SPETTACOLI- Pagina 4

Debutto di “Antonio e Cleopatra” di William Shakespeare al teatro Carignano

Con Valter Malosti nelle vesti di regista e interprete, il 13 febbraio prossimo 

 

Debutto al teatro Carignano, martedì 13 febbraio, alle ore 19:30, di ‘Antonio e Cleopatra’, spettacolo per la regia di Valter Malosti, che ha curato traduzione e adattamento dell’opera shakespeariana insieme a Nadia Fusini. Protagonisti dell’opera saranno Anna Della Rosa e lo stesso Malosti.

Lo spettacolo è coprodotto da Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, LAC Lugano Arte e Cultura. Resterà in scena per la stagione d’abbonamento dello Stabile fino a domenica 18 febbraio. Le recite in programma dal 13 al 18 febbraio, al Carignano, sono accessibili attraverso sovratitolazione, audiodescrizione e materiale di approfondimento. Venerdì 16 febbraio, alle ore 18:00, è previsto un tour descrittivo e tattile sul palcoscenico.

“Antonio e Cleopatra” è un’opera disincantata e misteriosa che mescola tragico, comico, sacro e grottesco, santifica l’eros con alcuni dei versi più evocativi dell’opera shakespeariana. Valter Malosti e Anna Della Rosa sono i protagonisti della grande tragedia di Shakespeare, scritta tra il 1607 e il 1608 che, come suggerisce Gilberto Sacerdoti, è un prisma ottico: visto di fronte è la storia di amore e politica narrata da Plutarco. Visto di sbieco, ci spinge a decifrare l’infinito libro di segreti della natura.

“i due straripanti protagonisti – spiega Valter Malosti – eccedono ogni misura per affermare la loro infinita libertà. Politicamente scorretti e pericolosamente vitali, al ritmo misterioso e furente di un baccanale egiziano, vanno oltre la ragione e i giochi della politica. Inimitabili e impareggiabili, neanche la morte li può contenere”.

“Di Antonio e Cleopatra – prosegue il regista – la mia generazione ha impressa nella memoria l’immagine, ai confini con il kitsch, vista attraverso la lente di ingrandimento del grande cinema (grande davvero, vista la regia Joseph L. Mankiewicz), di Hollywood, della coppia Richard Burton/Liz Taylor. Su quest’opera disincantata e misteriosa, capace di mescolare il tragico al comico e il sacro al grottesco, su questo meraviglioso poema filosofico e mistico-alchemico, che santifica l’eros, che gioca con l’alto e il basso, aleggia, secondo più di uno studioso, l’ombra del nostro grande filosofo Giordano Bruno. Si tratterebbe di un ‘teatro della mente’”.

“Mi hanno sempre colpito, leggendo e rileggendo Antonio e Cleopatra – spiega Malosti – la prima e l’ultima scena, ma non capivo esattamente il perché. Mi sembravano due scene, stavo per dire inquadrature, non rilevanti. Nella prima scena, uno degli ambasciatori arrivati da Roma, per avere un colloquio con Antonio parla del grande Generale come fosse un vecchio demente, disordinato, libidinoso, perso dietro l’amore per la zingara Cleopatra. Nella scena che chiude la tragedia, osserviamo il vincitore Cesare Ottaviano davanti al copro esanime di Cleopatra, che incita al massimo ordine. Antonio e Cleopatra inizia quindi col massimo disordine in atto, in cui Eros vive insieme a Thanatos in un baccanale egiziano, e convive con le guerre e la Res Publica e il potere, ma tutto questo sconvolgimento svanisce con la morte dei due amanti ‘senza pari’. L’ultima scena appartiene a Cesare Ottaviano che, dopo la beffa politica del suicidio di Cleopatra, concede ai due una imperitura tomba, ed esige dai suoi il massimo ordine relativamente al rito di sepoltura, con tutto l’esercito schierato. Massimo ordine che vuole cancellare per sempre il massimo disordine, ed è istintivamente, proprio per me dall’immagine ineludibile di questa tomba-monumento, che è iniziata la nostra ricerca su Antonio e Cleopatra. Ho chiesto a Margherita Palli di creare una scena ‘tomba’ con gli strati millenari della storia visibili. Una scena tomba che potesse riprodurre un mausoleo odierno.

 

Mara Martellota

Mahler “orientale” al “MAO”

 

Si intitola “Frammenti” il singolare evento musicale dedicato a Gustav Mahler dal “Museo d’Arte Orientale” di Torino

Domenica 11 febbraio, ore 12/13 e 17/18

Abbracciare e divulgare l’idea di un “orientalismo consapevole”, sottolineando il carattere di parzialità e soggettività implicito nel concetto di Oriente. Parte di qui la volontà del “MAO-Museo d’Arte Orientale” di Torino, di “dare spazio a voci dissonanti e punti di vista alternativi, per suggerire nuove possibili letture dei fenomeni culturali che, dall’Asia, si diffondono in Europa e in tutto il mondo”. E di qui prende avvio l’iniziativa, sicuramente singolare, messa in campo per domenica 11 febbraio (ore 12/13 e 17/18) dell’evento musicale dal titolo “Frammenti”(da un’idea di Erik Battaglia, con coreografie di Vincenzo Di Federico e di Lanxin Zheng), attraverso il quale, negli spazi del “Museo” di via San Domenico, risuoneranno dal vivo le note di alcuni brani di “Das Lied von der Erde”( “Il canto della terra” ) di Gustav Mahler, composizione per contralto, tenore e orchestra in sei movimenti che mette in musica altrettanti “Lieder” della raccolta “Die chinesische Flöte” del poeta tedesco Hans Bethge, un’antologia di testi di autori cinesi di “epoca Tang” (fra cui Li Bai e Wang Wei) riscritti dall’autore a partire da versioni tedesche e francesi. Con “Il canto della terra”, e soprattutto con il conclusivo “Abschied”, il grande compositore austriaco prende congedo dalla vita ma “l’addio, pur nella sua drammaticità, suggerisce il ricordo di una vita felice e piena e porta con sé una promessa di rinascita e di eternità”.

 

Inserito nell’ambito dei festeggiamenti per il “Capodanno cinese” (dal 10 al 24 febbraio), l’evento é il secondo atto di una collaborazione avviata lo scorso anno fra il “MAO” e il “Conservatorio Statale di Musica Giuseppe Verdi” di Torino in occasione di “Sonic Blossom”, la “performance partecipativa trasformativa” dell’artista taiwanese-americano Lee Mingwei che ha animato il “Museo” a maggio 2023. Nell’ambito di questa collaborazione e del progetto#MAOTempoPresente, che aspira a trasformare le sale e le gallerie del “Museo” in luogo vivo, spazio di sperimentazione e conoscenza delle culture dei Paesi dell’Asia attraverso esperienze multisensoriali, al “MAO” saranno installati due pianofortigenerosamente messi a disposizione dell’azienda “Piatino” di Torino: fino al 2 giugno gli strumenti, collocati nelle gallerie“Giappone 1” e “Paesi islamici dell’Asia”, saranno a disposizione di un gruppo di studenti del Conservatorio, che potranno esercitarsi durante l’orario di apertura del Museo.

Sottolineano dal “MAO”: “Da Schubert a Ravel passando per Schumann, Puccini, Mahler, Debussy e molti altri, il repertorio sarà quello della tradizione musicale classica occidentale legato al fenomeno dell’orientalismo e rappresenta una nuova occasione di riflessione sull’ ‘eurocentrismo’, sulla percezione dell’altro, sull’insieme di stereotipi in cui l’Occidente ha rinchiuso e imprigionato l’Oriente, dipingendone un’immagine esotica, selvaggia e favolosa”. Ben lontana dal vero.

Artisti partecipanti: Laura Capretti(mezzosoprano), Emma Bruno (contralto), Pamela Pelaez (flauto), Pier Nicolò La Rotonda (oboe), Viola Pregno (violoncello), Diletta Capua (arpa), Lorenzo Abbona (tam tam).

Per info: “MAO-Museo d’ARTE Orientale”, via San Domenico 11, Torino; tel. 011/4436932o www.maotorino.it

g.m.

Nelle foto: “Abschied”, versione cinese e Arpa

 

I cinquant’anni del Centro Studi del Teatro Stabile torinese

Se in questi giorni passeggiate sotto i portici di piazza San Carlo, avrete sotto gli occhi cinquant’anni di teatro, una ricchezza non soltanto per gli appassionati, una strada di piccole curiosità, una mostra fotografica, “cinquant’anni di memoria dello spettacolo dal vivo”, che non è che il curioso preambolo ai festeggiamenti l’anno prossimo per i (primi) settant’anni del Teatro Stabile torinese. Dal “Grande coltello” di Odets (stagione 1960/61) per la regia di Franco Parenti ad “Akhenaton”, un’Agatha Christie riadattata da Valter Malosti (stagione 2014/15), dal pirandelliano “Come tu mi vuoi” diretto da Susan Sontag con Adriana Asti (1980/81) all’”Ifigenia” di Valerio Binasco (2021/22), dalla “Commedia senza titolo” di Cechov diretta da Lavia (1997/98) a “Itala Film” di Giancarlo Sepe (1985/86) al lontanissimo “Come ali hanno le scarpe” di Alberto Perrini per la regia di Gianfranco De Bosio (1959/60). Per l’intero mese di febbraio, trentadue “bandiere” fotografiche, suddivise in quattro percorsi tematici – “appassionarsi”, “incontrarsi”, “abbandonarsi”, “cercarsi”: ovvero “le azioni attraverso cui i personaggi entrano in relazione tra loro o con il pubblico” -, che sono la vetrina del Centro Studi dello Stabile, fondato da Nuccio Messina e Aldo Trionfo, il luogo di raccolta e di conservazione di locandine, manifesti, recensioni, fotografie, schede e quaderni di sala, copioni, bozzetti e figurini, videoregistrazioni e note di regia “provenienti non solo dall’attività del Teatro Stabile di Torino ma anche dalle numerose collezioni librarie ricevute nel corso degli anni da artisti, compagnie, critici teatrali che hanno consentito un costante e capillare aggiornamento di tutto il materiale archivistico”, sottolinea Anna Peyron, responsabile del Centro.

Essendo il primo nucleo il fondo ricevuto da Lucio Ridenti, che alla fine del 1973 mise a disposizione l’archivio completo della rivista “Il Dramma”, dal 1952 al ’73 appunto, con al suo interno, tra l’altro, ricorda ancora Peyron, “un ricco carteggio tra Ridenti ed Eduardo, fotografie e ricordi, e le bozze di stampa delle “Voci di dentro” e “Questi fantasmi”, autografate”. A quell’importante lascito seguirono (e il risultato sono i 30.000 volumi attuali) quello di Gian Renzo Morteo, docente universitario e codirettore dello Stabile nella Direzione Collegiale che ne prese la guida tra il ’68 e il ‘71 (3000 volumi, più un centinaio di tesi di laurea), del Fondo Armando Rossi, del Gruppo della Rocca, del Cabaret Voltaire, del Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti, del Teatro Popolare Italiano di Vittorio Gassman, di Misa Mordeglia Mari e Febo Mari legati ai primordi del cinema torinese, di Fabio Doplicher e di Massimo Castri, indimenticato regista. Molto probabile ultimo tassello, sono in questi mesi in fase di acquisizione i materiali provenienti dall’archivio personale di Eugenio Allegri. È altresì da ricordare che nel 2009 il Centro Studi è stato riconosciuto come Istituto di ricerca attraverso un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e dal 2015, oltre a garantire un costante servizio al pubblico (su appuntamento), ha reso disponibile gratuitamente on line tutta la documentazione relativa alla storia dello Stabile, dalla sua fondazione (1955) ad oggi, per un totale di oltre 700 spettacoli (60.000 pagine di materiali d’archivio).

Sottolinea ancora Peyron: “È la nostra un’eccellenza a livello nazionale, visitata non soltanto da studenti nella preparazione della tesi ma altresì da critici e da attori di passaggio a Torino. E da un pubblico in cerca di semplice documentazione. Sorprendono sempre le ricchezze che il visitatore può trovare al suo interno, da una ricca documentazione sulla “scandalosa” “Arialda” di Testori messa in scena da Luchino Visconti all’Eliseo di Roma nel dicembre del ‘60, certe rare fotografie di Pirandello, tra gli altri i bozzetti e gli allestimenti firmati da Luzzati e da Colombotto Rosso, i modellini di Enrico Job per i “Sei personaggi” o di Giulio Paolini per la “Mandragola”, spettacoli entrambi firmati da Mario Missiroli. Un vero patrimonio, ricco e ineguagliabile, non soltanto a raccontare la polvere del palcoscenico ma costruito ad essere una memoria che ancora trova solide base nel tempo presente.

Elio Rabbione

Nella immagine di Luigi De Palma, “Ifigenia” di Euripide per la regia di Valerio Binasco (stagione 2021/22) e, foto di Tommaso Le Pera, “Itala Film”, regia di Giancarlo Sepe (stagione 1985/86); nella foto di Michele D’Ottavio, Gabriele Lavia in “Commedia senza titolo” di Cechov (stagione1997/98)

Palcoscenico Danza 2024, l’altra metà del mondo

Sono otto gli appuntamenti della rassegna diretta da Paolo Mohovic per il teatro Astra

 

Sono otto gli appuntamenti di Palcoscenico Danza 2024, l’altra metà del mondo, la rassegna diretta da Paolo Mohovic, progetto del TPE Teatro Astra. Coreografi di rilievo nazionale e internazionale metteranno in scena le loro creazioni, due prime assolute, una produzione TPE, due coreografie firmate da Mohovich.

Il 10 febbraio prossimo andrà in scena al teatro Astra Cultus della compagnia Zappalà Danza.

Il 13 febbraio prossimo al Teatro Astra andrà in scena ‘Svelarsi’ di Silvia Gallerano, uno spettacolo rivolto alle donne o a chi si sente tale per riappropriarsi dello spazio negato dal patriarcato. E per farlo non si può che parlare di corpo, il corpo femminile. Invasione, mancanza di spazio, compressione da una parte. La potenza, lo strabordare, la risata travolgente dall’altra. La cultura patriarcale che ancora ci circonda insegna alle donne sin da piccole a limitare i propri desideri di potenza e ad accettare invasioni di campo da parte dell’altro sesso, dove il campo è il corpo, a mettersi in disparte e per senso di costrizione spesso a esplodere. Si parte da vissuti diversi che hanno una nota comune, l’umiliazione, la mutilazione, l’invisibilità.

Dal 15 febbraio al 17 marzo sarà di scena la pièce “Le mie parole vedranno per me” di Marco Cosucci e Andrea Dante Benazzo.

L’indagine sullo sguardo e il non vedere di Marco Cosucci si traduce in uno spettacolo immersivo e site specific realizzato in Area X, nell’ambito della stagione sostenuta da Intesa Sanpaolo.

Settanta registrazioni, diari sonori e tecnica binaurale, quando la tecnologia si pone al servizio della creazione artistica. In questo spettacolo sonoro immersivo due giovani promesse del teatro contemporaneo indagano il rapporto tra vedere e non vedere, portando in scena le testimonianze di persone cieche o ipovedenti. Lo spettatore, affiancato da un performer, viene messo al centro di un universo percettivo che contempla una pluralità di spazi, voci e suoni, ascoltando in cuffia ricordi e riflessioni di persone con cecità totale e parziale. In questo modo viene portato a interrogarsi sulla percezione della realtà e sul rapporto tra cecità e sguardo nel processo di formazioni di immagini. Marco Corsucci realizza così uno spettacolo che inverte le logiche dell’accessibilità: “Le mie parole vedranno per me” fa dell’accessibilità l’elemento portante del suo linguaggio.

Dal 16 al 18 febbraio prossimo al Teatro Astra andrà un scena il ‘Capitale’ di Enrico Baraldi e Nicola Borghesi, che narra la storia dell’incontro tra una compagnia di teatro e un gruppo di operai metalmeccanici in una fabbrica occupata, insieme sulla scena. La compagnia Kepler-452, per affrontare il Capitale di Karl Marx, ha vissuto per due mesi all’interno della fabbrica GKN di Campi Bisenzio, occupata dal 9 luglio 2021. Una compagnia di teatro sceglie di mettere in scena il Capitale di Karl Marx, perché, dopo la fine del primo lockdown, avverte la necessità di mettersi in ascolto di chi, nella fase immediatamente successiva, avrebbe perso il posto di lavoro. Nicola ed Enrico decidono di girare l’Italia alla ricerca di quei luoghi in cui le pagine di Marx diventano persone, spazi, avvenimenti. Parlano con braccianti agricoli, sikh, lavoratori della logistica, sindacalisti di base. Un giorno finiscono in una fabbrica, la GKN di Campi Bisenzio, che ha appena chiuso. La mattina del 9 luglio 2021 i 422 operai della GKN ricevono una mail. Non devono tornare al lavoro il giorno dopo. Sono licenziati. Da quel giorno occupano la fabbrica, organizzano una mensa, un ufficio propaganda, dei turni di guardia. All’inizio dell’autunno la compagnia entra per la prima volta alla GKN. Gli operai li invitano a mangiare con loro.

Il 17 febbraio alle 21 si terrà il dialogo con Francesca Coin e Laura Bevione dal titolo “Perdere o lasciare. Il lavoro oggi” cui interverranno anche Enrico Baraldi e Nicola Borghesi, in collaborazione con la Fondazione Circolo dei Lettori. Ci si interrogarsi sul motivo per il quale sempre più persone lasciano il proprio lavoro. Francesca Coin, sociologa, è autrice del volume “Le grandi dimissioni”( Einaudi)

Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili.

Prenotazione consigliata a dialoghi@fondazionetpe.it

Biglietti abbonamenti e informazioni su fondazionetpe.it e in biglietteria al teatro Astra ( martedì-sabato 16/19)

MARA MARTELLOTTA

Cechov… per sempre Alla “Soms” di Racconigi

La compagnia teatrale “Muta Imago” si confronta con le “Tre sorelle” del grande drammaturgo russo

Sabato 10 febbraio, ore 21

Racconigi (Cuneo)

Opera iconica, fra le più rappresentate, nel tempo e alle più varie latitudini (del 2000 una versione giapponese della scrittrice Ai Nagai), le “Tre sorelle” – composta da Anton Cechov nel 1900, cui seguirà nel 1903 “Il giardino dei ciliegi” – sarà presentata, quale quinto appuntamento della rassegna teatrale “Raccordi”, nata nel 2022 dalla collaborazione dell’Associazione “Progetto Cantoregi” con la Fondazione “Piemonte dal Vivo”sabato 10 febbraioore 21, alla “Soms – ex Società Operaia di Mutuo Soccorso” a Racconigi (via Carlo Costa, 23), messa in scena  dalla Compagnia Teatrale romana “Muta Imago”, guidata da Claudia Sorace, regista, e Riccardo Fazi, drammaturgo e “sound artist”.

Il dramma cechoviano, ispirato, oltre un secolo fa, alle tre sorelle Zimmermann di Perm’ (figlie di un generale morto l’anno appena trascorso rispetto alla storia narrata: Maša sposata giovanissima a Kulygin, un professore di ginnasio che non ama; Ol’ga, la maggiore, insegnante liceale, e Irina, la più giovane) si apre e si dipana intorno ad una domanda che percorre insistente corpi e anime: “Perché ricordare?”.

In questa riscrittura, la Compagnia (abilmente diretta da Claudia Sorace) mette in scena la vita delle tre protagoniste e la loro volontà di “rendere la propria casa un luogo inviolabile contro lo scorrere degli eventi”. In una sorta di “buco nero”, sospeso tra passato e futuro, che non lascia spazio a vie d’uscita, le tre donne rivivono momenti, luoghi e situazioni che hanno segnato le loro vite, dalla morte del padre alla guerra, dagli amori ai fantasmi del passato. La loro é una sorta di “performance esoterica”, dolorosamente tesa a capire come liberarsi da ciò che è stato per aprirsi definitivamente verso il futuro. 

Spiega la regista, Claudia Sorace“Le parole pronunciate in scena saranno solo quelle di Cechov. Si è trattato piuttosto di togliere, di sottoporre il materiale a un lento procedimento alchemico di condensazione e colatura, che alla fine ha fatto restare l’essenziale. Abbiamo cercato ogni parola dove risuonasse la lotta, lo sforzo continuo di costruire un luogo inviolabile contro l’inevitabile scorrere degli eventi. Quel che rimane, e che continuerà a riecheggiare nel tempo, è la voce di tre donne, viste come le future fondatrici di mondi futuri”.

“Maghe” o “medium”, le sorelle “vengono attraversate dalle voci e dai corpi dei protagonisti maschili”. La morte del padre, l’arrivo dei soldati, gli innamoramenti, le violenze, i discorsi sul tempo e sul futuro, il carnevale notturno, l’incendio: tutto riaffiora, “torna e ritorna all’interno del meccanismo drammaturgico che rappresenta l’ultimo esito della riflessione sul rapporto tra ‘Tempo’ e ‘Identità’ che da anni è l’oggetto della ricerca di ‘Muta Imago’”.

Per info: tel. 349/2459042 o www.progettocantoregi.itg.

g.m.

Nelle foto: immagini dallo spettacolo

“Te l’avevo detto”, Ginevra Elkann alla sua seconda prova

 PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Una tragedia climatica che sconvolge corpi e menti Siamo colpiti da tragedie climatiche, siamo colpiti nei corpi e nelle menti, un paio di anni fa ce le raccontava Virzì con quella siccità che prosciugava il grande fiume della capitale, poi gli incendi e le ceneri palpabili di Sollima, dovremo aspettarci di qui a non molto la pioggia di rane di Anderson a schiacciarsi sulle strade e sui parabrezza delle auto. Torniamo ai terrori dell’antichità, il futuro ci spaventa. E non poco. Dopo “Magari”, Ginevra Elkann arriva alla sua opera seconda con “Te l’avevo detto” e annega Roma in una insopportabile calura che inaspettata la ricopre durante i mesi invernali, un imperituro disco solare fisso nel cielo, una luce rarefatta, un impasto di giallo e arancio che la fotografia di Vladan Radovic coglie con esemplare quanto più che insistita esattezza. Un deserto africano, calore, corpi sudaticci e affaticati, tutti quanti persi in un girone dantesco di smarrimento, di insicurezza, di ricerca di una strada che li riporti a ritrovare un’aria più fresca e pulita.

Una via d’uscita cercasi. Simbologie volenterose ma quantomai facili. Nella scrittura concepita con Chiara Barzini e Ilaria Bernardini, di qualche pregio e di notevoli difetti, Elkann accompagna le vicende di una mezza dozzina di strampalati esseri umani (quanta voglia abbiamo di gente normale!), ad iniziare dalla Gianna di una sempre convincente – nel suo logorroico isterismo – Valeria Bruni Tedeschi, ossessionata da un versante religioso (madonnine e sacricuoredigesù abbondano) come dal suo e dal passato di Pupa (Valeria Golino, godetevela tutta, lei sì), pornostar con ritocchini e parrucca bionda, calata ormai sul viale del tramonto e che certo non dice di no ai selfie degli ultimi fan, colpevole di averle rovinato la vita sul versante coniugale e non soltanto: per tacere della di lei figlia, Mila, un brutto rapporto con il frigorifero e uno po’ di quattrini da definirsi stipendio facendo da badante alla vecchia signora Maria Antonietta, una immobile Marisa Borini. Alba Rohrwacher, madre che combatte contro l’alcolismo anche il giorno in cui il suo piccolo vorrebbe festeggiare con lei il proprio compleanno e che invece s’ingolla i fondi dei bicchieri che ritrova sui tavoli della festa: Rohrwacher continua a essere la (insopportabile) Rohrwacher e Scamarcio, che ormai sappiamo da sempre sui binari di un’unica espressione, trovandosi di passaggio sul set ha dato una mano all’amica regista nel ruolo di padre. Quello di Caterina e Riccardo è il raccontino peggio raccontato, insulso, prevedibile, vuoto, senza un’ombra di sviluppo, con due attori disadatti a gettare loro addosso uno straccio di emozione e di sentimento. Forse qualcosa di buono, più che un barlume di autenticità, ci viene dal prete Bill di Danny Houston, eroinomane a scacciare le tentazioni, poca voglia di fedeli e di confessioni, che vede non proprio di buon occhio l’arrivo della sorella Fran (Greta Scacchi: una bella coppia d’attori) che dagli States porta le ceneri della madre, per seppellirle al cimitero acattolico, accanto alla tomba di Keats, secondo i voleri. Ma riaffiorano ricordi e infanzie non troppo felici (è il film della tensione di rapporti tra generazioni, le madri messe all’angolo, forse in una scrittura che inevitabilmente porta con sé un tratto anche fievole di autobiografia? i padri sono una fotografia incorniciata, un’assenza, una presenza senza capo né coda), egoismi e soprusi, un affetto schiacciato da anni e una mal sopportazione, un equilibrio ritrovato: le ceneri della defunta non vedranno esaudite le proprie volontà e finiranno davvero irrispettosamente male. Ambizioso e zoppicante, fragile e inconcludente, prevedibile e soltanto ben intenzionato a tratteggiare storie con una qualche robustezza, “Te l’avevo detto” non mi pare sia la somma di qualche passo avanti fatto dall’autrice di “Magari”. Al centesimo minuto di proiezione ti rimane davvero poco da portarti a casa e rimpiangi quei film corali, intelligentemente intrecciati e profondi, che portavano le firme di Altman e di Kasdan, di Anderson e di Haggis. Certamente, Elkann non ha ancora i mezzi adatti.

A teatro: “Foibe. Il ricordo”

Teatro Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Giovedì 8 febbraio, ore 21

 

 

 

La foiba di Basovizza è diventata simbolo di un eccidio a lungo dimenticato. Da lì parte “Foibe. Il ricordo”, di e con Anna Tringali e Giacomo Rossetto, il racconto della tragedia di quegli italiani che a migliaia finirono gettati nelle tante grotte carsiche, uccisi così, barbaramente, negli anni che conclusero e seguirono la Seconda Guerra Mondiale. A questa vicenda terribile si aggiunse quella di tanti altri connazionali, circa 250mila, protagonisti di un doloroso esodo dall’Istria e dalla Dalmazia verso l’Italia: esuli in patria.

Tra eventi storici e testimonianze, “Foibe. Il ricordo” vuole essere un cammino alla riscoperta di una pagina del nostro recente passato che merita memoria. Il 10 febbraio 2007, dopo una serie di lavori di recupero e di restauro dell’area, a Basovizza è sato ufficialmente inaugurato il nuovo Sacrario in onore dei martiri delle foibe. Il 10 febbraio ricorre il Giorno del Ricordo.

 

Giovedì 8 febbraio, ore 21

Foibe. Il ricordo

Di e con Anna Tringali e Giacomo Rossetto

Biglietti: intero 5 euro

Torna il Glocal film festival: si fa preannunciare dalla sezione “Too short to wait”

Da ormai dodici anni il Glocal Film Festival, rassegna cinematografica legata al territorio piemontese, si fa preannunciare da una vetrina “Too short to wait”, vetrina per tutte le opere che ambiscono ad accedere ai concorsi “Spazio Piemonte “ per corti di fiction, e Doc Short, per documentari brevi, e far parte della 23esima edizione del Glocal, in programma al Cinema Massimo di Torino dal 20 al 25 marzo 2024.

In attesa del festival i corti e i lavori che hanno risposto alla call saranno proiettati tutti al Cecchi Point in via Cecchi 17 in dieci appuntamenti lungo il weekend di sabato 17 febbraio alle ore 14.30, 16.30, 18.30, 20.30 e la domenica anche alle 10.30, 12, 14.30, 16.30, 18.30 e 20.30.

Si tratta di una carrellata di 867 minuti di proiezione frutto del lavoro di 112 registe e registi che hanno dato forma a storie e idee delle più diverse in una manciata di minuti.

In tutto ottanta proiezioni, di cui 66 lavori di fiction e 14 documentari girati in regione o realizzate/-presentate nel 2023 da professionisti attivi sul territorio.

Uno dopo l’altro corti amatoriali e opere che hanno già fatto il giro dei festival mondiali, fiction e doc, horror e animazione, location familiari e volti nuovi e noti come Carolina Crescentini (Mare fuori e Boris, due volte vincitrice del Ciak d’oro), Riccardo de Filippis ( Romanzo Criminale) presenti in “Benzina” di Daniel Daquino. Compare anche il torinese Renato Liprandi con “Camera café” che ritroviamo diretto da Alessandro Garelli e Mattia Capone in Livandro. Stesso corto in cui recita Jozef Gjura, vincitore del premio prospettiva Glocal 2023, attore albanese che ha esordito con “Capri revolution” di Mario Martone per poi entrare nel cast di “Sul più bello”.

Rosa Palasciano , candidata ai David di Donatello e ai Nastri d’argento come miglior attrice, è in Birdwatching di Francesco Eramo. In Due di Alessia Olivetti c’è un altro torinese, Eugenio Gradabosco, attivo da vent’anni tra teatro e televisione. Il cabarettista astigiano Franco Barbero, spalla di Macario negli anni Settanta e poi con Nichetti, Pieraccioni, Benigni, Giordana, prende parte a Le pinne magiche di Enza Lasalandra. Per Giovanni Scarpa in “Ama chi ti ama, fosse pure un cane” recita Johnson Righeira.

Torna inoltre ‘Corsi corti. Piccole storie di cinema’ che porterà davanti al pubblico professionisti e professioniste del cinema Glocal in due masterclass di circa 30 minuti l’una, che apriranno le proiezioni delle 20.30 e vedranno ospiti lo scrittore e sceneggiatore Francesco Scarrone, con la sessione “Racconto? Dal racconto al corto”, sabato 17 febbraio, e Cristina Vecchio, location manager che ha lavorato con registi quali Dario Argento, Marco Ponti e Davide Ferrario, che si concentrerà sul tema “Dal testo al set. Filosofia della ricerca location”, domenica 18.

Tra i 66 corti di fiction, il voto del pubblico e le valutazioni del team di selezione composto da Chiara Pellegrini, Roberta Pozza, Elia Tron e Fabio Bertolotto decreteranno quelli che accederanno al Glocal film festival di marzo e concorreranno per doversi riconoscimenti, tra cui il premio Toret miglior cortometraggio, premio Doc Short, i premi ODS miglior attore e miglior attrice e il premio Pantaleon miglior corto di animazione, oltre ai premi dei partner Macchiavelli Music, Scuola Holden, Unipop e Cinemaitaliano.info.

MARA MARTELLOTTA

Andrea Abbadia Quartet in Osteria Rabezzana

Via San Francesco d’Assisi 23/c, Torino

Mercoledì 7 febbraio, ore 21.30

 

Presentazione del disco d’esordio “Maschere” del quartetto jazz formato da Andrea Abbadia, Lello Petrarca, Luca Varavallo e Alex Perrone. Un quartetto la cui peculiarità è rappresentata dal suono inusuale del sax baritono di Abbadia che, unito al virtuosismo e al forte interplay fra i musicisti, con pianoforte, contrabbasso e batteria, rende le esecuzioni dei brani dell’album molto particolari e interessanti.

Ora di inizio: 21.30

Ingresso:

15 euro (con calice di vino e dolce) – 10 euro (prezzo riservato a chi cena)

Possibilità di cenare prima del concerto con il menù alla carta

Info e prenotazioni

Web: www.osteriarabezzana.it

Tel: 011.543070 – E-mail: info@osteriarabezzana.it

INFO PER LA STAMPA

Ufficio stampa Osteria Rabezzana, Simona Savoldi

Tel: 339.6598721 – E-mail: press@osteriarabezzana.it

La call per ospitare un artista del Torino Fringe Festival

OSPITA UN ARTISTA

La call per ospitare un artista del Torino Fringe Festival e diventare host ufficiale della manifestazione

 

“Ospita in artista” porta nelle case il teatro. In occasione del Torino Fringe Festival, in programma dal 17 maggio al 2 giugno 2024, si avrà la possibilità di partecipare attivamente alla manifestazione offrendo ospitalità e pernottamento agli artisti nella propria abitazione. Si tratta di un modo alternativo per mettere in contatto artisti e pubblico, per fare “entrare” il teatro in casa propria, vivendolo da una nuova prospettiva.

Si possono ospitare uno o più artisti provenienti da tutta Italia e dall’estero, mettendo a disposizione una stanza o un posto letto durante una o più settimane del Festival, a seconda della propria disponibilità, ma per almeno 3 notti. L’ospitalità è gratuita e volontaria, in cambio si avrà diritto a un carnet di spettacoli in omaggio: 3 spettacoli per 7 notti, 5 spettacoli per 14 notti, 1 spettacolo per 3 notti, da selezionare a scelta nel programma. Ospitare un artista è semplice: basta compilare il form online sul sito entro il 5 marzo 2024.

 

Torino Fringe Festival

Il Torino Fringe Festival è un festival di teatro off e di arti performative nato nel 2013 sulla scia delle esperienze dei più importanti festival off europei, incentrati sulla massima accessibilità e il coinvolgimento del tessuto sociale e urbano della città di riferimento. È un festival che si è allargato a tutto il territorio piemontese, una vetrina e un punto di riferimento a livello nazionale ed internazionale per il Teatro Off e le arti performative che intorno a questo gravitano. È al contempo un nuovo modo di fare cultura sul territorio, caratterizzato dalla trasversalità rispetto ai generi culturali e aperto alla possibilità di interagire e co-progettare con gli stakeholder.

In questi 11 anni Torino Fringe Festival ha sviluppato ogni genere di performance in teatri, ma anche e soprattutto in spazi diversi e diversamente “off” rispetto agli spazi consueti dell’offerta culturale e delle arti performative, arrivando in birrerie, sale da ballo, stazioni, dimore storiche, mercati, club, locali, musei, piazze, gallerie d’arte.

Ufficialmente riconosciuto da “World Fringe”, network mondiale che seleziona i Fringe Festival che rispettano le linee guida del format, negli anni è diventato punto di riferimento in Italia coinvolgendo oltre 274 compagnie nazionali e internazionali per un totale di oltre 2000 repliche in più di 70 spazi di Torino al chiuso e 35 all’aperto per un totale di oltre 100.000 spettatori.

 

Info:

https://www.tofringe.it/partecipa/ospita-un-artista-torino-fringe-festival-2024/

 

Contatti:

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Instagram: @torinofringefestival

Linkedin: @TorinoFringeFestival