Nella Sala del Senato a Palazzo Madama, sino al 29 agosto

“Mi chiedi di narrarti la morte di mio zio affinché tu possa tramandarla ai posteri con maggiore esattezza” scriveva Plinio il Giovane nelle “Lettere ai familiari”. E ancora: “Frattanto in molte parti del monte Vesuvio risplendevano larghe fiamme e vasti incendi, il cui chiarore e la cui luce erano resi più vividi dalla oscurità della notte… Intanto il livello del cortile s’era così tanto innalzato per la caduta di cenere e pomici che, se avesse più a lungo indugiato, non sarebbe più potuto uscire dalla stanza”. Una vittima e un testimone, immagini che ci ridanno il dramma di quegli istanti. Era il 79 d.C., il 24 ottobre secondo gli studi più o meno recenti che hanno posticipato di un paio di mesi gli avvenimenti rispetto all’antica datazione, motivi una vinificazione che ad agosto non poteva ancora essere in atto, la presenza di certi frutti soltanto nei mesi autunnali, e altri ancora. Un passato tragico che cominciò a vedere la luce il 30 marzo 1748 per ordine di Carlo III di Borbone e sotto la famigerata direzione dello spagnolo Gioacchino de Alcubierre (“L’attinenza di Alcubierre con l’archeologia è la stessa che ha la luna con i gamberi”, ebbe a dire il tedesco Winkelmann, “una volontà di scavo ingorda e distruttiva”, aggiunge Federico Villa, direttore oggi di Palazzo Madama), fatto soltanto per depredare, riscoprire tesori poi ricoperti o distrutti, scavare cunicoli per recuperare una statua con la distruzione di antichi edifici. Poi arrivarono i Bonaparte e i Murat, l’interesse profondo o il disinteresse dei tanti Borbone, gli scavi sistematici all’indomani dell’Unità, la figura predominante nell’Italia del XX secolo di Amedeo Maiuri, soprintendente di Pompei dal 1924 al 1962. Una vetrina che oggi, grazie alla direzione di Massimo Osanna e del suo successore Gabriel Zuchtriegel, nell’ambito del “Grande Progetto Pompei”, ha messo a cielo aperto cinquanta ettari su una complessiva superficie di 66.
Un assaggio di quel mondo è fino al 29 agosto a Torino, all’interno della Sala del Senato di Palazzo Madama, con un suggestivo “Invito a Pompei” che non vuol essere soltanto una mostra comunemente intesa ma altresì uno spaccato di vita quotidiana, espressa attraverso la visione di 132 reperti, con le abitudini degli abitanti, con gli ambienti in cui passavano il loro tempo, con gli oggetti che li circondavano, gli arredamenti e gli affreschi. Un invito che, attraverso la visione di un modellino della Casa del Poeta Tragico – quella che è stata l’ambientazione nel 1834 del romanzo “Gli ultimi giorni di Pompei” dell’inglese Edward Bulwer-Lytton, quella al cui ingresso il turista s’imbatte nel celebre mosaico “Cave canem” -, prende forma, a rappresentare quanto stava all’interno delle case più lussuose della Pompei del I secolo d.C., elementi in più per noi visitatori, che idealmente colmano una geografia cittadina che un evento capace di cancellare in un attimo intere esistenze ha reso del tutto vuota. Ha detto il sindaco Lo Russo, durante la presentazione alla stampa di un evento la cui preparazione e l’allestimento sono avvenute nel tempo veramente ristretto di 51 giorni: “La mostra vuol essere l’inizio di un rapporto che i nostri Musei Civici vogliono tessere sempre più con i musei nazionali, è una delle occasioni per rendere la nostra città più visibile a livello internazionale”, anche a ribadire come la cultura abbia un’importanza non secondaria in questa amministrazione.
“Una mostra che non sarebbe stata possibile senza l’abnegazione, la costanza e la non comune disponibilità degli archeologi e della direzione di Gabriel Zuchtriegel”, sottolinea ancora Villa. E allora eccoli i vari ambienti di “questa” casa, che ci spalanca le porte, mostrandoci i vari aspetti di una vita che cresceva all’ombra del Vesuvio. Attraverso l’atrio, che era illuminato soltanto da luce naturale e dove trovavano posto i lari, le divinità della casa – dove troviamo un Ninfeo (quello della Casa del Bracciale d’oro, prima metà I sec. d. C.), una stupenda costruzione in mosaico a tessere di vetro, dove predominano l’azzurro e il verde e dove in alcune zone è ancora ben visibile l’intreccio di conchiglie decorative, e una “Parete con pittura da giardino” (25 – 50 d.C.), un fitto raggrupparsi di piante, fiori dai tenui colori e uccelli diversissimi, con centrale una finestrella dalla quale il padrone di casa si entusiasmava con uno spicchio del golfo di Neapolis -, s’accede nel triclinio, il luogo dei banchetti, con un tavolino su cui deporre i vini e le vivande, il letto su cui sdraiarsi con le parti lignee rifatte ma quelle originali in bronzo e argento di squisita bellezza. Si può dire che qui si stabiliva lo stato d’agiatezza dell’ospite, secondo la fattura e i materiali e la elegante ricchezza di bicchieri o coppe o altro vasellame che erano presentati agli invitati che erano l’élite della città.
Vetrine con cartellini chiarissimi, appoggiate a pareti rosse e gialle, mostrano poi i gioielli che nelle case e nelle strade della città facevano la celebrità di tante matrone, coppie di bracciali e orecchini rigorosamente d’oro e con piccole pietre incastonate, anelli con pietre preziose lavorate; come i cofanetti, gli specchi, i pettini e i trucchi (curioso un minuscolo contenitore che mostra ancora al suo interno un trucco rosato che serviva alla padrona di casa per rendere vive le guance). Copiosa la presenza di dipinti, “Pegaso e Bellerofonte” e “Adone bambino” tra i meglio conservati e belli, da una villa rustica di Gragnano “Diana al bagno spiata da Atteone”, come non può non incuriosire il visitatore una imbarcazione a forma fallica circondata da una coppia d’anatre e da un gruppo di pigmei danzanti. E ancora, con la ricostruzione di una camera da letto, di piccole dimensioni com’era d’uso, statue marmoree e piccoli oggetti per il culto, colonnine votive, un altare in miniatura di marmo e bronzo, coppe con decorazioni a sbalzo, erme da giardino, bracieri, lanterne, meridiane, applique (da notare quella che rappresenta un piccolo cane, probabile decorazione di un mobile, ancora I sec. d.C.).
In ultimo, a conclusione della mostra, alcuni esempi delle vittime dell’eruzione, con il loro ultimo gesto, il dolore e la disperazione, un patrimonio che gli scavi ci hanno reso in un numero non inferiore alle mille unità. Dalla Casa di Orfeo, il calco di un cane da guardia, rimasto legato alla catena (si vedono ancora i due anelli), in una posizione innaturale, nell’atto convulso di districarsene. Dalla Casa del Criptoportico proviene una coppia, creduta sino a ieri un uomo e una donna ma che oggi il DNA corregge verosimilmente in due uomini, caduti uno con la testa sul grembo dell’altro. Forse l’immagine più cruenta e dolorosa è quella di un uomo (proviene dalla Casa di Maio Castricio), appoggiato su un fianco, che s’è portato nell’ultimo istante la mano destra alla bocca: stringe qualcosa, forse un fazzoletto, un pezzo di tessuto nel gesto disperato di proteggersi dalla cenere.
Elio Rabbione
Le immagini della mostra (Ph. Perottino)
“Ci sono molte più cose che non esistono di quelle che esistono”: pensiero e parole di Tony Cragg, fra i massimi e più acclamati esponenti della scultura contemporanea a livello mondiale. Pensiero e parole che ci fanno da guida sapiente nell’addentrarci in quell’universo di forme non poco spaesate e inquietanti che paiono essere misteriosamente calate da altri mondi per invadere la sacralità dei Giardini e dei magnifici esterni della “Reggia di Venaria”. Se infatti Cragg, classe ’49, nato a Liverpool ma dagli anni Settanta residente in Germania, a Wuppertal (dove ha dato vita nel 2008 allo “Skulpturenpark Waldfrieden”, un grande parco dove sono visibili le opere scultoree di tanti celebri artisti contemporanei) la pensa così, ci sentiamo decisamente meno impreparati e più incoraggiati ad affrontare la mostra – curata dal direttore della Venaria Guido Curto – e a lui dedicata, fino all’8 gennaio del prossimo anno, nel percorso espositivo permanente della Reggia, dal ’97 Patrimonio Mondiale dell’Umanità-UNESCO. Quelle opere di notevolissime dimensioni, monumentali, dalle forme mosse e sinuose, plasmate usando svariati materiali – dal bronzo al legno, dalla vetroresina all’acciaio – e in tanti casi in lite accesa (così sembra a prima vista) con le leggi dell’equilibrio, ci raccontano allora quale sia per l’artista il ruolo da lui attribuito all’arte scultorea.

Personalmente, ne ricordo tre con grande affetto. Affetto perché, giovane studente di Lettere a Palazzo Nuovo, mi permisero di completare la mia preparazione a un Seminario di Storia dell’Arte sulla “Pittura veneta del ‘500” e di portarmi a casa un bel 30 con lode assegnatomi dal mitico indimenticabile professor Aldo Bertini che, in quell’occasione, mi propose (inascoltato, con rammarico) di laurearmi con lui, sotto la guida dell’anche lui grande, allora suo assistente, Gianni Carlo Sciolla. Correvano gli Anni ’70. E i tre che mi porto in mente con affetto erano tre fascicoli de “I Maestri del Colore” (Fratelli Fabbri Editori) che avevo trovato sulle storiche bancarelle (tutt’oggi meta d’obbligo per gli appassionati di libri d’antan) di via Po, davanti al Palazzo delle segreterie delle Facoltà Umanistiche dell’Ateneo torinese. Primo fascicolo “Giorgione”, con un eccelso approfondimento sulla “Tempesta” (fra le opere ancora oggi più misteriose della storia dell’arte italiana), il secondo e il terzo dedicati a “Giovanni Bellini” e a “Tiziano”, in copertina due stupefacenti “Madonne col Bambino” fra le tante realizzate dai due Maestri veneti. Già! Chi non ricorda la storica serie pubblicata, fra il 1963 ed il 1967, a fascicoli settimanali dalla “Fabbri”, dedicati ogni volta a un Maestro o ad una Corrente dell’arte internazionale, con testi critici particolarmente chiari puntuali e divulgativi accompagnati da tavole con illustrazioni a colori di grande formato (la copertina, del resto, misurava ben 35,5 cm, di altezza)? Fascicoli indimenticabili. Ancora oggi presenti nelle librerie di molte case italiane e ancora oggi reperibili, con facilità, nei vari mercatini dell’Antiquariato o sempre fra le suggestive bancarelle (lì, il tempo sembra essersi fermato!) di via Po. Fenomeno culturale che rivoluzionò allora il mercato editoriale legato alla storia dell’arte, quei fascicoli rappresentarono per molte famiglie italiane un oggetto simbolico, “una dichiarazione di appartenenza a una fascia sociale in crescita, attraversata da un desiderio di cultura e di benessere intrecciati insieme”. Ebbene, sorpresa! Quegli stessi volumi, raggruppati in un’unica opera composta di ben 278 fascicoli li ritroviamo oggi in mostra, fino al 6 novembre, nella “Wunderkammer” della GAM di Torino, sotto il titolo de “I Maestri Serie Oro”, singolarmente elaborati dalla fervida intrigante e inquieta immaginazione creativa del fiorentino (bolognese d’adozione) Flavio Fanelli. Su ciascuna delle iconiche copertine, l’artista– presente nelle più grandi Istituzioni e Rassegne di livello internazionale – è infatti intervenuto utilizzando una o più cartine dorate dei famosi cioccolatini “Ferrero Rocher” “per occultare – come spiega la curatrice della rassegna Elena Volpato – i volti dei ritratti, le scene aneddotiche, le porzioni di
quadri, affreschi e mosaici dove campeggia la figura umana, dove gli sguardi dipinti sembrano cercare la risposta e la complicità dello sguardo degli osservatori”. In un sottile gioco di sottintesi. Di nascondimenti e riscoperte. Non gioco blasfemo. Tutt’altro. Seguendo, par quasi, l’istinto di riportare su un piano alto capolavori troppo arditamente posti alla mercé di tutti. E di riaffermarne la “sacralità” attraverso una copertura dorata, che ben attesti la grandezza dell’opera. Esposti in tre file, ad abbracciare interamente lo spazio della “Wunderkammer”, i 278 fascicoli/collages sembrano esaltare pur anche lo spirito enciclopedico cui l’impresa editoriale volle tendere. “Ma la scelta di Favelli – sottolinea ancora la Volpato – di spezzare le linee del disegno, di complicare la bidimensionalità della pittura, di nascondere il senso di completezza e perfezione che emana da molte di quelle opere esprime un’inquietudine estetica tutta contemporanea, per la quale la pienezza di senso e di forma non è mai data e ogni Maestro è allo stesso tempo riconosciuto e obliterato, oggetto di una celebrazione sincera ed insieme finta, come finta è la foglia d’oro di Favelli: luccicante, ma di carta, d’aspetto prezioso, ma prelevata da una scatola di praline”. L’opera “I Maestri Serie Oro”, che entra a far parte delle collezioni del Museo, rappresenta un nuovo sviluppo del lavoro di Favelli che negli ultimi anni ha più volte indagato il tema dell’oro (ricordiamo la mostra del 2021 “Profondo Oro” alla “Gori Tessuti” di Calenzano – Firenze) sotto molteplici forme, rispecchiando il proprio animo nella lucentezza opaca e cieca di questo materiale prelevato da latte di biscotti, da fondi di specchi, da cartelli pubblicitari di gelati: “una lucentezza pervasiva, da Eldorado, in cui la nostra cultura – conclude la Volpato – si specchia alla ricerca di un bagliore di cui ammantarsi proprio mentre si va offuscando”.
Il quartiere di Barriera di Milano negli ultimi anni è diventato variopinto e decisamente più accattivante. Merito anche del progetto di arte pubblica. B.ART – Arte in Barriera, un bando internazionale di arte pubblica teso a migliorare la qualità urbana e l’attrattività ambientale nel quartiere. Come? Grazie anche ad interventi artistici diffusi di cui uno dei più eclatanti porta la firma dello street art Millo.
petrolio. Il progetto di Nevercrew, un duo di artisti italo-svizzeri, nasce con l’intento di colpire. Colpire chi si ritrova con il naso all’insù proprio nei pressi del Teatro Colosseo di Torino. L’opera di street art è infatti oltre maestosa nella sua realizzazione (25 metri di lunghezza) ma anche nel messaggio che reca con sé. Se si guarda bene accanto all’orso polare di petrolio investito c’è una piccola sedia. L’intento infatti è quello di sottolineare come il comportamento umano stia rompendo il fragile equilibrio naturale facendo sedere lo spettatore davanti ad una sorta di “rappresentazione della realtà”
Mr. Fijodor “Life Below Water” ovvero La balena di via Valprato 68
La biodiversità perde terreno e a rimetterci siamo solo noi. Ammirando “The ode of collapse” ad un primo acchito potrebbe essere un’opera piena di vita, colorata ma in realtà racconta, tramite la pittura, un’altra faccia della medaglia. Le farfalle che compongono il murales sono in realtà morte, estinte a causa dei cambiamenti climatici che stanno sempre più attanagliando il mondo.
Mostra di Paola Bona visitabile dalle 9,30 alle 13 e dalle 15,30 alle 20 tutti i giorni tranne domenica.
