FOCUS INTERNAZIONALE di Filippo Re
Ancora sangue cristiano e altri martiri in Egitto per la ferocia dei fondamentalisti islamici tornati a terrorizzare il Paese dei Faraoni. Dieci fedeli copti sono stati uccisi a raffiche di mitra “per il solo fatto di essere cristiani”, ha ricordato Papa Francesco, esprimendo profondo dolore per l’ennesimo attacco ai danni dei copti. Dieci pellegrini sono le nuove vittime degli estremisti islamici che in Egitto, sempre più terra di martiri, hanno colpito nuovamente la comunità copta, la più grande comunità cristiana del Medio Oriente.
Li hanno ammazzati mentre a bordo di due pullman si stavano recando al monastero di San Samuele il Confessore, nel governatorato di Minya, una zona desertica a centinaia di chilometri a sud della capitale dove da anni spadroneggiano miliziani jihadisti, dell’Isis e di gruppi affiliati, che sovente si scontrano con le forze di sicurezza egiziane, così come accade nel nord della Penisola del Sinai e al confine con la Libia. La reazione della chiesa copta non si è fatta attendere. I cristiani d’Egitto, dopo l’ennesima strage di pellegrini massacrati da un commando di estremisti islamici, non chiuderanno le chiese e non sospenderanno i riti religiosi di novembre in segno di lutto ma celebreranno i nuovi martiri come “vincitori”. I militari egiziani hanno subito individuato ed eliminato i 19 combattenti islamici ritenuti i responsabili della strage ma l’attacco del 2 novembre è solo l’ultimo di una serie di omicidi mirati contro la minoranza copta. Secondo la Chiesa cattolica locale i miliziani hanno agito per vendetta, per colpire la parte più debole della società, un obiettivo più semplice perchè meno protetto e difeso dalle forze di sicurezza e ora si teme una nuova ondata di attentati, a un mese e mezzo dalle festività natalizie. Il governo egiziano ha stanziato per ciascuna delle famiglie delle vittime un primo contributo di solidarietà pari a 100.000 sterline egiziane, circa 5000 euro. Alla cerimonia funebre, celebrata a Minya, hanno preso parte 10 vescovi copti che hanno annunciato il proposito di costruire una chiesa dove verranno custodite le salme dei copti uccisi. Oltre a colpire nel Sinai, i terroristi islamici vanno a caccia di cristiani nel sud dell’Egitto dove sono più numerosi. Nel governatorato di Minya costituiscono circa il 30% della popolazione, una riserva di caccia per i fondamentalisti che in queste zone non falliscono mai il bersaglio.
Un attacco molto simile si verificò a maggio 2017 quando un autobus di copti diretti verso lo stesso monastero fu bloccato da un commando armato dell’Isis che falciò in pochi secondi una trentina di persone. Il santuario copto di San Samuele fu eretto nel IV secolo dai discepoli di Sant’Antonio sul monte Qalamoun a oltre 200 chilometri a sud del Cairo. Si tratta di una comunità monastica molto vasta con un centinaio di monaci e diverse chiese. Il rapporto tra monaci, musulmani e tribù locali è cordiale e di reciproco rispetto e sovente i beduini nomadi si fermano al monastero a dormire o anche solo per consumare un pasto. Un esempio di convivenza pacifica tra cristiani e musulmani nel deserto egiziano di cui si parla poco e che purtroppo viene sconvolto ripetutamente dalla violenza dei fanatici musulmani che rifiutano la presenza degli infedeli nel loro Paese. Anche questa volta le autorità egiziane hanno fatto il loro dovere arrestando i presunti colpevoli della strage contro i copti ma a poco servono le manifestazioni di cordoglio del governo e dei comandi militari se mancano provvedimenti e leggi per contrastare o impedire le predicazioni religiose di odio verso i cristiani. I copti rappresentano il 10-15% della popolazione egiziana su una popolazione di 95 milioni di persone. Negli ultimi anni sono stati più volte presi di mira da gruppi jihadisti come l’Isis. Il caso più grave si verificò il 9 aprile 2017, nel giorno della Domenica delle Palme, quando 45 persone furono uccise in due attacchi contro la chiesa copta di Tanta e la cattedrale di Alessandria. I cristiani sono considerati nemici dai jihadisti perchè appoggiano il presidente al-Sisi che con il “golpe” del 2013 si liberò drasticamente dei Fratelli Musulmani con una spietata repressione salvando i copti dal regime religioso integralista della Fratellanza. Repressione che non accenna a diminuire. A ottobre un tribunale militare in Egitto ha condannato a morte 17 persone, ritenute responsabili di una serie di attentati contro alcune chiese cristiane copte che provocarono decine di morti e feriti fra il 2016 e il 2017 al Cairo, Alessandria e Tanta. Altri 19 imputati sono stati condannati all’ergastolo. I kamikaze che si fecero saltare in aria all’interno delle chiese erano combattenti dell’Isis o appartenenti a gruppi vicini al defunto Califfato.
Dal settimanale “La Voce e il Tempo”











A Sarajevo le zie di Goran, Samira e Zeina, vivono in una casa a pochi passi dalla Moschea Gazi Husrev-beg, in una viuzza parallela alla via Sarači che collega la bella strada di Ferhaddija con il cuore della Baščaršija, la città vecchia.
rispetto. Dall’uscio della loro casa bastano due passi e, svoltato l’angolo, si rimane incantati davanti alla bellezza della cupola centrale della Moschea, affiancata dai suoi tetims, le cupole laterali, più piccole. Il minareto, un dito puntato verso il cielo, teso a solleticare le nuvole con i
suoi quarantacinque metri d’altezza, domina la piazza del mercato. Passare di qua e non far visita alle zie, mi dice Goran “equivale ad un’offesa molto seria al senso dell’ospitalità che qui è sacro“. Avvertite da lui, hanno preparato il pranzo. Ci accolgono con grande gentilezza. Entrambe con i capelli candidi, appena visibili sotto il velo, mostrano in volto i lineamenti delicati delle donne slave, con gli zigomi alti, occhi grandi e chiari, sguardo orgoglioso e fiero. Non più giovani, entrambe sono state “partizanke” con Tito, combattendo
nelle divisioni dell’esercito popolare di liberazione tra la Drina e la Neretva, scacciando i nazisti e riconquistandosi, coi denti e le unghie, il diritto di vivere libere. Mi stupisce la loro vitalità e si comprende quanto bene vogliano al loro adorato Goran che, per parte sua, ricambia l’affetto unendolo a una grande, e da noi rarissima, reverenza. Ci fanno accomodare e, vistici visibilmente accaldati, ci offrono una birra fredda ( hladno pivo), ovviamente Sarajevsko. L’appartamento – tre stanze e i servizi – è piccolo ma ben curato e dalla cucina provengono profumi deliziosi. Goran dice che le zie hanno preparato dei piatti tradizionali, la Begova čorba – zuppa di pollo con verdure, riso, tuorli d’uovo e panna – e il bosanski ćimbur, un piatto a base di manzo e agnello immersi nel brodo e ricoperti da spinaci e uova. Nonostante la curiosità che mi porta ad assaggiare tutto ciò
che trovo nel piatto, sul mio volto si deve notare una certa preoccupazione sulla digeribilità della cucina bosniaca. Goran, al quale non sfugge nulla, mi rassicura. “Tranquillo.La cucina bosniaca è leggera e non particolarmente speziata; i piatti si basano essenzialmente su legumi, frutta e
vegetali come pomodori, zucchine, spinaci e fagiolini. E sul latte, utilizzato in una crema che noi chiamiamo pavlaka”. Mi fido. Si pranza. Si beve voda (acqua) e un vino bianco, fruttato che emana una luce verde-oro: lo Zilavka, prodotto in Erzegovina, nella valle della Neretva. Samira e Zeina portando in tavola anche la pita, un involucro di pasta fine ripieno di vegetali, carni, formaggi e erbe. La propongono nei tre diversi tipi: il burek, con la carne di vitello; la sirnica , con il Trávnićki Sir,formaggio di pecora originario di Travnik, dal gusto deciso e piuttosto salato che richiama un po’ la Feta greca, e la zeljanica , con gli spinaci. Hanno anche preparato i ražnjići , deliziosi spiedini di carne d’agnello, e i classici čevapčići, le polpettine di
carne bovina e di montone tritata, passati alla griglia e serviti con cipolla cruda. Sono le specialità della cucina sarajevese. Ma le zie, che stravedono per il nipote e lo vorrebbero rimpinzare fino al collo, questa volta non esagerano e hanno preparato delle confezioni da asporto, così potremo gustarle per cena o in occasione del pranzo di domani. Per buon peso hanno aggiunto anche delle robuste porzioni di musaka alla turca, il timballo di carne tritata con melanzane (o patate, o zucchine) e cotto al forno. Ai dolci, invece, non si può dir di no. E’ proibito il rifiuto e nessuno di noi si sogna di trasgredire la regola. Alla faccia di carie e diabete, compaiono sul desco razioni impegnative di baklava , pita od jabuka ( praticamente uno strudel di mele), savijača od oraha ( altra strudel ma di noci),le palačinke , piccole e gustose frittelle e pasticcini di pasta lievitata aromatizzati al limone o alla vaniglia. Stop. Ci arrendiamo. Prima io e poi Goran. Alziamo bandiera bianca. C’è
posto solo per il caffè , la bosanska kafa servita alla turca e una lašljivovica di prugne. Siamo stati in loro compagnia per quasi quattro ore. Ci congediamo tra tanti saluti, un passar di mano di pacchetti ( i nostri pasti futuri…) e la promessa che se tornerò da queste parti, sarò ancora loro ospite. La luce del pomeriggio si è fatta più scura quando varchiamo l’uscio e nubi cariche di pioggia s’apprestano a scendere dai fianchi del Trebevic, stendendo un grigio e lattiginoso mantello su Sarajevo. E’ davvero l’ora del commiato. Un abbraccio, una stretta di mano. E, mentre ci stiamo allontanando sull’acciottolato, due mani s’alzano in un saluto. Un gesto semplice che ci accompagna, come i loro sguardi, fino alla svolta dell’isolato. Non ci sono parole adatte per descrivere il senso dell’ospitalità. Penso solo che da noi, a malapena, ci si guarda in faccia anche tra persone che si conoscono da una vita.


