Al Gioiello, sino a domenica 24
Si fa in fretta a dire Natale. Con tutto il suo carico di buone intenzioni, promesse, sorrisi da ogni parte e abbracci anche a chi non si vede da secoli, e tavole e brindisi e montagne di regali. Un gran bel castello di sabbia – per qualcuno o per molti – che un’onda più grande è lì a rovinare o a distruggere del tutto. Immancabilmente, c’è chi tenta di salvare il salvabile ma i tanti giuochi per rimettere ordine e continuità sono sempre più pericolosi e difficili e troppe volte procurano altri guai. Per le festività corrono al nord della Finlandia, nella bianca e fredda Lapponia, Monica e il marito spagnolo Ramon (che pare uscito mezz’ora prima dall’ufficio) con il loro Giuliano per festeggiare con Silvia, sorella trasmigrata di lei onde sposare il nativo Olavi e mettere al mondo la piccola Aina. Tutto potrebbe o dovrebbe filar liscio tra una mezza dozzina di esseri umani che da un po’ di tempo non si vedono e avrebbero saccate di cose da raccontarsi e spartire: ma lassù tra i ghiacci il truce destino vuole che Aina, prole infervorata e troppo sveglia di quattro anni, racconti solerte al cuginetto che Babbo Natale non esiste, che altro non è che una pura invenzione, una grossa bugia dei grandi per mettere tranquilli i bambini e costringerli a comportarsi secondo le migliori maniere. Mentre la duplice prole se ne sta di là a giochicchiare e a frignare (non li vedremo mai in scena, ne sentiremo di tanto in tanto le voci registrate), attorno al tavolo dei perduti festeggiamenti, davanti alla grande vetrata che riflette un paesaggio di abeti e di neve che più serafico non potrebbe essere, in attesa dell’aurora boreale forse rappacificatrice, iniziano a scannarsi gli adulti, scambiando quell’angolo di paradiso per un campo di battaglia dove viaggiano ormai in piena libertà volgarità con scontri fisici inclusi, avendo a contorno, mettendole allo scoperto, quelle confessioni che nessuno ha mai avuto il coraggio di fare finora. Non è soltanto affrontare il problema se ai due ragazzini siano migliori la verità o le bugie, se sia sempre più lodevole lasciare pieno spazio a quella e a quel carico di magia e di illusioni che queste si portano dietro. Perché sono le tradizioni che se ne vanno, i valori familiari cileccano (perché non mi hai chiamata al capezzale di nostro padre mentre stava per andarsene?), le scoperte improvvise e certo inattese (perché Silvia e Ramon da un po’ di tempo si scambiano mail?), certe paternità non proprio sacrosante da sempre tenute nascoste (visto che anche voi la vostra bella bugia l’avete detta?). E via di questo passo.

“Lapponia”, autori Marc Angelet e Cristina Clemente, successo a furor di popolo in Spagna e Sud America, guarda nella versione italiana di Pino Tierno, azzeccatissima e tutta nostra, con i suoi sapori tutti di casa nostra, alla famiglia e al cuore suo più interno con una spregiudicatezza così acida e abbrutita che più non si potrebbe. Attraverso una drammatica quanto divertente scrittura che costruisce situazioni e dialoghi e battute a raffica pronte a squadernare risate su risate, la commedia è anche un bell’esempio da cui tirar fuori riflessioni sui rapporti e sul nostro vivere quotidiano che abbiamo costruito e sulle convinzioni che ognuno porta dentro sé, in opposte posizioni: in fondo, fatti di che? Ironia, divertimento, pensieri che riempiono appieno la serata, in un successo incondizionato.

Per la regia di Ferdinando Ceriani che dà un ritmo ai 90’ minuti della vicenda senza un attimo di tregua e nella scenografia di Pier Paolo Ramassa – le pareti in legno, la grande vetrata, l’ambiente ovattato che dovrebbe esprimere calore, una lode a parte – si muovono i quattro interpreti. Come due farfalle sempre più impazzite le presenze femminili, Miriam Mesturino virago tutta scatti e acidume che tutto ordina e che tutto è convinta d’aver previsto secondo il migliore dei modi, e Cristina Chinaglia, capace di accomodare ma anche di gettare qua e là tizzoni ardenti in mezzo ai familiari. Sergio Muniz ci mette pacatezza e tentativi di quieto vivere mentre Sebastiano Gavasso, il nordico che viaggia per leggi libertarie tutte sue, è il più convincente di tutti, attraversando la storia a suon di piatti finlandesi e invettive in lingua, avventurandosi tra l’altro in massime che iniziano con l’affibbiare un retaggio di bugiarderie a tutto il sud dell’Europa e ritagliandosi un successo personale.
Elio Rabbione
Le foto dello spettacolo sono di Maria Letizia Avato.





Placido da sempre coltiva un cinema sanguigno, corposo e corporale, fervidamente inteso e fabbrica di grandi effetti. Nell’”Eterno visionario” il regista pare se possibile accrescere ancor più le proprie scelte e il cinema sembra arretrare, farsi mezzo (stridente) e non fine (secondo le proprie più intime leggi), assumere connotati che non gli sono propri, che lo disturbano, il teatro o le consuetudini teatrali prendono il sopravvento – il tipo di recitazione sempre sopra le righe, i vistosi trucchi e le lacrime copiose, i ritagli berlinesi che fanno tanto Kurt Weill che fanno tanto “Cabaret” e che mettono in primo piano la fotografia di Michele D’Attanasio, la Madre dei “Sei personaggi” strisciante a terra nella sua disperazione, certi dialoghi troppo scritti e troppo insistiti, Pirandello seminudo allo specchio e alla luce delle sue ultime volontà testamentarie, e si potrebbe continuare: un film di grandi eccessi – e ogni immagine più s’adatta a un palcoscenico che non a uno schermo. Va da sé che pure le interpretazioni ne risentano, sovraccariche, lontano da una sobria naturalezza, Bentivoglio in primo luogo (al Servillo della “Stranezza”, pur in tutt’altro contesto, era dato di cogliere meglio la figura), lo stesso Placido che si ritaglia il personaggio di Saul Colin, collaboratore e agente letterario di Pirandello, agghindato come Poirot sul treno dell’”Orient Express”. Bella la presenza di Federica Vincenti, anche in veste di produttrice, i costumi di Andrea Cavalletto e le scenografie di Tonino Zero sono un valore alto; l’applauso incondizionato è a Valeria Bruni Tedeschi che è Antonietta, eccellente nel costruire ancora una volta uno di quei ritratti femminili avvolti in una pazzia più o meno tangibile, che camminano con tutta l’intelligenza dell’attrice sul filo di una lama, negli sguardi stralunati, nelle parole rotte, nei gesti folli, nell’entrata a una festa che non è mai stata la sua e a cui lei non ha mai preso parte.

