SPETTACOLI- Pagina 4

Brahms all’Auditorium RAI con Zorman e Dindo e il maestro Treviño

L’orchestra Sinfonica Nazionale della RAI  ha in  programma giovedì 12 marzo all’Auditorium Rai Arturo Toscanini, alle 20.30, un concerto interamente dedicato all’arte di Johannes Brahms, con protagonisti Itamar Zorman, violinista in ascesa, definito “un virtuoso delle emozioni” e un sommo violoncellista quale è  Enrico Dindo, vincitore del Premio  Rostropovič di Parigi, insieme alla bacchetta di Robert Treviño.

Il concerto sarà trasmesso  in diretta su Radio 3 e alle 22.50  in TV su RAI 5. Replica del concerto a Torino venerdì 13 marzo alle 20.

In apertura il doppio concerto in la minore per violino, violoncello e orchestra op. 102, ultima fatica orchestrale di Brahms, composta nel 1887 durante un soggiorno a Thun, sulle rive del lago svizzero dove il musicista era solito rifugiarsi.

La pagina è  universalmente nota come “Doppio concerto”, poiché affida il ruolo solistico alla coppia di archi, violino e violoncello, impegnati in un dialogo paritetico e serrato. Questa scelta riflette la volontà del compositore di intrecciare due voci soliste in un unico e monumentale discorso sinfonico.

A interpretarlo sono chiamati Itamar Zorman ed Enrico Dindo. Il violinista israeliano è noto per la sua rara capacità narrativa e l’abilità di trasformare ogni esecuzione in un racconto altamente coinvolgente e ha calcato i palcoscenici più prestigiosi al mondo dalla Carnagie Hall di New York al Concertgebouw di Amsterdam, fino alla Suntory  Hall di Tokyo. Suonerà un prezioso violino Guarneri del Gesù del 1734. Il violoncellista torinese è stato definito da Rostropovič musicista di “straordinarie, qualità,  artista compiuto, che possiede un suono eccezionale capace di fluire come una splendida voce italiana”.

In chiusura di serata il maestro Treviño proporrà, sempre di Brahms, il Quartetto n. 1 in sol  minore op. 25, scritto nel 1861 e proposto nella versione orchestrale realizzata nel 1937 da Arnold Schonberg. Si tratta di un capolavoro al quadrato , definito dalla stesso Eschenbach €l’interpretazione di una interpretazione”, dove la grande eredità musicale ottocentesca si fonde con i colori orchestrali del Novecento, assumendo una veste del tutto nuova.

I biglietti per il concerto, da 9 a 30 euro, sono in vendita online sul siti dell’ OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info 0118104653

biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

A scuola di jazz con Paolo Fresu

A Rivoli incontro speciale per gli studenti dell’istituto Matteotti

Mercoledì 11 marzo, dalle 11 alle 13, il Centro Congressi di via Dora Riparia ospiterà un appuntamento speciale dedicato agli studenti dell’istituto Comprensivo Giacomo Matteotti  di Rivoli, il dialogo musicale “Kind of Miles” con il trombettista Paolo Fresu e la sua band.
L’iniziativa, curata dall’ Il Jazz va a scuola, nasce con l’obiettivo di avvicinare i più giovani al linguaggio del jazz attraverso un’esperienza diretta e partecipativa, in cui la musica diventa occasione di confronto tra studenti e musicisti.
Gli studenti prenderanno parte a un incontro che unirà esecuzione musicale e dialogo, permettendo di esplorare i processi creativi, l’improvvisazione  e i linguaggi espressivi propri della tradizione jazzistica.
L’appuntamento si inserisce in un percorso educativo che integra musica, creatività  e formazione, offrendo agli studenti l’opportunità di sviluppare capacità di ascolto, curiosità e riflessione critica.
Attraverso il confronto diretto con artisti professionisti,  l’esperienza favorisce anche la comprensione del valore della collaborazione e del lavoro collettivo, elementi fondamentali della musica jazz.
L’evento è  riservato agli studenti dell’Istituto Comprensivo Matteotti.

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino: Giorgia e Paolo Fresu

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Martedì. Al teatro Colosseo per 2 sere consecutive, il genio di Miles Davis viene raccontato da Paolo Fresu e il suo gruppo per un viaggio musicale che intreccia brani originali, racconti autobiografici, con il suo sound acustico ed elettrico. Al Milk si esibisce il quartetto di Giorgio Poi.

Mercoledì. Al Vinile suona Il Dubbio Di Davide.

Giovedì. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Laila Al Habash. All’Osteria Rabezzana si esibisce il quartetto ArDuoBop. Allo Spazio 211 è di scena Shawn James. Al Circolino suona Calvi Allara Roffino Trio. Al Folk Club si esibiscono: Jeffrey Focault, John Convertino e Ry Cavanaugh.

Venerdì. All’Inalpi Arena arriva Giorgia. Al teatro Colosseo si esibisce Giovanni Lindo Ferretti. Al Blah Blah suonano i Cara Calma. All’Hiroshima  è di scena la Bandabardò. Al Circolino suona Bonadè Uneven Quintet. Alla Divina Commedia si esibiscono i Yourmother.

Sabato. All’Inalpi Arena è di scena Achille Lauro. Allo Spazio 211 si esibisce Umberto Maria Giardini. Al Blah Blah suonano gli Ormai+ Fuco.

Domenica. Al Blah Blah sono di scena i The Cloverhearts.

Pier Luigi Fuggetta

Il Gianduiotto d’Oro a Emanuele Filiberto di Savoia

Nella serata di giovedì 5 marzo, presso il teatro Juvarra, è andato in scena il quarto appuntamento, dei sette previsti, della rassegna EnjoyBook, promossa da Marco Francia, Maurizio Conti e Cristiana Ferrini. Il talk, dal titolo “Identità reale”, moderato dall’inviato Mediaset Marco Graziano, ha avuto come protagonista il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, che si è raccontato a partire dalla sua gioventù vissuta a Ginevra, in Svizzera, fino a oggi. L’evento ha ottenuto un successo pieno, un teatro sold out e i tanti applausi per il rappresentante di Casa Savoia, che ha saputo contemporaneamente salire sul piedistallo solo con la sua eleganza ed essere estremamente “pop”, popolare nell’accezione migliore del termine, quindi vicino alla gente, ironico, divertente e profondo.

“Sono felicissimo di essere qui con voi – ha raccontato il Principe Emanuele Filiberto di Savoia – a Torino respiro la storia della mia famiglia, anche se non ho mai pensato o sognato di essere Re. Sarebbe stato qualcosa di troppo più grande di me, in più ho vissuto i miei primi trent’anni all’estero, a Ginevra, quindi non ero realmente a contatto con la realtà dell’Italia, non mi vedevo all’interno della storia o della narrazione di Casa Savoia. Quando nel 2002 sono tornato in Italia non è stato facile, il mio cognome era pesante: ricordo che, nell’anno in cui ho partecipato al programma televisivo ‘Ballando con le stelle’, ho ricevuto molti fischi, insulti, pregiudizi, e in seguito è capitato nelle mie visite a Napoli e a Torino. Per fortuna, nel tempo, sono riuscito ad affermarmi più come Emanuele Filiberto che non come discendente di Casa Savoia, anche se inevitabilmente le due componenti coincidono, ma posso affermare, oggi, di essermi ritagliato un mio personalissimo ruolo all’interno della storia italiana e della mia famiglia”.

Personaggio eclettico, il Principe Emanuele Filiberto. Durante la serata, che lo ha visto premiato con il Gianduiotto d’Oro, il prestigioso riconoscimento assegnato all’interno della rassegna EnjoyBook, è stata ricordata la sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 2010 con la canzone “Italia amore mio”, di cui scrisse il testo e che cantò sul palco insieme a Pupo e al tenore Luca Canonici, ottenendo il secondo posto e un notevole successo al televoto, appena dietro a Valerio Scanu. Oggi è impegnato nella stesura di un romanzo storico dedicato agli ottant’anni della Repubblica Italiana, in ricordo anche del nonno, il Re d’Italia Umberto II, un libro simbolo del “trait d’union” che lega il passato di Casa Savoia al presente, fino al luminoso futuro cui l’Italia potrebbe andare incontro di fronte a una maggiore valorizzazione delle sue bellezze.

“L’Italia per me è amore – ha continuato il Principe Emanuele Filiberto – e mi dispiace vederla spesso bistrattata o poco valorizzata a causa dei lenti e speciosi meccanismi della burocrazia. Solo in Piemonte penso che il complesso delle residenze sabaude possa essere sfruttato meglio di quando non si faccia oggi. Io vivo a Montecarlo, ma passo molto tempo in Italia, nella mia residenza in Umbria, dove possiedo una tenuta in cui produco vino e olio, oltre a occuparmi personalmente dell’orto: ecco, penso che la valorizzazione del territorio debba partire dalla basi, dalle cose semplici, seminando e raccogliendo amore, avendone rispetto e cura”.

“Oggi, per me, l’unica cosa ‘reale’ è la realtà, ciò che sta succedendo – ha spiegato Il Principe Emanuele Filiberto di Savoia – è il presente. Non associo mai il termine ‘reale’ a qualcosa di regale. Tutto ciò che ho vissuto fa parte della tradizione e della continuità millenaria sabauda, ma per me è stato importantissimo pensare al futuro da lasciare alle mie figlie, e questa è la continuità a cui do valore. Vorrei potessero vivere in un clima più sereno, nella pacificazione tra la storia d’Italia, gli italiani e Casa Savoia, che sta avvenendo. Mi piacerebbe essere ricordato come la persona che ha tenuto insieme la tradizione e la continuità: sto provando a facilitare il passaggio tra la tradizione e ciò che potrà essere il futuro dell’Italia, a patto di viverlo in una dimensione costruttiva e pacifica”.

Il prossimo appuntamento della rassegna EnjoyBook, intitolato “La libertà di raccontare” è previsto per giovedì 19 marzo, alle 20.15, sempre al teatro Juvarra, e avrà come protagonista lo scrittore e giornalista Roberto Parodi. I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro.

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

Mara Martellotta

“Slavika Festival” ritorna a Torino

Nona edizione della manifestazione dedicata alle culture slave

Da giovedì 12 a domenica 15 marzo

Quattro giorni di incontri, mostre, presentazioni e workshop. Tre le location ospitanti: l’“Unione Culturale Franco Antonicelli” (via Cesare Battisti, 4), il “Circolo dei lettori e delle lettrici” (via Bogino, 9) e il “CineTeatro Baretti” (via Giuseppe Baretti, 4). E’ un applaudito ritorno sotto la Mole, quello di “Slavika”, il primo Festival italiano dedicato alle “culture slave”, organizzato dall’Associazione Culturale (con sede in via Madama Cristina 47, a Torino) “Polski Kot” e con il sostegno (tra i molti) del “Consolato della Repubblica di Polonia” in Milano e del “Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere e Culture Moderne” dell’Ateneo torinese. Ormai giunto alla sua nona edizione, l’evento prevede, anche quest’anno, l’arrivo a Torino di illustri ospiti internazionali provenienti dall’area balcanica, dalla Lettonia, Polonia, Ucraina e Repubblica Ceca.

“La IX edizione di Slavika – afferma la vice-presidente dell’Associazione, Anastasia Komarova –  è un laboratorio in cui fotografiaarte e gioco si incontrano creando uno scambio diretto con il pubblico. Grazie alla presenza di ospiti in arrivo da tutta l’area slava, il Festival trasforma Torino in un crocevia di dialogo interculturale e partecipazione attiva. L’obiettivo è dare vita a una contaminazione di linguaggi e storie, capaci di attraversare e coinvolgere tutte le forme d’arte: dalla poesia alla musica, dal cinema all’illustrazione.

Luca Bosonetto, vicepresidente di “Arci Torino”, fra i sostenitori principali del Festival: “Slavika è da anni uno dei contenuti culturali più preziosi che vengono prodotti nella nostra ‘Rete’. I tempi che viviamo rendono necessario ribadire il legame tra il dialogo transculturale e le arti, per un mondo di pace, e questo Festival rappresenta una certezza, in questo senso”.

Il via giovedì 12 marzoalle 18, all’“Unione Culturale Franco Antonicelli”, dove verrà presentato il programma della IX edizione del Festival con un aperitivo dai “sapori balcanici”. La serata proseguirà alle 19 con il vernissage della mostra fotografica “Qui il sentiero si perde. Viaggio fotografico in Asia Centrale” del fotografo marchigiano di Senigallia, Tommaso Aguzzi, a cura di Anna Mangiullo, seguito alle 20,30 da “Versoteka”performance poetico-musicale del Gruppo lettone di lingua russa “Orbita” (Semen Chanin e Sergej Timofeev) con Massimo Maurizio e le musiche di “SabaSaba”. Chiuderà la prima giornata il “PJ set – Poetry Jockey” del poeta di Riga Sergej Timofeev.

Sarà invece dedicata a due workshop di traduzione (dal russo, condotto da Massimo Maurizio sulle opere di Elena Fanajlova e dall’ucraino, curato da Alessandro Achilli Yaryna Grusha, sui poeti Artur Dron e Yaryna Čornohuz) la mattinata di venerdì 13 marzo, sempre all’“Unione Culturale”. Alle 18,30 il festival si sposterà al “Circolo dei lettori e delle lettrici” per la presentazione di “Lusitania” (“Bottega Errante Edizioni”) con l’autore serbo Dejan Atanacković, in dialogo con Neira Merčep e Vesna Šćepanović. La chiusura del venerdì vedrà il ritorno alle 20,30 all’“Unione Culturale” per un dialogo e reading poetico tra la scrittrice Elena Fanajlova Massimo Maurizio.

Sabato 14 marzoalle 10, l’“Unione Culturale” ospita in contemporanea un workshop di illustrazione e poesia curato da Kalina Muhova e un laboratorio di traduzione dal serbo-croato curato da Olja Perišić e Miriam Canavese. Nel pomeriggio, alle 15, appuntamento al “CineTeatro Baretti” per l’evento “Campioni senza nazione”: la proiezione di “The Lost Dream Team” di Jure Pavlović sull’epica jugoslava del basket, seguita dall’incontro con il regista in dialogo con Sebastiano PucciarelliDalle 18, ritorno in via Cesare Battisti per il talk sulla graphic novel “Stretta al cuore” con l’autrice Štěpánka Jislová, mentre alle 20,30 il “Circolo dei lettori e delle lettrici” ospiterà l’incontro con Andrei Kurkov per la presentazione di “La nostra guerra quotidiana” (Keller Editore), in dialogo con Monica Perosino e Vesna Šćepanović.

L’ultima giornata, domenica 15 marzo, si apre alle 14 con un momento ludico e storico: il gioco di società “Postani Partizan!Diventa Partigiano!”, condotto dallo storico Eric Gobetti, per rivivere la lotta partigiana slovena del 1941. Alle 19, dopo il reading dei poeti Stanisław Kalina Jaglarz e Anna Adamowicz, spazio al cinema con le proiezioni dei corti “LINIE” e “La Lunga Vacanza”, seguite da un dibattito con i registi Vittorio Zampinetti e Davor Marinković. Chiusura ufficiale alle 21,30 con la performance artistica “Bis, bis, bis.. di bocca in bocca” di Rada Koželj e “Virgo Torino”.

Per ulteriori info e programma nel dettaglio: www.polskikot.it

g.m.

Quattro compositrici per il concerto delle Domeniche dell’Auditorium RAI

In occasione della Giornata Internazionale per la Donna

È un programma tutto declinato al femminile quello che propone il terzo appuntamento del ciclo dei concerti cameristici delle “Domeniche dell’Auditorium “, previsto domenica 8 marzo alle 10.30 presso l’Auditorium RAI Arturo Toscanini di Torino, in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Il concerto sarà registrato su Radio 3 e trasmesso domenica 15 marzo alle 20.30.

Sarà  protagonista il Quartetto in Corda dell’Orchestra RAI, composto da Valerio Iaccio e Martina Mazzon al violino, Federico Maria Fabbris alla viola e Fabio Storino al violoncello, che proporrà un viaggio musicale attraverso le opere di quattro compositrici che  hanno sfidato le convenzioni sociali del proprio tempo per affermare le proprie voci artistiche.
Il Concerto si apre con il Quartetto n. 6 di Maddalena Lombardini, che fa parte della sua unica raccolta strumentale data alle stampe nel 1769, i sei Quartetti per archi op. 3. Considerate tra le primissime testimonianze storiche del genere, queste pagine godettero di una straordinaria fortuna editoriale nel Settecento, con pubblicazione nei principali centri musicali europei da Londra a Vienna.
Si prosegue poi con il Quartetto in mi bemolle maggiore di Fanny Mendelssohn, composto nel 1834 rielaborando i materiali di una Sonata pianistica incompiuta di cinque anni prima. Il brano rappresenta l’unica incursione della compositrice nel genere cameristico.
Si tratta di un’opera di rara eleganza e inventiva che, pur guardando alla lezione di Beethoven, rivela una maturità  e un’originalità espressiva sorprendenti per un’opera eseguita privatamente una sola volta durante la vita dell’autrice.

Il percorso prosegue nel Novecento con il Quartet for Springs in un movimento op. 89 di Amy Beach.
Abbozzato tra i boschi del New Hampshire nel 1921 e completato a Roma nel 1929, il brano è un’opera visionaria basata su tre melodie inuit. Amy Beach fonde questi temi ancestrali con un linguaggio moderno e dissonante, privo di centri tonali fissi, ma pervaso da un profondo lirismo. L’opera sarebbe divenuta un pilastro del repertorio della Society of American Women Composers e fu celebrata a Washington nel 1942, in occasione del 75esimo compleanno della compositrice.
In chiusura il programma approda alla contemporaneità con Sofia Gubaidulina  e il suo Quartetto n 2 composto nel 1987 su commissione del Quartetto Sibelius per il Festival di Kuhmo.
Il brano esplora il concetto di ‘simbolismo musicale’ caro all’autrice russa.

I biglietti per il concerto sono proposti al prezzo unico di 5 euro e in vendita online sul sito dell’OSN RAI e presso la biglietteria dell’Auditorium RAI di Torino, in piazza Rossaro
www.osn.rai.it

Mara Martellotta

Non solo Hamnet, a teatro va in scena Juliet+Romeo

Venerdì 6 marzo, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, il sipario si alza su una storia che attraversa i secoli e continua a parlarci con la voce inquieta e luminosa della giovinezza. Va in scena “Juliet+Romeo”, l’adattamento firmato da Mario Restagno, con le musiche originali di Paolo Gambino, proposto da Accademia dello Spettacolo.

Non è solo una riscrittura. È un gesto. È un cambio di prospettiva. È la scelta di mettere Juliet davanti, nel titolo e nello sguardo. Quello che venerdì 6 marzo andrà in scena alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino è una storia antica dal cuore contemporaneo.

Quattro secoli fa, William Shakespeare raccontava l’amore assoluto e tragico di due adolescenti travolti da un mondo adulto incapace di ascoltarli. Ma cosa resta oggi di quella lingua, di quegli usi, di quei codici sociali così lontani dalla sensibilità dei ragazzi e delle ragazze del nostro tempo?

Da questa domanda nasce “Juliet+Romeo”: un lavoro di riedizione che traduce emozioni senza tradirle. La lingua si fa più vicina, le dinamiche più riconoscibili, le tensioni più immediate. L’obiettivo è uno solo: permettere agli adolescenti di oggi di sentire sulla pelle lo stesso turbamento, lo stesso slancio vitale che il pubblico elisabettiano provava nel 1595.

E in un’epoca in cui tutto corre, si consuma, si espone e si dimentica in fretta, questa storia diventa un invito a fermarsi e a chiedersi: che cosa significa amare davvero?

«È la festa della giovinezza, dell’energia vitale che contraddistingue questa fase della vita, questa volta raccontata dal punto di vista di Juliet», afferma il regista.

L’inversione dei nomi nel titolo non è un vezzo grafico: è una dichiarazione d’intenti.
Il Coro, nel prologo, afferma che «da sempre gli uomini cercano la guerra, da sempre le donne subiscono la guerra». È un segnale forte. È un cambio di sguardo che interroga il presente e le sue fragilità. Juliet non è più solo l’innamorata. È coscienza, è desiderio, è scelta. È una voce che reclama spazio.

In scena 22 artisti, di cui 18 under 30. Una compagnia che respira all’unisono con i suoi protagonisti. Juliet è interpretata da Beatrice Frattini, Romeo da Andrea Cantore, insieme a Daniela Freguglia, Renato Ligas, Jacopo Siccardi, Riccardo Marangoni, Fabrizio Merlo, Matteo Ardengo, Ester Barbarossa, Giorgia Chianello e agli studenti della Scuola Formazione Attore: Sara Zanirato, Gloria Puglisi, Alice Cavazzini, Suammy Bellini, Marta Marandola, Amanda Amador Silva, Lorenzo Beltrami, Amir Madih, Giulia Schivalocchi, Erika Orsini, M. Ignacia Loyola Diaz, Lucia Meneghini. Le coreografie sono di Marco Arbau.

Il progetto coinvolge i giovani esordienti della Bottega dello Spettacolo 3.0, un percorso che nasce per rispondere a una ferita concreta del mondo teatrale: la difficoltà, per chi ha appena concluso un percorso formativo, di trovare un immediato inserimento professionale. Il mercato spesso premia chi è già noto, chi ha un curriculum consolidato. Gli altri rischiano l’inattività, la frustrazione, la perdita di fiducia.

Con il contributo della Fondazione Compagnia di San Paolo, questo progetto diventa un ponte tra formazione e professione. Un atto di fiducia verso il talento giovane.

Abbiamo raggiunto il cast per alcune domande. Beatrice Frattini lei interpreta Juliet.

Che cosa significa oggi, per una ragazza della tua età, difendere un amore contro tutto e tutti?

Interfacciarmi con Juliet e il suo amore da difendere a tutti i costi è stata una sfida. A tratti l’ho sentita incomprensibile, poi abbiamo fatto pace.

Sento che la vera difesa dell’amore che si concretizza nel dover spiegare perché cerco di vedere il buono nella vita, nelle persone e soprattutto nel credere che tutto andrà bene; penso che la nostra esistenza sia attraversata da un amore immenso.

Cerco di guardare le situazioni con un occhio meno il meno polemico possibile, trovando l’amore per me stessa e per ciò che mi circonda.

Mi sento fortunata a vivere nell’amore e voglio difendere questo mio modo di stare nella vita, anche se può essere strano per qualcuno, anche se a volte può non sembrare logico.

(Beatrice Frattini)

È ribellione o bisogno di essere ascoltata?

Per Juliet c’è un impellente bisogno di essere vista, non importa in quale modo, penso che sia un misto tra ribellione verso un sistema che non le appartiene, un odio che non sente affine alla sua essenza di giovane ragazza, dall’altra parte penso che sia un bisogno di essere vista da qualcuno, Romeo soddisfa pienamente questo suo bisogno.

Essere ascoltata non è contemplato per Juliet, lei sa che non avrà modo di poter dire la sua opinione; per questo agisce, comprende che solo nell’azione otterrà ciò che vuole.

Per me, Beatrice, non c’è nessuna ribellione o bisogno di essere ascoltata. Juliet però mi ha fatto comprendere quanto l’adolescenza colpisca nel profondo, le emozioni sono amplificate ed è un privilegio rientrare in quello stato grazie a Juliet.

(Beatrice Frattini)

Andrea Cantore è invece Romeo che spesso è raccontato come impulsivo e romantico. In questa versione, quali fragilità emergono di più?

In questa versione si fa spesso riferimento al destino e Romeo si affida ad esso perché guidi il suo percorso, ma presto si ritrova tradito dal destino stesso che lo trascina in una spirale di morte: prima il suo migliore amico Mercuzio viene ucciso da Tebaldo e Romeo, accecato dalla rabbia, lo vendica. Con le mani sporche di sangue e scoperta la morte di Giulietta, si rende conto di essere stato giocato dal fato e perde ogni legame con la vita e con il mondo che lo circonda.

(Andrea Cantore)

In una società dove le giornate scorrono scandite dai social e dove spesso ci si nasconde dietro a uno schermo, esistono ancora uomini come Romeo pronti a tutto per difendere il loro amore?

Secondo me sì. I social stanno plasmando la nostra società in modi che ancora non conosciamo. A mio parere, i social permettono una diffusione del significato dell’amore sano, specialmente nelle nuove generazioni che sono molto più consapevoli delle proprie emozioni e agiscono per abbattere i pregiudizi e le violenze.

(Andrea Cantore)

E infine, abbiamo rivolto due domande anche agli allievi della Bottega dello Spettacolo 3.0.

Quanto è importante, per voi, poter debuttare in un progetto che vi mette al centro non solo come interpreti ma come generazione?

Non importante, direi fondamentale: dei ragazzi che parlano a dei ragazzi. Siamo già abituati a sentire discorsi di persone più grandi di noi che forse neanche capiscono di cosa abbiamo realmente bisogno, ma che ci trasmettono nozioni sul loro modo di vivere e di comportarsi che, ai nostri occhi, a volte risultano obsolete e poco interessanti. Quanto è bello invece quando sono dei ragazzi, con grandi opere come questa, a lanciare messaggi così importanti come amicizia, amore e rispetto. Messaggi che, se fossero trasmessi dagli “adulti”, verrebbero considerati “parole al vento”, mentre qui, in forma d’arte, riescono a essere recepiti molto meglio che su un qualsiasi banco di scuola. In questo modo diventano più vicini, più veri, e soprattutto più facili da comprendere.

(Matteo Ardengo)

Se doveste raccontare l’amore della vostra generazione con una sola immagine, quale scegliereste e perché?

“Gli amanti” di René Magritte incarnano perfettamente come noi giovani oggi viviamo l’amore. Viviamo in un mondo frenetico che ci porta a trascurare i piccoli gesti e le sfumature, finendo per non vedere davvero la persona che abbiamo davanti. Per paura di soffrire o di affezionarci, spesso scegliamo relazioni superficiali e passeggere, perdendo così il significato più profondo dell’amore.

(Gloria Puglisi)

“Juliet+Romeo” non è soltanto uno spettacolo. È un laboratorio di possibilità. È un atto di fiducia nei confronti dei giovani. È un invito a guardare l’amore non come un cliché romantico, ma come una forza capace di mettere in discussione guerre, famiglie, convenzioni. E oggi, più che mai, ne abbiamo un estremo bisogno.

Lori Barozzino

L’estate feroce di Sebastian, all’improvviso: con una grande Laura Marinoni

All’Astra, si replica sino a domani

C’è parecchio di autobiografico in Improvvisamente l’estate scorsa che Tennessee Williams mandò in scena nel gennaio del 1958 e che già l’anno successivo ebbe la sua trasposizione cinematografica, regista Joseph Mankiewicz e superbe interpreti Katherine Hepburn ed Elizabeth Taylor, successo tenuto a bada fortemente dal Codice Hays, con l’obbligo di cancellare quanto potesse alludere all’omosessualità di un protagonista che non avremmo mai neppure visto in volto. Un’omosessualità che toccava l’autore proprio in un periodo in cui maggiormente egli tentava di nasconderla a se stesso, come una vicenda che riportava a galla ombre di una vita familiare nella quale una madre, Edwina, aveva spinto al ricovero presso un ospedale psichiatrico la figlia Rose, alla sua operazione al cervello con una lobotomia e di cui Williams non volle mai esprimere un perdono, anzi alimentando in se stesso un profondo senso di colpa per non aver fatto abbastanza nei confronti della sorella.

In questo dramma dell’autore americano – che s’inserisce perfettamente nella stagione dell’Astra dove a campeggiare sono i Mostri: “il mostro è la natura, le sue grida, i rumori selvaggi, il mostro è un Dio feroce che osserva i veri mostri, gli esseri umani, che non sono più capaci di amare”, quasi targava lo spettacolo il regista Cordella – coabitano arte e poesia, sesso e un carico abnorme di menzogne, all’ombra di due grandi personaggi femminili. C’è Violet Venable che con ogni mezzo cerca di accrescere anche post mortem quella sintonia che sempre l’aveva legata al figlio Sebastian, scomparso l’estate precedente, di cancellare ogni traccia della sua omosessualità e di complesso edipico, di ricordarlo nella sua castità e di farlo ricordare come un grande poeta, anche se la sua produzione s’arrestava a un solo componimento l’anno, il loro “canto d’estate”, di chiuderlo in quel referto che parlava di cause naturali. Ogni cosa ancor serrata in una società americana degli anni Cinquanta e nel suo perbenismo. C’è Catherine, depositaria di una verità ben diversa, che torna nella casa dove è cresciuta dopo un forte trauma subito, la morte del cugino Sebastian, che lei aveva accompagnato durante un viaggio nel nord della Spagna: una ragazza che zia Violet è ferocemente spinta a far ricoverare in una clinica psichiatrica – dietro il compenso alla stessa di un milione di dollari – perché venga effettuato un trattamento di lobotomia, perché Catherine non possa più ricordare.

Toccherà al dottor Cukrowicz (logico, raisonneur in abiti chiari) far luce su quel passato raccontato con ambiguità e maniere talmente diverse (l’adattamento cinematografico s’allargava alle pressioni del direttore della clinica voglioso non poco d’intascare i soldi per la sponsorizzazione, la costruzione di un nuovo padiglione: come nelle radici del dramma anche la madre della ragazza e il fratello non sono affatto innocenti dal rifiutare quel che può cadere dal portafoglio di zia Violet), lasciarlo riaffiorare, cancellare i dubbi, spetterà a lui, attraverso l’uso del penthotal scoprire quanto la ragazza abbia saputo nascondere e ora inizia a rimuovere, attraverso indizi e nel lungo e ardimentoso e irto monologo finale che, nell’edizione coprodotta da LAC Lugano Arte e Cultura e dal Teatro Carcano, sul palcoscenico dell’Astra soltanto sino a domani, la giovane Leda Kreider regge con estrema sicurezza, applauditissima, con verità e strazio, con una sincerità tutta viscerale. Si tratterà di rivivere gli ultimi momenti di Sebastian, svelarne l’ambigua manipolazione di chi gli è stato accanto, sia madre che cugina (ma anche capace di gesti sinceri (?) di gentilezza, con l’acquisto di abiti eleganti e costosi), di chi ha usato affinché in quelle sue “vacanze” di fulminee liaison, accompagnato nei luoghi eleganti di mezza Europa o nelle case di New Orleans come in luoghi dove avrebbe potuto incrociare quelli che la madre continua a chiamare “mercanti”, gli potesse essere esca per i suoi incontri sessuali con altri ragazzi. La tragedia, espressa in tutta la sua ferocia e nel raccapriccio della rappresentazione del ricordo, è accaduta nell’ultimo viaggio, proprio l’estate scorsa, all’improvviso: sulla costa spagnola, a Cabeza de Lobo, vittima di un rito quasi pagano, in un nuovo sacrificio che ancora rispecchia il mito di Dioniso e delle Baccanti e di Penteo, nel suo più drammatico versante orgiastico (in precedenza avevamo avuto il racconto dei neri uccelli che divorano i piccoli delle tartarughe appena nati mentre tentano di raggiungere il mare), Sebastian era stato assalito, sotto gli occhi di Catherine, e letteralmente quasi divorato da quei “pezzenti” a cui lui avrebbe voluto sottrarsi. Ora Violet si rivolge al dottore e gli parla come fosse suo figlio.

Quel che il regista Stefano Colella ha reso – disseminando i suoi attori per l’intera area a prendere possesso di presente e di passato – all’interno di uno spettacolo irto di difficoltà e di non facile resa (tutto potrebbe risolversi in uno slabbrato e convenzionale mélo), con autentica e appagante padronanza, è la tensione, la secchezza nel racconto e nell’azione, nella seduta psicanalitica che attraversiamo, in quello che si fa thriller scena dopo scena, in quanto lo spettatore segue e viene a conoscere, per sguardi, per frasi interrotte, per tenui confessioni, per parole e per urla, per scontri di donne: aiutato, nell’arrivare al pieno successo, dalle luci di Marzio Picchetti e dal suono di Gianluca Agostini, che si diffondono ostentatamente nella scena di Guido Buganza, che è un rigoglioso giardino, “come se fosse abitato da bestie, serpenti e uccelli, tutti di natura selvaggia”, avverte Williams nella didascalia generale, quello antico di Sebastian in cui allevare piante carnivore che andranno sfamate con migliaia d’insetti coltivati o fatti arrivare da luoghi lontani, una foresta a ricoprire – ma poi tutto andrà simbolicamente rimosso da un tecnico di scena – un’auto sgangherata che è altresì casa rifugio tomba altare sormontato da un baldacchino che scenderà nel finale a cancellare ogni cosa. Con tutta la eccellente partecipazione dei suoi compagni Elena Callegari, Ion Donà ed Edoardo Ribatto, efficacissimo dottore chiamato a indagare, Laura Marinoni – già applaudita Blanche alcuni anni fa nel Tram, ancora Williams, messo in scena da Antonio Latella, è una Violet feroce e sanguigna, madremostro, forte e ambigua verso se stessa e gli altri, grande in quel suo rifugiarsi nell’abitacolo illuminato dell’auto e nel calarsi nella solitaria pazzia.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Luca Del Pia

Uomini si diventa. Nella mente di un femminicida

Teatro Concordia

Venerdì 6 marzo, ore 21

 

Reading contro la violenza sulle donne con Alessio Boni e Omar Pedrini

 

Alessio Boni e Omar Pedrini con Uomini si diventa, Nella mente del femminicida affrontano un viaggio immaginario nella mente del carnefice in uno spettacolo scritto da otto autori, volutamente uomini, che si denunciano come rappresentanti di una categoria.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Venerdì 6 marzo 2026, ore 21

UOMINI SI DIVENTA. Nella mente del femminicida

Con Alessio Boni e Omar Pedrini

Chitarra, musiche e voce Omar Pedrini

Testi di Massimo Carlotto, Andrea Colamedici, Pino Corrias, Edoardo Erba, Maurizio De Giovanni, Marcello Fois, Daniele Mencarelli, Francesco Pacifico

Regia Alessio Boni

Ideato e prodotto da Teatro Carcano

Biglietti: intero 22 euro, ridotto 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

Il femminicida non è un malato, è un figlio sano del patriarcato. È uno di noi, cresciuto come noi, che pensa come noi. Che in maniera più o meno consapevole considera la donna un essere inferiore. Da “proteggere” e ingabbiare, da sminuire, soggiogare, quando non da picchiare, violentare, ammazzare. In Italia ne muore una ogni tre giorni, la stragrande maggioranza per mano di chi dovrebbe amarle. Non si contano i casi di stupro, di botte tra le mura di casa, di aggressioni o catcalling per strada, di plagio psicologico, di violenza economica, di mansplaining, di intimazioni tipo “Stai zitta!”: un sommerso di male che rende metà della popolazione vittima, l’altra metà carnefice. 

Questo progetto è un viaggio. Un viaggio immaginario nella mente del carnefice, che uccide in tanti modi, non solo con un’arma. Un viaggio ideato dal Teatro Carcano, scritto da otto autori, volutamente uomini, e interpretato da me e Omar Pedrini: insieme denunciamo noi stessi come rappresentanti di una categoria, in un momento di autocoscienza collettiva di cui, oggi più che mai, sentiamo il bisogno. Lo inauguriamo il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, ma vorremmo ripeterlo ogni giorno, questo tentativo di affrancamento da un retaggio culturale patriarcale che ci ha formati, con cui abbiamo convissuto fino a ora e che adesso vogliamo provare a smantellare. Perché anche se ogni volta che leggiamo un titolo di cronaca istintivamente pensiamo “Io non sono così, io non lo farei mai”, nel nostro profondo sappiamo che, nel corso di una vita, qualche tipo di sopraffazione nei confronti delle donne, magari inconsapevolmente, l’abbiamo compiuta anche noi.

Alessio Boni