ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 170

Edifici antisismici, la proposta di Uncem

DISPONIBILI A LAVORARE CON GOVERNO E PARLAMENTO SU NUOVI INCENTIVI PER EDIFICI ACOSTRUITI CON MATERIALI DEI TERRITORI, SICURI E SENZA CONSUMO DI ENERGIA

“Uncem è disponibile a lavorare con il Governo, con il Parlamento, con le Professioni e le Imprese a nuovi strumenti economico-finanziari statali che incentivino la rivitalizzazione del vecchio e insicuro patrimonio edilizio italiano. Nelle città come nei paesi. Abbiamo bisogno di strumenti finanziari e incentivi economici, a fondo perduto o in prestito agevolato, che permettano di rendere immobili residenziali e per servizi più sicuri, antisismici, realizzati o ristrutturati con materiali a basso impatto e prodottti sui territori, a partire dal legno a metri 0, cemento e mattoni green, e che non consumino energia. Non basta sostituire una caldaia, qualche infisso, mettere polistirolo di cappotto, se poi l’edificio è insicuro e fragile. Troppo spesso finora è stato così.  Altri Paesi europei dietro le Alpi hanno preso una seria viadi rivitalizzazione, da decenni. Qualità architettonica, programmazione, impatto ambientale e consumo energia zero. Dobbiamo riuscirci anche noi. Vale per il patrimonio pubblico, a partire dalle scuole, e a tantissime sono ancora poco sicure, vale per il patrimonio edilizio privato, a partire dall’edilizia convenzionata. Quello che deve essere abbattuto, venga rifatto. Con criteri ZEB. Zero consumo energetico, antisismici. Servono molte risorse, diverse decine di miliardi di euro. Servono per condomini come per unifamigliari e bifamigliari. Si può azzerare o comunque ridurre dell’80% il consumo energetico. Le certificazioni esistenti per gli immobili ci dicono come fare, hanno precisi disciplinari. Penso a Itaca, CasaClima, PassivHous, Leed. Seguiamoli. L’area del cratere sismico, prima di altre. E poi tutto il Paese. Un piano serio e duraturo per rigenerare il costruito, mettendo insieme le migliori università italiane a lavorarci. Archistar ma soprattutto giovani professionisti. Ci stanno entrambi nel Piano. Che non può aspettare”.

Lo afferma Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem.

Successo del bando per idrogeno verde in aree dismesse

Undici i progetti presentati, la graduatoria a fine marzo. Il presidente Cirio e l’assessore Marnati: «Il Piemonte dimostra di essere pronto a far crescere la valle dell’idrogeno verde e diventare un punto di riferimento europeo»

 

Aperto lo scorso 30 dicembre si è chiuso in questi giorni, il bando dedicato alle imprese per la produzione di idrogeno verde in aree industriali dismesse che poggia su una dotazione finanziaria di 19,5 milioni di euro per il Piemonte.

Ben 11 i progetti che sono stati presentati; la graduatoria di quelli ammessi sarà approvata a fine marzo.

Una risposta, quella delle imprese al bando per la produzione di idrogeno verde che rende appieno la misura di come il Piemonte sia pronto e preparato per questa sfida. Obiettivo della misura prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e che poggia su una dotazione finanziaria complessiva di 450 milioni di euro, è quello di creare, sul territorio nazionale, 10 Hydrogen valleys, ovvero aree industriali con economia in parte basata sull’idrogeno.

«Il grande successo di partecipazione al bando per la produzione di idrogeno verde in aree industriali dismesse – commentano il presidente della Regione Alberto Cirio el’assessore all’Ambiente ed Energia Matteo Marnati – dimostra che c’è molta attenzione e volontà a dare vita ad una filiera dell’idrogeno nel nostro Piemonte che mostra così, per l’ennesima volta, di essere pronto a far crescere la valle dell’idrogeno verde e diventare un punto di riferimento europeo». «La nostra Strategia sull’idrogeno – aggiungono – si basa, tra gli altri, su questi principi cardine: promuovere la produzione di un vettore energetico pulito perché prodotto da fonte rinnovabile, il suo utilizzo nell’industria e nel trasporto locale, sfruttare gli spazi industriali inutilizzati e creare occupazione, sia nelle aziende che si occupano della ristrutturazione degli edifici e dell’ammodernamento degli impianti, sia nelle attività previste dall’industria dell’idrogeno».

La misura finanzierà l’installazione di elettrolizzatori su siti industriali dismessi che produrranno idrogeno a partire da energia elettrica prodotta da impianti a fonti rinnovabili di nuova costruzione installati sul sito o connessi, anche tramite la rete, al sistema di produzione di idrogeno.

Crescita economica, Giachino (SitTav): “Una domanda a Elly Schlein”

Per la Crescita economica, per il Lavoro e per aumentare il PIL PROCAPITE e gli interventi a favore delle fasce più deboli, la TAV insieme alla Gronda di Genova sono strategici.

Quale sarà la posizione del PD visto che Lei ha votato Mozioni NOTAV a in Europa? Glielo chiedo avendo organizzato le Manifestazioni SITAV che hanno portato tutta Torino e il Piemonte in piazza nel 2018.

Negli ultimi vent’anni l’Italia ha perso oltre 20 punti di PIL procapite rispetto alla media europea che ha toccato la parte più debole e fragile del Paese a partire dalla Area Metropolitana di  Torino e provincia amministrate dal 1993 per 25 anni dalla sinistra e cinque dai grillini.

Occorre rilanciare la crescita unico modo per creare nuovi posti di lavoro veri e non a tempo parziale , per diminuire il Debito Pubblico e il suo costo e destinare le risorse che oggi rimborsano il debito pubblico alla sanità e alla assistenza.

Per ritornare alla crescita occorre rendere più competitivo il Paese per attrarre nuovi investimenti esteri. La TAV, la Gronda e la Diga di Genova, il Brennero sono le opere che spostando traffici commerciali e turistici portano nuova crescita così come sul Piano industriale la difesa del settore automotive è essenziale.

Quale sarà l’atteggiamento del PD visto che in Val di Susa vi sono illustri Sindaci NoTav iscritti al PD e visto l’atteggiamento della Nuova Segretaria in Europa?
 
Mino Giachino – SITAV SILAVORO 

Investimenti Pnrr, Uncem: per i Comuni impossibile anticipare le somme

DIFFICILE SPENDERE, PAGARE LE IMPRESE, RENDICONTARE E ASPETTARE GLI ACCREDITI DEL MEF. IL MECCANISMO DI SPESA È GIA’ BLOCCATO

“È impossibile per i Comuni montani e per quelli più piccoli, con meno di 5mila ma anche di 15mila abitanti, anticipare le somme per gli investimenti e le opere del PNRR. Sono stati previsti fondi statali per la progettazione delle opere, e un altro fondo per contrastare l’aumento dei costi di energia e delle materie prime, ma finora non è previsto un fondo rotativo, montato ad esempio da Cassa Depositi e Prestiti, per consentire ai Comuni di spendere, pagare le ditte che lavorano, rendicontare e poi serenamente aspettare gli accrediti da parte del Ministero. Oggi i Comuni, a ogni stato di avanzamento di opere PNRR, devono tirare fuori soldi della loro cassa, che molto spesso non hanno. E così tutto si blocca, per problemi contabili e finanziari. Un fondo rotativo da 500milioni di euro consentirebbe di ovviare al problema, che di fatto inceppa il PNRR”.

Lo afferma Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem, a margine dell’audizione in Senato sul PNRR.

La soddisfazione di Ascom per la misura Mip della Regione

In  riferimento al finanziamento da 6,3 milioni di euro per la misura MIP Mettersi in Proprio per il prossimo triennio da parte della Regione Piemonte, Ascom Torino esprime la propria soddisfazione per  questo importante finanziamento.

“Desideriamo sottolineare – dichiara il direttore di Ascom Confcommercio Torino e provincia Carlo Alberto Carpignano – l’importanza di questa storica misura, che consente alle persone di tradurre la loro idea imprenditoriale in nuova impresa, partendo con tutti gli strumenti necessari per affrontare la sfida. Ascom Torino, attiva sul campo con Mip sin dalla creazione del servizio, mette a disposizione professionisti e tutor con esperienza e competenza per avere la giusta cassetta degli attrezzi”.

Il poliamore

Da alcuni anni è entrato nel lessico comune il vocabolo poliamore: vediamo di cosa si tratta.

A differenza dei triangoli amorosi nei quali uno dei due coniugi (o conviventi) è all’oscuro del comportamento dell’altro, nel poliamore la relazione allargata è palese, tutti i componenti sono consenzienti, non vi sono regole predefinite o fedeltà da rispettare e, va da sé, è bandita la gelosia.

In un’epoca in cui i rapporti amorosi hanno accusato colpi pesanti per la crisi, per la paura che l’uomo ha di una presunta supremazia della donna e, da non sottovalutare, per la convivenza forzata durante la pandemia, un istituto come il poliamore sembrerebbe una soluzione in grado di dare una boccata di ossigeno al tradizionale rapporto di coppia, tanto per lui quanto per lei.

Sui social sono sempre più numerosi i gruppi e le pagine dedicate al tema; ho perciò contattato alcuni iscritti, di entrambi i sessi, per capire qualcosa in più; userò nomi di fantasia perché alcuni sarebbero riconoscibili.

Sabrina, 37 anni, un divorzio alle spalle, ha conosciuto un paio di anni fa Matteo, 40enne divorziato anch’egli. Da subito hanno pensato di inserire qualcuno nel loro menage per evitare che subentri la routine che può portare una coppia alla crisi. Sabrina è bisex quindi perché non cercare una donna? Ecco che, tra le tante persone contattate, Francesca, 38 anni, una convivenza finita male, ha incontrato il consenso di entrambi.

Niente gelosia, stessi interessi, stessi gusti per il cibo, Francesca è andata a convivere con Sabrina e Matteo poche settimane dopo averli conosciuti. Dormono in un unico lettone ma c’è comunque una camera da letto ulteriore nel caso uno abbia la febbre, si ritiri tardi la notte o non riesca a dormire.

Storia diversa invece per Franco e Stefania, coppia coniugata da 6 anni, che hanno incontrato Mario e Annalisa, anch’essi coniugi, in vacanza. In questo caso tra ognuno degli uomini e la donna dell’altro è scoccata la scintilla, arrivando a pensare di lasciare il coniuge per formare una nuova coppia. Intelligentemente, però, hanno deciso di parlarne tutti e quattro seduti a tavolino ed è stata Stefania a proporre di andare a vivere tutti e quattro insieme, inizialmente prendendo un appartamento più grande in affitto poi, se tutto funzionerà, ne compreranno uno vendendo gli altri due. Franco e Mario, etero, Stefania e Annalisa, entrambe bisex, hanno trovato, a quanto raccontano, il giusto equilibrio senza regole rigide di assegnazione dei ruoli. E non c’è bisogno di scrivere i turni per le pulizie, la cucina, la spesa, il bucato, ecc: spesso si offrono volontari in due o tre, la spesa quando si può la fanno insieme come momento conviviale, per unire il divertimento alla necessità. Decidono sul momento quale sarà la coppia che si coricherà in una stanza o cosa vorranno fare sotto le lenzuola.

Potrei citare altri esempi e, da quanto leggo, sono sempre più numerose le persone che si avvicinano a questo stile di vita.

Ovviamente la nostra legislazione e quella di moltissimi altri Paesi non contempla ancora nel proprio ordinamento la possibilità di contrarre un matrimonio a tre o a quattro (lo Stato dello Utah ha depenalizzato la bigamia nel 2020) e sicuramente sorgerebbero non pochi problemi di successione e di riconoscimento della paternità; in caso di gravidanza, infatti, si renderebbe sempre necessario un test del DNA qualora la sia la donna ad avere più di un partner.

Come dare torto, però, a chi riesce a crearsi una relazione felice, consensuale, palese in barba alle tradizioni?

Ma cosa spinge una persona ad accettare che l’oggetto del proprio amore venga diviso con una terza persona? Spesso è la curiosità a farla da padrona (una bionda ed una mora, una snella ed una oversized) oppure la propensione di una delle due persone a compiere atti che l’altra persona non pratica, ma le ragioni sono individuali e variegate.

La nostra cultura ammette più volentieri che un uomo vada con un’altra donna ma non il contrario ed il motivo è soprattutto biologico: in tempi in cui non si conosceva l’esistenza del DNA come essere sicuri che un figlio fosse del marito anziché dell’amante?

Le religioni per secoli hanno imposto modelli e stili di vita che i social da un lato e la mobilità sul pianeta dall’altro hanno scombussolato. Fabrizio De André, nel monologo tenuto durante il suo ultimo concerto del 1998 al Teatro Brancaccio, spiega molto bene il senso di “valore”: spesso non accettiamo alcuni “valori” nuovi perché siamo troppo attaccati ai nostri, perché occorre attendere di storicizzarli. In altre parole, sono valori che noi non riconosciamo ancora come tali.

Ricordiamoci che le rivoluzioni sono spesso nate dal dissenso del singolo o di pochi individui che al momento vennero presi per matti, eretici, blasfemi ma che, talvolta, hanno portato a cambi epocali di costume.

Quotidianamente vediamo attacchi da parte di vegani contro onnivori o di eterosessuali contro gay; nessuno obbliga nessuno: se una patica non ci aggrada basta evitarla. Parafrasando il compianto Maurizio Costanzo direi: “Se va bene a loro, buon poliamore a tutti”.

Sergio Motta

Non solo 8 Marzo: i “diritti” della donna


Le giornate “a tema”: giuste? Non giuste? Esagerate? Noiose?


Forse la risposta corretta è la stessa che mi dà tuttora mio padre quando gli pongo un interrogativo: “dipende”.
Fino ad oggi non ero sicura di voler trattare dell’8 marzo, la “Giornata internazionale dei diritti della donna”, poiché so già essere tantissime le notizie riguardanti tale ricorrenza, tante quasi quante sono le mimose che verranno regalate da amici, parenti e fidanzati. Non ero certa di volermi tuffare in questo flusso di articoli, letture e opinioni che ogni anno divampano in rete in tale peculiare giornata marzolina.
Alla fine tuttavia mi sono decisa: sì, forse è il caso di parlarne.
A farmi cambiare idea è stata una mia classe, perché alla fine parte sempre tutto da loro, dai ragazzi, da queste persone in miniatura – è un eufemismo, molti sono già più alti di me – che con focosa ingenuità e bonaria bramosia si accingono ad entrare a far parte del mondo degli adulti.
Si parlava a scuola “del giorno della donna”, del perché si festeggia, se fosse cosa opportuna, se e perché si continui a discorrere di questa fantomatica lotta per la parità dei diritti.
In particolare mi ha colpito una classe, i cui studenti hanno voluto partecipare attivamente al dibattito, mettendosi in gioco senza filtri e gridando – nel vero senso del termine- le proprie opinioni; sono sempre molto felice quando si instaurano tali momenti di confronto, eppure alcune asserzioni mi hanno lasciata perplessa: secondo alcuni allievi “non tutti i mestieri sono adatti alle femmine”, secondo altri “la donna è più importante nella famiglia perché è quella che vuole più bene ai figli”, oppure “il papà deve lavorare, la mamma tiene in pancia il bambino”; dall’altra parte le femminucce non sono state tacite ad ascoltare: “le donne sono migliori degli uomini!”, “noi sappiamo fare più cose, molte anche insieme!”.
Insomma, un’arena degna dei bei tempi andati del Colosseo.
Di certo nessuna convinzione nasce dal niente, queste certezze lapidarie da qualche parte dovranno pur derivare, ma non sono qui per dare giudizi, al contrario per discutere, porre domande, riflettere.
E la mia conclusione è stata appunto che forse due parole a proposito di questa faccenda è bene farle, perché, per quanto non lo vogliamo accettare, questi “ragazzini” sono e saranno i cittadini di domani, ed è quindi ora che inizino a ragionare con la propria testa e non per sentito dire.
Certo è difficile parlare di femminismo oggi, in una società che apparentemente aborra le distinzioni di genere, deturpa la scrittura con asterischi e schwa, declama la non sottomissione ad alcuna categoria, agogna l’uguaglianza e intanto si soffoca tra il pullulare di nuove definizioni, termini e subdole etichette che a mio parere di inclusivo non hanno granché.
Forse è vero che è tutto più complesso rispetto ad una decina di anni fa: l’informazione incessante, l’inclusione forzata, la censura mascherata da “politically correct”, il ritmo della vita sempre più frenetico, le fake news, l’esperienza virtuale, “i likes”. La perdita della manualità, del concreto, del rapporto diretto.
Si generalizza, ovviamente, eppure in questo marasma informe, sta di fatto che, a proposito di diritti femminili, dalla Pankhurst siamo passati alle influenser che non si fanno la ceretta.
Senza nulla togliere agli idoli giovanili, mi sento in dovere di citare qualche “vecchia gloria”, perché forse un po’ la bussola la stiamo perdendo.
Ognuno ha il proprio linguaggio prediletto, il mio rimane quello dell’arte, ed è dalle artiste del Secondo Novecento che voglio far partire la mia riflessione.
Sono gli anni Sessanta, divampano i movimenti civili, accresce il desiderio di cambiare la società, dal punto di vista artistico si gettano le basi per il movimento artistico-attivista femminista che avrà il suo apice negli anni Ottanta. Spiccano alcune voci femminili che vogliono, attraverso il proprio lavoro, influenzare la cultura, deturpare gli stereotipi e creare nuovi spazi comunicativi.
Il linguaggio dell’arte diviene mezzo espressivo di un punto di vista nuovo sulla società contemporanea, nonché occasione per discutere e denunciare ingiustizie e disuguaglianze.
Tale movimento femminista si caratterizza – così come in genereale l’arte di quell’epoca- per la ricerca sperimentale di nuovi e numerosi medium, primo fra tutti l’uso del corpo: nascono la Performance, gli Happenings e la Body Art.


Accomunano Performance e Body Art una evidente forza comunicativa, attraverso la quale il messaggio arriva in modo violentemente diretto allo spettatore, sfruttando una sorta di rapporto “faccia-a-faccia” con il pubblico, che è colpito visceralmente, grazie ad un contatto impattante e privo di alcuna censura.
Numerose artiste utilizzano poi la Videoarte, nel tentativo di innescare una vera e propria rivoluzione mediatica.
Il corpo, nello specifico il corpo femminile, diviene principale campo di battaglia, attraverso la tensione della carne si mette in scena l’imperfezione, il dolore, la discriminazione sociale e politica, grazie alla sconcertante e fastidiosa nudità si è forzatamente costretti a prendere in esame la problematica della sessualità, della ricerca d’identità, del consumismo, della moda che diventa dogma morale e imposizione stereotipata.
I nomi che si fanno portavoce di tali esperienze sono assai numerosi, così come lo sono quelli delle artiste che ancora oggi perseguono i medesimi obiettivi e continuano a indagare l’infinita complessità della discriminazione – solo per citarne alcune, Kara Walker, Jennifer Linton e Mary Schepisi.-
Ritengo davvero interessente notare come tuttora il medesimo corpo femminile sia ancora protagonista indiscusso della scena: senza eccessivi voli pindarici basti pensare agli outfit di Chiara Ferragni al Festival di San Remo, oppure a quanta attenzione è stata data alla ricerca estetica di numerosi cantanti, il cui aspetto ha destato sicuramente più attenzione della performance canora – e cito Rosa Chemical solo per esemplificare al massimo.-
Quanto scalpore dunque per questi corpi modificati da piercing e tatuaggi, quanto clamore per un vestito sul quale troneggiava una nudità intelligentemente portata sul palco.
Forse non siamo ancora pronti per la “modernità”, o forse tale “modernità” non è poi così qualificata come la percepiamo, perchè il mio timore è sempre lo stesso, ossia che rimaniamo in superficie, sfioriamo le problematiche senza scandagliarle nel profondo, non abbiamo abbastanza tempo per indagare, così esplicitiamo giudizi banali e proponiamo soluzioni già viste. Sembra proprio che la vacuità estetica rispecchi una sorta di frivolezza sociale, che, permettetemi, stride non poco con le ricerche artistiche e sociali dei periodi addietro.
Impossibile a questo punto non citare Carolee Schneemann, classe 1939, statunitense, protagonista di celebri performance, tra le quali “Up to and including her limits”, in cui Carolee è nuda e appesa ad un gancio, ondeggia nell’intento di resistere il più possibile, mentre traccia sul pavimento con un pennello i segni della propria oscillazione. È sempre lei la provocante autrice di “Interior scroll”, una lettura ad alta voce del suo stesso componimento “Cezanne, She Was A Great Painter”, scritto su una pergamena arrotolata che l’artista estrae poco alla volta dal suo sesso. Questo il suo modo di “combattere il patriarcato.”
Provocante ai limiti del visivamente sostenibile è il lavoro di Gina Pane. Le sue performance si basano sull’utilizzo di lamette e spine che vengono conficcate nella carne sanguinante; per Gina il corpo femminile è una cassa di risonanza sociale, in bilico tra maternità e interiorità, costantemente sottoposto al dolore che caratterizza l’esperienza umana. La sua poetica ben si evince in “Azione sentimentale”, in cui Gina stacca le spine di un bouquet di rose e se le inserisce lentamente lungo le braccia, oppure in “Le lait chaud”, quando l’artista si taglia la schiena con un rasoio ed è addirittura fermata dal pubblico che le impedisce di ferirsi il volto.
Una delle opere che prediligo è “My Bed” di Tracey Emin, un’installazione realizzata per la prima volta nel 1998, un lavoro nato a causa della fine di una relazione amorosa e testimone di un frammento di vita dell’artista stessa. L’opera è costituita dall’accumulo di diversi oggetti posti sopra e attorno ad un letto, biancheria intima, vestiti, bottiglie di alcolici, anticoncezionali, vecchie polaroid e mozziconi di sigarette; la versione originale prevedeva anche una bara su cui era posizionato il letto medesimo e un cappio che pendeva dal soffitto. La stessa Trecy così esplicita il significato del suo operato: “Nel 1998 mi lasciai con il mio compagno e trascorsi quattro giorni a letto, a dormire, in uno stato di semi-incoscienza. Quando mi svegliai, mi alzai e vissi tutto il caos che si era ammassato dentro e fuori dalle lenzuola.” Un amore finito, un’esperienza così personale eppure comune a tutte, che prende forma senza timore di rappresentare lo sconquasso del sentimento.
E infine c’è “Lei”, la regina della performance, Marina Abramovic, madre indiscussa della Body Art, una delle donne più conosciute della scena contemporanea, una vera e propria rock star dell’arte.
Marina da sempre indaga la dinamica dei rapporti e del sentire umano, lo fa offrendo completamente il corpo agli spettatori, come in “Rhytm 0”, esibizione svoltasi a Napoli nel 1974: Marina si espone e si dona al pubblico, è inerme e circondata da oggetti di varia natura che le persone sono invitate ad utilizzare su di lei; la performance termina in maniera agghiacciante, alcuni le tagliano via i vestiti, altri la graffiano, la tagliano e c’è addirittura chi le mette in mano una pistola carica. Il tutto dura sei ore, alla fine l’artista fuoriesce dal ruolo di vittima sacrificabile, di persona-oggetto e aspetta il confronto con gli astanti che però si dileguano velocemente, incapaci di spiegare logicamente la brutalità insita nell’essere umano.
Si potrebbe continuare a lungo, citando la ricerca di queste artiste e moltre altre, ma qui si tenta solo di filosofeggiare, non di impartire lezioni approfondite.
Così mentre il corpo e l’estetica rimangono gli strumenti prediletti per continuare a combattere le ingiustizie, le discriminazioni e le disparità, forse è cambiata la forza con cui sferziamo i colpi per i nostri diritti.

Alessia Cagnotto

Vilnius in visita alle comunità energetiche condominiali di Acea Pinerolese Energia

Una delegazione della istituzione pubblica “Renovate the City” della Città di Vilnius, Capitale della Lituania, è stata  in visita a Pinerolo per conoscere il modello virtuoso in fatto di transizione energetica del condomini autoconsumatori collettivi, le comunità energetiche condominiali, di Acea Pinerolese Energia con il progetto Energheia.

Il programma Renovate the City di Vilnius si pone l’obiettivo di rinnovare i quartieri di Vilnius e gli oltre 5000 condomini e particolare attenzione ha destato in ambito dell’Unione Europea, la Case History di Acea Pinerolese in fatto di notevole riduzione dei costi energetici per i cittadini e di transizione concreta e possibile alle fonti rinnovabili.

Un modello Pinerolo replicabile a Vilnius, Città con la quale l’azienda pubblica Acea Pinerolese Energia è in contatto e ha così attivato uno scambio per dare consulenza all’azienda pubblica della Capitale Lituana in questa opera significativa verso l’efficientamento energetico come previsto dalle direttive Europee.

Il modello Pinerolese delle Comunità energetiche condominiali era stato infatti al centro dell’attenzione dei Paesi Europei in occasione di un incontro tenutosi nello scorso dicembre al Comitato delle Regioni dell’Unione Europea a Bruxelles, come soluzione alla riduzione dei costi dell’energia e apertura concreta a un modello che favorisca in Europa il passaggio progressivo alle fonti rinnovabili e all’indipendenza energetica.

E l’incontro odierno si inserisce nella scia di trasferimento di conoscenze innestate da questa presentazione pubblica in occasione del Renovation Summit europeo di Bruxelles organizzato da Housing Europe sul tema “Fast Tracking innovation to mitigate the energy crisis”.

All’incontro con i vertici dell’azienda rappresentati dall’Ing.Francesco Carcioffo AU di Acea Pinerolese Energia ed Ezio Chiaramello Direttore Operativo di Acea Pinerolese Energia e Lorenzo Civalleri rappresentante di Tecnozenith, Azienda che opera in Joint Venture nell’ambito del Progetto Energheia, ha portato il suo saluto il Sindaco di Pinerolo Luca Salvai che ha elogiato il ruolo di Acea quale azienda che rappresenta per tutti un bene pubblico di proprietà dei Comuni Pinerolesi che va valorizzato per il ruolo che ha, e che avrà in futuro, in tematiche come la transizione energetica nelle quali rappresenta lo stato dell’arte più avanzato in questa materia con un marcato vantaggio competitivo.

In allegato Foto della Delegazione Lituana davanti al 1° Condominio  Autoconsumatore d’Italia a Pinerolo insieme ai rappresentanti Acea Pinerolese e Tecnozenith

 

Consulenti del lavoro insieme per la legalità

Protocollo d’intesa tra l’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Torino e l’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro di Torino: insieme per l’orientamento al lavoro e la legalità

 È con l’orgoglio dell’appartenenza che l’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Torino e l’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro di Torino hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa che formalizza la collaborazione tra le due realtà per lo sviluppo di progetti sulla tematica dell’orientamento al lavoro e dei principi di etica e legalità del lavoro.

La presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Torino, Luisella Fassino, e il presidente dell’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro di Torino, Claudio Larocca, hanno espresso tutta la loro soddisfazione per questo importante accordo, che rappresenta un passo storico per la categoria dei consulenti del lavoro torinesi.

“Questo Protocollo, che si inserisce in un momento di crisi delle vocazioni verso le libere professioni da parte dei giovani, permetterà di migliorare lo scambio di idee e consolidare collaborazioni infra- generazionali per sviluppare iniziative mirate all’orientamento al lavoro, e alla legalità, – ha dichiarato la presidente Fassino – Questi temi sono fondamentali per l’attrazione e le crescita dei giovani verso una professione che dispiega il suo importante ruolo sociale verso  le imprese, le persone e le istituzioni”

Il presidente Larocca ha aggiunto: “Per noi, giovani Consulenti del Lavoro, questa sottoscrizione rappresenta un grande onore e un’opportunità unica di crescita e formazione. Siamo certi che insieme all’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Torino potremo portare avanti progetti innovativi e utili per i cittadini e per il mondo del lavoro”.

Il Protocollo d’intesa prevede la realizzazione di iniziative formative e informative per i giovani e le imprese sui temi dell’orientamento al lavoro e della legalità, nonché la promozione di attività di networking e di scambio di buone pratiche tra professionisti del settore.

L’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Torino e l’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro di Torino si impegnano a lavorare insieme con passione e dedizione per promuovere i valori etici e professionali della categoria e per sostenere il progresso e lo sviluppo della nostra società.Grazie

Siglato il contratto: 207 euro mensili in più ai lavoratori Stellantis

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È stato firmato il contratto collettivo specifico dei lavoratori Iveco,  CnhI,  Ferrari e Stellantis. Prossimo step all’assemblea dei delegati a Roma  lunedì 13 e successivamente nelle assemblee di fabbrica.

La crescita delle retribuzioni base è dell’11% in due anni, pari a oltre 207 euro mensili sulla media.

Il premio di risultato verrà  tassato al 5% e non a tassazione corrente.

Per Stellantis è stato anche introdotto un premio legato alla redditività aggiungendo al premio precedente circa 200 euro l’anno.