IL PUNTASPILLI di Fine Anno di Luca Martina






Nell’articolo pubblicato tre settimane fa, https://iltorinese.it/2024/08/27/tutti-i-colori-della-casa-bianca/ , sottolineavo l’importanza dell’incontro che si sarebbe tenuto il 10 settembre tra i due candidati alla presidenza statunitensi.


A poco più di due mesi dalle elezioni del 5 novembre la lotta per la presidenza americana appare più incerta che mai.
A ravvivare l’interesse e a modificare l’esito dei sondaggi, tra fine giugno ed il mese successivo, ne sono successe davvero di tutti i colori.
Il vantaggio accumulato da Trump sino al disastroso (per Biden) dibattito del 27 giugno ed all’attentato del 10 luglio è stato totalmente riassorbito dai “dem” dopo il ritiro dalla corsa, il 21 luglio, del presidente in carica a favore della sua vice Kamala Harris.
Nelle ultime settimane, poi, si sono delineati meglio i programmi dei due candidati e la data chiave, da segnarsi sul calendario, è il 10 settembre, quando si affronteranno in un faccia a faccia, organizzato dalla rete televisiva ABC, che potrebbe rivelarsi decisivo.
A giugno, negli studi della CNN, i due contendenti, The Donald e Biden, avevano dedicato le loro energie a sottolineare i (presunti) successi e fallimenti delle loro esperienze presidenziali (*), ignorando l’argomento che più interessa gli elettori: i loro progetti per il Paese.
La situazione a settembre sarà molto probabilmente diversa: la giovane candidata democratica vorrà senza dubbio concentrarsi sul futuro e Trump non avrà più facile gioco, come avveniva con Biden, dimostrandosi energico e deciso ed attaccando su questo campo il suo avversario.
L’incontro dovrebbe, quindi, essere l’occasione per verificare la sostanza dei programmi elettorali e la capacità degli aspiranti presidenti di renderli convincenti agli occhi degli elettori.
Gli americani incerti sono ancora molti e non bisogna lasciarsi ingannare dalla crescita costante, dalla sua entrata in campo, della popolarità di Kamala.
La Harris ha beneficiato del sospiro di sollievo di una fetta dell’elettorato di sinistra, che aveva ormai perso fiducia nelle capacità di reggere un altro mandato da parte dell’attuale presidente, e dello spostamento, al suo interno, a suo favore di una quota dei consensi di Robert F. Kennedy Junior (e degli altri candidati democratici “minori”).

Il nipote di JFK è un altro esempio della “fluidità” che serpeggia nello scenario politico statunitense (anche Trump non è certo il classico candidato del “Grand Old Party”, i repubblicani…).
Democratico, come gli altri quattro Kennedy che hanno corso per la presidenza, ha una visione completamente diversa (e contrastante) rispetto a quella di Joe & Kamala: liberale, conservatore e sostenitore di teorie complottiste, ha deciso nei giorni scorsi di ritirare la sua candidatura (ormai senza speranza di successo) e di dare il suo appoggio a Trump!
Rimane tutto da capire quanti dei sostenitori di Robert Junior (stimati tra il 4 ed il 12%) decideranno di seguire il suo consiglio…
Lo scenario è reso ancora più complicato dal meccanismo delle presidenziali, creato alla fine del 1700, che assegna ai 50 Stati più uno, il District of Columbia, un numero predefinito di voti.
In tutto si tratta di 538 voti che corrispondono ad altrettanti rappresentanti (i “grandi elettori”) che hanno ‘promesso’ di sostenere il candidato al quale sono collegati.
Per ottenere la presidenza, occorre perciò ottenere 270 voti elettorali, corrispondenti ai grandi elettori eletti in ogni collegio (dove chi ottiene la maggioranza si aggiudica tutti i voti).
Storicamente, una larga parte degli Stati ha già un orientamento ben chiaro e l’esito finale si gioca sui cosiddetti “swing States”, gli Stati che fanno la differenza e il cui esito rimarrà in bilico sino alla fine.
In questa tornata molto dipenderà da ciò che avverrà in Nevada, Michigan, Wisconsin, Arizona, Pennsylvania e Georgia, per un totale di 77 voti.
Alcuni commentatori aggiungono all’elenco degli incerti anche il North Carolina che, sebbene nei sondaggi sia ora attribuito ai repubblicani, ha una quota enorme (ben il 37%) di elettori che non manifestano alcuna preferenza e per questo è ancora ampiamente contendibile.
Questo fa salire il numero totale dei voti ancora sul tavolo a 93.
Non ci deve sorprendere, quindi, che gli sforzi dei due contendenti si concentrino in faticosi “tour de force” ed incontri proprio in questi sette Stati.
Come accennato all’inizio, il quadro incomincia a delinearsi e possiamo cercare di comprenderne colori e sfumature attraverso una breve disamina degli aspetti salienti che emergono dai due schieramenti.
Iniziamo, per ragioni di cavalleria, da Kamala Harris che mette al centro l’aumento delle tasse, sulle società e sui redditi più elevati, la riduzione dell’inflazione, la regolamentazione dei rapporti e del commercio con la Cina ed una politica energetica che punta ad un’accelerazione della decarbonizzazione.
Nel 2017 Trump aveva introdotto una riduzione temporanea (scadrà a fine 2025) delle aliquote fiscali che non verrà rinnovata dai democratici riportando la tassazione al 28%, dal 21 attuale, per gli utili delle società ed al 39,6%, dal 37 attuale, per i redditi superiori ai 400.000 dollari (mantenendo, invece, quelle sui redditi inferiori).
Ad essere impattate dalle maggiori imposte sui redditi sarebbe una quota molto piccola, il 3% circa, delle famiglie americane ma il peso economico (in termini di imposte raccolte) sarebbe molto più che proporzionale e contribuirebbe a coprire parte dei maggiori costi previsti dagli altri punti del programma presidenziale (tra i quali figura anche la detassazione delle mance, fonte di reddito significativa, in particolare nel settore alberghiero e della ristorazione).
Nel programma dei candidati non poteva certo mancare una menzione all’inflazione, che rimane, in assoluto, la maggiore preoccupazione degli americani. (**)
Sebbene i dati siano da qualche tempo estremamente confortanti, l’aumento dei prezzi al consumo è tornato molto vicino al 2% desiderato dalla autorità monetarie, la salita degli ultimi due anni dei prezzi degli alimentari, dei farmaci e delle abitazioni sono impossibili da dimenticare ed una loro riduzione consentirebbe di recuperare, almeno in parte, il potere d’acquisto perso.
La proposta democratica prevede di calmierare i prezzi dei beni alimentari, attraverso dei controlli attuati da una nuova agenzia governativa, proibendo ai produttori il loro “ingiusto arricchimento” (attuato ampiamente anche attraverso l’utilizzo indiscriminato della “shrinkflation”, la diminuzione delle quantità di prodotto nelle confezioni, difficile da percepire a prima vista, mantenendo invariati i prezzi).
Per quanto riguarda i medicinali, il programma di Kamala si basa su una maggiore trasparenza dell’operato degli enti (i Pharmacy Benefit Managers) che si occupano del loro acquisto (contrattando i prezzi migliori) a livello centralizzato per gli ospedali ed i loro pazienti.
A questo si sommerebbe un’azione più incisiva, antitrust, per evitare un’eccessiva concentrazione di potere nelle imprese dei singoli settori, che, se non contenuta, si traduce in una maggiore capacità di imporre più facilmente incrementi dei prezzi.
Sul fronte internazionale, il programma democratico punta il dito sulla necessità di proteggere gli Stati Uniti dalla crescente ingerenza cinese, proibendo l’esportazione di tecnologie strategiche, sulla conferma del supporto all’Ucraina e sulla pacifica convivenza, in due Stati indipendenti, di Israele e Palestina.
Dal punto di vista energetico si andrebbe, infine, a rinnovare e potenziare le misure tese ad accelerare l’adozione (a partire dagli enti pubblici) di veicoli elettrici e di fonti rinnovabili.
Per venire a Trump, i suoi cavalli di battaglia saranno, similmente alle passate candidature, la lotta all’immigrazione illegale, i dazi sulle importazioni (elevandoli, applicando il criterio della reciprocità, ai livelli applicati alle esportazioni USA) e il contenimento della Cina (anche attraverso l’imposizione di una tariffa straordinaria del 60% sulle importazioni).
Un altro tema caro a The Donald è quello della deregolamentazione che consentirebbe, tra le altre cose, di ottenere con maggiore facilità l’approvazione della messa in commercio di nuovi farmaci, di effettuare nuove esplorazioni per l’estrazione di gas naturale e petrolio, di portare a termine operazioni di fusione e acquisizione (l’esatto opposto della politica antitrust caldeggiata dalla Harris) e di sviluppare la produzione di elettricità sfruttando una pluralità di fonti diverse quali il carbone, il nucleare e l’idroelettrico.
Con Trump scomparirebbero, poi, gli sgravi fiscali e gli aiuti finanziari a favore dell’adozione dei veicoli elettrici ed ibridi e verrebbe incentivato un drastico aumento della produzione di farmaci sul territorio americano, per contrastare le forti importazioni provenienti da Cina ed India e calmierarne i prezzi.

Sul fronte internazionale, oltre al contrasto, condiviso da Kamala, alla Cina l’ex presidente promette di porre fine al conflitto russo ucraino (propugnando l’accettazione di un accordo che sancisca i nuovi confini, con il Donbass all’interno della Russia) e di appoggiare l’azione di Israele (pur auspicando una fine rapida dell’azione militare in Libano e Palestina).
Proprio l’eco degli eventi in Russia ed in Medio Oriente è destinato a giocare un ruolo importante: la presenza ucraina in Russia (Kiev controlla 1.300 km quadrati nella regione di Kursk) e l’attacco israeliano alle basi di hezbollah in Libano potrebbero contribuire a spostare l’ago della bilancia dell’elettorato.
Sul fronte interno, al contrario, la situazione economica sta fornendo segnali tutto sommato tranquillizzanti.
La frenata dell’inflazione ha reso pressoché certa l’inversione della politica monetaria e le prossime mosse della banca centrale produrranno una riduzione dei tassi d’interesse che gravano sulle famiglie e sulle imprese statunitensi.
L’economia sta certamente rallentando ma, non essendo alle viste nessuna recessione, si tratterebbe dello scenario “riccioli d’oro” (***), il più apprezzato dagli investitori e dagli elettori.
Insomma, la partita rimane quantomai aperta e per sapere se la Casa Bianca si tingerà metaforicamente di rosso-Trump (non è solo il colore della sua cravatta ma anche quello del suo partito) o di blu-Harris dovremo attendere ancora un po’ di tempo: la lunga estate calda continua…
(*) https://iltorinese.it/2024/07/02/washington-abbiamo-un-problema/
(***) https://iltorinese.it/2023/01/18/conigli-orsi-e-riccioli-doro/



Tra 5 mesi, il 5 novembre, l’anno elettorale più affollato della storia si concluderà in bellezza con la chiamata alle urne del popolo statunitense.
Beh in realtà non è esattamente così in quanto a dicembre si voterà ancora in Ghana, Sud Sudan, Uzbekistan, Croazia e Romania ma possiamo certamente ritenere quello americano l’evento più importante del 2024.
Ancora una volta il risultato appare in bilico e lo rimarrà probabilmente sino al fatidico martedì che segue il primo lunedì di novembre (questo prescrive la tradizione).
Il dibattito tra i due candidati, l’attuale presidente Biden ed il precedente Trump, non sta ancora appassionando l’elettorato e anche le loro vicende personali non spostano, per ora, l’ago della bilancia.
Quello che sembra evidente è che la crescita economica degli ultimi, non certo semplici anni, ha rallegrato molto di più gli investitori (il mercato azionario americano ha toccato ultimamente nuovi massimi, il 10% al di sopra dei livelli raggiunti prima dell’esplosione del conflitto russo-ucraino) che i cittadini americani.
Tutti i sondaggi indicano, infattim un diffuso pessimismo e una sostanziale insoddisfazione per lo stato delle cose e gli analisti si interrogano sul perché l’adagio “it’s the ecomy, stupid” (coniato dal consigliere di Clinton, James Carville, che sintetizzava come le fortune del presidente andassero di pari passo con quelle dell’economia) questa volta suoni così stonato.

Il motivo sembra risiedere, più che nella situazione dell’economia (resiliente e resistente anche alla politica restrittiva della Federal Reserve) nell’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto di una parte importante della popolazione statunitense.
Ma prima di capire chi imputa a Biden il peggioramento della propria condizione, minandone la popolarità e costringendolo ad un testa a testa nei sondaggi, varrà la pena spendere qualche riga sulla mala bestia dell’inflazione che, dopo essere rimasta ingabbiata per molti anni, è stata risvegliata bruscamente dal binomio epidemia-guerra.
E’ pur vero che dal 9%, raggiunto nel luglio del 2022, la discesa è stata notevole ma da un anno a questa parte sembra essersi arrestato intorno al 3,5%, un livello ancora lontano dall’obiettivo, fissato al 2%, della banca centrale statunitense che per ora non ha alcuna intenzione di tagliare i tassi di interesse (dopo averli portati dallo zero della primavera di due anni fa al 5,50% attuale).
Ma se è vero che un’inflazione del 3% non si discosta troppo dalla media degli ultimi quarant’anni, a fare male è quanto avvenuto tra la metà del 2021 e del 2023: il biennio “horribilis” ha registrato una crescita dei prezzi di prima necessità (cibo ed energia) del 20% e da allora, la moderazione della loro salita, non li ha certo resi più economici né riportati minimamente nei pressi del loro livello pre-shock.
Ecco dunque spiegato il malumore di gran parte dei lavoratori americani: si tratta, in particolare, di quelli con salari più bassi, per i quali il carrello della spesa è diventato molto più caro e di scarso aiuto sono stati i loro (invero modesti) incrementi salariali.
Il concetto è semplice e l’esito brutale: meno soldi hai in tasca e più gli aumenti dei prezzi peggioreranno la qualità della tua vita, costringendoti a fare lo slalom tra offerte e discount (a piedi, per eludere gli aumenti dei costi di trasporto) o a indebitarti (a tassi di interesse molto alti).
Questo serve anche a ricordarci come il concetto di inflazione sia estremamente elusivo e soggettivo: dipende, cioè, totalmente da quelli che sono i propri, personalissimi, consumi.
La situazione difficilmente cambierà nei prossimi mesi ed appare chiaro come una risposta, a coloro che domandassero perché nel Paese che meglio si è ripreso da tutte le brutte soprese del nostro decennio, con un’economia che ha evitato una recessione e la disoccupazione ai minimi storici, serpeggi una così elevata insoddisfazione, esiste e non è poi così diversa da quella fornita dallo staff del presidente Clinton nel 1992: “Non cercate risposte complicate: in fondo è solo l’inflazione, stupido!”.
L’andamento dei tassi d’interesse è certamente uno dei rebus più discussi (e indecifrabili) dagli investitori.
Il ricordo degli eventi che si erano succeduti mezzo secolo fa è ritornato clamorosamente alla mente dopo gli eventi degli ultimi anni e vale forse la pena di fare un po’ di storia e ricapitolare quanto accaduto.
Due violentissimi shock petroliferi, il primo nel 1973 e il secondo nel 1979-80, avevano provocato la salita dell’indice dei prezzi a ritmi vertiginosi e la Banca d’Italia non aveva potuto fare altre che alzare i tassi d’interesse ufficiali fino a raggiungere il livello record del 19% nel corso del 1981.
Solo molti anni dopo, nel 1993, i tassi erano tornati al di sotto del 10%, a conferma di un trend disinflazionistico che da qualche anno aveva preso avvio a livello mondiale.
Si trattava dell’onda lunga prodotta dalla globalizzazione.
Il termine, coniato pare dai giornalisti del The Economist, designa la liberalizzazione del commercio mondiale a partire dagli anni 60, attraverso istituzioni quali il GATT (Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio) e, nella sua successiva trasformazione, il WTO (Organizzazione mondiale del commercio, creata nel 1995).
A rafforzare questo trend ha contribuito poi la politica di apertura economica iniziata dalla Cina, con Deng Xiaping, nel 1978 e, successivamente, il dissolvimento (e la sua conseguente apertura agli scambi con il resto del mondo) dell’“impero” Sovietico (alla fine degli anni 80).
Anche l’innovazione tecnologica, legata alla diffusione di internet e personal computer a sempre prezzi più bassi, ha contribuito fattivamente a questo processo.
Quello che era difficilmente immaginabile è stato lo sprofondamento dei tassi al di sotto dello zero, una sorta di mondo al contrario dove si pagava per il diritto di acquistare il debito di un Paese, la Germania, accettando di investire più di quanto sarebbe, alla scadenza, molti anni dopo, stato rimborsato.
Gli economisti si sono a lungo interrogati, senza raggiungere un parere condiviso, sul perché, una volta usciti dalla “grande crisi finanziaria” del 2007-8, l’inflazione non tornasse a salire (come di solito avviene dopo una recessione).
E’ così avvenuto che i tassi d’interesse dettati dalla Banca Centrale Europea si sono accomodati a livelli prossimi o, per la maggior parte del periodo, uguali allo zero per circa un decennio (dal 2012 al 2022).

Pandemia e, successivamente, il conflitto in Ucraina hanno risvegliato l’animale, ingabbiato per quarant’anni, costringendo i signori della moneta ad agire di conseguenza, tornando a mettere mano al bastone (dopo avere offerto carote con grande generosità) con un forte incremento dei tassi.
Ma se questo non deve in fondo, sorprendere (si tratta di un ritorno alla “normalità”) il nuovo mistero materializzatosi sotto gli occhi degli economisti è legato allo scarso effetto che il caro-denaro (l’aumento del costo dei mutui e dei finanziamenti a famiglie ed imprese) ha sinora prodotto sull’economia ed in particolare negli Stati Uniti.
La locomotiva americana, infatti, continua a crescere e a compensare, a livello globale, gli effetti della frenata cinese (dovuta alla ricetta indigesta, per l’economia, di una politica neo-maoista ed accentratrice e della crisi del mercato immobiliare).
Ad onor del vero occorre sottolineare come l’inflazione, galoppante un anno fa, è ormai tornata su livelli non troppo distanti dalla sua storia (intorno al 3% contro il 2,5% del decennio passato) ma, ciononostante, le banche centrali non sembrano avere alcuna fretta a ridurre i tassi e i mercati obbligazionari (che beneficerebbero fortemente dei tagli, con la salita dei loro prezzi) rimangono asfittici.
Ad oggi l’equazione manca ancora di una soluzione che, probabilmente, scopriremo solo in prospettiva, esaminando i dati economici dei prossimi anni.
Un’ ipotesi è che la crescita attuale sia sostenuta da un aumento della produttività, consentita dalle nuove tecnologie, ormai estremamente pervasive nella nostra spesa (e nella nostra vita) quotidiana.
Il miglioramento della produttività è una delle caratteristiche di tutte le “Rivoluzioni” economiche del passato: a partire dalla rivoluzione industriale della fine del ‘700 che con l’introduzione di nuove “tecnologie”, prima fra tutte la macchina a vapore, consentì produzioni di massa a prezzi molto più contenuti e accessibili con conseguente effetto disinflazionistico (o deflazionistico).
A riprova di ciò possiamo osservare come i settori legati alle nuove tecnologie, e in particolare il segmento dell’Intelligenza Artificiale, abbiano prodotto un aumento enorme dei loro utili negli ultimi anni e, anche, in questo risiede il “segreto” dell’economia e delle imprese statunitensi, in grado di crescere molto più velocemente di quanto avviene in Europa (dove le aziende tecnologiche hanno un peso molto inferiore).
Sebbene non sia per nulla certo il futuro prossimo dei tassi rimane, comunque, probabile che abbiano smesso di salire e che presto inizierà la loro inversione di marcia.
Esiste peraltro anche la possibilità che l’economia americana esaurisca, o attenui, nei prossimi mesi la sua forza propulsiva: questo convincerebbe i banchieri centrali a tagliare i tassi d’interesse più velocemente di quanto attualmente previsto dagli analisti e potrebbe riflettersi negativamente sulle borse.
Per il momento, l’ottimismo manifestato dai mercati azionari (che attribuiscono ogni giorno un valore alle imprese quotate, tanto maggiore quanto positive sono le loro prospettive) sembra essere giustificato, vista la forza dell’economia statunitense, e non così irrazionale come si potrebbe essere indotti a pensare.
Venendo alle obbligazioni ed ai tassi d’interesse, gli investitori continuano invece ad essere disorientati proprio come noi ci potremmo ritrovare, ancora oggi, rileggendo il racconto “La quercia del Tasso” di Achille Campanile…
Buona lettura!
”La quercia del Tasso” (Achille Campanile)
“Quell’antico tronco d’albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, come avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand’essa era frondosa. Anche a quei tempi la chiamavano così. Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide. Meno noto è che, poco lungi da essa, c’era, ai tempi del grande e infelice poeta, un’altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi. Un caso. Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la “t” maiuscola e della quercia del tasso con la “t” minuscola. In verità c’era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall’altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso. Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano “il tasso del Tasso” e l’albero era detto “la quercia del tasso del Tasso” da alcuni, e “la quercia del Tasso del tasso” da altri. Siccome c’era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch’egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: “È il Tasso dell’olmo o il Tasso della quercia?”. Così poi, quando si sentiva dire “il Tasso della quercia” qualcuno domandava: “Di quale quercia?”. “Della quercia del Tasso.” E dell’animaletto di cui sopra, ch’era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: “il tasso del Tasso della quercia del Tasso”. Poi c’era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s’era dedicata al poeta e perciò era detta “la guercia del Tasso della quercia”, per distinguerla da un’altra guercia che s’era dedicata al Tasso dell’olmo (perché c’era un grande antagonismo fra i due). Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: “la quercia della guercia del Tasso”; mentre quella del Tasso era detta: “la quercia del Tasso della guercia”: qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso. Qualcuno più brevemente diceva: “la quercia della guercia” o “la guercia della quercia”. Poi, sapete com’è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l’albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia. Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi. Viveva. E lo chiamarono: “il tasso della quercia della guercia del Tasso”, mentre l’albero era detto: “la quercia del tasso della guercia del Tasso” e lei: “la guercia del Tasso della quercia del tasso”. Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: “il tasso del Tasso”. Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l’animaletto venne indicato come: il tasso del tasso del Tasso. Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all’ombra d’un tasso perché non ce n’erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: il tasso barbasso del Tasso; e Bernardo fu chiamato: il Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal Tasso del tasso. Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora quell’animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso. Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.”
Anche questo 2023 sta arrivando ai titoli di coda e, ancora una volta, ci troviamo a riflettere su quello che a inizio anno si pensava fosse destinato ad avvenire e che invece non è successo.
I mercati finanziari, si sa, si muovono sulla base delle aspettative degli investitori. Sono questi ultimi, infatti, che, comprando e vendendo azioni e obbligazioni provocano i loro rialzi (quando ci sono più compratori disposti ad acquistare ad un certo prezzo rispetto a coloro che se ne vogliono disfare) o ribassi (il fenomeno opposto: una maggioranza di investitori che vuole sbarazzarsi dei propri titoli rispetto a coloro che sono pronti ad acquistarli).
Accade così che più elevato è il pessimismo che regna e maggiore è la probabilità che i prezzi alla fine salgano (chi doveva vendere l’ha già fatto e basta poco per fare ripartire gli acquisti).
Il 2023 è stato, da questo punto di vista, davvero paradigmatico: vediamo in rapida successione quali pericoli minacciavano la crescita economica e l’andamento delle quotazioni lo scorso gennaio o nei primi mesi dell’anno. 
Il rischio più ampiamente dibattuto 12 mesi fa era quello di una recessione: il mix venefico di elevata inflazione e tassi d’interesse in salita giustificavano i peggiori timori degli analisti.
Alla prova dei fatti, l’unico Paese di una certa rilevanza a registrare una crescita negativa del PIL sarà quest’anno la Germania (con il -0,1%). Tra i pochi a chiudere l’anno in recessione merita una menzione anche la Svezia, con un -0,7%, frutto di un forte rallentamento del settore immobiliare (dopo molti anni di crescita i prezzi delle case scandinave sono, infatti, scesi quest’anno dell’11%).
Gli Stati Uniti chiuderanno invece l’anno con una crescita vicina al 2,5% e in forte accelerazione (il terzo trimestre è stata del 5,9%).
Insomma, il binomio tassi/inflazione ha provocato danni soprattutto nel nostro continente, anche a causa del perdurare dell’incertezza legata alla guerra russo-ucraina, mentre oltreoceano la locomotiva a stelle e strisce ha continuato a viaggiare, aiutata dai forti aiuti che il governo aveva distribuito alle famiglie negli anni passati (ed ancora completamente utilizzati) per fronteggiare il rallentamento provocato dalla pandemia.
Nel complesso, dunque, la tanto temuta recessione globale non c’è stata e i mercati hanno tremato solo quando, questa estate, sembrava che le banche centrali fossero determinate a mantenere i tassi (dai quali dipendono gli interessi sui prestiti e sui mutui di imprese e famiglie) alti per molto tempo: questo era, in effetti, un altro dei timori che aleggiavano da parecchio tempo.
Non a caso il 2022 era stato l’Annus horribilis per i mercati obbligazionari, funestati dall’aumento dei tassi e timorosi che, dopo un lungo periodo di costante discesa, gli anni a seguire avrebbero riservato niente di meglio di una loro stabilizzazione, con il rischio non indifferente di un’ulteriore salita.
Com’è noto, infatti, i prezzi dei titoli di stato scendono quando i tassi richiesti dagli investitori per la loro sottoscrizione salgono al di sopra delle cedole offerte degli stessi…
Le dichiarazioni più distese dei signori della moneta, con il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, in testa, degli ultimi mesi hanno invece rimesso le cose a posto e i listini in carreggiata per chiudere l’anno in forte recupero (dopo le perdite del 2022).
Un altro spettro si è aggirato, poi, per il mondo finanziario quest’anno: quello di una crisi bancaria.

A marzo, negli Stati Uniti, erano fallite, in rapida successione, tre banche regionali facendo così temere il peggio per l’intero settore.
La Silicon Valley Bank, in particolare, è stato il peggior fallimento della storia bancaria americana e negli stessi giorni il collasso di uno dei pilastri del sistema bancario elvetico, Credit Suisse, sembrava fosse solo l’inizio di un periodo molto complicato, spesso le crisi economiche sono innescate o esasperate da quelle bancarie (ne avevo parlato qui: https://www.pannunziomagazine.it/uno-due-tre-stella-di-luca-martina/ ).
In realtà dopo la nevicata non c’è stata nessuna valanga: le banche hanno sofferto di una pessima performance borsistica ma non si sono registrati ulteriori dissesti e il pericolo è stato rapidamente messo alle spalle.
Anche il perdurare del conflitto alle porte dell’unione europea e l’inizio di una nuova guerra in Medio Oriente non hanno turbato più di tanto la crescita economica e l’andamento dei mercati.
Il cinismo degli investitori guarda sempre e solo agli effetti economici e se pandemia e invasione dell’Ucraina avevano, nel 2020-22, creato colli di bottiglia nei rifornimenti energetici e nel commercio internazionale, con salite vertiginose dei prezzi delle materie prime, la situazione si è ora normalizzata (si sono aperte nuove rotte, con nuovi fornitori) e neanche i tragici eventi israelo-palestinesi hanno cambiato la situazione (il prezzo del greggio rimane sui livelli pre-conflitto).
Quello che appare chiaro è che, dunque, quest’anno non si sono materializzati i disastri annunciati ed economie e mercati ne hanno, alla fine, beneficiato.
Rimane ora da capire cosa avverrà nel 2024.
L’inflazione continuerà probabilmente a scendere ed i tassi d’interesse di mercato stanno iniziando a incorporare queste aspettative.
Occorrerà vedere se il rallentamento economico inizierà a materializzarsi, in particolare negli Stati Uniti, dato che gli aumenti dei tassi tendono a riflettersi sulla crescita 18-24 mesi dopo il loro inizio (avvenuto a partire da marzo del 2022 e dunque forse ci siamo…).
Il 2024 sarà anche un anno elettorale: saranno chiamati ad esprimersi ben 76 Paesi, il 50% della popolazione mondiale e ben l’80% dei Paesi industrializzati e tra questi l’India e gli Stati Uniti.
Le elezioni possono avere l’effetto di produrre incertezze legate al potenziale subentro di un diverso partito/presidente rispetto a quello in carica ma anche spingere chi è attualmente al comando a fare tutto quanto in loro potere per arrivare alle elezioni con la migliore situazione economica possibile (per guadagnare più consensi).
Come sempre, poi, non mancheranno gli eventi, al momento non prevedibili, che renderanno l’anno in arrivo molto interessante.
Non possiamo, allora, che predisporci a vivere il nuovo anno con grande circospezione ma anche senza lasciarci spaventare troppo: a scommettere sulla fine del mondo, in fondo, non ci ha mai guadagnato nessuno!
Buon anno a tutti!
Quelli della mia generazione (baby boomers) ricorderanno forse ancora con nostalgia, come me, una poesia che, troppo lunga da essere inculcata a forza nella memoria, si imponeva, pur nella sua semplicità, per la profondità del suo significato.
Dopo averla letta per la prima volta in uno dei “Manuali delle giovani marmotte” (Nota per i più giovani: non si trattava di una trattazione sui simpatici e sonnolenti roditori…) ricevuto come regalo natalizio ne avevo rimediato, non ricordo come, una copia stampata in bianco e nero, niente di più che un semplice foglio A4, e l’avevo fatta incorniciare da mio padre.
Il “Breviario per laici”, come l’aveva definita Antonio Gramsci, il primo a tradurla nella nostra lingua, faceva dunque bella mostra nella mia cameretta e, quando mi sentivo più solo o triste, bastava gettargli una veloce occhiata per rimettermi di buon umore…. beh forse non era proprio così ma sì, insomma, si trattava comunque di una ventata di meditato ottimismo e pragmatica saggezza che non mancava di addolcire anche i momenti meno lieti.
Rudyard Kipling è diventato famoso per avere appassionato generazioni di lettori con il suo “Libro della Giungla” ma io gli sono stato sempre molto più riconoscente per questa sorta di bignami del Libro della vita.
A questo è tornata in questi giorni la mia mente intenta a cercare di partorire un augurio sincero, non di maniera, alla vigilia del tramonto di un altro anno pieno di tutto il bello e di tutto il brutto che noi umani sappiamo esprimere e sopportare.
Che davanti a voi si possa dunque affacciare il miglior futuro che potete immaginare e che la lettura di “Se” sia in grado di riportare alla mente i vostri più bei ricordi e suscitare le emozioni che solo la rivelazione (o la sua riscoperta) di un piccolo capolavoro possono provocare.
Giudicate voi se questi miei sforzi hanno raggiunto il loro obiettivo e se questo è un augurio che appaga le vostre aspettative.
Se, invece, il miracolo non riuscisse, cercherò di fare di meglio il prossimo anno… Se…
Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;
Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.
Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”
Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!
IL PUNTASPILLI di Luca Martina
Lo scorso 5 dicembre ho organizzato nel centro di Torino, nelle splendide sale di Palazzo Bricherasio, sede di Banca Patrimoni Sella & C., un evento dedicato al giornalista e scrittore Adriano Moraglio e, con lui, alle tante storie di imprenditori che contribuiscono a fare dell’Italia un Paese così ricco di aziende di successo (malgrado tutto…).

La professione, per così dire, dell’imprenditore è tra le più sottovalutate e male interpretate: viene spesso, con colpevole superficialità, associata ai mali e ai vizi che sono, piuttosto, tipici dell’italiano furbetto, atavicamente ostile al riconoscimento dei meriti e dei valori in nome di una supposta eguaglianza che, alla prova dei fatti, finisce per azzerare lo spirito di iniziativa.
Fare impresa seriamente ed in modo responsabile significa, innanzitutto, creare ricchezza (per tutti), finanziare la spesa pubblica (con le tasse pagate), generare posti di lavoro e costruire un futuro migliore per le nuove generazioni.
Ma essere imprenditori vuole anche dire andare oltre i propri limiti, avere coraggio ma anche paura di non farcela (il fallimento è un rischio impossibile da eliminare).
Nel libro “Volevo fare il pasticcere”, pubblicato insieme a Moraglio, il compianto Alberto Balocco scriveva: “Volevo fare il pasticcere: forse è arrivato il mio momento. Ma al fondo, al di là di questo sogno, rimane una domanda, quella che ogni imprenditore si fa tutte le mattine guardandosi nello specchio: “Ce la farò? Ce la faremo anche oggi? “. Non è un modo di dire… Sono le domande che, credo, si siano posti mille volte mio padre, mio nonno, i miei bisnonni. Sono le domande che vivono dentro la coscienza di ogni imprenditore quando si trova di fronte a scelte difficili, consapevole che dietro l’angolo, anche quando tutto sembra andare bene, c’è sempre il rischio di un imprevisto, di un’emergenza che può mettere in pericolo tutto e tutti. Dentro le preoccupazioni, dentro l’impegno sempre vivo, a spronarti a continuare è la coscienza che altri, prima di te, hanno rischiato tutto. Hanno avuto coraggio – un coraggio autentico, puro, sincero – di avere paura.”.
Le parole dell’imprenditore fossanese sono echeggiate in una sala gremita dalla presenza di tanti imprenditori che ce l’hanno fatta, spesso superando crisi durissime e la sfiducia di chi li riteneva pazzi e senza alcuna speranza di riuscita.

Dopo la galoppata tra le storie raccontate dai trenta volumi sinora pubblicati (il trentunesimo è stato presentato alla conclusione della serata) da Adriano Moraglio sono intervenuti alcuni dei protagonisti.
Marco Boglione (co-autore di “Piano piano che ho fretta”) ha ricordato le sue tre proverbiali “P”: Passione, perché senza non si combina nulla, Pazienza, perché i tempi per portare a compimento i propri sogni sono lunghi e non bisogna arrendersi, e Persuasione, in quanto per avere successo occorre essere capaci di convincere gli altri a seguirti, da soli, infatti, non si va da nessuna parte.
Il professor Roberto Schiesari ha poi sottolineato l’importanza di condividere con gli studenti le storie edificanti degli imprenditori che hanno avuto successo mettendo al primo posto il rispetto delle persone e dell’etica.
L’editore di molti dei volumi presentati, Florindo Rubbettino, una storia, anche la sua, di imprenditoria famigliare, che ha compiuto in questi giorni 51 anni, è arrivato apposta da Soveria Mannelli (borgo della presila catanzarese) per raccontare il bel sodalizio con Adriano.
Dulcis in fundo è stato presentato, fresco di stampa e con la coautrice Silvia Lessona, “Nel nome delle donne”.

Il libro, che raccoglie le storie di Alba Menozzi, Adriana Gasco Fiorentini, Cristiana Poggio, Enrica Acuto Jacobacci, Roberta Mantellassi, Chiara Salvetti e Nunzia Giunta, è la naturale continuazione del precedente volume, pubblicato l’anno scorso, “L’impronta delle donne”, e sottolinea una volta di più come la gentilezza e la determinazione di tante professioniste, imprenditrici e compagne di imprenditori (“Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, Virginia Wolf dixit) possano essere d’esempio e da sprone per tutte coloro che rischiano di abbandonare i propri sogni di fronte a frustrazioni ed assurde discriminazioni.
La serata si inseriva idealmente in un percorso, da me iniziato quattro anni fa con Napoleone Leumann ed Adriano Olivetti, dedicato a quegli imprenditori che con la loro opera hanno lasciato il loro ricordo indelebile sul territorio piemontese, attualizzando il discorso ed allargandolo a tutto il territorio nazionale.
Le esperienze, infatti, possono essere straordinari strumenti di diffusione della conoscenza perché, citando Seneca, “La via per imparare è lunga se si procede per regole, breve e efficace se si procede per esempi”.
È davvero sorprendente come le, spesso travagliate, vicende dei titoli obbligazionari emessi dal nostro governo non siano state sufficienti a mettere in guardia le famiglie, sempre alla ricerca di rendimenti “sicuri”.
Sfugge, purtroppo, ancora troppo spesso la conoscenza di alcuni, semplici, parametri che dovrebbero consentire di orientarsi, non per calcolare le distanze al centimetro ma almeno per stabilire la direzione da percorrere, nel mondo degli investimenti obbligazionari (le azioni richiedono un discorso a sé stante).
Le obbligazioni sono un debito, nel caso dei BTP dello Stato italiano, che andrà restituito ad una scadenza prestabilita.
I pericoli per chi decide di prestare il proprio denaro sono di due tipi: se il debitore sarà in grado di onorare il proprio impegno e quale sarà il valore reale del denaro prestato al momento nel quale ne rientreremo in possesso.
Il primo rischio ha a che fare con la solidità del debitore: più esso è inaffidabile e maggiore sarà la probabilità che il prezzo del titolo “balli” paurosamente prima del suo rimborso. Non serve, infatti, fidarsi del fatto che alla scadenza lo Stato pagherà il suo debito: nel corso della sua esistenza l’obbligazione subirà inesorabilmente le ondate di sfiducia (l’Italia ne è periodicamente soggetta…) che dovessero abbattersi sulle nostre sponde.
Inoltre, più è lontana nel tempo la scadenza e maggiore è l’incertezza legata al debitore (quale sarà il nostro debito pubblico tra 5,10, 20 anni e saremo ancora in grado di onorarlo?) così come la possibilità di subire un deprezzamento del nostro capitale dovuto ad un tasso d’inflazione superiore alle cedole riscosse dai nostri titoli.
Proprio al pagamento delle cedole, infatti, è affidato il gravoso compito di preservare il valore reale dei capitali prestati ma se, dopo avere pattuito un certo rendimento, l’inflazione sale al di sopra dei livelli iniziali e/o insorgono dubbi sulla credibilità del debitore è il prezzo dei titoli in portafoglio a pagarne le spese.
Chi non volesse troppo approfondire questi concetti, ritenendoli troppo astrusi o teorici, potrà con grande facilità toccare con mano quanto avvenuto alle quotazioni dei nostri amatissimi BTP negli ultimi anni.
Prendiamo, per fare un esempio, il BTP emesso lo scorso agosto, con scadenza fine marzo del 2034. Il rendimento, alla sua emissione, ha calamitato le attenzioni di moltissimi risparmiatori.
Dopo anni di rendimento azzerato, il 4% sembrava un ottimo tasso rendimento: peccato che le valutazioni che guardano solo al passato (ignorando l’incertezza propria del futuro che ci attende) si possono rivelare quantomai fallaci.
Dopo essere andato letteralmente a ruba il valore del titolo ha subito iniziato a scendere ed ora vale circa 94: in meno di due mesi, cioè, ha perduto ben il 6%…
Molto peggio è andata a coloro che avevano deciso di destinare parte dei loro risparmi al BTP Futura 2037, nell’aprile del 2021, valutati ora 63,5, il 36% in meno rispetto al valore di emissione!
Insomma, quello che si immaginava un viaggio rilassante si è rivelato essere una spiacevole corsa sull’ottovolante dei mercati finanziari.
A questa debacle hanno contribuito due fenomeni: l’aumento dell’inflazione, e con essa dei tassi d’interesse (lo strumento che dovrebbe proteggere il potere d’acquisto del prestatore di denaro), e la lunga durata (più lontano nel tempo è il rimborso e maggiore sarà l’impatto negativo sul prezzo del titolo).

Da quanto detto sin qui si evince chiaramente che tutto si può dire sui titoli di Stato (e, per la verità, sulle obbligazioni in generale) ma non che essi siano privi di rischio.
Senza volere troppo calcare la mano sui problemi del nostro Paese, con il debito più elevato del mondo occidentale, un terzo del quale da rifinanziare nei prossimi tre anni, occorrerebbe perciò esaminare con estrema attenzione gli strumenti da inserire nel nostro portafoglio.
Lo Stato italiano dovrà rifinanziare la metà del proprio enorme debito pubblico nei prossimi 5 anni ed il 32% nei prossimi due: sarà cruciale essere molto, molto convincenti per potere trovare abbastanza investitori disposti a concederci la loro fiducia…
L’obiettivo di questa analisi non è certo quello di scoraggiare tout court l’investimento nel nostro debito, se non altro per spirito patriottico, ma rendere consapevoli che non basta la parola magica “BTP” per garantire, anche ai tassi attuali, un investimento sicuro e a basso rischio: bisogna prima comprendere quali sono i pericoli che andremo ad affrontare e, se vogliamo veramente ridurre al minimo le fastidiose oscillazioni del nostro patrimonio, concentrarci sulle scadenze più brevi che oggi, peraltro, offrono rendimenti di poco inferiori a quelli delle, molto più rischiose, obbligazioni a medio e lungo termine.
Solo così potremo rileggere l’acronimo BTP come abbiamo, più meno consciamente, sempre fatto: Buoni del Tesoro Prudenti… Ma non troppo!