Julia Augusta Taurinorum: era questo il nome della città, istituita come colonia proprio da Augusto nel 28 a.c., sulla base di un precedente nucleo coloniale fondato da Cesare; l’impianto tipico romano, a castrum, è ancora intuibile oggi nella forma del centro cittadino, a struttura quadrata con vie perpendicolari fra loro
Il 19 agosto di oltre duemila anni fa moriva a Roma, a 76 anni, il primo imperatore romano: Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, noto ai più come Augusto. Il bimillenario è stato ricordato nella capitale con numerose manifestazioni, fra cui l’illuminazione a colori dell’Ara Pacis, ed alcune mostre tutt’ora in corso.
Ma il nome del celebre imperatore e le sue opere non sono esclusivamente legate a Roma: Augusto, nipote dell’altrettanto glorioso Giulio Cesare e suo principale erede, lasciò la sua impronta in diverse città della penisola, come Aosta, Brescia, Ravenna, e la nostra Torino.
Julia Augusta Taurinorum: era questo il nome della città, istituita come colonia proprio da Augusto nel 28 a.c., sulla base di un precedente nucleo coloniale fondato da Cesare; l’impianto tipico romano, a castrum, è ancora intuibile oggi nella forma del centro cittadino, a struttura quadrata con vie perpendicolari fra loro. Altri segni di romanità sono disseminati per il centro, fra cui importanti vestigia di età augustea come le Porte Palatine ed il Teatro: le prime, in ottimo stato di conservazione, costituivano l’ingresso urbano sul lato settentrionale, il secondo, adiacente alle Porte, presenta attualmente solo dei resti.
Per trovare il monumento maggiore legato ad Augusto bisogna però uscire dalla città e spostarsi verso le Alpi, esattamente a Susa: qui si trova l’Arco di Augusto , fatto erigere da Cozio, regnante dei territori alpini, per onorare l’imperatore dopo la stipulazione di un reciproco patto di alleanza. L’Arco, costruito fra l’8 ed il 9 a.c., è posto su un’altura ad occidente del centro abitato, sulla strada che collega Susa al Monginevro, ed è costituito da una sola arcata.
Ai quattro angoli poggiano altrettante colonne corinzie, sormontate da capitelli scolpiti con foglie d’acanto, mentre il bassorilievo del fregio rappresenta una scena di suovetaurilia, parola indicante il sacrificio di una scrofa, una pecora ed un toro-ricorrente presso i romani al costituirsi delle alleanze-ed un’ altra scena, quella del patto stretto fra Augusto e Cozio. Lo stesso imperatore, di ritorno dalle Gallie, si fermò a Susa, conosciuta all’epoca come Segusium, per inaugurare l’opera a lui dedicata. L’Arco di Augusto e l’adiacente acropoli romana di Susa sono sempre visitabili e gratuite; per maggiori approfondimenti consultare il sito www.cittadisusa.it
Federica De Benedictis
Articolo 10:
Nel trambusto un sacerdote alzò il calice verso l’ostia, e questa si inserì al suo interno, il calice venne portato in processione nella cattedrale di S. Giovanni. Ben undici persone confermarono l’accaduto, firmando un documento ufficiale andato ovviamente perduto. Sul luogo in cui accadde il miracolo venne dapprima eretta una colonna, poi un’intera chiesa, denominata Corpus Domini. Anche l’unica prova tangibile dell’avvenimento è andata distrutta, l’ostia, venerata per anni, fu consumata per ordine della Santa Sede, “per non obbligare Dio a fare un continuo miracolo, conservandola intatta”. Pare che l’avvenimento divino abbia ispirato molti uomini a dedicarsi a Dio e all’aiuto del prossimo; se sia stato per questo motivo o meno, è indubbio che nel XIX secolo il Piemonte abbia dato i natali a religiosi illustri e magnanimi, come Don Bosco, Cottolengo o Cafasso. Proprio a Torino si tenne, nel 1953, il Congresso Eucaristico Nazionale, in cui intervenne colui che in futuro sarebbe stato Papa Giovanni XXIII. Certo queste storie appartengono ad un tempo in cui nessuno avrebbe messo in discussione la veridicità di tali avvenimenti, quando fede e magia impregnavano la quotidianità e davano rapide ed esaustive risposte per quasi ogni cosa, e c’era una frase, un ritornello, un’esclamazione adatta a chiedere aiuti divini o per scongiurare il malocchio.

Anche solo a pronunciarlo, il nome Templari suscita particolari emozioni e soprattutto rievoca quell’antico mondo cavalleresco che cerchiamo in qualche modo di far rivivere, di riportare alla luce dalle tenebre della storia
Nato nel Castello dei Grisella e vissuto a metà fra il XIII e XIV secolo, Jacopo da Moncucco è stato l’ultimo Gran Maestro e precettore d’Italia dell’Ordine dei Templari, una delle più importanti associazioni monastico-cavalleresche del Medioevo, fondato nel 1118-19 da Ugo de Payns. “Sulla vita e sulle gesta di Jacopo non sappiamo quasi nulla, scrive l’autrice, e le poche notizie sono desunte dagli interrogatori dei Templari processati negli Stati della Chiesa, in Toscana e a Cipro e da qualche documento riguardante locazioni, permute e donazioni di terre e case”. Nel libro si parla della vita di Jacopo prima della soppressione del Tempio ordinata dal re di Francia Filippo IV il Bello e poi della fase successiva quando l’ex templare, diventato chierico di una chiesetta piemontese, la pieve di San Cassiano di San Sebastiano Monferrato, entra in contatto con il mondo della campagna, impregnato a quel tempo di credenze magiche e di superstizioni. In realtà, nel castello di Moncucco nacquero due cavalieri templari: i fratelli Iacopo e Nicolao. Il secondo fu arrestato e processato nell’isola di Cipro mentre Iacopo divenne precettore di Santa Maria del Tempio di Bologna alla fine del Duecento e nel 1303 divenne precettore di Lombardia, Roma e Sardegna. Nel 1308 si perdono le sue tracce come Templare. Ricercato dagli inquisitori fu condannato in contumacia per non essersi presentato al processo ai templari nello Stato Pontificio. Dov’era Jacopo quando fu condannato? “Forse ritornò nel suo castello del basso Monferrato, spiega la Capone Ferrari. Gli storici dell’epoca sostengono che molti cavalieri appartenenti a famiglie prestigiose tornarono nelle loro dimore senza essere molestati. Se diamo per certa quest’ipotesi, Jacopo rimase nella sua Moncucco fino al 1316”.