DA PALAZZO LASCARIS
Riunione congiunta delle Commissioni Ambiente e Agricoltura, con la presidenza di Sergio Bartoli, per proseguire l’esame del disegno di legge 136, presentato nella scorsa seduta dall’assessore Matteo Marnati, sulla “Disciplina per l’individuazione di aree idonee all’installazione di impianti da fonti rinnovabili”.
Al centro del dibattito la questione dell’agri-voltaico, ovvero l’integrazione tra posizionamento di pannelli fotovoltaici e attività agricola.
Nominati i relatori: Silvia Raiteri (FdI) e Sergio Bartoli (Lista Cirio) per la maggioranza, Alice Ravinale (Avs), Fabio Isnardi (Pd), e Alberto Unia (M5s) per la minoranza. Finora sono stati presentati 54 emendamenti, ma altri sono stati annunciati.
Il consigliere Isnardi ha ritirato la sua proposta di legge n. 55 “Prime disposizioni applicative del D.M. 21 giugno 2024 in merito all’installazione di impianti a fonti rinnovabili sulle aree agricole di elevato interesse agronomico”. Lo stesso consigliere e la consigliera Giulia Marro (Avs) sono intervenuti nella discussione generale chiedendo di introdurre limiti e controlli più severi, focalizzando l’attenzione sul posizionamento dei sistemi di accumulo energetico (BES) e sulla corretta selezione delle colture da integrare sotto i pannelli fotovoltaici. La discussione ha toccato anche il tema dell’installazione di impianti su strutture commerciali, come tetti e parcheggi, e la tutela del panorama dei paesaggi Unesco.
L’assessore Marnati, dopo aver fornito alcune risposte tecniche, ha assicurato l’esame accurato degli emendamenti che verranno presentati in seguito.

Dunque, abbiamo perso il conto di quanti Centri esistono nel nostro paese. Purtroppo, c’è un filo rosso che li lega tutti. E spiace doverlo ricordare soprattutto in una stagione politica dove crescono in modo esponenziale – tanto sul versante della destra quanto su quello della sinistra – alcuni disvalori fondo. E cioè, dal massimalismo all’estremismo, dal radicalismo al populismo. Soprattutto il populismo. E proprio di fronte a queste precise derive il Centro manifesta, purtroppo, tutta la sua inconsistenza e la sua fragilità. Ora, e senza iniziare la conta dei molteplici Centri che affollano la coalizione di sinistra e progressista – dove ormai crescono come funghi – e nell’alleanza attualmente al Governo e anche e soprattutto al di fuori dei due schieramenti maggioritari, credo che il Centro e, nello specifico, una “politica di centro”, sono credibili se rispondono a tre criteri di fondo. Innanzitutto il Centro è credibile, serio e reale se riesce a dispiegare un progetto politico. Nessuno pensa di poter ridare voce e gambe ad un progetto come quello declinato per 50 anni dalla Dc o, per fermarsi all’inizio della seconda repubblica, al Ppi di Marini e Gerardo Bianco o alla Margherita di Rutelli, Marini, Parisi, Mastella e Dini. Ma, senza un credibile progetto politico, culturale e programmatico che cateterizza quello spazio politico, il tutto si riduce ad essere, puntualmente, un satellite politicamente irrilevante, culturalmente inesistente e programmaticamente vacuo. Cioè, appunto, un satellite che non ha peso politico. In secondo luogo si può parlare di Centro se chi lo interpreta nella cittadella politica italiana rappresenta un segmento sociale ben preciso e definito della società. E questo perchè il Centro non è soltanto una vaga ed indefinita categoria politica ma, nello specifico, anche e soprattutto un riferimento sociale, valoriale e categoriale. Del resto, non è un caso che i “cento fiori” del Centro sono accomunati oggi da un elemento di fondo: e cioè dalla scarsissima rappresentanza nella società reale italiana. In ultimo, ma non per ordine di importanza, il Centro conta nella misura in cui contribuisce a dettare l’agenda politica. Come diceva il leader storico della sinistra sociale della Dc Carlo Donat- Cattin in tempi non sospetti, “in politica conta chi detta l’agenda politica”. Se il Centro da un lato si limita a replicare la triste esperienza degli ormai famosi “partiti contadini polacchi” – che è un po’ il modello del dirigente Pd Bettini che relega il Centro ad una sorta di “tenda” telecomandata dall’azionista di maggioranza della coalizione – o, sul versante opposto, ad un semplice gregario rispetto al programma della coalizione che viene puntualmente dettato da altri, è del tutto naturale che poi il Centro, se vuole ancora giocare un ruolo politico significativo, deve andare per conto proprio affrontando anche i mari tempestosi della solitudine rispetto agli schieramenti maggioritari. Ecco perchè, oggi, quando si parla di Centro, del futuro del Centro e, soprattutto, del ruolo politico del Centro nella società italiana – quanto mai necessari di fronte ad una crescente radicalizzazione politica e polarizzazione ideologica – non possiamo non tenere in seria considerazione questi tre fattori. Che erano, e restano, gli ingredienti principali e decisivi per non ridurre il Centro ad una sorta di banale ed insignificante accessorio.