Quarta giornata del Salone Internazionale del Libro di Torino, domenica mattina: un incontro affollatissimo e accolto con grande calore dal pubblico, con protagonisti Aldo Grasso e Fiorello attorno al libro Cara televisione. Un dialogo che, pur partendo dalla riflessione sulla televisione italiana, si è progressivamente spostato attorno alla figura di Fiorello, vero motore scenico dell’incontro.
Fin dall’avvio la scena si ribalta. Voce fuori campo: “Siete caldi? Siete pronti?”. Poi l’irruzione di Fiorello sul palco, che prende subito il controllo dell’atmosfera. Il pubblico reagisce con entusiasmo come a un’apertura di spettacolo.
Dietro di lui entra Aldo Grasso, ma il copione si capovolge immediatamente: Fiorello si gira, lo blocca e dice “Eh no, ti devo presentare io. Io devo presentare il protagonista di questo incontro”, introducendolo come il “famoso critico temuto da chi fa il mio mestiere”. La sala esplode tra risate e applausi.
Da subito si crea anche un filo continuo con la traduttrice della lingua dei segni, presente sul palco. Fiorello la coinvolge continuamente: le chiede come si “dice” Fiorello e come si “dice” Grasso, prova i gesti, li ripete, torna a domandare, incuriosito da ogni passaggio. È un continuo siparietto che diventa parte integrante dello spettacolo, con il pubblico coinvolto anche attraverso la traduzione stessa.
Subito dopo arriva anche l’autoironia: “Ieri ho compiuto 66 anni, fra quattro anni ne farò 70 e arriverò qui dentro con il girello”, dice, scatenando le risate della sala.
Racconta subito come la sua formazione televisiva sia nata da spettatore da ragazzino: il suo imprinting arriva dai grandi varietà visti in famiglia, quando la televisione era un rito collettivo e la visione era condivisa da tutti nello stesso momento. È lì che si forma l’idea di spettacolo che poi cercherà, in qualche modo, di riportare nel suo lavoro. Guardava quei programmi dei grandi varietà di Antonello Falqui, con Walter Chiari, Johnny Dorelli, Raffaella Carrà, Mina, Paolo Panelli e le Gemelle Kessler. Aldo Grasso, nel dialogo e nel libro Cara televisione, ricorda proprio quella stagione come una delle più alte della televisione, con varietà che possono essere considerati tra i più belli mai prodotti a livello mondiale.
Fiorello rivendica con orgoglio gli anni dei villaggi turistici. Racconta che spesso, quando qualcuno vuole denigrarlo, gli dice che “viene dai villaggi turistici”, ma per lui è esattamente il contrario: è un motivo di orgoglio, perché da quell’esperienza ha ricevuto tantissimo e ha imparato moltissimo. Proprio nei villaggi, aggiunge, non guardava la televisione e per anni non ne è stato influenzato: la TV non c’era, e al suo posto c’era il lavoro diretto di animazione, il rapporto quotidiano con il pubblico.
Poi il racconto entra nella sua traiettoria professionale: il karaoke, DeeJay Television, e il passaggio progressivo verso un’altra dimensione dell’intrattenimento.
Lo spartiacque arriva quando diventa chiaro che non basta più essere “personaggio”: nasce il bisogno di tornare a intrattenere davvero il pubblico. Non era soddisfatto fino in fondo di quello che faceva. Spesso qualcuno lo fermava dicendogli: “Eh, io ti ho conosciuto al villaggio di Ostuni, quanto mi facevi ridere”. E quella frase, più che una nota di nostalgia, era per lui una spia: la sensazione che in quel momento non stesse più facendo fino in fondo il suo mestiere, che non riuscisse più a intrattenere il pubblico come prima.
Il momento decisivo arriva all’Arena di Verona, durante il Festivalbar. I Red Hot Chili Peppers sono in ritardo, il pubblico è in attesa, e dietro le quinte gli viene chiesto di salire sul palco. È Vittorio Salvetti a dirgli semplicemente: “Esci”.
Quarantacinque minuti di improvvisazione davanti a 14.000 persone, un pubblico venuto lì non per lui ma per i grandi nomi della musica. Una battuta dopo l’altra, senza copione minuto dopo minuto si scioglie e costruisce uno spettacolo estemporaneo, giocando con quello che accade e vede sugli schermi: osserva il pubblico inquadrato, lo commenta in diretta, improvvisa battute sulle persone che vede passare sui maxischermi, trasformando l’attesa in intrattenimento continuo. Quando i Red Hot Chili Peppers arrivano e lui li presenta, si accorge che l’applauso scrosciante è per lui che sta uscendo di scena.
In prima fila c’era Bibi Ballandi, che a fine serata lo raggiunge dietro le quinte e gli dice: “Ma te sai intrattenere così la gente? Dovresti fare i varietà del sabato sera” ne scimmiotta il dialetto bolognese. Da lì si apre il percorso che lo porterà ai grandi varietà e a programmi come Stasera pago io.
Nel dialogo emerge anche una riflessione più ampia sulla televisione di oggi: palinsesti più ripetitivi, meno rischio, meno spazio alla sperimentazione, una progressiva scomparsa della seconda serata, anche perché molti programmi ormai iniziano sempre più tardi, intorno alle 22.
Nel libro Cara televisione, Aldo Grasso si definisce uno “spettatore di professione”, spesso scambiato per snob ma in realtà, come rivendica, un “sincero democratico” che guarda con la stessa curiosità un programma ben riuscito e il trash più evidente, il pezzo di bravura come l’approssimazione più sfacciata: in una parola, un amore per il popolare senza demagogia.
Da qui prende forma anche la riflessione sul suo mestiere di critico televisivo, che Grasso descrive come una figura “apolide, reietta, intrusa”, spesso non riconosciuta dagli altri critici e poco amata dai diretti interessati. Attraverso questo sguardo, il libro attraversa la televisione italiana di ieri e di oggi come specchio continuo del Paese, tra vizi e virtù, passioni e disincanti collettivi.
Al termine dell’incontro, molto partecipato e segnato da risate continue e grande energia in sala, la sensazione finale è quella di aver assistito non a una semplice presentazione, bensì a un vero e proprio piccolo varietà dal vivo, con Fiorello assoluto mattatore e capace di ribaltare continuamente la scena.
GIULIANA PRESTIPINO



