Giovedì 24 ottobre al Circolo dei lettori nel giorno di apertura di Radici, il festival dell’identità, curato da Giuseppe Culicchia che si conclude domani, Irvine Welsh ha presentato il suo ultimo romanzo, uscito questa settimana per Guanda, Resolution, terzo capitolo della trilogia del poliziotto Ray Lennox. Irvine Welsh, lo scrittore e drammaturgo scozzese che si è imposto negli anni Novanta con Trainspotting da cui è stato tratto il film cult omonimo, ha raccontato del suo rapporto con la Scozia e con la scrittura, in dialogo con il suo traduttore Massimo Bocchiola, alla presenza dell’interprete Simona Caldera.

Welsh ha raccontato come mai alcuni luoghi più di altri sono adatti a fare da sfondo ai suoi romanzi. Ray Lennox si muove negli stessi luoghi dell’autore, perché nasce ad Edimburgo, cresce nei quartieri popolari di Edimburgo, si trasferisce a Miami e poi a Brighton. Nonostante abbia vissuto anche a Dublino e a Chicago questi sono spazi difficili per uno scrittore, entrambe le città hanno una grande tradizione letteraria, nel caso di Lennox anche lui viene da Edimburgo, un luogo dove piove sempre, dove le persone non fanno altro che parlare all’interno dei pub, è una cultura molto verbale. Mentre Miami è l’esatto opposto, la gente non parla, c’è il sole, sono tutti in giro con lo skateboard e c’è un narcisismo che si esprime in modo molto più visivo che verbale. Ho pensato quindi di mettere Lennox in quella situazione, renderlo un pesce completamente fuor d’acqua. Ho anche immaginato Lennox attirato dall’acqua, quindi quando mi sono ritrovato a Brighton dove ho creato la mia etichetta discografica e anche lo studio di registrazione, guardando il mare ho pensato che potesse essere un luogo dove riuscivo a vedere il mio personaggio. Ecco perché questi luoghi sono finiti qui.
Massimo Bocchiola sottolinea la sua maestria nel maneggiare una pluralità dei registri linguistici del parlato, ogni personaggio si esprime in maniera coerente con il proprio ceto sociale e la provenienza geografica.
Da dove ti viene questa tua capacità di ascolto?
Beh, gli scozzesi son dei gran chiacchieroni. La cosa che mi piace molto delle conversazioni è l’energia che si sprigiona, in Scozia in particolar modo la lingua viene usata in modo performativo, forse questo deriva anche dalla nostra tradizione celtica di narrazione, per cui la lingua non è solo uno strumento di comunicazione ma è una vera e propria performance culturale, attraverso la lingua noi diciamo chi siamo, esprimiamo come vogliamo essere visti dal resto del mondo ed è questo che mi interessa molto della lingua.

La Scozia è molto presente sullo sfondo, che rapporto hai con il tuo Paese e il Regno Unito?
La Scozia ha avuto l’opportunità di diventare indipendente e quando è stato il momento invece poi ha deciso di rimanere con il Regno Unito, quella che è una forza in declino ormai. Infatti l’idea di Regno Unito è nata dall’idea di un impero industriale, è per questo che Inghilterra e Scozia si sono unite, con l’idea di unire le flotte mercantili volte poi a mettere insieme le forze tecniche e ingegneristiche, ma quest’era ormai è finita e la Gran Bretagna fa fatica a trovare un suo ruolo dal dopoguerra. Quindi c’è un rapporto ambivalente con il Regno Unito e con la Scozia che sembra non essere pronta ancora per un ruolo di democrazia sociale e invece continua a seguire una strada di declino data da questo mondo moderno. Mi sembra che quello che caratterizza la Gran Bretagna e la Scozia negli ultimi dieci anni sia un senso di profonda insoddisfazione dopo la Brexit. Al di là di Londra che continua ad essere un posto meraviglioso in grande fermento e sviluppo però il resto della Gran Bretagna sembra quasi un Paese del terzo mondo.
Edimburgo è un po’ la Londra della Scozia? Ed esiste una divisione settaria tra Edimburgo e Glasgow?
Esiste ed è più forte nella parte occidentale della Scozia, ad esempio se sei ad Edimburgo e chiedi a qualcuno che scuole ha fatto è perché si cerca di capire qual è la provenienza di classe sociale, invece se lo si chiede a Glasgow questa domanda è per capire invece se sei uno scozzese cattolico o protestante o ancora uno scozzese di origine irlandese. E questa divisione è legata anche all’identità che passa attraverso il calcio. Edimburgo è una città molto ricca in alcune parti, ben diversa è la zona da cui vengo io che è la parte più vicina al porto, un po’ più a est.
La cosa moto interessante che è stata detta di te è che sei l’erede dei grandi moralisti scozzesi. I tuoi libri, dietro l’apparente anarchismo di alcuni romanzi e molti dei tuoi personaggi, sono profondamente morali.
Penso che scrivere fiction sia sempre un atto morale, questo perché la fiction utilizza il subconscio che è il modo per entrare in contatto con ciò che è morale, attraverso il subconscio noi cerchiamo la verità più profonda. Il subconscio è il motore umano per capire, comprendere a fondo, certo, io amo scrivere di personaggi molto incasinati, che hanno fatto delle scelte pessime, però anche se sono immersi nell’oscurità vedono sempre un barlume di luce.
Welsh ha lasciato spazio anche a diverse domande dal pubblico, a chi gli ha chiesto di raccontare qualcosa del suo processo creativo e consigli per scrittori in erba ha risposto così.
Quando decido che è tempo di scrivere un libro non vado a riprendere gli appunti che ho scritto per i libri passati, ma li ignoro e mi metto a scrivere 20.000 parole e in quel momento non guardo altro. Quando arrivo a quella quantità stampo e poi mi metto con la biro a lavorare su queste 20.000 parole per provare a identificare un tema, un personaggio, una trama e di solito qualche cosa trovo. Poi a quel punto vado a riprendere i vecchi appunti per vedere se c’è qualcosa che si può inserire e se ho identificato qualcosa che può funzionare allora mi metto a lavorare su una grande lavagna bianca dove inizio a schizzare mappe e a togliere, a tagliare e a incollare per arrivare a creare una sorta di struttura.
Per diventare scrittori bisogna amare la solitudine, perché il lavoro dello scrittore è molto solitario. Io credo che gli scrittori migliori siano quelli un po’ schizofrenici, quelli che da un lato amano tantissimo stare con gli altri, stare in compagnia e in società ma allo stesso tempo amano stare da soli, e questo è il motivo per cui è molto difficile vivere con uno scrittore e questo è il motivo per cui mi sono sposato mille volte e ho divorziato mille volte. È molto difficile stare con una persona che di punto in bianco scompare, che non è presente emotivamente perché è presa da questo altro mondo che sta creando e pi di punto in bianco emerge dalla sua stanza e dice “Beh, allora, cosa facciamo, usciamo?”. Quindi per far lo scrittore prima di tutto bisogna assicurarsi che trascorrere tanto tempo da soli sia un piacere.
GIULIANA PRESTIPINO




Una vita operaia, libro scritto da Giorgio Manzini e pubblicato da Einaudi nella collana degli Struzzi Società nel 1976, non è evidentemente un libro nuovo e nemmeno si può dire sia stato all’epoca un bestseller anche se vendette parecchie copie. E’ comunque un libro importante e molto attuale. Giuseppe Granelli, classe 1923 (morto a novant’anni nel dicembre di dieci anni fa), colto operaio dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, era il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini, giornalista mantovano prematuramente scomparso che fu per oltre trent’anni responsabile della redazione milanese di Paese Sera, storico quotidiano progressista romano. Granelli, cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a Una vita operaia, l’emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra. Manzini lo interrogò a lungo dopo averlo scelto tra decine di migliaia di operai di Sesto San Giovanni perché era conosciuto come uno stimato sindacalista di fabbrica e una persona libera e intelligente. La sua era una vita come tante, chiusa in un giro ristretto ma anche investita “dai bagliori dei grandi avvenimenti politici”: la Resistenza, le illusioni dopo il 25 aprile del 1945, le difficoltà economiche del dopoguerra, la rottura del fronte operaio, la restaurazione, la caduta del mito di Stalin, la lenta riscossa sindacale che portò all’autunno caldo. Questo libro di Giorgio Manzini che potremmo definire allo stesso tempo un saggio, un’inchiesta o un romanzo verità – ripubblicato nel 2014 da Unicopli – assume oggi un significato ancora più profondo perché racconta di un uomo, quel Giuseppe Granelli, che per quarant’anni lavorò alla Falck di Sesto San Giovanni, acciaieria simbolo di una fase dell’industria italiana. La sua esistenza fu indissolubilmente legata a quella della città dove visse, ribattezzata la “Stalingrado d’Italia”, tra gli stabilimenti dell’acciaieria e il villaggio operaio al Rondò da dove partivano le grandi marce solidali. Vicende che sono diventate una parte della nostra storia nazionale: un simbolo altalenante di conquiste, di sconfitte, di risalite e di cadute, un microcosmo che può rispecchiare la vita dell’intero Paese. La fabbrica amata e odiata – il pane, la fatica, il conflitto – non c’è più. I resti dei vecchi capannoni (Concordia, Unione, Vittoria: si chiamavano così i vecchi stabilimenti della Falck), le fonderie, i laboratori, l’altoforno sono come ombre e fantasmi di un passato. Resta però la memoria di quella “vita operaia”, di Giuseppe Granelli che, una volta andato in pensione, diventò la “voce degli operai” e raccolse le biografie di quasi 490 sindacalisti della Fiom, militanti e semplici operai che avevano speso la vita in fabbriche come l’Alfa Romeo, la Falck, l’Innocenti, la Breda, la Pirelli, la Richard Ginori, la Magneti Marelli e tante altre di cui non ci si ricorda nemmeno più il nome. Un lavoro prezioso, svolto con una pazienza certosina, con la lucida coscienza che quelle vite raccolte a una a una, catalogate nell’Archivio del lavoro di Sesto San Giovanni, erano la sua eredità, la medaglie al valore che nessuno gli ha mai messo sul petto. Il padre di Granelli, Tone, aveva lavorato anche lui alla Falck Concordia per quarant’anni, manutentore al laminatoio. Lui, Giuseppe (detto Giuse, Tumìn, Granel) cominciò a faticare da ragazzo di fabbrica a 14 anni, per 84 centesimi l’ora a portar l’olio, scopare i trucioli di ferro, allungare gli stracci ai compagni alla macchina. Manzini con quel libro seppe fare di Granelli il simbolo di milioni di uomini di un passato ormai morto e sepolto. Questo libro appartiene, come scrisse Corrado Stajano, “alla letteratura industriale”, quella dei Carlo Bernari, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Primo Levi, Vittorio Sereni. Granelli conservò nel portafoglio per anni una fotografia di Stalin, per lui l’uomo della guerra patriottica, il vincitore delle armate naziste. Il ventesimo Congresso del Pcus lo visse come un trauma, la rivolta di Budapest del 1956 come un colpo al cuore. Ma Granelli non indulgeva in nostalgie e tenne sempre fede ai suoi principi di giustizia sociale: tolse dal portafoglio la foto di Stalin e non ne rimise altre. Amava il dubbio e il confronto. Aveva un grande rispetto per il sapere ed era curioso, frequentò a Milano la Casa della Cultura diretta da Rossana Rossanda, fu attratto dal fascino di Cesare Musatti e lesse i grandi libri della storia e della letteratura. Il libro di Manzini lo rese felice. Gli fece capire che una vita come la sua, simile a quella di tanti altri, poteva e doveva essere ricordata. Le ultime tre righe del libro raccontano la sua pazienza, la tenacia e la saggezza di quest’operaio che sapeva fare “i baffi alle mosche”: “L’importante è continuare il rammendo, sostiene Granel, e avere fiducia. Se non si avesse fiducia si starebbe qui a diventar matti tutti i giorni?”. Manzini è morto giovane nel 1991. Granelli da due lustri non c’è più : è sepolto nel silenzio del cimitero del paese dei suoi genitori, a Moio De’ Calvi in alta val Brembana, nella bergamasca. Rimane questo libro, Una vita operaia, troppo bello e troppo importante per non essere ripreso in mano, leggerlo e riflettere su cos’è stata e cos’è tuttora la “condizione operaia”.
RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
E’ bellissimo il ritratto di Kate Middleton tracciato dal biografo reale (da 35 anni) Robert Jobson in “Catherine Principessa del Galles”.
Belli, ricchi, talentuosi, di successo; ma anche travolti da un destino tragico. Il 16 luglio del 1999 il Piper guidato da John F. Kennedy Jr. precipita al largo di Martha’s Vineyard e si inabissa con a bordo la moglie Carolyn Bessette e la sorella di lei Lauren. Un volo disgraziato e una morte prematura che li catapulta direttamente nel mito. 


Questo libro fotografico ci consegna l’immagine glamour di Carolyn Bessette Kennedy e testimonia la sua classe innata, il suo fascino particolare e inimitabile.
Ha salutato per sempre il mondo l’immensa Iris Apfel, morta il 2 marzo di quest’anno a 102 anni appena compiuti. Di lei sono rimaste tantissime cose, in primis l’insegnamento che tutti dovremmo cogliere: attraversare la vita come una grande avventura.


nazismo? E’ esattamente quello che ha vissuto la piccola Inge Brigitte, figlia di Rudolph Höss, comandante della più atroce ed efficiente macchina di morte per lo sterminio degli ebrei (e non solo), il campo di concentramento di Auschwitz. E una volta scoperta la verità, come è possibile convivere con un tale fardello nell’anima? La verità è quello che viviamo o quello che accade alle nostre spalle?
Questa è l’agghiacciante autobiografia scritta da Rudolf Höss, che comandò il campo di sterminio di Auschwitz dal 1940. In fuga nel 44 venne infine scoperto e arrestato. La Corte Suprema di Varsavia lo giudicò colpevole di crimini contro l’umanità e lo condannò all’impiccagione, eseguita nel cortile del campo di Auschwitz il 16 aprile 1947.
La giornalista e scrittrice tedesca di origine ucraina che ha già rivelato la sua profondità di pensiero nel bellissimo “Forse Esther”, ora entra nell’essenza di 57 fotografie, scelte tra ricordi di famiglia, scatti di fotografi famosi –come Robert Capa, Josef Koudelka, Francesca Woodman- oppure scovate nei mercatini, su Internet, in mostre, libri e archivi storici.
Questo romanzo nasce dal vissuto in prima persona dell’autore, che ha attraversato entusiasmi e dolori di una relazione tossica che rischiava di rovinargli la vita. Lui è riuscito a smarcarsi dal pericolo, ha fatto tesoro della sua esperienza e ha scritto il libro.