Dichiarazione di Sergio Bartoli, Consigliere regionale del Piemonte e Coordinatore comunale provvisorio di Azione Torino.
«La nascita del gruppo consiliare di Azione a Beinasco rappresenta un risultato importante che conferma il percorso di crescita del partito nell’area metropolitana torinese. Si tratta di un percorso fortemente voluto e seguito dall’On. Daniela Ruffino, Segretaria regionale di Azione Piemonte, che con determinazione ha lavorato per rafforzare la presenza del partito sul territorio e creare le condizioni affinché sempre più amministratori locali scegliessero di aderire al progetto di Azione. Ho avuto il piacere di collaborare con lei in questo lavoro di radicamento, che trova ispirazione nella visione politica di Carlo Calenda, fondata su competenza, pragmatismo e buon governo.
L’adesione di Valerio Ghirardotto, Ilario Guarneri e Alfredo Di Luca dimostra che Azione è sempre più un punto di riferimento per chi vuole fare politica con serietà, responsabilità e concretezza, mettendo al centro le esigenze dei cittadini e non gli interessi di parte. È un segnale importante che rafforza ulteriormente la presenza del nostro partito sul territorio metropolitano.
Il Coordinamento comunale di Torino sta lavorando per costruire un partito sempre più radicato sul territorio, capace di coinvolgere amministratori, iscritti e realtà civiche che si riconoscono nei valori liberaldemocratici e riformisti di Azione. La crescita nei Comuni dell’area metropolitana conferma che il progetto promosso da Carlo Calenda continua ad attrarre persone competenti che vogliono mettersi al servizio delle proprie comunità.
Rivolgo a Valerio Ghirardotto, Ilario Guarneri e Alfredo Di Luca i miei migliori auguri di buon lavoro. Sono certo che sapranno rappresentare con impegno e competenza i valori di Azione, contribuendo con spirito costruttivo all’attività amministrativa e operando sempre nell’interesse dei cittadini.
Continueremo a lavorare con determinazione affinché Azione sia sempre più presente a Torino e nella sua area metropolitana, costruendo una classe dirigente preparata, credibile e vicina ai territori. È questa la visione che Carlo Calenda ha indicato fin dalla nascita del partito: una politica fatta di merito, competenza e soluzioni concrete.»











Recentemente è stato organizzato all’Istituto Sturzo a Roma un incontro fra alcune associazioni cattoliche sul tema importante e decisivo della democrazia, della rappresentanza democratica e anche, e soprattutto, sulla riforma della legge elettorale. Un’iniziativa degna di nota che, però, è stata conclusa da due leader dell’attuale sinistra italiana. Il capo del partito populista dei 5 stelle, Giuseppe Conte e la segretaria del Pd, Elly Schlein. Nulla in contrario, come ovvio ed evidente. Ma è curioso, nonchè singolare, che una importante e significativa iniziativa di un segmento rappresentativo del mondo cattolico italiano venga conclusa da due leader politici che, al di là di ogni polemica od osservazione critica, sono quasi antropologicamente alternativi rispetto alla storia, al pensiero, alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano, seppur variegato e composito al suo interno. Perchè quello che stupisce, e che inquieta, è che si corre il concreto rischio che in una fase politica dove vige un radicato ed inequivocabile pluralismo politico ed elettorale dei cattolici, dove la tesi dell’unità politica fa parte di un passato ormai improponibile – anche se nella Dc nessuno, ripeto nessuno per 50 anni, ha mai sostenuto il dogma dell’unità politica dei cattolici perchè si votava la Dc per ragioni esclusivamente politiche e perchè si era in un determinato contesto storico – e dove i cattolici si distribuiscono in modo equo ed omogeneo lungo l’intero scenario politico, si riaffermi un nuovo ed inedito neo collateralismo. Un collateralismo che non parte più dal partito – o dai partiti – nei confronti del mondo associazionistico ma si manifesta al contrario. E cioè, dai movimenti verso i partiti. Che, nel caso specifico, sono anche partiti la cui ragione sociale – e del tutto legittimamente – è lontanissima da tutto ciò che è anche solo genericamente riconducibile al cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Ora, e senza alimentare ulteriori polemiche, credo che almeno su un punto non si può non concordare. Movimenti, gruppi, laici impegnati nel sociale e cattolici direttamente presenti nell’agone politico. E cioè, nessuno, ma proprio nessuno, può intestarsi in modo arrogante ed esclusivo la rappresentanza politica del mondo cattolico. O, peggio ancora, la parte che qualcuno ritene essere più responsabile, più accorta, più coerente e più matura come sostengono i cosiddetti “cattolici adulti” di prodiana memoria. Perchè i cosiddetti ed intramontabili “catto comunisti” – una categoria che esiste da sempre, addirittura era già presente prima della fine della dittatura fascista – non esauriscono affatto l’universo cattolico nel nostro paese. E questo perchè le molteplici sensibilità religiose, spirituali, etiche, culturali, sociali e politiche presenti nella galassia cattolica vanno rispettate rigorosamente e quasi dogmaticamente tutte. Insomma, per dirla in breve, nessuno può vantare di essere “più cattolico degli altri” e nè, tantomeno, di essere più titolato per ragioni misteriose e sconosciute sul terreno della coerenza nella dimensione pubblica e quindi politica. I “sepolcri imbiancati” per dirla con Carlo Donat-Cattin nella prima repubblica o i ”cattolici professionisti”, per usare una felice espressione di Mino Martinazzoli nella seconda repubblica, sono categorie che oggi non hanno semplicemente più cittadinanza. Nè attiva e nè passiva. Con buona pace di chi continua a sentirsi o a ritenersi tale.