dalla cultura esoterica e simbolica. Ricaviamo proprio dalla villa alcuni dati significativi: vi abbondano elementi che riportano alle caratteristiche passioni del proprietario, forme architettoniche e decorative che si richiamano al circo e alla giocoleria e si confondono con ghirigori e arabeschi strani e fantasiosi, curiosi e stravaganti. Una villa fatta su misura per Charles, un grande artista egocentrico che fu ben consapevole di essere il migliore tra i clown.In armonia con lo stile della villa, che dopo anni di abbandono, ora è di nuovo aperta al pubblico grazie ad un elegante restauro, è il prodigioso giardino. In posizione centrale si trova un laghetto dove Grock amava pescare e nuotare. All’interno del laghetto fa capolino un piccolo isolotto raggiungibile grazie a uno stretto ponte sorretto da un arco a sesto ribassato.
La vegetazione è costituita da palme e da cedri che contribuiscono al gioco trasportando i visitatori in un’atmosfera inaspettatamente esotica.

Arriviamo ora al mistero, la villa, che rispecchia il suo proprietario: come lui si presenta ambigua e ambivalente. Il soffitto del porticato, affrescato come una notte stellata, raffigura un tendone da circo o rappresenta simboli massonici ed esoterici? La chiave di lettura è duplice per tutta la villa: vi è l’involucro esterno giocoso e fiabesco, e vi è il nucleo interno, invisibile, nascosto e profondo in cui, attraverso i decori architettonici, ci si interroga sul significato spirituale, esoterico e filosofico dell’esistenza. Il mantra dell’abitazione è un altrettanto misterioso motto in latino “Per Aspera ad Astra” (“Attraverso le asperità alle stelle”) inciso a lato di una delle fontane. Non ci sono le soluzioni per risolvere l’enigma di villa Grock, ma ci sono molte altre domande e leggende che qui non ho esplicitato e che vi invito ad andare a ricercare. La linea sinuosa del Liberty ci ha portato un giorno al mare, ma i riccioli a spirale dei decori ora ci riportano indietro, nella nostra romantica e nebbiosa Torino, ricolma anch’essa, come la villa di cui abbiamo appena parlato, di fascino e leggende, di enigmi e arte che, come sempre, vanno di pari passo.

Alessia Cagnotto

Giulio Einaudi e lo Struzzo che non mise mai “la testa sotto la sabbia”

Lo spirito digerisce le cose più dure”, era il motto della casa editrice Einaudi. A raffigurarlo, nella marca editoriale, uno struzzo che stringe un chiodo nel becco e, sullo sfondo, un paesaggio con un castello.

A fondarla, il 15 novembre 1933, l’appena ventunenne Giulio Einaudi. La prima sede era a Torino, al terzo piano di via Arcivescovado 7, nello stesso palazzo che era stato sede del settimanale L’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci. Da lì la casa editrice si spostò in piazza San Carlo e, successivamente, al n.2 di via Biancamano. Nato a Dogliani, nella Langa cuneese, patria del Dolcetto ( il padre Luigi , fu il secondo presidente della Repubblica Italiana; il figlio Ludovico è il noto musicista e compositore), Giulio frequentò il Liceo classico Massimo d’Azeglio a Torino, partecipando in seguito alla “confraternita” di ex-allievi fra i cui membri figuravano Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Fernanda Pivano, Vittorio Foa, Giulio Carlo Argan, Ludovico Geymonat, Franco Antonicelli e molti altri. Quasi tutti collaborarono e pubblicarono per la casa editrice dello Struzzo, accanto ai nomi più importanti della cultura italiana del ‘900. Fu Einaudi, tra l’altro, a pubblicare nel dopoguerra  i  “Quaderni e le Lettere dal carcere” di Gramsci. Scriveva, Norberto Bobbio: “E’ uno struzzo, quello di Einaudi, che non ha mai messo la testa sotto la sabbia”. E come dar torto al filosofo del dubbio? Dopo più di sessant’anni di lavoro come editore, Giulio Einaudi andò in pensione nel 1997 (morì  due anni dopo, all’età di ottantasette anni) lasciando in eredità un lavoro immane che – nel tempo – ha fatto di Torino una delle capitali europee della cultura. Eppure non c’è un luogo, nella toponomastica della prima capitale d’Italia, che porti il suo nome. Tranne, come ricorda qualcuno, quella “E” sul citofono dell’ultima sua dimora, al n. 8 di via Pietro Micca.

Marco Travaglini

Cultura e salute, una mappatura

Durante l’estate appena trascorsa, in uno scenario pandemico che ha fatto emergere con ancor più forza il ruolo strategico di un’alleanza tra cultura e salute, un team di ricercatori provenienti da diversi contesti (Fondazione Medicina a Misura di Donna, Cultural Welfare Center e DoRS,) ha portato avanti un’indagine sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, volta alla conoscenza dei soggetti con progetti attivi e/o sensibili alla connessione tra Cultura e Salute in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.

Il lavoro di ricerca condotto tra luglio e settembre 2020 ha fatto emergere un ecosistema complesso fatto di 2821 iniziative portate avanti negli ultimi dieci anni da quasi 250 soggetti.

Si tratta di realtà di medie dimensioni, prevalentemente non profit, che dedicano le loro energie soprattutto alla relazione tra cultura e prevenzione.

Di questo ecosistema fa parte anche il progetto DanzArTe, che vede la collaborazione di università, musei e strutture ospedaliere tra Liguria e Piemonte.

Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

 

Articolo 7. Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Dopo tutto questo camminare e guardare e ammirare i luoghi splendidi della nostra città, sarà sicuramente venuta un po’ di sete. In questo articolo vi propongo una meritata sosta, magari in uno dei bar storici nel centro di Torino, e una volta scelto il luogo, vi offro un altro consiglio: perché non ordinare un Vermouth? Per i forestieri che non lo sapessero, il Vermouth è un vino aromatizzato ed è uno degli alcolici italiani più conosciuti e ricchi di storia. I puristi lo ordinano liscio, a 12 gradi, con due cubetti di ghiaccio, una fetta d’arancia e la buccia di limone “strizzata” sopra il bicchiere. I sospettosi nei confronti dei gusti nuovi, potrebbero ordinare un Negroni, (vermouth rosso, bitter e gin), o un Manattan, (vermouth dolce, bourbon e angostura) oppure un Martini dry (vermut dry e gin). La bevanda in questione nasce nel 1796, quando Antonio Benedetto Carpano, nella sua bottega di Torino, prova a miscelare un’infusione di erbe e radici con il vino. Il successo, come qualsiasi cosa che affondi le proprie origini nella città sabauda, è legato al favore della famiglia reale, entusiasta consumatrice di questo “vin Amaricà”, ( di qui l’Americano), e in particolar modo alla figura di Vittorio Amedeo III.


L’origine è antichissima, già in alcuni testi palestinesi si dice di un vino reso più gradevole dall’aggiunta di assenzio. Secondo altri il Vermouth viene inventato da Ippocrate, che aromatizza il suo vino con erbe, spezie e miele. Anche in Grecia e a Roma c’è l’usanza di aggiungere al vino infusi di erbe, abitudine che si protrae per tutto il Medioevo e diviene usanza tipica quando i numerosi arrivi di spezie dall’Oriente giungono alla portata della maggioranza della popolazione. Dal mondo antico Antonio Benedetto Carpano prende spunto e nella sua bottega di piazza Castello addiziona il Moscato di Canelli con alcune erbe: il suo esperimento assume il nome di Vermouth, dal tedesco Wermut, che significa assenzio, o artemisia maggiore, che è l’ingrediente caratteristico della nuova bevanda. In pochissimo tempo la sua bottega diviene il locale più frequentato di tutto il capoluogo piemontese. È dunque dal 1700 che il Vermouth è una eccellenza italiana, torinese nello specifico, e inizia ad essere prodotto nelle aziende più note, dalla stessa Carpano, fino alla Cinzano e alla Martini&Rossi, senza che vengano apportate mai grandi modifiche rispetto al procedimento artigianale e originale.

E se una canzone di De Andrè recita: “Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale”, alla nuova bevanda un po’ di pubblicità non può che far comodo. La comunicazione pubblicitaria si sviluppa parallelamente alle esigenze economiche, sociali, politiche e culturali di un paese. Al termine del XIX secolo l’Italia è ancora un paese prevalentemente agricolo, con una situazione di povertà diffusa, dilaniato da differenze socio-economiche tra il Nord e il Sud e un’alta percentuale di analfabetismo. Le prime comunicazioni pubblicitarie (réclame) si diffondono con la nascita dei giornali, tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, di cui occupano le ultime pagine. Si tratta inizialmente di disegni e scritte, i testi sono semplici e posti al modo imperativo: “Bevete”, “ Al vostro farmacista chiedete”. Per la diffusione del nuovo stile si dimostra basilare il progresso delle tecniche fotografiche, litografiche e tipografiche. La grafica pubblicitaria ricreata in Francia da Toulous Lautrec e Jules Cheret a “nuova arte” è per l’Italia spunto di rinnovamento: Carpanetto, Villa, Metlicovitz, Beltrame, Umberto Brunelleschi, Dudovich e tanti altri cartellonisti aiutano la diffusione dei marchi (brand) dell’emergente produzione industriale e artistica, portando alla conseguente ascesa di nuovi status symbol: l’automobile, l’abbigliamento, la villeggiatura, i generi alimentari come l’olio Sasso illustrato da Plinio Novellini. Altri artisti hanno invece l’intuizione di dedicarsi all’elaborazione di immagini di prodotti, quali la serie della Fiat, del Campari o dei grandi magazzini. Le immagini pubblicitarie diventano una sorta di antologia dello stile di vita identificato con l’espressione Belle Époque.

La dinamicità del settore dell’illustrazione e delle arti applicate richiesti dalla “democratizzazione” dei beni di consumo, mette in secondo piano le arti libere, schiave dell’imperante cultura accademica, borghese e conservatrice. Ciò ha concesso più libertà di espressione e innovazione anche per le caratteristiche insite nella tecnica grafica stessa, incline alla sintesi della forma e alla fluida linearità del segno, tratti peculiari del Liberty. Non va dimenticato l’influsso del “giapponismo”, che irrompe in Europa attraverso le stampe giapponesi importate dalla Compagnia delle Indie dal 1854 alla riapertura dei mercati in Oriente. Enorme è il peso delle riviste, Emporium, Scena Illustrata, Hermes, L’Italia ride ecc., per la diffusione di quello stile, di quel gusto, chiamato in molti modi: Liberty, Belle Époque, Floreale, ma con un’unica attitudine posta fra decadentismo estetico, avanguardia futurista, rilettura di epoche passate e frenesie tecnologiche, fra mistica simbolista e poetica del quotidiano.  Avremo ormai finito di sorseggiare il nostro cocktail ed è tempo, dunque, di andare.

 

Alessia Cagnotto

Liberty misterioso: Villa Scott

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È luomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nellarte 

Lespressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo luomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché  sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.

Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo.  Non furono da meno gli  autori delle Avanguardie del Novecento  che, con i propri lavori disperati, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto Secolo Breve.

Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di ricreare la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i ghirigori del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa ledera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di unarte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che larte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

Torino Liberty

1.  Il Liberty: la linea che invase l’Europa
2.  Torino, capitale italiana del Liberty
3.  Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
4.  Liberty misterioso: Villa Scott
5.  Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
6.  Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
7.  Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
8.  La Venaria Reale ospita il Liberty:  Mucha  e  Grasset
9.  La linea che veglia su chi è stato:  Il Liberty al Cimitero Monumentale
10.  Quando il Liberty va in vacanza: Villa  Grock

Articolo 4. Liberty misterioso: Villa Scott

Talvolta il cinema va in cerca di luoghi suggestivi e unici, per rendere la pellicola ancora più indimenticabile. Uno di questi ambienti da cellulosa si trova nella collina torineseuna villa silenziosaNascosta in un elegante “vedo non vedo” tra il verde degli alberil’abitazione si affaccia indifferente sul panorama torinese che si prostra poco più in  delle sue fondamenta. È Villa Scott, situata in Corso Giovanni Lanza 57, uno dei più fulgidi esempi dello stile floreale a livello nazionale. Il committente, Alfonso Scott, consigliere delegato della Società Torinese Automobili Rapid, nel 1901 acquista un appezzamento di terreno precollinare affidando l’incarico di costruire una villa per la propria famiglia all’ingegnere Fenoglioche allora aveva 36 anni

Fenoglio si impegna nella costruzionedando al  progetto caratteristiche architettoniche di alto pregio, con una chiara apertura al Liberty, e con prospetti caratterizzati da decorazioni floreali in litocemento e in ferro battutoAlla morte di Alfonso Scott, la villa passa alle Suore della Redenzioneche la utilizzano per ospitare un collegio femminilenoto con il nome di Villa Fatima. Fenoglioche lavora al progetto di Villa Scott in collaborazione con il collega Gottardo Gussonirisolve le difficoltà di realizzazione – dato che vi è un dislivello di ben 24 metri tra la villa e il cancello d’ingresso – con una scalinata e con l’inserimento di diversi corpi di fabbricaaccanto al complesso principale lievemente curvilineo della villa. Il volume della costruzione è arricchito da un apparato decorativo che trae vita anche dalla scala esternaL’edificio viene completato nel 1902, anno in cui Fenoglio si dedica anche alla palazzina Fenoglio-La Fleur di corso Francia angolo via Principi d’AcajaNel contesto dell’ampio spazio verde in cui è ubicata Villa Scott, si stagliano netti i due corpi laterali a torrettauno su quattro livelliun altro sutre, ma con un bovindo quadratocollegati da una veranda vetrata sormontata da una terrazza.  La pianta di Villa Scott è amabilmente articolata in un gioco di loggebovindivetrategli elementi litocementizi di finitura murariaripieni e turgidi con misura, quasi rinviano all’ultimo barocco, con radiosi richiami ecletticiLa fantasmagoria floreale, la fitta lavorazione del terrazzinogli ariosi loggia-ti laterali, la decorazione a stucchi e boiseries di color crema e oroil tutto perfettamente in armoniacon l’arredo interno, un mobilio apertamente ispirato a un fioritoLuigi XVI, ne fanno una dimora elegante e raffinata, e piuttosto suggestivatanto che il regista Dario Argento vi ha ambientato uno dei più celebri gialli italianiProfondo rosso, del 1975.

Villa Scott viene infatti scelta per essere la villa del bambino urlante e gioca un ruolo essenziale per lo svolgimento della trama: è tra queste mura che si trova la soluzione del mistero. Tra gli appassionatialcuni indentificano la sfarzosa e terribile residenza del film giallo-horror con l’altrettanto celebre Villa Capriglioanch’essa situata in collina e nascosta tra la vegetazionesede inquietante di vicende 

orrorifichepurtroppo più veritiere rispetto a quelle altrettanto spaventose ma irreali di Villa Scott. 

Occorre ricordare che all’epoca delle riprese la villa era utilizzata come collegio femminile e abitata da suore e fanciulle che ovviamente non potevano rimanere  mentre veniva girato il film. La produzione dovette allora trovare un escamotagepoiché non si poteva abbandonare quella location così perfettamente suggestiva! Si decise dunque di offrire un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze del collegio, le quali non opposero alcuna obiezione e con la loro vacanza inaspettata contribuirono alla realizzazione di una delle pellicole horror più conosciute. Dopo un breve periodo di abbandono, la villa è stata  restaurata e adibita a residenza privata.

Alessia Cagnotto

La Pandemia non è solo emergenza sanitaria

La Pandemia è una creatura mitica “una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno lavorato nell’apparente condivisione di un unico scopo’’ realtà molto più complessa di una emergenza sanitaria 

 

Una sorta di cospirazione umana all’inettitudine sapiente. Così l’incipit dell’ultimo saggio di Alessandro Baricco ( ‘’ Quel che stavamo cercando ’’ Feltrinelli 2021 , pagg. 33, euro 4 già in pdf  2020).  Pamphlet a metà strada tra il j’accuse e la cronologia critica degli eventi, amara riflessione sulla condizione del cittadino resiliente postpandemico. L’opera dello scrittore torinese tenta una difficile ibridazione tra la narrazione e il saggio sociologico in stile neofrancofortese. Si cercano le cause e gli effetti del covid19 nella morale, nella tecnè decaduta a innovazione sterile, di una scienza epistemologicamente incapace di fronte al Moloch della macrotragedia collettiva, che il Pianeta sta vivendo e forse rivivrà. Punizione divina, abbassamento della soglia minima della morale ( Theodor Adorno ), disattenzione medica o semplice ‘eterno ritorno’ . L’autore non sa darne una risposta univoca perché in oggettività non esiste. Turbocapitalismo ( Diego Fusaro). Tribecapitalismo cibernetico-commerciale. Povertà degli animi e delle masse sempre più impoverite, che alla fine ci presenteranno il conto, questo si. Anche come cauzione. Per riscattare il consumismo materialista, di cui esse sono le prime vittime, corporali ed etiche. Accelerazione degli stili di vita, dell’obsolescenza digitale del software e dell’hardware etico. ‘’Civiltà’’ del tweet e del motteggio beota del Mega Gioco telematico.  Uomini e donne sottratti dai lockdown policromatici alla visibilità interattiva, trasmigrano da ectoplasmi civili in zombie sociali, messaggi in bottiglia, sottratti al normale fluire dello spazio-tempo psichico e dello spazio tempo-fisico, affidati al mare in tempesta dell’autocoscienza di precarietà. Che non è più salariale o reddituale o almeno non solo, ma l’incedere del tutto per l’incerto. Incerto ermeneutico del senso, angoscia kierkegaardiana e regressione psicologica nell’ edonismo difensivo e infantile, rifugio nell’effimero, antiideologia di cui le 33 pagine del testo rimandano agli anni del Cristo salvifico ( sola risposta suggerita sotto traccia?! ) o dell’Anticristo di un Soloviev. Ma non nella fine del mondo secondo Baricco del tutto ridicola e agitata ad hoc a seconda che ci vadano male o bene le cose.  Non nell’Armageddon della lotta finale tra istanze etiche e amorali o malefiche, ma il trucco sta nel chiedersi se in una società moderna e tecnologicamente avanzata, la morale abbia ancora un significato o no. Di rinuncia, di buon senso, di fare un passo indietro necessariamente debole e non Lebole. ‘’Oggi a me e domani a te e la lotta per il panino’’, lasciamoli per una volta per un x di tempo, anche infinitesimale fuori dalle nostre menti, dai nostri cuori-pratici. E un amore qualsiasi agapico per un lettore credente o pagano relazionale o entrambi sono la ‘’soluzione’’. Per i più volitivi o per più Fortunati. Saranno la sola domanda. Risposte non ce ne sono, neanche ‘’deboli ’’.

Aldo Colonna

La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato.

Torino e lacqua

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza delpianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

Alla fine della classica vasca in centro, dopo essere riemersi dal bagno di folla di via Garibaldi, si arriva in uno dei luoghi piùdiscussi di Torino: Piazza Statuto.

Questa è una delle piazze più conosciute della città, lultima delle grandi aree risalenti al  periodo risorgimentale della capitale sabauda, ed è caratterizzata da eleganti portici che la percorrono lungo tutto il perimetro.

Ha una forma allungata e da essa si dipartono molte strade: via Luigi Cibrario, via San Donato, corso Francia, (che in epoca romana era il tratto iniziale della strada per le Gallie), e via Garibaldi, antico decumanus maximus  della colonia romana Julia Augusta Taurinorum, già conosciuta come via Dora Grossa.

Al tempo degli antichi romani tutta la parte occidentale del castrum del quadrilatero romano veniva usata come necropoli e molto probabilmente  anche come luogo di esecuzioni.

Allinterno della piazza, dedicato allimponente lavoro del traforo del Cenisio-Frejus, vi è il monumento realizzato da Luigi  Bellinel 1879 e solennemente inaugurato  il 26 ottobre dello stesso anno. Sullalta piramide sono poste grosse pietre provenienti dagli scavi del traforo, sulle quali si posano corpi di titani abbattuti in marmo chiaro e, proprio sulla sommità, il genio alato della scienza, con una stella a cinque punte sulla fronte, poi rimossa nel 2013. Lopera è unallegoria del trionfo della ragione sulla forza bruta, riflesso dello spirito positivista dellepoca in cui fu realizzato. Tuttavia nella tradizione popolare a questo significato originario se ne sovrappone un altro, quello secondo cui il monumento celebrerebbe  le sofferenze patite dai minatori per realizzare lopera.

Non è solo per la bellezza architettonica però che Piazza Statuto è ricercata, soprattutto dagli appassionati di magia e mistero, infatti, nel contesto delle leggende esoteriche, essa è nota come uno dei vertici del triangolo della magia nera. Lepicentro dellenergia maligna sarebbe individuato proprio là dove si erge il monumento al traforo, alla sommità del quale, per alcuni, non si troverebbe langelo della scienza, ma Lucifero in persona. Secondo altre ipotesi, invece, lepicentro coinciderebbe con lastrolabio del piccolo obelisco poco distante. In realtà lobelisco fu eretto nel 1808 su un punto geodetico, in ricordo di un calcolo trigonometrico del 1760 sulla lunghezza di una porzione di meridiano terrestre (il gradus taurinensis), eseguito insieme ad altri punti geografici nei comuni piemontesi di Rivoli, Andrate e Mondovì.

Il Diavolo quindi terrebbe le ali spiegate proprio sul vertice del triangolo nero, collegando Torino con Londra e San Francisco, due città altrettanto ricche di misteri e anche scenari di delitti efferati. La leggenda che vede collegate queste tre città è una delle più conosciute al mondo, eppure tra tutti i luoghi chiamati in causa, Torino rimane quello più interessante, in quanto unica cittàad essere divisa a metà: il capoluogo è infatti anche vertice del così detto triangolo bianco, che si formerebbe con Praga e Lione. Non crea meraviglia tra gli appassionati del settore che proprio qui siano venuti in visita personaggi come Nostradamus, Fulcanelli, e Paracelso e non sorprende unaltra delle numerosissime leggende, secondo cui tutti coloro che hanno poteri occulti e divinatori debbano recarsi a Torino per omaggiare il Grande Vecchio, personaggio assai misterioso che risiederebbe tra le colline torinesi.

Al centro della piazza, presso la fontana, vi è laccesso che conduce al sistema fognario, che qui ha il suo snodo principale. Anche questo preciso elemento favorì il crearsi di leggende e credenze che vogliono la piazza come fulcro della magia nera e come altra ipotesi per quel che riguarda lampio discorso sulle tre presunte grotte alchemiche che sarebbero presenti in città

Impossibile dunque rimanere indifferenti davanti alle infinite suggestioni di una città bellissima, malinconica e romantica, ricca di arte e di cultura, ma anche di misteri. 

È così che si passeggia per questa città, sempre sospesi tra luce e ombra, sempre distratti, mentre magari qualcuno ci osserva, tra la folla, da sotto le fognature oppure dallalto, con le ali spiegate e un sorriso ermetico scolpito sul volto.

 

Alessia Cagnotto

Francesca Lavazza è la nuova Presidente del Castello di Rivoli

Il Cda ha votato all’unanimità l’imprenditrice torinese al vertice dell’Ente

 

Francesca Lavazza è la nuova Presidente del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea: lo ha stabilito l’Assemblea dei Soci dell’Ente, riunitasi questa mattina in videoconferenza assieme con l’assessorato regionale alla Cultura.

«Esprimo grande soddisfazione per la scelta di Francesca Lavazza – ha sottolineato l’assessore alla Cultura, Vittoria Poggio – un profilo di grande competenza e di spessore, propedeutico per lo svolgimento delle attività di questo Ente a cui la Regione conferma fiducia e sostegno per allargare il ventaglio dell’offerta culturale verso un pubblico sempre più internazionale».

Francesca Lavazza succede a Fiorenzo Alfieri recentemente scomparso e rimasto in carica dal 2019 al 2020.

«Sono felice di accettare l’incarico di Presidente del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – ha detto Francesca Lavazza – e, nel farlo, permettetemi di ringraziare tutti coloro che hanno calorosamente sostenuto la mia candidatura. Ricoprire il ruolo che è stato di Fiorenzo Alfieri e proseguire il lavoro svolto fino ad ora tenendo salda la rotta da lui segnata in ambito culturale, così importante per visione e portata, è per me un enorme privilegioUna cultura di rete, una propensione internazionale, un’arte narrata e condivisa che ritrovo nel percorso intrapreso con Lavazza in questi anni, fondato proprio sul concetto di attrattività e stimolo per un pubblico eterogeneo nel quale le generazioni più giovani giocano un ruolo fondamentale e ispiratore. Insieme al Direttore Carolyn Christov-Bakargiev e a tutto il gruppo di lavoro del Castello di Rivoli, lavoreremo per confermare questo nostro orizzonte: costruire cultura con impegno e visione, nella speranza che si possa tornare presto a riaprire gli spazi del Museo».