IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
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Aveva 83 anni ed era stato un brillante giornalista in Rai, figlio di quel Riccardo Morbelli che creò con Angelo Nizza la trasmissione radiofonica di grande successo “I quattro moschettieri”.Era un liberale autentico, colto e fermo nelle sue idee, ma capace di porsi sempre in discussione come è nello stile dei liberali. Agli inizi del nostro rapporto mi considerava uno dei soliti “liberali litigiosi” , poi si accorse, nei nostri ulteriori incontri, che tra di noi poteva nascere solo una utile collaborazione e una buona amicizia, come poi è stato. Morbelli, esponente di rango del partito liberale a Roma, era stato l’animatore della Fondazione Einaudi della capitale, creata da Malagodi e Badini Confalonieri e fu anche candidato sindaco di Roma. Al di là della crisi del Pli e della dolorosa dismissione della storica sede di via Frattina dove Enrico era di casa, fu capace di guardare lontano, creando le scuole di liberalismo in tutta Italia dove chi scrive è stato docente. Morbelli ha creato a livello intellettuale una nuova classe dirigente liberale di cui Nicola Porro resta l’allievo diventato maestro. Lo scorso anno fu il promotore delle celebrazioni nazionali di Luigi Einaudi per cui si spese senza risparmio di sé, girando in tutta Italia. Ma Morbelli era anche un bon vivant, amante della cucina e della convivialità. Lui mi invitava a Roma e io lo invitavo a Torino, sempre negli stessi locali storici.

Avevamo nei mesi scorsi prenotato in autunno una fonduta con tartufi. Nostro amabile e raffinato commensale era spesso il giornalista Michele Canonica, pronipote del grande scultore e attuale Presidente della “Dante Alighieri“ di Roma. La Famija piemonteisa si è ripresa sotto la sua illuminata e capace presidenza, dopo la crisi non affrontata da Zanone presidente che cedette la storica sede della Famija fondata nel 1944 dal ministro liberale Marcello Soleri. E’ stato Morbelli a chiarire che presunte presidenze oltre a Soleri non corrispondevano al vero . L’aver avuto come Segretario generale un uomo capace ed autorevole come l’avv. Francesco Ugolini è stato un aiuto molto importante che Morbelli più volte ha riconosciuto. E la Famija andrà avanti anche perché Ugolini è uno straordinario organizzatore che ha già pianificato le future attività.
Il 23 ottobre sarò sicuramente a Roma per ricordare alla Famija Marcello Soleri a 80 anni dalla sua morte. Ci sarà con me la pronipote Olimpia Soleri e mi peserà molto l’assenza di Enrico che volle tenacemente programmare quell’incontro . Pur essendo un piemontese quasi sempre vissuto a Roma (d’estate tornava nella casa avita in provincia di Alessandria come i Carandini tornavano a Collereto), aveva salde le sue radici nel Piemonte liberale e risorgimental . Quando Piero Ostellino venne al “Cambio“ per ricevere il premio “Pannunzio”, fu felice di avere Morbelli al suo fianco.
Per la scuola di liberalismo gli indicai come direttore il compianto Massimo Edoardo Fiammotto che gli fu utile e fedele collaboratore in quello spirito di lealtà che è proprio dei liberali piemontesi che si sentono eredi di Cavour e di Sella e vedono la piccola politica come cosa estranea. Morbelli fu anche al mio fianco nel centenario della nascita di Pannunzio nel 2010, quando alcuni pensarono di creare all’ultima ora una associazioncina per scalzare dal Comitato Nazionale il Centro “Pannunzio”, nato nel 1968. Morbelli fu fermissimo nel condannare un’operazione di potere indecente. Da quell’anno nacque tra noi anche una forte amicizia personale che mi impedisce di trattenere le lacrime alla notizia della sua morte improvvisa.
Ho letto un’interessante intervista con l’editore Antonio Sellerio il quale sorprende soprattutto per due affermazioni che danno un’idea non particolarmente esaltante del presente della casa editrice che fu di Leonardo Sciascia. La prima riguarda il mandante dell’omicidio Calabresi, Adriano Sofri, che viene considerato “un amico, una persona di straordinaria cultura e sensibilità“, a cui Sellerio ha dedicato la sua tesi di laurea. Sofri viene definito in modo apodittico “innocente” , malgrado le condanne passate in giudicato e il fatto che non ha mai neppure ottenuto la grazia che il presidente Ciampi non firmò. Ma dell’intervista colpisce anche l’elogio sperticato di Luciano Canfora e la critica malevola nei confronti di Alessandro Barbero che “non vive benissimo la sua enorme popolarità“, anche se Sellerio gli riconosce “rigore sabaudo e passione come pochi sanno fare”. Sono frasi che non necessitano di particolare commento. Solo oggi ha trovato smentita la bufala della sostituzione di Barbero dalla direzione di Rai Storia con il giornalista Mario Sechi. Nei giorni scorsi sui social è scoppiata l’indignazione per la cacciata di Barbero, noto per le sue idee nettamente di sinistra (ebbe la tessera del Pci firmata da Berlinguer, come lo storico di Vercelli ama orgogliosamente evidenziare). Ho delle riserve sul fatto che Barbero scorrazzi in tutte le età storiche con molta disinvoltura, ma è difficile disconoscergli capacità affabulatorie che piacciono tanto alla gente semplice che ama le solite vulgate. Barbero è infatti un grande divulgatore – come vide tanti anni fa Piero Angela – anche se è anni luce distante dalla profondità e dalla chiarezza non semplicistica di Paolo Mieli che, allievo di Renzo De Felice, fa trasmissioni esemplari proprio su Rai Storia in cui c’è sempre un confronto a più voci. Sechi non può neppure essere lontanamente paragonato a Mieli, ma non può neppure essere demonizzato per ragioni ideologiche: la sua simpatia politica non è legata ad un partito (fu persino candidato con Monti), ma il giornalista sardo si può considerare un moderato dotato di una certa cultura rispetto a tanti giornalisti di destra un po’ troppo ruspanti. Non sarebbe stato sicuramente adatto a dirigere Rai Storia con la quale per altro già collabora in una trasmissione economica. Il fanatismo politico oggi tende ad esaltare in modo acritico o a ghigliottinare in modo altrettanto aprioristico. In realtà la notizia era falsa, ma l’occasione per fare baccano è stata presa al volo. Se vogliamo rimanere su temi leggeri, leggo con sorpresa che a Racconigi, in provincia di Cuneo, il principe Emanuele Filiberto di Savoia parteciperà ad un convegno sul nonno Umberto, insieme allo storico che ha fondato e presiede una Consulta dei Senatori del Regno (sic) che sostiene il ramo Aosta della dinastia che contesta la legittimità storica dell’attuale pretendente e soprattutto di suo padre Vittorio Emanuele. E‘ un piccolo fatto di trascurabile entità che rivela anch’esso la confusione che regna dappertutto. La prima a farne le spese è la storia usata in modo strumentale come una clava per tutti i fini, anche quelli più impensabili, a sinistra e a destra.



LETTERE 


Il referendum confermativo svoltosi in Valle d’Aosta, in pieno periodo feriale, il 10 agosto ha registrato un’assenteismo record: ha votato solo il 16 per cento degli aventi diritto. La riforma elettorale che reintroduce tre preferenze di cui almeno una alle candidate donne, è stata approvata con il 52 per cento dei voti contro il 48 per cento dei contrari. Gli astenuti non ci sono stati. La Valle d’Aosta, se si escludono i tempi di Chabod, di Passerin d’Entreves e di Pedrini, unico consigliere regionale liberale in Valle, ha avuto periodicamente una politica fortemente condizionata, in termini corruttivi, dalla presenza del Casino di Saint – Vincent, come Sanremo e Campione per il loro Casinò. Il movimento autonomista valdostano, per quanto fiancheggiatore del PCI, fu interessato a vari scandali. Ora sembra che le cose siano migliorate e il centro-sinistra ha voluto modificare la legge elettorale. Favorire la presenza femminile in consiglio regionale e ‘ sicuramente bene, anche se le tre preferenze non garantiscono una effettiva par condicio. Il tempo delle quote rosa ad ogni costo appare lontano. Ma il punto dolens è un altro: la partecipazione di quel 16 per cento di elettori che vanifica la stessa politica delle buone intenzioni. I valligiani non hanno più le virtù civiche dei loro padri montanari. Oggi in valle ci sono tantissimi meridionali che hanno modificato l’immagine stessa valdostana . Quel 16 per cento dovrebbe essere un campanello d’allarme per le elezioni future . Anche in Valle il disamore per la politica ha fatto breccia. I tempi un po’ utopistici ,ma nobili di Emile Chanoux e della Carta di Chivasso sono lontani. Non a caso Federico Chabod non partecipò, alla stesura di quella Carta, se non mandando un breve testo. Il suo realismo politico, maturato nei suoi studi su Machiavelli, non gli consentì di stare con i sognatori, oggi del tutto dimenticati in Valle ,dove si confonde l’autonomismo con il federalismo.





Una delle forme peggiori di arroganza di buona parte degli intellettuali italiani è stato il ricorso ai manifesti con decine se non centinaia di firme a sostegno delle più disparate cause. Già tanti anni fa Mario Pannunzio ironizzava su queste firme raccattate spesso attraverso una telefonata o catene di Sant’Antonio letterarie. Già cent’anni fa nel 1925 iniziò Giovanni Gentile con il manifesto degli intellettuali fascisti a cui doverosamente rispose Benedetto Croce con il manifesto dei non fascisti. Anzi aveva iniziato Marinetti con il Futurismo ,ma si trattava in tutti e tre i casi di cose serie, non confrontabili con le mode successive dell’impegno firmaiolo. Con la formazione del fronte popolare in Italia, in vista delle elezioni del 1948 ,gli intellettuali vennero reclutati a frotte per sostenere l’alleanza socialcomunista. I vari Natalino Sapegno, Luigi Russo, Carlo Salinari insieme ai resti filocomunisti e gobettiani del partito d’azione reclutarono plotoni di professori che firmarono il proprio sostegno di fatto allo Stalinismo. Solo pochi intellettuali come Silone e Pannunzio come Flaiano e Brancati steccarono nel coro nel solco tracciato da Benedetto Croce e crearono l’associazione per la libertà della cultura che ebbe un ruolo importante nel chiarire quale fosse la scelta giusta. Poi nel corso dei decenni ci furono tanti manifesti, naturalmente sempre schierati a senso unico, con le solite firme da Moravia a Bocca , da Brass a Fellini , sulle più disparate questioni, in primis la guerra in Viet Nam, ignorando cosa accadeva in URSS e nei paesi satelliti, in Cina o a Cuba. Furono intellettuali strabici che finirono di squalificare la parola stessa intellettuali che Giordano Bruno Guerri rifiuta. Clamoroso fu il manifesto contro il commissario Calabresi che armò la mano ai suoi assassini di “Lotta Continua”. Furono 757 i firmatari tra cui anche uomini come Bobbio e Amendola. Bobbio anni dopo chiese scusa di quella firma. Poi la moda passò ed era in netto declino da un po’ di anni. E‘ ripresa nella confusione più totale dell’agosto 2025 dominato da Gaza e Putin, in cui prevalgono le teste calde e le teste vuote, con un “manifestino” di intellettuali ebrei italiani contro Israele accusata ovviamente di Genocidio. Saviano e Ginzburg, la solita Anna Foa e il solito Gad Lerner esibiscono le solite tiritere che trasudano di antisemitismo, con la richiesta del riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese che oggi non esiste, a meno di volerlo identificare con Hamas. Ho ammirato la senatrice a vita Segre che per fortuna non è un intellettuale e che non ha firmato ,dimostrando coraggio e subendo insulti vergognosi. Ambienti della comunità ebraica definiscono questi intellettuali “ ingenui pacifisti “. Persino la piccola scrittrice Carmen Moravia non ha firmato il manifestino dicendo che “per creare lo stato di Palestina deve sparire Hamas“. Chissà cosa direbbe oggi il firmaiolo per antonomasia Alberto Moravia? Magari starebbe con la sua terza moglie o magari starebbe con Saviano? Ma soprattutto mi piacerebbe sapere cosa direbbe Marco Pannella che ebbe sempre per Israele un’attenzione speciale, seguendo in questo Pannunzio che fece saltare per aria il primo partito radicale per un episodio di antisemitismo. Oggi manca una grande coscienza laica e liberale come la sua, capace di andare controcorrente con onestà e coerenza. Sui firmatari grava l’ombra severa e irridente di Marco che certo non sarebbe dalla parte dei firmatari del manifestino anti -israeliano.
Traggo anche alcune riflessioni dal mio amico Carlo Saffioti, medico colto e politico lucido che ha mantenuto integra l’indipendenza di giudizio, che mi ha aiutato ad approfodire il tema della decadenza se non del tramonto dell’Occidente a cui la mia generazione resta profondamente legata e si distingue in questo dalle nuove generazioni che hanno scelto il mondialismo senz’anima, pensando nella loro ignoranza che la Russia appartenga all’Europa e che il mondo arabo sia compatibile con la democrazia occidentale, malgrado ne sia il nemico più astioso. Le nuove generazioni sono il frutto di una scuola inetta e di professori attivisti che hanno devastato i giovani a loro affidati, seguendo un disegno preciso volto a cancellare la nostra storia. L’Occidente ha abdicato a sé stesso ,abdicando alla “propria capacità di diffusione valoriale che è stata azzerata, se non addirittura ribaltata da correnti ideologiche come il decolonialismo genuflesso, il relativismo culturale, una forma patologica di autocritica che diventa autofobia“.Il cortocircuito è perfetto. Noi rinunciamo ai nostri codici identitari per il timore di essere accusati di imporli e ci arrendiamo a vedere in Hamas un movimento di liberazione. Siamo dilaniati da polemiche roventi pro Palestina e pro Russia e non capiamo che siamo diventati semplici e pallide comparse in un mondo in cui non contiamo più nulla. L’Europa devastata non è neppure stata capace di resistere con un minimo di dignità a Trump. Ma la resistenza che manca e’ anche e soprattutto quella culturale e morale. L’Eurocentrismo è morto forse già nel 1918 e sicuramente nel 1945, ma la vigliaccheria è più viva che mai e ci porterà ad essere colonia di altri. Non è una nemesi storica, come sostiene qualche sprovveduto, ma la resa incondizionata all’anti- Europa. Resto più che mai disperatamente attaccato all’idea di Europa di Federico Chabod che non è una sbrindellata bandiera azzurra con alcune stelle destinate a cadere come quelle del X agosto perché senza storia e senza dignità.