Al Gobetti, sino al 26 aprile
Quando, per la presentazione della stagione, i giochi non erano pienamente fatti (poche note scritte e “cast in via di definizione”), davanti al lungo titolo di Diego Pleuteri ci siamo chiesti che cosa riuscisse a inventarsi l’autore dopo il successo – tre stagioni di repliche – di “Come nei giorni migliori”, se avesse al momento buttato giù delle tracce di un testo fatto per raggiungere un pubblico infantile, come sarebbe stato lo svolgimento della vicenda dei tre animali una volta in scena. Chi scrive, lo confesso, temeva doppiamente, guardando confusamente al progetto e leggendo con il solito sospetto il nome di Leonardo Lidi alla regia. Invece. Invece “Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti” è un testo che con intelligenza “ricalca” la diversità dei linguaggi, umanissimo e sofferente, una favola amara che si tinge di commedia e diverte, ma che attraverso gli occhi, le abitudini infrante, i gesti, le zuffe e gli atti d’amore, le visioni del dentro e del fuori, la protezione o una gabbia con la sua pretesa fuga, le paure e i languori sempre persi dietro l’immagine di Lui e la voglia di libertà, quell’orecchio teso alla serratura di una porta – clic clac clic – in una continua attesa, guarda al mondo degli umani. È una regia che convince appieno, attenta ai tanti e più piccoli particolari, che con tensione cinematografica incolla la sua macchina da presa al viso, al fiuto, alle orecchie, ai bisogni corporali, alla fame e al disgusto, alla disperazione per un’assenza, alla solitudine e alle ribellioni di una cagnolina, di una gatta e di un pesce rosso chiuso dentro la sua boccia di vetro dagli stretti confini. Una regia che ha centellinato di suo ma che ha trovato terreno fertilissimo in tre splendide attrici, magnifiche e superlative (chiunque, vedendo lo spettacolo al Gobetti sino al 26 aprile per la stagione dello Stabile torinese, potrà usare quegli aggettivi che saprà trovare), che usano la voce e soprattutto i corpi, snelli o no che siano, in maniera esemplare, con dedizione estrema, con una immedesimazione che rasenta il brivido, non scimiottando, non avendo necessità di nessun travestimento. Fuori subito i nomi: Marta Malvestiti, pronta a uggiolare, Beatrice Verzotti che abitualmente miagola e tira fuori le unghie, Teresa Castello che solitamente boccheggia, piroetta e dimentica (davanti a lei, al suo monologo finale, non stupitevi che ancora ci siano giovani attrici, fresche di scuola, sui nostri palcoscenici: esistono! E a guardarle mentre occupano la scena, la ballerina di “Affari tuoi” credo che dovrebbe iniziare a farsi qualche domanda: i perfetti movimenti scenici sono dovuti a Riccardo Micheletti). Hanno il valido aiuto di Hana Daneri, che introduce, commenta, drammaticamente racconta.
La platea del Gobetti è stata svuotata a metà delle sue poltrone e si sono create due ali di sedie laterali, il palcoscenico è occupato soltanto da un’immagine di Alessandro Bandini e Alfonso Devreese dei “Giorni migliori”, a uno di loro ci si rivolge di tanto in tanto. Un catino e una scopa, i tanti abiti sparsi di Lui, morsicchiati o presi a calci o trascinati, tutto è lì pronto a raccontarci una favola amara, forse nerissima. Che anche in una casa del bergamasco, dove in tempo d’epidemia correvano le file delle bare verso i cimiteri, qualcuno attende il suo Godot. Didi e Gogo oggi hanno altri nomi, si chiamano Briciola, Luna e Wanda. Un mattino dopo l’altro, una sera dietro l’altra si continua a coltivare “un amore cieco e sproporzionato, pieno di affetto e di dipendenza”, si continua ad aspettare Lui, Lui che se n’è andato come sempre un giorno e non è più tornato, il clic clac clic della porta non lo hanno più sentito. Continuano la vecchia abitudine di godersi “La signora in giallo”, su quel divano che dà sicurezza, da cui qualcuno saltava giù quando Lui mostrava la corda che portava al passeggio o se arrivava qualche profumo che significava sostentamento. Briciola piange, Luna si gode per qualche attimo la propria indipendenza, Wanda nuota e dimentica. Mentre la nostalgia lascia il posto al desiderio di sopravvivenza e di superare quell’assenza, mentre sopravanza la dipendenza, nascono la fame e la violenza mentre quelle pareti si fanno prigione, mentre anche al di là di una finestra che dà sul verde tutti sono scomparsi, mentre la vicina arriverà a spalancare e a offrire crocchette: quando il mondo non sarà più come prima, quando gli abitanti della casa non saranno più quelli di prima. In un arco perfetto, Pleuteri reclama ”il bisogno di un altro che ci garantisca il mondo, ci dica che esistiamo, ci permetta di sopravvivere in un luogo che non ci appartiene”.
“Resteremo per sempre” è ben lontano dal lasciarti indifferente, lo si è visto anche nella replica a cui ho assistito, applauditissima con bis finale. Pleuteri pone – con bella scrittura, lo ripetiamo – sul tavolo problemi e ansie, ricordi e piccole felicità, il vivere quotidiano che ci appartengono, rivestiti di altre vesti, ci ricorda il mondo affatto leggero di La Fontaine: e per l’intera serata (stra)vince quella immedesimazione che ha tolto ogni barriera, e le riflessioni sul tempo sospeso e una società con un dolore che è vero.
Elio Rabbione
Nelle immagini di Luigi De Palma alcuni momenti dello spettacolo.
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