Nella giornata di sabato 10 gennaio scorso si sono svolti i funerali, nella chiesa di Santa Maria della Scala, a Moncalieri, dell’appuntato Giovanni Terminiello, deceduto a soli 55 anni per una malattia fatale. Moncalieri e l’Arma dei Carabinieri piangono un militare esemplare che ha lasciato un vuoto incolmabile tra i colleghi e il ricordo di un’ umanità profonda e la totale dedizione al suo lavoro, come dichiarato dal Sindacato Italiano Militari Carabinieri. Ne piangono la scomparsa anche la moglie Chiara e la figlia.
ENNESIMA GIORNATA DI CALVARIO PER I PENDOLARI
Oggi cancellati i treni delle 6.46, 7.17 e 8.46 da Pinerolo e ritardo di più di 10 minuti del treno delle 7.46 e delle 8.17. Così non si può andare avanti. La Giunta Cirio, RFI e Trenitalia prendano finalmente provvedimenti.
12.1.2026 – Non c’è pace per la linea ferroviaria Pinerolo-Chivasso. Dopo l’interruzione del servizio dell’estate 2025, per l’installazione del sistema ERTMS, ci aspettavamo un netto miglioramento, purtroppo smentito dalla realtà. Ritardi, soppressioni di corse, affollamento, sporcizia, inaccessibilità delle sale d’attesa, sono all’ordine del giorno e rendono insostenibile la vita dei pendolari.
Così non si può andare avanti!
Dall’insediamento del Presidente Cirio e dell’Assessore Gabusi nel 2019 nessuno dei passaggi a livello è stato soppresso (a Vinovo non è neppure iniziato lo scavo), non sono stati realizzati raddoppi selettivi della linea nei punti più idonei dalle banchine ai treni né si è investito sull’efficientamento tecnologico degli apparati. Anche il processo autorizzativo per la realizzazione delle ciclostazioni è molto lento. Non si è neppure intervenuti per sostituire quegli apparati che regolarmente cadono in panne e generano così tante interruzioni del servizio né sono stati realizzati l’area parcheggio nei pressi della stazione di None e il sottopasso e interscambio.
In un momento in cui si sta valutando la razionalizzazione del Trasporto Pubblico Locale (TPL) su gomma, in vista delle gare che avranno luogo nel 2026, ribadiamo che non si possono tagliare le costose ed inquinanti corse dei bus se la Regione non potenzia e rende finalmente efficiente la linea ferroviaria, che è l’alternativa più ecologica, economica e sicura!
L’unico intervento concreto è stato quello del sistema ERTMS per l’interoperabilità dei treni e il controllo satellitare, ma questa innovazione non ha impattato sull’efficienza del servizio.
Il territorio pinerolese, chivassese, della zona sud e zona nord di Torino rischia di rimanere isolato e di regredire economicamente e demograficamente, se il collegamento ferroviario non tornerà ad essere puntuale, regolare, affidabile, frequente e accessibile anche per le persone anziane, povere o con disabilità. I trasporti sono particolarmente necessari alle aree interne montane, che sono a rischio isolamento e spopolamento.
Il territorio della Pinerolo-Chivasso sembra davvero la Cenerentola del Piemonte, con una linea ferroviaria che continua a svettare negativamente nelle classifiche Pendolaria di Legambiente.
Oggi si è verificato l’ennesimo disservizio, dovuto al guasto di un treno tra le stazioni di Chivasso e Brandizzo.
Il vaso è davvero colmo. Basta scuse. I cantieri PNRR non possono giustificare un tale livello di inefficienza e trascuratezza.
Chiediamo che l’assessore Gabusi prenda finalmente in mano la situazione e si faccia sentire con Trenitalia ed RFI per far uscire questo territorio dal cono d’ombra, p rima che il combinato disposto tra caro carburanti, malfunzionamento della ferrovia, free flow autostradale e nuova gara del trasporto su gomma generi una bomba sociale ai danni dei cittadini che usano il Trasporto Pubblico Locale.
Monica CANALIS – consigliera regionale PD
L’ANPI di Torino ricorda Maria Grazia Sestero
La Sezione ANPI Eusebio Giambone di Torino ha organizzato per venerdì 16 gennaio ( ore 18, via Mazzini 44/c ) la presentazione del libro Volevo solo un monopattino di Maria Grazia Sestero (Impremix, 2025). L’evento è stato pensato per rendere omaggio ad una protagonista della vita politica torinese e nazionale nei suoi interventi e nella voce di chi l’ha conosciuta. La ricorderanno Laura Marchiaro, Nino Boeti e Giancarlo Quagliotti. Nata a Chiusa di San Michele nel maggio del 1942, Maria Grazia Sestero è morta a Torino il primo gennaio del 2025. Laureata in lettere, insegnò in diversi licei e fu preside del liceo scientifico Einstein di Torino. Si iscrisse al Partito Comunista Italiano nel 1974. Eletta consigliera comunale a Torino nel 1978, riconfermò il seggio consiliare più volte nei decenni seguenti. Nel 1980 venne nominata assessore all’Istruzione alla Provincia di Torino; alle elezioni regionali in Piemonte del 1985 diventò consigliera regionale per il PCI. Venne in seguito eletta alla Camera dei deputati nel 1992 nelle file di Rifondazione Comunista e per la XI Legislatura fece parte della Commissione Affari sociali. Nel 1994 si ricandidò nel collegio di Torino 8, appoggiata dall’intera coalizione dei Progressisti, ma non venne rieletta a Montecitorio. Nel 1995 lasciò Rifondazione, fondando con altri il Movimento dei Comunisti Unitari (MCU) di cui fu la leader torinese, venendo poi eletta nelle liste del PDS alle elezioni comunali di Torino del 1997. Dal 1998 con il resto del MCU aderì ai DS. Dal 2001 al 2011 fu assessora alla viabilità e ai trasporti al Comune di Torino. Molto attiva nell’ANPI, ne fu vice-presidente regionale in Piemonte e presidente provinciale a Torino. Scuola e politica, libertà e cultura: questi sono stati i punti cardinali di una protagonista della vita cittadina torinese e nazionale, impegnata a tutela della famiglia e a difesa dei diritti delle persone, a salvaguardia della giustizia sociale e a custodia della trasparenza delle istituzioni. Il volume ne delinea la figura, attraverso la voce dei famigliari, una antologia di suoi interventi in occasioni pubbliche, le testimonianze del mondo della scuola, il ricordo degli amici e le commemorazioni ufficiali. Un modo per ricordare una donna che ha lasciato un segno profondo nella storia politica e amministrativa di Torino.
Marco Travaglini
Una statua dedicata a Giulia di Barolo
Una straordinaria protagonista che promosse l’educazione per tutte le donne
L’auspicio e’ che sia solo l’inizio di una serie di riconoscimenti al femminile
Torino si prepara a rendere omaggio a una delle sue figure femminili più significative con un’iniziativa che ha un valore che va ben oltre la semplice celebrazione: la creazione di una statua dedicata a Giulia Colbert di Maulévrier, marchesa di Barolo. In una città in cui lo spazio pubblico è ancora occupato quasi esclusivamente da figure maschili, scegliere di ricordare una donna che ha inciso profondamente sulla storia sociale, educativa e civile di Torino significa compiere un atto culturale e politico insieme. Non si tratta solo di aggiungere un monumento, ma di riscrivere, almeno in parte, il racconto visibile della città.
Giulia di Barolo, nata in Francia nel 1785 e arrivata giovanissima a Torino dopo il matrimonio con Carlo Tancredi Falletti, fece della città la sua vera patria morale. Colta, europea, capace di guardare oltre i confini e le convenzioni del suo tempo, seppe trasformare il privilegio dell’aristocrazia in una responsabilità concreta. In un Piemonte attraversato da profonde trasformazioni sociali, Giulia non scelse la quiete dei salotti, ma l’impegno diretto. Non fu una semplice benefattrice: fu un’organizzatrice, una riformatrice, una donna che progettava, guidava e difendeva le sue iniziative con tenacia.
Le opere che portano il suo nome, scuole per ragazze povere, istituzioni per l’educazione e il recupero delle detenute, iniziative di assistenza e formazione, nascono da una visione che per l’epoca era radicale: la convinzione che la dignità delle persone non dipendesse dalla loro condizione sociale e che l’educazione fosse il primo strumento di emancipazione. In un tempo in cui le donne marginalizzate erano considerate perdute, Giulia di Barolo vide in loro delle possibilità. La sua idea di carità non era paternalistica, ma sociale: mirava a cambiare le condizioni che producono esclusione.
A rendere la sua figura ancora più moderna è il suo carattere. Giulia non fu una donna che chiedeva permesso. Trattava con ministri e autorità, discuteva con vescovi e funzionari, scriveva, insisteva, contrattava. In un mondo che voleva le donne discrete e silenziose, lei occupò lo spazio pubblico con autorevolezza. Difese le sue opere dagli attacchi e dalle diffidenze, consapevole che dietro ogni progetto sociale c’era una battaglia culturale da vincere.
Dedicare oggi una statua a Giulia di Barolo significa quindi molto più che celebrare una figura del passato. Significa interrogarsi su chi ha diritto di essere visibile nella città, su quali storie vengono raccontate attraverso le piazze, i monumenti, i luoghi simbolici. Le statue non sono solo memoria, ma modelli: indicano chi conta, chi ha lasciato un segno, chi è degno di essere ricordato.Torino è stata costruita anche dalle donne, educatrici, filantrope, intellettuali, lavoratrici, ma questo contributo raramente trova spazio nel paesaggio urbano. Restituire un volto a Giulia di Barolo significa cominciare a colmare questa assenza e offrire alle nuove generazioni l’immagine di una donna capace di incidere sulla realtà, di guidare il cambiamento, di unire visione e azione. La sua statua non sarebbe soltanto un monumento: sarebbe una dichiarazione civile, il segno che anche le donne hanno fatto la storia di Torino e continuano, ancora oggi, a interrogarci sul senso profondo della giustizia e della responsabilità collettiva. Speriamo sia la prima di una lunga serie di riconoscimenti alle donne importanti del nostro luogo del cuore: Torino, un museo dedicato a Rita Levi Montalcini, per esempio, e altre opere dedicate a straordinarie protagoniste di un luogo unico.
Di Maria La Barbera

Emergenza latte: “serve subito un Tavolo regionale”
“L’intesa nazionale raggiunta sul prezzo del latte rappresenta un primo passo per riportare equilibrio tra domanda e offerta, e per evitare che il peso della crisi ricada interamente sugli allevatori. È un risultato che va riconosciuto e valorizzato, ma che non può far abbassare la guardia sulle prospettive del comparto lattiero-caseario, oggi esposto a forti criticità” – afferma il presidente regionale di CIA Agricoltori italiani del Piemonte, Gabriele Carenini, richiamando le parole del presidente nazionale CIA Cristiano Fini, che ha espresso apprezzamento per l’esito del Tavolo negoziale al MASAF con il Ministro Lollobrigida, e per l’atteggiamento responsabile dimostrato da tutte le parti coinvolte, a tutela di un settore strategico per l’agroalimentare italiano.
“L’accordo – osserva Carenini – consente di gestire un’emergenza reale, scongiurando la disdetta dei contratti e definendo un percorso di prezzo, mese per mese, oltre a criteri per condividere la gestione delle eccedenze. È un segnale di responsabilità che va nella giusta direzione e che offre un po’ di respiro agli allevatori”.
Allo stesso tempo, però, CIA Piemonte avverte che il quadro di mercato resta estremamente delicato, soprattutto a livello regionale.
“Il comparto lattiero-caseario piemontese – sostiene Carenini – sta vivendo ha fase di forte incertezza, segnata dal crollo del prezzo del latte spot e dal rischio che il ribasso si rifletta anche sui rinnovi contrattuali. Ci troviamo di fronte a uno squilibrio fra domanda e offerta, che può innescare una crisi in tutta la filiera”.
A pesare, soprattutto, è l’aumento della produzione di latte su scala mondiale, e quindi l’offerta di prodotto a basso costo sul mercato nazionale.
“È indispensabile andare oltre la gestione dell’emergenza – prosegue Carenini – e lavorare a un vero patto di filiera, capace di tutelare la parte produttiva e di governare anche le fasi di sovrapproduzione. Servono strumenti strutturali, una visione e di medio-lungo periodo e una politica di sostegno che renda il settore più equo, competitivo e sostenibile”.
In questo contesto, CIA Agricoltori italiani del Piemonte chiede con forza la convocazione e urgente di un Tavolo regionale del latte, che coinvolga tutti gli attori della filiera: produttori, industrie di trasformazione e grande distribuzione organizzata.
“È necessario – conclude Carenini – aprire subito un confronto a livello piemontese per condividere dati, responsabilità e soluzioni. Solo con il coinvolgimento di tutte le parti possiamo affrontare le criticità attuali e costruire condizioni di mercato più stabili e giuste per il futuro del latte piemontese”.
Mara Martellotta
In un tweet il vice premier e ministro degli esteri Antonio Tajani annuncia “Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas”. Sono finalmente liberi il cooperante veneto e l’imprenditore torinese (nella foto), prigionieri da più di un ano nel carcere di El Rodeo a Caracas. “Ho parlato con i nostri due connazionali che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia – ha detto poi Tajani – La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente Rodriguez che il governo italiano apprezza molto” ha concluso. Rientreranno in Italia tra oggi e domani. I due prigionieri sono stati trasferiti all’ambasciata d’Italia per la prima volta senza essere incappucciati.
Negli ultimi mesi Torino è diventata uno specchio fedele delle contraddizioni che attraversano il dibattito pubblico sui diritti umani. La città ha ospitato grandi manifestazioni, cortei imponenti e piazze gremite per alcune cause internazionali, mentre per altre, altrettanto gravi e drammatiche, l’attenzione si è fermata a poche decine di persone, quando non è stata addirittura capovolta in un sostegno a regimi autoritari.
Le mobilitazioni più numerose sono state senza dubbio quelle a favore di Gaza e quelle legate al mondo dei centri sociali, in particolare attorno alla vicenda Askatasuna. Migliaia di persone hanno sfilato per le strade, con una presenza costante sui media, slogan, bandiere, interventi di sindacati, collettivi studenteschi e forze politiche che hanno trasformato questi temi in un punto fisso dell’agenda cittadina. Cortei partecipati, città blindata, grande attenzione giornalistica: Torino ha mostrato tutta la sua capacità di mobilitazione quando una causa diventa “centrale” nel racconto politico e mediatico.
Pochi giorni fa, però, sempre a Torino, sulla Passeggiata Marco Pannella, si è svolto un presidio di segno completamente diverso. Un piccolo gruppo di cittadini ha voluto esprimere solidarietà al popolo iraniano, denunciando la repressione, gli arresti, le condanne e la sistematica violazione delle libertà fondamentali operate dal regime di Teheran. Una manifestazione pacifica, composta, ma numericamente molto ridotta, quasi invisibile nel flusso delle notizie. Eppure si parlava di un Paese dove le proteste vengono soffocate con il carcere, la violenza e persino la pena di morte. Una tragedia umanitaria che avrebbe tutte le ragioni per scuotere coscienze e piazze, ma che a Torino – come altrove, del resto – ha trovato soltanto una manciata di persone disposte a esporsi.
Come se non bastasse, nello stesso momento, in un’altra piazza storica della città, Piazza Carignano, si è svolta una manifestazione di segno opposto: un corteo a sostegno di Nicolás Maduro e del suo governo. Un leader che la comunità internazionale e numerose organizzazioni per i diritti umani accusano da anni di repressione politica, elezioni opache, incarcerazioni arbitrarie e limitazione delle libertà civili. In questo caso, la piazza non era vuota. Non era immensa come quelle pro Gaza, ma nemmeno ridotta a poche decine di persone. Un gruppo organizzato ha scelto di schierarsi apertamente in favore di un potere autoritario, trasformando una piazza torinese in una tribuna politica a sostegno di un regime che ha schiacciato il proprio popolo.
È qui che emerge in modo netto la domanda che molti cittadini iniziano a porsi: perché esistono cause che riempiono le piazze e altre che scivolano quasi nell’indifferenza, pur parlando tutte di diritti umani, repressione, libertà negate, vite spezzate? Perché la sofferenza di alcuni popoli sembra “meritare” l’indignazione collettiva, mentre quella di altri resta confinata a iniziative marginali? E come si spiega il fatto che, in certi casi, la mobilitazione non solo ignori la repressione, ma finisca addirittura per sostenere chi la esercita?
La risposta non è semplice, ma è evidente che molto dipende dalla narrazione politica dominante, dal peso delle organizzazioni che promuovono le manifestazioni, dalla visibilità mediatica e dal modo in cui alcune cause vengono incasellate ideologicamente. Quando una lotta viene percepita come “simbolo”, come bandiera identitaria di una parte politica, allora riesce a trascinare folle. Quando invece tocca regimi che non rientrano in certe semplificazioni o che non si prestano a slogan immediati, l’attenzione si spegne.
Torino, in queste settimane, ci ha consegnato un’immagine chiara di questo squilibrio: migliaia in piazza per alcune battaglie, pochissimi per altre, e persino manifestazioni che arrivano a legittimare governi autoritari. Un paradosso che non riguarda solo la città, ma il modo in cui, sempre più spesso, i diritti umani vengono trattati come una bandiera selettiva, da sventolare solo quando è comoda, invece che come un principio universale da difendere sempre.
( Foto F. Valente)
Tangenziale sud in tilt da ieri sera a Moncalieri fino all’alba: un tir ha preso fuoco mentre era in marcia in direzione Savona-Piacenza, all’altezza dello svincolo Statale 20, e il conducente è rimasto ustionato nel tentativo di spegnere il rogo.
Sul posto sono intervenuti immediatamente diverse squadre dei vigili del fuoco, i sanitari del 118 Azienda Zero, la polizia stradale di Torino-Settimo e gli ausiliari Itp.
Il conducente ha riportato ustioni lievi al volto e alle mani ed è stato trasportato in ambulanza al Cto di Torino. Ad incendio spento, sono partite le operazioni di travaso del carburante del mezzo, alimentato a Gnl. L’incidente ha causato lunghe code con obbligo di uscita allo svincolo Sito Interporto, poi Débouché.
VI.G