Era il lontano gennaio 2007: mi trovo entusiasta ad aver scoperto questo nuovo supermarket in zona Lingotto, a Torino,forse un po’ più caro rispetto agli altri, ma pieno di prodotti che non gustavo più da tanto e ai quali la tradizione culinaria di famiglia era molto affezionata.
Dal giorno in cui ho messo piede in questo nuovo “supermercato del gusto”, l’ho visto crescere, modificarsi, superare crisi, rinnovarsi di continuo per soddisfare sempre più una clientela che nel tempo ha individuato questo posto come un polo di riferimento gastronomico importante. Fin da subito, si respirava un senso di rilassatezza mentale, curiosando nelle varie corsie, quasi a dedicarsi dei momenti di contatto fra il cibo e i produttori, tanti, tantissimi e ognuno con le proprie peculiarità.
In quell’anno Eataly iniziava la sua avventura aprendo le porte del primo punto vendita, quello nell’ex opificio Carpano al Lingotto di Torino. Un luogo inedito dedicato alla valorizzazione e al racconto del meglio delle tradizioni eno gastronomiche italiane.
Col passare del tempo, Eataly Lingotto ( e poi anche nella sede più centrale della città, quella di via Lagrange) è diventata una tappa importante del sapere sul cibo piemontese e nazionale. Dalla pasta secca, alla pasta fresca, le cui vetrine di esposizione sono a “ cielo aperto” : si possono così scegliere agnolotti e plin come ci si trovasse in un vero e proprio pastificio. La loro realizzazione è stata improntata secondo lo stile della storica famiglia Alciati – che in termini di lavorazione dell’agnolotto è fra le più famose in Piemonte – e che da poco tempo aperto il nuovo bistrot “Giù da Guido”. E’ un luogo dedicato al “mangiare con lentezza” – ricavato in un’ampia area proprio vicino alla zona dei vini regionali e della cantina che contiene quelli più rinomati – dove è possibile gustare tante proposte della tradizione piemontese ma proposte in maniera rinnovata e allo stesso tempo gustosa : tra tavoli in stile retrò, in un’atmosfera rilassante e immersi in un tempo indefinito, assaporando portata dopo portata, l’amore e l’eleganza della loro cucina.
Eataly è anche molto altro: è riuscita a distinguersi anche per la realizzazione di un’area vendita adibita alla presentazione di molti strumenti di lavoro professionali ma molto utili anche nelle preparazioni casalinghe: a dimostrazione del fatto che l’attenzione alle ricette che si possono realizzare successive all’acquisto dei prodotti, è molto sentita.
La rilevanza nella conoscenza del cibo che poi si mangia è un aspetto su cui Eataly si è sempre prodigata molto: il claim con cui sono nati “ mangia meglio, vivi meglio” , è proprio quello su si poggia la filosofia di questo luogo che anno dopo anno, è sempre più apprezzato, soprattutto dagli stranieri. La frutta e la verdura messa in esposizione appartengono sempre alla stagione in corso, a dimostrazione di come sia particolarmente sentita la divulgazione degli aspetti nutrizionali dei cibi a partire dal rispetto della stagionalità dei prodotti.
Grande attenzione è dedicata sopratutto ai vini, alle birre, ad etichette anche internazionali di liquori e distillati. Il cuore pulsante è proprio nello shop situato al piano inferiore. Lì una volta si poteva anche mangiare, con un menu un po’ più rustico in abbinamento alle birre: ora questa zona, insieme a tutti gli altri ristoranti a tema, sono stati spostati al piano principale.
Vini regionali ovviamente ma anche tantissime referenze provenienti da ogni parte d’Italia, così come gli champagne rigorosamente provenienti dalla Francia.
Lo spettacolo del cibo e del vino è stato impreziosito, anno dopo anno, dalla programmazione di tanti eventi, che hanno visto il coinvolgimento di chef, stellati e non di tutta Italia e delle filiere alimentari che, con le loro preparazioni, hanno cercato di valorizzare. Questa obiettivo, ha fatto sì che Eataly da sempre si proponesse con quella filosofia con cui Slow food si è fatta conoscere, cioè quella del “mangiare con lentezza e con consapevolezza”: numerosi sono, infatti, i prodotti promossi sugli scaffali a marchio Slow food , con l’obiettivo di sottolineare l’identità del territorio di cui si fanno portatori.
Il 20 gennaio 2022, Eataly ha festeggiato quindici anni di permanenza sul territorio torinese: la capacità di aver avuto la capacità di raccontare le storie dei cuochi, dei prodotti e dei territori – in altri termini la nostra biodiversità – è stata davvero incredibile e oltre ogni aspettativa. E chissà a quali altre sorprese andremo incontro!
Per 10 giorni, dal 20 al 30 gennaio, si sono succedute numerose cene e pranzi con cuochi e ristoranti di tutta Italia, non solo piemontesi, e che hanno trasmesso i valori dei luoghi di provenienza, le peculiarità e le ricette tradizionali; tutti seduti intorno ad una tavola al gusto di “ Italia” .
Pranzare, per l’occasione del compleanno della struttura, in uno dei ristoranti coinvolti per l’evento – Felice a Testaccio – luogo che più romano non si può, è stata davvero un’iniezione di energia…gastronomica!
Il menu proposto, ovviamente, in pieno stile romano prevedeva carciofi alla romana, tonnarelli cacio e pepe mantecati rigorosamente al tavolo ( goduria perfetta per gli occhi prima di tutto), mezze maniche all’amatriciana e delle curiose polpette di bollito, realizzate alla maniera delle regioni del sud.
E’ stato molto interessante chiacchierare col titolare di questo locale emblema della capitale, dove si recano personaggi famosi e politici.
Nel pensiero che esprimeva sulla città di Torino, come potenziale sede di un’ulteriore apertura del ristorante, si è compreso come da romano, abituato a tempi e orari dilatati nel tempo, con ritmi di lavoro completamente diversi da quelle tipicamente sabaudi, sentisse forte la necessità- inaspettatamente- di volersi adeguare al rigore della città della mole, ai modi garbati e attenti di accogliere le nuove realtà gastronomiche, soprattutto se provenienti da regioni che portano con sé ricette particolarmente gustose, proprio come quelle della tradizione culinaria romana. E poi, testuali parole “ Torino è così bella!”
1.Da quanto tempo il ristorante è aperto?
Troppe volte i ragazzi che seleziono mi chiedono in quali orari dovrebbero svolgere l’attività: per me è impensabile inserire negli annunci part time. Il lavoro nella ristorazione è full time, 6 ore al mattino e 6 ore la sera. Gli straordinari – se richiesti, io di solito non ne chiedo mai se non in occasioni particolari – sono regolarmente pagate, come da contratto. Per altro, il part time che intendiamo noi , in Gran Bretagna- ad esempio- non è contemplato.
Alla base vi è un profondo studio della materia, un’attenta lavorazione, importanti investimenti nella comunicazione e, naturalmente, passione per la materia prima: son solo alcuni degli aspetti che, parallelamente alla gestione sanitaria in corso, costituiscono i motivi per i rialzi dei prezzi e, in questo caso, della bevanda più consumata al mondo, la pausa della giornata per eccellenza, il caffè.
Il libro, oltre che proporsi come un’aggiunta di qualità ai contenuti che già vengono impartiti negli istituti di formazione, vuole divulgare il concetto che la caffetteria non dev’essere solo un complemento all’attività del barista, ma parte integrante della sua attività, così da essere completi nel percorso di formazione. Ed anche qualcosa in più. Attualmente, nelle scuole, viene dato risalto ai reparti consueti quali quelli destinati alla gestione della sala o alle tecniche più moderne relative alla preparazione dei cocktail, ben poche ore sono invece riservate al settore della caffetteria. E, come ci rendiamo spesso conto, se nel bar un caffè non viene realizzato a regola d’arte, di solito, il cliente in quel locale non ci torna più volentieri.
Fabio, provenendo dal settore della cucina nella veste di cuoco e di pasticcere, è anche famoso come “coffee chef “, e cerca di riportare nel caffè il concetto di materia prima da trasformare e da lavorare. Il caffè, quindi, come alimento ancora non lo avevamo considerato. Tutte le declinazioni, nell’espressione e nella lavorazione dei prodotti sono possibili, e non a caso vari sono stati i cuochi che negli anni, proprio con Costadoro, hanno proposto piatti a base di caffè, facendo emergere, in maniera coraggiosa ma consapevole, sapori inaspettati e curiosi.
Spesso poi, un caffè non è cattivo perché la materia prima non è di qualità, ma è la presenza di personale non adeguatamente formato a realizzare un “buon” caffè che porta a bere espressi con sentori di bruciato o con sgradevoli acidità.