ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 406

I comuni montani covid-free

Prosegue il lavoro che Fondazione Montagne Italia – espressione di Uncem – sta compiendo con il Dipartimento di Management dell’Università di Torino, con lo spin off Halalto guidato dal professor Paolo Biancone, per consentire ai Comuni di beneficiare di servizi avanzati di supporto e renderli “covid free”.

Covidless Approach&Trust” è lo strumento di analisi e sviluppo pensato per i Comuni montani (ma anche per Unioni montane e Comunità montane) con l’obiettivo di ripensarsi, nonostante  l’emergenza, e superare la crisi. “Covidless A&T si concentra sui bisogni delle comunità, dei fruitori e dei turisti che si aspettano di trovare servizi adeguati sui territori in cui si trovano. L’obiettivo è supportare gli Enti locali nel mantenimento e potenziamento degli standard di accoglienza ricettivo-turistica e culturale, anche in questa fase così complessa”, spiega Biancone.

Il modello di intervento – proposto a ogni Ente, Comune singolo o associato – fornisce un rating di attrattività territoriale, in grado di identificare e potenziare gli aspetti di fruibilità turistico ricettiva e culturale al pari del periodo pre covid-19. Il primo livello è una valutazione che assegna punteggi a ospitalità, intrattenimento, accessibilità e molti altri punti. Il secondo step è collegato, in base al punteggio infatti emergono punti di forza e aree di miglioramento dalle quali costruire un percorso, affiancati dal team di esperti, per potenziare gli aspetti necessari. Al termine del percorso i Comuni saranno certificati e riceveranno l’attestazione e il marchio “Covidless Approach&Trust”. Sono già numerosi i Comuni – e pure le Province – che hanno aderito al percorso e che sono stati seguiti dal prof. Biancone. Fondazione Montagne Italia e Uncem hanno scritto a tutti i Comuni per dare risposte agli Enti in questa complessa fase per il Paese.

Lupi in aumento, Uncem: “Urgono soluzioni”

“Il numero di lupi è in crescita. Come lo sono le aggressioni alle greggi sui versanti alpini e appenninici. L’ho scritto  ai Ministri Costa e Bellanova.

Perché i Sindaci sono preoccupati. I lupi avvicinano sempre di più ai borghi e alle case, ci vanno dentro. Le aziende agricole, margari e allevatori, sono molto allarmati. Molti neanche più salgono in alpeggio. Tengono gli animali ben chiusi nelle stalle e nei ricoveri. Le preoccupazioni sono troppe. Mandrie e greggi decimante, un rischio che non si può correre. Per questo ai Ministri ho detto che servono soluzioni concrete, urgenti. C’è chi pensa solo al monitoraggio. Uncem chiede soluzioni. E un coinvolgimento con le Associazioni di categoria agricole a un tavolo congiunto di Ministero dell’Ambiente e Ministero delle Politiche agricole. Non c’è più tempo per dati e grafici. Occorrono soluzioni a vantaggio delle comunità che vivono Alpi e Appennini”.

Lo afferma Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem

Anno zero. Foreste e deserti

“Prima della civiltà c’è la foresta. Dopo la civiltà c’è il deserto”.

Lo ha detto, più o meno con queste parole visto che vado a memoria, Renè de Chateaubriand. Lui, l’autore di “Memorie del sottosuolo” e de “L’ultimo degli Abenceraghi” conosceva bene la foresta. Vi aveva vissuto nelle lontane Americhe, quando aveva dovuto abbandonare la Francia perché avverso, aristocratico cadetto di Navarra, alla Rivoluzione e ai giacobini. Vi tornerà, poi, per combattere nell’Armata degli emigrati. E resterà ferito… Ma questa è altra storia…
In America visse nella foreste. Con i Natchez. Una vasta confederazione tribale appartenente alla stirpe dei Creek. E imparentata con i più famosi Cherokee. Sperimentò così la vita dei nostri antenati, cacciatori e raccoglitori. Prima dell’inizio di quella che chiamiamo Civiltà. E la cantò, quella vita, in uno dei suoi poemi.

Fu lì, probabilmente, che l’aristocratico controrivoluzionario, uno dei primi romantici francesi, ebbe l’intuizione che la civiltà viene dalla Foresta. Che la precede e ne rappresenta la matrice culturale. Una cultura, però, anzi una Kultur magmatica, selvaggia, feroce. E proprio per questo vitale…

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Anno Zero. Foreste e deserti

Virus e apertura delle scuole, le criticità

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani esprime seria preoccupazione in relazione all’allarmante incremento giornaliero dei contagi COVID 19 nell’ultima settimana in corso.

I dati e il comportamento assunto da giovani e meno giovani non lasciano molto margine di dubbio rispetto a quanto si verificherà in futuro: una curva di crescita difficilmente controllabile. Circa tali rischi avevamo espresso la nostra posizione più volte, rilevando quanto fossero inadeguate le misure adottate: un metro di distanza tra gli studenti nelle aule non solo è difficilmente praticabile, anche a causa delle diverse problematiche in cui versano molti fatiscenti istituti scolastici, ma, secondo alcuni virologi, risulta inefficace in spazi chiusi. In merito alla mascherina da consigliare (imporre? Ancora non è ben chiaro) alla popolazione scolastica viene da sorridere, se la questione non fosse drammaticamente preoccupante, constatando quanto i giovani nelle nostre belle strade e piazze italiane siano ligi all’obbligo di indossarla dalle 18 pomeriggio alle 06 del mattino. La misurazione della febbre che in tutti gli uffici pubblici dove esista la possibilità di creare assembramento viene rilevata del personale di riferimento, a scuola sarebbe affidata alle famiglie, incorrendo nel rischio di discriminazione tra personale pubblico. Per non parlare degli istituti a rischio, dove è veramente complicato mantenere un barlume di regolarità nelle attività quotidiane; è difficilmente ipotizzabile che ragazzi con propensione alla trasgressione delle norme possano essere gestiti tranquillamente. La scuola è un grande mosaico con tasselli variopinti e diversificati; non si può generalizzare, pensando di poter applicare agevolmente le stesse soluzioni a tutte le particolarità. Proprio per questo già in passato avevamo avanzato delle riflessioni e dei suggerimenti. In un anno così “imperscrutabile” sarebbe stato una prova di buon senso consentire agli “esodati” dalla legge 107/2015 di riavvicinarsi a casa o rimanere nelle proprie sedi di residenza, in considerazione che la mobilità diventa veicolo di trasmissione virale, addirittura qualche Governatore sta ventilando l’ipotesi di “chiudere” la propria regione di pertinenza. Diventa altamente umiliante e frustrante constatare la sproporzione tra il costo della vita e la retribuzione di un docente, soprattutto quando è costretto fuori sede con le condizioni attuali che il COVID 19 comporta (biglietti dei trasporti introvabili e costosissimi; aumenti spese di permanenza; spese di fitto; spese di consumo). Sarebbe auspicabile, soprattutto in considerazione dei nuovi rischi acquisiti per gli educatori (isolamento; malattia; sicurezza sul luogo di lavoro) concedere un bonus decoroso tale da poter coprire le considerevoli spese assunte oppure emanare un provvedimento legislativo atto a consentire il ritorno presso la propria sede di residenza o eventualmente rivalutare la possibilità di far svolgere le attività didattiche in modalità DaD per il personale in questione. Ricordiamo che gli insegnanti fuori sede nel raggiungere le sedi di lavoro sono maggiormente a rischio salute e pertanto nel caso in cui si ammalassero potrebbero ipoteticamente istruire una causa di servizio nei confronti del proprio datore di lavoro. Ci auguriamo che vengano finalmente presi in considerazione i disagi e le difficoltà di una categoria che più volte è stata elogiata dal Ministero per la dedizione e i sacrifici profusi al di là dei propri obblighi, aspetto che non costituisce un dettaglio, ma “sostanza”, nel momento più cruciale per il nostro Paese dal secondo dopoguerra.

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Ponte o tunnel? Ecco i rischi

Un ponte od un tunnel che collegasse la Calabria alla Sicilia, specie nel geologicamente famoso “Messina Strait” ovvero nello Stretto che separa l’Italia peninsulare dall’isola siciliana, unirebbe due zone appartenenti a due differenti macro-aree geologiche, connettendo in modo rigido i lembi di una delle aree sismologicamente più attive del Mediterraneo: vista la complessità, alcuni scienziati lo chiamano puzzle tettonico.

Nonostante sia la struttura che la configurazione sismologica dell’area non siano completamente comprese in tutta la loro dinamica ed in tutta la loro possibile evoluzione, mancando ancora sistemi di equazioni differenziali in grado di predirne l’intensità ed il verso in merito ai prevedibili futuri macro-spostamenti, a causa del numero delle variabili in gioco, è comunque possibile farsi un’idea dei rischi del collegare Reggio Calabria a Messina. Guardando il risultato dei rilevamenti degli scorsi decenni, riassunto nella immagine qui allegata, si evidenza in modo palese una serie di importanti faglie sismologiche, fra le quali quella propriamente detta dello Stretto di Messina , quella di Capo Peloro e quella di Scilla. La complessa rete tettonica in quella zona appare controllata da configurazioni indipendenti e sovrapposte, con zone di sub-duzione della placca su cui si trova la Calabria con moto relativo difforme dai movimenti propri della parte occidentale della Sicilia. La tendenza dinamica delle due placche, quella africana e quella europea, su cui rispettivamente si trovano Sicilia e Calabria, è tale da determinare uno scorrimento relativo molto irregolare sulla direttiva sud-ovest / nord-est: un eventuale collegamento viario, ferroviario e/o una galleria sarebbero esattamente a cavallo dell’interfaccia fra tali placche continentali. Dissipatori energetici e vari altri possibili accorgimenti strutturali per rendere il comportamento di tale eventuale costruzione il più possibile spostato nel cosiddetto campo plastico, ovvero soluzioni strutturali atte ad assorbire almeno parzialmente l’energia di tali micro-movimenti tellurici, sarebbero del tutto inutili vista la situazione geosismica. Prevedibili macro-spostamenti dovuti a subduzione tettonica, nei prossimi anni, in qualunque momento, potrebbero generano regimi tensionali compressivi potenzialmente catastrofici, con faglie inverse capaci di generare violenti terremoti come quello già visto all’inizio del Novecento. In parole più semplici, il voler creare un sistema di trasporti pubblici con strutture poste sopra, ad esempio un ponte di una o più campate, o sotto la superficie del mare, ovvero un tunnel, per collegare Calabria a Sicilia, sarebbe come voler tenere chiusa, durante una giornata di vento, una giacca a vento utilizzando una cucitura di un solo filo di cotone posta a cavallo della “zip” frontale i cui lembi accostati siano già parzialmente aperti ed esposti all’aria. I circa centomila morti del terremoto di Messina del 1908 tragicamente ci ricordano gli effetti catastrofici del costruire strutture in zone a tale altissima probabilità di rischio sismico: dopo il COVID-19 ed il ponte di Genova, ci mancherebbe soltanto un’altro evento di tale gravità, il cui potenziale numero di vittime ed il cui ammontare di danni sarebbero assolutamente inaccettabili rispetto agli eventuali benefici di un tale oneroso
collegamento: sarebbe soltanto un’altra tragedia ampiamente prevedibile da tutto il mondo scientifico.

Carlo Viberti

Via l’amianto da scuole e ospedali

Oltre un milione di euro. Pubblicato il bando regionale, richieste presentabili fino al 30 ottobre 2020

La Regione Piemonte destina oltre un milione di euro ai Comuni, alle Province, alla Città metropolitana di Torino, alle Asl e alle aziende ospedaliere per la bonifica di manufatti contenenti amianto in scuole e ospedali. Lo prevede un bando pubblicato il 6 agosto sul Bollettino ufficiale regionale, dedicato alla presentazione delle istanze di contributo per l’assegnazione delle risorse. A darne notizia è l’assessore all’Ambiente della Regione Piemonte.

Il bando vede una disponibilità attuale di 1.161.800 euro. Fra i beneficiari sono esclusi i Comuni inseriti nella perimetrazione del sito di interesse nazionale di Casale Monferrato, che usufruiscono degli incentivi stanziati da Stato e Regione per la bonifica dell’omonimo sito.

Il bando prevede che gli edifici e le strutture oggetto di bonifica siano di esclusiva proprietà dei soggetti richiedenti. I contributi per la realizzazione delle attività di bonifica sono destinati alla copertura del 100% dei costi di rimozione, trasporto e smaltimento, Iva compresa, e del 100% degli oneri per la sicurezza, Iva compresa. L’importo massimo del contributo regionale assegnabile per ogni singola istanza è pari a 250.000 euro.

Il termine per presentare le richieste di contributo agli uffici della Direzione regionale Ambiente, Energia e Territorio è fissato al 30 ottobre 2020. Gli interventi dovranno essere realizzati e rendicontati entro il 30 novembre 2022.

La documentazione contenente i termini e le modalità di presentazione delle istanze di contributo è disponibile nella sezione del sito web della Regione Piemonte relativa ai bandi di finanziamento:

https://bandi.regione.piemonte.it/contributi-finanziamenti/bando-lassegnazione-contributi-realizzazione-interventi-bonifica-rimozione-manufatti-contenenti

Immobili, mercato in calo

Abitare Co.: nel I trim. 2020 frena il mercato immobiliare in Piemonte, con un calo delle compravendite del -11,7%. Torino prima per compravendite, a Verbania la maggiore flessione (-24,6%)

Nel I trimestre 2020 il mercato immobiliare residenziale piemontese segna una battuta d’arresto, soprattutto a causa del lockdown. Secondo l’elaborazione del Centro Studi di Abitare Co. Abitare Co.società di intermediazione immobiliare focalizzata sulle nuove residenze–, sui dati forniti dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, le compravendite di abitazioni nella regione sono calate rispetto allo stesso trimestre del 2019 del -11,7% (la media nazionale è del -15,5%), con 10.642 transazioni. Il Piemonte si posiziona tra le regioni al 4° posto in Italia per numerosità e al 18° posto per calo percentuale più marcato.

A livello territoriale, nel I trim. 2020 si registra una flessione delle compravendite in tutte le province, con i valori più marcati a Verbania (-24,6% sul I trim. 2019). Seguono Novara (-16,7%), Asti(-14,9%), Vercelli (-14,4%), Torino (-11,6%), Biella (-11,2%), Alessandria (-9,7%), e Cuneo (-4,1%).

Le province che hanno registrato il maggior numero di compravendite sono state, nell’ordine, Torino (6.041), Cuneo(1.390), Alessandria (893), Novara (800), Asti (448), Verbania(379), Biella (352) e Vercelli (339).

E sul fronte dei prezzi? Tra le città capoluogo di provincia, Verbania è la più cara, con prezzi che si attestano a 2.050 al mq,seguita da Cuneo con €1.800, Torino con €1.650, Novara con €1.150, Asti con €1.100, Vercelli con €920, Alessandria con €880 e Biella con €720.

Comprare oro a 2000 dollari?

In questi giorni dal deposito di Paperon de’ Paperoni le urla di gioia soffocano il rumore del caotico traffico di Paperopoli: sono quelle del papero più ricco del mondo che, tuffandosi nelle sue monete d’’oro, vede il loro valore crescere di un fantastiliardo al giorno…

, perché il metallo giallo, che lo zio di tutti i paperi tesaurizza,cresce apparentemente senza limiti ed ha sfondato il “muro” che sembrava invalicabile di 2.000 dollari l’oncia (una misura inglese che vale 28,35 grammi).

Uscendo dai fumetti e tuffandoci nella realtà, conviene fare alcune riflessioni sul fenomeno.

ALTI E BASSI: NON SEMPRE UN AFFARE

Tesaurizzare l’oro è una forma d’investimento che risale alla notte dei tempi; perché mettere da parte il metallo giallo ha affascinato milioni d’investitori.

E chi accumula sterline auree, marenghi o krugerrand, oggi si frega le mani guardando con commiserazione chi preferisce comprare un appartamento o sottoscrivere BTP…

Ma vale veramente la pena tesaurizzare l’’oro o non è meglio usarlo come ogni altra forma d’investimento, cercando di sfruttare periodi positivi, ma vendendolo, invece, quando l’onda del rialzo rischia di creare una bolla speculativa?

Per rispondere è bene guadare fatti e cifre.

Dall’inizio del millennio ad oggi il prezzo è salito da 270 a 2.050, un rialzo impressionante del 650%; ma dal 1995 al 2001 il prezzo è sceso da 400 a 270 (con una flessione del 32%). E nel più lungo periodo, notiamo che nel 1981 la quotazione era (guarda caso…) 400 dollari, quindi nei 14 anni dal 1981 al 1995 il rendimento è stato nullo!

Diverso il discorso per uno speculatore attento e capace: nel 1860, ad esempio, durante la guerra civile americana, la quotazione dell’oro passò da 22 a 60 dollari l’oncia, triplicando il valore in pochissimo tempo. Ma, appena sopraggiunta la pace, la quotazione tornò sui precedenti livelli

Alla fine della seconda guerra mondiale (dopo ottanta anni) il prezzo era arrivato a 35 dollari l’oncia (guadagno del 50%, niente rispetto ad investimenti alternativi in un periodo così lungo!) e restò immutato fino alla fine della convertibilità in oro del dollaro, quando il prezzo balzò, in quattro anni, fino ad oltre 150 dollari.

Un altro grande boom si verificò negli anni Ottanta, con un prezzo cresciuto fino a 850 dollari l’oncia, livello rimasto, però, isolato fino al 2007…

Sì, l’oro trasmette valore attraverso i secoli ed i millenni, ma non è un affare nel lungo periodo, anzi. Dal 1700 ad oggi il metallo giallo si è incrementato, in termini reali, dell’1,5% anno.

Insomma, non è tutto oro quel che luccica; nemmeno l’‘oro…

E guadagna chi non tesaurizza ma specula, comprando e vendendo (sperando di azzeccare i momenti giusti!).

 

COME COMPRARE ORO: LE MONETE

Per investire in oro il sistema classico è quello di comprare monete auree, che possono essere vendute anche per piccole quantità, in caso di necessità.

Il vantaggio delle monete è che possono essere custodite in una cassetta di sicurezza in banca, in forma totalmente anonima, consentono di accumulare un grande valore in poco spazio, sono un bene “incorruttibile” e facilmente trasferibile tra privati, sfuggendo alla tassazione su redditi e plusvalenze.

È importante non confondere le monete in metallo prezioso con le monete commemorative o numismatiche, il cui valore dipende dal disegno e dalla finitura più che dal contenuto in oro, e che non convengono come investimento (quando andate a venderle, scoprirete che non valgono nulla in più dell’‘oro contenuto…).

Le monete più trattate sul mercato sono le sterline inglesi (“vecchie” e “nuove”), i marenghi di vario conio (francese, italiano, belga), i krugerrand sudafricani, i dollari USA (aquila o indiano), i cileni, i pesos messicani. Per l’‘acquisto ci si può rivolgere a negozi specializzati, stando attenti a richiedere un certificato di garanzia per eventuali necessità di rivendita.

I prezzi delle varie monete sono pubblicati dai principali quotidiani finanziari.

UN’’ALTERNATIVA: TITOLI MINERARI

In un mondo in cui il “bene fisico” sembra sparire, ci sono le alternative all’acquisto dell’oro: si tratta delle azioni delle società minerarie che estraggono il metallo giallo oppure i fondi comuni che investono esclusivamente in oro.

La prima alternativa è basata sulla considerazione che il rialzo del prezzo dell’’oro porta maggiori utili per chi lo estrae (perché i costi sono fissi, ma i ricavi aumentano). La maggior parte delle società è quotata in Sudafrica, ma ce ne sono quotate anche nelle Borse di Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti ed Australia. La scelta naturalmente va fatta con molta attenzione, avvalendosi del consiglio di esperti in grado di selezionare i titoli migliori. E’ un investimento tipico per speculatori e per chi conosce abbastanza bene le regole della Borsa e dell’acquisto di titoli all’estero.

Sarebbe fuorviante equiparare l’investimento in azioni ordinarie di un’azienda mineraria specializzata in estrazione aurifera con un investimento diretto in oro, poiché vi sono differenze significative. Il potenziale di rivalutazione di un’azione di un’azienda mineraria dipende dalle aspettative per quanto riguarda il prezzo futuro dell’oro, il costo dell’estrazione, la probabilità di ulteriori scoperte d’‘oro e vari altri fattori. Il successo dell’investimento dipende quindi, in una certa misura, dai profitti futuri e dal potenziale di crescita dell’azienda e non solo dal prezzo del metallo.

MA CI SONO ANCHE GLI ETF

La seconda alternativa apparentemente è migliore, perché si tratta di acquistare quote di un ETF che investe in oro. Come noto, gli ETF sono fondi comuni quotati in borsa, facilmente comprabili e vendibili con costi irrisori, che riflettono passivamente l’andamento della Borsa o del bene cui sono indicizzati.

Nessun problema di cassetta di sicurezza, ricerca dell’eventuale compratore in caso di necessità di ricuperare i soldi, nessun problema di incappare in truffatori che ti rifilano patacche con l’immagine della regina Elisabetta…

Ma attenzione!

Non tutti i fondi investono effettivamente in oro (acquistandolingotti ed immagazzinandoli). Si sono, purtroppo, diffusi anche ETF “finti” che non comprano l’oro, ma certificati rappresentativi dell’oro o addirittura speculano attraverso futures o contratti derivati. In certi casi si è verificato che alcuni fondi non hanno beneficiato dell’’enorme rialzo del prezzo del metallo giallo, perché i costi di continuo rinnovo dei contratti di futures erodeva in misura rilevante gli utili teorici conseguiti.

Attenzione, quindi, a scegliere un fondo “vero” che detenga sul serio l’‘oro e che quindi ne segua perfettamente l’andamento.

 

I VANTAGGI DELL’INVESTIMENTO IN ORO

Aggancio dell’investimento al dollaro

Mercato mondiale

Possibilità di forti guadagni nel breve periodo

Massima riservatezza

Nessuna tassazione (neanche di successione, se conservato in casa

GLI SVANTAGGI DELL’INVESTIMENTO IN ORO

Nessun reddito

Alto costo di commissioni

Rischio di acquistare pezzi falsi

Possibilità di forti perdite

Gianluigi De Marchi

Alle Molinette la Radioterapia ferma le aritmie cardiache

STORIE D’AGOSTO / L’inedita accoppiata cardiologi – radioterapisti blocca le aritmie cardiache senza entrare nel cuore.

All’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino è stata messa a punto una innovativa tecnica per curare il circuito elettrico alla base delle aritmie ventricolari maligne in maniera non invasiva, dall’esterno, grazie alla radioterapia. Il primo caso sperimentato con successo è stato un paziente di 73 anni, grazie alle équipes universitarie di Cardiologia (diretta dal professor Gaetano Maria De Ferrari) e di Radioterapia (diretta dal professor Umberto Ricardi). 

Solitamente i pazienti con aritmie maligne, le cosiddette “tachicardie ventricolari”, vengono trattati con l’impianto di un defibrillatore che è in grado di interrompere l’aritmia con una scarica elettrica. Tuttavia il defibrillatore non previene l’insorgenza della tachicardia ventricolare e sono sempre più numerosi i pazienti che soffrono di episodi ripetuti di scarica elettrica in risposta alle tachicardie ventricolari, con peggioramento delle condizioni cliniche e della qualità della vita. Quando possibile questi pazienti vengono trattati con una “ablazione” del circuito alla base dell’aritmia, inserendo dei cateteri nel cuore e “bruciando” la zona critica dell’aritmia. In casi particolarmente avanzati però l’aritmia ritorna ed in questi casi non vi sono soluzioni riconosciute per risolvere il problema.

In questo caso il paziente di 73 anni era stato sottoposto in passato a tre interventi cardiochirugici e soffriva da un anno di tachicardie ventricolari recidivanti. E’ stato sottoposto due volte ad ablazione dell’aritimia nel reparto di Cardiologia universitaria delle Molinette. Nonostante un’iniziale apparente efficacia, nella seconda procedura si è evidenziata la persistenza di un circuito aritmico nella parte esterna del ventricolo sinistro (a livello epicardico). Nei Centri più esperti, come le Molinette, è possibile accedere all’epicardio con i cateteri per completare l’ablazione. Purtroppo questo non era possibile in questo paziente a causa degli esiti dei tre interventi cardiochirurgici precedenti. Si era rimasti pertanto senza armi per contrastare l’aritmia.

Quando il paziente ha accusato nuovi episodi di tachicardie ventricolari dopo la seconda ablazione, è stato costituito rapidamente un gruppo di lavoro, composto anche dal cardiologo professor Matteo Anselmino e dal radioterapista dottor Mario Levis. Grazie ai dati degli studi elettrofisiologici di ablazione, di particolari TC cardiache e ad una complessa serie di simulazioni e calcoli, si è messo a punto il piano terapeutico ideale per somministrare una singola seduta di radioterapia, somministrando una dose molto elevata di radiazioni in modo molto preciso ed accurato. Tale tipologia di trattamento, definita radioterapia stereotassica ablativa,  viene normalmente applicata in ambito oncologico, come alternativa alla chirurgia con lo scopo di ablare in modo non invasivo lesioni tumorali di volume limitato. Il paziente è stato quindi sottoposto ad una sola sessione della durata di trenta minuti, completamente non invasiva, durante la quale ha ricevuto la dose prevista, utilizzando anche una tecnologia innovativa che consente di sincronizzare l’erogazione della radioterapia seguendo precisamente il movimento respiratorio. Questo sistema ha consentito di ridurre ulteriormente la zona irradiata e quindi i possibili danni ai tessuti circostanti, centrando al meglio il focus responsabile dell’aritmia. L’intervento è tecnicamente riuscito. Dal giorno del trattamento il paziente non ha più avuto alcuna tachicardia ventricolare, mentre nei tre mesi precedenti aveva accusato quattro episodi di tempeste aritmiche con scariche elettriche del defibrillatore.

“Siamo molto contenti del risultato ottenuto – dichiara il professor De Ferrari – e della possibilità di poter offrire, in aggiunta ad un ventaglio di opzioni terapeutiche, anche questo approccio innovativo ai pazienti più complessi. L’ospedale Molinette è uno dei 4 Centri italiani invitati a far parte del consorzio europeo Stopstorm, che metterà a punto gli standard per questa nuova terapia, che conferma la Città della Salute Centro di riferimento per i pazienti con cardiomiopatie ed aritmie maligne”.

 

Derivato del colesterolo blocca il virus

Una collaborazione tutta italiana – con il coinvolgimento dello Startup Panoxyvir – dimostra implicazioni importanti nella terapia di COVID-19

 

La molecola 27-idrossicolesterolo (27OHC) è presente nel nostro corpo come fisiologico prodotto del metabolismo ossidativo del colesterolo.

In colture cellulari infettate con il SARS-CoV-2, il virus responsabile di COVID-19, il 27OHC è risultato essere un forte inibitore della replicazione virale. La rilevanza di tale evidenza scientifica è ulteriormente sottolineata dalla contemporanea osservazione di un vistoso calo di questa molecola con proprietà antivirali nel sangue dei pazienti COVID-19.

La doppia scoperta, in pubblicazione online sulla rivista scientifica Redox Biology, è il risultato di una cooperazione multidisciplinare tutta italiana, tra Panoxyvir, una start-up innovativa e spin-off accademica dell’Università di Torino, coordinatrice del lavoro, il Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologia (ICGEB) di Trieste, che ha testato la molecola sul SARS-CoV-2 isolato da individui contagiati, e l’Ospedale di Desio/Università di Milano Bicocca, che ha monitorato i livelli di 27OHC nel sangue di individui positivi al SARS-CoV-2, asintomatici o con COVID-19 di grado moderato o severo.

Panoxyvir da tempo puntava sull’attività antivirale ad ampio spettro del 27OHC, avendone già dimostrato la capacità di bloccare i Rhinovirus, i principali agenti del raffreddore comune, e i Rotavirus, la causa più comune di gastroenterite virale nei primi anni di vita, con un meccanismo che non bersaglia direttamente le particelle virali, bensì modifica in modo transiente fattori della cellula ospite necessari ai virus per replicarsi.

Tra i principali autori della ricerca, oltre ai tre fondatori di Panoxyvir, Giuseppe Poli, patologo generale, David Lembo e Andrea Civra, virologi dell’Università di Torino, Polo San Luigi Gonzaga, vi sono Alessandro Marcello, virologo all’ICGEB, e Valerio Leoni, biochimico clinico presso l’Ospedale di Desio/Università di Milano Bicocca.

L’elevata biocompatibilità della molecola, dovuta alla sua origine fisiologica, e l’estrema varietà di virus ad ampia diffusione che è in grado di inibire, come un antibiotico ad ampio spettro nel caso delle infezioni batteriche, candidano il 27OHC ad un rapido sviluppo pre-clinico per giungere al più presto ai primi studi clinici sull’uomo e proporsi come strategia antivirale complementare ai vaccini nel far fronte a pandemie attuali ma anche future.