CULTURA- Pagina 137

“1534. Follia e verità”

Progetto Cantoregi presenta a Racconigi il nuovo romanzo storico di Alec Ronchi, pseudonimo di Andrea Piovano. Sabato 4 luglio, ore 18,30. Racconigi (Cn)

Dopo il fermo d’obbligo dovuto all’emergenza sanitaria, riprende a Racconigi l’attività di Progetto Cantoregi, l’Associazione teatral-popolare nata nel 1977 da un’idea del regista ed autore Vincenzo Gamna, scomparso nel 2017, ed oggi presieduta da Marco Pautasso.

A dare il via alla nuova programmazione sarà un appuntamento (in collaborazione con la Città di Racconigi e il Centro Culturale “Le Clarisse”) in calendario per sabato 4 luglio, alle ore 18,30, dedicato alla narrativa contemporanea, con la presentazione in via Carlo Costa 23, negli spazi della SOMS (la casa sociale, appartenuta fino a circa un anno fa alla Società Operaia di Mutuo Soccorso) del nuovo libro di Alec Ronchi, al secolo Andrea Piovano, titolato “1534.Follia e verità”, romanzo storico da poco uscito per i tipi di “Aracne Editrice”. La serata vedrà in dialogo l’autore con Luisa Perlo e sarà accompagnata dalla lettura di brani tratti dal libro e interpretati dall’attrice Elide Giordanengo.
Nato a Racconigi nel 1976, Andrea Piovano ha vissuto per un certo tempo a Londra. Ritornato in patria, attraverso Progetto Cantoregi, scopre la passione per il teatro sociale e oggi è docente di Materie Letterarie in una scuola media della provincia torinese. E’ lui stesso a raccontare: “Il romanzo lega due mondi, il mondo anglosassone e il mondo greco-latino, dipanandone, anche storicamente, le origini mitologico-religiose comuni”. Legame che Piovano ha voluto sottolineare anche con l’immagine scelta per la prima di copertina: una moneta raffigurante l’effigie di Brutus di Troia, discendente di Enea, allora comunemente riconosciuto come il progenitore della stirpe dei Britanni. Anno chiave e motore temporale del romanzo, il 1534, quando “a Londra – prosegue Piovano – Henry VIII firma l’Atto di supremazia e nasce la Chiesa anglicana, punto di origine dell’impero inglese”. “In quegli stessi mesi, nella Cappella Sistina, Michelangelo lavora ai bozzetti preparatori del Giudizio Universale e, sotto i venti della Riforma protestante, la Roma papale inizia a vacillare, mentre sorge la Londra imperiale”. Quello che lo scrittore racconta è un universo fascinosamente sospeso fra “follia e verità”, toccando e andando a scarnificare temi fondamentali nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento, come “il sacrificio di martiri ed eretici inglesi, l’emancipazione femminile, l’omosessualità in una prospettiva ellenistico giudaico-cristiana, le aspirazioni politiche di una nuova classe dirigente di funzionari e intellettuali, l’indissolubilità della cultura europea, la distanza tra cristianità delle origini e la decadente Roma papale del ’500, le attese e i timori escatologici di un’epoca che reinventa se stessa, recuperando le sue origini nel mito”.
Per info: tel. 335/8482321 o www.progettocantoregi.it
L’ingresso (solo con mascherina) è libero fino ad esaurimento posti. Consigliata la prenotazione a: info@progettocantoregi.it
g. m.

Pannunzio e la civiltà liberale, esce il nuovo libro di Quaglieni

MARIO PANNUNZIO LA CIVILTA’ LIBERALE  / Pier Franco Quaglieni aggiunge un altra ‘pietra’ alle rocce decomposte del liberalismo italiano. Lo fa con questo suo ultimo libro Mario Pannunzio, la civiltà liberale (edizioni Golem, Torino), che segue i recenti Mario Soldati, la gioa di vivere (2019), Grand’ItaliaFigure dell’Italia civile (2018). Cosa significhi questa ‘pietra’ lo descrisse bene Leo Valiani – come ricorda Quaglieni – definendo Pannunzio “un liberale” nell’accezione spagnola che la parola ha assunto, come esatto contrario di “servile”.

Scrive Quaglieni: “Il merito di Pannunzio fu essenzialmente quello di stimolare e riunire in modo continuativo il contributo di filosofi, scrittori, politici, artisti, giornalisti e storici, attorno al suo giornale. Fece parlare una lingua nuova in un’Italia ancora provinciale, bigotta, adulatrice dei potenti, attenta alle strizzatine d’occhio, superficiale e goffa”.

Il libro si compone di ben cinque parti. A rendere miliare la ‘pietra’ insieme al saggio di Quaglieni sono gli scritti su Mario Pannunzio che voluto raccogliere e selezionare: di Indro Montanelli, Marco Pannella, Giovanni Spadolini, Marcello Pera, Enzo Bettiza, Pierluigi Battista, Antonio Maccanico, Carlo Laurenzi, Giovanni Russo, Valerio Castronovo, Mario Soldati, Gerardo Nicolosi, Dino Cofrancesco, Valter Vecellio, Carla Sodini, Gianfranco Ravasi, Alberto Ronchey, Franco Libonati, Nicolò Carandini, Arrigo Benedetti, Ugo La Malfa, Vittorio Gorresio, Nina Ruffini, Eugenio Scalfari, Leo Valiani, Domenico Bartoli, Elena Croce, Nicola Matteucci, Maurizio Ferrara, Mirella Serri. E se non una ‘pietra’, come dovremmo definire questo omaggio non celebrativo al fondatore de Il Mondo?

Il libro segue per intero l’esperienza umana, di giornalista, politico, che attraversò la storia d’Italia dal 1910, anno in cui Pannunzio nacque a Lucca, al 10 febbraio 1968 giorno in cui morì stroncato da una fibrosi polmonare a soli 57 anni. Dalla redazione de Il Saggiatore, rivista di cultura non conformista, nei primi anni Trenta, fino a Il Mondo che fondò e rimase in edicola dal 19 febbraio 1949 all’8 marzo 1966, attraversando l’epoca della sua partecipazione al nuovo Partito Liberale nel dopoguerra, direttore di Risorgimento liberale, e poi l’uscita dal partito e la fondazione del Partito Radicale fino a divenire “un condannato alla clandestinità” come scrive Marco Pannella.

Cosa rappresentò Il Mondo, visto da fuori, lo Scrive Pannunzio nel suo commiato dai lettori: “Un giornale liberale, un giornale laico e antifascista, un giornale indipendente, doveva impegnarsi sui problemi della libertà e del costume civile, e non vi è stata questione di educazione del cittadino, di rinsaldamento dello Stato e delle istituzioni parlamentari, di efficienza di governo, di moralità pubblica, di politica interna e internazionale, di economia sociale e di conflitto fra l’interesse privato e quello collettivo, di fronte alla quale il giornale non abbia detto quel che gli è sembrato di dover dire, anche se le sue parole sono apparse spesso verità scomode e qualche volta dure”.

Il pensiero di Pannunzio sull’Italia che stava cambiando (non conosciamo esattamente la data dell’appunto) è contenuto in una citazione (di Henri-Frédéric Amiel) da lui conservata tra le sue carte e rivelata dalla moglie Mary a Quaglieni: “Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà
all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la “disuguaglianza di valore”, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga”.

Non saprei dire se Pier Franco Quaglieni, forse inconsapevolmente nell’esercizio del suo ruolo di storico, uno storico vero perché rigoroso alla ricerca sempre della verità imparziale e documentata, uomo libero che non solo crede ma pratica la libertà, sia consapevole della ‘pietra’ che ha aggiunto, con questo libro, al suo incessante ripristino delle mura portanti del libero pensiero e del liberalismo in Italia. La riflessione mi sovviene appena letto il necrologio de Il Mondo di Nicola Matteucci, uno tra i fondatori de Il Mulino e dell’Istituto Cattaneo, teorico del costituzionalismo liberale, scomparso a Bologna nel 2006.

Scriveva Matteucci: “… oggi più di ieri è necessario un giornale di opposizione liberale e democratica, un giornale di opposizione non al centro sinistra, ma dentro il centro sinistra, capace di rappresentare l’opposizione “ideale” alla pratica “reale” del potere. Insomma: una opposizione interna, ancora disarmata, se non nelle proprie idee. Perché la carenza e il limite dell’attuale centro sinistra non stanno tanto nella sua carica programmatica, o nella sua energia politica, ma nella mancanza, alle sue spalle, di una solida cultura politica e storica che sappia indirizzare, dare un senso e un fine alla pratica di ogni giorno, sia poi questa la politica delle cose o quegli instabili compromessi attraverso i quali, in ogni democrazia, si costituiscono le maggioranze”.

E’ impossibile non cogliere come questa ‘pietra’ posta a mantenere in vita almeno le fondamenta del pensiero liberale, per trasmetterle al divenire, si trasformi in un macigno per le coscienze contemporanee. Uno dei tratti che illustrano la personalità intellettuale di Mario Pannunzio, insieme all’opposizione verso le ideologie e le escatologie, e l’assoluta mancanza di retorica e di vanità dell’uomo, è il coraggio di lasciare le sponde sicure o ritenute morte, per imbarcarsi in nuovi progetti. Non ha timore di rimettersi in gioco, di affrontare le avversità, per rimanere coerente fino in fondo alle proprie idee. Mai per il proprio tornaconto personale, ma seguendo l’insegnamento che nulla è l’essere umano che non sente il dovere di essere utile alla società.

Io penso che uno dei mali che stanno divorando la civiltà in Italia derivi non solo dallo scadimento del ceto sociale storicamente e sociologicamente deputato alla formazione del senso comune, ma anche dall’abbandono di quanti non hanno avuto il coraggio di rimettersi in gioco, come insegna Pannunzio. Nel momento in cui il post-capitalismo ha sfigurato l’essenza stessa del capitalismo smussato dalla democrazia aprendo le porte al sistema globale della finanza, foraggiando di zucchero una razza intellettuale (tale solo per l’esercizio della funzione nell’istruzione pubblica, nella pubblica amministrazione, nell’informazione…) vestita di velina come le vallette televisive, in quel momento storico del nostro Paese chi aveva, e poteva, opporre resistenza si è ritenuto sconfitto ancora prima di impugnare le armi del sapere e della cultura. Su di loro, prima di tutto, pesa questa ‘pietra’: non solo per il passato, ma per il presente.

Nella gara che in passato ha visto molti rivendicare l’eredità di Mario Pannunzio (e chissà che ancora oggi non vi sia qualcuno o qualcuna che pensa di indossarne l’abito senza possederne la stoffa), Pier Franco Quaglieni non ha partecipato: pur essendo tra coloro che con il Centro Pannunzio hanno rappresentato i custodi della memoria, uno dei giovani intellettuali che fondarono il Centro a Torino con l’appoggio determinante di Arrigo Olivetti e Mario Soldati, il sostegno di Giulio De Benedetti e di Alberto Ronchey, e non ultima di Mary Pannunzio alla quale si aggiunse anche il conte Carandini. Tra i primi soci figurano Carlo Casalegno, Alessandro Passerin d’Entrèves, Valdo Fusi, Ugo La Malfa, Alda Croce… Che ne sarebbe oggi del lascito di Pannunzio in Italia se non fosse esistito il Centro Pannunzio, e se a servirlo quotidianamente non ci fosse stato Pier Franco Quaglieni?

Il piacere di questo libro, insieme al suo straordinario spessore culturale, è anche il susseguirsi di note vivissime tutte personali dell’autore, le corrispondenze i ricordi gli incontri, che l’arricchiscono offrendoci, anche sotto questo profilo, lo stile privo di retorica tanto caro a Pannunzio.

Aldo Belli

Il Ri-nascimento di otto giovani artiste da Brera a Moncalvo

 La mostra Ri-nascimento organizzata da ALERAMO ONLUS nel Museo Civico di Moncalvo proseguirà fino al 26 luglio

Otto giovani artiste del collettivo” La Masca”, con alle spalle una approfondita formazione all’Accademia di Brera accolgono ogni suggestione dell’arte contemporanea, arte povera, body art performance, installazioni, concettuale, design ed ogni innovazione delle grandi avanguardie senza perdere i punti di riferimento del passato.

Le loro opere non sono indifferenti ai problemi della vita, non appartengono al nichilismo verso cui ci si avvia sempre più; specializzate in teoria e pratica della terapia artistica, non svuotano l’arte di espressività e simbolismi, recuperando il passato annodato alla contemporaneità.

Anna Bassi attraverso la tessitura di tappeti, che ha valenza di preghiera, riporta in vita spunti letterari e miti; Monica Rocca con ritratti si affida al figurativo indagando temi esistenziali; Giulia Lungo evidenzia temi sociali attraverso intense fotografie; Anastasia Talana propone fotografie sottilmente ironiche alla base di studi antropologici; Letizia Huancahuari con scritti su carta e sul corpo, esso stesso opera d’arte, rielabora antichi riti per riaccendere valori perduti.


In ognuna prevale la tendenza a sciogliere la linea di demarcazione tra arte applicata e arte vera e propria col dare dignità ai materiali poveri, stoffa, carta, pelle, legno.
Così è per Francesca Pellone che in frammenti di carta scrive momenti della propria vita; per Marta Gianinetti con simbolici abiti in stoffa e per Beatrice Canavesi con scatole in legno colme di bustine di the affiancandosi al Dada e al Ready Made.

Giuliana Romano Bussola

 

 

Orari mostra sabato-domenica 10-18
Altri giorni su appuntamento cell 3519493084
Museo Civico Moncalvo Via Caccia 5

I libri più letti e commentati a Giugno

Anno Ⅳ n. 6 / Ecco una piccola rassegna dedicata ai titoli che maggiormente hanno interessato i lettori iscritti al gruppo di Facebook Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri nel mese di giugno.

Com’era prevedibile, la recente scomparsa di Carlos Ruiz Zafòn ha riportato in auge i suoi amatissimi romanzi ambientati a Barcellona, tra i quali spicca L’ombra del vento; segue L’enigma della camera 622, nuovo lavoro di Joel Dicker, che sta già raccogliendo commenti positivi; terzo posto per l’inossidabile Haruki Murakami che fa discutere col suo romanzo più complesso, L’uccello che girava le viti del mondo, di recente riproposto da una felice iniziativa editoriale.

 

Per la serie: Time’s List of the 100 Best Novels, ovvero i cento romanzi più importanti del secolo XX, scritti in inglese e selezionati dai critici letterari per la rivista Times, questo mese noi abbiamo discusso di tre romanzi che affrontano il delicato e attuale tema del razzismo: Passaggio in India, di E.M. Foster,  I loro occhi guardavano Dio, di Zora N. Hurston e  Le confessioni di Nat Turner, di William Styron.

 

Per i consigli dei librai, questo mese lasciamo la parola alla Libreria Arcadiadi Pistoia che ci suggerisce: Il cavallino bianco di Elisabeth Goudge. Un fantasy in piena regola per ragazzi e non solo, nel quale una bambina deve affrontare segreti e misteri di un’antichissima villa di famiglia e una maledizione che mette a rischio la vita degli abitanti della valle e quella delle sue magiche creature.

 

Skellig di David Almond. Due bambini che si imbattono in una strana creatura  che vive nel garage di uno dei ragazzi e nel cercare di aiutarlo iniziano un percorso di crescita spirituale

Quando il diavolo ti accarezza di Luca Tarenzi. Un fantasy ambientato a Milano dove si affronteranno angeli e demoni.

 

Se siete amanti dei gialli, abbiamo in serbo una sorpresa: da domenica 5 luglio potrete leggere La Metà Pericolosa, nuovo romanzo di Silvia Volpi che ci terrà compagnia per dieci settimane, in esclusiva sul nostro sito ufficiale!

 

Per questo mese è tutto, ci rileggeremo il mese prossimo!

 

Podio del mese:

L’ombra del Vento, di C. Ruiz Zafòn (Mondadori) – L’enigma della camera 622 (La Nave di Teseo), di J. Dicker –  L’uccello che girava le viti del mondo, di H. Murakami (Einaudi)

 

 

redazione@unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it

Il ritorno alla fede di Quaglieni

In una trasmissione televisiva con Laura Pompeo, archeologa di fama e  assessore alla cultura del Comune di Moncalieri il prof. Pier Franco Quaglieni  ha fatto una dichiarazione che ha suscitato grande interesse: ha detto di essersi confessato dopo molti anni, nei giorni precedenti a Pasqua.

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Nell’ intervista Quaglieni ha ricordato che durante i mesi degli ”arresti domiciliari“  a causa della Pandemia ha riletto “I Promessi Sposi“, una lettura anche molto amata  da Mario Pannunzio che volle quel libro come ultimo compagno nella bara.
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Quaglieni è  un grande studioso di Manzoni da sempre. La “bella, immortal benefica Fede ai trionfi avvezza“ del V  Maggio , è un verso che conosce molto bene. Ha detto di essere tornato, come diceva il suo amico  Bobbio, alla vecchia fede dei Padri. Una scelta che ha creato una qualche confusione, considerata la sua lunga  militanza laica. Ma chi conosce il pensiero di Quaglieni che è un maestro della laicità, come gli riconobbe Abbagnano nel suo Dizionario filosofico, sa che lui non è mai stato un laicista contrario alla religiosità, ma un laico rispettoso  al fatto religioso. I suoi maestri sono Francesco Ruffini, Arturo Carlo Jemolo  e tanti altri credenti e laici. Anche Pannella parlava di laici credenti e non credenti. E’ stato sempre lontanissimo da Giorcello e da  Viano. Forse la sua lunga amicizia  con Giovanni Ramella  cattolico sedotto dal liberalismo, ha giocato un ruolo importante sulla lunga distanza. L’acido anticlericalismo di cui parlava Jemolo, gli è stato sempre estraneo. Quaglieni si è formato su Kant e il suo liberalismo cristiano. E’ sempre stato un antigiacobino. E’ amico da tanti anni anni di Marcello Pera. Il suo ritorno ad una fede praticata è  stata una scelta di vita. Ieri per il suo onomastico  è stato a Messa, una Messa celebrata in suffragio dei suoi genitori, come ha scritto su Fb. E’ rimasto un laico nel senso della tolleranza e del rispetto di tutte le idee. Una grande scelta civile  Come diceva Croce, anche Quaglieni non può “non dirsi Cristiano“. Non può stupire nessuno perché è una scelta coerente nata dall’idea di dolore e di morte di questi mesi.
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Antonio Venturi

I vent’anni del museo del cinema di Torino

Inaugurato il 19 luglio 2000 e realizzato su progetto di François Confino, è diventato uno dei musei più visitati

di Marco Travaglini

Il Museo Nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana tra qualche settimana compie vent’anni. Inaugurato il 19 luglio 2000 e realizzato su progetto di François Confino, è diventato uno dei musei più visitati di Torino e di tutto il Paese, una vera e propria istituzione culturale che ha ottenuto importanti consensi a livello internazionale.

Enzo Ghigo, il Presidente del Museo nazionale del Cinema di Torino

L’idea di un’istituzione museale partì da lontano grazie alla passione di Maria Adriana Prolo, la storica nata a Romagnano Sesia che legò il suo nome alla stagione pionieristica del cinema italiano. In una piccola annotazione contenuta in una sua agenda indica la data in cui ebbe l’intuizione: “8 giugno 1941: pensato il Museo”.

Il logo del Museo del Cinema di Torino

Per tradurla in realtà ci vollero molto tempo e tanto lavoro. Nel settembre del ’58 il museo venne inaugurato a Torino in un’ala di palazzo Chiablese al numero 2 di piazza San Giovanni, nel cuore del centro storico. La mostra dei cimeli fu allestita al piano terreno, mentre al piano superiore trovarono ospitalità una sala di proiezione, la cineteca e la biblioteca. Maria Adriana Prolo ne venne nominata direttrice a vita.

L’inaugurazione del museo a Palazzo Chiablese nel 1958

L’avventura terminò venticinque anni dopo, nel 1983, con le sale costrette a chiudere i battenti per carenza di risorse e l’impossibilità di adeguare la struttura alle nuove disposizioni di sicurezza. L’anno dopo la scomparsa della “signora del cinema”, avvenuta nel 1991, nacque la Fondazione “Maria Adriana Prolo — Museo Nazionale del Cinema” con il sostegno della Regione Piemonte, del Comune e della Provincia di Torino, della Cassa di Risparmio di Torino e dell’Associazione del Museo Nazionale del Cinema.

La Mole Antonelliana, simbolo di Torino

Otto anni dopo il Museo del Cinema risorse dalle sue ceneri come una moderna araba fenice nella nuova e attuale sede all’interno della Mole Antonelliana, monumento simbolo di Torino e “sogno verticale” del grande architetto che, quando venne portato a compimento, con i suoi 167 metri e mezzo di altezza, rappresentava l’edificio in muratura più alto d’Europa. Gli allestimenti del museo si sviluppano a spirale verso l’alto e su più livelli espositivi, dando vita a una presentazione spettacolare delle collezioni che ripercorrono la storia del cinema dalle origini ai giorni nostri.

La sala centrale del Museo del Cinema

In una cornice di scenografie, proiezioni e giochi di luce, arricchita dall’esposizione di fotografie, bozzetti, oggetti e percorsi di visita interattivi si possono scoprire i segreti della storia del cinema, dal teatro d’ombre e dalle prime affascinanti lanterne magiche che hanno costituito la preistoria della “settima arte” ai più spettacolari effetti speciali dei nostri giorni.

Le proiezioni sulla cupola della Mole

Il Museo Nazionale del Cinema è stato visitato in questi anni da più di dieci milioni di persone ed è gestito da una Fondazione — presieduta da Enzo Ghigo, ex Presidente della Giunta regionale del Piemonte che durante il suo governo, insieme all’Assessore alla cultura Giampiero Leo, figurò tra i principali artefici della realizzazione della nuova sede museale alla Mole. Il museo è così diventato una realtà culturale tra le più importanti e celebrate, vanto della città e dell’intera nazione: un’impresa importante tesa a promuovere attività di studio, ricerca e documentazione in materia di cinema, fotografia e immagine nella città dove al tramonto dell’Ottocento è nato il cinema italiano e nel 1914 venne realizzato “Cabiria” di Giovanni Pastrone, il film italiano più celebre del cinema muto e primo colossal della storia del cinema mondiale.

Maria Adriana Prolo

La Mole Antonelliana, dalla festa patronale di San Giovanni fino a lunedì 20 luglio, si è trasformata nello schermo di un cinema a cielo aperto grazie all’innovativo e avveniristico spettacolo di videomapping. Tutte le sere, dalle 21 alle 23,30, i quattro lati della cupola dell’Antonelli propongono un omaggio al cinema, alla sua culla italiana e ai grandi interpreti di tutti i tempi in un montaggio serrato e visionario realizzato da Donato Sansone grazie al supporto tecnico di Iren, sponsor dell’evento. Un’idea davvero “luminosa” per i vent’anni del Museo Nazionale del Cinema alla Mole e di Film Commission Torino Piemonte, festeggiando un doppio compleanno che sottolinea la vocazione cinematografica di Torino dagli albori alla sperimentazione dei nuovi linguaggi audiovisivi.

Nel museo dentro la Mole

In tutto questo s’avverte, tutt’ora viva e presente, l’impronta culturale della Prolo, donna eccezionale, dotata di grande tenacia, intelligenza e capacità d’intuizione. Quasi che, in omaggio all’anima esoterica della Mole e delle energie positive che irradierebbe sulla città, il suo fantasma aleggiasse nelle sale ricavate nel ventre del capolavoro dell’Antonelli, vegliando amorevolmente la sua creatura.

Un tour alla scoperta dei murales aumentati

Con MAUA & SAT di nuovo in tour fra i murales aumentati: si riparte il 2 luglio da San Salvario Dopo mesi di pausa forzata MAUA, il primo MUSEO di ARTE URBANA AUMENTATA e SAT_Street  Art Tourino tornano on the road per inaugurare una nuova stagione di street art tour fra i murales  animati in realtà aumentata.

Il primo appuntamento in programma è per giovedì 2 luglio, dalle  18,30 alle 20, in zona San Salvario con meeting point direttamente in quartiere. MAUA – Museo di Arte Urbana Aumentata – è una galleria a cielo aperto, che consta di più di 100  opere di street art fra Milano, Torino e Palermo, animate con altrettanti contenuti virtuali fruibili  attraverso la realtà aumentata.

MAUA ha mosso i suoi primi passi in Sicilia, in fase sperimentale, grazie al progetto “Palermo città  aumentata”: 30 giovani creativi palermitani hanno adottato 20 opere di street art sparse per tutto  il centro storico di Palermo e a partire da esse hanno realizzato delle animazioni digitali inedite  fruibili in realtà aumentata. Sulla base di quell’esperienza è nato il progetto “Milano Città Aumentata”: Maua è stato uno tra i  14 vincitori del “Bando alle Periferie” promosso dal Comune di Milano per ripensare e valorizzare i  quartieri.  Nel frattempo MAUA si è ampliato: il progetto “Torino Città Aumentata” è risultato fra i vincitori  del Bando Contributi del Progetto AxTO, promosso dal Comune di Torino nell’ambito del  Programma per la riqualificazione e la sicurezza delle periferie. Nel capoluogo piemontese il Museo di Arte Urbana Aumentata ha animato digitalmente 47 opere  murarie ed è stato inaugurato ad aprile 2019 con il lancio ufficiale di una serie di tour organizzati in  collaborazione con SAT_ Street Art Tourino_ SAT_ STREET ART TOURINO, nato nel 2014, è un progetto di tour urbani focalizzati sulla street art  con l’intento di perseguire un cammino di divulgazione e sostegno della cultura urbana nelle sue  declinazioni: street art, urban art, writing, muralismo contemporaneo. SAT fa parte di Pigmenti, un’associazione culturale dal respiro internazionale che sviluppa le sue  attività in 3 settori dell’arte urbana:

• -realizzazione del festival di arte urbana Street Alps, manifestazione artistica
contestualizzata ai piedi delle montagne del Pinerolese che avvicina le opere murali alla
natura.

• la residenza d’artista Missiontoart, un progetto internazionale in cui la passione e la
produzione serigrafica incontrano gli artisti di street art per la realizzazione di stampe e
serigrafie in edizione limitata.

• -SAT, promozione territoriale dell’urban art attravero i tour di street art.
Gli intinerari artistico-culturali si snodano dai quartieri centrali a quelli periferici suddividendo la
città nelle seguenti aeree: Torino Nord, Sud, Centro e Ovest, passando così da Parco Dora a San
Salvario.

Giovedi 02 luglio 2020 dalle 18.30 sarà l’inaugurazione della seconda stagione dei tour di street art
in realtà aumentata firmati MAUA & SAT.

1. L’attività si svolgerà all’aria aperta, nel rispetto della normativa sul distanziamento sociale,  per cui sarà fondamentale anche la collaborazione di tutti i partecipanti, nell’interesse e  nella sicurezza di tutti. Anche per questo saranno ammessi un massimo di 9 partecipanti.  Ciascuno, inoltre, dovrà indossare la mascherina per tutta la durata del percorso.

2. L’iscrizione è obbligatoria ma gratuita, al termine del tour ai partecipanti verrà chiesto di  lasciare un’offerta per consentire la continuità delle visite. Il modulo di prenotazione è  disponibile su www.mauamuseum.com nella sezione News. Qui il link diretto al modulo > https://docs.google.com/forms/d/1opZz2XgVE1zBFMMwugtTMJ6ey5gpWrsXEP-kGiZUl8/edit

3. Per visualizzare i murales animati è necessario scaricare l’app Bepart gratuita sul proprio
smartphone, attivarla e inquadrare le opere che saranno toccate durante il tour.

Per eventuali informazioni scrivere a comunicazione@bepart.net o a
streetartourtorino@gmail.com

Un omaggio alle pennellate e ai paesaggi di Alfredo Ciocca

“Sessant’anni di pittura” nella Chiesa di Santa Croce a Avigliana

Una bella tappa, festeggiare i sessant’anni di una professione che ha occupato, fin qui, un’intera esistenza.

Una professione completa, di vita, a tutto tondo. Fortunatissima. E Alfredo Ciocca, casalese di nascita ma dal 1980 tra i primi cittadini di Avigliana – dove opera attraverso manifestazioni, una scuola di pittura, lasciti e tele nelle chiese della città medievale (ma la sua attività negli anni si è spinta pure assai lontano, basterebbe ricordare all’inizio degli anni Novanta le mostre in Sud Africa) -, questa lunga carriera la festeggia in questi giorni (“Sessant’anni di pittura” appunto, patrocinata dalla Città di Avigliana in collaborazione con l’Associazione “arte per Voi”, fino a domenica 5 luglio, orari giovedì venerdì sabato dalle 15,30 alle 19,30 e la domenica dalle 11 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19,30) presso la Chiesa di Santa Croce, in piazza Conte Rosso. Un’occasione per vedere riaffermata la piena maturità di un’Arte, di un percorso – iniziato con gli insegnamenti di Dario Treves – che è avanzato guardandosi sempre intorno tra paesaggi assolati o nevosi, tra scorci di paese magari rintanati nella propria solitudine o aperti a piccole presenze, tra gli spazi sempre conservati per quei ritratti, per quei tipi che altre volte popolano quasi con prepotenza certe sue opere, ma anche per riaprirsi gioiosamente al mondo dopo la necessità dell’io resto a casa, per rivedere la partecipazione del proprio pubblico, per riguardarsi negli occhi con l’amicizia e l’interesse di sempre.

Prepotenza, si diceva. È prepotente è anche la pennellata di Ciocca, massiccia tanto da non lasciare nulla all’immaginazione e rendersi corpo, ricreando la realtà, che stabilisce i piani visivi, vicini o meno; è bello quel suo caricare di ampi colori e di giusti particolari la tela, irrobustendola con preziosi giochi di luce, senza ingombrarla con quel di più che certo potrebbe sbilanciare il piacere dell’occhio di chi guarda, è da sottolineare (se ancora ce ne fosse bisogno) quella semplicità e quella naturalezza che ci appaiono senza nasconderci i messaggi di vita che il pittore vuole da sempre suggerirci. Certe nevi che ricoprono la campagna o fanno di un perso cancello un panorama quasi surreale, certi angoli cittadini con le vecchie case imbiancate o i muri scrostati o le sagome che avanzano a fatica sono impronte di verità, di immediata autenticità o di trasognata poesia, lasciano avvertire sulle tele emozioni che non ci possono lasciare indifferenti, e quel discorso sul paesaggio e sulle diverse stagioni che sta a cuore all’artista reclama è vero una propria e precisa personalità senza dimenticare le radici che affondano nei terreni di Tavernier e di Enrico Reycend, di Matteo Olivero e di Giulio Boetto. E di molti altri. Una natura e una vita tranquillamente intesa che sono le aree dentro cui continua a vivere la pittura di Ciocca, regalando emozioni, con successo.

 

Elio Rabbione

 

Nelle immagini, alcune opere di Alfredo Ciocca

Macugnaga Piano Trial, un’edizione di qualità

Una settimana di concerti di alto livello artistico ha confermato la qualità del Macugnaga Piano Trail, edizione 2020

Si è conclusa con un ottimo consenso di pubblico anche l’edizione 2020 del Magugnaga Piano Trail, che si è svolta interamente online a causa delle restrizioni necessarie in seguito al contenimento della pandemia da Covid 19.

Hanno trovato conferma le caratteristiche distintive del festival, giunto alla sua terza edizione e nato ai piedi del monte Rosa per iniziativa del compianto musicista Marco Giovanetti e della pianista Serena Costa, direttore artistico dello stesso festival. Tra queste sono emerse un alto livello artistico degli interpreti, la varietà dei brani musicali eseguiti e degli strumenti proposti, l’afflato internazionale dato dai musicisti provenienti da diverse parti del mondo e l’attenzione alle giovani promesse in ambito pianistico.

Il sipario del festival si alzato sull’intensa interpretazione della pianista Serena Costa. Grazie alla sua performance capace di unire una grande passionalità a una notevole introspezione, è apparso splendido l’Intermezzo n.2 di Brahms, tratto dai Sei pezzi per piano; opera tarda dedicata a Clara Schumann, l’intermezzo, magistralmente eseguito da Serena Costa, mostra la sua carica di struggente dolcezza e una vena di intensa ma contenuta vitalità, che è stata valorizzata dai suoni pieni del pianoforte Bechstein, risalente agli anni stessi in cui Brahms componeva. La Costa, che si è esibita in un elegante ma semplice completo nero facendone risaltare la spontanea bellezza, ha poi concluso la sua performance eseguendo il sognante Preludio op. 45 di Chopin, dedicato dal compositore alla principessa E. Czernicheff, con un’interpretazione di grande passionalità, pur restando rispettosa della delicatezza del pezzo.

La seconda serata ha regalato la briosa Sonata per pianoforte a quattro mani K381 di Mozart. La coppia di pianisti Xin Wang e Florian Koltun ha elettrizzato il pubblico con una esecuzione fresca, viva e impeccabile, resa ancora più affascinante grazie al video che permetteva di vedere le quattro mani suonare in perfetta armonia sulla tastiera del pianoforte. Eleganti nel suono e negli abiti, i due pluripremiati musicisti hanno saputo restituire alla perfezione l’andamento scintillante di quest’opera giovanile del genio salisburghese che, tra l’altro, amava suonare a quattro mani con la sorella Nannerl.

Nella terza serata si è ritornati a Chopin con l’esecuzione dei due Scherzi n.1 e n.12 op.25 ad opera di Albertina Dalla Chiara. Questa pianista, docente e musicologa, ha incantato con la perfezione e pulizia dei suoni: le note di Chopin, intense e cariche di nostalgia, sono giunte nelle case degli spettatori, come una cascata preziosa e inarrestabile, che ha fatto toccare con mano la meravigliosa grazia della musica densa di romanticismo del compositore polacco. Inoltre, chi non avesse avuto l’opportunità di seguire le sue esibizioni nelle grandi sale da concerto, ha avuto l’occasione di ascoltare e vedere questa grande interprete in un contesto più intimo e raccolto.

Una scossa di vitalità e gioia è arrivata dalla quarta serata, con i primi due tempi della celeberrima Eine kleine Nachtmusik di Mozart. Nella solenne cornice del Duomo di San Giovanni Battista a Ciriè, nel Torinese, il duo composto da Massimo Bairo al violino e Anna Barbero al pianoforte ha regalato una pagina di meravigliosa leggerezza quanto mai felice in questo periodo. L’interpretazione è stata davvero eccelsa: la morbidezza e pienezza del suono, resa quasi palpabile dalla sintonia miracolosa dei due interpreti, ha potuto restituire la freschezza di una pagina che rischia di perdere il suo fascino per le eccessive riproduzioni.

La quinta serata è stata dedicata all’interpretazione della Sonata in si bemolle n.2 di Rachmaninov da parte di Marco Drufuca, diciassettenne promessa del panorama pianistico italiano. Già vincitore di numerosi premi, il giovane pianista ci ha fatto vivere una musica drammatica e potente, ma attraversata da squarci di improvvisa dolcezza. Del giovane ha impressionato la sicurezza dell’interpretazione, unita all’innata capacità di suonare con calore e partecipazione, colpendo al cuore lo spettatore.

Nel concerto di chiusura si è esibita l’orchestra I Virtuosi dell’Accademia di San Giovanni diretta da Antonmario Semolini il quale, insieme alla coppia Abrigo e Dähler rispettivamente al violino e alla viola, ha offerto un’esecuzione dell’Andante della Sinfonia concertante in mi bemolle maggiore K364 di Mozart di rara bellezza interpretativa ed è stata la splendida chiusura di questo ambizioso e ricco festival. Dal Duomo di Torino le nostre case sono state inondate dalla struggente melodia di quest’opera, scritta dal giovane Mozart in uno degli anni più penosi e difficili della sua vita. Sotto la carismatica e sicura conduzione del maestro Semolini, si sono espressi i talenti dei solisti Abrigo e Dähler, capaci di condurre il dialogo tra i loro strumenti e l’orchestra con una eleganza, pulizia e brillantezza dei suoni, che ha permesso agli spettatori di sentirsi trasportati sulle vette di quel Monte Rosa, che farà da cornice alla prossima edizione del festival.

MARA MARTELLOTTA

L’isola del libro. Speciale Jack London

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Romana Petri  “Figlio del lupo”   -Mondadori-   euro  19,50

Veleggia tra romanzo e biografia lo splendido ritratto che Romana Petri dedica a uno dei massimi scrittori americani, Jack London. Di lui abbiamo amato libri epici come “Il richiamo della foresta” e “Zanna Bianca” ed ora scopriamo gli anfratti della sua anima, gli alti e bassi della sua vita.

Amava definirsi “figlio del lupo” e presentiva di morire giovane perché il fuoco che aveva dentro “..aveva la fame di un lupo”: non si sbagliava, nato nel 1876 morì a soli 40 anni nel 1916. Una vita davvero breve….ma che vita! In continua azione, tra mille mestieri, sempre nel tentativo di tenere insieme realtà e letteratura. Fu strillone, pescatore, cacciatore di foche, assicuratore, contadino, cercatore d’oro nel Klondike, inviato nella guerra russo-giapponese, marinaio… ma soprattutto scrittore.

Una vita segnata dal carattere impetuoso, dall’assenza del padre biologico compensata dall’affetto per il padre adottivo John London; il peso della madre Flora che parlava con gli spiriti dei defunti, mal sopportava le donne a cui si legò e, pur essendo inaffidabile, fu sempre convinta che il figlio fosse un grande scrittore.

London aveva un’energia inesauribile che sciorinò nelle varie avventure intraprese e nei ripetuti tentativi di creare qualcosa di importante che desse una direzione alla sua esistenza. Sospeso tra megalomania e disperazione quando le sue imprese non andavano in porto. Navigatore instancabile sulla barca comprata con il primo anticipo dell’editore; progettista del battello Snark che gli costò una fortuna e si schiantò appena varato; il sogno di navigare intorno al mondo con la seconda moglie Charmain, arenatosi per problemi di salute.

Progetto più ambizioso e dispendioso di tutti, la Tana del lupo: casa intorno alla quale immaginava una mega tenuta agricola in cui trasformarsi in coltivatore e allevatore, che sfumò letteralmente in fumo a causa di un incendio.

E poi le donne che incisero profondamente: a partire dalla giovane piccolo-borghese Mabel che non capì il suo talento e sognava un marito con la paga sicura. Poi l’affascinante ed enigmatica intellettuale russa Anna, che considerava anima gemella. La prima moglie Bessie, sposata con scarsa convinzione, che gli darà due figlie, ma non il tanto atteso erede maschio. Per ultima, l’amica Charmain che si trasformò in amante e poi seconda moglie, che gli starà accanto fino all’ultimo respiro.

Questa è solo la punta dell’iceberg del romanzo di Romana Preti che rende a tutto tondo la personalità complessa di un Jack London, grande bevitore, rincorso da fama ma anche debiti, costruttore e distruttore allo stesso tempo, che alla fine si lasciò andare verso la morte arrendendosi alla malattia e allo sfinimento, al limite del suicidio.

 

Charmain London  “Il libro di Jack London”  -Castelvecchi-  euro  25,00

“Era un incrocio tra un marinaio scandinavo, un dio greco e un buon ragazzone americano” è una delle tante descrizioni dell’affascinante e coinvolgente Jack London, riportate dalla seconda moglie Charmain Kittredge London nel corposo libro dedicato al marito.

Iniziò a scriverlo dopo la sua morte, raccogliendo lettere, carteggi vari, aneddoti, racconti di prima mano di Jack e tanta vita condivisa con lui.

Charmain, nata nel 1871 e morta nel 1955, fu una donna fuori dagli schemi per l’epoca: intraprendente, colta, autrice di due romanzi, “The Log of the Snark” nel 1915 e “Our Haway” nel 1917, oltre a “The book on London” pubblicato nel 1921. Questo volume di oltre 500 pagine è un’ immensa biografia che entra nelle pieghe più intime dell’animo dello scrittore.

Ci sono i racconti della sua infanzia, adolescenza e maturità, le sue avventure tra mare e terra, gli stati d’animo, gli affetti più profondi, le amicizie e i rapporti non sempre facili con gli editori. Charmain è forse la donna che l’ha conosciuto meglio, quella durata più a lungo, in bilico tra aneliti di indipendenza e inscalfibile devozione.

All’inizio furono grandi amici e confidenti. Charmain fu anche amica della prima moglie di Jack, Bessie (l’angelo del focolare che dava stabilità allo scrittore), salvo poi soffiarglielo da sotto il naso con un’intraprendenza e sensualità alle quali lui non seppe dire di no.

Da amante a moglie e confidente, Charmain fu al suo fianco nella buona e nella cattiva sorte, sopportando le fasi altalenanti del genio alle prese con il quotidiano. Fu lui stesso a dirle «Se me ne andassi per primo, mia cara, toccherebbe a te scrivere di me….se oserai essere onesta. Ma incontrerai non poche difficoltà». Ebbene lei le superò scrivendo questa lunga lettera d’amore ed erigendo l’immenso ritratto di un uomo che «…è stato molto più grande di quanto potrebbero farlo apparire molti dei suoi più intimi amici».

 

Tra i famosi libri di Jack London, ne suggerisco almeno due che aiutano a capire meglio la vita e il genio dello scrittore:

 

 

Jack London   “Martin Eden”   -Feltrinelli-  euro 11,00

London iniziò a scrivere questo romanzo autobiografico nel 1907 e lo finì a Tahiti l’anno dopo.

Alter ego dello scrittore è il giovane marinaio di Oakland, Martin Eden, che salva da una rissa al porto il rampollo di una famiglia benestante, Arthur. Per riconoscenza questo lo introduce nel suo mondo aprendogli lo spiraglio ai salotti buoni della middle-class. Martin s’innamora della sorella di Arthur, Ruth Morse, ma soprattutto scopre il prodigio della cultura.

E’ la storia dell’apprendistato del giovane, la scoperta delle meraviglie contenute nei libri. Una folgorazione che porta il protagonista a farsi rapidamente una cultura letteraria e a decidere di voler diventare scrittore. Tale è la sua sete di sapere che ben presto supera la mediocre Ruth, che corrisponde a Mabel Applegarth, fanciulla di cui Jack London si invaghì davvero. Ma più che altro un’infatuazione che, sia nella vita reale che nella finzione del romanzo, scemerà man mano che il giovane si rende conto che la fanciulla aspira più che altro a tarpargli le ali.

Mabel/Ruth è ben lontana dal capire le ambizioni letterarie di Jack/Martin e lo spinge invece verso una vita impiegatizia senza rischi economici e un futuro banale.

Il romanzo ha ispirato anche l’omonimo film del 1919, girato da Pietro Marcello e interpretato da Luca Marinelli, che ha vinto la Coppa Volpi.

 

Jack London  “La crociera dello  Snark”    -Mattioli-  euro 15,00

Qui c’è a profusione l’amore di Jack London per l’avventura e la vita in mare. E’ la cronaca di

un’ incredibile impresa, la navigazione a bordo di una barca a vela nell’Oceano Pacifico, insieme alla moglie Charmain, sulle rotte di Melville e Stevenson.

Partenza nel 1907 dalla baia di San Francisco, direzione le Hawaii; poi rotta verso le Isole Marchesi, Tahiti, Samoa…Un periglioso viaggio che sulla carta avrebbe dovuto approdare fino in India e nel Mediterraneo. Invece si concluse in Australia, a Sydney, nel 1908, interrotto da sventure varie, ma soprattutto dal morbo misterioso che contagiò lo scrittore rendendo necessario il ricovero in ospedale.