Alla galleria Fogliato sino al 24 gennaio
Di origini astigiane, la sua scuola è stata l’Accademia Albertina di Torino, i suoi maestri Enrico Paulucci, Mario Davico, Mario Calandri e Francesco Franco, sue importanti mostre negli anni a Torino e Milano, a Firenze Bologna e Acqui Terme. Anna Lequio è ospite sino al prossimo 24 gennaio della galleria Fogliato di via Mazzini con la mostra “Acquerelli e disegni”, una quarantina di opere che nel loro lungo percorso artistico guardano alla realtà senza che impediscano a se stesse di lasciar trapelare “l’anima delle cose”, che fuoriesce dall’intimità delle stanze, dai piccoli oggetti di ogni giorno, dai tavolini e dalle lampade che sono non soltanto arredamento, dai luoghi aperti, dalle sinuosità dei corpi femminili, dalle cascate di mele a formare tappeti e di fiori, dalle viole leggere, timidamente accennate, che sono ricordo, abbozzo, accenno, semplice vaghezza impalpabile. Aveva in altro tempo l’artista denunciato a Marco Vallora: “…vorrei vedere se attraverso uno strumento tecnico così connotato storicamente come l’acquerello, che ha avuto modo di essere un luogo obbligato, di essere stato così usato al femminile, si possa invece suggerire una forza vera di emozione, cioè tentare di scavare sul piano tecnico tutto quello che questo modo di dipingere può regalare e sono delle sorprese notevolissime…”. Il desiderio di superare la tradizione, di sperimentare, di indagare passo dopo passo, occasione dopo occasione, di giocare con le macchie di colore ma altresì di offrire a chi guarda suggestioni e incanti stupendi, spingendosi a estrarre messaggi da quella geografia che è tutta sua, personalissima.
Non appena entrati in galleria, t’accoglie “Lo studio del pittore”, del 1988, di piccole dimensioni e infuocato di luce interna, una seggiola un lungo tavolo una piccola scultura, lo specchio di una esistenza e intimistico legame tra vita e arte, luogo di vita e di sensazioni, di sogni costruiti o sorti per caso, sul fondo un oblò di paesaggio che al confronto appare quasi freddo, anticipato dall’immagine di un albero notturno posata su quel tavolo; poco lontano “Felicitas” (12 x 20 cm), del 1994, un minuscolo cartoncino ad abbracciare un tavolino e una lampada e i versi di Lalla Romano (da “Vertigine”, “Allor non invocato / tu entri nei miei sogni…”); e “Marionette, maschere”, del 2014, già apprezzato una decina di anni fa in una mostra, “L’arte dell’acqua”, che chi scrive queste note curò nelle sale di palazzo Lomellini, a Carmagnola, un sapiente studio di luci e ombre, un fanciullesco “gioco dei fili” che, mentre ombreggia quanto è forse una recensione o un articolo di presentazione di un giornale, gioca di riflessi ambientali, in un luogo che è fuori dal tempo, e allo stesso tempo dentro una realtà che si astrae per divenire soltanto fervida emozione. Una introduzione alle più trattenute opere d’arte, ai suoi acquerelli, ai luoghi dell’anima, alle suggestioni che prendono ogni giorno l’artista. I paesaggi esplodono nelle “Rose in riva al mare”, dove Lequio prova “stupore di fronte alla realtà” quando “la vita è ossimorica”, all’interno del triplice piano che include un cielo tra l’azzurro e il rosato e fiori e mare, dove ogni parte appare sospesa, incantata, felice e pregna di vibrazioni e raffinata, lontana dal déjà vu, immaginifica e aerea, uno specchio e uno stralcio di vita forse vissuta, e ancora l’omaggio a Chagall (ancora “rose”, del 2021-’23); gli ambienti racchiusi in un bozzolo tutto proprio – “una stanza tutta per sé”, avrebbe detto Virginia Woolf – come in un obiettivo che inquadra lontano, la ventennale “Stanza degli amanti”, calchi a rappresentare corpi sfatti e abbracci di corpi nudi, un perdersi di stanze in case borghesi, macchie e accenni e velature ancora sospese, ambienti che trovano vita anche in angoli più impregnati d’oscurità ma dove sempre l’occhio del visitatore è guidato da un fascio di luce (“Risveglio”, 1995 come “”Nel museo”, 1991), ambienti che si popolano di fantasmi di forma improvvisa, che carezzano l’umanità (e i suoi dolori, “L’amore in vendita”, 2006, intrigante e bellissimo) nell’”attesa dell’ora”, un nudo di donna a esprimere la fragilità ma pure una sentinella a vegliare una luce sul fondo, a rischiarare, simbolica di speranza, un dialogo tra esterno e interno, tra silenzi e voci che verranno.
E poi i disegni. Al piano inferiore della galleria. Il trionfo delle grandi dimensioni, tra carboncini e gessetti, a raccontare corpi, di ragazzi e di donne, adagiati su una “coperta fiorita” (del 2008), a rispecchiarsi in una prospettiva felicemente superiore (“Narciso”, dei primi anni del millennio), muscolature perfettamente intese e poggiate su una liberissima parete di tratti nerissimi, un corpo giovanile che con trasporto guarda a certe sanguigne o a taluni inchiostri di De Pisis. Delicatezze, momenti di poesia, il piacere dell’acqua che scivola copiosa e tutta da trattenere e dei tratti del disegno: in una mostra assolutamente da vedere.
Elio Rabbione
Nelle immagini, di Anna Lequio “Il canto del glicine” (2016), “Interno con nudo” (2001) e “Rose e mele” (2003).

“Comunità plurale” che è obiettivo principe del Nikitin uomo ed artista. Arduo percorso, per la cui uscita “io artista – racconta Nikitin – come Penelope al telaio, lavoro segretamente disfacendo le trame di una tela ordita dal Titano più crudele”. Un processo che lo impegna nel campo multiforme di una tecnica ineccepibile, ma soprattutto sul piano dell’emotività e di antiche dolorose memorie difficili da mettere a parte; “un progetto artistico che si estrinseca – conclude Nikitin – anche come struttura teatrale traendo ispirazione dal ‘Teatro della crudeltà’ di Antonin Artaud: un teatro che colpisce il corpo dello spettatore, che lacera il linguaggio, che rompe il ritmo e nega il conforto. In questo senso, il mio ‘teatro della crudeltà’ è precursore di un’etica di resistenza al vuoto. Rifiuta la narrazione, la mimica, l’illusione. Non spiega, ma costringe a vivere”. Dipanando, senza sosta, quella terribile infinita matassa del “fuso di Kronos”.





Di natura ci parla anche Gianalberto Righetti – ingegnere e fotografo genovese, dagli anni Novanta espone le sue opere in varie gallerie d’arte contemporanea, opere “di razionalità e logica tipiche di un ingegnere. laddove Righetti “fotografa esponendo per le luci, ottenendo immagini sottoesposte e con colori saturi, grazie anche al frequente uso del filtro polarizzatore” -, sotto altra forma, attraverso la fotografia coniugata sotto sguardi diversi. Attraverso una “foglia” (2020), quasi rinsecchita nei suoi colori autunnali, imprigionata tra due robuste colonne, attraverso l’immagine lattiginosa di un angolo di deserto in Namibia, “Presenza invisibile 8” del 2023, attraverso il tronco contorto e spigoloso di un albero (“Frammenti ricomposti 6”), colto lo scorso anno nella campagna della ligure Bogliasco. Estetismi che non sono superflui esercizi di tecnica, quelli di Righetti, quelli che guardano e coniugano l’essenza e la concretezza allo stesso tempo dell’”albero”, che rimane il protagonista di questo spazio di galleria dedicato all’autore: davanti a ogni opera ci imbattiamo in un risultato profondo, nella trasformazione del “linguaggio visivo in un’esperienza naturalistica” (scrive Malinpensa nella sua presentazione), nel ritrovarci spinti a sentirci far parte, inglobati nel soggetto che abbiamo davanti a noi. Quella di Righetti è poi una natura non statica ma in movimento, parte di un ambiente che vive e che respira, Righetti vivendola dall’interno pare giocarci insieme: “Frammenti Ricomposti 4” nel suo incessante sfuggire verticale, come uno specchio deformato, ne è la prova, come i chiaroscuri, rubati alle Cinqueterre, di “Presenza invisibile 1” (un’opera del 2008), come quelle immagini che sembrano quasi soltanto impressioni e accenni, riprese dai panorami di States del nord americano, come tutto quanto emblematicamente diventa macchia, rossastra o verde, nelle tante ricercate tonalità, tra le campagne di Chaumont, soltanto pochi mesi fa. Opere che sono respiro, immersioni, lirismi, coloriture, “poesie visive”, ragnatela di accordi e di rapporti a mano a mano più stretti e compatti, dove la presenza umana è saggiamente bandita.
Graziano Rey – torinese, classe 1953, membro della “Soffitta macabra di Alessandri, dentro il mondo della pittura e della musica (sua la sigla di “Buona Domenica”, suo il premio “Rino Gaetano” 1991/92 come il premio Viareggio come cantautore: nonché opinionista per numerose puntate del “Maurizio Costanzo Show”) – poggia in maniera assai personale sulle proprie tele “un mondo di colori”, per estrema astrazione, di grande movimento e di forte impatto visivo, simpaticamente strambo e dinamico, variante e ritmato, grumi di colore che sono note posate in vario disordine su un frastagliato e scomposto rigo musicale; gioca in “frammenti di tela” con quelle che paiono coreografie costruite sulla tenuità dei colori, i rosati gli azzurri i grigi, insetti sconosciuti o gemme preziose ; o piccoli mondi in movimento; sogna e ondeggia con deboli profondità attraverso “Frammenti di blu” (2024), ovvero impercettibili sagome che paiono guardare ad accenni umani, piccoli e ormai cresciuti, oggetti che spetta a noi decifrare, in pieno sfondo di un giallo acceso, mentre tutt’intorno è calmo silenzio, un invito a considerare, a trattenersi un attimo, tra quanto può essere realtà e quanto diventa immediatamente sogno.

