Scopri - To- Pagina 3

L’acqua di Torino: cosa beviamo davvero quando apriamo il rubinetto

SCOPRI -TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Per molti torinesi è un gesto automatico: aprire il rubinetto, riempire un bicchiere, bere. Un’azione quotidiana che raramente solleva domande. Eppure, dietro quell’acqua limpida che scorre nelle case della città, si nasconde un sistema complesso fatto di sorgenti, falde, controlli costanti e scelte individuali che raccontano molto del nostro rapporto con la salute e con l’ambiente.
Negli ultimi anni, il tema della qualità dell’acqua potabile è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Complici le preoccupazioni legate all’inquinamento, alla presenza di nuove sostanze chimiche e alla crescente diffidenza verso ciò che non è imbottigliato, sempre più cittadini si chiedono se l’acqua del rubinetto di Torino sia davvero sicura.
Da dove arriva l’acqua che beviamo a Torino
L’acqua potabile che arriva nelle case torinesi proviene in larga parte da falde sotterranee profonde, alimentate dalle acque che scendono dalle Alpi e si infiltrano nel sottosuolo della pianura. Si tratta di risorse considerate, dal punto di vista idrogeologico, tra le più protette, perché naturalmente filtrate dagli strati di ghiaia e sabbia che caratterizzano il territorio.
A queste si aggiungono, in misura minore, captazioni superficiali e risorse di riserva utilizzate soprattutto nei periodi di maggiore richiesta o in situazioni di emergenza. L’intero sistema è gestito attraverso una rete di acquedotti che serve non solo il capoluogo, ma gran parte dell’area metropolitana.
I controlli: cosa dicono le analisi ufficiali
La qualità dell’acqua potabile viene verificata con migliaia di analisi ogni anno, effettuate sia dal gestore del servizio idrico sia dagli enti pubblici di controllo. Le verifiche riguardano parametri microbiologici, chimici e fisici: dai batteri ai nitrati, dai metalli pesanti ai residui di sostanze industriali.
Secondo i dati diffusi negli ultimi anni dagli organismi regionali di monitoraggio ambientale, l’acqua distribuita a Torino rispetta i limiti previsti dalla normativa nazionale ed europea. Particolare attenzione è stata rivolta alla presenza delle cosiddette sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), composti chimici molto persistenti nell’ambiente. Le analisi condotte sul territorio torinese indicano valori inferiori alle soglie che entreranno in vigore con le prossime normative europee.
In altre parole, allo stato attuale non emergono criticità tali da sconsigliare il consumo dell’acqua del rubinetto.
Rubinetto, bottiglia o filtro? Le scelte dei torinesi
Nonostante questo quadro rassicurante, le abitudini raccontano un’altra storia. Torino, come il resto d’Italia, resta uno dei Paesi europei con il più alto consumo di acqua minerale imbottigliata. Una scelta spesso legata al gusto, alla comodità o a una percezione di maggiore sicurezza.
Accanto alla bottiglia, negli ultimi anni si è diffuso l’uso di filtri domestici, dalle caraffe ai sistemi applicati direttamente al rubinetto. Gli studi disponibili indicano che questi dispositivi possono migliorare il sapore dell’acqua e ridurre alcune sostanze, ma non sono progettati per eliminare tutti i contaminanti, soprattutto quelli più complessi. Inoltre, se non correttamente mantenuti, possono perdere efficacia nel tempo.
L’acqua in bottiglia: quanta arriva dal Piemonte
Il Piemonte è una delle regioni italiane più ricche di sorgenti utilizzate per l’imbottigliamento. Molte delle acque presenti sugli scaffali dei supermercati nascono tra le valli alpine, in contesti montani lontani dai grandi centri abitati.
Dalle valli del Cuneese, ad esempio, sgorgano alcune delle acque minerali più conosciute, caratterizzate da una mineralizzazione molto bassa. Altre sorgenti si trovano tra il Biellese e il Verbano, dove l’acqua attraversa rocce antiche e acquista composizioni diverse per contenuto di sali minerali. Nel Torinese e nelle aree limitrofe sono presenti anche fonti storiche, sfruttate in passato a scopo termale o imbottigliate su scala più ridotta.
Si tratta di acque con caratteristiche differenti, ma non necessariamente “più sicure” rispetto a quella del rubinetto: acqua minerale e acqua potabile rispondono a normative diverse, ma entrambe sono soggette a controlli rigorosi.
Plastica, ambiente e nuove abitudini
Il consumo di acqua in bottiglia ha un impatto ambientale significativo, soprattutto in termini di produzione e smaltimento della plastica. Per questo motivo, negli ultimi anni si sono moltiplicate anche nel Torinese le fontane pubbliche di acqua potabile, che permettono di riempire borracce e contenitori riutilizzabili, riducendo i rifiuti.
Un segnale di cambiamento lento, ma costante, che accompagna una maggiore attenzione al tema della sostenibilità e alla fiducia nelle infrastrutture pubbliche.
Una sicurezza che passa dall’informazione
Alla luce dei dati disponibili, bere l’acqua del rubinetto a Torino è considerato sicuro. Ma la sicurezza, da sola, non basta: serve anche trasparenza, informazione e consapevolezza. Sapere da dove arriva l’acqua, come viene controllata e quali sono le reali differenze rispetto a quella imbottigliata può aiutare i cittadini a compiere scelte più informate.
Perché dietro un gesto semplice come bere un bicchiere d’acqua, si intrecciano questioni ambientali, sanitarie ed economiche che riguardano tutti. Anche e soprattutto Sotto casa.
NOEMI GARIANO

Torino: perché è stata la prima capitale del cinema italiano

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

C’è stato un tempo in cui, prima di Roma e molto prima di Cinecittà, il cuore del cinema italiano batteva a Torino. Una città elegante, industriale, riservata, che oggi associamo più facilmente all’automobile, ai viali alberati e ai caffè storici, ma che a inizio Novecento fu uno dei luoghi più vivi e innovativi del cinema europeo. Capire perché Torino sia stata la prima capitale del cinema italiano significa tornare a un’epoca di sperimentazione, entusiasmo e ambizione, quando il cinema non era ancora un’industria consolidata ma una scoperta, quasi una scommessa.

Alla fine dell’Ottocento Torino era una città perfettamente pronta ad accogliere il nuovo linguaggio cinematografico. Era una capitale da poco perduta, ma non aveva perso la sua centralità culturale e tecnologica. Aveva infrastrutture moderne, una borghesia colta e curiosa, una forte tradizione fotografica e scientifica. Quando il cinematografo fece la sua comparsa in Europa, qui trovò un terreno fertile. Le prime proiezioni entusiasmarono il pubblico e, nel giro di pochi anni, dalla semplice visione si passò alla produzione vera e propria.

Non è un caso che le prime case di produzione italiane siano nate proprio a Torino. In una città abituata a pensare in grande e a investire nel futuro, il cinema venne subito percepito non come un passatempo, ma come un’arte e un’industria. Studi di posa, laboratori, troupe stabili: tutto cominciò a prendere forma con sorprendente rapidità. Torino iniziò così a raccontare storie per immagini, anticipando linguaggi e soluzioni narrative che avrebbero fatto scuola.

La nascita di un’industria cinematografica

Nei primi anni del Novecento Torino diventò un vero e proprio laboratorio cinematografico. Qui nacquero produzioni ambiziose, kolossal ante litteram, film storici e mitologici che richiamavano l’antica Roma, la Grecia classica, le grandi epopee. Una delle case di produzione più importanti fu Itala Film che portò il cinema italiano su un livello internazionale. Con mezzi tecnici avanzati e una visione moderna del racconto filmico, gli studi torinesi iniziarono a competere con le grandi produzioni francesi e americane.

Il cinema torinese non era improvvisato. Era frutto di una progettualità precisa, di una città che sapeva unire rigore industriale e gusto estetico. Registi, tecnici e attori lavoravano in modo continuativo, sperimentando nuove soluzioni visive, movimenti di macchina, scenografie monumentali. Torino diventò una fabbrica di immagini, ma anche un luogo di pensiero, dove si rifletteva sul linguaggio cinematografico quando altrove si era ancora legati alla semplice ripresa teatrale.

In questo contesto emerse la figura di Giovanni Pastrone, uno dei grandi pionieri del cinema mondiale. Con lui, il cinema italiano fece un salto decisivo in avanti, dimostrando che anche in Italia si potevano realizzare opere spettacolari, complesse e capaci di dialogare con il pubblico internazionale.

Cabiria e il sogno di Torino capitale del cinema

Il simbolo assoluto di quell’epoca d’oro è Cabiria, un film che segnò un punto di svolta non solo per il cinema italiano, ma per la storia del cinema tout court. Girato in gran parte a Torino, fu un’opera colossale per durata, ambizione e innovazione tecnica. I suoi movimenti di macchina, le scenografie imponenti e la struttura narrativa influenzarono registi di tutto il mondo, compresi alcuni futuri giganti di Hollywood.

Con Cabiria, Torino dimostrò di poter essere non solo la culla, ma anche il vertice del cinema italiano. Per qualche anno sembrò davvero possibile che la città piemontese diventasse stabilmente il centro dell’industria cinematografica nazionale. Le sale erano numerose, il pubblico rispondeva con entusiasmo e le produzioni torinesi circolavano all’estero con successo.

Eppure, questo primato durò poco. Le ragioni furono molteplici: cambiamenti economici, la Prima guerra mondiale, lo spostamento progressivo delle produzioni verso Roma, dove il clima, gli spazi e le scelte politiche favorirono la nascita di un nuovo polo cinematografico. Torino, fedele al suo carattere, non fece rumore. Continuò a produrre cultura, ma lasciò che il centro del cinema italiano si spostasse altrove.

L’eredità cinematografica di Torino oggi

Anche se non è più una capitale produttiva come lo è stata agli inizi del Novecento, Torino non ha mai smesso di essere una città di cinema. La sua eredità è viva nei festival, nei musei, nelle scuole di cinema e in un rapporto con l’immagine che resta profondo e consapevole. Il cinema, qui, non è solo intrattenimento: è memoria, ricerca, racconto del reale.

Camminando per Torino si percepisce ancora quel legame originario. Nei suoi palazzi austeri, nei cortili, nelle piazze ordinate, c’è una naturale predisposizione alla messa in scena. Non stupisce che tanti registi contemporanei continuino a sceglierla come set, attratti da una città che non si impone ma si lascia scoprire, proprio come il cinema delle origini.

Essere stata la prima capitale del cinema italiano non è per Torino un titolo da esibire, ma una storia da custodire. Una storia fatta di intuizioni, di rischio, di visione. E forse è proprio questo che rende il suo rapporto con il cinema così autentico: Torino non ha mai cercato di essere protagonista a tutti i costi. Lo è stata quando serviva, e ha saputo farsi da parte senza dimenticare ciò che aveva costruito.

.

NOEMI GARIANO

 

Ferrino e Andrea Lanfri: una storia che parte da Torino e arriva in cima al mondo

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino è da sempre una città legata all’idea di resistenza e ingegno, valori che ritornano anche nella storia di Ferrino, azienda fondata nel 1870 e specializzata in attrezzatura per la montagna e l’outdoor. Nel tempo il marchio torinese ha accompagnato spedizioni, alpinisti e atleti in contesti estremi, sostenendo percorsi che vanno oltre la semplice prestazione sportiva e che mettono al centro l’esperienza umana.

È in questa cornice che si inserisce l’incontro con Andrea Lanfri, atleta e alpinista la cui vicenda personale è diventata, negli anni, un esempio concreto di resilienza e trasformazione.

Nel 2015 la vita di Lanfri viene improvvisamente stravolta da una meningite fulminante. In pochi giorni subisce l’amputazione di entrambe le gambe e di sette dita delle mani. Un evento che segna una frattura netta tra il “prima” e il “dopo”, non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. Il periodo successivo è fatto di ospedali, riabilitazione e di un lento lavoro di ricostruzione, in cui ogni piccolo progresso diventa una conquista.

Lo sport, però, non esce mai davvero dalla sua vita. Dopo la malattia Andrea torna all’atletica leggera e, contro ogni previsione, inizia a ottenere risultati di altissimo livello. Diventa campione italiano ed europeo nella velocità paralimpica, ritrovando nella competizione uno spazio di libertà e di espressione personale. La pista, però, a un certo punto non gli basta più.

La montagna diventa il nuovo luogo di confronto. Non una sfida contro la natura, ma un dialogo costante con i propri limiti. Lanfri riprende a salire, prima sulle Alpi e poi su montagne sempre più impegnative, costruendo un percorso fatto di preparazione meticolosa, fiducia nella squadra e attenzione all’attrezzatura. In questo cammino anche il supporto tecnico di aziende come Ferrino si rivela fondamentale.

Nel 2018 arriva uno dei momenti più significativi della sua carriera: la conquista della vetta dell’Everest. Andrea Lanfri diventa il primo nella sua categoria a raggiungerla. Un risultato che va oltre l’impresa sportiva e che assume un valore simbolico forte, capace di cambiare lo sguardo su ciò che viene considerato possibile.

Dopo l’Everest, il suo percorso non si arresta. Andrea continua a praticare sport, a salire montagne e a raccontare la propria esperienza attraverso incontri pubblici e libri. La scrittura diventa un altro strumento per riflettere sul corpo, sulla fragilità e sulla forza che può nascere dalle difficoltà. Nell’ultimo libro, “Over, il mio Everest e altre montagne”, torna su questi temi con uno sguardo più maturo, raccontando la montagna come spazio di consapevolezza e di ascolto.

La storia di Andrea Lanfri, sostenuta anche da una realtà torinese come Ferrino, mostra come il legame tra territorio, impresa e persone possa dare vita a percorsi autentici. Un racconto che parte da Torino, attraversa le vette più alte del mondo e torna indietro arricchito di un significato più profondo.

Noemi Gariano

Il profumo del Natale tra le piazze del Torinese

/

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Quando l’aria si fa più pungente e le luci iniziano ad accendersi già dal tardo pomeriggio, Torino entra in una dimensione tutta sua. Il Natale, qui, non è soltanto una ricorrenza: è un’atmosfera che si respira passeggiando sotto i portici, tra le vetrine storiche e, soprattutto, tra i mercatini che ogni anno animano la città e il suo territorio. I mercatini di Natale di Torino e dintorni sono diventati nel tempo un appuntamento atteso, un rito collettivo che unisce tradizione, convivialità e una passione profonda per il cibo di qualità.
.
Torino, dove il Natale si assapora lentamente
Nel cuore della città, i mercatini natalizi trovano spazio in alcune delle piazze più amate e riconoscibili. Ogni anno, queste aree si trasformano in piccoli villaggi di legno, illuminati da luci calde e decorazioni discrete, in perfetto stile torinese. Non servono date precise per raccontarli: è una consuetudine che si rinnova puntualmente, capace di attirare migliaia di persone, tra residenti e visitatori, tutti accomunati dalla stessa voglia di rallentare e godersi il momento.
Ciò che colpisce di più, passeggiando tra le bancarelle, è il modo in cui la gente vive questi spazi. Non c’è fretta. Si cammina con le mani nelle tasche del cappotto, ci si ferma a osservare un banco, si chiacchiera con gli artigiani, si assaggia qualcosa “tanto per provare” e si finisce spesso per tornare a casa con un sacchetto in più del previsto. I mercatini torinesi sono così: discreti ma irresistibili.
Il vero cuore pulsante resta la parte gastronomica. Tra le bancarelle fanno capolino dolci della tradizione, biscotti artigianali dal profumo di burro e vaniglia, paste secche preparate secondo ricette tramandate, spesso legate alle colline piemontesi. Non mancano i classici intramontabili come lo zabaione caldo, cremoso e avvolgente, sorseggiato lentamente magari appoggiati a un tavolino improvvisato, e la cioccolata calda, densa, quasi da mangiare con il cucchiaino, fedele alla grande tradizione torinese del cacao.
Negli ultimi anni, accanto ai sapori più consolidati, si sono affacciate anche nuove tendenze. Una su tutte: il cosiddetto cioccolato “Dubai”, diventato una vera curiosità gastronomica. Si tratta di un cioccolato ricco e intenso, spesso farcito con pistacchio e pasta kataifi, che richiama consistenze orientali e sorprendenti. Alcune versioni lo propongono anche con riso soffiato, per un contrasto ancora più marcato. I torinesi, notoriamente esigenti in fatto di cioccolato, ne vanno particolarmente ghiotti, e non è raro vedere file davanti ai banchi che lo propongono in varie declinazioni.
Tra bancarelle e tradizioni, il gusto prima di tutto
Se c’è un elemento che accomuna tutti i mercatini di Natale del capoluogo è l’attenzione per la qualità. Anche quando si parla di prodotti semplici, l’artigianalità è sempre al centro. I biscotti non sono mai anonimi, le creme hanno nomi che evocano territori, i dolci raccontano storie. È questo che la gente ama: non solo comprare, ma sentire di portare a casa un pezzo di atmosfera natalizia.
Accanto al cibo, naturalmente, trovano spazio anche altri simboli del periodo. Le stelle di Natale colorano gli angoli delle piazze, insieme a decorazioni fatte a mano, candele profumate e piccoli oggetti pensati come regali. Ma anche qui, tutto sembra fare da cornice a ciò che davvero attira: il profumo che si sprigiona dalle bancarelle, il vapore che sale dalle tazze fumanti, il piacere di concedersi qualcosa di buono.
I mercatini diventano così un punto di incontro. Famiglie, coppie, gruppi di amici: tutti trovano il proprio modo di viverli. C’è chi li percorre ogni anno come una tradizione irrinunciabile e chi li scopre per la prima volta, restando sorpreso dalla loro capacità di essere accoglienti senza mai risultare eccessivi.
Dalla città alla provincia, il Natale continua
Uscendo da Torino, l’atmosfera natalizia non si perde, anzi si arricchisce di nuove sfumature. Nei dintorni del capoluogo, numerosi centri propongono mercatini che, pur più raccolti, mantengono lo stesso spirito. Località come Asti e altre città del Piemonte diventano mete ideali per una gita fuori porta, perfetta per un pomeriggio invernale.
Qui il legame con il territorio è ancora più evidente. I prodotti enogastronomici locali trovano grande spazio: dolci tipici, conserve, miele, nocciole, vini da dessert. Anche in questi mercatini il cibo resta protagonista, spesso affiancato da specialità che raccontano la tradizione contadina e artigiana della regione. Non mancano le bevande calde, le versioni locali dello zabaione, le reinterpretazioni della cioccolata calda, sempre pronte a scaldare le mani e l’umore.
Passeggiando tra le bancarelle della provincia, si respira un clima più intimo, quasi familiare. Le stelle di Natale decorano gli ingressi, le luci si riflettono sulle piazze storiche e il tempo sembra scorrere più lentamente. È un Natale meno affollato, ma non per questo meno sentito, dove il piacere della scoperta si unisce alla voglia di ritrovare sapori autentici.
In fondo, che si resti in città o ci si spinga appena oltre, i mercatini di Natale del Torinese hanno tutti la stessa anima. Sono luoghi in cui il freddo diventa una scusa per fermarsi, per bere qualcosa di caldo, per assaggiare un dolce in più. Sono spazi dove il Natale non si limita a essere visto, ma viene soprattutto gustato, morso dopo morso, anno dopo anno.
A rendere questi mercatini così amati è anche la loro capacità di rinnovarsi senza perdere identità. Ogni anno cambiano alcuni profumi, compaiono nuove proposte dolciarie o variazioni sul tema del cioccolato, ma resta immutato il piacere di ritrovarsi all’aperto, avvolti da luci soffuse e da un brusio allegro. Nel Torinese il Natale passa anche da qui: da una tazza fumante tra le mani, da un assaggio condiviso, da quel senso di familiarità che, puntualmente, riesce a far sentire tutti un po’ a casa.
.
NOEMI GARIANO

La bagna cauda, cuore caldo di Torino

/

ScopriTo alla scoperta di Torino

A Torino, quando arriva il freddo, c’è un profumo che attraversa i portici e si infila nelle osterie come un vecchio amico: quello della bagna cauda. È un piatto che sembra semplice, quasi umile, ma custodisce una storia di viaggi, di campagne e di convivialità che ha segnato l’identità gastronomica piemontese. Oggi, mentre i ristoranti torinesi continuano a reinterpretarla, la bagna cauda rimane una delle esperienze più sincere da vivere in città.

La sua origine non è interamente torinese, ma Torino ha avuto un ruolo decisivo nel trasformarla da pietanza contadina a rito urbano. Nata nelle Langhe come salsa energetica per i vendemmiatori, a base di acciughe sotto sale, aglio e olio, arrivò presto nei mercati cittadini insieme alle barbatelle, ai carrettieri e alle famiglie che cercavano lavoro in città. Qui la ricetta trovò gli ingredienti migliori, le acciughe spagnole che arrivavano nello storico mercato di Porta Palazzo e l’aglio di Caraglio, considerato da molti il più adatto per ottenere una salsa morbida e profumata senza essere aggressiva.

L’arte della preparazione

Preparare la bagna cauda perfetta a Torino è considerato quasi un gesto rituale. Le acciughe devono essere dissalate con pazienza, l’aglio tagliato fine e cotto lentamente fino a diventare una crema. Qualcuno aggiunge una noce di burro, altri giurano che un goccio di latte attenui l’asprezza senza tradire la ricetta. Le verdure che la accompagnano parlano di stagioni: cardi gobbi di Nizza Monferrato, peperoni di Carmagnola, topinambur, cavolo verza, barbabietole. Ogni famiglia, ogni chef, ogni trattoria custodisce una variante che racconta un pezzo di Piemonte.

Negli ultimi anni si sono diffuse anche versioni più leggere, con meno aglio o addirittura con l’aglio cotto nel latte per renderlo più digeribile. Ma a Torino c’è ancora chi difende la versione tradizionale, convinto che la bagna cauda sia un piatto che non va addomesticato: o la si ama o la si teme, e questo fa parte del suo fascino.

I ristoranti di Torino che la celebrano

Il capoluogo piemontese ha fatto della bagna cauda una bandiera, e alcune tavole sono diventate luoghi di pellegrinaggio per gli appassionati. In molti ricordano ancora le serate affollate di certe osterie del Quadrilatero, dove il profumo della salsa usciva dalle porte spalancate e attirava studenti, famiglie e turisti incuriositi. In una trattoria di Borgo San Paolo, lo chef racconta spesso di aver imparato la ricetta da sua nonna: durante le prime nebbie autunnali preparavano il fujot di terracotta che manteneva la salsa calda al centro del tavolo, mentre le chiacchiere si mescolavano al vapore dei cardi appena tuffati.

Nel quartiere Vanchiglia c’è un ristorante che propone la bagna cauda solo due mesi l’anno. Il proprietario, con un sorriso furbo, dice che è il piatto a decidere quando vuole comparire: «La bagna cauda è come un ospite importante, arriva quando è il momento giusto». La loro versione è celebre per il profumo intenso e per le verdure che cambiano ogni settimana, a seconda del raccolto che arriva dai piccoli produttori della collina torinese.

Anche alcune trattorie storiche della zona di San Salvario mantengono viva la tradizione delle serate dedicate, in cui la bagna cauda diventa un pretesto per stare insieme. Un cameriere racconta che una volta un gruppo di amici napoletani, alla loro prima esperienza, aveva ordinato due fujot “per assaggiare”. Dopo mezz’ora, conquistati dalla salsa fumante, ne avevano chiesti altri quattro, ridendo e domandandosi come avessero potuto vivere senza.

Le varianti che raccontano la città

Torino ha sempre avuto la capacità di integrare culture e influenze diverse, e questo vale anche per la bagna cauda. Alcuni ristoranti del centro propongono una versione “rossa”, arricchita con un pizzico di peperoncino. Altri preferiscono la variante “ricca”, con tartufo nero grattugiato sopra la salsa calda, un’idea nata pare in un locale vicino al Po, dove lo chef voleva proporre qualcosa che unisse la tradizione contadina alla raffinatezza sabauda.

La città ospita ogni anno anche cene collettive dedicate alla bagna cauda, momenti in cui il piatto diventa un racconto corale: torinesi di lungo corso, studenti fuori sede e curiosi provenienti da altre regioni si siedono allo stesso tavolo e condividono risate, mani unte e racconti che nascono spontanei.

Torino e la bagna cauda continuano così a camminare insieme: un piatto caldo, generoso, che non ha paura di essere intenso e che più di molti altri sa trasformare una cena in un’esperienza. Chi arriva in città e decide di provarla scopre presto che non si tratta solo di una salsa, ma di un rito, un modo tutto piemontese di stare a tavola e di raccontare la propria storia attraverso il cibo.

NOEMI GARIANO

Frutta che sembra frutta, ma è alta pasticceria: la nuova firma creativa della famiglia Urbani

/

SCOPRI -To ALLA SCOPERTA DI TORINO

Al ristorante Urbani, a Torino, ogni dettaglio è parte di un racconto. L’accoglienza, la tavola, la cura degli ambienti: tutto parla di famiglia, di tradizione intrecciata a un gusto contemporaneo che non ha paura di evolvere. È la quarta generazione della famiglia Urbani a custodire questo luogo, guidando una visione che non riguarda solo il mangiare bene, ma l’esperienza nella sua interezza.
La zia Emanuela, con la sua sensibilità estetica e il suo sguardo poetico, ha trasformato gli spazi del ristorante in un piccolo mondo a sé: un bosco luminoso, una casa sospesa tra Piemonte e Parigi, tra memoria e immaginazione.
Ed è proprio all’interno di questo mondo che nasce la nuova pasticceria delle “frutte”, un progetto che porta la firma di Marco Matera Urbani, fratello di Paolo, che con dedizione e pazienza ha studiato, provato, sperimentato finché quelle forme, quelle consistenze, quella bellezza non sono diventate realtà. Un lavoro che non è solo tecnica, ma emozione: Marco mette in questi dolci un desiderio semplice e profondo “fare qualcosa che faccia felici gli altri”.

Intervista a Paolo Matera Urbani

D: Partiamo dall’inizio. Com’è nato tutto?
R (Paolo Matera Urbani): Tutto nasce dal funghetto, che ormai è diventato un po’ il simbolo del ristorante. È nato quasi per gioco, ma è piaciuto subito. È composto da tre cioccolati, un beignet craquelin zuccherato sopra, crema gianduia dentro — che è proprio Torino — il gambo in cioccolato bianco e un crumble fondente alla base. Un dolce che racconta chi siamo: semplice, ma curato in ogni dettaglio. Da lì ci siamo detti: perché non inserire una pasticceria moderna, che dialoghi con la nostra identità?

D: E questa idea evolve nei frutti.
R: Esatto. Abbiamo guardato ai lavori di Cédric Grolet, che ha portato il trompe l’oeil in pasticceria ad altissimi livelli. Ma noi non volevamo copiarlo: volevamo interpretarlo. La frutta, per noi, è un simbolo semplice, quotidiano, ma potente. E ci piaceva l’idea di portare al tavolo qualcosa che stupisce all’occhio, ma poi riporta al gusto vero del frutto. Siamo stati i primi a Torino a ricreare questo tipo di pasticceria e a portarla nel mondo Urbani dove si abbina perfettamente con la nostra location che ricorda un bosco incantato.

D: Come sono costruiti i frutti?
R: Ogni frutto ha tre consistenze del frutto stesso all’interno.
Il guscio esterno è croccante, ottenuto con burro di cacao e cioccolato bianco. Abbinato all’inserto c’è una ganache montata, che cambia per ogni frutto, la pera è con vaniglia e gocce di cioccolato, la mela con cannella e un pan di spagna leggerissimo, per ricordare una torta di mele, il fico invece ha all’interno il caramello.
Ora stiamo lavorando alla castagna e alla nocciola, che dialogano molto bene con l’atmosfera del ristorante.

D: Quanto è importante per voi l’unicità di ciò che proponete?

R: È fondamentale: noi non vogliamo mille dolci anonimi, tutti uguali, “impacchettati” in carta. Ne vogliamo pochi. Pochi, ma perfetti. Vivi. Dolci che respirano il tempo, le stagioni, il bosco che si intravede dal ristorante.
È un lavoro lento e profondamente artigianale: ogni frutto è modellato a mano, uno per uno, come una piccola scultura golosa. E questi frutti non sono soltanto dolci: sono presenze. Si intrecciano con l’ambiente, con i legni, le foglie essiccate, i colori morbidi delle pareti e delle luci.
Il locale stesso, creato con un’attenzione amorevole e quasi fiabesca dalla zia, ricorda un bosco vivo. Non solo nelle forme, ma nello spirito. Ci sono oggetti che evocano radici, cortecce, licheni, piccole meraviglie trovate durante le passeggiate in montagna. Ogni elemento è scelto con cura, con memoria, con affetto.
Così i nostri frutti non “decorano” il ristorante: vi appartengono. Si fondono. Creano una magia silenziosa, quella sensazione di essere in un luogo dove il tempo rallenta, dove la natura non è imitata ma custodita.
Dove ogni dolce è un incontro. Un pezzo di bosco portato in tavola. Un gesto, non una produzione.D: Parliamo di tuo fratello Marco Matera Urbani, pasticcere e creatore di questi meravigliosi frutti.
R: Marco ha sempre avuto una sensibilità particolare. Non è solo un pasticcere: è uno che sente le cose. Ci mette tempo, pazienza, cura. Si emoziona quando qualcosa riesce. E si emoziona quando qualcuno lo apprezza.
Questi frutti sono la sua voce.
Per noi è bellissimo vedere che la cucina è diventata un modo per ritrovarci come famiglia.

D: E infatti tutto questo si ritroverà nell’evento del 15 novembre.

R: Sì, la Degustazione d’Autunno sarà il primo momento in cui racconteremo davvero questi dolci. Ci saranno quattro frutti d’autunno, un calice di prosecco, acqua, caffè, e la possibilità di visitare Maison Urbani, lo spazio creato da mia zia Emanuela. È un luogo piccolo, delicato, pieno di storia, quindi si entra solo su prenotazione, massimo 10-12 persone per volta.

D: Si potranno prendere da asporto i frutti?

R: Certo. Ci saranno box da due, tre o quattro, perfette anche come regalo. Molti li stanno già prenotando come si prenotano le torte delle occasioni. E questa è una cosa che ci emoziona.

Grazie Paolo!

Questi frutti non sono una moda. Sono un gesto d’amore. Nascono dalla mano di Marco, dal pensiero di Paolo, dallo sguardo di Emanuela e dalla storia della famiglia Urbani.
Sono il risultato di tempo, di ascolto, di rispetto e in fondo, è questo che accade quando la pasticceria smette di essere tecnica e diventa racconto, si resta con qualcosa addosso, non solo il sapore, ma la sensazione di essere stati accolti.

NOEMI GARIANO

Le radici di Torino: le famiglie che hanno fatto la città

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino è una città che non si racconta in fretta. Sotto la superficie elegante dei suoi portici, tra i palazzi severi e i caffè storici, scorre una linfa fatta di industria, arte e ambizione. È una città che deve molto non solo ai suoi re e ai suoi architetti, ma anche a un pugno di famiglie che, con visioni diverse ma complementari, hanno contribuito a modellarne l’identità. Gli Agnelli, i Lavazza, i Pininfarina, i Ferrero: nomi che ormai si pronunciano come simboli, ma che nascono da storie di coraggio e di lungimiranza.

Gli Agnelli: Torino e l’Italia sull’asfalto

La storia degli Agnelli è inseparabile da quella della Fiat, e dunque da quella dell’Italia del Novecento. Giovanni Agnelli, il fondatore, vide nell’automobile non solo un mezzo di trasporto, ma una promessa di modernità. A Mirafiori, più che una fabbrica, nacque un simbolo. Le catene di montaggio della Fiat scandirono per decenni il ritmo della città: le sirene che annunciavano i turni, le file di operai, la folla che ogni mattina si riversava verso il lavoro. Ma gli Agnelli non hanno soltanto costruito macchine: hanno costruito un immaginario, una certa idea di eleganza, di discrezione, di potere. Con Gianni Agnelli, “l’Avvocato”, Torino divenne il centro silenzioso di un’Italia che voleva essere moderna ma senza rinnegare il proprio stile.

Lavazza e il gusto dell’identità

Mentre la Fiat portava il nome di Torino nel mondo industriale, un’altra famiglia lo portava in quello del gusto. I Lavazza cominciarono nel 1895 con una piccola drogheria in via San Tommaso. Oggi il loro nome è sinonimo di caffè italiano nel mondo. Ma dietro quella tazzina ci sono decenni di sperimentazioni, campagne pubblicitarie visionarie, una cura maniacale per la qualità. Torino, con il suo gusto per le cose fatte bene e la sua discrezione sabauda, trovò nei Lavazza un riflesso perfetto. Non è un caso che ancora oggi la città sembri avere un legame quasi affettivo con il marchio, come se quel caffè fosse parte della sua identità più profonda.PININFARINA

Pininfarina e Ferrero: il design e la dolcezza

Poi ci sono i Pininfarina, artigiani del sogno e del metallo. Le loro linee hanno vestito Ferrari, Maserati, Alfa Romeo. Torino, con la sua vocazione ingegneristica e il suo gusto per l’armonia, non poteva non generare un simile laboratorio di bellezza. Il design, per i Pininfarina, non è mai stato solo estetica: è stato un linguaggio. Ogni curva racconta un’idea di eleganza italiana, misurata ma riconoscibile ovunque.

E infine i Ferrero, che pur nati ad Alba, hanno sempre avuto un legame profondo con il Piemonte e con Torino. Nel dopoguerra, quando l’Italia cercava di rialzarsi, la famiglia Ferrero trovò nella semplicità e nella dolcezza una via per ripartire. La Nutella, oggi simbolo globale, nacque in un contesto di scarsità: la genialità stava nel trasformare il poco in qualcosa di straordinario. È una lezione torinese, in fondo: eleganza nella misura, forza nella sobrietà.

I Biscaretti di Ruffia: la memoria su quattro ruote

Tra le famiglie meno ricordate ma fondamentali per l’anima culturale della città, ci sono i Biscaretti di Ruffia. Carlo Biscaretti, figlio di un senatore del Regno, fu tra i pionieri dell’automobile in Italia e uno dei primi a capire che l’automobile non era solo un mezzo, ma un simbolo di progresso. La sua passione lo portò a fondare il Museo dell’Automobile, che oggi porta il suo nome, un luogo dove la storia industriale di Torino si fa racconto visivo e sensoriale. È grazie a figure come lui che la città ha conservato la memoria della propria evoluzione, trasformando la tecnologia in cultura.

Una città che vive delle sue famiglie

Torino non sarebbe la stessa senza queste dinastie. Hanno influenzato la sua economia, ma anche il suo modo di pensarsi. Una città che tende a nascondere più che a esibire, che lavora nel silenzio e solo dopo mostra i risultati. Oggi, in un tempo in cui tutto sembra muoversi più veloce, le famiglie storiche torinesi restano come colonne silenziose di un tempio che resiste ai cambiamenti.

Torino continua a guardare avanti, ma con un occhio sempre rivolto a ciò che l’ha resa unica: la sua capacità di far convivere industria e poesia, razionalità e sogno, metallo e caffè, auto e cioccolato. È una città che non si lascia mai leggere tutta d’un fiato. E forse è proprio questo il suo segreto più affascinante.

Noemi gariano

Sotto la Mole: la Torino segreta che non tutti conoscono

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino è una città che si concede lentamente, come se custodisse gelosamente la propria anima dietro una facciata di eleganza discreta. Chi la osserva solo in superficie ne coglie l’ordine sabaudo, i portici, la monumentalità della Mole Antonelliana. Ma basta deviare di poco dai percorsi turistici per accorgersi che esiste un’altra Torino, fatta di sotterranei, passaggi dimenticati e leggende che si intrecciano alla quotidianità. È la Torino segreta, quella che vive sotto la Mole e che continua a esercitare un fascino silenzioso e persistente.
.
Le gallerie sotto la città
Pochi sanno che sotto le vie del centro storico corre una rete di gallerie e cunicoli che risalgono all’epoca barocca. Scavati a partire dal Seicento per motivi militari, questi passaggi collegavano le caserme e le fortificazioni che circondavano la città. Oggi alcuni tratti sono visitabili e offrono una prospettiva del tutto diversa: una Torino sotterranea, dove l’umidità delle pareti e il profumo della terra raccontano storie di soldati, di fughe e di segreti.
Le visite guidate, organizzate da associazioni locali, conducono i visitatori attraverso percorsi che alternano storia e suggestione. Si entra da una botola anonima e ci si ritrova immersi in un silenzio antico, lontano dal traffico e dalle luci. È un viaggio nel tempo, ma anche una metafora perfetta della città stessa: un luogo che conserva sotto la superficie i segni di ciò che è stata, e che non ha mai smesso di trasformarsi.
Alcuni dei cunicoli più antichi si trovano nei pressi di Palazzo Madama e del Mastio della Cittadella, dove secondo alcune cronache si rifugiarono i soldati durante l’assedio del 1706. Lì la storia ha lasciato impronte visibili: graffi sui mattoni, incisioni, simboli che testimoniano un passato di resistenza e di ingegno militare.
.
Tra esoterismo e curiosità
Torino è da sempre considerata una delle capitali mondiali dell’esoterismo. La leggenda vuole che la città sia uno dei vertici sia del triangolo della magia bianca, insieme a Lione e Praga, sia di quello della magia nera, con Londra e San Francisco. Un doppio volto che ha alimentato racconti, superstizioni e curiosità.
Passeggiando per Piazza Statuto, ad esempio, si incontra la statua dell’“Angelo caduto”, un monumento dedicato ai caduti del Frejus ma che molti torinesi identificano con Lucifero stesso. Il punto, dicono, coincide con il “cuore oscuro” della città, dove si concentrerebbero energie negative. All’opposto, in Piazza Castello e lungo Via Garibaldi, si troverebbero invece i luoghi della “magia bianca”, custodi di armonia e protezione.
Al di là delle credenze, resta il dato più affascinante: Torino ha sempre convissuto con il mistero senza mai farsene travolgere. Forse è proprio questo equilibrio tra razionalità e simbolismo, tra fede e leggenda, a renderla così unica nel panorama europeo. Non a caso, la città è stata spesso scelta come ambientazione per film e romanzi noir, dove le sue luci e le sue ombre diventano parte della narrazione. Camminare di notte per le vie del Quadrilatero Romano, tra i lampioni fiocamente illuminati e i palazzi barocchi, significa immergersi in una scenografia che sembra costruita per il racconto del mistero.
.
Cortili nascosti e memorie quotidiane
Ma la Torino segreta non è fatta solo di mistero. È anche quella che si nasconde dietro i portoni dei palazzi ottocenteschi, dove cortili interni e scalinate in pietra raccontano un passato domestico e borghese. In via Po, in via della Consolata, o nei vicoli di Vanchiglia, capita spesso di intravedere, tra un portone socchiuso e l’altro, piccoli giardini nascosti, fontane, vecchie botteghe artigiane sopravvissute al tempo.
Sono luoghi che non finiscono mai sulle guide turistiche, ma che custodiscono il ritmo autentico della città. È lì che il torinese autentico beve il caffè, scambia due parole con il vicino o si ferma a leggere il giornale seduto su una panchina. È una quotidianità che resiste, anche in un contesto sempre più internazionale, e che rappresenta forse la vera anima di Torino: quella di una città che sa rinnovarsi senza perdere il contatto con le proprie radici.
Chi arriva da fuori spesso rimane colpito dal contrasto tra la compostezza delle facciate e la vivacità che si scopre all’interno. È una caratteristica che i torinesi portano anche nel carattere: riservati all’apparenza, ma capaci di grande accoglienza una volta varcata la soglia.
Oggi, mentre Torino si presenta come città dell’innovazione e del design, la sua identità profonda rimane legata proprio a questa duplicità. Da un lato la modernità delle architetture post-industriali, dall’altro la memoria silenziosa dei cortili, delle strade acciottolate, dei racconti tramandati di generazione in generazione. È un equilibrio fragile ma vitale, che contribuisce a rendere Torino diversa da qualsiasi altra città italiana: più riservata, forse, ma anche più autentica.
Sotto la Mole, insomma, non c’è solo la storia dei re e delle fabbriche, ma un intreccio di luoghi e voci che continuano a parlare a chi sa ascoltare. Una città che si lascia scoprire piano, con la stessa eleganza con cui nasconde i suoi segreti.
.
NOEMI GARIANO

Cabaret, la pasticceria torinese dove dolce e salato diventano spettacolo

/
SCOPRI – TO  ALLA SCOPERTA DI TORINO
Un laboratorio a vista che profuma di autenticità
In pieno centro a Torino, tra le vie che mescolano eleganza sabauda e vita di quartiere, c’è un luogo che ha già conquistato i palati e la curiosità dei passanti: la pasticceria Cabaret.
A renderla speciale non sono solo le creazioni che escono dal suo forno, ma il fatto che tutto nasce davanti agli occhi dei clienti. Il laboratorio a vista è infatti il cuore pulsante del locale, dove Anthony, il pasticcere, crea e farcisce al momento croissant e dolci che sembrano piccoli gioielli.
Osservare il movimento delle mani di Anthony mentre spalma la crema o decora una torta è quasi un rito: un gesto semplice che diventa spettacolo, trasmettendo quell’autenticità che oggi si cerca sempre più spesso nei luoghi di gusto.
Dolci che raccontano una storia
Il banco del Cabaret è una vetrina colorata che racconta, con i suoi profumi e le sue forme, la tradizione e l’innovazione. Ci sono i tiramisù in tazzina, delicati e intensi allo stesso tempo; la torta Linzer con confettura e frutti di bosco, che riporta a suggestioni mitteleuropee; e la torta Cabaret, un omaggio alla casa, che ha già i suoi estimatori affezionati.
Tra le proposte che attirano gli sguardi ci sono anche la torta pere e cioccolato, i soffici maritozzi panna e crema, i baci della riviera, la torta carota e mandorle, le immancabili melighe e i garibaldini, biscotti di memoria antica che profumano di Piemonte.
Non mancano le crostatine assortite, le torte alla crema gianduia o con confetture varie, senza dimenticare la torta mele e cannella, un classico rassicurante che sa di casa.
Per gli appassionati dei piccoli piaceri, ci sono anche i biscotti di mais e arachidi, mais e cacao, e i cantuccini alle nocciole, da gustare insieme a un bicchiere di vino moscato.
Il lato salato di Cabaret
Cabaret non è soltanto dolci: il locale si distingue anche per una proposta salata curata e mai banale. Le quiche sono diventate un vero e proprio simbolo: c’è quella alla zucca e amaretto, che unisce delicatezza e carattere, quella alle verze e patate, che profuma di ricette casalinghe, e la quiche ai funghi, dal sapore più intenso.
Non mancano i classici come i toast, i croissant salati e una formula pranzo che sta conquistando una clientela sempre più variegata.
Dal lunedì al venerdì, infatti, Cabaret propone soluzioni veloci ma complete: quiche, contorni, un dolce o un maritozzo, senza dimenticare il caffè e il piacere di un piccolo bignè chantilly. Un modo per concedersi una pausa dal lavoro che non è solo nutrimento, ma anche coccola.
Un ambiente familiare con un’anima rustica
A rendere Cabaret unico non è solo il laboratorio a vista, ma anche l’atmosfera che si respira entrando. Un arredamento caldo, con tocchi rustici e accoglienti, fa da cornice alle giornate di chi si ferma per una colazione, una merenda o un pranzo veloce.
Non è raro vedere clienti che si trattengono a lungo, attratti dal clima conviviale e da un servizio attento.
Accanto ad Anthony lavora una piccola squadra affiatata: Chiara, aiuto pasticcere, lo affianca nella creazione delle specialità, mentre Fernanda, Bintu, Ida e Laura si occupano della caffetteria, portando sorrisi e professionalità. È questa dimensione corale, fatta di mani e volti diversi, a rendere il Cabaret non solo una pasticceria, ma un luogo di incontro e socialità.
Cabaret, un angolo di Torino da scoprire
In una città che ama i suoi caffè storici e i locali eleganti, Cabaret si inserisce con una personalità precisa: quella di chi vuole proporre qualità senza formalismi, con un’attenzione sincera alle persone e ai loro gusti.
Qui si viene per la colazione del mattino, per la pausa pranzo o per un dolce dopo cena, ma soprattutto per respirare un’atmosfera autentica, fatta di profumi, chiacchiere e gesti quotidiani che sanno trasformarsi in ricordi.
Cabaret non è solo una pasticceria: è un piccolo teatro di sapori e umanità, dove il protagonista sei sempre tu, che scegli di fermarti per lasciarti conquistare da un sorriso e da una fetta di torta.
Un quartiere che invita a fermarsi
La posizione del Cabaret non è casuale: si trova in una zona di Torino molto amata dai torinesi, che qui passeggiano tra negozi, mercati e scorci storici. È un quartiere dove si respira ancora l’atmosfera autentica della città, con il suo mix di tradizione e vitalità moderna.
Fermarsi al Cabaret diventa così parte di un rito quotidiano: una pausa che accompagna le chiacchiere del mattino, gli incontri di lavoro o le merende dei pomeriggi autunnali. Ed è forse proprio questa dimensione di familiarità, intrecciata con la qualità delle proposte, a spiegare perché chi ci entra una volta finisce sempre per tornare.
Noemi Gariano

Torino: capitale del Barocco tra palazzi, chiese e monumenti

/

Scopri – To      Alla scoperta di Torino

.
Torino è una città che incanta con il suo fascino elegante e la sua ricca eredità artistica. Tra le epoche che hanno definito il suo volto, il Barocco occupa un posto speciale, trasformando la capitale sabauda in un teatro di grandiosità e bellezza. Questa corrente artistica, sviluppatasi tra il XVII e il XVIII secolo, ha influenzato profondamente la città, sia dal punto di vista urbanistico che architettonico, grazie al lavoro di grandi maestri come Guarino Guarini e Filippo Juvarra. Torino, infatti, è un museo a cielo aperto, dove i palazzi, le chiese e i monumenti narrano una storia di potere, fede e splendore artistico.
PALAZZI BAROCCHI: la Torino nobiliare.
I palazzi nobiliari di Torino sono tra i migliori esempi dell’architettura barocca in Italia. Camminando lungo le vie del centro, come Via Po o Via Garibaldi, è possibile ammirare eleganti facciate, portoni monumentali e cortili interni decorati con statue e fontane. Tra i più celebri spicca PALAZZO CARIGNANO, una delle opere più iconiche di Guarino Guarini. Costruito nel 1679, il palazzo si distingue per la sua facciata ondulata in mattoni rossi, un esempio di come il Barocco giochi con forme e volumi per creare un effetto dinamico. Oggi, Palazzo Carignano ospita il Museo Nazionale del Risorgimento, ma un tempo fu sede del primo Parlamento italiano.
Un altro gioiello barocco è PALAZZO BIRAGO DI BORGARO, progettato da Filippo Juvarra. Situato in Via Carlo Alberto, questo palazzo è un esempio di raffinatezza e funzionalità, con interni decorati da affreschi e stucchi che riflettono il gusto della nobiltà torinese dell’epoca. PALAZZO GRANERI DELLA ROCCIA, invece, è famoso non solo per la sua architettura ma anche per aver ospitato eventi culturali e letterari che hanno segnato la vita intellettuale della città.
PALAZZO MADAMA: un viaggio attraverso i secoli; si erge nel cuore di Piazza Castello, è un edificio che racconta la storia di Torino come nessun altro. Nato come Porta Romana, il palazzo è stato trasformato nei secoli fino a diventare una delle residenze preferite delle “Madame Reali”, le potenti reggenti sabaude. La sua trasformazione barocca è opera di Filippo Juvarra, che progettò la monumentale facciata in marmo. Con le sue colonne corinzie, i timpani e le ampie finestre, Juvarra riuscì a creare un’opera che combina eleganza e maestosità. Oggi, il palazzo ospita il Museo Civico d’Arte Antica, un luogo dove storia e arte si incontrano in un percorso che va dal Medioevo al Settecento.
.
CHIESE BAROCCHE: la fede diventa spettacolo.
Le chiese barocche di Torino sono capolavori che uniscono devozione e creatività architettonica. La CHIESA DI SAN LORENZO, progettata da Guarino Guarini, è un esempio straordinario di come il Barocco utilizzi la luce e la geometria per creare un’esperienza spirituale unica. L’interno, con la sua cupola complessa e luminosa, sembra dissolversi in un intreccio di archi e aperture, invitando il fedele a guardare verso il cielo.
Un’altra meraviglia è la CHIESA DEI SANTI MARTIRI, situata in Via Garibaldi. Costruita dai Gesuiti, questa chiesa è famosa per i suoi ricchi interni, decorati con marmi policromi, affreschi e stucchi dorati. La CHIESA DELLA CONSOLATA, invece, è un esempio di come il Barocco sia stato utilizzato per rinnovare edifici più antichi. Il santuario, dedicato alla Madonna Consolata, è un luogo di grande devozione popolare, ma anche un capolavoro architettonico, grazie all’intervento di Guarini e Juvarra.
LA BASILICA DI SUPERGA, tra cielo e terra,
è uno dei simboli più riconoscibili di Torino. Situata su una collina che domina la città, la basilica fu progettata da Filippo Juvarra per celebrare la vittoria di Torino sull’assedio francese del 1706. La sua posizione panoramica, combinata con l’imponenza della struttura, rende Superga un luogo unico, dove arte e natura si incontrano. All’interno si trovano le tombe della Famiglia Reale dei Savoia, mentre il piazzale offre una vista mozzafiato dalle Alpi alla città sottostante.
LA REGGIA DI VENARIA è la Versailles piemontese; un altro capolavoro barocco, una delle residenze sabaude più grandiose. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, la reggia è un esempio perfetto di come il Barocco sia stato utilizzato per glorificare il potere regale. I suoi giardini, la Galleria di Diana e la Cappella di Sant’Uberto sono solo alcune delle meraviglie che attendono i visitatori. Restaurata negli ultimi decenni, la reggia è oggi uno spazio culturale dinamico, che ospita mostre ed eventi internazionali.
.
IL BAROCCO NEL TESSUTO URBANO tra piazze e portici.
Il Barocco non si limita ai palazzi e alle chiese, ma definisce anche l’urbanistica di Torino. Le piazze principali, come PIAZZA SAN CARLO, sono esempi di come lo spazio pubblico possa essere trasformato in un luogo di bellezza e armonia. I PORTICI, che si estendono per chilometri, sono un’altra caratteristica unica della città, offrendo riparo e un senso di continuità tra gli edifici.
.
TORINO, un patrimonio da vivere, non solo  una città da visitare, ogni strada, ogni palazzo e ogni chiesa raccontano una storia di grandezza e innovazione. Il Barocco, con la sua capacità di sorprendere e affascinare, è parte integrante dell’identità di Torino, una città che continua a incantare chiunque la scopra.
.
NOEMI GARIANO