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Non è Vannacci a poter riscrivere la storia del fascismo

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
Il generale Vannacci, in cerca di facile pubblicità,  annuncia sui social una riscrittura della storia del fascismo, tema sul quale non ha la ben minima competenza. La tendenza degli ex militari a scrivere di storia non è così rara. Ma Vannacci ha superato tutti.
Forse dimentica che è diventato anche un politico e che quindi in quanto tale non può invadere il campo degli studiosi o utilizzare i medesimi con citazioni parziali che ne stravolgono il pensiero. Una lettura difficile come l’immensa opera di Renzo de Felice non è pane per i suoi denti. Farne a sua volta una vulgata significa tradire il grande storico che rifiutò sempre le semplificazioni manichee di Tranfaglia ed associati.
Vannacci riduce l’elemento eversivo della Marcia su Roma, dimenticando che il ministro della Guerra Marcello Soleri stilò lo Stato d’assedio per impedire la marcia manu militari, documento che il re non firmò.
Vannacci dimentica che il parlamento del 1938 si era trasformato in Camera dei fasci e delle corporazioni: la parola stessa  dovrebbe evocargli di cosa si trattasse, certo non di  un libero parlamento eletto.  Errore in cui era incorso lo storico ottuagenario di Saluzzo che non merita neppure una citazione. La verità è che la dittatura aveva tradito la lettera e lo spirito dello Statuto Albertino. E’  fuor di dubbio la complicità della monarchia che non fu un “capro espiatorio” perché ebbe evidenti responsabilità. Con il 25 luglio il Re mandò  a casa Mussolini, un merito indiscusso,  ma tardivo. Si può anche vedere dopo l’8 settembre il trasferimento al Sud del Re non come una semplice fuga perché quel trasferimento consentì la continuità dello Stato ma su questo tema  il generale si astiene.
Vannacci ignora  anche un altro fatto importante: la guerra civile fu provocata da Mussolini con la creazione della RSI al servizio dei tedeschi. E’ un fatto di non poco conto. Alla fine c’è una unica conclusione: la storia non può essere riscritta dai militari e dai politici. Certe faziosità del passato vanno superate, ma non da Vannacci che fa scadere il tutto in “caciara”.

La generazione Z, ultima anche dell’alfabeto

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

La generazione Z forse è una delle tante semplificazioni sociologiche volte a creare categorie di persone. Io ho sempre diffidato dalla sociologia ,ma in effetti  la generazione Z esplosa quest’anno nelle manifestazioni pro Pal non è una semplice catalogazione sociologica. Ha riempito le piazze italiane e ha occupato le università, lasciandosi andare anche al vandalismo . L’episodio di uno studente torinese che ha puntato una pistola (per fortuna giocattolo, ma del tutto simile al vero) contro un suo docente, lascia un po’ sbigottiti anche se le generalizzazioni sono sempre sbagliate e non basta un caso per creare un fenomeno. La generazione Z sarebbe  la generazione dei nati a partire dagli ultimi anni ‘90, quelli  che invece del biberon hanno convissuto con i pc e gli Smartphone. In parte può essere una definizione temporale vera, ma in parte i tanti difetti che ho voluto elencare, raccogliendo esempi attinti negli ambiti più disparati,  a ben vedere, appartengono anche ad altre generazioni, compresa, almeno in parte , anche alla mia .I giovani della generazione Z – è stato scritto autorevolmente  –  a scuola- quando l’hanno frequentata – hanno scelto studi tecnici e scientifici, schifando quelli classici. Il Latino e il Greco sono supplizi arcaici e inutili a loro modo di vedere da evitare. A scuola – va detto a loro parziale discolpa – hanno avuto professori più simili a profumieri o profughi, come diceva nei momenti di ironica  sincerità il vecchio Bruno Segre. Prof. imbevuti dei peggiori cascami settantottini, iscritti al Cobas della Scuola, sempre pronti a scioperare. Erano così distanti dalla funzione docente da parlare  solo sempre sempre di salario. Non potevano capire cosa dovesse essere un professore e infatti hanno impersonificato  i nuovi travet in jeans e giacca a vento. Fare una lezione degna di questo nome era un obiettivo impossibile. I loro allievi della generazione Z  non sanno cosa sia una cravatta o un abito completo o anche solo una giacca  o un paio di  scarpe in pelle. Hanno una divisa h 24 fatta di vestiti a volte anche sbrindellati che loro considerano i migliori.

Si presentano agli esami universitari scamiciati, come per altro ,fanno tanti loro professori. Non leggono giornali, al massimo sfogliano “ Il fatto“ e snobbano la Tv, anche se amano Crozza e la Litizzetto. Non leggono neppure libri e non sanno cosa sia una biblioteca o tentare di costituirne una personale. Non sanno neppure chi siano i grandi Classici. Di fronte ad un terzina dantesca si troverebbero in serio imbarazzo, anche potendo usufruire di note. Quando scrivono, i periodi formati di soggetto, verbo, complementi sono un retaggio del passato. La sintassi del periodo è cosa del tutto sconosciuta.  Quando ascoltano un discorso fatto da altri che non siano  i loro coetanei, stentano a capire il senso del discorso. Se leggono un testo che non sia la cronaca di una partita di calcio, si arenano dopo poche righe. Tendono a dare del tu a tutti indiscriminatamente ,non rispettano i titoli accademici degli altri, ritengono che uno sia uguale ad uno. Infatti sovente votano grillino. Vedono in Appendino la loro leader maxima. Vogliono ridurre o, meglio, annullare le disuguaglianze perché questo è  l’unico modo che hanno per far  carriera, demolendo quella degli altri. Da ambientalisti doc amano la decrescita felice delle città, vanno in bici e pretendono, quando sono in sella, la precedenza assoluta. Amano tantissimo anche i monopattini su cui vanno senza fare uso del casco. Ritengono la cultura un inutile retaggio del passato e vivono solo nel presente. Sono aridi, totalmente privi di ideali, forse anche abbastanza cinici.

Il pc è come una protesi del loro cervello che, di norma, ha dimensioni minime. Stranamente del passato si ricordano solo del fascismo e credono che esso sia vivo e vegeto anche oggi. Lo combattono a colpi di slogan in cui confondono la Resistenza italiana con il 7 ottobre del massacro degli israeliani, sono totalmente privi di senso della storia, mancano di coordinate culturali, anche le più elementari. Se, per assurdo, dovessero ripetere ciò che fecero i partigiani, si rivelerebbero totalmente privi di coraggio. La Patria per loro è un’idea truffaldina. Sanno a memoria solo l’inizio dell’articolo 11 della Costituzione che recitano come una giaculatoria laica .Hanno invidia nei confronti di chi ha fatto una qualche carriera, disprezzano gli anziani verso cui manifestano un’evidente e cinica ingratitudine. Non amano visitare gli ammalati, anche se sono loro parenti. La religione per loro è un orpello del passato (al massimo sono filo islamici), non vanno neppure al cimitero a visitare i nonni della cui benevolenza pure  hanno goduto in modo smisurato.  L’inverno demografico  è in prevalenza causa loro perché considerano il matrimonio un qualcosa di arcaico, mentre vedono l’omosessualità una delle cose più naturali e vedono nella fluidità sessuale un diritto civile. Il loro femminismo è totale e assoluto almeno a parole.

Poi nella vita privata ognuno si regolerà come vuole. Questa generazione lascerà ai posteri le macerie di un nichilismo neppure consapevole che li ha resi vecchi prima ancora di invecchiare. Non pensano a mettere su famiglia, ma gigioneggiano con l’auto di papà, quando il monopattino non basta. Ovviamente non hanno mai pensato ad associarsi ad un‘associazione culturale che forse  ritengono l’anticamera dell‘obitorio. In fondo non sanno neppure mangiare in modo adeguato .Sono quasi sempre vegani intransigenti  e intolleranti e sono la causa inconsapevole  del declassamento della cucina e dei ristoranti perché a loro piace solo il panino imbottito all’amerikana, ovviamente quello prediletto dal nuovo sindaco di New York. Hanno un‘idea della droga molto edulcorata ed a volte ricorrono ad essa  per trovare delle emozioni.  Cosa verrà fuori da questa generazione Z ? Forse la fine del mondo o almeno un secondo diluvio universale. Forse continuerà all’infinito il grigiore del nuovo millennio in attesa di una terza guerra mondiale. Le “magnifiche sorti e progressive “ sono con loro comunque  davvero finite.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: I professori gabbati e difesi dalla CGIL – Giù le mani dalla Lancia – La vivandiera delle Br – Lettere

I professori gabbati e difesi dalla CGIL
È stato finalmente firmato il contratto collettivo di lavoro per i docenti con aumenti poco significativi e in ritardo di un triennio. Chiuso il contratto, si dovrebbero subito riaprire altre trattative. Hanno firmato tutti, salvo la CGIL. Snal e Gilda si sono allineati a UIL e CIsl, tradendo il sindacato autonomo. I professori non sono mai stati nelle corde dei sindacati confederali che sono sempre partiti dal fatto che i docenti non lavorano. Fu la CGIL a chiedere 36 ore per i docenti come per gli impiegati, senza neppure capire cosa significhi insegnare, un mestiere atipico e non confrontabile con quello di un impiegato. La CGIL volle anche la bollatrice per i professori per equipararli ai bidelli, promossi ad operatori scolastici. Ebbene, questa volta è la CGIL di Landini a non firmare il contratto che certo non è entusiasmante. I docenti sono considerati a destra degli irrecuperabili sinistroidi, una vera enclave di faziosità.
In parte è così, ma mettersi contro i docenti non è una politica giusta ,capace di guardare al futuro. Molti docenti – pensiamo ai fanatici proPal – sono intollerabili, ma non costituiscono la totalità della categoria. Solo quando i professori di rifiutarono per mesi di svolgere gli scrutini, ottennero un trattamento decoroso degno del loro ruolo professionale. Era  ministro della Funzione pubblica l’andreottiano Pomicino che dovette cedere ai docenti per una volta uniti, malgrado la fronda dei presidi della CGIL. Eravamo alla fine del secolo scorso. Poi la CGIL prese il sopravvento, avendo anche ministri alla PI  comunisti come Berlinguer  e De Mauro e  che fecero il bello e il cattivo tempo alla Minerva, esercitò un’egemonia soffocante nella e  sulla scuola di ogni ordine e grado, esclusa l’ Università di cui si occuparono  direttamente  il partito, le sue cellule, i diversi compagni professori che fecero terra bruciata del dissenso. Adesso che la CGIL  non firmi il contratto è un fatto nuovo e contraddittorio perché quel sindacato è stato la rovina della classe docente italiana.
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Giù le mani dalla Lancia
Ho letto che Stellantis cerca di mettere,  a livello museale, le mani sulle auto Lancia che non ha mai prodotto perché ai vertici  c’era il grande Vincenzo Lancia, non un battilastra qualsiasi. E’ incredibile. Aprilia, Ardea, Aurelia, Appia, Flaminia  sono auto prodotte quando la Lancia era una temibile concorrente di  Fiat che faceva  orribili Topolino e Mille cento. Mio padre, finché le Lancia non passarono nelle mani della Fiat, ebbe sempre quelle macchine che erano anche un segno di distinzione.
Quando volle portarmi a inaugurare l’Aurelia, mi portò al famoso ristorante “il Muletto “ in corso Casale. Al parco Michelotti era in corso la festa del’ “Unità “All’ uscita dal locale si trovò il cofano rigato e con una sigaretta accesa che ne compromise la vernice. Vedere auto Lancia dava fastidio anche agli operai dell’Avvocato impegnati a cuocere salamelle. Io comprai solo una Lancia  Prisma ormai costruita da Fiat. Una macchina maledetta. Dovettero sostituirgli il motore dopo due mesi perché l’olio circolava male e dopo due fermi, uno dei quali in autostrada e un altro nella salita di Superga, la vendetti. La vendetti di corsa e comprai una BMW che non mi diede mai il più piccolo problema. Stellantis non metta le mani sul passato Lancia. Persino il figlio di Vincenzo Lancia, trasferito all’estero a fare la bella vita,  fu tutto sommato meglio di certi successori dell’avvocato perché non pretese di fare l’imprenditore e non vendette a stranieri.
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La vivandiera delle Br
E ‘ morta la vivandiera delle Br che portava il cibo nel carcere di Moro e che freddò il prof. Bachelet. Non la nomino neppure, ma credo di dover dire con fermezza che i giornali non debbono dedicare una pagina intera ad una persona spregevole che non merita la minima attenzione.
Il figlio di Bachelet come il figlio del Commissario Calabresi, l’ha perdonata. Io resto dell’idea del mio amico Massimo Coco che ebbe il padre magistrato ucciso delle Br e che non ha mai perdonato agli assassini. Quello è un passato che non passa e chi scrive sui giornali dovrebbe almeno andarci più cauto.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Iniziative culturali “fuori casa”
L’assessore Purchia è un assessore alla cultura forse simile  al faziosissimo maestro elementare Balmas, che seguiva le regole di partito per sostenere solo iniziative legate ai partiti di maggioranza? Non risponde neppure alle lettere. Quasi fosse una funzionaria  di partito messa a vigilare davanti a un bidone di benzina. Adesso segnala una proposta di finanziamento della Fondazione San Paolo che riguarda “iniziative culturali  fuori casa e  fuori dai luoghi convenzionali,  diversificando la base sociale e favorendo un maggior accesso per tutte e tutti“( sic!) Cosa significa?   Ettore Vincenzi
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Cosa significhi non so.  La cosa mi puzza. Con me è in debito, dopo due colloqui, di una risposta che non è mai venuta. Silvia Croce che la conosceva al “San Carlo” di Napoli, mi mise in guardia su questa “stakanovista prestata alla cultura”.  Mi sembra una follia da parte del San Paolo finanziare chi fa iniziative fuori delle sedi deputate  e non finanziare neppure con un centesimo chi svolge con regolarità e successo manifestazioni frequentate, oggetto di facile riscontro. L’eredità del presidente – rettore e ministro e quant’altro prof.   Profumo e di certi “scagnozzi” del Polo del 900 è rimasta viva. Forse sono io che non capisco, ma in compenso ricordo la loro faziosità inutile e offensiva.
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Emanuele Filiberto e il Principe Aimone
Sono un ragazzo di 17 anni che ama profondamente la storia del proprio paese e ne vede in Casa Savoia la protagonista. Ho letto con attenzione il commento che il Professor Pier Franco Quaglieni ha rilasciato su iltorinese.it riguardo il Principe Emanuele Filiberto di Savoia e il Principe Aimone e non posso essere d’accordo con quanto ha scritto. Cosa c’è di male nell’essere cordiale con degli inviati di Striscia la Notizia? Trovo anzi che la confidenza che Emanuele Filiberto ha con le persone sia meravigliosa perché le fa sentire subito a loro agio, senza ergersi su un piedistallo solo perché portatore di un cognome importante. Dovrebbe essere diffidente? Snobbare? Anche in quel caso ci sarebbero critiche. Emanuele Filiberto guida gli Ordini Dinastici, visita ogni anno venti tra le loro delegazioni, sia italiane che estere, che, grazie alla loro associazione raccolgono ogni anno un milione di euro per progetti di beneficenza. È molto impegnato anche con i giovani, visitando scuole e parlandoci vis-à-vi per raccontare la sua storia, quella della sua famiglia e, soprattutto, avendo creato un gruppo giovanile molto affiatato all’interno dei suoi Ordini. Non scordiamoci che è anche Presidente Onorario dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, partecipandovi a tutte le manifestazioni ed è considerato da tutti il Capo della Real Casa. Con tutto il rispetto per Aimone, ma sembra che pubblicamente sia poco partecipativo, se non comparendo in qualche foto ogni tanto con le forze dell’ordine. Questo certamente non è un male, ma se si vuole far conoscere la storia italiana e tramandare quella di Casa Savoia, beh, forse è la strategia sbagliata. Ciò non deve andare certamente a penalizzare Emanuele Filiberto che invece fa tutto il possibile per essere presente e tramandare la storia del suo retaggio. Emanuele Filiberto non è potuto nascere e crescere in Italia, non ha potuto neanche prestarvi il servizio militare, richiesto esplicitamente dal padre per fargli servire il proprio paese. Dunque il fatto che, invece di rimanere chiuso nella “bolla dell’alta società”, abbia scelto di stare con le persone, conoscerle, aiutarle ed essere presente quanto possibile per l’Italia, non è solo un qualcosa che reputo meraviglioso, ma anche un grande motivo d’orgoglio. Quanto al fatto dei gossip, raccontare delle proprie situazioni sentimentali non dovrebbe essere certamente motivo di vergona o imbarazzo ma anzi, rivela la propria umanità. Motivo di imbarazzo dovrebbe essere invece, a parer mio, cercare di screditare qualcuno su questo argomento in favore di qualcun altro che invece appare di rado sulla scena. Per tutte queste motivazioni rispetto le opinioni del Professor Quaglieni ma non posso condividerle.   Mattia Novelli
Quaglieni e re Umberto II
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Ringrazio il giovane Novelli di cui ammiro l’entusiasmo e la pacatezza. Io alla sua età avevo solo l’entusiasmo. Le cose che scrive sono condivisibili. Io mi sono limitato a commentare due interviste giornalistiche. Il Principe ereditario Emanuele Filiberto l’ho conosciuto sia pure superficialmente in più occasioni, il Duca d’Aosta non l’ho mai incontrato, mentre conobbi suo Padre. Resto da sempre dell’idea che il passaggio della Corona al ramo Aosta sia qualcosa di  illegittimo e  di forzato, come ho avuto in più occasioni modo di esprimere. Io che all’età di Novelli conobbi Umberto II a Cascais, non posso che essere lieto che oggi esistano dei giovani intelligenti e colti che amano la Patria. Per alcuni è retorica, per me no.
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Torino come Vienna
Ho letto che l’assessore all’Urbanistica Mazzoleni vede come città modello di riferimento di Torino, Vienna. Che senso ha questa scelta? A me sembra assurda  e del tutto infondata.  Bruna Actis
Non so il perché di questa scelta di Vienna dove sono vissuto qualche tempo nella mia giovinezza e sono tornato molte volte. E’ quindi una città che conosco bene. Non vedo dei riferimenti validi per Torino. A Vienna esiste da tempo immemorabile una metropolitana molto funzionale che Torino si sogna. Vienna capitale asburgica distacca di molto Torino capitale sabauda, ma soprattutto è molto lontana dalla Torino attuale in decrescita infelice. Questa è una città di camerieri e di osti che ha perso il valore dell’impresa. Vienna ha un’attrattiva non comparabile. Qui dobbiamo adattarci al piccolo gioco senza futuro, alla rincorsa di emigratati per rimpolpare il numero degli abitanti caduto ad 850 mila. Si è realizzato il sogno sinistro di Diego Novelli che voleva che la città andasse sotto il milione di abitanti. Tra l’altro Vienna è invece oltre i 2 milioni di abitanti.

Un errore censurare D’Orsi: se le idee discordano, le idee crescono

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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Sembra quasi un fatto di cannibalismo in famiglia perché il Polo del ‘900 è  da sempre settario a senso unico verso le idee liberali, moderate, considerate in modo censorio di destra. Il divieto a tenere una conferenza al Polo del ‘900 ha scatenato quindi  la giusta ira di Angelo d’Orsi, esponente di rango della cultura marxista e gramsciana torinese e candidato sindaco della estrema sinistra contro Lo Russo. D’Orsi è un militante di estrema sinistra coerente con sé stesso: la sua coerenza lo porta spesso all’intolleranza, ma per il professore il liberalismo è proprio  un’eresia impraticabile e forse… intollerabile. Gli hanno annullato la conferenza perché accusato di essere un  filoputiniano. Avrebbe dovuto presentare un libro sulla Russofilia. Il divieto appare del tutto immotivato perché il professore ha tutti i titoli per essere di casa al Polo. Io sono almeno 10 anni che non vengo invitato a parlare al Polo e me ne sono fatta una ragione. Ma d’Orsi ha  ragione da vendere per lamentarsi: è un compagno obbediente, un militante e financo un attivista. Non l’ho più seguito, ma penso che negli ultimi tempi si sia immolato per la Palestina e abbia criticato aspramente Israele, come è di norma tra i veri comunisti da sempre, perché a perseguitare e deportare gli ebrei fu  ci fu anche Stalin e non solo. Chiedo che diano la parola al professore, altrimenti gli offro piena e totale l’ospitalità al Centro Pannunzio dove venne una sola volta  25 anni fa a ricordare Massimo Mila che, in verità, fu solo un compagno strada. E ovviamente potrà dire tutto ciò che vuole, in assoluta libertà. Perché il Centro Pannunzio è una libera agorà  aperta a tutti i dissensi e a tutte le eresie. Anzi , le idee di d’Orsi non sono eresie, sono semplicemente  idee che vanno rispettate. Meglio, diceva Gobetti, se le idee discordano perché così crescono le idee. Un Gobetti un po’ ostico per il professore e adesso anche un po’ scomodo  per il Polo che ospita il settario centro Gobetti  e tende a distinguersi, nel caso di equivoci, con il defunto Polo delle libertà.
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Foto Facebook Angelo D’Orsi

Il IV novembre della sindaca Pro Pal 

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

Salvo i paesini, le città che rievocano una data storica si rivolgono  di norma ad uno storico o almeno ad un cultore della materia. Sono rari i sindaci che hanno la presunzione di fare anche l’orazione storica. Sono sindaci protagonisti, dall’ego un po’ dilatato che si avventurano su terreni in cui come minimo confondono la storia con la politica e magari anche la viabilità. Il caso di una sindaca proPal. del Sud mi è sembrato emblematico e davvero anomalo perché confondere Gaza con Vittorio Veneto e citare l’articolo 11 della Costituzione,  solo ovviamente nella prima parte, lasciando intendere un ripudio totale della guerra che non esiste nel testo dell’articolo,  è sintomo di malafede e ignoranza. Se poi la sindaca parla davanti a dei  bambini delle elementari commette un altro errore marchiano perché i bimbi delle elementari vanno rispettati e non frastornati con i soliti slogan. Avrebbe fatto meglio la sindaca ,che pare sia laureata in medicina, a tacere, lasciando spazio a chi tra i suoi assessori  avesse più cultura storica e più onestà  intellettuale. Applicare l’articolo 11 della Costituzione alla prima Guerra Mondiale è ridicolo, fuori dalla storia, del tutto anacronistico. Spero che quella sindaca  non faccia anche il chirurgo perché da lei non mi lascerei fare neppure la pedicure .

Forattini, il libero pensiero contro il conformismo

IL  COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni
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Morire a 94 anni è un privilegio di pochi, ma sicuramente Giorgio Forattini avrà vissuto gli anni del tramonto. Era il vignettista più famoso ed apprezzato. Quando a Torino “La Stampa“ in due periodi diversi lo sottrasse a “Repubblica“, divenne famoso anche tra lettori non acculturati perché una sua vignetta aveva l’effetto di un editoriale. Pochi tratti di matita e una battuta rendevano un’idea, un giudizio subito chiari e fulminanti. Era stato querelato una ventina di volte sempre da esponenti di sinistra, anche se la sua matrice originaria era la stessa, intesa però in senso anarchico – liberale. Fu considerato da alcuni politici un nemico, D’Alema, ad esempio, ma da altri, come Spadolini, una fortuna. Il Giovannone fiorentino grasso e impacciato nelle sue vesti professorali fu denudato da Forattini e reso subito  popolare. Più severo Forattini fu con Craxi di cui senti’ il mussolinismo. Storica è la vignetta per la vittoria al referendum del 1984 quando disegnò una bottiglia di champagne il cui tappo era Fanfani. Ho conosciuto bene Forattini che aveva un sovrano disprezzo verso tutti i partiti e non accettò mai di diventare subalterno al Berlinguer di turno. Era un uomo libero che non prendeva ordini da nessuno. A mio modo di vedere può essere paragonato a Giovannino Guareschi anche se la vignetta di Forattini è molto più libera ed estemporanea. Guareschi aveva una storia alle spalle, era stato internato in Germania ed era vissuto in tutt’altro tempo tra il  1908 e il 1968. Forattini incominciò  la sua carriera di vignettista a partire dagli anni ‘70 in un tempo caratterizzato dal livore ideologico. Non scrisse libri che non fossero la raccolta delle sue vignette, mentre Guareschi, non solo per il suo Don Camillo, è scrittore riconosciuto a livello internazionale. Ma lo spirito libero ha accomunato ambedue. Fu insignito del Premio “Pannunzio” di cui andava fiero. Era diventato un critico feroce di Scalfari e aveva vissuto sulla sua persona la violenza di una censura di sinistra che io definii quando gli consegnai il Premio, la “feroce egemonia gramsciana“. Non ci sono più in attività gli Angelo D’Orsi di turno, ma la ferocia resta in certi palazzi della cultura torinese. E’ una ferocia ancora peggiore perché la belva oggi appare ferita. Forattini mi mandò una vignetta in cui il Centro “Pannunzio” avrebbe liberato Torino da quella morsa. Non è accaduto come sparava lui che, non vivendo a Torino, era troppo ottimista. Pensare a Giorgio oggi mi riempie comunque di orgoglio perché l’assegnazione a lui del Premio “Pannunzio” fu una scelta giusta. Ebbi anche il consenso dell‘avvocato Agnelli che sarebbe venuto al Premio al “Cambio“ se la data non fosse coincisa con il suicidio del figlio. Forse il nipote Elkann non sa neppure chi sia stato Forattini. Un schiena diritta capace di andare controcorrente, capace di difendere Sogno anche quando era indifendibile.

Non intellettuali veri, ma diffusori di allarme sociale

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
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Davvero il duo Galimberti – A u g i a s  in televisione si può  considerare come un  vero diffusore di allarme sociale. La loro asma ideologica li porta a non capire la realtà. Siamo in una fase difficile, legata a problemi economici di smisurata dimensione che generano paure. Ma leggere la complessità della situazione dei primi 25 anni del nuovo secolo, citando Platone e Freud, equivale a cercare di ruminare il passato  nell’ impossibilità di capire il presente. I citazionisti del passato dimostrano di non riuscire ad analizzare l’oggi, rifugiandosi nelle vecchie  vulgate. Sembrano due cavalieri dell’Apocalisse lanciati al galoppo, con un  intento polemico che travalica la necessità di un’analisi almeno in parte distaccata della realtà. Capire prima di giudicare al duo  risulta impossibile  perché esso  è quasi inebetito dal fatto che la storia ha preso strade per loro impensabili ed abominevoli. Non sono in ogni caso  difensori  della democrazia liberale che non conoscono e hanno sempre osteggiato. Gente che continua ad essere orfana del marxismo, che ha generato mostri terribili, non può oggi giudicare la transizione da una egemonia di sinistra verso modelli di società sicuramente non ideali (che non esistono mai) che reagiscono, magari in modo confuso, alla morte di ideologie che hanno dilaniato  il Novecento con guerre e dittature. Ma soprattutto non hanno il diritto di creare un allarmismo che può fare breccia sugli incolti privi di conoscenza storica. Chi ha avallato il comunismo non ha diritto a giudicare il presente. I toni apocalittici usati sono segni evidenti di uno stato confusionale da parte di molti intellettuali che cercavano di imporre le loro idee e i loro slogan fino a quando la dura lezione dei fatti non li ha zittiti. Vogliono continuare a guidarci, ma la loro demagogia non può più  attecchire. Non so quale sia il futuro della società in cui viviamo, ma sono certo che Galimberti e  A u g i a s   non possano essere i profeti di un nuovo mondo. Anch’io ho tante paure e molte remore di fronte ad uno slittamento a destra senza riflessioni adeguate. Ma chi ha  fallito una volta, deve stare zitto ed astenersi dal dare giudizi catastrofisti.

Il principe Aimone di Savoia-Aosta

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni
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Pier Franco Quaglieni

Avevo conosciuto sia pure molto di sfuggita in alcune occasioni  il principe Emanuele Filiberto di Savoia. Capii quasi subito  che i nostri discorsi non erano fatti per intendersi. La confidenza che aveva con gli inviati di “Striscia la notizia“ testimoniava assai bene del principe. La sua conoscenza della storia era troppo superficiale e manchevole (per poterci avviare un discorso) e il suo dinamismo danzante totalmente incompatibile con un ruolo che oggi vorrebbe incredibilmente rivendicare. La impreparazione politica vistosa indicava un dilettantismo  incompatibile in uno che voglia impegnarsi sul terreno civile. Mi ha invece positivamente colpito l’intervista sul “Corriere della Sera“ del cugino Aimone di Savoia-Aosta che si presenta con un curriculum di studi e di carriera non confrontabili. Se si leggono  le recenti interviste dei due principi, appare indiscussa la statura anche morale di Aimone che non racconta ai giornali le sue infedeltà coniugali, ma riflette sulla vita e sull’Italia con cognizione di causa. Aimone sulla storia d’Italia sembra aver studiato seriamente e non ripete le frasi approssimative del cugino che addirittura ha aperto  persino una pizzeria a Montecarlo. Non c’e’ nulla di male che un principe sia ballerino e pizzaiolo e faccia la pubblicità in televisione. Ma queste attività meglio di ogni altra cosa rivelano che il personaggio non crede più  realmente al suo ruolo.  Aimone evoca la grande figura di Umberto II con parole adeguate. Ha prestato servizio militare in Marina come suo Padre Amedeo. Al di là delle vicende dinastiche che sono cose lontane ed evanescenti, Aimone tiene alto un nome che a molti italiani dice ancora  qualcosa. Il cugino con le sue comparsate su Facebook affiancato alle fotografie dei suoi Avi, riduce il ricordo di una dinastia storica ad una serie di celebrazioni di Messe  da morto a cui seguono pranzi con abbondanti libagioni. Cosa molto lontana e diversa anche dal principe Sergio di Jugoslavia, figlio di Maria Pia di Savoia, primogenita di Umberto II, che tiene alto anche lui il nome della famiglia con impegni internazionali volti a ricordare soprattutto la nonna regina Elena.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: IV NovembreIl rettore fazioso – Ad Albanese no – Lettere

IV Novembre
Sembra che la data del IV novembre imbarazzi qualche amministrazione comunale per il clima di pacifismo pro Palestina determinatosi in Italia con scioperi, cortei, manifestazioni, occupazione di scuole. Le iniziative sono quest’anno  in formato ridotto. Dovremmo allora dimenticare il nostro Risorgimento? Quella data, 4 novembre 1918, segna la fine della IV guerra per l’indipendenza nazionale. E ci riporta a Trento, a Trieste, all’Istria e alla Dalmazia, all’Italia rimasta ancora irredenta sotto il tallone austriaco.
E’ l’Italia di Vittorio Veneto e della resistenza sul Piave che ebbe 650 mila caduti. Perché mai dovremmo dimenticare la nostra storia? Certo la pace è un valore assoluto, ma  l’onore ai Caduti è un dovere a cui un popolo civile non può rinunciare. Io non rinuncerò mai a ricordare i miei nonni partiti volontari insieme ai loro amici  Cesare Battisti e Damiano Chiesa. E neppure dimenticherò  i miei due zii volontari e caduti già nel 1915. E’ retorica? Forse per alcuni è infame  bellicismo, ma per chi conosce la storia resta un dovere ricordare il Milite ignoto e i soldati in grigio verde. Mentre l’Italia si divideva in una guerra civile durante il biennio rosso, ad Aquileia partì un treno con la salma del soldato senza nome che giunse tra ali di folla commossa a Roma per  essere tumulata all’Altare della Patria. Una pagina di storia che non va dimenticata. I ragazzi pro Pal non sanno e si limitano a protestare. Facciano pure, ma nessuno può impedirci di continuare ad essere dei buoni italiani: un’espressione che ricavo da Don Bosco, tirato in ballo a sproposito per l’”anti italiano” Elkann.
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Il rettore fazioso
Tomaso Montanari rettore dell’Università per stranieri di Siena ha dichiarato che non inviterebbe mai  nella sua università un esponente di “Sinistra per Israele“. Non c’è da stupirsi perché Montanari è quasi  geneticamente fazioso. Mentre l’uomo di scienza e di cultura è aperto al confronto che è il sale della democrazia, lui preferisce arroccarsi sulle muraglie cinesi della chiusura preconcetta. L’Università dovrebbe essere luogo di scambio di libere idee, ma il rettore senese preferisce attestarsi sulla sua idea personale, senza considerare che una università per stranieri dovrebbe avere il massimo di apertura. Magari c’è anche qualche studente israeliano, sempre che non lo abbiano già cacciato e intimidito.
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Ad Albanese no
La proposta del conferimento della cittadinanza onoraria di Torino alla rappresentante ONU  Francesca Albanese è un’offesa a Torino città Medaglia d’oro della Resistenza perché premia quella che si potrebbe definire una nota rancorosa antisemita di cui ci si dovrebbe vergognare anche come Italiani. Il governo dovrebbe agire per la revoca del suo incarico all’ ONU. A volte anche le cittadinanze torinesi sono state date in modo sbagliato cioè per meriti politici di parte. E alcuni hanno votato contro di esse per opposti livori ideologici.

Ho proposto  in passato 4 cittadinanze onorarie: Franco Venturi, Mario Soldati, Enrico Paulucci, lo scienziato russo  perseguitato  Sacharov. Avevo anche proposto Piero Angela, anche se la proposta mi è stata scippata. Nomi sempre discutibili certamente, ma prestigiosi e non divisivi. Mi piacerebbe che la compagnia di giro degli “scappati e scappate di casa” che bloccano i lavori del Consiglio Comunale con le proposte più impensabili e insensate non venisse presa sul serio. So che è impossibile, ma lasciatemi almeno dire che alcuni scranni sono oggi proprio male occupati. In Sala Rossa dove è stato consigliere Cavour, i toni e i temi non dovrebbero  mai abbassarsi oltre un certo limite. Che il Pd faccia retromarcia solo perché non ci sono i 31 voti necessari non è una scelta condivisibile da parte di un partito che ha governato e aspira a tornare a governare. Occorre capacità di reagire alle mosche cocchiere delle demagogia senza incertezze.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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In nome di Tortora
Sono felice per la riforma della Magistratura e per la separazione tra giudici e Pm. Era ora. Basta ad una giustizia politica in cui certi magistrati pretendono di governare senza essere stati eletti e pensano di poter impedire agli eletti di governare.   Franca Angeli
Spero che sia una riforma capace di imprimere una svolta nella vita italiana. La giustizia spesso funziona poco e male e a volte funziona fin troppo bene… Io voterò senza incertezze sì al referendum in nome e nel ricordo di Enzo Tortora e anche di Marco Pannella. Non attendiamoci miracoli, ma è un primo passo. E poi votare come i grillini, Odifreddi e Landini mi sarebbe davvero impossibile.
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Pedonalizzare via Po
E’ in agguato un’altra ipotesi della estrema sinistra ecologista e dell’assessore Foietta di pedonalizzare via Po. Una follia che isolerebbe il centro dopo l’idea malsana di pedonalizzare via Roma. Questa sta diventando una giunta di estrema sinistra. Peggiore di quella grillina.    Aurelia Rizzo
L’idea mi pare assurda. Spero venga bloccata dal buonsenso del Sindaco.
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Tuttolibri 
Sarebbe interessante sapere quanto vende “Tuttolibri” il supplemento de “La Stampa” che compie 50 anni, un compleanno molto festeggiato come se fosse un evento importante. All’inizio, dicono che vendesse 100 mila copie. Adesso credo poche migliaia di copie vendute in  allegato del quotidiano  in crisi da anni che ha perso il suo ruolo nazionale. Daniele Faccio
Libri Bookdealer
Non so dirle quanto sia diffuso “Tuttolibri”. Lorenzo Mondo e anche Giorgio Calcagno  mi invitarono a collaborare, ma non scrissi mai nulla. Salvo Casalegno che si occupò marginalmente del supplemento c’erano tanti che non mi piacevano. Anche l’amico Messori che fu tra i fondatori, finì di mollare tutto, trasferendosi al “Corriere”. Oggi non credo che “Tuttolibri” abbia un’importanza nel panorama letterario italiano .”La Stampa” è tornata  ad essere un giornale locale come era prima che lo compresse Frassati.Un bel salto indietro.

I ponti, l’inclusività, la confusione della massificazione

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

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Pier Franco Quaglieni

L’ormai dimenticata rivista fondata dal fiorentino Piero Calamandrei si intitolava “Il ponte“. Dopo la guerra con molti ponti di Firenze distrutti , aveva sicuramente un senso. Ma era soprattutto la metafora politica  di un ex azionista diventato il cantore di una Resistenza che non aveva fatto. Cosa significava il ponte? Un collegamento tra tutti gli antifascisti o un collegamento dei laici con i comunisti , anche se Calamandrei aveva seguito Saragat nella scissione di Palazzo Barberini? Ho conosciuto alcuni direttori del “Ponte“ e notai la loro astiosa faziosità, malgrado i tempi fossero cambiati. L’Idea era quella di tante idee piuttosto confuse. Anche un altro mensile, assai meno importante, aveva nella sua testata il tema dell’ incontro. Un tema simile al ponte. Anche qui la confusione finiva di prevalere, salvo alcune fisse laiciste esibite in ogni numero fino a giungere all’irrisione di ogni religiosità. Mi è tornata in mente la metafora del ponte,  leggendo una intervista con mons. Francesco Savino in cui afferma che “essere omosessuali non è peccato”. L’intervista è una serie di ponti lanciati verso tutti. E’ comprensibile che la Chiesa “sia la casa di tutti e che tutti devono sentirsi a casa loro”. Ma la Chiesa “neutra“ che stinge i suoi valori per essere inclusiva al massimo grado, può diventare una chiesa priva di identità e in fondo non più frequentata dai cristiani, ma da altri che del cristianesimo accettano solo alcune apparenze, quelle più facili e superficiali.

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E l’idea della inclusività può diventare l’inizio della perdita di memoria storica (da dimenticare) e di senso religioso  smarrito per strada. Infranti tutti i confini, ci si illude di essere diventati migliori , ma si tratta solo di un’impressione fugace. Nel campo più generale della cultura deve prevalere un concetto plurale fatto di idee diverse e contrastanti, ma ridurre tutto al buonismo verbale finisce per appiattire e banalizzare  le idee. Non è obbligatorio lanciare ponti ad ogni costo, a volte i ponti levatoi metaforici appaiono indispensabili per schiarirsi le idee. Ci sono temi che portano a considerare  che tutte le vacche sono rosse, per parafrasare Hegel. La cultura crociana fondata sulla distinzione può aiutarci a non cadere nella confusione che ci porta a ripetere tutti le stesse cose. I ponti favoriscono i cori e i cori generano il conformismo.

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Se pensiamo ai grandi e piccoli inciuci politici dei tempi passati ci accorgiamo che essi non erano motivi di solidarietà di più ampio respiro, ma tentativi di soffocare le identità e i dissensi . I ponti lanciati in Italia cinquant’anni fa non hanno fatto circolare più liberamente le idee, ma hanno contribuito ad appesantire il clima. Oggi c’è la tendenza a vedere soprattutto un odio dilagante e un’intolleranza insopportabile: i manifestanti pro Pal ne sono una dimostrazione evidente e fastidiosa. Ma c’è anche il clima  ostile creato attorno all’ebraismo, un clima che tende a costruire ghetti da parte di chi, a parole, vorrebbe costruire ponti. Può sembrare un paradosso evidente , ma non è così. Su certi argomenti c’è lo scontro all’ultimo sangue, poi su altro si stende la melassa insulsa della  inclusivita’  ad ogni costo che diventa persino ridicola. Tocqueville vedeva nella democrazia maggioritaria la fine della libertà. A più riprese abbiamo avuto conferma che  Tocqueville sapeva guardare ai pericoli della irruzione delle masse. Anche oggi la massificazione delle intelligenze e perfino delle coscienze è un segnale allarmante. Forse bisognerebbe tagliare qualche ponte e schiarirsi le idee. La cultura è riflessione critica individuale, capace di continue revisioni. I cori indistinti sono l’esatto opposto della cultura. Le idee “chiare e distinte“ di Cartesio hanno più che mai un valore, anche se appartengono a quelle che Pannunzio definiva le “pattuglie di frontiera“.