SPETTACOLI- Pagina 4

Nick Brandt, “The Day May Break. La luce alla fine del mondo” alle Gallerie d’Italia 

Intesa Sanpaolo presenta alle Gallerie d’Italia di Torino, dal 18 marzo al 6 settembre prossimo, la mostra dal titolo “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, curata da Arianna Rinaldo. Si tratta di un progetto espositivo dedicato ad uno dei fotografi contemporanei attivi sui temi della crisi climatica e della distruzione ambientale.
‘The Day May Break’ , avviata nel 2020 in piena pandemia, rappresenta una serie globale in quattro capitoli che segna una nuova fase nella ricerca di Brandt. Il progetto ricalibra l’attenzione dell’artista su persone, animali e ambienti colpiti dalla distruzione climatica in atto in aree del mondo che risultano tra le meno responsabili del collasso climatico, ma che ne subiscono in modo sproporzionato le conseguenze.

Per la prima volta in Italia, a Torino, alle Gallerie d’Italia, sono presenti tutti e quattro i capitoli di ‘The Day May Break’ , presentati insieme in un percorso immersivo di 63 immagini di grande formato che restituiscono una visione al tempo stesso dura e poetica di ciò che resta e di ciò che può ancora offrire speranza.
Il quarto capitolo della serie è stato commissionato da Intesa Sanpaolo a conferma dell’impegno della Banca sui temi della sostenibilità, della responsabilità sociale e della cultura come strumento di consapevolezza.

“Le Gallerie d’Italia tornano a parlare di cambiamento climatico con un grande progetto di Nick Brandt – afferma Michele Coppola, Executive Director Arte , Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo e Direttore Generale delle Gallerie d’Italia – Presentiamo in anteprima a Torino la quarta tappa del viaggio che per la prima volta viene svelato al pubblico. Quattro capitoli emozionanti che, grazie alla bellezza e alla monumentalità di potentissime immagini, aiutano a comprendere meglio le conseguenze della crisi climatica, senza rinunciare a ”una possibile luce alla fine del giorno”. Il Museo di Torino continua a ospitare lavori originali, collaborando con i più importanti fotografi internazionali”.

Nick Brandt, nato a Londra nel 1964, è un artista profondamente impegnato con uno sguardo capace di coniugare rigore etico, forza narrativa ed eleganza formale. Dall’inizio degli anni Duemila, la sua pratica artistica si è  concentrata sulla progressiva scomparsa del mondo naturale e sull’impatto devastante delle attività umane sugli esseri più vulnerabili del pianeta, persone e animali. Le sue immagini, di straordinaria bellezza, attraggono lo sguardo con un virtuosismo estetico capace di amplificare la drammaticità della realtà rappresentata.
Il lavoro di Nick Brandt si distingue per il metodo rigoroso e meticoloso. Ogni capitolo è  il risultato di mesi di preparazione, di pianificazione e collaborazione con troupe locali  che conoscono profondamente i territori e le comunità coinvolte. Le scene sono costruite con precisione, la luce e l’atmosfera nascono dall’attesa del momento perfetto e dalla capacità di rispondere agli elementi imprevedibili della natura. A queste fasi seguono lunghe settimane di stampa e selezione del materiale,  delle immagini, in un processo privo di scorciatoie, volto a stabilire un dialogo diretto e profondo con lo spettatore.

‘Chapter One The Day May Break’ del 2021 è  stato realizzato in Kenya e Zimbabwe e ambientato  in santuari per animali salvati dalla distruzione dell’habitat e dagli effetti del bricconaggio.  Qui animali e persone colpite dal cambiamento climatico, sfollate da cicloni devastanti o impoverite da siccità prolungate, sono ritratti insieme nello stesso fotogramma, in scene sospese o quasi surreali che raccontano una dignità condivisa e un comune senso di perdita.
‘Chapter two, Sanctuary’, del 2022,  è stato fotografato in Bolivia e prosegue questa riflessione su un altro continente. In un Paese di straordinaria biodiversità, oggi sempre più minacciato da incendi, alluvioni e siccità, Brandt ritrae persone e animali segnati dal collasso climatico, uniti da un  comune destino affrontato con dignità e resilienza.
Con ‘SINK /RISE Chapter Three’, del 2023, realizzato nell’arcipelago delle Fiji, l’artista guarda al futuro prossimo. I protagonisti delle immagini, fotografati sott’acqua,  mentre compiono gesti quotidiani, rappresentano le comunità che nei prossimi decenni perderanno terre, case e mezzi di sostentamento a causa dell’innalzamento del mare. La bellezza dell’ambiente marino si accompagna a una tensione silenziosa, un presagio di perdita imminente.
Il percorso si conclude con ‘The Echo of Our Voices, Chapter four’ , realizzato nel 2024 in Giordania su commissione di Intesa Sanpaolo, che ritrae famiglie di rifugiati siriani costrette a vivere in condizioni di sfollamento permanente. In un paesaggio desertico , che diventa simbolo della scarsità di acqua aggravata dal cambiamento climatico,  Brandt restituisce immagini di forza collettiva, dignità e speranza, ponendo l’accento sulla resilienza e sul desiderio condiviso di un futuro migliore.

Una piccola sezione è  dedicata al dietro le quinte del lavoro di Nick Brandt, offrendo ai visitatori l’opportunità di entrare nel processo creativo del fotografo, venendo a conoscere la complessità produttiva che sostiene ogni immagine. Attraverso alcune fotografie ed un contenuto video realizzati durante le fasi di lavoro nei diversi Paesi coinvolti, questa sezione consente di comprendere il lavoro e l’impegno necessari a dare forma a ogni fotografia, dove esseri umani e animali sono stati fotografati allo stesso tempo nella stessa inquadratura.
‘The Day May Break’ si configura come un appello urgente e silenzioso al tempo stesso. Attraverso immagini di straordinaria bellezza e potenza visiva ed emotiva Nick Brandt invita a riconoscere una verità spesso ignorata, ovvero che il destino degli esseri umani, degli animali e del pianeta è profondamente e indissolubilmente intrecciato.

Mara Martellotta

Hiroshima Mon Amour: dalla parola al corpo

C’è un luogo a Torino dove la musica smette di essere sottofondo e diventa esperienza condivisa. È Hiroshima Mon Amour, che questa settimana accende due serate diverse ma unite da un filo comune: quello dell’emozione che si fa collettiva. Giovedì 19 marzo arriva Claver Gold con “LMS – La miglior stagione”, un disco annunciato quasi in punta di mistero ma già potente nei suoi primi squarci, “Favola” e “Amore Goodbye”. Il suo è un rap che non consola, ma accompagna: dentro le crepe, nelle contraddizioni, nella ricerca ostinata di un cambiamento possibile. Dal vivo, tutto questo diventa ancora più intenso, trasformando il concerto in uno spazio di riconoscimento reciproco, dove sentirsi meno soli. Il giorno dopo, venerdì 20 marzo, il registro cambia ma l’energia resta altissima. Ruggero de I Timidi porta in scena Shyland, un format che promette di ribaltare le regole: la timidezza si scioglie, il corpo prende il sopravvento, la musica diventa impulso. Tra ironia, estetica vintage e vibrazioni elettroniche, il palco si trasforma in un piccolo rito contemporaneo da vivere senza freni. Due appuntamenti, due linguaggi, un solo punto d’incontro: l’Hiroshima, che ancora una volta si conferma non solo come locale, ma come spazio vivo dove Torino si ritrova, si ascolta e, per qualche ora, si riconnette. Claver Gold – giovedì 19 marzo Apertura porte ore 21:00, inizio concerto ore 22:00 Biglietti da circa 20–23 euro  Ruggero de I Timidi – venerdì 20 marzo Apertura porte ore 21:00, inizio ore 22:00 Biglietti da circa 25–28,75 euro Valeria Rombolà

“Se lo vuoi ti do anche il cuore!”

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Screenshot

Music Tales, la rubrica musicale 

“Molto lentamente ti avvicini e
Hai uno sguardo strano sei a un centimetro
A un millimetro da me e dici così
Sco.. sco.. sco.. scordati di lei che ti ha fatto male
Scordati di lei non ti preoccupare io te lo giuro
Se lo vuoi ti do anche il cuore!”
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Nel panorama della canzone italiana esistono artisti che seguono le regole… e poi ci sono quelli che le regole le osservano, sorridono e subito dopo le capovolgono con eleganza e ironia. Marco Carena appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Cantautore torinese, autore raffinato e spirito libero della musica d’autore, Carena ha costruito negli anni, a parer mio, una carriera fatta di intelligenza, umorismo e libertà creativa.
Chi lo conosce sa che il suo stile è semplicemente unico: una miscela di musica, teatro e satira che riesce a raccontare l’amore, la società e le piccole assurdità della vita quotidiana con leggerezza ma anche con grande lucidità. Non è solo comicità: è una forma di osservazione affettuosa e ironica del mondo.
Un esempio perfetto di questo modo di fare musica è “Serenata”, il brano che Marco portò al 41° Festival di Sanremo. Il titolo potrebbe far pensare alla classica dichiarazione romantica sotto il balcone, ma chi ascolta la canzone scopre subito che si tratta di tutt’altro. Con il suo gioco di parole, le frasi spezzate e i doppi sensi linguistici, “Serenata” diventa una piccola macchina comica perfettamente costruita.
La melodia accompagna una serie di equivoci verbali che trasformano la serenata tradizionale in un divertente esercizio di stile. È una canzone che fa sorridere al primo ascolto ma che rivela tutta la sua intelligenza quando si presta attenzione alla scrittura: un vero marchio di fabbrica di Marco Carena.
In un’epoca in cui molte canzoni sembrano inseguire la stessa formula, “Serenata” resta un esempio di libertà creativa: una canzone che non ha paura di giocare con la lingua italiana e con le aspettative del pubblico. Ed è proprio questo spirito anticonvenzionale che ha reso Carena una figura amata da chi apprezza la musica d’autore capace di far riflettere senza mai prendersi troppo sul serio.
C’è poi un aspetto di Marco Carena che, conoscendolo anche personalmente, ho sempre apprezzato molto: la sua ironia non è soltanto un elemento artistico, ma un vero modo di stare al mondo. Nella quotidianità vive esattamente con quella stessa leggerezza intelligente che ritroviamo nelle sue canzoni e nei suoi testi (ieri l’ho chiamato perché ero sotto casa e dopo mezzo secondo ho suonato e mi ha chiesto chi fossi n.d.r.). È un’ironia mai aggressiva, mai superficiale, ma capace di rendere tutto più leggero, più umano, più fruibile. E forse è proprio questo il segreto del suo stile: trasformare anche le piccole complicazioni della vita in qualcosa su cui sorridere, senza perdere profondità ma guadagnando libertà.
Per chi vuole scoprire meglio il percorso artistico di questo cantautore fuori dagli schemi, è appena uscito il suo libro “Da Sanscemo a Sanremo. Questione di…”. Il volume è molto più di una semplice autobiografia: è un viaggio ironico e affettuoso attraverso gli episodi più curiosi della sua carriera. Dai primi passi nella musica ai concerti improbabili, dalle esperienze artistiche più surreali fino alla partecipazione al Festival di Sanremo, il racconto è pieno di aneddoti, incontri e retroscena che restituiscono tutta la personalità di chi lo ha scritto.
È un libro che si legge con il sorriso, almeno per me è stato così, perché mantiene lo stesso tono brillante delle sue canzoni. Chi ama la musica italiana troverà molte storie divertenti e anche uno spaccato autentico di un certo modo di fare spettacolo, libero e geniale. Per questo motivo il consiglio è semplice: se volete conoscere davvero Marco Carena, questo libro merita di essere letto… e magari regalato.
Tra le pagine compare anche un ricordo che mi riguarda direttamente, legato a una nostra collaborazione musicale. Solo che a pagina 222 compare un piccolo enigma temporale: secondo il libro, nel 1996 io avrei avuto 16 anni.
Ora, capisco che la memoria artistica possa concedersi qualche libertà poetica… ma la verità è che ne avevo 24.
Non so se si tratti di un errore di calcolo, di un gesto di cavalleria o di un tentativo di ringiovanimento letterario. In ogni caso,
per chiarezza, lo dichiaro ufficialmente: oggi ho 46 anni.
E prometto che per i miei 50, tra quattro anni quindi, organizzerò una festa mai vista.
E lui sarà l’ospite di punta.
Nel frattempo però mettiamo le cose in chiaro: da oggi nessuno potrà dire che dimostro più di 46 anni.
Nemmeno Marco.
Buon ascolto
“L’ironia intelligente è la capacità di leggere la realtà con originalità, dominandola invece di subirla.”
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CHIARA DE CARLO
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Per acquistare la copia del libro :
scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!
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Ecco a voi gli eventi da non perdere

A MonfortinJazz Suzanne Vega e Vinicio Capossela

MonfortinJazz 2026 rivela i due concerti che completano il calendario dell’edizione del suo 50⁰ anniversario. L’associazione Monforte Arte ODV e Ponderosa Music & Arts chiudono il cerchio di un’estate straordinaria in programma all’Auditorium Horszowski di Monforte d’Alba, il gioiello acustico all’aperto che domina le Langhe piemontesi e che, dal 1976, è diventato uno dei luoghi più amati della musica dal vivo in Italia e in Europa.

Venerdi 24 luglio, alle 21.30, l’Auditorium accoglierà una delle voci più iconiche della musica internazionale: Suzanne Vega porta a Monforte d’Alba il “Flying with Angels Tour 2026”. Considerata una delle cantanti più importanti della sua generazione, ha incarnato fin dagli anni Ottanta la rinascita del folk, portando sul palco storie di vita urbana con una lucidità poetica che il New York Times ha descritto come quella di una straordinaria narratrice che osserva il mondo con un occhio clinicamente poetico. Il tour prende il nome dall’ultimo album, intitolato “Flying with Angels”, pubblicato nel maggio 2025 e accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico internazionale. Sul palco dell’Auditorium, Vega proporrà uno spettacolo che attraversa tutta la sua carriera, dai brani che l’hanno resa celebre, come “Tom’s Diner”, “Luka”, “Marlene on the wall”, fino ai pezzi del nuovo album. Ad accompagnarla il suo storico chitarrista Gerry Leonard, noto per la sua collaborazione con David Bowie, e la violoncellista Stephanie Winters, per un live intimo e avvolgente, capace di tessere un incantesimo di luce e ombra fondendo classici e nuovi materiali, con storie intime per una notte memorabile.

MonfortinJazz chiuderà il programma del suo 50⁰ anniversario domenica 2 agosto, alle ore 19, con Vinicio Capossela, e la festa dei suoi trent’anni del “Ballo di San Vito”. Pubblicato nel 1996, “Ballo di San Vito” fu una dichiarazione poetica, una commistione di jazz, blues e tango, musica popolare e ironia coltissima, prodotta da Capossela in collaborazione con il pianista Evan Lurie, con arrangiamenti che portano il segno di un’intera comunità sonora. A rendere questo anniversario ancora più significativo, è la presenza, già nel 1996, di alcuni grandi musicisti, molti dei quali legati alla storia di MonfortinJazz: tra loro il chitarrista Marc Ribot insieme a Davide Graziano alla batteria, Gianluca “Cato” Senatore alla chitarra, Carlo Dossi al mixer e Renato Striglia “diavolo custode”, tutti evocati in un live capace di unire presenze e assenze in un unico suono. La quinta presenza di Capossela a MonfortinJazz coincide con il 50⁰ anniversario della manifestazione, e con il 30⁰ compleanno del “Ballo di San Vito”. Non è soltanto una felice coincidenza, ma il modo più giusto per chiudere in bellezza la rassegna.

Info: info@monforteinjazz.it – 333 8349690 – www.monforteinjazz.it

Mara Martellotta

Antiqua, “Dove il tempo si fa musica e la memoria diventa emozione”

Prenderà il via il 21 marzo prossimo, alle 20.15, presso la chiesa di San Pietro, a Settimo Torinese, la 31esima rassegna di musica antica “Antiqua”, che coinvolge punti d’eccellenza del territorio piemontese e ligure. Il titolo dell’edizione 2026 sarà “Dove il tempo si fa musica e la memoria diventa emozione”.

La partenza da Settimo Torinese, con il concerto dell’Accademia Il Ricercare, dedicato a Giuseppe Torelli (1658-1709) dal titolo “La nascita del concerto solista” riconferma una collaborazione con il Comune che, negli anni, si è sempre più consolidata. Il notevole successo di pubblico e di critica ottenuto negli anni precedenti, insieme all’impegno dell’Amministrazione Comunale, unito ad un sostanziale sostegno da parte della Fondazione ECM e i contributi di Regione Piemonte, Fondazione CRT e del Ministero dei Beni Culturali, hanno permesso di continuare questa positiva esperienza con la produzione di concerti di musica classica di altissimo livello culturale, dove si esibiranno importanti artisti del panorama musicale europeo.
Antiqua 2026 rinnova il suo impegno nella valorizzazione del grande repertorio medievale, rinascimentale e barocco, con una rassegna che si distingue per rigore filologico, profondità interpretativa ed eccellenza artistica. Promossa dall’Accademia del Ricercare, la stagione si configura come un percorso musicale di alto profilo, capace di coniugare ricerca storica e viva emozione sonora.
Antiqua 2026 non è soltanto una stagione concertistica, ma anche un laboratorio di cultura, un luogo di incontro tra tradizione e contemporaneità, tra studio e interpretazione, tra memoria e presente. Ogni concerto rappresenterà un viaggio nel tempo capace di restituire al pubblico la straordinaria ricchezza espressiva di secoli di musica. Con Antiqua 2026, l’Accademia del Ricercare conferma la propria missione, quella di custodire, approfondire e trasmettere il patrimonio della musica antica, trasformando ogni appuntamento in un’esperienza d’ascolto unica e autentica.

Tra i primi appuntamenti dei mesi di marzo e aprile, ricordiamo quello del 21 marzo, presso la chiesa di San Pietro di Settimo Torinese, alle 21.15, in cui l’Accademia del Ricercare eseguirà, di Giuseppe Torelli, i concerti per tromba e orchestra; l’11 aprile, a Foglizzo, nell’aula consiliare del Castello, alle 21.15, l’Ensemble ArsBaroca eseguirà le Sonate a quattro per oboe, due flauti e B.C.; il 18 aprile, a San Mauro Torinese, nella chiesa di Santa Maria in Pulcherada, alle 21.15, si terrà il concerto  “Orfeo Futuro. Ti amo alla follia”, cantate e serenate d’amore del Seicento italiano; il 26 aprile, a Settimo Torinese, nella chiesa di Santa Croce, alle 21.15, l’Accademia del Ricercare eseguirà, di Antonio Vivaldi, il “Confitebor”(RV 596) a tre voci per soli coro e orchestra, e il “Dixit Dominus” (RV 807) a quattro voci per coro e orchestra.
Dal 24 al 30 luglio, la rassegna ospiterà al suo interno, come sempre, il corso internazionale di musica antica, che si terrà anche quest’anno a Casalborgone, in provincia di Torino, aperto ai giovani talenti di tutto il mondo.

Ingresso gratuito

Info: segreteria@accademiadelricercare.com – accademiadelricercare@gmail.com

Mara Martellotta

“Tre sorelle. Nevica, che senso ha?”, riscrittura tratta da Ĉechov

Martedì 17 marzo, alle 19.30, debutta in prima nazionale, al teatro Carignano, la pièce teatrale “Tre sorelle. Nevica, che senso ha?”, riscrittura tratta da Anton Ĉechov, curata e diretta da Liv Ferracchiati, artista associato al TST. Il ruolo di dramaturg è di Piera Mungiguerra, la consulenza letteraria di Margherita Crepax, e rimarrà in scena fino a domenica 29 marzo prossimo, e sarà in tournée in diverse città italiane.

Liv Ferracchiati propone una riscrittura di “Tre sorelle” che dialoga con la tradizione, senza rinunciare a uno sguardo personale. Ĉechov scrisse l’opera nel 1900, in una Russia attraversata da tensioni sociali e da un diffuso senso di stagnazione. È in questo contesto che nasce il destino di Olga, Maŝha e Irina, bloccate in una provincia che soffoca i loro desideri di riscatto e il sogno mai realizzato di tornare a Mosca. Ferracchiati mette in risalto l’attualità del testo, rivelando come l’immobilità e la frustrazione delle protagoniste trovino eco in una sensibilità contemporanea segnata da precarietà e incertezza.

Lo spettacolo, attraverso una regia che scandaglia le contraddizioni interiori, illumina il bisogno umano di cambiare, di immaginare un altrove pur sapendo che la vita, spesso, rimane incompiuta.

“ ‘Tre sorelle’ rappresenta un testo filosofico sull’esistenza – spiega nelle note di regia Liv Ferracchiati – infatti somiglia a una sequenza di fotografie che racconta come l’essere umano impieghi e attraversi il tempo prima di morire. La questione centrale non è il tempo che passa, ma il momento in cui il tempo non garantisce più un senso, una promessa, una direzione. Ĉechov non racconta un crollo improvviso: racconta un’erosione lenta, un logoramento per accumulo, una disgregazione silenziosa che avviene mentre la vita procede uguale a se stessa, cosicché alla fine, in profondità, tutto tende a equivalersi, come direbbe l’anziano dottore Ĉebutykin: “Tutto è uguale”. In Ĉechov anche il senso del passato sbiadisce e si perde ogni riferimento: non a caso, nel terzo atto, Ĉebutykin rompe l’orologio appartenuto alla madre delle sorelle, la donna che ha amato e che ora quasi non ricorda più. Si tratta di un atto violento apparentemente casuale che neppure lui riesce a giustificare e che mostra una verità, apre un varco nella narrazione del tempo e della memoria. Questo orologio di porcellana in pezzi rappresenta uno dei nuclei più potenti dell’opera, da cui abbiamo scelto di irradiare l’azione. Ĉechov parla del tempo per parlare della vita, e l’orologio, in questa prospettiva, rappresenta un oggetto di sfondo appartenente a un’epoca in cui si credeva che il tempo conducesse da qualche parte. Per questo ‘Tre sorelle’ ci appare così contemporaneo. Anche il nostro tempo ha perso le sue garanzie senza trovare nuove fondamenta. Ĉechov sembra dirci che persino la memoria, ultimo appiglio doloroso, non può che cedere. I personaggi continuano a dimenticare e a non comunicare, e forse è per questo che in scena si scattano fotografie, nel tentativo di fermare la vita e di salvare almeno l’attimo presente. La consapevolezza non sprofonda mai però nel nichilismo, anzi, ne rafforza il valore dell’agire nell’orizzonte terrestre, nulla è più prezioso del vivere stesso. Va bene anche scoprire che nulla ha senso, ed è Tuzenbach a dirlo: “Nevica, che senso ha?”

Due saranno gli incontri della compagnia con il pubblico: mercoledì 18 marzo Liv Ferracchiati e gli attori della compagnia dialogheranno con Antonio Pizzo del DAMS nella Sala Grande del Circolo dei Lettori, in via Bogino 9. Gli artisti del Teatro Stabile di Torino incontrano i cittadini nelle case di quartiere e nei presidi delle circoscrizioni meno vicine dal centro città. Il progetto è sviluppato con La Cultura dietro l’Angolo.

Venerdì 20 marzo, alle ore 17, la compagnia narrerà lo spettacolo in Più Spazio Quattro, in via Gaspare Saccarelli 18.

Info: teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – orari spettacoli: martedì, giovedì e sabato ore 19.30/ mercoledì e venerdì ore 20.45/ domenica ore 16/ lunedì riposo – biglietteria presso il teatro Carignano con orario da martedi a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19 e lunedi riposo, apertura un’ora prima dall’inizio dello spettacolo per i biglietti della recita del giorno – telefono 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

“Ascolti”, la Fondazione Accademia di Musica presenta  Anna Kravtchenko

Martedì 17 marzo approda a Pinerolo per la stagione concertistica 2025-2026 di “Ascolti”, della Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo, la pianista italo-ucraina Anna Kravtchenko. Già premio Busoni, riconoscimento ottenuto a soli 16 anni, è stata definita dal New York Times “pianista carismatica dal suono luminoso e dalle poetiche interpretazioni che possono portare l’ascoltatore alle lacrime”. Anna Kravtchenko, con il suo stile inconfondibile e una forza espressiva straordinaria, fa di ogni suo concerto un’esperienza trascinante e illuminante. Attiva a livello internazionale, si è esibita in prestigiose sale da concerto e in importanti festival in tutta Europa, negli USA, in Sudafrica e in Giappone. Il suo recital “Punti di vista (con vista)” è in programma all’Accademia di Musica di Pinerolo in via Giolitti 7, ed è incentrato su due opere monumentali, che l’artista definisce “sacre per lei”: la Sonata in Si minore di Liszt e la Sonata n.2 di Chopin. Come sostiene Anna Kravtchenko: “si tratta di sfaccettature di mondi interiori, profondi, dolorosi, a volte feroci, a volte dolcissimi. Studiarli, suonarli e viverli è come attraversare tutte le stanze dell’anima, perché questa musica non si può solo suonare ‘bene’, bisogna ‘abitarla’, trasformarsi in essa, lasciare che ti rompa e ti ricrei. Sono qui per condividere la musica, non per mostrare qualcosa, ma per offrire. Quando un artista si espone, qualcosa succede davvero”.

Alle 20.30 avrà inizio il concerto, preceduto alle 20 dall’incontro “Inseguire le note” del maestro Claudio Voghera, direttore artistico della stagione concertistica. Si tratterà di un momento di guida all’ascolto che, tra suggestioni, richiami storici e musicali accompagnerà il pubblico verso il concerto.

Biglietti: intero 16 euro – Ridotto 14 euro –

Sale concerto dell’Accademia di Musica – viale Giovanni Giolitti 7, Pinerolo

Info: da lunedì al venerdì dalle 9 alle 14 – 0121 321040 – www.accademiadimusica.it

Mara Martellotta

Angelina Mango: “Nina canta nei teatri”, tappa di un’importante tournée

Approda lunedì 16 marzo, alle 20.30, al teatro Colosseo di Torino, Angelina Mango, con il concerto “Nina canta nei teatri”, un live pensato come un incontro ravvicinato, quasi uno studio aperto, dove le canzoni prendono forma davanti al pubblico, e diventano racconto e presenza. Dopo la pubblicazione a sorpresa del nuovo album “Caramé”, definito dall’artista una “lettera intima” composta da 15 tracce più uno, Angelina propone un concerto suonato, essenziale, costruito attorno alla voce, ai musicisti e al processo creativo che ha dato vita ai brani più importanti della sua carriera. Angelina ha creato il personaggio di Nina per creare un contrappunto alle canzoni, e per esprimere la soddisfazione di aver superato la fine di un incubo, quello del malessere alle corde vocali che, appena due anni fa, ne aveva minacciato il proseguimento della carriera.
Il suo show propone anche canzoni popolari come “La noia”, “Ci pensiamo domani”, “Voglia di vivere”, “Melodrama” e “Velo sugli occhi”. Dentro l’universo di Nina, che rappresenta il suo alter ego emotivo e narrativo, Angelina Mango ritrova anche un percorso che attraversa gli ultimi anni dell’artista, fatti di successi, cambiamenti e fragilità, oltre a una nuova maturità artistica.

Teatro Colosseo – via Madama Cristina 71, Torino

Mara Martellotta

È “Una battaglia dopo l’altra” il film dell’anno, sei meritatissime statuette

La notte degli Oscar

È Una battaglia dopo l’altra il miglior film dell’anno, successo incontrastato di pubblico e critica, tredici nomination e sei statuette nelle mani di Paul Thomas Anderson per miglior regia e miglior sceneggiatura non originale (adattamento del romanzo Vineland di Thomas Pinchon, autore appartato di cui non esistono immagini se non quelle che lo ritraggono negli anni della scuola e del servizio militare), di un eccezionale e strameritevole Sean Penn migliore attore non protagonista nelle vesti del colonnello tronfio e di quanto di più idiota e violento possa esistere Steven J. Lockjaw – che l’altra sera ha preferito essere in Ucraina che sul red carpet -, del montatore Andy Jurgensen, statuetta anche per l’ultimo zio Oscar fresco di nomina inneggiante al miglior casting, a festeggiare la commossa Cassandra Kulukundis. Un titolo che è una citazione dell’attivista Angela Davis, “non ci sarà mai una battaglia finale, è sempre una battaglia dopo l’altra”, un budget di 130 milioni di dollari di cui una bella fetta di 25 al protagonista Di Caprio, in perenne vestaglia da camera a riquadri rossi, paranoico e arruffato sotto le strade assolate della California, lungo quei nastri stradali che sono tutti un sali e scendi, speriamo trampolino di lancio definitivo per un regista sempre assai più che interessante, che pur osannato – ci ha dato tra i suoi complessivi dieci film titoli come Boogie Nights e Magnolia, Il petroliere e The Master e Il filo nascosto – continua a rimanere nel culto dei pochi eletti, una storia che il regista ha trasportato dagli anni reaganiani al giorni nostri, per la quale quando il film uscì a inizio stagione parlai di “fascino”, di “spericolato capolavoro di ritmo, vorticoso, una discesa all’inferno e tra i mali della nostra quotidiana società, le lotte e le sconfitte, e di montaggio incrociato, di maestria e di invenzioni di ogni singolo attore, di un racconto fluidissimo nonostante un narrato di 162 minuti, ma capace al tempo stesso di perdersi per mille rigagnoli e sottostorie e di reggerli con estrema padronanza, per cui si plaude a una sceneggiatura che, in compagnia del miglior attore protagonista (DiCaprio) e del miglior attore non protagonista (Sean Penn, è lui il più “immenso” della compagine attoriale: perfido e gigionescamente insulso, perfetto di postura e di alterigia e di tic, muscoli venati in bella mostra e magliette militari attillate, parente stretto dei tanti generali pettoruti visti al cinema – per tutti, Ford Coppola e Kubrick -, con quelle labbra che tentennano di continuo, quello squarcio che si porta su un lato della faccia offesa nelle inquadrature finali, il suo esercizio sessuale per essere pronto al comando panteresco di Perfidia, ogni attimo è da manuale, ogni battuta e ogni eroismo da strapazzo ti impongono di guardarlo e di ammirarlo), ci dobbiamo aspettare nelle nomination delle prossime statuette pronte per il Dolby Theatre. Senza tacere della presenza, su ogni red carpet, dello stesso Anderson in veste di regista.” Assalti alle banche e attentati a tralicci e alle case di politici potenti, la piccola Charlene da proteggere, alcol e droga, suprematisti e nazistoidi, scene a pieno effetto, un successo mondiale.

In una serata invasa dal glamour come sempre ma certo non fagocitata dal periodo nero dentro il quale stiamo vivendo, dove il solo a dire no a tutte le guerre è stato un Javier Bardem con scritta in tal senso agganciata allo smoking, a farne le spese è stato il superfavoritissimo Sinners di Ryan Coogler, sino alla vigilia forte delle sue sedici nomination (ridotte a quattro statuette), da noi passato quasi inosservato, un mescolarsi ad inizio degli anni Trenta di vampireschi appartenenti al Ku Klux Klan e horror e razzismo, storia di due gemelli interpretati da Michael B. Jordan – per noi quasi nessuno ma un signore che, nel marzo del 2023, a soli 36 anni, s’è aggiudicato una stella sul Hollywood Walk of Fame a Los Angeles – che è eletto miglior attore protagonista, con buona pace del Marty Supreme Thimotée Chalamet, esempio macroscopico di irriverente fanciullaggine e stupidità d’alto grado che lo hanno fatto sprofondare ai gradini più bassi dell’apprezzamento generale – interpretativo e comportamentale, quanto è immediatamente volubile il pubblico – a seguito delle stupidaggini di alcuni giorni fa sul “che gliene frega alla gente di balletto e opera lirica”, con buon insorgere di Bolle Kaufmann e compagni, per cui il suo giocatore di tennis s’è visto sgonfiato e messo dietro la lavagna, nonostante i giochi fossero già stati fatti.

Centratissimi scenografia, trucco e acconciatura, costumi per il Frankenstein di Guillermo del Toro. Chi oltre il cinema guarda con amore e passione al teatro apprezzerà la statuetta nelle mani di Jessie Buckley – ma tutto il mondo se l’aspettava sin dall’uscita -, stratosferica madre e moglie di Shakespeare, innegabile centro del Hamnet di Chloé Zhao, film che avrebbe meritato di più, anche in ossequio a una regista che cinque anni fa aveva portato al successo il suo Nomadland e l’interpretazione di Frances McDormand: aver fatto combaciare Hamnet e Amlet, aver chiuso la disperazione di una coppia celebre con una rappresentazione, sul palcoscenico del Globe, della tragedia del Bardo, è stato un momento geniale del cinema di questi ultimi anni, invenzione o storia che fosse. Come non possiamo non accogliere con immutata convinzione l’esito della scelta di chi ha visto in Sentimental Value, opera del norvegese Joachim Trier, il miglior film internazionale, anche qui un successo, un tragitto nell’anima certamente più sottile da cui non vanno disgiunte le prove dei tre interpreti principali. L’Italia come da un po’ di anni a questa parte non può fare che consolarsi del (quasi) nulla e chissà quando torneremo a essere presi in piena considerazione, con titoli che ad esempio comincino a essere promossi ai festival fuori confini: per ora, in fondo a ogni elenco, ci piace ritrovare un angolo della nostra cultura cinematografica e di penisola, la bolognese Valentina Merli è tra i produttori dei due cortometraggi premiati ex aequo, Two people exchanging saliva. E questo, per ora, ci deve bastare.

Elio Rabbione

“Lavori in Corto”: “I cento passi” al cinema Massimo 

La prossimità è una pratica di democrazia profonda, fondamentale soprattutto in un momento di grande incertezza globale, dove il richiamo a questa dimensione rappresenta una riappropriazione della possibilità di agire. Solo così si può costruire e trasformare per il bene comune.

“Lavori in Corto” rappresenta il concorso nazionale, giunto alla sua 11esima edizione, promosso da AMNC Associazione Museo Nazionale del Cinema, che ha scelto questo tema in condivisione con la Biennale della Prossimità, che si svolgerà a Torino nel mese di ottobre. Il lancio del bando avviene con la proiezione della versione restaurata del film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, in programma martedì 17 marzo, alle ore 20.30, presso il cinema Massimo di Torino, con ingresso libero e possibilità di prenotare sul profilo Eventbrite di AMNC. Alla serata interverranno lo sceneggiatore del film Claudio Fava, il direttore dei lavori di Corto Vittorio Canavese, il presidente del Consorzio Abele Lavoro Massimo D’Amico, la vicepresidente AMNC Valentina Noya e i rappresentanti di Libera del presidio universitario di Torino.

Il concorso è aperto ai film realizzati dal 1⁰ gennaio 2025 in poi e di durata non superiore ai 30 minuti. Ci saranno quattro premi: il primo premio, dedicato ad Armando Ceste, autore di Liberaterra, di 1500 euro; premio Marina Panarese per film-makers straniere o stranieri di seconda generazione, di 1000 euro; il premio Cinema Giovani Vittorio Arrigoni, per persone under 35, sostenuto da Nova Coop, di 1000 euro; il premio Lacumbia Film, che prevede un riconoscimento attraverso una fornitura di strumenti audiovisivi.
Per partecipare c’è tempo fino al 30 giugno 2026.

’Lavori in Corto’ e Biennale della Prossimità fanno proprie le parole dell’antropologo Arjun Appadurai: “La democrazia profonda è la democrazia più prossima del quartiere, della comunità, che si esprime nelle pratiche quotidiane della condivisione”.
Il cinema, soprattutto quello che viene dal basso, che nasce dall’urgenza del racconto e non da logiche produttive di mercato, può rappresentare uno stimolo alla discussione. Già nelle precedenti edizioni di “Lavori in Corto” era emersa la capacità del cinema di cogliere e raccontare temi sociali rilevanti, con punti di vista originali, sia nei cortometraggi in gara, sia nelle proiezioni fuori concorso. Sviluppare l’occasione di connessioni tra operatori culturali, artistici e sociali è anche un modo per realizzare un’idea di pratica della democrazia rinnovata, vicina e profonda.

Mara Martellotta