POLITICA- Pagina 3

Ex-Fonderie Nebiolo, Futuro Nazionale lancia la mobilitazione contro la moschea

È stata presentata questa mattina, presso l’URP del Comune di Torino, la richiesta di una delibera di iniziativa popolare riguardante il complesso delle ex Fonderie Nebiolo di via Bologna, area destinata alla realizzazione di una moschea.

Una cinquantina tra militanti e sostenitori di Futuro Nazionale si sono radunati in piazza Palazzo di Città per depositare la proposta che chiede la revoca della concessione dell’area alle comunità islamiche e la sua destinazione alla realizzazione di un grande centro congressi, delibera promossa da Enrico Forzese, esponente di Futuro Nazionale. Fra i partecipanti, i consiglieri della Circoscrizione 6 di Futuro Nazionale: Enrico Scagliotti e Massimo Robella, oltre a vari referenti dei comitati costituenti del partito, fra cui Giampaolo Mussano, Gigi Morello, Gianpiero Alaimo, Enzo Vita, Maurizio Maffei, Fabrizio Fiore.

“La Torino cristiana e romana, ben rappresentata dalla statua del Conte Verde, non ha bisogno di una moschea nel cuore della Città. Riteniamo che questo progetto faccia parte di una precisa agenda tendente alla sostituzione etnica nei nostri quartieri, portata avanti dal Sistema Torino e dai suoi circolini di potere, in sfregio ai residenti di Aurora e Barriera, che hanno bisogno di altri servizi che restituiscano valore al quartiere.” attacca Enrico Forzese, esponente di Futuro Nazionale e primo propositore della delibera.

“La nostra proposta nasce dalla volontà di dare a quest’area una funzione strategica per il futuro della città. Torino ha bisogno di una struttura che oggi manca: un grande centro congressi capace di ospitare grandi eventi e manifestazioni di rilievo, sostenendo cittadini e imprese e creando nuove opportunità per il territorio. Vogliamo spazi capaci di riportare Torino al centro dei grandi circuiti nazionali e internazionali“, continua Forzese.

Sulla stessa linea l’on. Emanuele Pozzolo, coordinatore regionale di Futuro Nazionale: “Anche a Torino assistiamo a quello che consideriamo un atteggiamento troppo remissivo del centrodestra, che sembra aver rinunciato a contrastare i processi di islamizzazione e di trasformazione demografica che interessano l’Italia. Futuro Nazionale intende invece rappresentare un’opposizione netta a questo progetto e difendere una precisa idea di città e di identità nazionale”.

Comitato Alberi di corso Belgio: “Più cura per il verde”

/

 L’opinione

“TRESSO SI DISSOCIA DA TRESSO (MA È SEMPRE LO STESSO)”

Caro direttore,

a fine Ottocento i sudditi torinesi di re Umberto I furono coinvolti in un lungo dibattito pubblico sulla trasformazione di via Roma, culminato nel 1907 in un referendum sulla «Gazzetta del Popolo», che fu vinto dai favorevoli all’ampliamento della strada. Quasi a irridere i Torinesi che vivono nell’epoca della “democrazia” e della “partecipazione”, questo fatto storico veniva rammentato l’anno scorso sui pannelli “Torino cambia” del cantiere della “riqualificazione” di via Roma, decisa in solitaria dalla Giunta Lo Russo.

Ora, a lavori quasi ultimati, è emerso che molti torinesi avrebbero voluto che i 12 milioni di euro di fondi Metro Plus producessero una via Roma diversa: in particolare dotata di vegetazione, anche per adeguarla al cambiamento climatico.  

«La Soprintendenza non autorizza la posa di elementi che ostacolino e oscurino la visuale prospettica immaginata negli anni ’30» spiega l’assessora Chiara Foglietta, proponente del progetto, a «La Stampa» del 6 agosto. Tre giorni dopo, l’assessore al Verde Pubblico Francesco Tresso si dichiara invece «favorevole a piante basse e ombra» in via Roma. Il Tresso di agosto 2026 si dissocia quindi dal Tresso che a luglio 2024, insieme agli altri membri della Giunta, aveva approvato il progetto senza verde tranne le fioriere.

Ma non ci si illuda che tra le due versioni di Tresso ci sia differenza. Il Tresso edizione 2026 infatti esclude l’inserimento di «alberi in nuda terra», e pensa a «sistemi temporanei di ombreggiamento che consentano di utilizzare le sedute senza cuocersi». Niente di più facile, quindi, che immagini orripilanti alberi in vaso come quelli piazzati nel centro storico di Bologna dal sindaco Matteo Lepore. A crepare di sete in via Roma, dopo gli arbusti nelle fioriere, toccherebbe quindi ad alberelli, e ciò «per dare un segnale chiaro che questa amministrazione crede nel valore della tradizione ma guarda avanti». Per Tresso il verde da mettere e togliere in via Roma «servirebbe a ribadire, proprio nel cuore più centrale di Torino, un concetto oggi sempre più fondamentale: le città hanno bisogno di natura, la natura deve diventare una infrastruttura urbana al pari di una rete elettrica o di una rete viaria.»

 

Come Comitato Salviamo gli Alberi di corso Belgio respingiamo totalmente l’assimilazione della Natura a una morta infrastruttura: una visione antropocentrica e totalmente anacronistica, per cui il verde urbano si progetta, si installa, si manutiene (poco e male), si rottama, si sostituisce. No! La Natura vera, anche urbana, è viva, e per conservarsi tale deve essere curata, irrigata, fertilizzata quando serve e poi lasciata a se stessa o quasi. Invece a Torino si potano alberi in tutte le stagioni, spesso malamente, si distruggono boschi urbani spontanei e riserve naturali per progetti edilizi (il cohousing di via Druento, i condomini di via Borgaro angolo *via Verolengo, la conversione del Meisino in area fitness). A “compensazione” delle devastazioni si piantano migliaia di alberelli.

Ora la cialtronaggine di queste operazioni sta emergendo in tutto il suo squallore, perché, a differenza della Natura spontanea che si sostenta da sola, gli alberelli piantati a mo’ di infrastruttura necessitano di una manutenzione che il Comune non è più in grado di assicurare. E infatti i conti non tornano.

 

Nonostante le ondate di calore, il Comune ha atteso fino a luglio per potenziare l’irrigazione di 7.000 giovani piante. Ma giusto un anno fa Torino era tappezzata di manifesti verdi che vantavano la messa a dimora di 31.700 alberi tra il 2022 e il 2025. Altre centinaia sono state aggiunte negli scorsi mesi nel quadro del progetto triennale “Torino cresce nel verde e nella salute” finanziato da Fondazione Compagnia di San Paolo. Com’è allora che le piante giovani che beneficiano dell’irrigazione settimanale sono soltanto 7.000? Parte di quei 31.700 alberi erano forse frutto di fantasia? Certo non è fantasia ma triste realtà la morte di una crescente percentuale dei nuovi alberelli, tra i quali quelli del celebratissimo intervento nel parco del Valentino.  Se ne deduce che, a parte 7.000 fortunati esemplari, molti dei giovani alberi superstiti saranno lasciati al loro destino, insieme alla totalità degli alberi adulti, che sono pure in grande sofferenza a causa della siccità e delle alte temperature, cui si somma la malagestione (potature effettuate nel pieno dell’ondata di calore).

Tresso inoltre sostiene che il Piano Regolatore dovrà disegnare corridoi ecosistemici verdi, fingendo di ignorare che il PRG preliminare già approvato (redatto dall’assessore Mazzoleni, rinviato a giudizio a Milano per la disinvoltura burocratica con la quale fa crescere palazzine nei cortili) non tiene conto nemmeno del Nature Restoration Regulation (UE 2024/1991).

In sostanza, l’amministrazione eletta nel 2021 avrebbe dovuto tener fede al suo impegno di zero consumo di suolo e puntare prioritariamente alla conservazione del patrimonio arboreo, anche nel quadro della mitigazione del cambiamento climaticoOrmai verso la fine del mandato, Tresso afferma spudoratamente «Sulla lotta ai cambiamenti climatici serve una linea più netta»: questo, dopo che ha contrastato in ogni sede i cittadini che chiedono e propongono appunto politiche di mitigazione dell’isola di calore urbana e di conservazione del verde pubblico, e perciò hanno difeso la riserva naturale del Meisino, corso Belgio e la Pellerina contro i progetti dissennati varati proprio da Tresso e dagli altri membri della Giunta in carica.

Giunta che purtroppo è stata assecondata da tutti gli Enti che dovrebbero tutelare l’ambiente e il paesaggio. Tra questi, la Soprintendenza, che non sembra amare gli alberi, e non solo in via Roma dove non ci sono mai stati: non si è opposta al progetto del parco dello Sport che ha sfigurato il Meisino né al progettato abbattimento del viale di corso Belgio (ancorché da considerare bene culturale ai sensi del combinato disposto dell’art. 10 co. 1 lettera a, co. 4 lettera g e co. 5 e dell’art. 12 co. 1 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, ovvero D.lgs. 42/2004).

Per tutto questo, ci preoccupa molto che il Piano Urbano della Natura che l’Unione Europea chiede di adottare entro il 2030 a tutte le città sopra i 20.000 abitanti sia redatto dall’assessore Tresso e dai funzionari comunali, che sistematicamente rigettano la partecipazione democratica della cittadinanza. Temiamo che nelle loro mani anche questo ennesimo Piano comunale sarà un mero esercizio di greenwashing, la cui applicazione servirà solo a distribuire fondi e far girare le ruspe di soggetti privati.

Torino, 11 agosto 2026

Comitato Salviamo gli Alberi di corso Belgio

I gravi errori e i ritardi del PD sul settore auto che hanno pesato sull’economia torinese

L’OPINIONE di Mino Giachino

Anche se tardivamente, un importante ex dirigente della FIM CISL, che onestamente dichiara di aver sempre votato a sinistra, come Claudio Chiarle, su Lo Spiffero chiede oggi al PD di rivedere tutta la sua politica sul settore auto che, vorrei ricordare, rappresenta tuttora la più importante filiera industriale del nostro Paese.

Alla faccia di tutti coloro i quali, che non conoscendo la grande importanza del settore sull’economia e sulla società italiana ed europea, si lanciavano a dire che il settore auto era finito, Chiarle, anche se molto tardivamente, spiega molto, ma molto bene e dettagliatamente al PD e a tutta la sua classe dirigente l’importanza del settore auto italiano ed europeo e spiega come il settore possa avere un futuro.

Ovviamente, se queste cose fossero state dette quando in Europa il PD, la Schlein, Lo Russo avevano sostenuto quella sciagurata delibera, sarebbe stato molto meglio: avremmo evitato grandi perdite di produzione e difficoltà alle aziende dell’indotto.

Se questa fosse stata la linea del sindacato e dei partiti più importanti allora, gli stanziamenti per gli incentivi, su cui mi sono battuto in modo determinante con l’aiuto determinante dell’on. Molinari, potevano essere gestiti diversamente.

L’articolo di Chiarle, molto interessante e chiaro, ci dice come il PD sia stato sordo e non abbia voluto capire le critiche che muovevamo noi alla delibera europea. Tutte cose che sono costate care al settore auto italiano ed europeo.

Dire che ciò che con Paolo Damilano avevamo sostenuto nel maggio 2022, nella stessa Sala del Collegio Artigianelli, dove si è riunito la scorsa settimana il PD, e cioè che la neutralità tecnologica non è di destra, con quattro anni di ritardo, la dice lunga sui ritardi del PD nel capire i problemi dell’auto, fondamentali per l’economia italiana ma vitali per l’economia torinese.

Questi ritardi non possono non essere sanzionati dalla società torinese, perché il calo del settore auto a Torino e in Piemonte ha avuto conseguenze pesanti sul commercio, sulle periferie e nella vita di ogni giorno, proprio delle classi più deboli.

Ecco perché Torino, nelle previsioni del CER per il 2026, avrà un tasso di crescita solo dello 0,7%, mentre Bologna crescerà dell’1,1%.

Se ci fosse la disponibilità ad ascoltare cosa dicono gli altri e se a sinistra avessero capito bene la frase di Giuseppe Berta, che definiva il settore auto come la “fabbrica delle fabbriche”, avrebbe dovuto far capire la gravità delle conseguenze di una battaglia ideologica sbagliata, come sono sbagliate tutte le battaglie dei pasdaran.

Torino non può riconsegnarsi a chi ha fatto un errore così grave sul suo settore economico più importante.

Se a ciò aggiungiamo le incertezze del PD sulla TAV, c’è da essere molto delusi con chi, nel mondo sindacale e cattolico, ha supportato e pensa di supportare ancora la sinistra torinese.

Mino Giachino
Responsabile UDC Torino

L’economia torinese continua a crescere meno rispetto alle altre città

/

Giachino: “Se non arrivava la 500 ibrida, dove saremmo?

Caro Direttore,

a contar musse, prima o poi si sbatte il naso. Ieri il documento economico nazionale della Confesercenti-CER ha fatto il punto sulla crescita dell’economia nelle nostre città e nelle nostre Regioni e tutti gli ottimismi che sono stati lanciati in questi anni nelle tante Assemblee delle varie categorie, dell’Ires, sono caduti. Ci si è anche inventati il PILnow per conoscere prima come è la situazione. Tutto inutile.

Era chiaro che ciò che stavamo perdendo nel settore auto non poteva essere sostituito dal turismo e dal loisir, come ripeto da quasi vent’anni. Se si fa la somma, il totale, come diceva il Principe De Curtis, fa piazza pulita di tutti gli ottimismi sparsi per non disturbare il manovratore, cioè il nostro Sindaco.

Oggi è in ferie in Turchia, ma dal suo computer legge i giornali, come sto facendo io dalle 4, vicino alla finestra aperta della mansarda di via Cernaia dove abito, e vedrà che Torino cresce solo dello 0,7%, mentre Bologna dell’1,1%, cioè il 50% in più. L’Italia dello 0,9%, il Piemonte dello 0,8%, Milano dell’1,1%. È ovvio che la bassa crescita di Torino frena il Piemonte, come ha detto due anni fa Banca d’Italia.

Cosa ci dicono questi dati? Che se Torino cresceva di più, il Piemonte avrebbe avuto una crescita almeno come la media nazionale, anche se sotto l’Emilia e il Lazio.

Il dato ci dice che, se a Mirafiori non arrivava la 500 ibrida, il modello nuovo che il Governo ha chiesto testardamente per un anno a Tavares e a Elkann, la crescita economica della città che ha trainato il boom economico sarebbe stata bassissima.

E non è che possiamo sperare che la nuova Biblioteca di Torino Esposizioni cambi le cose. Le cose le avrebbero potute cambiare nuovi centri fieristici e congressuali o l’arrivo della BYD, se qualcuno gli avesse venduto lo stabilimento di Grugliasco.

Il dato di Confesercenti dice ufficialmente che anche questa Amministrazione comunale non è riuscita a rilanciare economia e lavoro a Torino, che Torino è più povera di prima e che la metà della città che stava male ai tempi della coraggiosa denuncia dell’Arcivescovo Nosiglia oggi sta peggio.

Con questi brutti risultati vorrei capire con che faccia tanta gente, gente bene, che si inventa tante sigle solo per garantire il secondo mandato a Lo Russo, giustificherà la sua scelta. Illustri professori, rappresentanti di una società civile che non hanno mai messo la faccia per difendere l’industria o la Tav, esponenti del mondo cattolico che non sentono sulla coscienza i risultati sociali molto negativi di trent’anni di amministrazioni di sinistra.

Per rilanciare le periferie abbandonate non basta acquistare centinaia di scope per un sabato di lavoro che si conclude con la foto col Sindaco. A Torino c’è bisogno di lavoro, c’è bisogno di tanta innovazione nel sistema produttivo, c’è bisogno di nuovi investimenti da parte dei privati, come chiedeva, inascoltato, a San Giovanni del 2025 il nostro giovane Cardinale Repole.

Le Banche e le Fondazioni bancarie debbono fare molto di più e soprattutto meglio per il territorio. Meno interviste, meno convegni e più investimenti produttivi.

La situazione non è bella perché questo dato negativo giunge al termine degli investimenti del PNRR che evidentemente non hanno dato gli stessi risultati positivi del Piano Marshall. Ma allora Torino aveva amministrazioni coi fiocchi.

Sono stato il primo, nel 2008, a denunciare la bassa crescita dell’economia torinese. Mi ricordo gli insulti che ricevetti dal Bresso quando lessi i dati ISTAT al Salone del TOSM, presenti due persone di qualità come Carbonato e Ocleppo.

Nel 2013 ho lanciato l’idea di portare a Torino l’Autorità dei Trasporti e i conseguenti posti di lavoro. Nel 2018 ho lanciato, con la collaborazione delle madamin, l’organizzazione della Grande Manifestazione di piazza Castello che ha salvato la TAV.

Ora sto lavorando a una nuova Manifestazione per la TAV per dire basta alle violenze assurde dei No Tav, condannate con forza anche dal Presidente Mattarella.

Ma la gente che è andata a votare in questi anni ha preferito la sinistra. Ecco i risultati. Se vinceva Damilano, oggi Torino starebbe meglio, perché la sintonia col Governo e la sua esperienza manageriale avrebbe giovato a Torino.

Con questi risultati economici negativi, tra qualche giorno si inaugurerà la nuova via Roma, scoprendo in ritardo che negli anni scorsi Parigi e Barcellona hanno piantato nuovi alberi contro il caldo. Noi arriveremo dopo, con due-tre anni di ritardo.

Tutte le cose fatte e strombazzate in questi anni magari sono state utili a prendere voti alle elezioni, ma dal punto di vista economico non sono bastate.

Torino ha bisogno di fare di più. Dovremmo fare una manifestazione a Bruxelles per cambiare la politica dell’auto, perché il settore non è morto. L’anno scorso sono state prodotte più di 100 milioni di auto. Bruxelles deve difendere la tecnologia che ci ha reso grandi, che usi nuovi combustibili.

Nelle nostre Università ci vuole più innovazione. L’Istituto Italiano di Tecnologia, nato da una Finanziaria del Governo Berlusconi, può essere replicato a Torino.

Bisogna pensare alle decine di migliaia di anziani che vivono da soli. Bisogna completare la linea 1 della Metro e dare il via alla linea 2. Occorre un tavolo per rilanciare il nostro aeroporto. Accelerare i lavori della Tav per rimettere la nostra città al centro dell’Europa.

Ecco perché, tra pochi mesi, bisogna assolutamente cambiare amministrazione comunale.

Mino GIACHINO
Responsabile UDC Torino

La garante dei detenuti: più diritti e garanzie di reinserimento

/

È quanto mai necessario promuovere un sistema penitenziario capace di coniugare sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana e favorire ogni iniziativa per assicurare alle persone detenute i diritti fondamentali e reali percorsi d’inserimento”. Lo dichiara la Garante regionale delle persone detenute Monica Formaiano in occasione della Giornata internazionale per la giustizia nelle carceri, che si celebra il 10 agosto.

“Come stabilisce l’articolo 27 della Costituzione – aggiunge – la pena deve tendere alla rieducazione delle persone condannate. Per questo è dovere delle istituzioni investire in modo strutturale in concrete opportunità d’istruzione, formazione e assistenza sanitaria e psicologica affinché il periodo di detenzione possa rappresentare un reale percorso di responsabilizzazione e reinserimento sociale”.

“La giustizia nelle carceri – conclude Formaiano, rinnovando il proprio impegno a vigilare sul pieno rispetto dei diritti delle persone private della libertà personale e a promuovere una cultura della pena fondata sulla legalità – significa assicurare condizioni di vita dignitose e tutelare la salute fisica e mentale affinché la pena mantenga la propria funzione costituzionale senza mai trasformarsi in sofferenza o abbandono: una giustizia davvero efficace non si misura solo con la certezza della pena ma anche con la capacità di offrire effettive possibilità di cambiamento, riducendo la recidiva e rafforzando la sicurezza collettiva attraverso percorsi di inclusione e recupero”.

Ufficio Stampa Crp

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Sommario: Enzo Tortora e il garantismo liberale – Bologna e la matrice fascista – La piazza di Lauro – Lettere

Enzo Tortora e il garantismo liberale

È un atto di civiltà aver votato la giornata per le vittime degli errori giudiziari dedicata a Enzo Tortora. Non amo in modo particolare le giornate che sono oggi più di trenta, a partire da quella dedicata ai nonni, dove si mescola il familismo buonista al ricordo delle foibe del 10 febbraio.

Enzo Tortora con Giovanni Negri

Enzo Tortora è diventato un simbolo delle vittime della malagiustizia, un uomo che seppe affrontare con dignità e coraggio i processi e non si sottrasse ad essi. Appare incredibile l’astensione di Pd, Avs, 5 Stelle. Cosa significa astenersi? Il voto passerà in Senato e bisogna augurarsi che nel nome di Tortora si passi all’unanimità, anche se i 5 Stelle e non solo loro non conoscono cosa sia il garantismo liberale.

Ha ragione la figlia di Tortora, Gaia, ad esprimere rammarico per un’astensione incomprensibile.

Bologna e la matrice fascista

A tanti anni dalla strage di Bologna del 1980 e dalle sentenze definitive emesse, è ancora possibile che un presidente del Consiglio parli di quei gravissimi fatti che attentarono alla vita stessa della Repubblica, senza far riferimento alla loro matrice fascista?

Non dovrebbe esserlo, ma la presidente Meloni, diversamente dal presidente della Repubblica e dal presidente del Senato, ritiene possibile parlare genericamente di terrorismo. Non dovrà però lamentarsi se ci sarà chi la accuserà di non aver preso le distanze dal suo passato missino. È una conseguenza inevitabile.

Chi scrive è stato dubbioso sulla matrice politica della strage perché terrorismo rosso e nero nella tragedia italiana degli anni ’70 e ’80 non sono elementi così netti e distinti, anche perché il ruolo nefasto della P2, che fu ben presente nei fatti di terrorismo, servì a creare confusione.

Chi scrive fu dalla parte di Cossiga che negò la matrice fascista, ma dopo la sentenza della Cassazione del 1995 risulta arduo mettere in discussione le responsabilità. I condannati hanno negato le proprie, pur dichiarandosi colpevoli di altri delitti. Questo fatto ha portato a ritenerli innocenti, senza peraltro contribuire a chiarire le cose. Le ultime inchieste negli anni 2000 hanno allargato il numero dei responsabili, definendo anche la connivenza dei servizi segreti dello Stato.

Non ho mai condiviso il settarismo di parte con cui è stata considerata l’intera vicenda, ho sempre condannato la lentezza con cui le indagini sono state condotte, portando a sentenze dopo oltre vent’anni dai fatti.

Ma tutto ciò non può significare confondere le acque, con giudizi che non portano certo ad una verità storica, ma disconoscono la verità giudiziaria. A volte le due verità non coincidono, ma in attesa di una verità storica che si raggiungerà in futuro, non si può ignorare quella emersa nelle sentenze.

 

Diamoci del tu

Mi è tornato in mente qualche giorno fa che Mario Soldati, quando si candidò nel PSI, tollerava assai malvolentieri che i compagni di partito gli dessero del tu.

Era la regola tra socialisti darsi del tu – gli dissi – e anche scambiarsi saluti “fraterni”, malgrado a volte le correnti socialiste si manifestassero in modo assai poco fraterno con gli avversari interni.

Quaglieni e Soldati

Era nulla rispetto a quanto accade oggi, dove benzinai, camerieri e persino titolari di locali che non vorrebbero essere bettole si rivolgono al cliente dandogli del tu.

Posso capire che gli immigrati appena arrivati diano del tu. Non sono scolarizzati e quindi si esprimono in modo primordiale. Ma gente che lavora dovrebbe sapere che ci si rivolge con il tu solo quando esso sia reciproco e venga concesso da chi è più anziano e/o più autorevole.

Io ai colleghi più anziani ho dato del Lei anche quando mi dissero di passare al tu. Solo tra giornalisti ci si dà sempre del tu, come mi disse Montanelli.

In questi ultimi anni si stanno sovvertendo le regole della buona educazione. Ricordo che ci furono dei professori che per demagogia chiesero ai propri allievi di passare al tu. Sembrava una moda sessantottina destinata a passare. Invece è rinata più forte che mai.

Può sembrare un atto di superbia non ricambiare il tu, mi risulta tuttavia impossibile accettare passivamente un trattamento che Soldati non gradiva neppure dai compagni socialisti, Craxi e Pertini esclusi, ovviamente.

 

La piazza di Lauro

Nel 1956 il sindaco di Napoli Achille Lauro fece abbattere – notte tempo –  i lecci secolari della piazza antistante al Municipio, suscitando proteste tra i napoletani. Alda Croce, figlia del filosofo, fu tre le prime ad esprimere dissenso verso un’operazione che privava  il centro di Napoli del poco verde esistente.

foto Wikipedia

Lauro che era stato negli Stati Uniti, voleva americanizzare  Napoli, una follia  che si inquadra nel clima del film “ Le mani sulla città“ che documentò assai bene la speculazione edilizia e il saccheggio subito dalla città. Con il caldo tropicale che ci attanaglia, mi è venuta in mente, sessant’anni dopo, la pessima amministrazione laurina che fu una sciagura per la città.

 

 

 

LETTERE   Scrivere a quaglieni@gmail.com

Difendo Conso

L’on. Bignami sbaglia, dicendo che Scalfaro fece liberare oltre trecento mafiosi a cui il ministro Conso non rinnovò il 41 bis, ma restarono in carcere.

Scalfaro non aveva poteri in materia, ma Conso ebbe la piena responsabilità di tentare di evitare le stragi che venivano ordinate dai capi mafiosi al 41 bis.

Fu un atto discutibile, ma formalmente ineccepibile, animato dalle migliori intenzioni.

Io che non amo Scalfaro, difendo invece Conso, giurista sommo.

Lucia Empoli

Condivido la sua difesa di Giovanni Conso di cui mi onoro di essere stato amico. La sua attività di ministro della Giustizia venne fatta oggetto di attacchi ignobili che vennero ripetuti anche quando morì.

Conso era un vecchio galantuomo piemontese ed era un grande avvocato che sacrificò la professione per porsi al servizio dello Stato. Sarebbe stato un ottimo presidente della Repubblica, mille volte migliore di Scalfaro.

 

Esami di Maturità

I voti più bassi in Piemonte rispetto al Sud creano critiche da parte di molti presidi che vorrebbero voti eccellenti per i propri allievi, il che rappresenterebbe anche un riconoscimento alle scuole e ai loro dirigenti.

Accusare i commissari d’esame di troppo zelo mi sembra sbagliato e ingiusto. Andrebbero anche contate le giornate perse in cortei, in autogestioni e altre forme di protesta e di militanza antifascista e pro Pal.

I nodi vengono al pettine. Scuole troppo politicizzate come il D’Azeglio finiscono di perdere di vista gli obiettivi primari di una scuola.

Giacomo Bologna

I voti più alti al Sud ci sono sempre stati. Non sono una novità. I docenti più seri non regalano i cento e le lodi.

Il dato più eclatante è quasi il cento per cento dei promossi. Ricordo che una sciocca professoressa di un liceo torinese diceva: “Promuoviamoli perché anche se ripetessero non migliorerebbero”.

L’Esame di maturità andrebbe cambiato e dovrebbe essere più selettivo. Un esame di Stato deve essere selettivo o altrimenti è tempo perso.

 

La nuova via Roma con le piante

C’è chi propone le piante in via Roma. Si tratta di una vera corbelleria.

Già l’attuale verde è stato lasciato seccare dall’assessore alla cura della città, un assessorato che brilla per inefficienza e intempestività.

A parte che delle piante in via Roma sono inestetiche, va considerato che sotto via Roma c’è il parcheggio che impedisce di mettere piante con lunghe radici.

Elena Genta

Concordo con lei. Le piante snaturerebbero via Roma, trasformandola nel viale principale del Cimitero monumentale.

La Cisl vince. Basta conflitti

/

LO SCENARIO POLITICO  di Giorgio Merlo

Il ruolo del sindacato, storicamente, passa attraverso la contrattazione, il dialogo con le parti sociali e con il Governo di turno, la rivendicazione dell’autonomia di giudizio e in ultimo, ma non per ordine di importanza, la ricerca di tutte le vie possibili per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Anche e sopratutto nei luoghi di lavoro. Eppure queste precondizioni non sempre hanno avuto vita facile in questi ultimi tempi nel sindacato italiano. Anzi, chi ha cercato di perseguire sino in fondo quella strada ha dovuto subire attacchi di tutti i generi. E allora, per uscire dalla metafora, non possiamo non evidenziare che oggi quelle precondizioni basilari – nonchè tradizionali – sostenute e praticate concretamente dalla Cisl in questi ultimi anni stanno trovando consensi sino a ieri insperati. Non è un mistero per nessuno se oggi registriamo che anche la Cgil, il tradizionale “sindacato rosso” del nostro paese che in questi ultimi tempi – con la gestione di Landini – si è, di fatto, trasformato in una organizzazione politica in aperto sostegno alla coalizione del ‘campo largo’, sta lentamente abbandonando la logico del conflitto e del pregiudizio a vantaggio di una posizione che rilancia l’obiettivo dell’unità sindacale. È di tutta evidenza che l’obiettivo dell’unità sindacale non si può concretamente perseguire attraverso la riproposizione del conflitto permanente, della “rivolta sociale”, dell’attacco sistematico al nemico politico – ovvero al Governo se non è della propria parte politica – e contrastando ferocemente tutto ciò che non rientra nel proprio progetto politico. Di partito o di coalizione poco cambia al riguardo. Ovvero, e detto con maggiore chiarezza, non si può più tollerare un sindacato che sostituisce, o supplisce, il ruolo e la funzione di un partito politico e si comporta come se facesse parte quotidianamente di una coalizione politica. Del resto, ed oggettivamente, la Cgil in questi ultimi tempi si è comportato come un partito politico al punto che non si capiva se era il sindacato che dettava l’agenda politica al partito e alla coalizione di riferimento o se era l’alleanza del ‘campo largo’ che indicava al sindacato la strada da seguire. Comunque sia, un cortocircuito che ha danneggiato, a mio parere, sia il sindacato e sia la politica. Ora, almeno così pare sino a prova contraria, si sta lentamente aprendo un’altra pagina. L’importante conclusione del congresso nazionale della Uil da un lato e la partecipazione delle principali confederazioni sindacali al tavolo aperto in Confindustria dall’altro, confermano che il processo dell’unità sindacale sta, seppur lentamente e tra molte contraddizioni, recuperando consensi ed importanza. Purchè, e questa è la scommessa decisiva, si persegua sino in fondo la strada dell’autonomia del sindacato uscendo da quella subalternità politica che rischia di incrinare la credibilità e la stessa autorevolezza del sindacalismo italiano. Ecco perchè, e senza alcuna piaggeria, possiamo tranquillamente arrivare alla conclusione che la posizione mantenuta dalla Cisl in questi anni, rischiando anche l’impopolarità perchè fedele al ruolo tradizionale del sindacato senza piegarsi a nessun “politicamente corretto” o alla vulgata della “religione” progressista , alla fine ha pagato in termini di credibilità e di trasparenza. E questo per la semplice ragione che, per dirla con uno storico leader sindacale e politico del nostro paese, Franco Marini, “senza l’unità sindacale è lo stesso sindacato che è destinato a perdere peso e credibilità nel paese”. Adesso, quindi, va recuperato il terreno perduto. Senza ulteriori equivoci e tentennamenti.

“Se si capissero le grandi ricadute della TAV, le cose sarebbero diverse”

Caro Direttore,

per oltre un secolo, a partire dalla metà dell’800, il Piemonte era alla guida del Paese dal punto di vista politico, con Cavour; era alla guida del Paese per le intuizioni economiche. Pensa che il primo traforo del Frejus venne immaginato prima da Medail di Bardonecchia e Des Ambrois di Oulx. Il Piemonte era primo per la capacità di realizzare le infrastrutture, con i tre grandissimi ingegneri Sommeiller, Grandis e Grattoni, che traforarono e terminarono prima del tempo l’opera del secolo.

Capire l’importanza delle cose che si hanno o che si fanno è decisivo per crescere ancora. Ti risulta che a scuola abbiano mai detto che nel 1857 il più piccolo degli Stati europei approvò il progetto dell’opera del secolo? Molti docenti sottovalutano persino l’opera di Cavour, che all’estero ritengono sia stato il più grande statista dell’800.

Un grande sindaco come Emanuele Luserna di Rorà approvò una ZES ante litteram, 160 anni prima di noi, e arrivarono investitori dalla Svizzera e dal Belgio. Imprenditori tessili e tanti altri tentarono il settore dell’auto. Il senatore Agnelli, con l’industria dell’auto, e Valletta successivamente diedero vita alla più grande filiera industriale italiana ed europea.

Nel secondo dopoguerra il Piemonte costruì una rete autostradale più completa di quella lombarda. La tangenziale di Torino a tre corsie fu all’avanguardia in Italia, così come i trafori autostradali del San Bernardo, del Bianco e del Frejus, che aiutarono la nostra presenza nel mercato europeo.

Quando nacque il porto di Savona, il suo nome era porto di Savona-Torino. A Torino nacquero il cinema e la Rai. La SIP, dopo la nazionalizzazione, riuscì a mettere insieme tutte le aziende che operavano nella telefonia e divenne il quarto operatore mondiale, che purtroppo Prodi azzoppò con una privatizzazione sbagliata.

Nel 1975 si spense la luce. Il PCI, con un manifesto «NO ALLE GRANDI OPERE», tra cui la metropolitana e l’autostrada del Frejus, vinse le elezioni comunali. Torino rinunciò ai soldi romani per la metropolitana. Solo Franco Frojo, con il suo sorriso, il suo savoir-faire e con l’aiuto di Calleri e Botta, riuscì a costruire l’autostrada per Bardonecchia. Ruolo importante di Calleri per costruire il traforo autostradale del Frejus.

Quando l’Europa ideò e pensò alla nuova rete dei trasporti green su rotaia, per Delors la TAV era la più importante perché metteva in rete gli altri corridoi Nord-Sud e quindi consentiva la costruzione della nuova rete europea, che proprio a Torino venne denominata la «Metropolitana europea».

Ma la competenza di trasporti di chi, a livello regionale, doveva spiegare le grandi ricadute per la Valle, per Torino e per il Piemonte di quest’opera non era tanta. Eppure la TAV, quando sarà realizzata, rilancerà l’economia della Valle di Susa, scesa molto in questi anni, l’economia di Torino e del Piemonte che da venticinque anni al massimo crescono come la media nazionale: uno schiaffo a chi aveva portato il Piemonte al secondo posto dopo la Lombardia.

La TAV spiegata male è così. In questi anni ha prevalso la campagna contraria all’opera, anche perché tra i No Tav erano in molti quelli pronti a minacciare fisicamente i favorevoli. L’unico posto nel mondo dove gli ambientalisti sono contrari al treno.

Gli alessandrini e i genovesi, inizialmente contrari al corridoio Genova-Rotterdam, oggi sono lì ad aspettare con ansia la fine dei lavori, mentre centinaia di alessandrini e genovesi hanno trovato lavoro nel cantiere. Di più: a Genova stanno costruendo la nuova diga al porto che, consentendo l’arrivo delle mega navi anche nel porto amato da Cavour, farà aumentare i traffici logistici e il lavoro, di cui beneficerà tutto il Nord Italia.

La nostra grande manifestazione SiTav del 10 novembre 2018 riuscì a convincere la maggioranza del Senato a bocciare la mozione No Tav. Quindi l’opera si deve fare nell’interesse nazionale: un’opera finanziata in parte dall’Europa, dalla Francia e dall’Italia. Proprio nel 2019 l’Europa decise di aumentare il suo contributo all’opera.

In questi sette anni, dalla parte italiana si è fatto troppo poco, ma nessuno, salvo il sottoscritto, ha mai protestato. Così oggi abbiamo già avuto un aumento dei costi di 3 miliardi.

Dalla Meloni mi sarei aspettato una parola sulla grande importanza dell’opera, che, ritardando, ritarda le sofferenze di chi è senza lavoro e aspetta di entrare al cantiere a lavorare.

Quando la TAV sarà terminata, passeggeri e merci viaggeranno meglio, si ridurrà l’inquinamento, arriverà più logistica, più turismo e i ricercatori e gli studenti di tutta Europa potranno incontrarsi nelle nostre tante università più facilmente.

Dobbiamo mettere in condizione le nostre università e i nostri Politecnici di attrarre grandi docenti internazionali. Abbiamo bisogno di linfa nuova e di alto livello nelle nostre università, come ha detto l’altro giorno l’ex direttore di Banca d’Italia Salvatore Rossi, se vogliamo rilanciare l’industria piemontese e italiana.

L’Erasmus raddoppierà e il Piemonte sarà più attrattivo per gli investimenti esteri, che si affiancheranno alle nostre importanti eccellenze industriali rimaste.

Possibile che i No Tav della Valle debbano solidarizzare con i violenti di Askatasuna o dei Black Block? Nessun uomo di cultura o trasmissione tv ha sottolineato la gravità del fatto che degli italiani abbiano chiamato i Black Block stranieri a menare le nostre forze dell’ordine.

Ecco perché vogliamo riorganizzare una piazza SiTav senza bandiere, come quella del 2018, cosicché possano venire tutti i cittadini contrari alla decrescita e alla violenza come metodo di azione politica. Ovviamente saranno ben accetti associazioni, sindacati e partiti.

Mino GIACHINO
SiTAV SiLAVORO