
Le infrastrutture generano sviluppo, dalle autostrade alla Tav sino agli aeroporti. Era una lezione che ci arrivava dai romani con la costruzione delle strade consolari e che Cavour sublimò portando il più piccolo degli Stati europei ad approvare nel 1857 l’opera del secolo, il Traforo del Frejus, che apriva il Piemonte all’Europa che si andava industrializzando.
Nel ‘900 decisive furono le autostrade e gli Agnelli, quando credevano in Torino e nel Piemonte, costruirono con il contributo degli industriali torinesi l’Autostrada Torino-Milano. Nel secondo dopoguerra la ricostruzione torinese e piemontese arrivò dalla costruzione di autostrade e trafori autostradali voluta dal Prof. Grosso (DC).
Nel ’75, con la vittoria del PCI alle elezioni comunali, iniziò una politica regressiva. Si rinunciò a costruire la Metropolitana, contrarietà alla costruzione dell’autostrada verso il Frejus, sino a vendere le quote del Comune e della Regione nell’aeroporto, dimenticando che l’aeroporto genera punti di PIL importanti e di qualità. Dal PCI nacquero i No Tav.
Così Torino, come dico inascoltato da oltre dieci anni, aveva un aeroporto solo quattordicesimo tra le città italiane e la posizione è solo leggermente migliorata negli ultimi anni. Anche se la Sagat ha rinunciato da anni al cargo aereo, proprio ora che il cargo aereo è in forte aumento.
10 righe per spiegare gli errori di chi ci ha amministrato negli ultimi decenni e per spiegare uno dei motivi della bassa crescita dell’economia cittadina che dura da venticinque anni. Mentre la politica torinese è in vacanza, a Milano, dove l’importanza dei trasporti è chiara, l’Amministrazione comunale, che controlla la SEA, la società che gestisce gli aeroporti, ha lanciato il progetto Nord Ovest dei trasporti, che non prevede la fusione degli aeroporti, come qualcuno che non vuole capire l’ha definita, casomai una fusione per incorporazione.
TORINO non può dire di no a una politica aeroportuale di area vasta come il Nord Ovest, ma deve far valere i propri numeri e i propri collegamenti, pur partendo dalla posizione di debolezza di non aver più una azione in mano. Azioni in mano ce le ha il S. Paolo, azioni in mano le ha CDP che, essendo pubblica, non può essere di parte.
Più che FinPiemonte, dovrebbero palesarsi i tre Presidenti di Regione che, dopo dieci anni di parole deboli sulla macroregione, possono finalmente aprire un confronto concreto e importante sulla politica dei trasporti e della logistica. In questo caso a poco servono le interrogazioni, serve di più aprire una discussione in Comune e in Regione sulla politica dei trasporti, che incide pesantemente sul funzionamento del sistema economico, della mobilità e del turismo.
L’introduzione dal primo marzo della ricetta dematerializzata (DEMA) nei servizi territoriali ad accesso diretto (Salute Mentale, Dipendenze, Neuro Psichiatria Infantile) ha generato confusione e criticità amministrative.
Come avevo già segnalato il 21 aprile scorso, in sede di discussione di un mio Question time in Consiglio regionale, la Giunta Cirio, nel gestire l’introduzione della ricetta dematerializzata DEMA, ha dimenticato le peculiarità organizzative e normative dei servizi territoriali ad accesso diretto delle dipendenze (SERD), salute mentale (CSM) e neuro psichiatria infantile (NPI), che rispondono a modelli organizzativi e informativi differenti rispetto alla specialistica ambulatoriale tradizionale, essendo fondati su percorsi di presa in carico continuativa, spesso multiprofessionali, e non su singole prestazioni isolate su prescrizione.
La DEMA mette anche a rischio la tutela della riservatezza, in particolare nell’ambito delle dipendenze patologiche, dove il tema dell’anonimato costituisce un elemento strutturale del sistema di cura.
I servizi territoriali continuano a navigare a vista, mancando tutt’ora un’indicazione della Regione alle Direzioni aziendali.
A decorrere dal 1° marzo 2026, l’auto-impegnativa aziendale avrebbe dovuto essere sostituita dalla ricetta dematerializzata (DEMA) anche nei servizi territoriali ad accesso diretto, ma questi ultimi, in assenza di disposizioni regionali che riconoscano la loro specificità organizzativa, legale e clinica, hanno derogato in autonomia, riuscendo a proseguire la presa in carico continuativa dei loro pazienti con l’auto impegnativa. Ora, però, i nodi stanno venendo al pettine: la Regione ha mantenuto negli obiettivi aziendali il numero di prestazioni dei servizi ad accesso diretto, ma questi non riescono a caricare le prestazioni sulle piattaforme informatiche, non essendo supportate dalla ricetta dematerializzata.
C’è un problema di rendicontazione. Da quando è stata introdotta la DEMA, infatti, sono sorti ostacoli per la corretta e completa registrazione delle attività svolte, con potenziali ricadute sui flussi informativi e sul debito/credito amministrativo.
Nel rispondere al mio Question time di aprile, l’assessore Riboldi aveva negato che la DEMA fosse stata introdotta per le attività sanitarie territoriali ad accesso diretto e che le criticità relative agli applicativi fossero già state superate. Purtroppo non è così.
Occorre dare indicazioni chiare alle ASL, al più presto.
Monica CANALIS – Consigliera regionale PD
«SALA E LO RUSSO SONO GIÀ SCADUTI»
«Giù le mani dall’Aeroporto Sandro Pertini. Qualsiasi decisione venga assunta dopo le elezioni del 2027. Lo Russo e Sala sono già scaduti, prorogati solo per una questione di opportunità politica, per riordinare le tornate elettorali post-Covid». La dura presa di posizione arriva dal senatore di Forza Italia Roberto Rosso e da Marco Fontana, rispettivamente segretari provinciale e cittadino di Forza Italia a Torino che proseguono:
«Su qualsiasi cosa il centrosinistra abbia fatto sinergia con Milano, il risultato è stato farsi fagocitare. I numeri parlano chiaro: il Sandro Pertini rischierebbe di essere svuotato, mentre in questi anni ha saputo ritagliarsi numeri in crescita. L’eventuale accordo sia oggetto di confronto in campagna elettorale e a nuovi Consigli comunali insediati. Basta accordi al ribasso: quando il Piemonte e Torino hanno provato a rientrare nel discorso dei Giochi invernali, ci è stata sbattuta la porta in faccia. Ora Lo Russo vuole anche regalare il nostro hub aeroportuale al collega milanese? Ci saremmo aspettati, invece, che Lo Russo sostenesse il rafforzamento con Genova e Lione. È ora che si metta un freno ai giochetti nazionali del Pd pre-elezioni politiche: in gioco ci sono gli interessi dei piemontesi», concludono i due azzurri.
«Esprimo il mio apprezzamento e la mia gratitudine ai due Carabinieri dei Comandi Provinciali di Torino e Savona che, a Formentera, sono intervenuti con coraggio e lucidità per trarre in salvo un giovane rimasto bloccato all’interno di un’autovettura ribaltatasi nel canale della salina», lo dichiara Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, che prosegue:
«Anche se liberi dal servizio e in un periodo di riposo all’estero, i due militari non hanno esitato un solo istante a tuffarsi per salvare un trentenne dall’annegamento, praticando le manovre salvavita e gestendo lo scenario dell’incidente con altissima professionalità fino all’arrivo dei soccorsi locali.
Questo episodio dimostra, ancora una volta, come l’appartenenza alle Istituzioni e il senso del dovere non conoscano orari, divisa né confini geografici. Essere un servitore dello Stato è una vocazione che si vive ogni giorno e che si traduce in un impegno costante a tutela della vita e della sicurezza altrui, ovunque ci si trovi.
Il plauso e la profonda riconoscenza espressi dai soccorritori spagnoli sono motivo di orgoglio per il nostro Paese, che questi ragazzi hanno rappresentato ai massimi livelli anche fuori dai nostri confini.
A loro va il mio personale “grazie”, che desidero estendere a tutte le donne e gli uomini delle Forze dell’ordine che, quotidianamente e con silenziosa abnegazione, mettono le proprie competenze e la propria vita al servizio della comunità», conclude il ministro Zangrillo
11 agosto 2026 – In merito alle polemiche relative ai costi dello scorporo del Regina – S.Anna, abbiamo notato che Cirio e Riboldi hanno preferito il silenzio, chiedendo di replicare al direttore della nuova azienda, Adriano Leli. Pensiamo che Cirio e Riboldi abbiano commesso un errore a far intervenire nel dibattito politico un dirigente pubblico. In primo luogo, perché i rilievi del collega Valle non riguardano solo i costi in capo all’azienda che dirige il dottor Leli e quindi esondano dal suo ambito di competenza e conoscenza. In secondo luogo, perché la dirigenza pubblica, in ossequio ai doveri costituzionali di disciplina, onore, imparzialità e buon andamento, è un patrimonio collettivo che andrebbe preservato dallo scontro politico: non è certo un caso che il collega Valle si rivolga nel suo comunicato si rivolga alla Regione e a chi la rappresenta. Nella dirigenza e nella pubblica amministrazione tutta, ogni parte politica deve sapere di poter trovare un interlocutore corretto e leale, tanto quando si esercita il compito di controllo e verifica che la Costituzione assegna alle minoranze, tanto quando invece, nella fisiologica alternanza, si governa e si esercita il potere di indirizzo. Mettersi a fare battute sul caldo, con i problemi che questo sta portando alla nostra Regione e in particolare al nostro Sistema Sanitario in affanno, non è certo un buon viatico per costruire fiducia e leale collaborazione. Infine, al di là di tutto questo, il vero problema è un altro: Cirio e Riboldi, hanno sempre dichiarato che lo scorporo sarebbe stato realizzato a costo zero, invece le parole del dottor Leli ci confermano che sarà oneroso, esattamente come il Partito Democratico ha affermato in più di un’occasione.
Gianna Pentenero – Presidente del Gruppo Pd in Consiglio regionale.
È stata presentata questa mattina, presso l’URP del Comune di Torino, la richiesta di una delibera di iniziativa popolare riguardante il complesso delle ex Fonderie Nebiolo di via Bologna, area destinata alla realizzazione di una moschea.
Una cinquantina tra militanti e sostenitori di Futuro Nazionale si sono radunati in piazza Palazzo di Città per depositare la proposta che chiede la revoca della concessione dell’area alle comunità islamiche e la sua destinazione alla realizzazione di un grande centro congressi, delibera promossa da Enrico Forzese, esponente di Futuro Nazionale. Fra i partecipanti, i consiglieri della Circoscrizione 6 di Futuro Nazionale: Enrico Scagliotti e Massimo Robella, oltre a vari referenti dei comitati costituenti del partito, fra cui Giampaolo Mussano, Gigi Morello, Gianpiero Alaimo, Enzo Vita, Maurizio Maffei, Fabrizio Fiore.
“La Torino cristiana e romana, ben rappresentata dalla statua del Conte Verde, non ha bisogno di una moschea nel cuore della Città. Riteniamo che questo progetto faccia parte di una precisa agenda tendente alla sostituzione etnica nei nostri quartieri, portata avanti dal Sistema Torino e dai suoi circolini di potere, in sfregio ai residenti di Aurora e Barriera, che hanno bisogno di altri servizi che restituiscano valore al quartiere.” attacca Enrico Forzese, esponente di Futuro Nazionale e primo propositore della delibera.
“La nostra proposta nasce dalla volontà di dare a quest’area una funzione strategica per il futuro della città. Torino ha bisogno di una struttura che oggi manca: un grande centro congressi capace di ospitare grandi eventi e manifestazioni di rilievo, sostenendo cittadini e imprese e creando nuove opportunità per il territorio. Vogliamo spazi capaci di riportare Torino al centro dei grandi circuiti nazionali e internazionali“, continua Forzese.
Sulla stessa linea l’on. Emanuele Pozzolo, coordinatore regionale di Futuro Nazionale: “Anche a Torino assistiamo a quello che consideriamo un atteggiamento troppo remissivo del centrodestra, che sembra aver rinunciato a contrastare i processi di islamizzazione e di trasformazione demografica che interessano l’Italia. Futuro Nazionale intende invece rappresentare un’opposizione netta a questo progetto e difendere una precisa idea di città e di identità nazionale”.
L’opinione
“TRESSO SI DISSOCIA DA TRESSO (MA È SEMPRE LO STESSO)”
Caro direttore,
a fine Ottocento i sudditi torinesi di re Umberto I furono coinvolti in un lungo dibattito pubblico sulla trasformazione di via Roma, culminato nel 1907 in un referendum sulla «Gazzetta del Popolo», che fu vinto dai favorevoli all’ampliamento della strada. Quasi a irridere i Torinesi che vivono nell’epoca della “democrazia” e della “partecipazione”, questo fatto storico veniva rammentato l’anno scorso sui pannelli “Torino cambia” del cantiere della “riqualificazione” di via Roma, decisa in solitaria dalla Giunta Lo Russo.
Ora, a lavori quasi ultimati, è emerso che molti torinesi avrebbero voluto che i 12 milioni di euro di fondi Metro Plus producessero una via Roma diversa: in particolare dotata di vegetazione, anche per adeguarla al cambiamento climatico.
«La Soprintendenza non autorizza la posa di elementi che ostacolino e oscurino la visuale prospettica immaginata negli anni ’30» spiega l’assessora Chiara Foglietta, proponente del progetto, a «La Stampa» del 6 agosto. Tre giorni dopo, l’assessore al Verde Pubblico Francesco Tresso si dichiara invece «favorevole a piante basse e ombra» in via Roma. Il Tresso di agosto 2026 si dissocia quindi dal Tresso che a luglio 2024, insieme agli altri membri della Giunta, aveva approvato il progetto senza verde tranne le fioriere.
Ma non ci si illuda che tra le due versioni di Tresso ci sia differenza. Il Tresso edizione 2026 infatti esclude l’inserimento di «alberi in nuda terra», e pensa a «sistemi temporanei di ombreggiamento che consentano di utilizzare le sedute senza cuocersi». Niente di più facile, quindi, che immagini orripilanti alberi in vaso come quelli piazzati nel centro storico di Bologna dal sindaco Matteo Lepore. A crepare di sete in via Roma, dopo gli arbusti nelle fioriere, toccherebbe quindi ad alberelli, e ciò «per dare un segnale chiaro che questa amministrazione crede nel valore della tradizione ma guarda avanti». Per Tresso il verde da mettere e togliere in via Roma «servirebbe a ribadire, proprio nel cuore più centrale di Torino, un concetto oggi sempre più fondamentale: le città hanno bisogno di natura, la natura deve diventare una infrastruttura urbana al pari di una rete elettrica o di una rete viaria.»
Come Comitato Salviamo gli Alberi di corso Belgio respingiamo totalmente l’assimilazione della Natura a una morta infrastruttura: una visione antropocentrica e totalmente anacronistica, per cui il verde urbano si progetta, si installa, si manutiene (poco e male), si rottama, si sostituisce. No! La Natura vera, anche urbana, è viva, e per conservarsi tale deve essere curata, irrigata, fertilizzata quando serve e poi lasciata a se stessa o quasi. Invece a Torino si potano alberi in tutte le stagioni, spesso malamente, si distruggono boschi urbani spontanei e riserve naturali per progetti edilizi (il cohousing di via Druento, i condomini di via Borgaro angolo *via Verolengo, la conversione del Meisino in area fitness). A “compensazione” delle devastazioni si piantano migliaia di alberelli.
Ora la cialtronaggine di queste operazioni sta emergendo in tutto il suo squallore, perché, a differenza della Natura spontanea che si sostenta da sola, gli alberelli piantati a mo’ di infrastruttura necessitano di una manutenzione che il Comune non è più in grado di assicurare. E infatti i conti non tornano.
Nonostante le ondate di calore, il Comune ha atteso fino a luglio per potenziare l’irrigazione di 7.000 giovani piante. Ma giusto un anno fa Torino era tappezzata di manifesti verdi che vantavano la messa a dimora di 31.700 alberi tra il 2022 e il 2025. Altre centinaia sono state aggiunte negli scorsi mesi nel quadro del progetto triennale “Torino cresce nel verde e nella salute” finanziato da Fondazione Compagnia di San Paolo. Com’è allora che le piante giovani che beneficiano dell’irrigazione settimanale sono soltanto 7.000? Parte di quei 31.700 alberi erano forse frutto di fantasia? Certo non è fantasia ma triste realtà la morte di una crescente percentuale dei nuovi alberelli, tra i quali quelli del celebratissimo intervento nel parco del Valentino. Se ne deduce che, a parte 7.000 fortunati esemplari, molti dei giovani alberi superstiti saranno lasciati al loro destino, insieme alla totalità degli alberi adulti, che sono pure in grande sofferenza a causa della siccità e delle alte temperature, cui si somma la malagestione (potature effettuate nel pieno dell’ondata di calore).
Tresso inoltre sostiene che il Piano Regolatore dovrà disegnare corridoi ecosistemici verdi, fingendo di ignorare che il PRG preliminare già approvato (redatto dall’assessore Mazzoleni, rinviato a giudizio a Milano per la disinvoltura burocratica con la quale fa crescere palazzine nei cortili) non tiene conto nemmeno del Nature Restoration Regulation (UE 2024/1991).
In sostanza, l’amministrazione eletta nel 2021 avrebbe dovuto tener fede al suo impegno di zero consumo di suolo e puntare prioritariamente alla conservazione del patrimonio arboreo, anche nel quadro della mitigazione del cambiamento climatico. Ormai verso la fine del mandato, Tresso afferma spudoratamente «Sulla lotta ai cambiamenti climatici serve una linea più netta»: questo, dopo che ha contrastato in ogni sede i cittadini che chiedono e propongono appunto politiche di mitigazione dell’isola di calore urbana e di conservazione del verde pubblico, e perciò hanno difeso la riserva naturale del Meisino, corso Belgio e la Pellerina contro i progetti dissennati varati proprio da Tresso e dagli altri membri della Giunta in carica.
Giunta che purtroppo è stata assecondata da tutti gli Enti che dovrebbero tutelare l’ambiente e il paesaggio. Tra questi, la Soprintendenza, che non sembra amare gli alberi, e non solo in via Roma dove non ci sono mai stati: non si è opposta al progetto del parco dello Sport che ha sfigurato il Meisino né al progettato abbattimento del viale di corso Belgio (ancorché da considerare bene culturale ai sensi del combinato disposto dell’art. 10 co. 1 lettera a, co. 4 lettera g e co. 5 e dell’art. 12 co. 1 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, ovvero D.lgs. 42/2004).
Per tutto questo, ci preoccupa molto che il Piano Urbano della Natura che l’Unione Europea chiede di adottare entro il 2030 a tutte le città sopra i 20.000 abitanti sia redatto dall’assessore Tresso e dai funzionari comunali, che sistematicamente rigettano la partecipazione democratica della cittadinanza. Temiamo che nelle loro mani anche questo ennesimo Piano comunale sarà un mero esercizio di greenwashing, la cui applicazione servirà solo a distribuire fondi e far girare le ruspe di soggetti privati.
Torino, 11 agosto 2026
Comitato Salviamo gli Alberi di corso Belgio
L’OPINIONE di Mino Giachino
Anche se tardivamente, un importante ex dirigente della FIM CISL, che onestamente dichiara di aver sempre votato a sinistra, come Claudio Chiarle, su Lo Spiffero chiede oggi al PD di rivedere tutta la sua politica sul settore auto che, vorrei ricordare, rappresenta tuttora la più importante filiera industriale del nostro Paese.
Alla faccia di tutti coloro i quali, che non conoscendo la grande importanza del settore sull’economia e sulla società italiana ed europea, si lanciavano a dire che il settore auto era finito, Chiarle, anche se molto tardivamente, spiega molto, ma molto bene e dettagliatamente al PD e a tutta la sua classe dirigente l’importanza del settore auto italiano ed europeo e spiega come il settore possa avere un futuro.
Ovviamente, se queste cose fossero state dette quando in Europa il PD, la Schlein, Lo Russo avevano sostenuto quella sciagurata delibera, sarebbe stato molto meglio: avremmo evitato grandi perdite di produzione e difficoltà alle aziende dell’indotto.
Se questa fosse stata la linea del sindacato e dei partiti più importanti allora, gli stanziamenti per gli incentivi, su cui mi sono battuto in modo determinante con l’aiuto determinante dell’on. Molinari, potevano essere gestiti diversamente.
L’articolo di Chiarle, molto interessante e chiaro, ci dice come il PD sia stato sordo e non abbia voluto capire le critiche che muovevamo noi alla delibera europea. Tutte cose che sono costate care al settore auto italiano ed europeo.
Dire che ciò che con Paolo Damilano avevamo sostenuto nel maggio 2022, nella stessa Sala del Collegio Artigianelli, dove si è riunito la scorsa settimana il PD, e cioè che la neutralità tecnologica non è di destra, con quattro anni di ritardo, la dice lunga sui ritardi del PD nel capire i problemi dell’auto, fondamentali per l’economia italiana ma vitali per l’economia torinese.
Questi ritardi non possono non essere sanzionati dalla società torinese, perché il calo del settore auto a Torino e in Piemonte ha avuto conseguenze pesanti sul commercio, sulle periferie e nella vita di ogni giorno, proprio delle classi più deboli.
Ecco perché Torino, nelle previsioni del CER per il 2026, avrà un tasso di crescita solo dello 0,7%, mentre Bologna crescerà dell’1,1%.
Se ci fosse la disponibilità ad ascoltare cosa dicono gli altri e se a sinistra avessero capito bene la frase di Giuseppe Berta, che definiva il settore auto come la “fabbrica delle fabbriche”, avrebbe dovuto far capire la gravità delle conseguenze di una battaglia ideologica sbagliata, come sono sbagliate tutte le battaglie dei pasdaran.
Torino non può riconsegnarsi a chi ha fatto un errore così grave sul suo settore economico più importante.
Se a ciò aggiungiamo le incertezze del PD sulla TAV, c’è da essere molto delusi con chi, nel mondo sindacale e cattolico, ha supportato e pensa di supportare ancora la sinistra torinese.
Mino Giachino
Responsabile UDC Torino