Il Centro Pannunzio inaugura il suo 2026 con la presentazione in anteprima del libro
Nella serata di giovedì 15 gennaio, presso il grattacielo di Città metropolitana, in corso Inghilterra 7, a Torino, Il Centro Pannunzio ha inaugurato la sua attività del 2026 presentando in anteprima il nuovo libro di Giordano Bruno Guerri, storico e Presidente del Comitato scientifico del Centro, intitolato “Audacia, Ribellione, Velocità – vite strabilianti dei futuristi italiani” (Rizzoli).
In una sala conferenze gremita di pubblico, il Prof. Pier Franco Quaglieni ha dato il via alla conferenza ricordando Giovanna Bussi Passaggio e l’importanza di un intellettuale come Giordano Bruno Guerri con queste parole:
“Desidero aprire questo 2026 nel ricordo di una nostra grande consocia che fu Vicepresidente del Centro Pannunzio, Giovanna Bussi Passaggio. Una persona indimenticabile per tutto ciò che ha fatto con coerenza, che ha avuto ancora la forza di rinnovare la sua iscrizione nel settembre scorso per l’ultima volta, già gravemente ammalata e consapevole che non avrebbe visto il nuovo anno. Lei ha rappresentato l’esempio e il senso dell’essere pannunziani, da portare sempre nel cuore”.
“Giordano Bruno Guerri si presenta da sé – ha continuato il Prof Quaglieni, entrando nel vivo dell’incontro – una grande presenza nel mondo della cultura, dell’editoria, della storiografia e anche, se mi permettete, della simpatia. Giordano Bruno Guerri ha poco da condividere con quegli intellettuali che troppo spesso cadono nel peccato della vanità e nei limiti del dogma. Lui è tutto l’opposto, è un uomo mite, razionale, capace di condurre una riflessione serena anche sul passato più controverso e dibattuto. Egli rappresenta la capacità del dissenso, di saper vedere le cose da diversi angoli di visuale, tutte caratteristiche dell’uomo di cultura quando si libera dagli imprimatur delle ideologie arroganti. Vorrei chiudere questa breve introduzione rivolgendo il pensiero a chi in Iran muore per la libertà, e noi dobbiamo stare da quella parte. La libertà è il valore grande, supremo. Grazie, Giordano Bruno, di essere questa sera con noi al Centro Pannunzio”.
“Ringrazio il Prof. Quaglieni per questa bellissima introduzione, che mi onora – ha dichiarato Giordano Bruno Guerri – a proposito del Futurismo, tema del mio nuovo libro, voglio dire che già nel 2009 pubblicai una biografia di Marinetti, che verrà riproposta nel marzo prossimo dalla Bur, perché era il centenario della nascita del Futurismo, ed ero sicuro che sarebbe andato incontro a una celebrazione dopo tanti anni di dimenticanza, ma che si sarebbe anche cercato di mettere Marinetti ‘sotto il tappeto’. Un controsenso, dato che il Futurismo nacque dalla mente di Marinetti, che partorì questa idea strepitosa del più grande movimento culturale italiano dopo il Rinascimento. Un movimento che abbracciò tutto lo scibile umano, e che immediatamente si diffuse in tutto il mondo, contribuendo in gran parte a generare tutte le avanguardie successive. Forse, senza il Futurismo, non avremmo avuto la banana di Cattelan appesa al muro, che non è per forza una cosa bellissima, ma è l’espressione di libertà artistica, di indipendenza e di provocazione di cui è necessario parlare. Ho cercato così di valorizzare Marinetti, definendolo ‘genio’, espressione che mi costò qualche rimprovero da quella parte della cultura che già nell’epoca postbellica aveva fatto sì che il Futurismo venisse censurato ideologicamente e legato al Fascismo”.
“Marinetti, è vero, ebbe rapporti con il Fascismo, ma il suo era un sentimento non tanto legato al concetto di quest’ultimo quanto all’idea di patria. Lui, come molti italiani del tempo, aveva un concetto di patria superlativo, tanto da fargli affermare ‘la parola patria deve prevalere sulla parola libertà’. Io non lo credo, la parola libertà deve essere amata più della patria, che non va, quest’ultima, amata comunque se non sussistono condizioni di libertà. Questo fatto ha certamente compromesso la sua vita e il suo ricordo, tanto è vero che nelle scuole, per molti anni dopo la guerra, tutto il movimento futurista divenne un’entità innominabile, nemmeno oggetto di studio, ma è bene stare attenti al giudicare il passato con gli occhi del presente, poiché spesso si cade in errore. Marinetti fu in qualche modo il punto di congiunzione fra il Fascismo e il Futurismo: il manifesto di San Sepolcro del 1919, atto fondativo del Fascismo, è in gran parte ispirato al manifesto politico futurista dell’anno prima, e sono entrambi manifesti rivoluzionari. Quando Mussolini, per riguadagnare consenso, decise di spostare il Fascismo verso destra, aprendo così alla monarchia, al militarismo, al capitalismo e al Vaticano, avvenne la rottura con il movimento futurista, e con Marinetti in particolare, che se ne discostò, per poi riavvicinarsi nel momento più complicato, dopo l’omicidio Matteotti, quando si rese necessario sostenere quel sentimento patriottico che del Fascismo faceva parte. Da allora convissero con un equivoco, ovvero con il desiderio, da parte di Marinetti, di far diventare futurista il fascismo, e dall’altra parte Mussolini, che voleva un Futurismo fascista. Naturalmente vinse il potere di Mussolini, che si servì del Futurismo come base culturale, almeno in parte, dato che gran parte del nucleo della politica ideologico fascista era gentiliana, che Marinetti detestava”.
“Detto questo – conclude Giordano Bruno Guerri – Marinetti è veramente un genio a cui dobbiamo la massima gratitudine per quello che ha creato, e che oggi rimane a tutto il mondo. Un movimento, quello di Marinetti, che con intuizioni e velocità straordinarie riuscì a prevedere molte delle cose che oggi caratterizzano la nostra quotidianità: l’intelligenza artificiale, per esempio, oppure l’utilizzo dell’emoticon per descrivere l’emozione. Avevano già pensato ciò che siamo oggi, come singoli e come società”.
“Ogni avanguardia è tale quando, mentre uccide, prepara una nuova vita, demolendo insieme al passato il presente”. Vale per ogni avanguardia, e non può non valere più forte per l’avanguardia delle avanguardie. Fedele a questa definizione, Giordano Bruno Guerri ricostruisce l’esplosione e la dinamica di quel cataclisma totale – artistico, politico, di costume – che fu il Futurismo, la più importante creazione culturale italiana dopo il Rinascimento. Lo fa partendo dal contesto, dall’Italia e dall’Europa di inizio Novecento, dal passato che i futuristi sentivano come gabbia e fardello, dal genio rivoluzionario del fondatore, Filippo Tommaso Marinetti, che raccolse attorno a sé e al suo Manifesto del 1909 le energie più vivaci dell’epoca, in Italia e nel mondo. Così, in una istantanea di gruppo degli uomini e delle donne (già, l’altra metà del Futurismo) che lo seguirono, Guerri ripercorre la cangiante traiettoria umana e artistica di Boccioni, Prampolini, Balla, Depero, Benedetta Cappa Marinetti, Valentine de Saint-Point, solo per citarne alcuni, e ricostruisce il rapporto del movimento con la guerra e le donne, diverso in entrambi i casi da come comunemente si crede, l’innamoramento per la modernità, l’indole ribelle e guascona, l’adesione compatta al mito della velocità. E il legame con il fascismo, l’ambizione di rendere futurista la rivoluzione mussoliniana, ambizione destinata a fallire e a ipotecare il giudizio storico sull’avanguardia creata da Marinetti. Eppure, il futurismo riuscì a impedire che anche il regime si appiattisse nella condanna dell’arte moderna – “degenerata” – come accadde nella Germania di Hitler e nell’Unione Sovietica di Stalin. E oggi l’eredità del Futurismo sopravvive nelle avanguardie, nelle invenzioni più contemporanee, da Internet all’Intelligenza Artificiale, nei costumi che i futuristi preconizzarono, nel modo di guardare, intendere, vivere e sopravvivere al progresso. Un libro di storia e di storie, in cui Guerri unisce la perizia del biografo e la brillantezza del narratore allo sguardo del commentatore attento, per stabilire – tra foto inedite dei protagonisti, manifesti, opere d’arte e idee di propaganda – cosa è stato il Futurismo nelle vite dei suoi interpreti, e cosa c’è del Futurismo nelle nostre (decisamente più noiose).
Mara Martellotta
Alla forza e alle sue ipotetiche ragioni, a volte, si deve rispondere con la forza. E’ una verità scomoda, dolorosa, difficile da dire, ma la verità è questa. Di fronte alla rivolta eroica del popolo iraniano repressa nel sangue dal regime teocratico islamico, è necessario un tempestivo ed autentico sostegno e non una semplice solidarietà verbale che non serve a nulla . La grande lezione del realismo politico deve prevalere sulle utopie velleitarie. Le idee dell’esimio prof. Zagrebelski che afferma, distorcendo Machiavelli, che il realismo sarebbe un disarmo etico, finiscono di essere un sostegno, magari involontario, ad un disarmo politico del tutto incapace di consentirci di fare i conti con le forze in giuoco. Sono gli inermi iraniani che vanno difesi senza ambiguità non gli
Ho ritrovato nei miei archivi una fotografia del 1964 del Duca Amedeo di Savoia, nipote dell’eroe dell’Amba Alagi e nipote di Umberto II che fu suo testimone di notte a Cintra in quello stesso anno. Amedeo, allievo del Collegio militare del Morosini di Venezia si firmava Amedeo di Savoia, una firma che deve far pensare a certi cortigiani odierni. Con Amedeo ci fu un rapporto cordiale. Eravamo stati ambedue allievi convittori all’Istituto Filippin di Paderno del Grappa gestito dai Fratelli delle scuole cristiane. Mi parlò di lui Carlo Delcroix che era amico dello zio del principe morto in prigionia a Nairobi nel 1942 e io, quando Domenico Giglio mi invitò a Roma a ricordare Delcroix, feci ascoltare il suo discorso a Vicenza del 1960 alla presenza del giovanissimo principe. Lo invitai anche a Palazzo Cisterna a Torino insieme a persona sgradita e inopportuna che impedì tra noi la ripresa di un vecchio rapporto. Era in lui che Umberto II riponeva la sua fiducia e la sua speranza. Amedeo incarnava la serietà della stirpe, la sua dignità, la sua continuità storica. Metterò in cornice la fotografia di Amedeo e la collocherò nel mio studio privato. Mi hanno “radiato“ mesi fa, in realtà cacciato, dall’ Ordine cavalleresco Mauriziano perché avevo apprezzato un’intervista del “Corriere “al principe Aimone figlio di Amedeo .Non mi colpì la decisione (non ho mai ambito a titoli anche perché sono insignito della più alta onorificenza dello Stato italiano) ma mi offese il modo grossolano, da fureria di caserma ,di considerare un delitto di opinione poche righe di una rubrica sul “Torinese” che tengo da oltre cinque anni.Un vero attentato alla mia libertà di giornalista iscritto all’Ordine dal 1968. Adesso mi terrà compagnia questo principe marinaio destinato a morire giovane, dopo un intervento chirurgico, nel quale si trovavano riunite le migliori qualità dei Savoia e della loro storia. Lo zio Amedeo rimase, malato, in Africa, per non lasciare i suoi soldati fatti prigionieri sull’ Amba, difesa con eroismo, della cui gloria militare e pietà cristiana scrissero Delcroix e il poeta Nino Costa e sul quale Gianni Oliva ha tracciato una lucida biografia che fa risaltare chi furono gli Aosta nella storia d’Italia.












Non si è arrivati ancora ai jeans del Regio di Torino dove si protestava per i funerali solenni di Berlusconi, ma basta attendere e ci arriveremo anche a Venezia. Ci sono luoghi che non possono essere lambiti dalla casualità del vestire. La musica proposta a Vienna resta la più adatta al Capodanno, mentre quella della Fenice è meno conforme alla festività: un Mascagni accompagnato da un balletto in mutande è il punto più basso a cui si è giunti. Per equilibrare la delusione, se fossi stato a Venezia, sarei andato a cenare al “ Bacareto“, vicinissimo alla “Fenice”, che non tradisce mai e non impone dress code. Io il 31 dicembre sono andato ad un ottimo cenone in un rinomato ristorante di Alassio dove il Sindaco ha organizzato un Capodanno con i fiocchi. Ho notato tra gli avventori molti senza cravatta e con pullover, mentre le signore erano eleganti. Due erano in jeans e maglietta. Solo il commendator Gravellone, grande impresario del Ponente e chi scrive avevano un abito scuro come sarebbe d’obbligo, dress code a parte. Vestirsi in modo elegante a Capodanno è infatti anche un piacere che è andato quasi totalmente perduto. Peccato. Io ricordo un grande e storico hotel di San Remo che imponeva ai clienti la giacca per entrare al ristorante anche in piena estate; nessuno, allora, aveva l’ardire di presentarsi in modo non conforme a quella che era considerata semplice educazione. Il 31 dicembre Gravellone ed io con il nostro gessato ci siamo sentiti fuori posto.

Chi appartiene alla mia generazione non può non sentire una seduzione speciale, direi unica, per Brigitte Bardot che Mario Soldati mi fece conoscere a Cannes in occasione di un festival. La stessa Saint – Tropez mi ha sempre attratto molto perché attorno a quel luogo aleggiava il mito della Bardot. Quando ci andai in vacanza in uno dei migliori hotel fui deluso perché ciò che rappresentava la Bardot si riduceva ad una borsa di lusso. La spiaggia dell’hotel, lungi dal far pensare a BB era piena di vecchie signore, alcune in topless, che l’età sconsigliava: un qualcosa di decadente e di brutto che metteva tristezza. La Bardot l’aveva ben capito che l’amore, il sesso sfrenato, la frenesia dell’estate e del mare appartenevano solo ai giovani, come in Boccaccio. Infatti si era ritirata presto dal cinema dedicandosi all’impegno generoso a favore degli animali, tema del tutto trascurato, che mostrava la sua sensibilità di donna.