Lunedì 1 agosto alle ore 17,30 nel salone delle feste di Bardonecchia il medico- scrittore Patrizia Valpiani presenterà il suo nuovo libro “Pietro J.” in parte ambientato a Torino ed edito da Readacrion . Abbiamo intervistato l’autrice.
D. Dottoressa Valpiani, Lei e’ medico scrittore e presidente di A.M.S.I.; ci dice qual è il legame
tra queste due attività cui ha dedicato la sua vita.
R. L’etica della professione medica porta a scacciare il dolore ma ben sappiamo che non bastano i farmaci, ci vuole quello che definisco il supplemento dell’anima e della verbalizzazione; i medici in genere cominciano a scrivere per questo. Attraverso l’uso sensibile della parola, che tanto rassicura, razionalità e creatività si fondono, ben vengano di conseguenza anche le parole scritte: per molti di noi parte integrante della vita. Spesso valgono anche per lenire le nostre personali inquietudini e mantenere un equilibrio, funzionano meglio di una dose massiccia di benzodiazepine. Sappiamo bene che la mente del medico è sempre all’erta. Anche la mente dello scrittore lo è. Potrei citare tantissimi esempi anche a livello internazionale e in tutti i tempi. Basti ricordare comunque che oltre all’ Associazione italiana ne esistono simili in tutto il mondo e fanno capo a U.M.E.M. ( Union Mondiale Ecrivains Médécins).
D. Lei scrive poesia e narrativa, come spiega questa duplice scelta?
R. Non si tratta di una scelta, ma della manifestazione della natura letteraria profonda. Lo scrittore di narrativa ha bisogno di nutrirsi di parole sentimenti e vite altrui. Non basta la propria di vita! La poesia è pregna di humus: i poeti ballano nella mente senza alcun freno inibitorio, liberano eserciti di mondi interiori e danno come frutti le più varie emozioni. Quale miglior campo, quando si scrive, dove attingere storie di uomini?. La mia scelta narrativa è diretta in primis verso il genere noir. Proprio per le caratteristiche intrinseche del noir, posso affermare che cerco di scrivere le mie storie con una larga componente poetica. Innanzitutto ci vuole l’atmosfera, che fa da regina: alla Scerbanenco, intanto per portare un esempio. L’ambiente prescelto deve essere fumoso, caotico, inquietante, misterioso. Da non sottovalutare che nei miei romanzi viene fuori anche il lato oscuro della mente, scandaglio le profondità psicologiche.
D. Ci parli dell’ultimo libro uscito, Pietro J, per Readaction editrice- Roma, 2022.
R. L’idea originaria è nata anni indietro, con altri due romanzi ( Chiaroscuro e l’Ombra cupa degli ippocastani, firmati allora con il nom de plume Tosca Brizio, perché scritti a quattro mani con Gianfranco Brini, medico legale, scomparso a gennaio 2019). Il protagonista di quest’ultima pubblicazione, in cui ho ripreso il mio nome come autrice, è sempre lui: Pietro Jackson. Si tratta di un artista italo inglese, personaggio enigmatico e affascinante che unisce quanto di magico e misterioso c’è nel mondo dell’arte. Ci conferma come il cervello sia un organo stupefacente ed ancora misterioso in tanti suoi relais: Pietro, durante i suoi momenti di creatività o durante il sonno, percepisce suo malgrado le negatività che lo circondano, spesso con enorme sofferenza. Così si trova coinvolto in eventi drammatici e cerca di essere d’aiuto nella risoluzione. Vicino a lui troviamo personaggi ricorrenti: una madre medico di famiglia, un padre commerciante e giramondo, un medico legale, un amico giornalista, una fidanzata…
D. Insomma, si tratta di una serie. Quale il suo modo di scrivere e quanto tempo dedica a questa attività.
R. Sì, una serie, appunto. Sono già all’opera per un ulteriore romanzo con gli stessi protagonisti. Da quando, per sopravvenuti limiti di età ho allentato la professione medica, dedico molte ora allo scrivere, è una grande passione. L’idea iniziale a volte nasce improvvisa, poi i personaggi mi prendono la mano e posso cambiare direzione strada facendo. Devo trasfondere le mie idee e renderle coerenti e verisimili con i protagonisti della storia che mi si forma nella mente. Ci vuole poi, quando il lavoro sembra finito, un lungo impegno di cesello. Bisogna avere il coraggio di tagliare qualche frase, di modificare qualche concetto. In ultimo, ma non per importanza, ci vuole rispetto: per la letteratura in genere, per i lettori, per i protagonisti delle storie e per la vita in genere.
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
La storia che racconta nel romanzo non è autobiografica, ma riflette le traversie di molti consanguinei che sono stati separati da barriere, muri, razzismo.
Ann Tyler è tra le scrittrici americane più prolifiche e importanti: ha vinto il Premio Pulitzer nel 1989 con “Lezioni di respiro”, mentre “Turista per caso” è stato finalista al Pulitzer ed ha ottenuto il Premio del National Critics Circle Award.
E’ un romanzo storico, il primo di una trilogia che in Francia ha venduto milioni di copie, scritto dall’autore francese Jean Divo, nato nel Faubourg Saint -Antoine nel1914 e morto nel 2011 a 96 anni.
Questa saga familiare è la storia di una scommessa vincente, del successo di chi ha saputo guardare oltre l’ostacolo, ed è la narrazione dei Menabrea, maestri birrai partiti da un altro paese e dal nulla. Un’avventura imprenditoriale tra seconda metà dell’Ottocento e giorni nostri, tra Biella e Val d’Aosta; iniziata grazie alla geniale intuizione di Giuseppe, walser di Gressoney che commerciava oltreconfine in lana e prodotti artigianali.
Il famigerato e crudele conte vampiro della Transilvania conobbe il primo, grande successo di pubblico nel maggio del 1897 quando, a Londra, venne pubblicato il più famoso dei libri dell’irlandese Bram Stoker. Si trattava di “Dracula”, un romanzo dalle atmosfere gotiche. In verità l’idea venne concepita da Stoker qualche anno prima, esattamente 131 anni fa, tra il luglio e l’agosto del 1890. “La bocca, per quel che si scorgeva sotto i folti baffi, era rigida e con un profilo quasi crudele. I denti bianchi e stranamente aguzzi, sporgevano dalle labbra, il colore acceso rivelava una vitalità stupefacente per un uomo dei suoi anni. Le orecchie erano pallide, appuntite; il mento ampio e forte, le guance sode anche se scavate. Tutto il suo volto era soffuso d’un incredibile pallore”. Una descrizione che non lascia dubbi sull’identità del personaggio e sulla sua natura sinistra, offrendo l’occasione al tema del vampirismo di acquisire, forse per la prima volta, una certa dignità letteraria.
rivede la moglie morta, fino al professore olandese Abraham Van Helsing, scienziato e filosofo che crede nell’esistenza del soprannaturale. Fatto circolare prima tra gli amici e successivamente modificato, il libro venne stampato e posto in vendita nella tarda primavera del 1897.
A sostenere quest’ardita tesi non sono dei fantasiosi “cacciatori di vampiri” ma alcuni studiosi dell’Università estone di Tallinn che, in collaborazione con studiosi italiani, hanno compiuto ricerche sulla principessa slava Maria Balsa, fuggita a Napoli nel 1479 a causa delle persecuzioni turche e accolta nella città all’ombra del Vesuvio da Ferdinando d’Aragona. La donna, che diventò in seguito moglie del Conte Giacomo Alfonso Ferrillo, sarebbe la figlia del Conte Vlad III di Valacchia, meglio conosciuto ai più come il Conte Dracula. E parrebbe proprio che fosse stato il padre ad accompagnarla nella città sul Golfo, cercando e ottenendo l’anonimato. La prova fornita dagli studiosi a sostegno delle loro tesi è il fatto che il blasone formatosi in seguito alla fusione degli stemmi delle famiglie Balsa e Ferrillo presenta un drago, in tutto e per tutto simile a quello della casata dei principi di Valacchia. Sarà davvero così? Il conte Dracula riposa (?!) a Napoli? La storia è affascinante, ricca di sfumature e di colpi di scena, anche se sembra più la trama di un romanzo d’avventure che una realtà storica. Infatti, almeno per il momento, manca il particolare che la renderebbe clamorosa, il colpo di scena finale: il corpo di Vlad Tepes. Ed è ciò che gli studiosi scesi in campo sperano di ottenere. Nel dubbio, come il professor Van Helsing, attendiamo notizie tenendo ben stretto in una mano un appuntito paletto di frassino e nell’altra una boccetta di acqua benedetta.
“Cuori selvaggi” è stato il tema e il titolo dell’ultima edizione (XXXIV) del “Salone Internazionale del Libro” tenutasi a Torino, nel maggio scorso. E a “Cuori selvaggi” nello sport è dedicato anche il nono episodio dei podcast “Fuoriclasse”, con cui il “Salone” intende aprirsi alla narrazione sportiva: una serie di episodi, rilasciati una volta al mese, dedicati ciascuno a storie di personaggi sportivi “fuoriclasse” (perché fuori dal comune, irregolari, precursori che hanno scritto pagine di storia), oppure a momenti storici differenti, che si intrecciano, raccontati attraverso due voci, quelle di Marco Pautasso, vicedirettore del “Salone del Libro” e di Federico Vergari, giornalista, scrittore e consulente del “Salone”. Disponibile dallo scorso giovedì 7 luglio su SalTo+ e sulle principali piattaforme di streaming gratuite, “Cuori selvaggi” presenta una decina di storie, una decina di persone che nello sport e nella vita ci hanno sorpreso con il loro coraggio, la loro forza, la loro determinazione e la loro capacità di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, per confrontarsi con i propri limiti, e che “con la loro attitudine e i loro valori – sottolineano Pautasso e Vergari – ci hanno insegnato che vale sempre la pena seguire le proprie passioni, ma anche sapersi ritirare, quando è il momento, nel rispetto di se stessi e degli altri”. Protagoniste e protagonisti nella vita e nello sport. Un unicum per tutti. Dall’americana Roberta (Bobbi) Gibb, che nel 1966, sfidando le regole che impedivano alle donne di gareggiare in una maratona, si presentò a quella di Boston, camuffandosi da uomo, e la portò a termine a Kathrine Switzer, che l’anno successivo corse anche lei a Boston, spianando così la strada alle generazioni future di donne appassionate del running. Per proseguire con il nostro DDR – Daniele De Rossi, il calciatore romano di nascita e romanista di maglia (oggi assistente del ct Mancini in nazionale azzurra), che ha dedicato alla squadra della sua città una carriera intera, senza mai cedere alle tentazioni, o con Stelvio Della Casa, che dopo la Seconda guerra mondiale giocò in Serie A con il Novara, ma che disputò la sua partita di calcio più importante nell’inverno del ‘45, tra le fila del Casale contro i fascisti delle Brigate Nere. Altri “cuori selvaggi”, il ciclista Michele Scarponi, che nel maggio 2016, in fuga sul Colle dell’Agnellosa, sa farsi da parte per lasciare vincere il Giro d’Italia al capitano Nibali, via via fino a Maria Moroni, prima donna a competere nel pugilato, in un Paese in cui la box femminile esiste solo da una ventina di anni, seguita dalle campionesse Stefania Bianchini, Simona Galassi e Irma Testa. E poi, ancora, Assunta Legnante, pesista e discobola napoletana, che non si arrese alla perdita improvvisa della vista e continuò nella sua determinazione, riuscendo a ottenere diversi ori e un argento gareggiando a livello paralimpico; il velocista Manlio Gelsomini, che, catturato dai fascisti, subì torture, ma non tradì i suoi compagni, e che il 24 marzo 1944 fu ucciso con un colpo alla testa alle Fosse Ardeatine; la ginnasta americana Simon Biles, atleta del 2021 per il Times, record mondiale con il maggior numero di medaglie conquistate, che ha avuto il coraggio di raccontare al mondo il suo “disagio” e si è rifiutata di soccombere alle aspettative esterne, ritirandosi; Amèlie Mauresmo, campionessa francese di tennis che ha saputo convivere con le proprie fragilità e ha sfidato i benpensanti, rivelando pubblicamente la sua omosessualità contro tutte le insinuazioni su di lei e il quarterback americano Colin Kaepernick, che il 26 agosto 2016 nel match tra “San Francisco 49ers” e “Green Bay Packers” non si alzò durante l’inno nazionale statunitense ( rendendo il gesto di inginocchiarsi un atto dal forte significato civile e politico diffuso in tutto il mondo ) che gli costò però la fine della carriera. Spiegano ancora Marco Pautasso e Federico Vergari: “Nell’epoca dello ‘storytelling’ applicato a qualsiasi cosa, politica compresa, non si può pensare a un evento sportivo senza un adeguato racconto. Che avvenga per radio, in video, su un sito, con un libro o su un quotidiano è ormai un dato di fatto che la qualità della narrazione influirà sensibilmente sulla costruzione di un preciso ricordo sportivo. L’epica sportiva non manca ultimamente. Ci sono trasmissioni TV, case editrici e riviste che fanno dello sport una questione prima letteraria e poi sportiva. Parlare di sport significa prima di tutto parlare di uomini e donne. Ogni uomo e ogni donna si portano dietro una loro storia. Ognuno con la sua storia, ognuno con la voglia di spostare i limiti un po’ più in là”.
Il romanzo da poco pubblicato in Italia è uno dei più ambiziosi della Maynard, ed anche parecchio autobiografico.
Poco più di 400 pagine che vi afferrano per non mollarvi più, con il racconto di una fase della vita della Maynard doloroso ma anche intensissimo, che sciorina temi portanti quali l’amore, la morte, il caso e il disperato tentativo di contrastarlo.
E’ un’altra storia coinvolgente, di quelle che ci incollano alle pagine con la suspense continua e l’attesa di vedere svelata una verità sottesa, ma che aleggia nell’aria fin quasi da subito. Potremmo definirlo il magistrale racconto di un sottile plagio, di una dipendenza emotiva ed affettiva che finisce per condizionare tutta la vicenda e relega in un angolino la capacità di giudizio della protagonista.
Non è un vero e proprio thriller anche se le vittime ci sono; giovani donne che perdono la vita in modo sospetto.



Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Il William del titolo, invece, è il suo primo marito al quale è tutt’ora legata da un affetto profondo ed insieme hanno messo al mondo due figlie.
Il libro è snello e corre veloce, racconta l’ostinazione di un uomo maturo che cerca di conquistare una giovane recalcitrante.
La “cuntintizza” è una parola siciliana che non ha traduzione e sta a indicare quella leggera sensazione di piacere che possiamo trovare nelle piccole e semplici cose di tutti i giorni. Di questi stati di grazia hanno scritto Simonetta Agnello Hornby e sua nipote Costanza, che di mestiere fa la farmacista ma in queste pagine se l’è cavata egregiamente anche come scrittrice.
Ecco una nuova avventura per l’ex Pm Penelope Spada: 45 anni, ex campionessa di salto con l’asta, intelligenza acuta e bellezza che non passa inosservata. Era un Pubblico Ministero in piena ascesa quando la sua carriera ha subito una battuta d’arresto ed è stata costretta a lasciare la magistratura. Si è reinventata come investigatrice privata e questa è la sua seconda avventura, quella che la costringe anche ad affrontare i demoni interiori, a cercare di risollevarsi dal senso di colpa, non solo affogando il dolore in alcool e sigarette.