Ecco i tre libri più letti e discussi in questo mese di febbraio nel gruppo FB Un libro tira l’altro, ovvero il passaparola dei libri
Sono Il Manicomio dei bambini, saggio di Alberto Gaino che ripercorre la storia delle istituzioni psico-pedagogiche e fa riflettere su molti aspetti della storia più recente del nostro paese; i recenti fatti legati alla paura di epidemie hanno riacceso i riflettori su L’ombra dello scorpione, classico romanzo di Stephen King e al terzo posto troviamo La straniera, di Claudia Durastanti, romanzo che, pur essendo molto presente nelle discussioni, non sembra convincere i nostri lettori.

Per questo mese, la libreria Empatia di Teramo consiglia la lettura di Il nostro desiderio è senza nome di Mark Fisher (Minimum Fax), “perché in quasi ogni pagina del critico radicale inglese si trova uno spunto, un’intuizione genuina sulla nostra società e sul modo così sinistro in cui stiamo scegliendo di portarla avanti”; Kintu di Jennifer Nansubuga Makumbi (66thand2nd), romanzo epico che racconta l’ Uganda, fra tradizioni e racconti orali, dal sapore dei poemi omerici con la magia della Storia infinita di Ende e la potenza del Conte di Montecristo.
Nel mese di San Valentino, i nostri lettori hanno votato la migliore storia d’amore raccontata dalla letteratura e dalla narrativa e al primo posto del sondaggio troviamo quella tra Catherine e Haethcliff in Cime Tempestose, di Emily Bronte; seguono Louise e Will protagonisti di Io prima di te, di JoJo Moyes e infine la lunga passione di Florentino e Fermina nel classico L’amore ai tempi del colera, di Gabriel Garcia Marquez.
Per la serie: Time’s List of the 100 Best Novels, ovvero i cento romanzi più importanti del secolo XX, scritti in inglese e selezionati dai critici letterari per la rivista Times, questo mese noi abbiamo discusso di tre capolavori della letteratura inglese contemporanea: il celebre romanzo storico di Robert Graves Io Claudio, l’arguto e cinico ritratto di maggiordomo di E vissero felici di Henry Green e del recente premio Nobel Kazuo Ishiguro con Non lasciarmi.
Per questo mese è tutto, ci rileggeremo il mese prossimo!
Podio del mese:
Il Manicomio dei bambini, di Alberto Gaino (Edizioni Gruppo Abele) – L’ombra dello scorpione, King (Sperling & Kupfer) – La straniera, di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo).
I consigli del libraio: Il nostro desiderio è senza nome, Fisher (Minimum Fax) – Kintu Nansubuga Makumbi (66thand2nd).
Nel mese di San Valentino:
Cime Tempestose, di Emily Bronte; Io prima di te, di JoJo Moyes – L’amore ai tempi del colera, di Gabriel Garcia Marquez.
Time’s List of the 100 Best Novels :
Io Claudio, Graves (Bompiani) – E vissero felici, Green (Longanesi) – Non lasciarmi, Ishiguro (Einaudi)
Testi di Valentina Leoni
grafica e impaginazione di Claudio Cantini redazione@unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it
Rubrica settimanale dedicata alle novità in libreria
nera: riscaldamento a singhiozzo, lei costretta a scrivere addirittura con i guanti e a inventarsi stratagemmi per tenere i bambini al caldo. Poi arriva il sassofonista eroinomane Buddy Berlin con 4 biglietti aerei, destinazione Acapulco, e lei lo segue in capanne e altra miseria. Mentre lui si fa l’ennesimo buco Lucia partorisce il terzo figlio e ancora una volta si ritrova sola; dopo la nascita del quarto prende i bambini e vola a ricostruirsi una vita in California. Farà di tutto: donna delle pulizie, centralinista, infermiera.. nel frattempo scrive i suoi magnifici e spesso autobiografici racconti, entra ed esce dagli Alcolisti Anonimi. Vale la pena soffermarsi sul capitolo che riassume i problemi di tutti i luoghi in cui ha vissuto, perché lì è scandito il suo continuo peregrinare tra Alaska, Montana, Idaho, Texas, Arizona, Santiago del Cile, Acapulco, e poi ancora altre mete fino alla California, alle prese con valanghe, alluvioni, scorpioni, sporcizia, topi e termiti…e via così in un percorso difficile e spesso al limite dell’inimmaginabile.
riesce anche a ritagliarsi il tempo per scrivere e raccontare il suo lavoro, come nel precedente “Naufraghi senza volto”; una sorta di reportage della complessa identificazione dei migranti morti in mare, in particolare dei naufraghi di Lampedusa. Ora in “Corpi, scheletri e delitti” ci aiuta a fare chiarezza sul suo mestiere difficile e affascinante che restituisce ai cadaveri un nome e ai familiari la possibilità di metabolizzare un lutto.
Se amate le atmosfere del realismo magico sudamericano questo libro fa per voi. E’ scritto da una delle autrici più geniali dell’America Latina, la brasiliana Martha Batalha, nata a Recife nel 1973, giornalista e fondatrice della casa editrice Desiderata, che dopo un periodo newyorkese oggi vive in California con il marito e due figli. Ci coinvolge in un romanzo travolgente, una sorta di saga familiare in cui si inanellano destini, tradimenti, segreti, amori e rancori che partono da lontano. Dall’origine di Ipanema, spiaggia favolosa in cui nel 1904 il console svedese Johan Jansson (tutto ossa) costruisce per la moglie Brigitta (70 kg di donna in un metro e mezzo di altezza, e strane voci nella testa inutilmente curate da Freud) un castelletto moresco con tanto di torre: una delle prime case della zona sud di Rio de Janeiro. Martha Batalha ricrea l’atmosfera di quel lido favoloso, attingendo anche a fonti storiche, ma soprattutto alla sua fantasia. Il risultato è fantastico e cresce di pagina in pagina, man mano che il castello si ammanta di tanti stili fino ad ottenere una fisionomia pasticciata e unica. Qui nascono i 3 figli della coppia e scorrono gli anni movimentati da feste spettacolari dai ritmi carioca. Poi Johan viene inghiottito da mare e scogli, il castello va in rovina e niente sarà mai più come prima. A portare aventi la dinastia sono i giovani eredi, soprattutto Nils che riemerge dalla malinconia, sposa la strabica e rancorosa Guiomar, e mettono al mondo Tavinho. E’ soprattutto la storia del suo matrimonio con Estela che viene messa a fuoco. Anni di cene in famiglia insopportabili, rimbrotti
continui di Guiomar verso le delizie culinarie della nuora, tutto condito da sentimenti altalenanti, apparenze, disorientamenti sessuali e amanti. Traiettorie di vita sullo sfondo della dittatura e delle torture dei prigionieri politici, poi della democrazia condita dal boom economico. Con un epilogo in qualche modo annunciato.
Il nuovo libro del Cardinale Tarcisio Bertone non è solo un’opera letteraria, ma un manifesto tout court in nome della passione per la pratica sportiva, intesa come quel connubio tra l’attività agonistica e il suo patrimonio valoriale.
Il 14 e 15 febbraio scorsi Verbania ha ospitato “Il Silenzio dei Corti”, iniziativa ispirata alla memoria di Nino Chiovini promossa dalla municipalità verbanese e dal Parco Nazionale Val Grande con Casa della Resistenza, Anpi e Tararà Edizioni
Riportiamo qui una sintesi dell’intervento di Marco Travaglini, collaboratore della nostra testata
Nelle sue opere Nino rende giustizia agli abitanti del territorio, al lavoro duro, alla fatica che schianta, al rispetto del tempo, del ritmo delle stagioni e della terra, all’impegno spesso obbligato che genera sudore mischiato a un grumo di rabbie e speranze, di tradizioni e fame, di poche gioie e tanti, troppi dolori. Mi è venuta in mente un’intervista a Francesco Guccini dove, ricordando quel prozio emigrato oltreoceano al quale dedicò la canzone “Amerigo”, raccontava come – ritornato in Appennino – al saluto della gente rispondeva con un “Buongiorno e vita lesta, mangiar poco e lavorar da bestia”.Quello indagato e descritto da Chiovini è un mondo che ci insegna ad essere umili, a riconoscere che una parte importante della cultura accumulata da generazioni di montanari risiede in quei luoghi aspri, spesso percorsi su sentieri ripidi sotto il peso di una gerla. Posti dove le frontiere dei crinali sono stati più un punto d’incontro che una linea di demarcazione e separazione. Se c’è una eredità che Nino Chiovini ci ha lasciato credo si possa individuare nell’assillo di una riorganizzazione della cultura in grado di aiutare una sintesi su storia, radici, saperi. Si riconosce lì il messaggio di chi, pur tra speranze e illusioni, ha sempre pensato ad una società nuova e più giusta. Un messaggio che sottende la volontà di ricerca, di un approfondimento più che mai necessari per salvare noi e il paese in questo tempo segnato da superficialità, dalla riduzione e impoverimento del linguaggio. E’ la rivalutazione di quella parte del paese che non sta sotto i riflettori e che rappresenta buona parte della montagna più povera, dell’area prealpina, dell’entroterra appenninico e pedemontano, dei piccoli borghi abbandonati,ai margini del commercio, dell’industria, della cultura. Negli incontri con Nino Chiovini e nella lettura dei suoi libri avvertivo l’urgenza, il bisogno di testimoniare e in qualche modo risarcire la memoria degli ultimi, narrando la civiltà contadina, le radici e le origini. Un pensiero antico e al tempo stesso moderno che, in parallelo, ricordava le ricerche di Nuto Revelli o – più tardi – quelle di Marco Aime sui pendii ruvidi della Val Grana o tra i pastori transumanti di Roaschia, in Valle Gesso. La difesa e il riscatto quantomeno culturale del “mondo dei vinti” fa emergere un’attenzione, una forza nella denuncia dell’abbandono della montagna, dei coltivi, degli alpeggi, delle borgate che ha portato ad un depauperamento dell’ambiente, alla perdita di capacità, conoscenze, competenze. Quando l’antico edificio agromontano si sgretolò, iniziò l’abbandono della montagna. Raccontando il disboscamento della Val Grande con l’Ibai, la cura del bestiame, i lavori precari nel fondovalle nello “spartano” secondo dopoguerra, Chiovini raccolse ,tra confessioni e reticenze, la testimonianza del collorese Settimio Pella sul tema delle “disobbedienze” – il bracconaggio, la pesca di frodo, il contrabbando con le bricolle –chiedendosi quale processo si dovesse fare a questi uomini che, al netto di queste “disobbedienze”, furono “corretti servitori di uno stato diretto da un ceto dirigente che tanto non meritava”. Siamo nel 1983 e così scrive Chiovini: “Gente che non evade il fisco, che non spreca, che non inquina, che produce fino alla fine dei suoi giorni, che non intrallazza con il potere, che non impoverisce l’azienda Italia; gente che, chiamata alle armi, mandata su ogni fronte, pagò i prezzi che conosciamo; gente che quando fu il momento ospitò i partigiani e fu dalla loro parte più che in altri luoghi, mentre anche i suoi giovani si facevano combattenti per la libertà; in cambio, dal nemico, ebbe devastazioni, spoliazioni, morte; dallo Stato nato dopo la Resistenza, che ancora oggi pretende e in parte ottiene il loro consenso politico, quasi nulla”. E si domandava ( e chiedeva) quale processo potesse essere fatto a queste persone e se non fosse il caso di conceder loro un’amnistia precisando però che non si trattava di “quella che periodicamente premia evasori, speculatori, trafugatori di pubblico denaro e via sottraendo… Un’amnistia culturale, di costume: quella che passando attraverso il territorio, possa giungere ai suoi antichi utenti”.
Aggiungeva: “Forse il Settimio e la sua gente comprenderebbe il valore e il senso di quell’amnistia, di quel messaggio: giungerebbero, forse, alla conclusione che il rapporto stabilito da sempre con l’ambiente, non tollera più antiche devianze, remote e recenti contraddizioni. Quell’amnistia, poetico e politico ripianamento di colpe nei riguardi dell’ambiente, se sorretta dall’assenso delle giovani generazioni, dei ragazzi che oggi frequentano le sopravvissute scuole di quei villaggi – che dovrebbero fungere anche da sedi di rifondazione della cultura montana e da fonte della sua memoria – potrebbe diventare più efficace dei guardacaccia e dei finanzieri. Forse, un esperimento da ripetere in settori molto più importanti e decisivi del pianeta”. Una grande lezione morale. La stessa lezione che si trova nella conclusione di “A piedi nudi” quando scrive : “ Quello scomparso era un mondo imperfetto e crudele in cui tuttavia erano ravvisabili e riconosciuti vivi gli obiettivi, il senso della vita, il suo fine:l’obiettivo della sopravvivenza e quello della continuità della stirpe; il senso della vita sorretto dalla memoria della specie; il fine del bene operare che faceva perno sulla speranza. Quel mondo scomparso rappresentava la riconosciuta e accettata civiltà della fatica quotidiana, del lavoro realizzato da mani con le palme di cuoio; la civiltà dei sentieri e delle mulattiere selciate e lastricate, dei geometrici terrazzamenti e, in fondo, dell’ottimismo collettivo, simboleggiato dal rituale saluto di congedo – alégher, allegri – che si scambiavano i suoi abitanti”. Qui si coglie, nel saluto, l’importanza della lingua e del linguaggio. Un caro amico mi ha fatto rilevare come la lingua si fondi sul significante, sull’immagine acustica della parola che la distingue dal significato. La nostra cultura ha dato la preminenza assoluta al significato mentre nel dialetto è il significante che pesa e conta. Alégher non è traducibile con un “ciao”. Il significato è più o meno lo stesso ma il saluto è più denso e più ricco, parla e suona diversamente perché è la lingua il significante. La parola risuona diversamente e ha effetti differenti su di noi e questa è l’identità della lingua. Tutto ciò racchiude quell’insieme che è la storia delle ceneri della fatica, di quella civiltà alpina sulla quale calò, come scrisse, “ un sipario di fogliame”.
Rubrica settimanale sulle novità in libreria. A cura di Laura Goria
Raptus & Rose. Un innovativo concetto di Moda Liberata: forme morbide e tessuti pregiati che arrivano da lontano e hanno il sapore dell’Oriente. Silvia Bisconti da anni gira il mondo in lungo e in largo alla ricerca di bellezza a 360 ° e stoffe uniche e particolari da drappeggiare in vestiti che potete scoprire sul suo sito @raptusandrose, ordinare via Internet o acquistare nel suo Atelier sul Fiume a Belluno. Un vestire che ha del rivoluzionario perché realizza la libertà di essere se stesse. Colori carezzevoli, morbidezza e comodità. In questo libro troverete i suoi viaggi e le sue valigie perfette per ogni latitudine, rigorosamente riempite in base alla legge del tre (che lascio a voi scoprire). 7 capitoli sciorinati in circa 300 pagine lievi e divertenti, all’insegna del motto “La bellezza ci salverà”. In cui lei miscela vestiti, alberghi con l’anima, luoghi adorati …in primis l’India, amori letterari, cibi e odori, sfilate e lavoro…raccontati da parole e foto fatte con l’iPhone.
diventa sopportabile se inserita in una storia…insomma, le parole come balsamo. E la protagonista cerca di elaborare un lutto proprio sciorinando pagine che scorrono tra citazioni letterarie, riflessioni personali, ricordi e pensieri. A morire è il suo insegnante di scrittura, quello che tanti anni prima le aveva dischiuso l’inesauribile universo dei libri. Lei era stata l’allieva più promettente e nello scorrere degli anni la loro amicizia si era nutrita di complicità e confidenze, amore, affetto, lettura e scrittura: tutto sullo sfondo della scena letteraria newyorkese. Lui, la sua complicata vita di seduttore seriale e le sue 3 mogli, fino al giorno in cui si suicida buttandosi dal Golden Gate Bridge. Il suo mentore le lascia in eredità un gigantesco alano di nome Apollo che diventa l’inseparabile compagno: entrambi sono orfani del professore e finiscono per condividere il dolore. Tra una passeggiata nel parco e la vita nel minuscolo appartamento, la protagonista ripensa all’amico, ai momenti che non torneranno, al mondo intellettuale della grande mela (un ritratto spietato e ironico) al perché del suicidio e finisce per rendersi conto che Apollo è l’unico a cui confidare pensieri ed emozioni.
le grandi città dove da sempre la letteratura si respira ad ogni angolo (come Parigi, Londra o Praga) ma scoverete anche informazioni su paesini ed angoli misconosciuti che però hanno grandi storie da raccontare. Ogni capitolo è una messe di indirizzi, riferimenti web, indicazioni precise e dettagliate, citazioni, calendari di eventi letterari e, tra le tante altre cose, anche vari consigli di lettura. Qui non trovate le solite mete turistiche delle guide tradizionali; ma sono suggeriti luoghi in cui andare alla ricerca dello spirito più profondo degli scrittori che amate. Non l’hotel di grido, ma il ben più emozionante b&b nella dimora di Agatha Christie, la camera dell’albergo di Parigi in cui morì Oscar Wilde…o ancora il tavolo del bar di Lisbona in cui era solito sedersi Fernando Pessoa. Tutto condito da incursioni anche nell’arte, nella musica e nel cinema (con ricostruzioni di scene e romanzi, come per esempio i “Buddenbrook” a Lubecca) per offrirvi itinerari a 360° gradi e memorabili. Buona lettura e buon viaggio sulle orme di…..(di chi decidetelo voi).
lino rosa con le iniziali ricamate di Costanza e di sua sorella Vichy. Momenti bellissimi trascorsi con l’affascinante nonno, “…avvocato per hobby, imprenditore per professione, sognatore nostalgico, bambino mai cresciuto”. Entusiasmanti pesche ai ricci con tanto di retino, nuotate in quel mare dal fondale sabbioso “…e limpido che diventa casa, un liquido amniotico nel quale sguazzare felici”. Un ritaglio di Eden perché, come scrive l’autrice, “In fondo al mare si spegne il rumore del mondo, si attutisce ogni dolore, si camuffa ogni pensiero”. Pagine indimenticabili in cui fanno capolino personaggi famosi, come lo scrittore Gesualdo Bufalino e l’editrice Elvira Sellerio, ospitati dai nonni. Poi c’è anche il racconto di come quella casa fu notata da chi di dovere e diventò il set della serie tv “Il commissario Montalbano”. Prendeva così vita la Vigata di Andrea Camilleri nel Golfo di Marinella: nella casa di villeggiatura di Giovannino DiQuattro “… proprio sulla spiaggia, quasi dentro al mare”. E con il successo della fiction arriverà anche il continuo pellegrinaggio dei fans alla scoperta della magica location, dove l’anziano proprietario finirà per intrattenerli piacevolmente.
York nel 1936 ed è la storia della resilienza tutta al femminile delle giovani protagoniste, catapultate nel calderone multietnico dell’immigrazione di quegli anni. Inizia con il funerale di Emilio Arenas, spagnolo 52enne, sbarcato in America all’ inizio del 1929, pochi mesi prima del crollo della Borsa e della Grande Depressione. Tempismo pessimo per l’apertura del suo piccolo ristorante “El Capitán” sulla14° strada, nel cuore del quartiere spagnolo. Emilio rimane vittima di un infortunio che gli spezza vita e speranze. A piangerlo sono la moglie analfabeta Remedios –donna timorosa di tutto e chiusa ai cambiamenti- e le tre figlie Victoria, Mona e Luz. Dapprima tentano di continuare il lavoro paterno, ma si scontrano con le difficoltà del Nuovo Mondo. Il romanzo è la storia della loro complicata integrazione nella città caotica, dove arrancano con inesperienza e ingenuità. Tentano di rimettere in piedi la trattoria paterna che ribattezzano “Le figlie del Capitano”, e passano attraverso varie avventure e disavventure che le aiuteranno a maturare e fortificarsi. Poi c’è un nutrito corollario di personaggi che intersecano la strada della tre fanciulle: da un’eccentrica suora a un perfido avvocato, passando per personaggi realmente esistiti come l’erede al trono spagnolo Alfonso di Borbone (esiliato negli States per sfuggire alla guerra civile e al pugno duro del Regime Franchista). Sullo sfondo e grande protagonista è la minuziosa ricostruzione storica dello sviluppo veloce e multietnico della New York di quegli anni, con un occhio particolare al quartiere della Little Spain e alla sua metamorfosi.
la letteratura nel 1932. Elliot riedita “Il patrizio” pubblicato per la prima volta nel 1911. E’ una storia di grandi ambizioni, politica, amori che si mettono di mezzo, convenzioni difficili da aggirare: tutto sullo sfondo di spettacolari tenute di campagna e blasonati palazzi londinesi in cui si fa politica. Protagonista è Lord Eustace Miltoun, rampollo primogenito di una famiglia nobile. Ha 30 anni ed ha viaggiato in lungo e in largo, è coltissimo (legge dalla poesia alla storia, dalla filosofia alle scienze sociali e alla religione), costruisce la sua ambiziosa carriera politica all’ombra del padre e mira ad essere il candidato ideale al ruolo di Primo Ministro. Ma sulla sua strada incappa nella passione amorosa per l’affascinante Audrey Noel; peccato che non sia esattamente la compagna ideale per un uomo destinato a grandi cose in una società in cui l’etichetta è tutto. Si dice che sia divorziata, ma pare invece che sia ancora legata al marito, un uomo di Chiesa che si rifiuta di lasciarla libera. Per Eustace s’innesca la titanica lotta tra ragione e sentimento. E Galsworthy con la sua penna vi guida nei pensieri e nelle azioni del protagonista, caduto nelle spire del conflitto atavico tra la brama, da un lato, di potere e lustro e dall’altro, il sacrosanto diritto e desiderio di amare la donna che gli ha preso il cuore.