L’INTERVISTA
Maestro, com’è nata la sua passione per la pittura? Abbiamo avuto occasione di visitare la sua mostra presso il Museo MIIT di Torino e l’abbiamo trovata straordinaria…
Grazie, questa mostra al Museo MIIT mi è molto cara e ringrazio il direttore Guido Folco per avermi concesso l’opportunità di esporre in uno spazio meraviglioso. Allora, come tutti nasco da piccolino (dichiara sorridendo Il Maestro Athos Faccincani), ho cominciato a dipingere molto presto, verso i sei o sette anni. Ricordo che mi nascondevo in cantina a dipingere, perché mia madre non voleva, e rappresentavo già all’epoca, in maniera molto introspettiva, le sofferenze legate alla mia fanciullezza, che ho patito molto. Paradossalmente ho vissuto in una famiglia che mi ha voluto troppo bene, ma la mia paura del mondo ha sempre prevalso e mi ha accompagnato anche successivamente. Per tanti anni ho lavorato intorno a temi quali la sofferenza, il dramma, che mi hanno portato a insegnare nelle carceri e ad approfondire lo studio di queste sensazioni all’interno di esse. Avevo tra i 17 e i 19 anni di età. Ho visitato il Cottolengo, a Torino, per studiare i bambini portatori di handicap, e i manicomi per tentare di comprendere meglio le dinamiche della mente umana. Successivamente il politico e storico Renato Zangheri mi chiese di preparare una mostra sulla Resistenza, stimolandomi con una frase che porto nel cuore:
” La storia la fanno coloro che non l’hanno vissuta”, perché effettivamente sono nato dopo la guerra. Insomma, mi misi a studiare approfonditamente il periodo della Resistenza e preparai una mostra dal titolo “I sentimenti durante la guerra”, che venne inaugurata da Sandro Pertini alla Gran Guardia di Verona. Ne fu talmente entusiasta che mi nominò Cavaliere della Repubblica. Nonostante questa grande soddisfazione, dentro continuavo a sentirmi vuoto, una sofferenza nel cuore che oscurava ogni strada, non sapevo più cosa fare o dove andare, non riuscivo più a dipingere, finché non decisi di intraprendere un viaggio verso il Sud Italia, dove non ero mai stato. Era il 1981. Fu una vera e propria svolta: ebbi la possibilità di conoscere la cordialità e l’energia vitale degli uomini del Sud e rinnovare la mia attraverso contatti umani impareggiabili.
Quella sofferenza oggi è andata via?
Sicuramente è meno intensa, anche se ancora oggi conservo un senso della malinconia che fa parte di me da sempre. Posso dire che le tante passeggiate di quel viaggio nel Meridione, il contatto con il mare e le sue rive, gli uliveti, la terra rossa e gli ampi orizzonti abbiano contribuito ad aprirmi il cuore e l’anima. Una felicità che oggi esprimo dentro e attraverso la mia pittura. Ricordo proprio che buttai la mia “tavolozza dei colori malinconici”, ovvero i neri, i grigi e i viola, per dare spazio ai colori solari, gli stessi che potete ammirare nella mostra di Torino al Museo MIIT.
Quindi la trasformazione della sua pittura è stata totale…
Si, da quel momento la trasformazione è stata significativa, dal punto di vista artistico e psicologico, anche se, come dicevo prima, vivo ancora dei momenti malinconici con i quali ho imparato a entrare in armonia. Guardare i paesaggi, la natura, tutto ciò che Dio ci ha donato, il Sole, l’alba, aspetti che non avevo mai visto veramente, è stato un atto terapeutico e creativo al tempo stesso. Ho capito che la felicità è già dentro ognuno di noi e va ricercata nella nostra anima.
Lei aveva già organizzato altre mostre presso il Museo MIIT?
No, è la prima volta. Ne avevo organizzata un’altra a Torino presso la Camera di Commercio nel 2024. La mia soddisfazione più grande nell’organizzare una mostra si verifica all’ingresso del primo visitatore e questo è valso per tutte le mie esposizioni nel corso degli anni, e ne ho fatte tante, da New York a Tokyo, in tante città del mondo. Provo sempre un piacere particolare nel venire a Torino, un po’ perché lo trovo un luogo bellissimo e un po’ perché ho potuto rivalutare un piccolo pregiudizio nei confronti dei torinesi, ai quali pensavo come persone caratterialmente fredde, dure, distaccate, e che invece mi hanno gratificato tantissimo come persona e artista, e con i quali ho stabilito una forte connessione. Grazie ai torinesi ho potuto capire meglio la forza della mia pittura.
Per lei cosa rappresentano le grandi vedute e i dettagli nei quadri contenuti nei quadri che abbiamo visto esposti al MIIT?
Quando mi capita di fare un incontro o una conferenza mi soffermo sempre sul seguente invito: ”Abbiate il coraggio, tutti i giorni, di soffermarvi a osservare la natura che ci è stata regalata”. Le grandi vedute sono una rappresentazione dell’ampiezza della mia anima, il dettaglio, una restituzione alla vita dell’immenso dono quotidiano.
Mara Martellotta










LETTERE



In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerra – ma una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.



