ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 642

Ius soli, più dubbi che certezze

L’OPINIONE 

di Pier Franco Quaglieni

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Il dibattito al Senato sulla legge dello Ius soli ha rivelato innanzi tutto che un tema tanto delicato per il futuro italiano non si può affrontare con gazzarre propagandistiche non consone all’aula di Palazzo Madama: un modo folcloristico e goliardico  di affrontare un problema molto serio da parte di chi, sovente, non ha neppure frequentato le aule universitarie. Esso ha anche  dimostrato le forti contraddizioni del movimento grillino che ha dimostrato una certa confusione interna su un tema di così decisiva importanza. Il fatto che un assessore grillino torinese della Giunta Appendino, quello delle pari opportunità,abbia espresso dissenso dalla posizione di Grillo è anch’esso il segno di una realtà destinata a riservare nuove sorprese dopo la debacle di piazza San Carlo. Lo Ius soli ,sia pure nella versione temperata,deve tuttavia suscitare dei dubbi più che raccogliere delle certezze, per dirla con Bobbio. Oggi le certezze sono state travolte dal  terrore che insanguina soprattutto il Vecchio Continente.

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E’ vero che la maggioranza degli stati ha introdotto lo Ius soli,ma è altrettanto vero che il terrorismo praticato da francesi,belgi,inglesi di terza generazione,nipoti di immigrati,non può non imporci qualche interrogativo sui modi praticati nell’integrare chi non intende affatto integrarsi,anche se è vero che gli islamisti mietono vittime anche nei paesi arabi. Questo è uno dei problemi maggiori dell’Europa decadente che gli stati nazionali non hanno saputo affrontare e tanto meno risolvere ,neppure in parte. L’Europa di Bruxelles  c’è ,ma lo spirito europeo si è totalmente appannato,per non parlare dello spirito italiano che pare essere evaporato insieme alla memoria storica. A quasi un anno dalla strage di Nizza si impone un momento di riflessione,senza cadere nei luoghi comuni e senza indulgere a tendenze razziste e xenofobe che vanno respinte con fermezza. Cambiare il diritto di cittadinanza ha un senso se prima si conduce una riflessione seria  sui temi dell’integrazione. Non va confusa,per dirla con Weber, l’etica dei principi con l’etica della responsabilità. L’etica dei principi propende per lo Ius soli,quella della responsabilità ci porta invece al pessimismo,anzi ,se vogliamo essere schietti,al realismo. Dal dibattito parlamentare non sono emerse novità rispetto a quello avvenuto nell’ottobre  del  2015 alla Camera dei Deputati, anche se questi due anni sono stati decisivi per capire il fenomeno del rifiuto dell’integrazione.

Si è detto che circa un milione di giovani diventeranno cittadini italiani. Un numero più che ragionevole.

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Non ho sentito nessuno invece riflettere su cosa potrà accadere nel corso di dieci o vent’anni. Mentre il tasso italiano  di natalità è precipitato,quello degli immigrati tende a crescere in modo piuttosto marcato.E che dire dei continui sbarchi  e del fatto che il ministro degli Interni afferma che altri 200mila immigrati sono ospitabili senza particolari problemi? Cosa accadrà tra dieci anni? Non ho letto risposte convincenti. Chi governa non può limitarsi a guardare all’oggi,ma deve guardare al domani. Quando Fini si affannava a sostenere lo Ius soli ,io obiettai che a Fini le sorti della democrazia italiana interessavano poco,non foss’altro per le sue origini genetiche che poi ha finito di cancellare.Fini non credo abbia mai avuto un particolare interesse per le sorti della democrazia italiana. Ha scritto Dino Cofrancesco, una delle menti più lucide e libere,corazzate  di senso storico:”Immaginiamo venti milioni di cittadini extracomunitari che abbiano acquisito il voto politico.(…) Se la democrazia è un principio irrinunciabile che fa corpo con l’idea stessa di libertà,preoccuparsi della composizione dell’elettorato non può essere considerato  prova di regressione tribale e nazionalistica.”. Sono parole da meditare da parte di chi ama la democrazia e intende difenderla. Diventare italiani è una scelta che implica diritti ,ma anche precisi doveri. L’italianita’ è una cosa  seria, essa implica anche identità  e cultura.
                                                                     
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Ella contro il cyberbullismo

La cantautrice Ella e la Onlus “Io sto con il Regina Margherita” contro il cyberbullismo. 

Il bullismo è un fenomeno in crescita esponenziale in questa nostra società della “visibilità a tutti i costi”. La potenza del web e la sua capacità di coinvolgere un vasto pubblico, rendono il fenomeno del bullismo in rete più devastante: la persecuzione è percepita come continua e il persecutore è protetto dall’anonimato. Il cyberbullismo rende “tutti più vulnerabili”. E’ un fenomeno multiforme che ci coglie impreparati, miete vittime e ci dà la responsabilità di creare pensieri e azioni a sostegno della vita.

 

Ma la potenza della rete serve anche per costruire con maggiore forza azioni di denuncia e contrasto. Sulla scia di questa considerazione nasce #dimmilaverità, la nuova iniziativa che unisce la cantautrice torinese Ella e l’Associazione Onlus “Io sto con il Regina Margherita”, prendendo spunto dal  brano “Cuore matto”, primo singolo estratto dal suo recente album “Dentro”.

Il video del brano, rielaborazione elettronica del celebre brano interpretato da Little Tony, mette in scena l’ assenza di un confronto reale, dove i protagonisti si sentono come “dentro ad un videogioco”. In questo non luogo, la frustrazione data dai fraintendimenti di ciò che si scambia per amore, scatena con estrema facilità una violenza percepita come irreale da chi la compie, in quanto l’altro è vissuto al di là dello schermo, come un oggetto che si può far sparire in un clic. Il tema della verità, dell’autenticità, è quindi centrale per riconnettere il virtuale al reale e l’oggetto con il soggetto.

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Guarda il video di “Cuore Matto” di Ella -> https://youtu.be/gu8JoBi78a4

 

#dimmilaverità è una campagna di crowdfunding che avrà inizio il 15 giugno 2017 e si protrarrà per 6 mesi, durante i quali Ella devolverà l’intero ricavato delle vendite digitali del suo nuovo album “Dentro” e del singolo “Cuore Matto” per  finanziare le azioni di contrasto al bullismo promosse dall’Ospedale Regina Margherita di Torino.

Per donare è possibile recarsi sulla pagina http://reginamargheritaonlus.org/ o su Itunes o Amazon e acquistare  l’album di Ella “Dentro” o il singolo “Cuore Matto”.

La campagna prevederà, nei prossimi mesi, una serie di azioni di sensibilizzazione e concerti a supporto della stessa.

Il calendario aggiornato di tali iniziative si potrà trovare:

– sul sito della Onlus “Io Sto Con il Regina Margherita”  http://reginamargheritaonlus.org/ e sulla sua pagina Facebook www.facebook.com/IoStoConIlRegina

– sulla pagina Facebook di Ella – www.facebook.com/ellaofficialpage

Oltre Olivetti. Scenari per il futuro di Ivrea

IVREA – 16 giugno 2017 – ore 10.00, Salone dei 2000 – Corso Jervis n. 11

Nel corso del convegno saranno presentate nuove proposte progettuali della Core Zone del sito della candidatura UNESCO “Ivrea città industriale del XX secolo”, coerenti tanto con i caratteri identitari dei manufatti quanto con la loro vocazione funzionale, passata e futura. Gli studenti dell’Atelier di Restauro e Valorizzazione del Patrimonio del corso di Laurea magistrale in Architettura per il Restauro e la Valorizzazione del Patrimonio del Politecnico di Torino (Dipartimento di Architettura e Design) presenteranno i progetti di riuso e valorizzazione elaborati nel corso dell’A.A. 2016/2017, con la supervisione del Prof. Rocco Curto e dell’Arch. Lisa Accurti, per ilrecupero e la rifunzionalizzazione del sistema di beni della Core Zone.L’iniziativa è stata promossa dalla Città di Ivrea e dal Politecnico di Torino con la collaborazione di Confindustria Canavese e IdeaFimit Sgr, nell’ambito del progetto europeo Erasmus + “Citylabs: Engaging Students with Sustainable Cities in Latin-America” e nell’ambito delle attività svolte per la Candidatura di “Ivrea città industriale del XX secolo” nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Il 16 giugno, in occasione del convegno, verrà inoltre presentato il Sistema Informativo Territoriale “Ivrea città industriale del XX secolo”, strutturato dal Politecnico di Torino con una visione innovativa e in modo sperimentale rivolta a supportare l’esperienza didattica condotta con gli studenti dell’Atelier di Restauro e Valorizzazione del Patrimonio. Il SIT è stato concepito quale modello dinamico e interoperabile in grado di mettere in relazione più di 100 edifici (residenze, edifici industriali, uffici, edifici destinati a servizi) con il loro contesto territoriale, e con l’obiettivo di supportare le politiche dell’amministrazione e la candidatura UNESCO nel processo di valorizzazione, anche economica, della Core Zone.

Le presentazioni della mattinata e la discussione della tavola rotonda finale saranno occasione per riflettere su come il patrimonio olivettiano della Core Zone di “Ivrea città industriale del XX secolo” costituisca un’eredità emblematica da valorizzare, in cui la “dimensione privata” si deve integrare con quella pubblica e costituire un unico sistema di architetture in grado di innescare processi di rigenerazione dell’intera area urbana e forme di fruizione innovative sia per la cittadinanza eporediese sia per le diverse tipologie di utenza esterna.

Al termine del convegno una commissione giudicatrice composta da riconosciuti esperti del settore e da stakeholders operanti nell’ambito della Core Zone di Ivrea valuterà i progetti migliori, ai quali verrà riconosciuto un premio da parte della Città di Ivrea.

Interverranno:

Carlo Della Pepa, Sindaco della Città di Ivrea

Rocco Curto, Coordinatore dell’iniziativa, Professore ordinario, titolare dell’“Atelier di Restauro e Valorizzazione del Patrimonio” – A.A. 2016/2017,  Laurea Magistrale in “Architettura per il Restauro e la Valorizzazione del Patrimonio “, Politecnico di Torino (Dipartimento Architettura e Design)

Lisa Accurti, Docente a contratto dell’“Atelier di Restauro e Valorizzazione del Patrimonio” – A.A. 2016/2017, Laura magistrale in “Architettura per il Restauro e la Valorizzazione del Patrimonio”, Politecnico di Torino (Dipartimento Architettura e Design)

Giovanna Codato, Assessore della Città di Ivrea: Urbanistica, Sicurezza e Difesa del suolo, Edilizia privata, Lavori pubblici, Sostenibilità Ambientale

Renato Lavarini, Coordinatore Candidatura Unesco

Regioni del Nord alleate per battere lo smog

La Giunta regionale adotta un nuovo piano  che fornisce al Piemonte un set di misure concrete per contrastare l’inquinamento, in un’ottica condivisa con le Regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, che hanno firmato insieme al Ministero dell’Ambiente, il comune accordo di programma per il risanamento della qualità dell’aria nel bacino padano, venerdì 9 giugno a Bologna in occasione del G7 dell’ambiente.

Sono più di quaranta le misure e azioni per contrastare l’inquinamento atmosferico in tutto il territorio piemontese e rientrare nei valori-limite stabiliti dalla legge nel più breve tempo possibile, incidendo su mobilità, trasporti, energia, industria e agricoltura: sono previste dal Piano regionale per la qualità dell’aria, adottato il 5 giugno dalla Giunta della Regione Piemonte.

“Giunge così a compimento un lavoro iniziato nel 2015, – spiegano in Regione –  frutto del confronto scaturito dai tavoli tecnici gestiti dalla Direzione Ambiente, governo e tutela del territorio della Regione Piemonte, cui hanno preso parte tutte le direzioni regionali e l’Arpa Piemonte, che ha realizzato gli scenari emissivi. Un approccio allargato alla condivisione dei problemi e delle decisioni che è stato seguito anche attraverso la consultazione on-line dei cittadini piemontesi, cui è stato sottoposto, sempre nel 2015, un questionario sulla qualità dell’aria. Da questo percorso di democrazia partecipata sono scaturite le conclusioni contenute nel Piano, racchiuse nei dieci capitoli del documento di programmazione.

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Il “catino piemontese”. La base di partenza è l’analisi delle caratteristiche meteo-climatiche del Piemonte, fortemente condizionate dal posizionamento geografico e dalla conformazione topografica dell’area, inserita alla testata del bacino orografico padano e chiusa su tre lati dai rilievi alpini. Questa conformazione particolare “a catino”, contribuisce a rendere più difficile il rimescolamento e il ricambio dell’aria, in particolare nei bassi strati, influenzando direttamente ed indirettamente il trasporto, la dispersione e la deposizione al suolo di gas e aerosol presenti in atmosfera, determinando, in autunno ed in inverno, frequenti periodi di stagnazione nelle zone pianeggianti della regione.

Lo scenario al 2030. La metodologia utilizzata prevede la realizzazione di uno scenario di riferimento a legislazione corrente su cui calare uno scenario futuro al 2030, con l’inserimento delle misure che verranno prese per ridurre le emissioni in atmosfera e verificare, mediante l’uso di modelli tridimensionali di diffusione e trasporto in atmosfera degli inquinanti, la possibilità di rientrare nei limiti di legge posti a tutela della salute dei cittadini.

Le previsioni sugli inquinanti. L’applicazione del Piano prevede una consistente e diffusa riduzione delle concentrazioni degli inquinanti, che si collocano ampiamente al di sotto dei valori limite previsti dalla normativa. Fanno eccezione alcune aree dell’agglomerato di Torino, nelle quali il valore del biossido di azoto supera la soglia di attenzione. Per la situazione dello scenario di piano al 2030, si registra un generale rispetto dei valori limite per gli inquinanti particolato PM10, particolato PM2,5 e biossido di azoto (NO2) su tutti i comuni della regione.

Le misure e le azioni. Il Piano indica le azioni politiche da perseguire per quanto riguarda l’agricoltura, i trasporti, l’energia e l’industria, i comparti ad oggi enumerabili tra i maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico. Nel campo della mobilità si va dalla rimodulazione delle accise dei carburanti alla limitazione della circolazione in ambito urbano per i veicoli alimentati a gasolio, a partire da quelli più obsoleti fino a quelli più recenti, dal rinnovo dei veicoli adibiti al trasporto pubblico locale alla promozione della mobilità alternativa. Per quanto riguarda l’energia, dalla promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili alla riqualificazione ed efficientamento energetico degli edifici, dallo sviluppo del teleriscaldamento alla regolamentazione dell’utilizzo delle biomasse. Nel comparto industriale gli interventi vanno dall’applicazione delle migliori tecniche disponibili ai processi produttivi alla riduzione delle emissioni di polveri. In agricoltura le misure si concentrano sulle riduzioni di emissioni di ammoniaca in atmosfera dal comparto zootecnico e sulla limitazione della combustione dei residui colturali in campo nella stagione invernale, più problematica per l’accumulo di polveri sottili. Il piano sarà a breve consultabile sul sito della Regione nell’area tematica dedicata all’ambiente.

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www.regione.piemonte.it

 

Si può smettere di uccidere? Giancarlo Giudice: il Mostro di Torino

giancarlo-giudice-killer-modificaErano gli anni ’80, gli anni in cui tutto era lecito. Gli anni in cui il crimine passava spesso inosservato. Era una vita piena: c’era chi sguazzava nell’agio degli anni d’oro, chi tirava a campare arrangiandosi con quel che poteva. Ma erano anche gli anni in cui il boom delle droghe cominciava a mietere vittime. Tutto aveva il suo posto negli anni Ottanta. Ma nessuno, né negli anni ’80 né in qualsiasi altra epoca, meriterebbe che il suo posto sia a terra, mangiato dai i vermi, qualsiasi scelta di vita abbia mai attuato. Nove prostitute, nove donne uccise brutalmente. Un unico colpevole: Giancarlo Giudice. In libertà da otto anni. Classe 1952 e una storia di abbandono alle spalle. Spesso l’infanzia infelice, marchiata da una serie di traumi, è il background che accumuna gli adulti che decidono di uccidere. Non che questo li giustifichi, ma è giusto precisare che si diventa sempre ciò che ci hanno insegnato o privato di essere. Il piccolo Giancarlo Giudice fu spedito in collegio in tenera età, seppe della morte di sua madre solo dopo che i funerali ebbero atto. Aveva 13 anni e dopo aver ricevuto questa brutta notizia, in modo quasi naturale, decise di uccidersi. Il tentativo di suicidio, però, fallì. Il padre, alcolista, già assente per tutta l’infanzia, lo abbandonò nuovamente trasferendosi in Calabria con una nuova compagna, con la quale si sposò solo dopo due anni dalla morte della moglie.

 

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Giancarlo era rimasto solo. Lo era sempre stato in realtà. Abbandonato in più occasioni. Abbandonato dalla madre, la prima volta quando lo spedì in collegio, la seconda quando “decise” di morire. Abbandonato dal padre, che continuava a vivere la sua vita fregandosene dei bisogni del figlio. È con questi sentimenti negativi che logorano dall’interno che il nostro futuro serial killer comincia la sua vita da adulto. Una vita fatta di microcriminalità e di eccessi. Lui che ama le droghe e, non a caso quelle eccitanti, come cocaina e allucinogeni. Lui che ama la velocità, ama correre senza freni. Come ogni assassino seriale, Giancarlo è un narcisista. Il narcisista innalza il proprio ego, idealizza se stesso, nel tentativo di nascondere i sentimenti di vergogna che riserva dentro di sé. Una patologia che si sposa bene con l’atto di uccidere, di prendere la vita dell’altro. Perché il narcisista nasconde un grande vuoto e il modo migliore per colmarlo e “prendere”, “possedere” qualcosa che viene dall’esterno. È tutto un gioco di proiezioni e identificazioni. Io mi sento marcio, vuoto, proietto polizia-bnall’esterno questo mio malessere e quindi sarà l’altro a diventare marcio e vuoto. Ma allo stesso tempo ho bisogno di colmarlo quel vuoto, quindi decido di appropriarmi di ciò che credo possa essere in grado di farlo e mentre me ne approprio, per giustificare il mio gesto, lo accuso di essere malvagio, meritevole di qualsiasi azione io decida di compiere. Così funziona la psiche di un narcisista patologico. Ora cerchiamo di capire, nello specifico, come ha funzionato quella di Giancarlo. Il nostro assassino faceva il camionista. Tante ore da solo, lungo strade più o meno conosciute. I suoi compagni di viaggio erano le sue droghe.

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I colleghi dicevano di lui che fosse uno stacanovista, ma non erano a conoscenza dell’uso smodato di cocaina che assumeva e che gli permetteva di non sentire la stanchezza. Era un uomo ossessionato dal sesso. Nel suo appartamento, quello che poi si scoprì essere luogo di alcuni dei suoi omicidi, furono ritrovate migliaia di riviste porno. Il degrado in cui riversava la casa, aggiunse ulteriore squallore alla sua figura. Era un uomo ossessionato dal sesso o dall’amore? Non lo conosceva l’amore lui, non era mai stato amato, né da una mamma né da un padre. I suoi impulsi, la sua rabbia incontrollabile erano dettati dalla mancanza, nella sua vita, di persone in grado di accettarlo e amarlo. Il sesso diventava un atto necessario, un atto da cui dipendere, assieme alle altre cose, perché la scarica sessuale gli permetteva di riequilibrare la tensione interiore. Non a caso il giorno che fu arrestato, fu trovato in macchina a compiere atti autoerotici e solo quando la polizia si avvinò per dirgli di smetterla, si accorse che il sedile al fianco del guidatore era colmo di sangue fresco. Vi erano anche due pistole e un asciugamano intriso di sangue, il sangue di quella che fu la sua ultima vittima: Maria Rosa Paoli. Dirà mole-torino-2delle sue vittime che le ha uccise perché gli ricordavano la sua matrigna, donna che odiava. Le vittime erano tutte prostitute sulla quarantina. Donne oggettivamente poco attraenti, trasandate. Altra frase detta da lui stesso “erano vecchie, grasse e poco curate”. È probabile che quest’associazione inconscia lo abbia spinto ad uccidere, ma è anche probabile che esse rappresentino il rancore verso sua madre e l’odio che provava nei suoi confronti per averlo abbandonato, ma che era “molto più accettabile” per la sua labile psiche affermare che questi gesti così brutali erano compiuti a causa di una matrigna non benvoluta.

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È comune che gli assassini seriali scelgano, per le loro uccisioni, persone ai margini della società. Questo per evitare di essere scoperti in quanto è più difficile che una persona che vive nell’ombra, nei sobborghi di una città in cui ci si chiude gli occhi e tappa la bocca, venga cercata dalla polizia. Che poi, la paura di essere scoperti in realtà lotta sempre con la voglia di esserlo. Perché solo così possono raccontare la loro storia. Solo così possono essere ascoltati. Un pubblico che resti attonito, un pubblico terrorizzato che non può far a meno di distogliere l’attenzione dai loro racconti. È questo l’applauso che bramano. Inoltre il rapporto con una donna che di mestiere fa la prostituta è spesso marchiato da un pregiudizio che anche le menti non patologiche si portano dietro. Una donna che sceglie di vendersi non merita rispetto. Questo pregiudizio inserito nella mente delirante di un uomo freddo, psicopatico, che non conosce sentimenti e che non è in grado di provarne, rende lecito qualsiasi comportamento. Nove vittime. La prima Anna Pecoraro, il cui riconoscimento è avvenuto solo grazie all’arresto dell’uomo che parlando di lei alla polizia disse “Risulta scomparsa, ma non siete mai riusciti a identificarla perché vi ho fatto trovare il cadavere completamente sfigurato. Doveva essere tolta di torno, portava “un volgare reggiseno a fiori”, per farla rantolare bastava stringerla con le sue stesse calze di nailon. Ho forzato le portiere di una macchina con il tagliaunghie e ho portato il torino bncadavere in un campo. Lì ho deciso di bruciarlo. Un po’ di benzina e poi il fuoco”. Era il 1983 quando cominciò. E il 25 agosto 1986, per puro caso, fu catturato. Tre anni in cui sei donne sono state strangolate, due freddate con colpi di arma da fuoco, una sgozzata. Giancarlo Giudice fu condannato all’ergastolo in primo grado e ritenuto totalmente capace di intendere e volere.

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La pena fu poi ridotta a trenta anni e venne rivista la sua eventuale infermità conferendogli, in aggiunta alla pena, altri tre anni da passare in un ospedale psichiatrico giudiziario che abbandonò definitivamente nel 2008. Da allora Giancarlo è libero e vige di un regime di protezione che ne permette di mantenere preservata la privacy. Il titolo di quest’articolo lancia un quesito: si può smettere di uccidere? Ora che Giancarlo è di nuovo in libertà potrà nuovamente commettere questi reati? La risposta a questa domanda non è facile. È certamente più corretto rispondere di si, perché con le giuste cure, il giusto percorso terapeutico e l’accettazione dei propri limiti e dei desideri più ombrosi, il riuscire a vivere il senso di colpa e trasformarlo in forza per risollevarsi e intraprendere strade di vita più sane, anche chi si è macchiato dei delitti più atroci può salvarsi. Si può smettere di uccidere solo quando si avrà capito che quel vuoto che c’è nell’animo non potrà mai colmarsi, ma lo si accetta e lo si elabora. Che un narcisista smetta di esserlo questo è un po’ più difficile. E che gli anni di galera, seppur tanti, possano portare giovamento alle vittime, resta, però, sempre impossibile.

Teresa De Magistris

Export, le aziende artigiane sbarcano su Amazon

Sono 50 cinquanta le aziende artigiane che oggi  sbarcano all’interno della vetrina italiana web di Amazon. L’offerta riguarda prodotti che vanno dall’oreficeria alle ceramiche, dalle lavorazioni artistiche con legno e pietra e all’enogastronomia. Saranno protagoniste, grazie a un progetto della Regione,  delle vendite su Amazon, gruppo che in Italia è cresciuto del 136% nell’ultimo anno conquistando  un export da 250 milioni che ha creato 5.700 posti di lavoro. “Amazon – commenta  l’assessore all’Industria della Regione Piemonte Giuseppina De Santis – fornisce la parte logistica, la più complicata  per le microimprese. Iniziamo con un gruppo di aziende del marchio Eccellenza Artigiana, che in tutto sono 2.800. E ‘il primo passo di un progetto che può crescere. Siamo di fronte a una dimostrazione di industria 4.0 con imprese che non soccombono alle trasformazioni in corso”.

Una commedia all’italiana tinta di noir: l’amore criminale di Ballerini-Pan

pan-balleriniCorreva l’anno 1972. Erano gli anni dell’amore libero, della spregiudicatezza, della libertà. Torino in quel periodo cominciava ad essere poliedrica: da un lato i signorotti borghesi con molte ricchezze e che ostentavano “il giusto”, dall’altro gli operai che da ostentare avevano il posto fisso, dall’ altro ancora gli “anticonvenzionali” che ostentavano i propri diritti e, infine, i criminali, ladruncoli e spacciatori che non avevano niente, ma ostentavano tutto. Troppo. In quello specifico anno, precisamente il primo giorno d’estate, una bella ragazza di poco più di vent’anni, lancia un allarme, dando così inizio ad uno dei casi giudiziari più tragicomici mai esistiti in Italia.

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Lei si chiama Franca Ballerini, si trova in montagna insieme alla madre e alla figlioletta. Cerca di contattare invano il marito, un commerciante di mobili di ventotto anni di nome Fulvio, rimasto a Torino, nella loro villetta alla Pellerina. La donna, allarmata, contatta il suocero, ma anche lui non aveva nessuna notizia del figlio. Rientrata in città e notando che in casa mancava la valigia e qualche vestito, la donna si convince che il marito l’abbia abbandonata scappando con l’amante.

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Che stranezza, un comportamento del tutto inaspettato dalla famiglia dello scomparso:” lui, cosi innamorato della moglie, così ligio ai suoi doveri, così stacanovista”. Passano i mesi, Franca, non molto disperata per quell’assenza, si da alla bella vita. Spende soldi, esce spesso, frequenta uomini. In questo frangente entra in scena un altro personaggio, il padre di Fulvio. L’uomo non è molto incline a credere alla versione della giovane nuora; ha sempre avuto il sospetto che lei avesse sposato il figlio solo per avere una sicurezza economica, ma che non lo amasse sul serio. Mosso da questa forte motivazione l’uomo si improvvisa Sherlock Holmes e comincia in maniera autonoma e un po’ grossolana ad investigare. Scoprirà, tra inseguimenti vari ed interrogatori improvvisati, che Franca frequenta un uomo, un certo Paolo Pan, malvivente che traffica in auto rubate e capo di una piccola banda del quartiere, e che questa relazione dura da tempo, ancor prima della scomparsa di Fulvio. Inoltre, proprio in concomitanza conballerini-pan-mole queste sue indagini private, arriva improvvisamente una telefonata anonima di una donna che dice che Fulvio sta bene, ma non vuole essere cercato. I tasselli del puzzle cominciano pian piano ad intersecarsi, ad acquisire una forma, ad avere un senso. Qualche giorno dopo l’improvvisa scomparsa, infatti, l’auto e la moto del figlio erano magicamente sparite ed il fatto che l’amante della nuora commerciasse proprio in quel “settore” conduce l’uomo nel baratro dei sospetti più oscuri. Di lì a poco, Paolo Pan sarà fermato alla frontiera per aver mostrato un documento falso e insieme a lui, in auto, oltre a esserci un borsone pieno di soldi rubati ci sarà pure la bella Franca. Questo episodio condurrà l’ impavido papà a recarsi dai Carabinieri. Siamo nei primi giorni del 1973. Si apre un’indagine, ma gli elementi per procedere sono davvero irrisori fin quando, però, undici mesi dopo, arriva alle forze dell’Ordine una testimonianza inaspettata.

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Un corniciaio torinese avverte i Carabinieri che un delinquentello un po’ sbruffone gli aveva confidato di aver aiutato suo fratello e la fidanzata di quest’ultimo ad uccidere il marito di lei e ad occultare il cadavere. Il nome di quest’uomo, dalla lingua lunga e dalla poca furbizia, è: Tarcisio Pan. Complice qualche bicchiere di vino di troppo e un registratore nascosto, Tarcisio fornirà non solo la versionecarabinieri-pan definitiva (almeno per la fase delle indagini) di quella tragica giornata di inizio estate, ma svelerà anche il luogo dove il cadavere è nascosto. Da qui in poi avrà inizio la fase processuale, contraddistinta da accuse reciproche, smentite, colpi di scena. In prima grado Franca Ballerini e Paolo Pan verranno entrambi condannati all’ ergastolo, in secondo grado tale condanna verrà confermata solo per l’uomo, mentre la donna verrà scagionata del tutto. Ma in Cassazione le carte si rimescoleranno e l’accusa proporrà nuovamente l’ergastolo anche per la Ballerini, che però ne uscirà vincitrice con la piena assoluzione. L’unico colpevole, in ultimo grado resterà solo Paolo, graziato dal Presidente Scalfaro dopo soli 22 anni di carcere. Fin qui si è voluta fornire una spiegazione dettagliata degli eventi per permettere al lettore di avere un quadro esaustivo di ciò che è accaduto, ma la cosa che personalmente mi preme mettere in luce è il modo in cui l’ amore criminale si manifesti nella sua semplicità e banalità, lontano dagli aspetti romanzati che spesso adornano e idealizzano quel legame. Paolo e Franca, due personalità ben distante, ma simili. Entrambi narcisisti, amanti del bello, entrambi privi di moralità e giudizio. Due persone estremamente pianificatrici. La cronaca li ha definiti gli “amanti diabolici”, io preferisco chiamarli “gli amanti vuoti”. Nei dieci anni di processo l’amore non è mai stato un tema rilevante, eppure ci si riferiva a loro con il termine amanti. Beh si, rapporti intimi li avevano; tra l’altro uno dei colpi di scena più eclatanti si è verificato in aula di tribunale quando la bella Franca ha rivelato al mondo, e di conseguenza anche ai disperati e sconvolti ex suoceri, che la figlioletta di due anni di Fulvio, era in realtà la figlia di Paolo. Gesto privo di morale e completamente strumentale perché nasconde il desiderio di mettersi in torino-bn-castellomostra e di creare un’aura idilliaca ad un rapporto che di idilliaco non aveva niente, nonché totalmente incurante del benessere della figlia, la cui paternità (mai confermata durante il processo perché all’epoca non esisteva ancora l’esame de DNA) era improvvisamente caduta nelle mani di un ergastolano. Gli amori criminali, nel 90% dei casi sono così. Vuoti. Quello che si confonde per amore è il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, di spingersi oltre un limite, ma quando quel limite viene raggiunto si decade inevitabilmente. Perché viene a mancare il senso. Così cominciano le accuse l’uno nei confronti dell’altro, diventa necessario salvarsi e salvaguardarsi. Bonnie e Clayde rabbrividirebbero di fronte a tanta vacuità. Perché il narcisismo non si sposa bene con l’ amore se non con quello verso se stessi. Bonnie e Clayde condividevano, progettavano, avevano degli obiettivi comuni. Franca e Paolo si facevano compagnia, erano ognuno il capriccio dell’altro. E come ogni capriccio, prima o poi si esaurisce. Ma cosa avviene nella mente di così forte, tanto da far sembrare convincente e giustificata l’idea di compiere un omicidio? La cronaca ci fornisce numerosi esempi, che non sto qui ad elencare, di coppie che uccidono insieme. Perché non scegliere di lanciarsi con il paracadute o di svolgere qualsiasi sport estremo? Perché il limite da raggiungere deve essere Torino vecchia“uccidere”? Ogni coppia basa la propria esistenza su un tacito accordo: ” ci sta bene che sia così”; il così lo scelgono i tratti della personalità e le sfumature, più o meno patologiche, delle due parti in gioco. La coppia criminale trova, nella maggioranza dei casi, il suo incastro perfetto nel ” riempimento” del vuoto interiore, nei sentimenti di rivalsa e nel desiderio di appagare un costante stato di insoddisfazione. In questi casi, la reciprocità non sta nel desiderare il benessere dell’altro, ma nel constatare l’utilità dell’altro. Paolo e Franca non si sono mai amati, ma si erano utili. Uccidere era necessario perché utile. Due genitori affranti dal dolore e morti senza avere giustizia per il proprio figlio, un uomo graziato che verrà beccato in Sud America con un grande quantitativo di droga ed espatriato in Italia per essere nuovamente chiuso in carcere, una bella signora che sceglierà di vivere lontana dai riflettori, più per grande capacità di calcolo che per ritrovata integrità morale e una bambina, ormai donna, senza un padre. Questo è ciò che rimane di un amore criminale. Il vuoto.

Teresa De Magistris

IL NEGOZIO CHE RIPARA FRIGO E LAVORO

Nel cuore di Porta Palazzo un’iniziativa per dare lavoro alle persone in difficoltà e nuova vita a elettrodomestici destinati allo smaltimento. Un esempio di economia responsabile e sostenibile, grazie alla collaborazione fra il Sermig e la società Astelav. Un progetto che si inserisce tra i nuovi concetti dell’ECONOMIA CIRCOLARE

E’ l’inizio di un percorso dai valori forti: la solidarietà, il lavoro, la salvaguardia dell’ambiente. E’ stato inaugurato a Torino il primo negozio italiano del progetto Rigeneration, che nasce dalla collaborazione fra il fondatore del Sermig, Ernesto Olivero, e l’imprenditore torinese Giorgio Bertolino, fondatore di Astelav, azienda che da oltre 50 anni è uno dei principali distributori europei di ricambi per elettrodomestici.

 

Nei locali di via Mameli 14, cinque vetrine nel cuore di Porta Palazzo, si vendono lavatrici e lavastoviglie usate, che sono state rigenerate. Il Sermig ha messo a disposizione l’ampio negozio, Astelav la professionalità dei suoi tecnici dello stabilimento di Vinovo, la qualità dei suoi ricambi e la sua efficiente rete Nazionale di Centri Assistenza Tecnica. Ecco perchè gli elettrodomestici riportati a nuova vita sono un prodotto funzionante, conveniente e garantito, così come spiega Riccardo Bertolino Responsabile Logistica e Acquisti.

“Fra noi – dice Ernesto Olivero – c’è stata subito identità di vedute e di valori, che si basano sul modo di concepire uno sviluppo socio-economico responsabile e sostenibile. Con Rigeneration vogliamo offrire un’opportunità alle persone in difficoltà e contrastare lo spreco”. Gli elettrodomestici recuperati sarebbero diventati RAEE, ingombranti rifiuti elettrici ed elettronici, con un costoso smaltimento. Basti pensare che in una lavatrice ci sono circa 40 kg di ferro, 4 kg di plastica, oltre ad alluminio, rame, vetro e ben 5 kg di cemento.

 

Al progetto lavorano già cinque addetti, fra cui un giovane extracomunitario proveniente dal Sermig. Rigenerazione dunque anche delle persone: un modo per dare una speranza e un futuro a chi un’ occupazione non la trova o l’ ha persa. Nello show room tutto richiama la filosofia del progetto: i materiali degli arredi sono frutto di riciclo, i colori dominanti sono l’azzurro e il verde, simbolo di un mondo ecologico e pulito, nel marchio e sulle pareti frasi per riassumere i principi dell’ economia circolare. Una recita: “Ri-parare fa risparmiare soldi e risorse naturali e fa bene alla terra”. Il brand è un cerchio che indica che nessuno è al vertice, ma si è tutti e tutto una conseguenza dell’altro.

Rigeneration è un’impresa sociale che offre un duplice servizio: rispetto delle persone e dell’ambiente. A chi si rivolge? “Il nostro target – afferma Ernesto Bertolino Responsabile Vendite è ampio, tutti coloro che vogliono fare una scelta consapevole: famiglie e single orientati a prodotti a ridotto impatto ambientale e dal costo contenuto, ma garantiti. Ecco, il concetto di garantito è uno dei nostri valori e lo applichiamo anche alle persone, che lavorano per noi con regolari contratti”. E non poteva mancare il sostegno a un progetto solidale: quello di padre Hani, che in Giordania accoglie e “rigenera” famiglie di profughi.

 

Astelav raccoglie lavatrici e lavastoviglie attraverso due canali: i centri logistici che prendono i RAEE dalla Grande Distribuzione e le donazioni dei privati. Mette a disposizione un numero telefonico (345 0267664), l’e-mail info@ri-generation.com e il sito www.ri-generation.com.

Dalla Regione la strategia “WeCaRe”, in rete per il welfare

E’ un grande piano sperimentale per l’innovazione sociale,  “WECARE – Welfare Cantiere Regionale”, è stato varato dalla Regione Piemonte, prevede lo stanziamento di oltre 20 milioni di euro . Le risorse arrivano dal Fondo Sociale Europeo e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, coniugando misure diverse finalizzate a promuovere l’innovazione nell’ambito della rete dei servizi sociali, migliorare la governance locale, stimolare la collaborazione tra soggetti pubblici, enti del terzo settore ed imprese, sostenere lo sviluppo di progetti di imprenditorialità a vocazione sociale e di welfare aziendale. Il piano è stato illustrato  presso il Palazzo della Regione, in piazza castello a Torino, dai quattro assessori regionali coinvolti: alle Politiche Sociali, della Famiglia e della Casa, ai Diritti Civili e Pari Opportunità, alle Attività produttive e all’Istruzione, Lavoro e Formazione Professionale.Spiegano dalla  Regione che alla delibera approvata nei giorni scorsi dalla Giunta  “seguiranno, nei prossimi mesi, una serie di bandi sulle singole misure, a cui potranno partecipare, in base alla tipologia, enti gestori delle politiche sociali, Comuni, imprese, organizzazioni del terzo settore e associazioni di volontariato. Tutte le azioni dovranno essere volte a stimolare progetti sui territori, che dimostrino sostenibilità e replicabilità per promuovere coesione e inclusione sociale”.Si tratta del primo ed unico esempio a livello nazionale in questo settore e si articola in quattro principali misure individuate che avranno i seguenti obiettivi: stimolare processi collaborativi sui territori, facilitare la sperimentazione di servizi innovativi, spingere la crescita di iniziative imprenditoriali, sostenere iniziative di welfare aziendale. Una quinta misura di accompagnamento è destinata a sostenere, come azione di sistema, le iniziative di sperimentazione.La Regione Piemonte si pone dunque come protagonista in ambito nazionale delle politiche di innovazione sociale, per rispondere a nuovi bisogni sociali che gli strumenti tradizionali del nostro sistema di welfare non sono più in grado di intercettare.  La nuova strategia regionale rafforza la sinergia tra consorzi socio-assistenziali, centri per l’impiego e agenzie per il lavoro accreditate per favorire l’inclusione lavorativa di persone con fragilità e contrastare il disagio sociale. E’ anche previsto lo stanziamento di ben 4 milioni di euro per il welfare aziendale, che potranno essere investiti per le politiche di condivisione dei tempi di vita e lavoro, le pari opportunità, il sostegno al diritto allo studio, i servizi di cura per i familiari anziani o non autosufficienti.Le misure di WECARE – Welfare Cantiere Regionalewww.regione.piemonte.it

BIOINDUSTRY PARK FA SCUOLA ALL’ESTERO

Esportare un modello di Parco Tecnologico sostenibile e vincente nei paesi emergenti, proponendosi come guida per la crescita dell’imprenditoria locale e, nello stesso tempo, aprendo a nuove opportunità di business per le aziende piemontesi e italiane in mercati dal grande potenziale. Con questi obiettivi il Bioindustry Park di Colleretto Giacosa (Torino) ha intrapreso una serie di missioni internazionali, dalla Cina, alla Tunisia fino in Iran. 
Proprio in Cina, in qualità di rappresentante di bioXclusters (l’alleanza strategica fra cluster europei sulla medicina personalizzata, di cui il Parco piemontese fa parte come gestore del Polo bioPmed), Bioindustry Park ha firmato un accordo triennale con il Fenglin Biomedical Center (BioFM), per promuovere la competitività delle PMI biomedicali italiane ed europee, aprendo loro un canale privilegiato per il mercato cinese, per i finanziamenti privati e per l’identificazione di nuovi partner. L’accordo mette anche a disposizione delle imprese le infrastrutture per visite lavorative presso il Fenglin BioMedical Park di Shanghai, in cui sono insediati ospedali, centri di ricerca e imprese come Shanghai Pharm e Quintiles IMS.
Sinergie in corso anche in Iran. Proporsi come modello di riferimento, mettendo a disposizione la propria imprenditorialità tecnologica per lo sviluppo di progettualità comuni, è l’oggetto dell’intesa che il Parco di Colleretto Giacosa sta portando avanti con il proprio omologo iraniano, l’Isfahan Science and Technology Town, il più antico Parco Tecnologico del paese asiatico, che incuba al suo interno circa 150 aziende operanti in diversi settori di attività. Il Parco iraniano potrebbe diventare un’importante porta d’accesso per un mercato in grande fermento, che guarda all’Italia come possibile paese partner per uno scambio di pratiche tecnologiche. Se, infatti, il paese asiatico ha sviluppato una buona competenza nella realizzazione di prodotti hi-tech in diversi settori, ha la necessità di importare nuove tecnologie soprattutto in campo bio-medicale. Una comunanza di interessi che potrebbe tramutarsi, nei prossimi mesi, in un vero e proprio accordo di collaborazione, estendibile anche agli altri Paesi dell’Eco Science Foundation (tra cui Pakistan, Azerbaijan, Tajikistan e Turkmenistan), l’organizzazione intergovernativa che opera con l’obiettivo di stringere nuove partnership con imprese europee.
Dall’Asia alle coste del Mar Mediterraneo, in Tunisia, dove Bioindustry Park è coinvolto nel progetto triennale “Appui aux pôles de compétitivité tunisiens”, inserito nell’ambito del protocollo di accordo tra i governi italiano e tunisino per la realizzazione di un «Programma di sostegno al settore privato» del paese nord Africano. L’obiettivo è accompagnare i Poli tecnologici tunisini nel loro percorso di creazione e rinforzo delle competenze, nei settori del tessile e dell’abbigliamento (Monastir/El Fejja), della meccanica e meccatronica (Sousse), dell’agroalimentare (Bizerte) e della chimica (Gabès), grazie al coaching di un’Associazione Temporanea di Imprese che, oltre il Bioindustry Park, comprende l’altro Parco piemontese, l’Environment Park di Torino, Arthur D Little Italia e il tunisino Tema Consulting.
«L’esperienza internazionale che abbiamo maturato in tutti questi anni, ci permette oggi di proporci come un punto di riferimento per realtà analoghe alla nostra, anche se molto lontane geograficamente  spiegano l’AD Alberta Pasquero e il Direttore Generale Fabrizio Conicella – Le sinergie che stiamo portando avanti in Paesi dal grande potenziale o in fase di sviluppo sono certamente strategiche per il business del Parco, ma nello stesso tempo, attraverso il cluster bioPmed, possono fare da volano per le piccole-medie imprese italiane ed europee che operano nel settore della salute umana e delle scienze della vita».