Erano molto più bravi a far crescere economia e lavoro. Cavour potenziò il porto di Genova, il Marchese Luserna di Rora’ futuro Sindaco di Torino investì sul porto di Ravenna.
Caro Direttore,
Sono a Ravenna a un importante convegno sui porti che come sai sono il perno della logistica che insieme dà al nostro Paese quasi il 10% del PIL. Nell’albergo BEZZI , palazzo storico di fine 700, curiosando trovo un bel libro sul porto di Ravenna e trovo un chicca che va conosciuta meglio. Quando lo Stato pontificio declina e Pio IX non viene accolto con entusiasmo a Ravenna, il Commissario nominato dal Regno di Sardegna , il Marchese Emanuele Luserna di Rora’, futuro grande Sindaco di Torino, capi le grandi potenzialità del porto di Ravenna chiede un intervento del valore di 8 milioni della metà del 1800. Ricordo che il 99% del popolo di Romagna voto’ la annessione al Regno di Sardegna che di lì a poco avrebbe unito l’Italia. Oggi il porto di Ravenna è il primo in Italia per l’arrivo delle materie prime necessarie al nostro sistema manifatturiero. Mentre Cavour ampliava il porto di Genova trasferendo l’Arsenale militare a La Spezia, il Marchese Luserna di Rora’ investiva sul porto di Ravenna e nel 1857 il più piccolo degli Stati europei approvò l’opera del secolo, il Traforo del Frejus.
Il Marchese Luserna di Rora’ è il Sindaco di Torino che ottiene dal Consigliere comunale di Torino Quintino Sella un decreto di risarcimento per la perdita della Capitale e rilancia Torino e il Piemonte concedendo grandi sgravi fiscali a chi veniva ad investire a Torino e in Piemonte. Molti investimenti nel tessile e nelle nuove centrali idroelettriche arrivarono così. Se i Sindaci torinesi che hanno amministrato la nostra Città negli ultimi trent’anni avessero studiato meglio la Storia dei politici torinesi e piemontesi da Cavour a Quintino Sella, da Giovanni Lanza al Marchese Luserna di Rora’ , avremmo spinto molto di più la costruzione della TAV, della metropolitana e della tangenziale, avremmo difeso con maggiore forza l’industria dell’auto, staremmo meglio e non saremmo agli ultimi posti in Italia per la qualità del lavoro.
Mino GIACHINO
UDC Torino
Dopo lunga riflessione e in base a ragionamenti storici e giuridici ho deciso di considerarmi vicino al Duca Aimone di Savoia -Aosta, vedendo in lui il capo di casa Savoia. Per me quanto la Consulta dei senatori del Regno ha deciso in merito al passaggio della continuità della Dinastia Sabauda al ramo Aosta, credo abbia un valore difficilmente discutile in termini giuridici. Ma soprattutto la storia personale del Duca Aimone, i suoi studi alla Bocconi, il suo lungo lavoro in Russia in posti di responsabilità apicale in una delle aziende italiane più importanti, l’aver svolto studi e servizio militare al collegio militare Morosini di Venezia, divenendo ufficiale di Marina come suo padre, sono per me motivo fondamentale per la mia decisione. Ho avuto il piacere di conoscerlo e di parlargli in privato quando il Principe è venuto ad incontrarmi a Torino. E’stato un bel colloquio informale, colto, se posso dirlo, amichevole. Ho notato di trovarmi di fronte ad una grande risorsa per il futuro dell’Italia. Ho letto anche delle sue interviste ed ho assistito ad una sua intervista televisiva. Egli si colloca nella scia degli Aosta: da Amedeo fratello di Vittorio Emanuele II e re di Spagna a Emanuele Filiberto comandante invitto della III Armata, al Duca degli Abruzzi, al Conte di Torino, al conte di Salemi, al Duca Amedeo, eroe dell’Amba Alagi che morì prigioniero in Africa con i suoi soldati, al Duca Aimone ammiraglio che morì in esilio, al padre di Aimone, il Duca Amedeo che seppe assumersi le sue responsabilità dinastiche in un momento di grave crisi dopo la fine dell’esilio. La figura di Aimone e’ tale perché lui riassume nella sua persona le qualità che dovrebbe avere un re. E’ simile a re Carlo d’Inghilterra con cui e’ anche imparentato. Non ama le sfilate delle guardie di cui altri si circondano e che a volte sono personaggi un po’ patetici. Segue una linea di sobrietà e di serietà che fu una virtù tutta piemontese dei Savoia regnanti e dell’ultimo Re Umberto II, che va ricordato con lo stile che egli seppe manifestare anche durante i lunghi anni di esilio. Aimone rappresenta una certa idea di storia italiana che anche i repubblicani possono apprezzare perché fondata su dati reali e verificabili, privi di retorica e di arroganza. Il mio amico Enrico Martini Mauri, capo delle divisioni alpine azzurre nella lotta di Liberazione e medaglia d’oro al Valor Militare, avrebbe apprezzato Aimone come soldato e come uomo. Ricordo che come storico sono stato due volte l’oratore ufficiale che ha ricordato Umberto II a Torino e a Racconigi.