Una cripta maledetta con forze demoniache al suo interno, una colonna di marmo che “piange”, un pavimento che emette suoni e strane vibrazioni e ancora rituali oscuri dei monaci, peraltro mai confermati storicamente. Lucedio è conosciuto anche per questo, come uno dei luoghi più “infestati” d’Italia. Passaggi sotterranei, salme mummificate, abati seduti su troni disposti a cerchio e perfino fiumi sotterranei. Varcando i poderosi cancelli del Principato di Lucedio, (come c’è scritto sul portale d’ingresso della tenuta), antico monastero cistercense del XII secolo, a pochi chilometri da Trino Vercellese, il pensiero vola alle tante leggende che avvolgono questo luogo che tra aprile e maggio galleggia sulle risaie formando “un mare a quadretti”. Lo stesso nome Lucedio è intrigante, può significare “luce di Dio” o “Dio di luce”, in una parola Lucifero e proprio da qui nasce l’associazione dell’abbazia con il diavolo stesso. Leggende, solo leggende oscure che tuttavia non guastano e anzi affascinano visitatori e lettori.
Molti di questi racconti sono nati secoli dopo la nascita dell’abbazia nel 1123 e hanno reso il posto molto famoso. In effetti, entrando nei giardini, nel refettorio dei monaci e nell’aula capitolare si respira un’atmosfera medievale che rimanda alle numerose storie che aleggiano intorno a quella che oggi è una grande e moderna azienda agricola che ha conservato gli ambienti medievali e il suo fascino antico è rimasto intatto. Lucedio è la culla del riso italiano e da questi luoghi si sviluppa il territorio delle Grange, una serie di aziende agricole che si intervallavano su un vasto comprensorio agricolo. Grazie ai monaci nacquero le risaie della pianura vercellese ed entrarono in funzione sistemi idraulici ancora oggi utilizzati. Dell’abbazia dei cistercensi, ampliata nei secoli, si sono conservate importanti strutture architettoniche, dal campanile a pianta ottagonale in stile gotico lombardo al chiostro, dalla sala capitolare del Duecento con capitelli altomedievali alla Sala dei Conversi con volte a vela che poggiano su basse colonne. Fondata dai monaci cistercensi provenienti dalla Borgogna (quelli della Regola di San Benedetto, “ora et labora”, una vita semplice e rigorosa basata sulla preghiera e sul lavoro nei campi) l’abbazia sorse in un’area paludosa di proprietà del marchese Ranieri I del Monferrato (1075-1137). L’Abbazia resta per secoli sotto il controllo dell’Ordine cistercense e poi diventa motivo di scontro tra varie casate dinastiche.

Dai Gonzaga passa ai Savoia e poi diviene proprietà di Napoleone all’inizio dell’Ottocento. Successivamente passò al marchese Giovanni Gozani di San Giorgio, antenato dell’attuale proprietaria, la contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvadori di Wiesenhoff che conduce l’azienda agricola che produce riso di altissima qualità. Si racconta che nei sotterranei dell’abbazia si trovino cripte segrete dove sarebbero seduti i corpi mummificati degli abati posti a guardia di presenze demoniache. Non manca una “colonna che piange”. Nella sala Capitolare si trova infatti un pilastro che sembra trasudare acqua. Secondo la tradizione “piangerebbe” per le torture e i riti oscuri avvenuti in abbazia ma la spiegazione scientifica è che la pietra porosa assorba e rilasci l’umidità dal terreno. A poca distanza dal complesso c’è una piccola chiesetta sconsacrata, la Madonna delle Vigne che custodisce il cosiddetto “Spartito del Diavolo” che, se viene suonato in un certo modo, libererebbe il demone che aveva già sottomesso i monaci. La chiesa, tra l’altro, è stata più volte razziata ed è forse meta di raduni di sette sataniche ma ora giace abbandonata. Il Principato di Lucedio è visitabile al pubblico secondo il calendario segnalato sul sito online “Visita Lucedio”.
Info@principatodilucedio.it, Trino Vercellese
Filippo Re
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