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Susa si mobilita per contestare il libro di Culicchia

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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La presentazione a Susa del libro sul giovane missino Ramelli massacrato di botte che gli hanno procurato la morte, ha suscitato polemiche aspre e presidi antifascisti che hanno portato la polizia a presidiare, a sua volta, la biblioteca di Susa. Forse è stato un misto di antifascismo e di No Tav a creare la miscela della intolleranza. Culicchia non è certo un autore con simpatie fasciste; ha scritto anche  l’esaltazione del cugino brigatista rosso  Walter Alasia pluriomicida. Adesso racconta la storia Ramelli vittima della furia degli anni di piombo e dell’odio politico, quando si riteneva che uccidere un fascista non fosse reato. Non so se Culicchia abbia saputo storicizzare quell’evento drammatico, ma non credo che il suo libro sia meramente apologetico. La mobilitazione a Susa appare del tutto immotivata. Forse Culicchia non doveva farsi presentare dall’assessore della destra radicale Marrone, ma scegliere uno storico o almeno un giornalista con cui interloquire.  Che la presentazione si sia svolta perché la polizia lo ha consentito, è un fatto che induce alla tristezza perché il clima politico  sta precipitando nell’estremismo illiberale che non ammette il pluralismo delle idee. In realtà la mancanza di pluralismo, specie su fatti legati al passato, fa pensare al fascismo, non all’antifascismo. La figura di Ramelli va rispettata da tutti perché è stato vittima della violenza. Chi la pensa in modo diverso, recupera visioni politiche nefaste che speravamo fossero solo il ricordo di un passato da guerra civile che faticosamente venne superato.

Quaglieni: “Anni luce distante dall’imam, ma non basta un’interrogazione per cacciarlo”

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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Che basti un’interrogazione parlamentare a per cacciare l’Imam di via Saluzzo a Torino dove abita da vent’anni, mi sembra sbagliato e intempestivo.
Che l’Iman abbia fatto in piazza una dichiarazione sbagliata e condannabile sul 7 ottobre non è sufficiente per costringerlo ad andarsene. In fondo è un reato di opinione espresso da tanti ProPal. Sono anni luce distante da chi in coro ha difeso l’Imam perché ne condivide le idee. Io mi tengo lontano dagli ambienti musulmani perché ritengo l’Islam in generale  spesso incompatibile con la nostra democrazia e ho dei forti dubbi sull’esistenza di un Islam moderato. Basti pensare al rapporto e alla violenza sulle donne. Ho scritto tra i primi sul pericolo che la vicenda di Gaza potesse generare un nuovo terrorismo in Europa perché Hamas è terrorismo e non potrà mai cambiare e arrendersi alla sconfitta. Il ministero dell’Interno deve agire, applicando le norme senza soggiacere ad un’interrogazione che ha una finalità evidentemente  propagandistica. Concordo sul fatto che il ministero dovrebbe dare esecuzione reale a tante espulsioni rimaste sulla carta.
L’Italia non può essere a priori  inclusiva ed accogliente per tutti, ma i reati di opinione detti su una piazza,  senza ricorso a nessuna violenza, non possono essere perseguiti secondo queste modalità. Considerare una colpa fare proselitismo ed essere un riferimento della proprietà comunità stravolge tutto e rivela intolleranze preoccupanti  vanno denunciate. Più calma e più decisione meditata  si impongono. Gli isterismi verbali di chi riduce tutto a propaganda, sono incompatibili con la democrazia liberale. Essi ci riconducono a Orban, modello di una democrazia limitata, sicuramente illiberale.

Il libro di Oliva tra brigantaggio e guerra civile

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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Pier Franco Quaglieni

Secondo lo storico Gianni Oliva, che è uno dei pochi studiosi non a priori  ideologicamente schierati , le rivolte e la repressione nel Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia rappresentarono la prima guerra civile italiana. Non so se la tesi sia totalmente condivisibile perché chi scrive resta fermo al magistero di Rosario Romeo che ebbe una visione diversa del problema del brigantaggio, del latifondo e della stessa questione meridionale -a partire dall’ episodio di Bronte  -perché vide nel Risorgimento e nell’ Unità d’Italia la prospettiva reale  di un riscatto  delle plebi meridionali. Anche Giajme  Pintor,  che si era occupato del socialismo risorgimentale di Carlo Pisacane, riconobbe nel Risorgimento l’unico episodio della nostra storia politica  capace di restituire all’ Europa “un popolo di levantini e di africani“.

Oliva sceglie una sua strada , facendo una ricerca non preconcetta. Tralascia giustamente anche il lavoro realizzato da Alessandro Barbero che entrò in dialogo polemico con Pino Aprile,  capofila del violento ed esasperato  revisionismo filo borbonico che demonizza il Risorgimento. Oliva analizza una situazione che rischiò di mettere in crisi lo Stato unitario a pochi anni dalla sua fondazione: da una parte i ribelli che si oppongono con la violenza più brutale ed efferata  alle nuove istituzioni, dall’altra lo Stato che risponde con rastrellamenti, incendi di villaggi e fucilazioni sommarie.
Gianni Oliva
Oliva analizza le cause sociali del brigantaggio, riconoscendo però  che a volte si trattò di bande criminali che si ammantavano di pretesti politici. Riconosce anche che agenti borbonici, papalini e reazionari locali non esitarono  a fomentare il caos per destabilizzare lo Stato appena costituito. In effetti, come scrisse Narciso Nada, lo Stato dovette difendersi e le ragioni immediate della forza dovettero necessariamente prevalere sulle valutazioni sociali. La classe dirigente liberale, di fronte anche al pericolo di  possibili interventi stranieri, dovette reagire. Imputare ad essa una rozza insensibilità sociale come fa  Federico Fornaro, scrivendo anche del libro di Oliva, senza recensirlo, significa rimasticare la vulgata gramsciana senza neppure considerare  Rosario Romeo che dimostrò con rigore  storiografico la valenza ideologica e  non documentata della critica gramsciana. La stessa legge Pica contro il brigantaggio promulgata dal re Vittorio Emanuele a Ferragosto sta a dimostrare l’emergenza drammatica i cui si era caduti. Fare gli Italiani, come diceva d’Azeglio, richiedeva tempi lunghi specie al Sud, difendere l’Italia imponeva tempi rapidi e il ricorso all’ Esercito .Non ci furono altre strade percorribili. Se non si fosse difesa l’esistenza dello Stato, non sarebbero stati possibili nè scuole ne’ ospedali, come mi disse una volta Rosario Romeo. Questa risulta essere la verità storica che nell’ultimo periodo della sua vita riconosceva anche Umberto Levra che si era liberato dagli ideologismi della giovinezza . La visione moderata di Nada andrebbe totalmente ricuperata perché essa rappresentò una lettura del Risorgimento che impedì a molti di noi di lasciarsi abbindolare dalle sirene del manicheismo ideologico. Il libro di Oliva si discosta dalle vulgate e contribuisce a dare un giudizio complessivo su quella che rappresentò la prima guerra civile italiana. Forse una guerra un po’ Ibrida, si direbbe adesso, non  una guerra di classe come il buon Fornaro sembra sottintendere. Ovviamente non prendo neppure in considerazione le menzogne filoborboniche riemerse di recente che non hanno nessun valore storico.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: A riguardo dei Consiglieri – Firpo repubblichino? – Il teorico dello studio di gruppo – Auricolare all’esame – Lettere

A riguardo dei Consiglieri
Io non mi sono molto stupito del discorso in libertà del Consigliere del Quirinale oggetto di tante polemiche. Parecchi anni fa, quando era presidente Giorgio Napolitano con cui ebbi rapporti cordiali, mi imbattei in un suo consigliere addetto alle visite del Quirinale. Questo signore non ebbe dubbi a dire a me, persona quasi a lui  estranea, che il governo Berlusconi era intollerabile (uso un aggettivo diverso perché si rivolse a me con un termine napoletano ancora più pesante). Mi stupii, ma non più di tanto.
Conobbi anche un consigliere che partecipava senza problemi a manifestazioni monarchiche con discorsi che travalicavano il protocollo. Alcuni la definirebbero libertà di pensiero, altri la definirebbero come una inopportunità  o  addirittura un atteggiamento incompatibile con il ruolo ricoperto. Tendo  più a condannare il consigliere che parlava non a cena, ma ai raduni monarchici, non nascondendo la veste istituzionale allora ricoperta.
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Firpo repubblichino?
Luigi Firpo, il grande studioso di Campanella, è stato umanamente demolito dai due figli  in un libro  pubblicato da  Aragno, oggi introvabile. I gemelli Firpo ipotizzano senza prove che il loro padre, imboscato a Moncalieri durante la seconda guerra mondiale, malgrado il suo conclamato fascismo che giunse all’antisemitismo come Giorgio Bocca, tra il ‘43 e il  ‘45, si fosse, almeno per un certo periodo, arruolato nella Rsi.
Adesso leggo in una celebrazione del professore che omette anche gli scritti fascisti e lo considera un “allievo ideale” di Luigi Einaudi, che nel 1944 ebbe una corrispondenza con un collega per la pubblicazione della futura rivista sul pensiero politico. Così cadrebbe la tesi secondo cui Firpo fosse riparato in clandestinità non certo per fare il partigiano, ma vivere tranquillo la sua vita. Resta in piedi l’ipotesi della Rsi, ma finora le prove non sono arrivate.
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Il teorico dello studio di gruppo
Francesco de Bartolomeis, pedagogista celebratissimo è considerato un venerato maestro morto a 105 anni. Si era laureato a Firenze nel 1930 con Ernesto Codignola, allora seguace di Gentile, salvo poi redimersi attraverso il marxismo dopo l’omicidio del maestro. De Bartolomeis approfittò invece dell’aiuto di Benedetto Croce per pubblicare il primo libro e godette anche dell’appoggio di Adriano Olivetti che spesso incappò in collaboratori inaffidabili. Il professore diventato torinese ebbe il suo momento di celebrità con l’invenzione a scuola del lavoro di gruppo.
Sull’onda di questa idea rinacque  a nuova vita il Movimento di cooperazione educativa, composto da ideologici astratti e anche un po’ fanatici. Nacque così l’antipedagogia che ebbe un rapporto fecondo con la contestazione studentesca e il PCI. Lo studio è un fatto individuale, quasi mai di gruppo. Il confronto con altri è utile dopo aver studiato seriamente e aver seguito attentamente le lezioni. Pensare che dei ragazzi possano mettersi a studiare in gruppo è nella migliore delle ipotesi una utopia. Il gruppo determina quasi immediata divagazione. E’ questa l’esperienza dei docenti che furono costretti a rinunciare alla lezione frontale per assecondare le balzane idee dell’antipedagogia che provocò danni devastanti alla scuola. Oggi l’ anti – pedagogista è dimenticato , ma non escluderei che qualche orfano delle sue idee viva ancora sotto le ceneri del disastro della scuola italiana .
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Auricolare all’esame
Uno studente iraniano del Politecnico  di Torino è  stato sanzionato perché si è servito di un auricolare nascosto per affrontare l’esame, ricevendo suggerimenti. Il TAR ha annullato le sanzioni per insufficienza di motivazioni. Lo studente colto sul fatto che aveva riconosciuto la grave scorrettezza commessa, viene salvato dal TAR.
Sembra una cosa priva di senso, ma sicuramente il Tar avrà agito nel senso migliore, specie nei confronti dello studente. L’effetto sugli altri studenti è facilmente immaginabile.  Viene inoltre intaccato il prestigio del Politecnico che non può tollerare studenti di quel tipo.
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La fine del partito di Cavour
Ho letto il Suo articolo sul prelievo forzoso fatto agli Italiani nel 1992 dal presidente, assai poco Amato. Ho appreso con sorpresa che i liberali al governo, in primis il ministro Costa, non ebbero nulla da obiettare su un  vero e proprio attentato al risparmio e al diritto  perché fatto con decreto retroattivo. Lo stesso  partito liberale di Altissimo tacque. In passato votai Costa, se avessi saputo non lo avrei mai  fatto.    Giulia Desole
Il PLI incominciò a morire prima ancora che per Tangentopoli per quel decreto illiberale che mise le mani nelle tasche degli italiani. Una vergogna per i liberali e anche per i repubblicani che sembravano aver imboccato una via liberale, anche se  il figlio di La Malfa aveva tenuto a sottolineare la differenza tra liberali e repubblicani. Il tradimento degli elettori liberali ebbe effetti devastanti su un partito già ridotto ai minimi termini . Una fine ingloriosa del partito che fu di Cavour, di Giolitti, di Soleri, di Croce, di Einaudi e di Pannunzio.
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Giunte rosse
Ho letto che in Comune si terrà un convegno sulle giunte rosse nate nel 1975 con Novelli. Non è un convegno storico, ma meramente celebrativo dei pochi reduci, neppure i più qualificati, delle giunte di sinistra. Mi appare scandaloso che i vicesindaci socialisti Scicolone e Biffi Gentile non compaiano tra i relatori. Dopo 50 anni si fa la storia e non si celebrano i vari Marzano.
Tina Delmastro
Se avessi tempo andrei a sentire il convegno degli ex consiglieri che può contare solo sui reduci del 1975. Concordo con Lei che un po’ più di storicizzazione ci vorrebbe. Perché non invitare a parlare i consiglieri di opposizione ancora viventi? Forse l’allora  liberale Bastianini oggi esalterebbe Novelli e la sua giunta.
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I cortigiani
L’ultimo numero del giornale “Il tricolore” riporta un articolo curioso per un giornale monarchico dedicato ai cortigiani con apprezzamenti molto duri, penso in seguito al ciclone Emanuele Filiberto che specie su Facebook ha fatto lanciare una campagna legittimista molto aspra estranea allo stile che fu di Umberto II. Secondo detta campagna la monarchia fu il capro espiatorio della storia e non ebbe responsabilità nell’avvento del fascismo, nelle leggi razziali, nella guerra perduta. Una visione antistorica che non ha fondamento . Tale scelta dipenderebbe dai nuovi cortigiani scelti dal Principe. Io, di sentimenti monarchici liberali e democratici anche per ragioni di famiglia, sono rimasto esterrefatto.  Giuseppe Vittorio Giacchino
Non saprei dirle qualcosa di documentato  su questi temi di cui non mi sono occupato e da cui mi tengo lontano . Il principe che rivendica il trono, ha fatto delle scelte che sembrano trovare consensi nel mondo legittimista italiano almeno sui social dove tutto viene estremizzato e semplificato. Vedremo cosa succederà in futuro.

L’esempio detestabile di Amato, il dottor Sottile, ritorna?

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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Nei giorni in cui l’estrema sinistra resuscita patrimoniali e salassi fiscali di ogni tipo, è utile non dimenticare il precedente di Giuliano Amato che, nominato presidente del Consiglio da Scalfaro nel 1992, l’ 11 luglio varò, all’insaputa del governatore della banca d’Italia Ciampi e in parte persino dal Consiglio dei ministri, un decreto – legge nel quale retroattivamente il 9 luglio, nottetempo, sanciva il prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i depositi bancari degli Italiani. Fu un episodio che suscitò proteste, ma non tali da far vacillare Amato al governo. Protestò Ciampi , ma i due ministri Raffaele Costa e Gianfranco Ciaurro  e i tre sottosegretari liberali  nel governo non aprirono bocca e neppure il PLI  che incominciò a spegnersi perché aveva tradito in modo clamoroso la sua storica funzione di difesa  del risparmio come aveva indicato Einaudi. Capii da quel silenzio che non c’erano più  i liberali, ma sedicenti sostenitori di un  equivoco lib – lab, nel quale il lab aveva preso il sopravvento. Ma in effetti i liberali restarono in silenzio perché temevano di essere allontanati dal governo. Forse il presidente  Amato- ad essere generosi – volle superare il fiscalismo della destra storica, ma non è  certo passato alla storia come il nuovo Quintino Sella, ma semmai come l’esponente di un radicalismo socialista e giacobino. Non a caso la sua provenienza era quella del PSIUP di Vecchietti e Basso, i cosiddetti carristi. Scelse un momento già di vacanza, un fine settimana in cui tanti italiani erano al mare. Chi scrive nei giorni precedenti ebbe  versata sul conto  corrente la somma di Btp appena scaduti e che pensavo di rinnovare il lunedì successivo. Fu un  errore che mi provocò un  danno notevole. La retroattività in una norma fiscale in particolare rivelava un che di truffaldino e aumentò la totale sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato  in piena Tangentopoli. Rivelò una visione machiavellica, non certo machiavelliana, della politica di Amato  che Forattini rappresentò bene, definendola una “rapina storica” su Panorama. Amato era un topolino  che veniva rappresentato con la maschera del “ladro” dall’umorista più serio di tutti i politici messi insieme. Amato fece dell’altro: aumentò l’età pensionabile e impose una patrimoniale sulle imprese, introdusse i ticket sanitari e la tassa sul medico di famiglia e un’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutat . Solo il prelievo sui conti correnti e l’imposta straordinaria  sulle imprese fruttò 11.500 miliardi. Non va dimenticato che con il governo Amato venne approvato il piano di privatizzazione di Iri, Enel ed Eni motivo di grandi svendite non solo per far cassa, ma anche per fare gli interessi di alcuni personaggi della casta. Amato fu poi il presidente del Consiglio di una finanziaria  da 93 mila miliardi di lire. Molti di questi provvedimenti non ebbero effetti positivi  sull’economia italiana. E’ mai possibile che una pagina nefasta di storia sia stata dimenticata e sia permesso a Landini – uno con il diploma della scuola  media inferiore rispetto al professorone Amato – di evocare scenari così nefasti senza che nessuno smascheri il demagogismo piazzaiolo del capo della GGIL? Amato lo conobbi nell’82 a Torino quando voleva convincere Mario Soldati che sarebbe stato eletto senatore. Era una bugia, ma fui soltanto  io a dire a Mario la verità. Amato fu risentito della mia sincerità. Lo ritrovai  tanti anni dopo in un convegno a Roma come moderatore, ma non potei prescindere  nel mio intimo dal ricordo dello scippo subito nel 1992. Parlammo e discutemmo amabilmente per quasi due ore, ma quell’episodio resta in me come esempio di una politica che non esito a definire laida perché fatta da uomini non sprovveduti come il Landini di oggi.

Le sorelle Kessler e il suicidio

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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Il caso delle sorelle Kessler costringe tutti, senza eccezioni, al rispetto e al riserbo anche se l’idea del lutto di fronte ad suicidio programmato e assistito appare fuori posto. Due persone di spettacolo che durante la loro carriera erano rimaste sempre abbastanza riservate, hanno deciso di chiudere con il botto finale. In certe decisioni gioca sicuramente il declino, l’oblio e la solitudine.
Gli articoli che ho letto ,volti ad esaltare – pur tra tanti se preliminari – la fine delle due sorelle come una conquista civile in Italia impossibile, non mi hanno convinto. La decisione di due donne molto anziane non può essere discussa, ma neppure strumentalizzata e citata come esempio. Gli esempi da citare – se ci sono – sono altri. In passato il suicidio veniva indicato come atto estremo  di amore per la libertà e della Patria da Catone l’Uticense a Jacopo Ortis. Oggi il suicidio è non solo rifiuto del dolore fisico, ma persino paura della vita. Ricordo che ci fu un giudice torinese, Giuseppe Manfredini, che si suicidò nel 1956  nel dubbio di aver  commesso un errore giudiziario. Il suo fu un vero dramma che suscitò  molto clamore, ma oggi è un caso del tutto dimenticato di fronte alla sicumera di certi personaggi sulla cresta dell’onda.  Mi sono venuti in mente casi molto diversi e lontani da quello delle sue ballerine. Il nichilismo relativista ha demolito valori ritenuti irrinunciabili e  persino la Chiesa cattolica appare oggi più possibilista su certi temi. Lo slogan infelice usato in Toscana che ha approvato una legge sul fine vita, appare tremendo nel suo cinismo : ”Liberi subito fino alla fine“. A parte ovviamente l’assurdo di una legge regionale che spezzetta l’Italia anche sulla morte. Ho letto il libro sul fine vita  di un mio vecchio amico studioso di filosofia che adesso si atteggia a filosofo e debbo dire con sincerità che i suoi sofismi non mi hanno convinto. A  me resta ben presente il valore della vita e il dramma della morte attraverso il suicidio. Sono  concetti distanti e distinti. Posso umanamente  capire, ma non condividere, l’idea di porre fine alla propria esistenza di fronte a dolori intollerabili, ma  non riuscirò mai a vedere nel suicidio un valore positivo , anche prescindendo dalla fede religiosa. Che un piccolo cantante dica che dalle due sorelle ”si impara a vivere“ mi sembra quasi un’affermazione oscena.

Non è il voto obbligatorio a salvare la democrazia

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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Leggere in un giornale che perde lettori e copie da  molti anni,  la proposta di rendere obbligatorio il diritto di voto, sia pure come ipotetica provocazione, appare molto singolare. Rendere obbligatorio un diritto diventa paradossale, anche se votare è sicuramente un dovere civico. Sarebbe quasi come rendere obbligatorio far l’amore per combattere l’inverno demografico…. E’  vero che gli italiani votanti sono calati per diverse ragioni: l’abbassamento del livello della classe politica, i partiti privi di un’autentica democrazia interna, la consapevolezza che le grandi decisioni sono passate dalla politica al potere economico – finanziario che con Trump ha preso il sopravvento anche a livello istituzionale. La Repubblica italiana, a quasi 80 anni dalla sua creazione attraverso un referendum non privo di ombre poco democratiche, si rivela fragile. In Italia si è passati attraverso sistemi elettorali che hanno tolto al cittadino la possibilità di decidere chi li rappresenta, pur se è vero che anche nelle elezioni in cui è rimasta la preferenza, essa non aumenta di molto il numero degli elettori attivi. C’è chi ha detto che il voto ridotto è segno di una democrazia matura, ma si tratta di una mistificazione perché oggi dobbiamo parlare di una democrazia malata in cui decide in realtà  quasi una minoranza. Questo fatto dimostra una patologia in atto che non si cura però rendendo il voto obbligatorio. Anche il sindacato è ammalato e per potersi esibire in piazza deve ricorrere alla generazione Z  e perfino a quella Alfa che sulla democrazia hanno atteggiamenti di disprezzo perché esse vorrebbero una olocrazia in cui  le masse hanno il predominio e  le minoranze sono oppresse. Un ritorno al giacobinismo populistico.  Il populismo vorrebbe una sorta di democrazia diretta nella quale il voto rappresentativo diventa manifestazione inutile dei ludi cartacei a destra e a sinistra. La democrazia parlamentare che ha rivelato inefficienze e costi altissimi, è in profonda crisi. E’ questo il motivo per cui non si vota più. Evocare i paesi dove il voto è obbligatorio rappresenta un diversivo controproducente: dalla Corea del Nord con partecipazioni bulgare ai tanti paesi dell’America Latina che democratici non sono. Certo non sono democrazie liberal , ma alla fin fine sono finte democrazie, democrazie totalitarie come direbbe Tocqueville.
Il voto bisogna guadagnarlo sul campo con azioni di governo o azioni di opposizione che convincano i cittadini. Lo stesso pessimo malfunzionamento dell’Europa non è certo un incentivo a rafforzare la democrazia. C’è chi più realisticamente propone il voto on line che dovrebbe però essere facoltativo perché nessuna legge può obbligare all’alfabetizzazione informatica in un paese di analfabeti di ritorno. Il voto on line non si improvvisa, ma potrebbe essere una strada percorribile. Tuttavia se manca una forte capacità di rifondazione del patto repubblicano dopo 80 anni , tutti gli obblighi diventano inutili. La Federazione degli editori chiede sussidi per garantire una libera informazione di qualità. Non si sono domandati perché i giornali non si vendono più? Anzi, porrei questa domanda anche ai giornalisti che fanno i giornali. Il sussidio serve per riprendere un po’ di fiato. Il voto obbligatorio è anch’esso un sussidio che senza sciogliere il nodo del patto entrato in crisi serve a poco. In ogni caso esiste la scheda bianca e quella nulla, ammesso che non si voglia rendere palese il voto. Ricordo che in certe assemblee sessantottine i contestatori si scandalizzavano quando qualcuno chiedeva il voto segreto nelle assemblee: lo consideravano un anacronismo borghese ed ipocrita  da evitare.

Il referendum sulla Magistratura

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

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Pier Franco Quaglieni
Ho letto con attenzione la Legge Nordio che genererà un referendum confermativo  sulla separazione delle carriere dei magistrati. Non sono entusiasta della legge che non completa affatto la riforma Vassalli che aveva ben altro spessore. E’ una legge minore ,non confrontabile con la legge Cantabria ottenuta a prezzo di duri compromessi. Nella legge Nordio manca soprattutto la responsabilità civile dei giudici che è il vero spartiacque tra una legge giusta e una corporativa. Come presidente del Centro Pannunzio eserciterò il mio ruolo di garante,  favorendo civili e pacati confronti tra sostenitori del sì e del no. E quindi garantirò un Centro bipartisan, non luogo privilegiato per nessuno. Questo è lo stile Pannunzio. L’unica volta che ci impegnammo fu nel 1974 contro il referendum abrogativo del divorzio. Se vedo oggi come è ridotto il matrimonio e come il divorzio italiano è diventato,  simile a quello  fulmineo e poco serio degli USA, come non si sarebbe mai immaginato, credo che  sarei stato più cauto nel 1974.
Volevo  limitarmi a  seguire il dibattito, anche se ero  deciso a votare sì per distinguermi da chi voterà  no e  e che suscita in me un dissenso e un’antipatia anche  umana quasi intollerabile .A decidermi ad impegnarmi è stato il prof. Zagrebelski con il suo settarismo fino ad ora mai raggiunto che in pulloverino  kashmir ha lanciato parole d’ordine che porteranno tanti a votare sì. L’eterogenesi dei fini che riesce benissimo al vecchio professore torinese. Io ho rapporti di stima e quasi di amicizia  con tanti magistrati  esemplari che apprezzo. Non sono quelli che vanno in Tv e dominano sui giornali come fossero delle dive . E questi magistrati che lavorano in silenzio ritengo che vadano rispettati e considerati. Sono vittime dei giudici politicizzati.  Ho forti riserve invece  su una certa magistratura che ha avuto il suo simbolo deteriore in quello che Cossiga considerava più una marca di tonno che un cognome umano. Debbo aggiungere che anche il sì di Di Pietro  mi dà fastidio. Provoca  in me  un forte dissenso   il comitato messo su dalla Fondazione romana “Einaudi“ che è una replica  di quella che fu presieduta da Malagodi e da Badini Confalonieri. Il  suo Comitato appare abbastanza raffazzonato. Fa quasi pensare ad una piccola armata Brancaleone, almeno nel momento della sua  costituzione. Detta Fondazione non va confusa con quella di Torino voluta dalla famiglia di Luigi Einaudi che non scenderebbe mai in contese politiche di parte. A quel comitato non avrei mai potuto aderire. Ho invece volentieri accolto l’invito ad entrare nel Comitato per il sì Pannella, Sciascia, Tortora, tre nomi che da sempre suscitano in me stima e ammirazione.
Tutti e tre sono stati seriamente impegnati per una giustizia giusta e Tortora fu vittima di quella ingiusta. Per Tortora mi sono battuto per la sua innocenza e a fianco di Francesca Scopelliti perché ne fosse tramandato il ricordo non come sterile rievocazione , ma come impegno a cambiare le cose in Italia. Non credo che il sì al referendum possa cambiare molto, un diluvio di sì può però costringere i supponenti sostenitori del no per ragioni corporative  a più miti e ragionevoli consigli. Ci vorrebbe Forattini per predisporre un’altra bottiglia di champagne come nel 1974. Il tappo potrebbe avere un volto torinese o siciliano o anche di altre regioni meridionali. Non farò molto perché l’attivismo non è la mia passione in quanto prediligo pensare e scrivere liberamente. Ma darò una mano insieme ad un giovane amico, Mario Barbaro, che stimo molto. Anche lui è uomo che ama gli studi senza i quali la politica è mero attivismo.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Sandro Pertini  e gli abiti rivoltati – La querelle del Garante – I liberali – Lettere

Sandro Pertini  e gli abiti rivoltati
Sono stato a Savona a parlare in anteprima  di Sandro Pertini che il prossimo anno verrà ricordato a 35 anni dalla sua morte. Avevo davanti a me un pubblico che immaginavo, data l’età, di vecchi pertiniani. Mi sbagliavo perché un novantenne avvocato di Savona ha raccontato aspetti poco conosciuti di Sandro anche per ciò che riguarda la sua vita famigliare. Ebbe, ad esempio, un fratello fascista e non onorò con il matrimonio una ragazza che lo aiutò, rischiando la vita portandogli aiuti nell’ esilio francese di Nizza. Ho replicato che le questioni personali e famigliari non possono inficiare la sua figura di politico e di statista. Pertini ebbe un carattere difficile dovuto anche al carcere e al confino e non ebbe doti politiche particolari. Fu un militante più che un dirigente socialista, seppe evitare la maledizione del movimento socialista fatto di scissioni continue.

Come presidente della Camera e poi della Repubblica cercò di porsi come uomo delle istituzioni anche se la sua passione politica ebbe il sopravvento. Un signore del pubblico se ne è uscito con un giudizio infelice:<< Neppure le Brigate Rosse avrebbero toccato Pertini>>. Così dicendo si sono avvalorati discorsi su un Pertini non abbastanza fermo sul brigatismo, cosa non vera, anche se graziò un brigatista parente di Emanuele Macaluso che costò il posto al Segretario generale del Quirinale Maccanico che si prese la responsabilità della grazia. Maccanico ebbe quasi subito dopo la presidenza della Banca commerciale e poi poté iniziare la sua carriera politica. Come si può vedere, nella storia occorre sempre una certa dose di relatività. Un’altra signora del pubblico ha ricordato che suo padre regalò un abito rivoltato che era appartenuto al maresciallo Caviglia eroe della Grande Guerra  – come usava nel dopoguerra quando scarseggiava tutto – a Pertini perché potesse presentarsi all’Assemblea Costituente  con un abito adatto. Gli abiti rivoltati noi non li abbiamo conosciuti, quei politici con quegli abiti di recupero sono stati parte della migliore classe dirigente italiana. Anche gli operai comunisti – come imponeva loro Togliatti – vestivano il doppio petto blu per entrare in Parlamento, come atto di rispetto delle istituzioni.

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La querelle del Garante

Ho conosciuto Agostino Ghiglia tanti anni fa quando ambedue ricordavamo foibe ed esodo giuliano – dalmata nel quasi assoluto silenzio. Lo stimo come una persona seria e coerente. Farebbe assai meglio il ministro di tanti suoi colleghi di Fdi. Il tentativo di Ranucci di attaccarlo con futili motivazioni  è privo di fondamento.

Su di lui non cambio il parere maturato negli anni. E’ un uomo di partito che ha dimostrato di saper diventare uomo delle istituzioni. Non si può vietargli di entrare nella sede del suo partito come vorrebbe Ranucci che non nasconde mai le sue origini e simpatie, anzi le manifesta nella Tv pubblica che lui usa come se fosse sua.
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I liberali
C’è un ministro sicuramente liberale ed è Paolo Zangrillo che conobbi di sfuggita quando il Treno del Ricordo del Milite Ignoto fece tappa a Torino. Non ho più avuto altre occasioni di incontro  Ma l’idea di non sottoporre gli over 70 ai disagi e al malfunzionamento delle anagrafi, liberandoli dell’obbligo del rinnovo della carta d’identità, è un’idea giusta e a costo zero.

Anche le iniziative di rafforzare i compiti delle farmacie nel campo sanitario è un’idea giusta. E’ l’esatto contrario delle lenzuolate di Bersani che cercarono di mandare all’aria le farmacie, creando le parafarmacie che per altro non ebbero successo. La mia farmacia, la Solferino, è un prezioso presidio sanitario, di cui non potrei fare a  meno.

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Le panchine di via Roma
Lei è stato il primo a scrivere che le panchine in pietra senza schienale in via Roma non erano funzionali . Adesso c’è chi si accorge del disagio per gli anziani . Correggeranno gli altri tratti?   Giusy Sandali
Non credo che  correggeranno per mantenere l’uniformità. Ad Albenga ,come ricordai, ci sono panchine senza schienale, ma il caso di Albenga sembrava unico. Aggiungerei che Torino non è Palermo. Le panchine all’aperto forse non sono così necessarie perché il clima non lo consente.
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La ferrovia da Genova a Ventimiglia
Sono totalmente contrario allo spostamento a monte della ferrovia da Genova a Ventimiglia. Un errore grossolano quelle di fare le stazioni distanti dalle città come dimostra il pezzo già costruito da Andora a Ventimiglia con un calo vertiginoso di utenza. In compenso hanno favorito una lunga pista ciclabile lungo il mare. Non ha senso. Eppure i sindaci tacciono.
Raffaele Delfino Pietra L.
Concordo. L’ idea di una ferrovia costiera  fu un’intuizione di Cavour che nel 1857 volle la nascita della “Ferrovia delle Riviere Liguri“ che doveva correre lungo il mare dal fiume Varo fino al Magra. Il tratto Savona – Ventimiglia venne realizzato compiutamente nel 1872 . Non sarà più così, per risparmiare pochi minuti di viaggio. Un errore che va ascritto in via definitiva a Salvini. Speriamo che qualche magistrato contabile riesca a fermare il progetto. In certi casi la Corte dei Conti è preziosa.
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Si torna alle Frattocchie?
Ho appena letto la recensione al nuovo libro di Angelo d’Orsi, il perseguitato del Polo del ‘900, che affronta la catastrofe del liberismo da Reagan ad oggi. Un libro fazioso in cui ritorna la solita vulgata marxista di stretta ortodossia, senza neppure un tentativo di aggiornamento analitico. D’Orsi in compenso non ha mai scritto della catastrofe comunista perché lui è e si ritiene ancora un comunista. Stando alla recensione, sembra che il libro riscuota successo. Lei cosa ne pensa?  Piero Astuti
Lei forse non mi legge, ma da anni io ho sempre espresso giudizi negativi su d’Orsi e ritengo  la sua faziosità incompatibile con il lavoro di uno storico. Del suo ultimo volume, che non leggerò, ho letto che sarebbe  stato un ottimo  libro di testo per gli attivisti comunisti della scuola di partito delle Frattocchie dove sono cresciuti i più perniciosi settari. Per l’autore questo giudizio suona sicuramente  come un complimento. Per fortuna della cultura italiana le Frattocchie sono state chiuse da molto tempo.

Mario Coda, il socialista monarchico di Biella

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
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E’ morto a Biella a 91 anni il commendatore dell ‘Ordine Mauriziano Mario Coda, una vita per il socialismo democratico e l’ideale monarchico. Le sue idee potevano essere  anche considerate un ossimoro vivente, mentre l’idea di una monarchia nordeuropea poteva essere un’ipotesi possibile, anche se oggettivamente  lontana dalla storia sabauda. Fu un socialista saragattiano in un terra, quella biellese , ricca di tradizioni socialiste riformiste, che espresse anche dei parlamentari. Coda ,che fu consigliere e assessore comunale di Biella, avrebbe potuto rappresentare in Parlamento la sua zona, ma gli fu preferito un tal Barbera che non aveva storia e venne eletto al Senato. La politica anche nella prima repubblica andava così. Coda aveva un rapporto diretto con Saragat che lo invitava a pranzo quando era in vacanza in Valle d’Aosta. Sicuramente ha conservato testimonianze preziose di questa lunga amicizia che in parte ho condiviso. Il PSDI era il partito di Nicolazzi e di  Magliano e un uomo di vasti interessi culturali come lui  doveva sentirsi a disagio in un partito di grandi e nobili ideali , ma totalmente assoggettato al clientelismo che privilegiava i mediocri e i procacciatori di tessere. Un suo grande amico Marziano Magliola che fu anche lui assessore a Biella , scelse di entrare nel PRI, stanco di una stagnazione politica mortificante.
Ricordo che una volta in cui mi trovai in un caso pazzesco e mi avevano clonato una mia lettera del tutto falsa pubblicata su un giornale a mia firma, fu il primo a scendere in campo a mia difesa senza neppure chiedermi la benché minima spiegazione. Nell’ambiente monarchico fu una rara avis, considerato al pari di un eretico. Nell’ Umi ebbe pochi amici come Vincenzo Pich e Guido  Aghina che fu assessore socialista a Milano. I vari gerarchi monarchici  da Boschiero al generale Mazzara lo detestavano e fecero di tutto per farlo tacere, ma il suo giornale “Il sentiero“ continuò ad uscire imperterrito. I capi non capirono che Coda dimostrava che la monarchia era al di sopra delle parti e che l’Umi raccoglieva monarchici di ogni orientamento. A loro andava bene un’associazione di fatto allineata con la destra reazionaria, in alcuni casi anche fascista. Solo il Re Umberto, come disse anche a me più volte, stimava ed apprezzava Coda insignito di una onorificenza sabauda che lo nobilitava. Su un punto dissentivamo: Piero  Gobetti che lui vedeva come un mito. Quando lesse  un mio libro, Mario si convinse che Gobetti non meritava il culto ostentato da molti  che più che liberali progressisti  erano  in realtà dei veri comunisti. Credo  si sia dissociato  dal centro Gobetti di Torino, covo di gente incompatibile con le nostre idee democratiche ed europeiste. E’  stato anche uno studioso e un cultore  scrupoloso di storia locale. Ebbe una predilezione per il Santuario di Oropa dove ricoprì incarichi di responsabilità.
A Pollone nella biblioteca “Benedetto Croce”  il 25 aprile di quest’anno venne insieme a Marziano Magliola a presentare il mio libro su Matteotti. Io ero ancora un po’ acciaccato dall’intervento del ‘24, mentre il novantenne Coda fu  molto brillante e fonte inesauribile di ricordi precisi e lucidissimi. Sarei stato tentato di chiedergli la ricetta dell’elisir della sua  lunga vita, poi ritenni la battuta fuori posto perché Mario era rimasto giovane nella mente e nel fisico. Era inevitabile ricordare insieme un convegno a Sauze d’ Oulx nel 1967 di cui siamo unici superstiti Magliola e chi scrive . Al ritorno Vittorio Prunas Tola ci invitò a cena a Cavour alla Locanda della Posta. Prunas che era un uomo colto ed onesto ,aveva capito chi era Coda. Viene da dire: O gran nobiltà dei cavalieri antiqui. In riferimento ovviamente  a Prunas e a Coda. Ci sarebbero tanti altri ricordi di una lunga amicizia che era iniziata nel  1963  e che segnò anche incontri a me non graditi, legati ad una rancorosa invidia  giovanile nei miei confronti. Di quegli anni l’unico amico che resta  oggi, è  il conte Giorgio Brinatti, gentiluomo di antico stampo ritrovato in questi ultimi anni con gli stessi sentimenti di allora. Con Mario c’erano anche idee  diverse e persino contrastanti – io sono rimasto soprattutto un liberale – , ma l’onestà intellettuale che improntava il nostro rapporto, ci consentì di vivere un’esperienza che non ha  eguali. Nella mia vita ho conosciuto tanta gente e sono stato amico di molti , ma la longevità del rapporto con Coda e con Magliola resta unica insieme a quella con Brinatti  fortunatamente “recuperato” di recente quando venne ad ascoltarmi a ricordare Umberto II. Coda fu molto legato a Gustavo Buratti Zanchi , imprenditore illuminato, politico che dal PNM passò al PSI  , poeta raffinato e molto altro. Pur riconoscendone l’importanza, non ho mai legato con Buratti che finì anche di condividere posizioni un po’ estremiste a me lontanissime. Buratti, non a caso, si riteneva un gobettiano. Coda seppe tenere salda una coerenza che resta la parte più nobile della sua lunga vita e rende ancor più  dolorosa la sua morte. Resta di lui un ricordo pieno di dignità e di cultura. Un esempio da indicare ai giovani che non appartengono  alla generazione Z e che vogliano riscoprire le radici della storia e della vita.