Dal nuovo album Behind The Eyes alla dimensione rituale dei concerti: il bassista dei Savana Funk racconta dieci anni di musica, contaminazioni e ricerca. Il 12 settembre la band sarà all’Hiroshima Mon Amour di Torino.
Dopo dieci anni di attività, centinaia di concerti e un percorso che li ha portati dai palchi italiani ai grandi festival europei fino all’Indonesia, i Savana Funk tornano con Behind The Eyes, il loro sesto album di inediti. Un disco che segna un nuovo capitolo per il trio bolognese composto da Aldo Betto, Blake C.S. Franchetto e Youssef Ait Bouazza: più introspettivo, meditativo e aperto all’esplorazione, senza però rinunciare a quelle due coordinate fondamentali che da sempre ne definiscono il suono, groove e melodia.
A raccontarlo è Blake C.S. Franchetto, bassista della band, che abbiamo intervistato in vista del concerto del 12 settembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino.
Dopo dieci anni di band, Behind The Eyes sembra rappresentare un passaggio particolarmente significativo nel vostro percorso. È un disco che guarda maggiormente all’interno, ai pensieri, ai sogni, alle esperienze personali. Che cosa avete scoperto di voi stessi durante la sua realizzazione?
«Dopo dieci anni di band c’è stato quello che potremmo definire un vero terremoto musicale e identitario. Siamo partiti da quelli che sono sempre stati i nostri punti di forza, il groove e la melodia, ma abbiamo sentito il bisogno di andare oltre, di esplorare e di espandere una delle caratteristiche che da sempre ci contraddistingue: la ricerca. Non ci siamo mai fermati a ciò che già conoscevamo. Siamo tre elementi con storie personali e identità diverse, cresciuti insieme a partire da culture musicali molto eterogenee. Questa pluralità di anime è sempre stata presente nella nostra musica, pur mantenendo una cifra stilistica molto chiara. Con Behind The Eyes abbiamo voluto guardare oltre il territorio che avevamo già attraversato, anche attraverso un modo diverso di comporre. È un disco che guarda alla vita in maniera più mistica e profonda, anche in relazione alle esperienze che ci sono successe e alla maturità individuale e collettiva che abbiamo raggiunto. Quello che è individuale finisce per diventare collettivo. Basta guardare i titoli dei brani per capire quanto siano differenti gli immaginari che convivono nel disco: si passa dal vento dell’Africa a Ganimede, uno dei satelliti di Giove. Sono elementi apparentemente lontani, ma tutti collegati al nostro percorso. In qualche modo riusciamo a inglobarci bene l’uno nell’altro. Ogni album ha avuto una propria identità e, in questo caso, ogni brano è diventato una nuova esplorazione».
Afro, funk, blues, rock, psichedelia, elettronica, hip hop: negli anni avete attraversato linguaggi diversi. Esiste oggi un “suono Savana Funk” che riconosci immediatamente, al di là dei generi?
«Gli elementi che ci accompagnano sempre sono essenzialmente due: il groove e la melodia. Il groove è dentro di noi, è qualcosa di irrefrenabile che ci accompagna fin dall’inizio. C’è sempre stato questo groove forte, quasi rotolante. L’altro elemento fondamentale è la melodia, anche perché siamo una band prevalentemente strumentale. Non ci interessa cadere nel tecnicismo fine a se stesso. Abbiamo sempre cercato di creare qualcosa che potesse arrivare a tutti. In questo senso siamo forse una realtà particolare: siamo una band strumentale che riesce a raggiungere un pubblico molto variegato. A ogni concerto troviamo persone molto diverse tra loro e, nonostante questo, la nostra musica riesce ad arrivare. Groove e melodia sono quindi il nostro punto di partenza, ma da lì in poi non ci poniamo limiti. Quando componiamo attingiamo naturalmente all’Africa, al blues, alla psichedelia, alla sperimentazione, all’hip hop. Non sono elementi che andiamo necessariamente a cercare: spesso sgorgano durante il processo creativo.
Di solito nasce un’idea, poi la lasciamo sedimentare per un po’ e successivamente la riprendiamo. È un processo che ci permette di attraversare mondi differenti mantenendo però una nostra cifra. Ci sono mondi differenti, ma con un timbro e un suono che li fanno riconoscere come parte dello stesso universo. Possiamo anche arrivare a qualcosa che richiama il punk old school o a un brano ad alto BPM, ma quello che conta è che tutti questi elementi riescano a incastrarsi senza perdere autenticità».
Avete definito il vostro live come un “rito collettivo”. Dopo aver suonato davanti a pubblici molto diversi, dall’Italia allo Sziget fino all’Indonesia, che cosa avete imparato dal palco che non avreste potuto imparare in studio?
«A livello personale mi viene in mente una frase del sassofonista Charlie Parker: “A casa si studia e sul palco si dimentica tutto”. Quando sei lontano dal palco esiste una componente razionale, mentre quando sali devi lasciare quella mente razionale alla porta e connetterti alla vibrazione sonora del momento.Ogni concerto è diverso. Il live ha sfumature che cambiano continuamente e, anche quando esiste una struttura, c’è sempre una parte di improvvisazione. Questo rende ogni esibizione molto viva e autentica. Ci siamo accorti che il pubblico lo percepisce e lo apprezza. C’è anche gente che ci segue in giro per l’Italia, proprio perché sa che ogni volta assisterà a qualcosa di diverso. Sul palco cerchiamo di evitare il solismo fine a se stesso. Abbiamo costruito nel tempo un modo di suonare molto coinvolgente, che nasce soprattutto quando ognuno di noi smette di stare esclusivamente nel proprio mondo e comincia a stare maggiormente in quello degli altri. Basta cambiare un accompagnamento e ci capiamo immediatamente. Quella che potrebbe sembrare una difficoltà diventa l’apertura verso un mondo nuovo.Dal palco questa connessione si percepisce. C’è qualcosa di molto “sciamanico” nel nostro modo di vivere il concerto: è un viaggio che può ricordare anche il mondo della musica elettronica, con una differenza fondamentale: noi stiamo suonando ogni singola nota e in questo c’è quindi qualcosa di profondamente umano.E il pubblico lo sente e ci restituisce energia, noi gliela restituiamo nella stessa misura. A volte si crea una vera e propria trascendenza collettiva.».
In Behind The Eyes per la prima volta la vostra musica si apre anche alla voce, con tre brani cantati. Che cosa vi ha spinto a introdurre questo elemento proprio adesso e che cosa vi permette di raccontare che prima non riuscivate a esprimere soltanto attraverso gli strumenti?
«La voce è arrivata dalla volontà di esplorare nuovi elementi. All’inizio non eravamo particolarmente convinti, proprio perché siamo nati come band strumentale. Ma la voce è un altro elemento per rimanere aperti a qualcosa di nuovo. Io sono forse l’elemento meno pop della band, mentre Aldo e Youssef si sono cimentati maggiormente con la voce, soprattutto Youssef. È un elemento che ha attirato anche persone nuove.Allo stesso tempo, però, non volevamo che il cantato diventasse il centro della nostra musica. Per noi il suono rimane universale e la voce può essere un elemento che si aggiunge, che fa da contorno. La musica, alla fine, deve mantenere la sua prevalenza e la sua vibrazione».
Il 12 settembre sarete all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Che rapporto hai con questa città e che emozione ti dà tornare a suonare qui?
«Torino è una città a cui sono legato anche personalmente: mia madre è di Ivrea e quindi il Piemonte è qualcosa che rimane dentro di me. Ma anche Torino, nel corso degli anni, ci ha accolti in maniera particolare. È una città che ci ha capiti e ci ha dato spazio. Insieme a Bologna e Napoli rappresenta uno dei luoghi in cui abbiamo sentito una forte connessione con il pubblico. Alla fine, il complimento più bello che possiamo ricevere è proprio quello che arriva dall’energia delle persone.
Quando senti che il pubblico è con te, che partecipa e restituisce quello che stai dando dal palco, capisci che il concerto sta diventando qualcosa che va oltre la semplice esibizione.».
Valeria Rombolà
Foto: Simone Cecchetti
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