Beppe Navello, classe 1948, dopo gli studi universitari alternati tra Italia e Francia, si forma allo Stabile torinese come regista assistente di Mario Missiroli, attraverso le personali prove con testi di Gozzi, Gadda e Ibsen viene chiamato a insegnare alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, per due volte è nominato direttore dello Stabile dell’Aquila, poi al Teatro di Sardegna, per spostarsi in Francia per un brechtiano Cerchio di gesso del Caucaso. Poi saranno gli anni di Alfieri, di Ibsen, di Strindberg e del contemporaneo Jean-Claude Carrière con Il catalogo. All’inizio del nuovo millennio, vara la fondazione dell’associazione “Teatro Europeo” per cui mette in scena a Parigi Sibilla d’amore di Osvaldo Guerrieri con Anna Galiena, da dieci anni è direttore della Fondazione Teatro Piemonte Europa. Il TPE ha oggi una propria casa al teatro Astra. E oggi Navello può sottolineare il successo del goldoniano Una delle ultime sere di carnevale, con cui in veste di regista chiude un percorso attraverso il teatro settecentesco, dopo le esperienze del Divorzio di Vittorio Alfieri e Il trionfo del Dio Denaro di Marivaux.
Perché, Navello, la scelta di questo terzo testo e qual è il fil rouge che unisce le tre commedie?
Ho sempre amato questo testo di Goldoni, e da molto tempo sognavo di poterlo mettere in scena, da quando lo vidi nell’eccezionale edizione di Squarzina per lo Stabile genovese. Ero allora un giovane universitario che si divideva tra Torino e Parigi, inseguivo già una doppia cultura, nella convinzione che la mia professione futura potesse mettere le proprie radici proprio in Francia. È chiaro come già sentissi allo stesso tempo una certa nostalgia per il mio luogo di nascita e quegli stessi sentimenti che io nutrivo ormai decenni fa il pubblico può vedere come siano lo scheletro della commedia che ho adesso messo in scena. Forse più di quarant’anni fa Squarzina privilegiava il compito e il carattere dell’artista, oggi la situazione che troppi dei nostri ragazzi stanno vivendo, l’urgenza contemporanea che ne deriva, mi hanno fatto approfondire altre letture. Per quanto riguarda il fil rouge, esiste ed è il denaro che trovo nel vecchio amore che per me è Alfieri, capace di passare dalla tragedia che ha ormai fatto il suo tempo alla commedia che meglio frusta i costumi, con la sua invettiva contro i costumi italiani che ci fanno vergognare di fronte all’Europa tutta, “o fetor de’ costumi italicheschi”, scrive a un certo punto; come lo trovo in Marivaux, che non è soltanto l’autore dei giochi e dei dispetti d’amore ma anche quello del teatro civile, L’isola degli schiavi un titolo per tutti, che scrive Le triomphe de Plutus e mi dà l’occasione immediatamente di ripensare al berlusconismo e ai suoi vent’anni di governo. Avverto un grande disagio nazionale, un dibattito e un confronto quotidiani, del resto già erano messi in scena insospettatamente nel 1762 da un genio teatrale come Goldoni.
Si continua a intravedere rimandi al teatro di un altro paese e la ricerca di collaborazioni
con l’estero, come ormai con il TPE ci ha abituato…
Sono sempre più legato a questo messaggio di collaborazione che valichi le Alpi e non soltanto, c’è la necessità di lavorare qui ma certi parametri sociali, temporali, culturali quasi ti impongono di aprirti ad un’attività senza confini. Per il prossimo “Teatro a corte”, in estate, riprenderemo la collaborazione con Anna Senatore, anticipando il lavoro che presenterà ad Avignone, e con Jerôme Thomas che lavorerà anche a Chambord. Come esiste un progetto, che doveva già essere pronto per questa stagione ma che per il momento è stato rimandato all’autunno prossimo: una mia regia di Arlecchino servitore di due padroni, ancora Goldoni, con il Teatro Slaski di Katowice in Polonia. Un’esperienza che continua, dopo il successo di Cinéma! circa dieci anni fa.
Uno dei punti di forza del TPE è ormai la compagnia di giovani che il pubblico sta ammirando nelle vostre ultime produzioni.
Tutto è iniziato con un seminario sul verso, le risposte di ragazzi arrivati oggi intorno ai 35, prima con una guardinga diffidenza, poi una presenza pressoché costante che poco a poco abbiamo cominciato ad apprezzare l’uno dell’altro. È stata un’esperienza che ci e li ha portati ormai attraverso titoli che vanno dal Divorzio a Zio Vania, da Woyzeck a Tre sorelle, dall’avventura straordinaria dei Tre moschettieri all’attuale Goldoni. Solo una delle sere scorse, un signore che aveva ammirato la prova dei Moschettieri si è voluto sincerare che nel Carnovale ci fossero quegli stessi attori, poi ha acquistato il biglietto.
Una compagnia che è pure un importante impegno economico.
Viviamo con i problemi che si susseguono giorno dopo giorno, ne risolviamo uno perché se ne presentino dieci. In una vita teatrale che fino a quattro cinque anni fa era un disastro e che adesso ha visto una riforma che è un salutare scossone, per la continuità, per l’intensificazione delle produzioni, per la stanzialità, il grosso problema di sempre è far quadrare i conti, magari dovendo
combattere con somme stanziate che non sono arrivate nella loro interezza. Sappiamo tuttavia di poter contare sui 600 mila euro del ministero come sui 900 della Regione, come sui soldi che il Comune e le Fondazioni bancarie ci mettono a disposizione. Altri teatri badano con maggior peso alla macchina gestionale, noi preferiamo rivolgerci alla produzione pur senza avventurarci in spese spropositate, senza ad esempio ricorrere al nome che ha tutti i numeri per fare cassetta, preferendo una nostra continuità artistica che porta in risultati che oggi stiamo vedendo. Direi perseverando anche in quegli esempi che hanno fatto la nostra immagine come i Moschettieri, per cui stiamo pensando ad un altro serial, di un autore contemporaneo, magari già la prossima stagione.
Al di là delle problematiche come pure di una certa stabilizzazione, quale messaggio può dare il teatro oggi?
In un’epoca in cui avanzano la rete o le nuove tecnologie, in cui allo stesso tempo si tende all’isolamento, il teatro come le altre discipline a lui prossime è un’enorme risorsa, è la fruizione delle idee, è la sua continua forza millenaria, è l’immagine concreta di un grande quanto insperato futuro, è il controllo diretto della partecipazione. È il piacere di avvicinarsi gli uni agli altri e il fenomeno di collegamento, che continua a crearsi tra il palcoscenico e il pubblico.
Elio Rabbione

dal ceto borghese, per lo più dedito al commercio, intraprendente, colto e amante dell’arte. Le incisioni a stampa hanno in questo periodo un campo di diffusione molto vario: calendari, libri illustrati, vedute di città, paesi, castelli, navi, costumi, ritratti e riproduzioni di dipinti celebri, stemmi e fregi. La mostra presenta 32 fogli tratti dalla collezione della Galleria Sabauda, che documentano alcuni dei generi più diffusi, ma anche la capacità di osservazione e di descrizione attenta della realtà, ciò che un grande scienziato inglese del tempo, Robert Hooke (1635-1703) definì il frutto di “una Mano schietta e un Occhio fedele”.

L’integrazione culturale come gioco da ragazzi: così è concepita dalla Fondazione TPE che gestisce il Teatro Astra a Torino, ma guarda lontano, ben oltre le barriere dei confini. Per chi non vede di buon occhio Donald Trump che oltreoceano imperversa con muri e ingressi off limits, iniziative piccole ma importanti come questa possono rivelarsi utili tasselli utili sulla via dell’ integrazione.
Ai Musei Reali torna nel percorso di visita uno dei gioielli dell’artista Pelagio Palagi: la Cappella privata di Carlo Alberto, sita al piano nobile di Palazzo Reale di fianco alla Sala delle Udienze, è nuovamente visibile al pubblico da martedì 28 febbraio 2017.
Il restauro, condotto dalla ditta Doneux con la direzione di Maria Carla Visconti e Franco Gualano, ha ripulito le superfici da un pesante deposito di particellato atmosferico e ha consolidato le lacune e le fenditure, restituendo l’originaria brillantezza della doratura ottocentesca applicata a guazzo. Particolarmente complesso e delicato è stato l’intervento sul soffitto, che ha consentito anche la ricollocazione di tratti di cornice ritrovati nei depositi. La tela con la sacra Famiglia, allentata, presentava alterazioni in corrispondenza di vecchi restauri eseguiti sulle figure ed era segnata da crettature diffuse con alcune piccole cadute di pellicola pittorica. La superficie è stata pulita, consolidata e integrata. La tappezzeria in velluto presentava condizioni decisamente critiche dovute a un consistente deposito particellare di superficie, che formava una patina grigiastra, con abrasioni, tagli e lacerazioni che minavano la stabilità strutturale dell’insieme. È stata smontata, pulita e consolidata mediante l’applicazione di un nuovo supporto.


Le poesie di Alessia Savoini


Il violinista ex enfant prodige e il direttore d’orchestra McAdams protagonisti del concerto di Carnevale all’ Auditorium Rai, su musiche di Strauss, Bizet, Paganini e Bernstein
Georges Bizet. Per festeggiare il Carnevale il concerto prevede un programma di brani brillanti, la cui apertura sarà affidata all’ Ouverture dal “Die Fledermaus” di Johann Strauss figlio, seguita da due pagine per violino di grande virtuosismo, interpretate da Garrett, la Czardas di Vittorio Monti e il celebre Capriccio n. 24 di Paganini, proposti nelle versioni per orchestra. La prima parte della serata si concluderà con una suite dalla Carmen di Bizet, mentre nella seconda parte si susseguiranno i Three dance episodes dal musical di Leonard Bernstein “On the town”, la danza ungherese n. 5 di Brahms, nella versione per violino e orchestra interpretata da Garrett, le Quattro danze del balletto Estancia di Alberto Ginastera e il Mambo da West Side Story di Bernstein. Il concerto si concluderà con l’ Ouverture dall’operetta di Offenbach “Orphee’ aux enfers” con il su celebre Can-can. Sempre McAdams e David Garrett saranno anche i protagonisti dei concerti in programma giovedì 2 marzo alle 20.30 e venerdì 3 marzo alle 20 all’ Auditorium Rai di Torino. Il programma verterà sull’ Ouverture KV 527 del Don Giovanni di Mozart, il concerto in re maggiore op. 35 per violino e orchestra di Cajkovskij, la sinfonia in tre movimenti di Igor Stravinskij e il notissimo Bolero di Maurice Ravel. Un’ora prima dei concerti saranno messi in vendita gli ingressi non numerati.
Rigoni Stern viveva sull’altopiano d’Asiago in una casa ai margini del bosco. In prossimità della sua abitazione sorgevano due larici: “Me li vedo davanti agli occhi ogni mattina e con loro seguo le stagioni; i loro rami quando il vento li muove, come ora, accarezzano il tetto”.
diventa grigia, rugosa e fessurata. (con l’età gli umani assomigliano agli alberi!)”. Infatti, lo scorrere del tempo si può leggere nel numero dei cerchi nel tronco degli alberi ed anche nella corteccia, così come l’avvizzirsi della pelle e l’incedere degli anni “segnano” il nostro invecchiare. Nei boschi sul versante del Mottarone che guarda verso il Verbano dove, fin da piccolo ,sono andato “a far legna” con mio padre, s’imparava presto a conoscere virtù e difetti degli alberi. Dal nocciolo -lungo, dritto, uniforme nel diametro – si ricavavano il manico del rastrello e altri attrezzi. Lo stesso si faceva con il frassino, il faggio (per la “ranza”, la falce da fieno) e il duro corniolo, per i “denti” del rastrello. La casa era riscaldata dalla stufa a legna,ma dal taglio dell’albero all’imboccatura della stufa, ci si “scaldava” sei, sette volte. Dopo aver tagliato la pianta (faggi o o robinia, castagno o rovere) la si “sramava”, portandola, poi, fuori dal bosco, in spalla. A pezzi lunghi fino a tre metri, trascinati per un paio di chilometri sul sentiero fino a valle (grazie ad una corda legata all’anello fissato ad un cuneo di ferro che si”piantava” nel tronco) gli alberi “scendevano” e, successivamente, con il tronco di nuovo a spalla, percorrevamo un altro chilometro fino alla cascina vicino casa dove c’erano la legnaia e la sega “circolare”. Azionata con un sistema di pulegge collegate ad un motore di Vespa V 98 “farobasso” del 1948, la sega serviva a tagliare il tronco a tocchi che poi, in ultimo, con un colpo d’ascia ben assestato venivano spaccati a metà. Per il taglio ci si regolava con la luna. L’influenza dell’astro d’argento apriva gli occhi su di un’infinità di regole e di “buone pratiche”.Il legname del tetto andava tagliato ai primi di marzo così, in caso d’incendio, le travi sarebbero rimaste sì scure, annerite, affumicate, ma sane e riutilizzabili. Se non si voleva che il legno marcisse sotto le intemperie andava tagliato,indipendentemente dalla luna, gli ultimi giorni di marzo, in modo da risultare quasi impermeabile. La legna da ardere si tagliava d’inverno, da novembre in poi, solo inluna calante. Se, poi, si voleva un bosco sano e forte, il taglio andava organizzato per ottobre, in luna crescente. Questo lo potevamo far noi, per le nostre necessità ma c’era anche chi seguiva un’altra logica. Ricordo un racconto di Mauro Corona,lo scultore-alpinista-scrittore di Erto, nella valle del Vajont. Scriveva che, tagliando in quel periodo il bosco, questo si rigenerava, rapidamente, ma la legna tagliata in quel momento pesava meno e, quindi, i boscaioli storcevano il naso (“minor peso,meno guadagno”). La stessa linea di crescita di un albero era ed è importante. Dipende da tante cose e non è uguale per tutti, anche se tutti crescono in verticale. L’andatura può andar su dritta, ma anche girare a destra o a sinistra. 