STORIA- Pagina 91

Garibaldi, un’icona pop. Oggi chiude la mostra

Garibaldi non è solo un personaggio della storia, ma una figura popolare. Lo troviamo nelle pubblicità, nei film e in canzoni come quelle di Sergio Caputo o degli Statuto.

La narrazione del mito che si è sviluppata attorno alla figura dell’Eroe dei due mondi è il filo conduttore della mostra ‘Hero. Garibaldi icona pop’ ,  al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, aperta fino all’8 gennaio 2023 a Torino.

Curata dal direttore del Museo, Ferruccio Martinotti la mostra racconta attraverso 300 oggetti la memoria che Garibaldi ha lasciato nelle decine di Paesi in cui ha vissuto e combattuto. Esposti giocattoli,  banconote uruguayane, ceramiche inglesi, pipe in terracotta bottiglie di whiskey e fotoromanzi.

Carolina “la rossa – bordeaux”, più bordeaux che rossa… indimenticabile!

COSA SUCCEDE(VA) IN CITTÀ 

“La trappola dei ricordi”

Gianni Milani

In tutta la mia vita, ne ho avute solo cinque! Ehi, ehi… cosa sono questi risolini? E poi chissà, quanti di voi ne avranno avute anche meno! Io sono arrivato a cinque…e tutte conquistate con gran sudore e una fatica che non vi dico. Del resto, sono sempre stato un po’… come dire …un po’ “lentino”. In tutti i casi quattro erano italiane e una francese. Ma la prima, la “Carolina” è davvero, ancor oggi, in assoluto, quella che mi ha dato più soddisfazioni. Indimenticabile! Sarà, come si dice, perché il primo amore non si scorda mai. Bella! Per me era davvero il massimo. Rossa, tendente al bordeaux. Più bordeaux che rossa. Pensate, sono passati più di quarant’anni (alla faccia!) e mi ricordo ancora il numero di … targa. Di targa, sì! Ma che sono quelle facce? Cosa avevate capito? Tutte le macchine hanno, e hanno sempre avuto, una targa. Anche se cambiate per formulazione nel corso degli anni. E io di quelle parlavo. Di macchine! Chissà cos’avevate capito! Che? Fidanzate? Ma no! E di quelle, poi, ne ho avute ben più di cinque. Non faccio per vantarmi … ma almeno almeno (aspetta un po’) … almeno sei! Sorvoliamo. Bene, la targa dicevo. Eccola: TO M56851. Stampata a fuoco nella mente e nel cuore. Ancora targa nera con sigla della provincia ben in vista. Quale macchina? Embé! Una “brillante” FIAT 127 prima serie, mantenuta in listino dall’allora gloriosa casa torinese dal 1971, come erede dell’ormai obsoleta 850, fino al 1987. Due porte, ampio bagagliaio e adeguata spaziosità, “Auto dell’Anno 1972”, opera di Rodolfo Bonetto (nipote del pilota Felice) e di Pio Manzù (figlio dello scultore Giacomo) che morì trentenne nel ’69 in un incidente automobilistico, proprio mentre si recava a Torino per la presentazione ufficiale della “maquette”. Correva l’anno 1974. La “Carolina” (non so perché, mi venne subito da personalizzarla e chiamarla affettuosamente così) era il mio grande regalo di laurea: 110/110 con lode alla torinese Facoltà di Lettere. Rossa – bordeaux, più bordeaux che rossa. A consegnarmela, senza pacco regalo né fiocco, fu papà Renzo. Era di luglio, se non erro. Appuntamento in corso Settembrini, allora ancora Mirafiori Nord, settore Carrozzerie/Verniciatura. Entro di buon mattino in un grande mare, Parking – auto. Tutte pronte alla consegna o alla vendita. Pensate che solo di 127, nel ’74 la Fiat ne aveva sfornate un bel milione tondo tondo! A venirmi incontro, lungo lungo magro magro, tuta blu (da “Baracchino Fiat”, che col vestito della domenica sembrava quasi lui il padrone della “fabbrichetta”, tant’era uomo raffinato e di classe), sorriso con malcelata ansia incorporata, il parin, come i più giovani colleghi della “Verniciatura” chiamavano il babbo, ormai quasi alle soglie della pensione. In mano un mazzo di chiavi. Eccole, la macchina ti aspetta lì. Si realizzava un sogno. Ma è proprio mia? Mi veniva da chiedergli. Non lo feci. Quel sorriso sul volto di mio padre, che non era facile al sorriso, l’avevo già visto una volta. Al ritorno a casa (abitavamo allora in via Bidone) dopo il primo esame universitario: Estetica, superata con un bel 30/30 sul libretto. Era un sorriso di orgoglio, benevolenza, piena soddisfazione. Totale amore. Non c’era l’ansia che un po’ appannava il sorriso al passaggio di mano della “Carolina”. Ora tocca a te, sembrava volermi ricordare. Già, tocca a te. La patente l’avevo presa qualche anno prima. Mi sarei ricordato ancora tutto? Avviamento, partenza, precedenze e ammennicoli vari. Forza Gianni! E forza “Carolina”. Prima tappa, il ritorno a casa. Corso Unione Sovietica, via Filadelfia, via Spano al 14 interno 10. Una mezz’oretta, per pochi imbarazzanti chilometri. Parcheggio. Fatto anche quello. Prima prova superata. Salita di corsa e di gioia per le scale. Idea: la riprendo questa sera. Meno traffico, farò due orette di pratica. E qui viene il bello! Certo che la “Carolina” ne ha provate tante con un principiante imbranato come me. Scena fantozziana. Al calar del sole, mi riapproprio della “Carolina”. Immaginavo moltitudini di vicini al balcone. Pronti alla partenza! Papà e mamma, certamente sì. Al balcone del quarto piano. Ansanti e tremanti. Al mio pari. Troppa l’ansia! Infilo le chiavi. Piede sinistro sulla frizione. Innesco la prima e giro la chiave. Il motore gira. Eccome se gira, ma la macchina non parte. Che ti succede “Carolina”? Riprovo. Niente. Riprovo e riprovo. Niente da fare. La “Carolina” non fa una piega e il motore si diverte a “vociare” al quartiere. Io, un Fantozzi calzato e vestito. Immaginavo la scena in cui il mitico ragioniere creato dall’altrettanto mitico Villaggio tentava di acchiappare il pullman al volo con tutti i vicini pronti all’applauso. Che vergogna! Finché, al finestrino mi s’affaccia un vecchietto mandato dal cielo (forse San Cristoforo, protettore degli automobilisti?): giovanotto, per partire, basta che tolga il freno a mano! Caz…una vergogna da farmi sprofondare. Saluto il vecchietto – San Cristoforo e tutta via Spano, braccio orgogliosamente fuori dal finestrino sinistro. Niente applausi. Erano le 20 o poco più. Ritorno alle 22. Sudato fradicio. Carico di insulti “automobilistici”, dai classici e più garbati “ma chi t’ha dato la patente?” ai più impietosi “vaffa…” regalatimi a piene sporte. Comunque. Un bel giro in centro. Velocità massima 30/40 Km orari. A pieno regime. Ma era andata! Con buona pace dei miei, che, se avessi ritardato di cinque minuti, avrebbero chiamato tutti i “Pronto Soccorso”, pompieri, carabinieri, polizia, esercito (anche quello della Salvezza) e tutto il parentado in Italia e all’estero. Ma il ghiaccio era rotto. A fine carriera, sei anni dopo, la “Carolina” portò me e Patrizia (prima vacanza da maritato) fino in Calabria. Una meraviglia. Dopo di lei altre quattro. Ma nessuna come lei. Sarà, come dicevo, che il primo amore non si scorda mai. Sarà il suo ricordo legato all’alta (in tutti i sensi) figura del mi’ babbo. Tant’é. Come “Carolina” la rossa – bordeaux più bordeaux che rossa, nessuna mai!

Gianni Milani

“Textiles are back”, tessuti preziosi cavalcano i secoli

La  Collezione di “Tessuti e Moda” di Palazzo Madama

Da mercoledì 21 dicembre

Si cavalcano i secoli.

Dai frammenti copti in lino e lana lavorata ad arazzo – i più antichi (VI – VIII secolo) – provenienti da Antinoe, città dell’Egitto romano fondata nell’anno 130 dall’imperatore Adriano in memoria del suo giovane “eromenos” Antinoo, fino ai due briosi vestiti in stile Charleston di sartoria milanese (databili intorno agli anni Venti del secolo scorso), passando per i magnifici tessuti medievali che documentano la produzione delle manifatture seriche del bacino mediterraneo e dei primi importanti centri manifatturieri italiani. Sono oltre 50 le opere della Collezione di “Tessuti e Moda” di “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica” (comprendente circa 4mila manufatti e fra le più importanti d’Italia) tornate in bella esposizione, dopo sette anni a riposo, nella Sala ad esse dedicata al secondo piano del Museo di piazza Castello a Torino. “Si tratta di un allestimento – dicono i responsabili – che riproporrà a rotazione nuove opere della raccolta e che andrà periodicamente mutando, in modo da conservare la corretta conservazione dei beni”.

Beni di antico inestimabile valore, se si pensa che solo alla fine del VI secolo, l’industria della seta si insedia (dopo che per molti secoli era stata un segreto ben protetto della Cina) nel Mediterraneo orientale bizantino, estendendosi poi verso occidente a traino dell’espansione islamica, giungendo quindi nell’Europa cristiana ed entrando, in particolare sotto forma di doni diplomatici, nei palazzi imperiali e papali, nonché nei tesori delle cattedrali come involucro delle sacre reliquie. In Italia, la tessitura della seta data a partire dal XII e XIII secolo. Venezia, Lucca e Firenze, i principali centri. Da lì partono i “velluti operati”, lavorati con filati d’oro e d’argento e diretti verso le principali corti rinascimentali. Ne sono testimonianza a “Palazzo Madama”, un magnifico “telo cremisi” veneziano tagliato a due altezze, storicamente detto alto-basso, e un ampio “frammento di velluto” di seta rossa e oro filato dal tipico disegno tardo quattrocentesco dei fiori di cardo, già parte di una veste liturgica.

A documentare l’arte del ricamo cinquecentesco italiano, troviamo esposti tre manufatti di notevole importanza: la famosa “tovaglia con la raffigurazione dei Quattro Continenti”, attribuita alla ricamatrice milanese Caterina Cantoni, i cui lavori erano contesi dalle corti di tutta Europa; una tovaglia lavorata anch’essa in Italia, ma in ambito domestico, decorata da poetici motti d’amore” e un “repertorio di minuti disegni policromi di putti, delfini e leoni rampanti”; infine, un vivace ricamo raffigurante la “parabola delle Vergini sagge e delle vergini folli”, ricamate in seta su fondo in lana con gli abiti delle donne della Svizzera tedesca della fine del XVI secolo, lavoro femminile originario dell’elvetica città di Sciaffusa. Affiancati nelle vetrine storiche della sala, “teli da arredo” e “stoffe da abbigliamento” raccontano il mutare del gusto decorativo nei secoli, con un focus sull’abbigliamento e sullo stile del XVIII secolo, quando i motivi bizarre, a pizzo, a isolotti o a meandri si avvicendano rapidamente, seguendo la moda dettata da Parigi e dalle manifatture lionesi, che detengono ormai la palma dell’eccellenza. Numerosi tra questi tessuti, datati tra gli ultimi decenni del XIX e i primi del XX secolo, furono riprodotti in quegli anni da manifatture tessili italiane, in particolare dalla manifattura torinese Guglielmo Ghidini, fondata nel 1865 e che, vent’anni più tardi (con stabilimento alla Barriera di Casale, sull’attuale piazza Gozzano) darà lavoro a oltre trecento operai.

E ancora. Autentiche chicche in esposizione: un “giuppone”, unico capo seicentesco, ricamato con i nodi di Casa Savoia e un sorprendente “banyan”, veste da casa maschile, in seta dipinta in Cina e confezionata in Europa nel terzo quarto del Settecento. All’attualissimo “tema del riuso” ci avvicina, infine, un interessante abito degli ultimi anni dello stesso secolo, oggetto di un riadattamento per una neo-mamma, così da essere comodo per l’allattamento. La mostra è un gran bel “cadeau” di Natale.

Gianni Milani

“Textiles are back”

Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica”, piazza Castello, Torino; tel. 0114433501 o www.palazzomadamatorino.it

Dal 21 dicembre

Orari: lun. e da merc. a dom. 10/18; mart. chiuso

Nelle foto:

–       “Telo”, Svizzera – Sciaffusa, 1580 – 1600, Palazzo Madama, Torino

–       Caterina Cantoni: “Tovaglia con la raffigurazione dei Quattro Continenti”, 1590 -1600, Palazzo Madama, Torino

–       “Frammento”, ManifatturaGuglielmo Ghidini, 1890 – 1925, Palazzo Madama, Torino

–       “Banyan”, 1760 – 1770, Palazzo Madama, Torino

–       “Abito”, 1790 – 1810, Palazzo Madama, Torino

Quando i Re Magi salvarono Betlemme

Era il 614 a Betlemme, in Terra Santa, quando accadde una sorta di miracolo. I persiani stavano radendo al suolo chiese e monasteri della Palestina ma si fermarono davanti alla Basilica della Natività. Secondo la leggenda i soldati erano pronti a incendiare il tempio cristiano quando il re persiano Cosroe II vide sulla facciata della chiesa un mosaico con i Re Magi vestiti come loro, in abiti orientali, proprio con i costumi persiani, intenti a recare i loro doni al neonato Gesù.
Per rispetto a questa scena venne ordinato di non abbattere la Basilica. Come paralizzato da ciò che aveva appena visto (il mosaico è purtroppo andato perduto) Cosroe bloccò subito l’attacco e le torce incendiarie furono spente. La basilica di Giustiniano sopravvisse, e più tardi fu risparmiata anche dagli arabi che la rispettarono perché dedicata alla “beatissima Vergine Maria, madre del profeta Gesù”. Più tardi, anche Omar ibn al Khattab, il secondo califfo dell’islam, non la violò e consentì ai cristiani di recarsi a pregare in chiesa. Il tempio si salvò anche dalle distruzioni messe in atto in Terrasanta dal feroce califfo d’Egitto Al Hakim nell’anno 1009 così come dai violenti scontri che seguirono l’arrivo dei Crociati di Goffredo di Buglione nel 1099. Il luogo di culto, rispettato anche da Saladino, accoglie ancora oggi folle di pellegrini che si recano nei luoghi santi per trascorrere il Natale. L’episodio del “miracolo” è stato rievocato in questi giorni, prossimi all’Epifania, dal cardinale Gianfranco Ravasi in un articolo sulla “Domenica del Sole 24 Ore” in cui il noto teologo e biblista ha raccontato il suo “viaggio” nelle grotte dove è nato Gesù. Un’esperienza da cui nel 1987 nacque il libro “Pellegrini in Terrasanta”, edizioni Paoline, scritto da Ravasi insieme a Luigi Santucci, poeta e scrittore milanese. La basilica che vediamo oggi a Betlemme è quella di Giustiniano che nel 531 ristrutturò totalmente la prima chiesa edificata nel 325 da Elena, madre di Costantino. Nella chiesa, nuovamente restaurata dopo il 2010, si aprono due scalinate parallele che portano alla Grotta della Natività di Cristo. Al suo interno spiccano due zone ben distinte: in una parte della grotta, di proprietà della chiesa greco-ortodossa, c’è una stella d’argento che indica il punto dove sarebbe nato il Bambino e nell’altra zona c’è la Grotta in cui si trovava la mangiatoia, affidata ai padri Francescani, custodi della Terra Santa, e simbolicamente assegnata ai Re Magi venuti da Oriente, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Chi furono costoro? Secondo gli studiosi si tratta di astronomi o astrologi babilonesi, carovanieri commercianti di spezie e di aromi, forse fedeli zoroastriani persiani….sta di fatto che, alcuni secoli dopo, salvarono la Basilica della Natività dalla furia dei nemici guadagnandosi un posto di primo piano nel presepe e nella storia. La guida di Ravasi, ristampata negli anni Novanta e ancora molto attuale, è suddivisa in quattro tappe che corrispondono ai momenti salienti di un pellegrinaggio in Israele:la Galilea a nord, con i primi atti di Gesù, la centrale Samaria, la meridionale Giudea e, al centro della Terrasanta e di tutta la Bibbia, Gerusalemme, la città santa delle tre religioni monoteiste, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. In ognuna di queste tappe si toccano le località più importanti, tradizionali mete dei pellegrini, con un quadro generale su storia, archeologia, dati biblici, tradizioni giudaiche, cristiane e musulmane. “Compiere un pellegrinaggio, sostiene Ravasi, significa riacquistare il senso della vita come movimento, conquista e speranza. L’itinerario in Israele diventa allora la riscoperta delle radici della vita cristiana e di quelle storiche della fede biblica”. Si va così dalla basilica della Natività a Betlemme ai mille monumenti di Gerusalemme ma anche all’intera storia di Israele, dalle tracce della vita quotidiana di Maria, Giuseppe e Gesù a Nazaret fino alle sponde del lago di Tiberiade con le rovine di Cafarnao, da Gerusalemme al Mar Morto e fino a Gerico, la città più antica del mondo. “Le memorie della Terrasanta, sottolinea il teologo, non sono smorti ricordi del passato ma voci ancora risonanti che parlano al cuore e alla vita del credente”.                Filippo Re

Duecento anni fa nasceva in Piemonte la Regia Scuola di Equitazione

Per omaggiarla si prepara, per tutto il 2023, una ricca agenda di eventi a Pinerolo, sede del prestigioso “Museo Storico dell’Arma”

Pinerolo (Torino)

Non è sicuramente facile spegnere d’un botto 200 candeline. Ci vorrà, dunque un intero anno, il prossimo “Anno del Signore 2023”, per celebrare, così come si deve, la nascita dell’allora “Regia Scuola Militare di Equitazione”, con prima sede alla Venaria Reale, voluta con “Regio Viglietto” del 15 novembre 1823 dal re di Sardegna, Carlo Felice “per istruire all’equitazione i giovani allievi dei Corpi di Cavalleria, gli Ufficiali di ogni Arma nonché i componenti della Corte”. Alla Venaria la “Scuola” resterà fino al 1849, quando, dopo la Battaglia di Novara, l’abdicazione di Carlo Alberto e la salita al trono di Vittorio Emanuele II, nell’ambito della riorganizzazione dell’Esercito, l’allora Ministro della Guerra Alfonso La Marmora, decise di trasferirla nella città di Pinerolo – con il nuovo nome di “Scuola di Cavalleria” – dove rimase fino al 1943, anno del suo scioglimento, seguito alla fine del 1961 dalla costituzione, voluta dal Ministero della Difesa, del “Museo Storico dell’Arma di Cavalleria”, un unicum in Italia e fra i più importanti in Europa, ospitato nell’antica “Caserma Principe Amedeo” (poi intitolata al generale Dardano Fenulli) e aperto al pubblico nell’ottobre del 1968. Il 2023 sarà dunque un anno speciale per Pinerolo, scandito nella preparazione di specifici eventi e nella promozione capillare del suo “Museo” da visite guidate (ad ingresso gratuito e condotte da personale dell’Esercito Italiano) e da itinerari di indubbio interesse su cui già sta alacremente lavorando il “Consorzio Turistico Pinerolese e Valli”, in prima linea per valorizzare al massimo questa peculiarità del territorio, molto conosciuta fra gli appassionati, ma forse meno nota al grande pubblico. Su 5.500 mq di spazio espositivo, 24 sale e 240 vetrine, il “Museo” (in viale Giovanni Giolitti, 5) ripercorre attentamente alcune delle pagine più gloriose della storia d’Italia e del suo esercito, ma permette anche l’incontro con cimeli  e personaggi unici, autori di grandi imprese, come il Generale Federico Caprilli che nel giugno del 1902, al Concorso ippico internazionale di Torino (che si svolse nell’ippodromo allestito in piazza d’Armi), in sella al possente baio Mélopo, conquistò il primato mondiale di salto in alto con lo stacco di 2,08 metri. In bella mostra anche blindo-corazzati, carri, carriaggi, carrozze delle Belle Epoque, selle e gualdrappe, le uniformi e i copricapo, e, ancora, argenti, quadri, stampe, fotografie, decorazioni e trofei. Per far impazzire grandi e piccini, infine, Il “Museo” presenta anche una fila di 65mila soldatini in piombo e altri materiali, insieme ai giganteschi plastici della Battaglia di Waterloo. Tanto “Museo”, ma non solo “Museo”. In programma per i festeggiamenti dei 200 anni, il “Consorzio” ha infatti già previsto, con il supporto dell’esperto di storia Stefano Ricca, anche degli itinerari guidati, a partire dal mese di marzo 2023.

Il primo tour toccherà il “Museo della Cavalleria” ma racconterà anche Pinerolo che, oltre al “Museo”, conserva tuttora molteplici testimonianze di edifici e aree che fecero parte integrante della “Scuola di Cavalleria” e che hanno trasformato “de facto” Pinerolo in “Città della Cavalleria” e “capitale mondiale” dell’equitazione.

Una seconda proposta è decisamente più curiosa, in quanto abbina al “Museo”, la visita del “Castello di Miradolo”, gestito dalla “Fondazione Cosso” a San Secondo di Pinerolo, e del “Palazzo dei Conti Cacherano”, a Bricherasio, gestito dalla famiglia Cacherano. A unire queste dimore storiche immerse nel verde proprio i personaggi della famiglia Cacherano e le loro imprese.

Verranno, infine, costruiti “pacchetti ad hoc” per appassionati di storia dell’esercito e non solo. Classi, gruppi e cittadini interessati possono già scrivere a: info@turismopinerolese.it.

g. m.

Nelle foto: immagini dal “Museo Storico dell’Arma di Cavalleria” a Pinerolo

Con “Domenica al Museo” il nuovo anno inizia all’insegna della Cultura

 Il 1° gennaio 2023, torna l’iniziativa promossa dal Ministero della Cultura “Domenica al museo”.

Ogni prima domenica del mese, ingresso gratuito nei musei statali della città. Musei Reali e le Gallerie d’Italia hanno aderito all’iniziativa

 

Mostre in corso

In questa pagina sono elencate le principali mostre in corso a Torino.

Per scoprire i musei più importanti della città visita

https

://www.turismotorino.org/it/esperienze/cultura/musei-e-fondazioni/i-musei-piu-visti


Orari giorni festivi

Di seguito gli orari di apertura dei principali musei in occasione delle festività natalizie. Verificare sui siti dei diversi musei gli eventuali aggiornamenti di orario.

GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna)

  • 24 dicembre: dalle 10 alle 14 con ultimo ingresso alle ore 13 (chiuso il pomeriggio)
  • 25 dicembrechiuso
  • 26 dicembre: dalle 10 alle 18
  • 31 dicembre: dalle 10 alle 14 con ultimo ingresso alle ore 13 (chiuso il pomeriggio)
  • 1 gennaio: dalle 14 alle 18 (chiuso il mattino)

Palazzo Madama

  • 24 dicembre: dalle 10 alle 14 con ultimo ingresso alle ore 13 (chiuso il pomeriggio)
  • 25 dicembrechiuso
  • 26 dicembre: dalle 10 alle 18
  • 31 dicembre: dalle 10 alle 14 con ultimo ingresso alle ore 13 (chiuso il pomeriggio)
  • 1 gennaio: dalle 14 alle 18 (chiuso il mattino)

MAO (Museo d’Arte Orientale)

  • 24 dicembre: dalle 10 alle 14 con ultimo ingresso alle ore 13 (chiuso il pomeriggio)
  • 25 dicembrechiuso
  • 26 dicembre: dalle 10 alle 18
  • 31 dicembre: dalle 10 alle 14 con ultimo ingresso alle ore 13 (chiuso il pomeriggio)
  • 1 gennaio: dalle 14 alle 18 (chiuso il mattino)

Musei Reali

  • 24 dicembre: dalle 9 alle 19
  • 25 dicembre: chiuso
  • 26 dicembre: dalle 9 alle 19
  • 31 dicembre: dalle 9 alle 19
  • 1 gennaio: dalle 9 alle 19, con ingresso gratuito
  • 2 gennaio: dalle 9 alle 19

Museo Egizio
  • 24 dicembre: dalle 9 alle 14
  • 25 dicembre: chiuso
  • 26 dicembre: dalle 9 alle 20
  • 31 dicembre: dalle 9 alle 20
  • 1 gennaio: dalle 9 alle 20
  • 6 gennaio: dalle 9 alle 20* Fino al 7 Gennaio apertura prolungata (9:00 – 20:00)

Museo Nazionale del Cinema

  • 24 dicembre: dalle 9 alle 18
  • 25 dicembre: dalle 14 alle 19
  • 26 dicembre: dalle 9 alle 19
  • 31 dicembre: dalle 9 alle 18
  • 1 gennaio: dalle 14 alle 19
  • 3 gennaio: dalle 9 alle 19
  • 6 gennaio: dalle 9 alle 19* Dal 22 dicembre tornerà ad essere disponibile il servizio Ascensore Panoramico.

MAUTO

  • 24 dicembre: dalle 10 alle 14
  • 25 dicembre: dalle 14 alle 19
  • 31 dicembre: dalle 10 alle 14
  • 1 gennaio: dalle 14 alle 19

CAMERA

  • 24 dicembre: CHIUSO
  • 25 dicembre: CHIUSO
  • 26 dicembre: dalle 11 alle 19
  • 31 dicembre: dalle 11 alle 15
  • 1 gennaio: dalle 15 alle 19

Gallerie d’Italia

  • 24 dicembre: dalle 9:30 alle 18:00
  • 25 dicembre: chiuso
  • 26 dicembre: dalle 9:30 alle 19:30
  • 31 dicembre: dalle 9:30 alle 18:00
  • 1 gennaio: dalle 14:00 alle 19:30, con ingresso gratuito
  • 2 gennaio: dalle 9:30 alle 19:30
  • 6 gennaio: aperto con consueto orario dalle 9:30 alle 19:30

Museo del Risorgimento italiano

Chiusi il 24 e il 25 dicembre e il 1° gennaio.
Tutti gli altri giorni, compresi lunedì 26 dicembre e 2 gennaio, apertura con consueto orario dalle 10 alle 18.


MEF (Museo Ettore Fico)

Chiuso per riallestimento.


Fondazione Accorsi Ometto

Sabato, Domenica e Festivi dalle 10 alle 19.


Mostre in programma

  • CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia

Robert Doisneau

  • Mastio della Cittadella

Frida Kahlo

  • GAM – Galleria d’Arte Moderna

HIC SUNT DRACONES

  • GAM – Galleria d’Arte Moderna

Ottocento

 

La Russa ha sbagliato. Ma l’antifascismo non scada nel mito e nella propaganda

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Mi pare che dedicare il titolo di apertura del quotidiano “Repubblica” al Msi e a La Russa sia davvero esagerato e lontano dallo stile misurato che ho sempre apprezzato nel direttore Maurizio Molinari. Troppa importanza data ad una dichiarazione che non meritava tanta attenzione  anche perché il Msi è una realtà storica che neppure la Legge Scelba ha mai considerato un duplicato del disciolto partito fascista, per ripetere il linguaggio usato dalla Costituzione. Per comprendere il problema bisogna riandare alla  XII norma transitoria e finale della Costituzione che alcuni costituzionalisti ritengono di valore permanente. Nell’ultimo comma di quell’articolo è  prevista un’interruzione dell’elettorato attivo e passivo per un quinquennio per gli ex gerarchi fascisti, a far data dall’entrata in vigore della Costituzione, il I gennaio 1948. Questa norma è stata ampiamente violata perché alcuni  ex fascisti di rango riappaiono  in Parlamento già nel 1948 senza che nessuno abbia mai eccepito qualcosa in merito alla XII norma transitoria. Nel 1946 l’amnistia voluta da Togliatti aveva riabilitato molti ex fascisti e l’epurazione fu quasi una burla, come sostenne già allora Mario Pannunzio. In Italia, anche a dimostrazione delle diverse esperienze storiche tra i due paesi e regimi, non ci fu nessuna Norimberga, pur se ci furono i massacri delle foibe e dei fascisti documentati da Pansa e mai confutati in maniera seria da nessuno storico. Prendersela adesso con La Russa che ricorda il padre missino, appare una esagerazione propagandistica. Ma anche il comportamento del presidente del Senato va criticato perché la seconda carica dello Stato deve mantenere un riserbo e una terzietà che il ruolo comporta, anzi esige. La Russa può anche  astenersi dalle vulgate antifasciste a cui non  ha mai creduto e che sarebbero atti di pura ipocrisia, ma non può  permettersi di celebrare la parte politica in cui ha militato. E’ anche una questione di banale ineleganza istituzionale. La figlia di Pino Rauti, sottosegretaria di Stato, è stata scioccamente inopportuna ed ha rivelato una scarsissima caratura politica. La Russa che è stato ministro, deve scegliere tra essere esponente di partito o presidente del Senato. I due ruoli sono incompatibili, a prescindere dalle idee e dalle nostalgie  espresse. La Russa ha sbagliato, ma anche i vari  De Luna che hanno preso lo spunto per l’ennesima vulgata antifascista, non sono specchio di una democrazia vera perchè in passato hanno esaltato il comunismo  o sono stati silenziosi quando l’URSS massacrava la libertà e la dignità umana. L’antifascismo è e deve tornare ad essere una cosa seria come lo fu quello di chi pagò con la vita la sua opposizione al Regime. L’antifascismo a decine di anni dalla fine del regime deve avere una caratura storica, senza scadere nel mito e nella propaganda. Solo così potrà contribuire a far crollare nel ridicolo i La Russa di turno, scatenando una risata destinata a sommergerli.

Mattei, un caso ancora aperto

di Massimo Iaretti

A poco più di sessant’anni la tragica scomparsa di Enrico Mattei suscita ancora interrogativi e discussioni, anche accese. Lo ha dimostrato la conferenza ‘Il caso Mattei’, organizzata a Somma Lombardo, nell’area delle ex Officine Aeronautiche Caproni, nel parco di Volandia, a poca distanza dai terminal 1 e 2 dello scalo internazionale di Malpensa.

Il 17 dicembre scorso grazie alla Fondazione Volandia si sono confrontati. con grande rigore, pur talvolta su posizioni diverse, tutti relatori di grande spessore, con l’avvocato Paolo Re, del Foro di Pavia, membro del comitato scientifico della Fondazione a fare da moderatore.

Ad aprire la serie dei contributi è stato Massimo Ferrari, già docente di storia del giornalismo all’Università Cattolica di Milano, che ha evidenziato come la storia di Mattei debba essere inserita in quella della Democrazia cristiana, del movimento cattolico italiano e della stessa Università Cattolica, alla quale era stato iscritto pur senza raggiungere la laurea per via dei moltissimo impegni di lavoro. “Gliene conferirono una in ingegneria honoris causa, che non c’entrava niente” ha detto Ferrari, ricordando anche il contributo ‘defilato ma importante’ dato alla lotta partigiana in cui stabilì relazioni solide sia nell’ambito delle Fiamma Verdi, formazioni cattoliche, sia delle Garibaldi, comuniste. Quando iniziò la sua attività amministrativa all’Agip, che avrebbe dovuto liquidare dal Pci dissero “è bravo perché coinvolge tanto i politici, quanto i preti”.

Ferrari ha poi ricordato come, pur incaricato da De Gasperi di liquidare l’Agip, face esattamente in contrario, credendo nella possibilità di trovare delle fonti energetiche sul suolo nazionale, partendo dalle prospezioni e dagli studi fatti nel 1944 nel cremonese, tenuti rigorosamente nascosti ai tedeschi. E quando gli fecero notare che i tecnici erano stati fascisti rispose, lui che era partigiano ed antifascista, “ ma che me ne frega, se sanno fare il loro lavoro apriamo una pagina nuova”.

La relazione di Ferrari ha poi riproposto quello che accadde dopo, con lo sviluppo della ricerca delle fonti energetiche, la nascita dell’Eni, i rapporti con Paesi del Terzo Mondo impostati in modo assolutamente innovativo, la sua figura come una sorta di ‘Adriano Olivetti nel settore petrolifero’ per i rapporti con la maestranze.

Bruno Franchi, presidente dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza di Volo e docente di diritto aeronautico a Modena, invece, ha tracciato, soltanto sotto un profilo squisitamente giuridico,quello che è stato il lavoro effettuato dalla Commissione Savi, senza entrare assolutamente nel merito di quelle che furono le modalità di intervento e le conclusioni.

Il relatore ha spiegato che, sin dal 28 ottobre1962, su disposizione del Ministro della Difesa, l’Ufficio del Segretariato Generale dell’Aeronautica dispose la costituzione di una commissione tecnica per verificare quanto era accaduto, presieduta da un generale dell’Aviazione e composta da quasi tutti militare, la quale terminò i suoi lavori nel marzo del 1963.

Franchi ha spiegato che tale scelta fu coerente con quelle che erano le disposizioni normative dell’epoca: l’organizzazione civile divenne autonoma nel 1963, quindi successivamente al sinistro avvenuto il 27 ottobre del 1962.

Oggi, ovviamente, le cose sarebbero diverse in quanto l’inchiesta tecnica, è stata sostituita da una inchiesta di sicurezza e lAnsv, che le conduce è un soggetto posto in condizione Di terzietà effettiva.

Franchi in ogni caso ha evidenziato che “tutto quello che c’è in relazione di inchiesta non deve scandalizzare perché è coerente con gli impianti allora esistenti a livello nazionale ed internazionale” e non emerge che vi siano stati problemi con l’autorità giudiziaria sulla documentazione.

Di tenore decisamente divergente, invece, sono stati i contributi dei due relatori successivi, Gregory Alegi e Vincenzo Calia.

Alegy, docente alla Luiss di Storia delle Americhe e autore di due saggi storiografici su Ustica e la morte di Italo Balbo, dopo aver detto che la prospettiva è capire, raccontando le cose come sono andate, si è soffermato sulle conclusioni della Commissione Savi, al nome del comandante della prima regione aerea, Ercole Savi, considerato uno dei maggiori esperti di volo strumentale in Italia.

Il relatore ha detto di averlo intervistato e conosciuto, che la commissione era composta da membri piloti di valore ed esperienza per valutare un collega come Bertuzzi con alle spalle 1200 ore di volo militare come capo equipaggio e 10mila come civile.

Secondo la lettura di Alegy i commissari sono stati molto attenti a tutelare la memoria del collega. Se poi quanto è accaduto sia stato generato a un malore del pilota non si può escludere o ammettere, nel senso che non ci sono abbastanza elementi per poterlo affermare.

Per quanto attiene l’ipotesi che sia stato un attentato la Commissione escluse che possa essersi verificato uno scoppio in volo, non avendo rilevato, a suo dire, elementi oggettivi su base concreta.

In sostanza il dramma in cui morirono Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale sarebbe stato dovuto ad una serie di cause non ad una causa unica.

Di altro tenore e basata su una diversa lettura dei fatti e degli atti la relazione di Vincenzo Calia che, quando era procuratore di Pavia riaprìl’inchiesta per verificare se quando accaduto fosse conseguenza di un sabotaggio all’aereo  Morane-Saulnier  come aveva raccontato un collaboratore di giustizia alla procura di Caltanissetta.

Il magistrato ha raccolto in un libro, scritto con la giornalista Sabrina Pisu, le risultanze di un lavoro investigativo durato anni.

La tragedia fu al centro di 2 inchieste parallele. Quella dell’aeronautica, come già detto, nel marzo del 1963 escluse l’ipotesi di sabotaggio, pur ammettendo che non era stato possibile accertare con esattezza le cause di quanto avvenuto.

La seconda della magistratura di Pavia si concluse nel 1966, stabilendo l’accidentalità dell’evento, badandosi in particolare sulle condizioni meteo proibitive, la sola testimonianza di Mario Ronchi, proprietario del campo dove cadde l’aereo, gli accertamenti medico-legali che non evidenziarono tracce di esplosivi, gli accertamenti tecnici.

Il dottor Calia, dopo aver ricordato di aver sentito la maggior parte dei membri della commissione tecnica ha evidenziato, quanto è risultato dalle nuove indagini, in difformità da quelle della precedente inchiesta.

Innanzitutto il bollettino della stazione meteo di Linate di quella sera che parlava di “pioggia, nebbia, visibilità a 800 metri, visibilità in pista a 1400 metri”, quindi una situazione non critica. Nell’occasione è stato fatto ascoltare l’audio delle comunicazioni tra Bertuzzi e Linate.

Sulla ‘sola testimonianza di Ronchi’ il magistrato ha detto, a 33 anni dal fatto di aver trovato 31 persone che avevano visto, alla stessa ora, nello stesso punto del cielo, fiammelle’. Ronchi, a caldo, in un’intervista aveva detto di aver udito un boato e fiammelle nel cielo. E’ stato anche fatto vedere un vecchio filmato Rai dove si sente soltanto  una parte delle dichiarazioni di Ronchi, fatte a caldo: l’audio è stato cancellato ma a suo tempo ricostruito grazie alla lettura del labiale. Stessa sorte ha subito un’intervista ad un’altra testimone del fatto a Bascapè.

Riguardo agli accertamenti medico legali non c’è stato alcun conflitto tra la magistratura e la commissione tecnica, in quando, secondo quanto appurato dall’inchiesta del 1994, i consulenti avrebbero acquisito le conclusioni della commissione tecnica senza controlli o verifiche.

Secondo quando emerso dalla nuova indagine, che ha visto la riesumazione dei resti di Mattei e di McHale (non di Bertuzzi), su quanto rimasto dei reperti, si sarebbe arrivati, con consulenze scientifiche di altissimo livello, alla conclusione di schegge dovute ad esplosivo di bassa intensità,

Sicuramente sul luogo del sinistro, la sera in cui avvenne, ci furono delle stranezze: i vigili del fuoco arrivarono dopo due ore, nell’immediatezza c’era invece l’investigatore Tom Ponzi che acquistò tutte (o una grande parte delle) foto scattate, personale della Snam.

Sui quanto rimaneva delle persone che viaggiavano a bordo dell’aereo, poi venne effettuato un esame dei resti già detersi dal fango..

Infine il magistrato ha ricordato che i resti dell’aereo vennero stoccati provvisoriamente presso il 4° Gruppo Manutenzione e Motori dell’Aeronautica a Novara che in un opuscolo celebrativo della sua attività ricorda che nel 1962 si svolsero presso la sala prove di Novara fasi dell’inchiesta per accertare le cause dell’incidente in cui perse la vita Enrico Mattei, che ‘avrebbe potuto essersi verificato per altimetro manomesso o una bomba a bordo’.

In sostanza ha detto Calia  che sulla base delle risultanze e degli accertamenti compiuti “è certo che sia esplosa una bomba”, il resto sono tutte ipotesi di plausibilità.

A rafforzare queste conclusione c’è la sentenza del 10 giugno 2011 della Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina per la scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista dell’Ora di Palermo, rapito ed assassinato perché si sarebbe spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Entico Mattei in Sicilia.

Riina venne assolto dall’accusa ma nella sentenza si legge: ‘data per acclarata la natura dolosa, causa della caduta I-Snap, condivisibile con quanto accertato dalla Procura di Pavia”, affermazione ripresa anche dalla Corte d’Assiste di Palermo e dalla Cassazione.

Il relatore ha infine citato una frase detta da Amintore Fanfani, all’epoca presidente del Senato, nell’ottobre 1986 e pubblicata da ‘Il Resto del Carlino’ che disse “chissà forse l’abbattimento dell’aereo di Matteo è stato il primo gesto terroristico del nostro Paese”.

E Fanfani non era certamente, navigatore di lungo corso della prima Repubblica.

Un caso, dunque ancora aperto, a sessant’anni da quella tragica notte del 27 ottobre.

Illuminazione pubblica a Torino, una lunga storia

A CURA DI TORINO STORIA

La grande avventura della luce in città, dalle prime lampade ad olio di fine Seicento fino alle moderne luci a led

La storia dell’illuminazione pubblica a Torino parte nel 1675, quando la Madama Reale, Giovanna Battista di Nemours, ordinò al Consiglio generale della città di illuminare le vie di Torino, posizionando in corrispondenza degli incroci semplici lampade ad olio ricoperte di tela cerata sorrette da leggere pertiche.
Cento anni dopo il primo salto tecnologico: nel 1782 l’architetto Francesco Valerio Dellala di Beinasco progettò un sistema composto da 625 lanterne, parte a olio, parte a sego…

Continua a leggere:

La storia dell’illuminazione pubblica a Torino

Dopo Natale appuntamento con la storia e la cultura ai Musei Reali

Gli orari delle Festività ai Musei Reali

Aperture e tariffe da sabato 24 dicembre 2022 a domenica 8 gennaio 2023

 
 
 
 
 
Da martedì 27 a venerdì 30 dicembre 2022

Musei Reali | apertura 9 – 19 (orario biglietteria 9 – 18)
Biblioteca Reale | apertura 8.30 – 18.30
Mostra Focus on Future | apertura 10 – 19 (chiusura biglietteria ore 18)

Tariffa intera
Musei Reali 15 €
Mostra Focus on Future 10 €
(ridotti e gratuiti vigenti)
Sabato 31 dicembre 2022

Musei Reali | apertura 9 – 17 (orario biglietteria 9 – 16)
Biblioteca Reale | 8.30 – 13:30
Mostra Focus on Future | apertura 10 – 17 (chiusura biglietteria ore 16)

Tariffa intera
Musei Reali 15 €
Mostra Focus on Future 10 €
(ridotti e gratuiti vigenti)
Domenica 1° gennaio 2023

Musei Reali (percorso Palazzo Reale, Armeria e Cappella della Sindone) | apertura ad ingresso gratuito 11 – 19 (orario biglietteria 11 – 18)
Biblioteca Reale | Chiusa
Mostra Focus on Future | apertura 11 – 19 (chiusura biglietteria ore 18)

 

Ingresso gratuito ai Musei Reali
Tariffa intera
Mostra Focus on Future 10 €
(ridotti e gratuiti vigenti)

Da lunedì 2 a domenica 8 gennaio 2023

Musei Reali | apertura 9-19 (orario biglietteria 9 -18)
Biblioteca Reale | apertura lunedì – venerdì 8.30 – 18.30 / sabato 8.30 – 13.30
Mostra Focus on Future | apertura 10-19 (chiusura biglietteria ore 18)

Tariffa intera
Musei Reali 15 €
Mostra Focus on Future 10 €
(ridotti e gratuiti vigenti)
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