CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 814

Masche e Metamorfosi

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Folletti e satanassi, gnomi e spiriti malvagi, fate e streghe, questi sono i protagonisti delle leggende del folcklore, personaggi grotteschi, nati per incutere paura e per far sorridere, sempre pronti ad impartire qualche lezione. Parlano una lingua tutta loro, il dialetto dei nonni e dei contadini, vivono in posti strani, dove è meglio non avventurarsi, tra bizzarri massi giganti, calderoni e boschi vastissimi. Mettono in atto magie, molestie, fastidi, sgambetti, ci nascondono le cose, sghignazzano alle nostre spalle, cambiano forma e non si fanno vedere, ma ogni tanto, se siamo buoni e risultiamo loro simpatici, ci portano anche dei regali. Gli articoli qui di seguito vogliono soffermarsi su una figura della tradizione popolare in particolare, le masche, le streghe del Piemonte, scontrose e dispettose, mai eccessivamente inique, donne magiche che si perdono nel tempo e nella memoria, di cui pochi ancora raccontano, ma se le loro peripezie paiono svanire nei meandri dei secoli passati, esse, le masche, non se ne andranno mai. Continueranno ad aggirarsi tra noi, non viste, facendoci i dispetti, mentre tutti fingiamo di non crederci, e continuiamo a “toccare ferro” affinchè la sfortuna e le masche, non ci sfiorino. (ac)

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7  Masche e Metamorfosi

Al ritorno dai campi, due amici di Frave (vicino a Carrù, in provincia di Cuneo), videro delle masche.
“Guarda, ci sono tre pecore!”
“Ma che dici? Qui non c’è nulla”
“Come fai a non vederle? Sono qui, davanti a me”
“Dai, vieni via, qui non c’è nulla”
“Non posso, le pecore non mi fanno muovere”
L’amico che non vedeva nulla si spaventò, si caricò in spalle il compagno immobilizzato e corse veloce, lontano da quelle masche che chissà cosa volevano.


Uno dei poteri delle streghe, e anche delle masche, è quello di potersi tramutare in bestie, le quali ultime assumono una presenza ricorrente e di primo rilievo nelle storie e nelle leggende riguardanti la stregoneria e la magia. In genere gli animali sono gli aiutanti delle serve del Diavolo, giudicati immondi e di indole malvagia, come le loro padrone. Si tratta degli “animali collaboratori”, come il gatto o piuttosto il caprone, usato, quest’ultimo, come cavalcatura per arrivare al luogo del Sabba, ma possono anche essere civette, barbagianni o gufi. Compaiono, poi, gli “animali ingredienti”, utilizzati come prodotti magici da inserire nei calderoni per pozioni e balsami, tra cui i pipistrelli, i rospi o i serpenti. Tra tutti, certamente, il gatto è eletto a fedele compagno delle streghe, anche lui costretto ad un destino di persecuzioni, soprattutto se di colore nero. Questo felino è stato assunto ad emblema del male per moltissimo tempo, tanto che in Francia era usanza rinchiudere un gatto vivo nelle mura delle chiese, a testimonianza simbolica di Dio che blocca, con il peso della sacra struttura, Satana e i suoi poteri malvagi; o ancora, in tutta l’Europa medievale, era prassi seppellire un gatto vivo agli incroci delle strade, o ucciderne uno a sprangate dopo la mietitura: in questo modo si sarebbe eliminato lo spirito (malevolo?) del grano. Gli animali erano centrali anche durante i rituali dei Sabba: i caproni trasportavano sui loro dorsi irti le diaboliche donne, Satana stesso prendeva le sembianze di un capro, si metteva al centro del ballo forsennato e aspettava che le sue adepte gli baciassero le natiche, in segno di eterna devozione; durante la funzione demoniaca venivano battezzate bestie immonde di ogni genere, soprattutto rane e rospi. Al collo e alle zampe di questi ultimi, vestiti di velluto rosso e nero, veniva legato un campanello; una volta battezzati erano donati alle streghe più meritevoli e alle neofite. La superstizione era molto attenta e precisa nell’indicare quali animali avessero contatti con il demonio o con le streghe, e come ci si dovesse comportare nei loro confronti o come essi potessero essere utilizzati.  In Germania, ad esempio, la gallina nera doveva essere cucinata a porte chiuse, e il suo cuore veniva infilzato da molti aghi e infine gettato via prima del sorgere del sole. Della lepre si dice che portasse male incontrarne una di prima mattina, perché, in realtà, si trattava di una strega. L’animale, ucciso, veniva anche fissato all’architrave delle porte, in modo da allontanare gli spiriti maligni. Perfino le farfalle erano ritenute pericolose o di cattivo auspicio: sicuramente si trattava di streghe nascoste sotto tale aspetto al fine di rubare burro e latte. Per proseguire sui cattivi auspici, anche il cane nero non era ritenuto di buon augurio, pur se incontrato solo in sogno, addirittura sul suo collare venivano incisi strani simboli magici. Secondo la tradizione, il cavallo e il caprone rimanevano legati alla figura del Demonio, il primo perché Belzebù ha gli zoccoli al posto dei piedi e il secondo perché questa è la forma che il Signore dell’Inferno assume durante i Sabba. Delle civette la leggenda racconta che, quando il loro stridere si avvertiva nei pressi di una casa, esse volessero annunciare la morte di chi vi abitava; quanto ai corvi, si credeva che avessero il dono della profezia, e il loro sangue e le loro piume venivano usati per stringere patti col Diavolo. Il pipistrello era di certo prediletto dalle streghe: esse, tramutandosi in questo animale, tormentavano i viandanti notturni; invece, se volevano seminare zizzania, assumevano la forma di un maiale, motivo per cui era necessario fare attenzione a quelli senza padrone. E il vostro paffuto e innocuo animale domestico dove sarà stato nella notte, mentre voi dormivate sonni innocenti?

Alessia Cagnotto

 

 

 

I macchiaioli dalle origini alla modernità

I macchiaioli, i loro antenati, la nascita e la loro stagione più felice saranno i protagonisti della prossima mostra ospitata alla GAM di Torino dal 26 ottobre fino al 24 marzo 2019. L’esposizione, che ripercorrerà il periodo compreso tra la sperimentazione degli anni Cinquanta dell’ Ottocento fino ai capolavori degli anni Sessanta, comprende ottanta opere provenienti dai più importanti musei italiani, enti e collezioni private. L’esposizione concentra la sua attenzione soprattutto intorno al dialogo tra la pittura dei macchiaioli e la prestigiosa collezione ottocentesca della Gam, che risale, nella sua nascita, proprio al 1863, vale a dire agli anni della proclamazione di Torino a capitale del Regno d’Italia, quando la coraggiosa sperimentazione dei frequentatori del caffè Michelangiolo ottenne la sua prima affermazione alla Promotrice di Belle Arti, nel maggio 1861. In questa prospettiva una particolare attenzione viene restituita al pittore Antonio Fontanesi, nel bicentenario della nascita, agli artisti piemontesi della Scuola di Rivara,   quali Carlo Pittara, Ernesto Bertea, Federico Pastoris ed Alfredo d’Andrade, ed ai liguri della Scuola dei Grigi (Serafino de Avendano ed Ernesto Rayper). La mostra individua anche originali elementi di confronto tra questi artisti e la pittura dei protagonisti della cruciale stagione artistica dei macchiaioli, Cristiano Banti, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini ed Odoardo Borrani. L’esposizione vede la partecipazione, oltre alle opere dei maestri accademici di gusto romantico o purista, quali Luigi Mussini, Enrico Pollastrini, Antonio Ciseri, Stefano Ussi, anche delle opere scelte alle prime Promotrici di Belle Arti ed alla prima Esposizione nazionale di Firenze del 1861 con, sullo sfondo, la visita all’Esposizione universale di Parigi nel 1855, che rappresento’, per i giovani macchiaioli, un evento fondamentale capace di suscitare grande curiosità. In mostra anche opere degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta dell’Ottocento, in cui venne affrontata da questi artisti innovatori la sperimentazione della macchia, applicata ad un rinnovamento paesaggistico e dei soggetti, che venivano dipinti spesso da angolature diverse. Quindi vengono proposte le scelte figurative dei macchiaioli negli anni dall’Unità d’Italia a Firenze capitale, con una attenzione particolare agli ambienti in cui nacque il loro linguaggio, quali Castiglioncello, nelle estati trascorse presso la tenuta Martelli, i pacati pomeriggi autunnali e primaverili nella periferia fiorentina a Piagentina, dove i macchiaioli trovavano riparo dalle trasformazioni della Firenze di allora, divenuta capitale dell’Italia unita nel 1865. L’ultima sezione si concentra sull’esperienza cruciale di due riviste, il “Gazzettino delle Arti del disegno”, pubblicato nel 1867 a Firenze, e l’ “Arte in Italia”, fondata due anni dopo a Torino. La prima vide la partecipazione attiva di Martelli, Signorini ed altri critici, che presentarono il loro spirito di lettura nei confronti delle espressioni artistiche contemporanee europee, la seconda contribuì al rinnovamento dell’ambiente artistico piemontese con personalità come Giovanni Camerana. La mostra, curata da Virginia Bertone e Cristina Acidini, promossa dalla Fondazione Torino Musei, Gam e 24 Ore Cultura, con il coordinamento tecnico di Silvestra Bietoletti e Francesca Petrucci, si avvale anche della collaborazione dell’ Istituto Matteucci di Viareggio.

 

Mara Martellotta

Caporetto, 1917. Erano gli ultimi giorni di ottobre

ACCADDE OGGI / di Marco Travaglini

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Ponte de Priula l’è un Piave streto / i ferma chi vién da Caporeto; Ponte de Priula l’è un Piave streto / i copa chi che no ga ‘l moscheto. Ponte de Priula l’è un Piave mosso / el sangue italiàn l’ha fatto rosso…”

 Massimo Bubola,  autorevole interprete della canzone d’autore italiana, descrive così, in una struggente canzone,  la ritirata italiana da Caporetto al Piave, dove si trovava il ponte. Dopo la sconfitta nella 12° battaglia dell’Isonzo, l’esercito italiano si assestò sulla linea del Piave. Furono giorni di confusione e di tensione, anche tra i vertici militari e le truppe. Non c’è bisogno di tradurre il testo dal veneto per capirne il significato, legato al dramma della ritirata, con molti soldati italiani “giustiziati” come disertori. Erano gli ultimi giorni di ottobre del 1917 e la rotta di Caporetto portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna (che cercò di nascondere i suoi gravi errori tattici imputando le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti) con Armando Diaz.

 

Kobarid/Caporetto…oggi

Il Kobariški muzej, il museo di Caporetto si trova al numero 10 di Gregorčičeva ulica a Kobarid, in Slovenia, nello stesso edificio che ospitava la sede del tribunale militare italiano durante la Grande guerra.  Nelle sue sale si può visitare la mostra permanente corredata di carte geografiche che rappresentano i fronti aperti in Europa durante la prima guerra mondiale e le modifiche dei confini politici apportate a guerra finita. Ci sono le bandiere, i ritratti di combattenti delle diverse nazionalità, persino  le pietre tombali recuperate nei cimiteri militari dell’Alto Isonzo. Caporetto, circa quattromila abitanti,  sorto all’incrocio delle due vallate dell’Isonzo e del Natisone che mettono in comunicazione il Friuli con la Carinzia, proprio per questa sua posizione  fu teatro di molteplici scontri. Nella sua piazza , durante l’ultimo secolo, vennero issate dieci bandiere diverse. Caporetto (Kobarid in sloveno, Cjaurêt in friulano, Karfreit in tedesco), oggi è territorio sloveno ma  le distanze dal confine italiano non sono grandi: 27 chilometri da Cividale, 44 da Udine, 50 da Gorizia e Tarvisio.

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Caporetto, sinonimo di catastrofe

La località principale, Caporetto, sede comunale, conta poco più di mille abitanti ma il  comune è formato da ben  22 località: la più popolata è  il centro omonimo, mentre quella con meno persone residenti è Magosti (Magozd) ,dove vivono in una sessantina.  Caporetto forse sarebbe rimasta un’anonima località se non si fosse combattuta la più cruenta e decisiva delle battaglia sull’Isonzo, tra il 24 ottobre e il 26 ottobre del  1917. Un disastro per le truppe italiane che si dovettero ritirare fino al Piave perché erano naufragati i piani per la difesa delle posizioni, essendo la strategia del Regio Esercito basata esclusivamente sull’offensiva. Caporetto, da allora, è diventato sinonimo di catastrofe. L’immagine che balza in mente è quella di una disfatta dai costi umani altissimi: 10.000 morti, 30.000 feriti, 300.000 prigionieri, 350.000 sbandati e disertori. Furono abbandonati o persi nella ritirata due terzi dei grossi calibri d’artiglieria, metà dei medi e due quinti dei pezzi leggeri. Non solo: sul campo restarono 1700 bombarde, 3000 mitragliatrici e un’enorme quantità di munizioni, viveri e rifornimenti di ogni genere. Il tutto avvenne in una situazione dominata dal caos, con diserzioni e fughe che sfociarono nelle già citate fucilazioni. Un vero e proprio macello. Basta recarsi sul Colle di Sant’Antonio che domina la conca di Caporetto per vederne le tracce indelebili. Lì c’è il sacrario dei militari italiani. In quell’ossario furono traslate le salme di 7014 soldati italiani, noti ed ignoti, caduti in quelle battaglie. I loro nomi sono incisi in lastre di serpentina verde. Ai fianchi della scalinata centrale sono disposti i loculi contenenti i resti di 1748 militi ignoti.

Sul Carso, “spazzato dai venti..”

La visita al Museo ci accompagna in questa storia , esposta in quattro grandi sale  ( quella del Monte Nero, la sala Bianca, quella delle retrovie e la sala Nera)  e, al secondo piano,  nella caverna. Nella sala Monte Nero si incontra il periodo iniziale degli scontri lungo l’Isonzo avvenuti dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio del 1915. Gli alpini italiani conseguirono la prima brillante vittoria del fronte isontino con la conquista della cima del Monte Nero (2244 m) strappato ai difensori ungheresi. Al centro di questa sala è collocata una riproduzione plastica su scala 1:1000 del Krn (il Monte Nero), della Batognica (il Monte Rosso) e delle cime limitrofe. Proseguendo nella sala Bianca prendono corpo le indicibili sofferenze patite dai soldati che si scontrarono su queste montagne per ventinove lunghi mesi. Il Carso, “fatto di roccia che riflette il calore, spazzato dai venti, privo d’acqua quando non allagato, difficile da percorrere camminando e ancor più correndo, era l’ultimo posto del pianeta dove andare a combattere una guerra di trincea”, viene descritto dallo storico inglese Mark Thompson nel suo libro “La guerra bianca”, come un vero e proprio luogo infernale.

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“Retrovie”, parola magica

La sala delle Retrovie descrive la realtà della zona a ridosso del fronte: un vero e proprio formicaio di centinaia di migliaia di soldati e operai dislocati lungo la linea compresa tra il Rombon e il golfo di Trieste. Del resto il congegno militare di ambedue gli eserciti  richiedeva una ragnatela di postazioni, strade, acquedotti, funicolari, ospedali, cimiteri, officine, case di tolleranza e tanto altro ancora. “Retrovie” era quasi una parola magica che equivaleva a  riprender fiato, dormire, bere acqua pulita, disporre di cibo, di godere una pausa  dalla paura. E tutto in attesa di ritornare nel fango e nel fuoco delle trincee. Nella sala Nera – la sala del monito –  si conclude la descrizione di questa guerra assurda  con i ritratti degli alpini che pregano prima di andare in battaglia, dalla porta d’ingresso di una prigione militare italiana, dall’affusto di un cannone abbandonato su una rovina di sassi e rottami di ferro e dalle fotografie disposte nella parte superiore a rappresentare gli orrori di questa assurda carneficina.

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”Se tu verrai quassù fra le rocce..”

Al secondo piano è esposto il materiale riguardante l’evento conclusivo della 12° battaglia dell’Isonzo, consumatosi a Caporetto nello spazio di meno di quindici giorni , tra il  24 ottobre  e il  9 novembre di cent’anni fa. Da parte austro-ungarica fu il primo successo di una guerra-lampo (blitzkreig) nella storia bellica e l’azione di sfondamento meglio riuscita del primo conflitto mondiale. Una riproduzione plastica di 27 metri quadri rappresenta l’Alto Isonzo su scala 1:5ooo, illustrando ai visitatori del museo la portata di quest’operazione mentre gli spostamenti e gli schieramenti delle unità combattenti sono riprodotti su grandi carte geografiche, accompagnate  da una ricca collezione di fotografie  che illustrano i preparativi e lo svolgimento della battaglia. Si tratta per lo più di fotogrammi originali scattati  nella seconda metà dell’ottobre del ‘17 e nei primi giorni della battaglia. C’è anche un filmato di una ventina di minuti,  disponibile in undici lingue mentre è particolarmente toccante la riproduzione sonora della lettera scritta al padre da un soldato collocato nella “caverna italiana” scavata sul massiccio del monte Nero. Il contenuto della lettera e l’accompagnamento musicale ( la popolare canzone friulana “Stelutis alpinis”, stelle alpine) non lasciano indifferenti , inducendo a meditare sulle angustie e le sofferenze umane vissute dai soldati di ambedue gli schieramenti. Ascoltiamo in silenzio le prime strofe della canzone che recitano:”Se tu verrai quassù fra le rocce,dove fui sotterrato,troverai uno spiazzo di stelle alpine bagnate del mio sangue. Una piccola croce è scolpita nel masso; in mezzo alle stelle ora cresce l’erba; sotto l’erba io dormo tranquillo”.

 Non un museo di guerra ma dell’uomo..

Il prof.Branko Marusic, storico sloveno,conosce le vicende del ‘900 in queste terre come le sue tasche. Per ventidue anni ha diretto il  Goriški muzej di Nova Gorica e ha contribuito all’allestimento delle sale storiche di Kobarid. Il museo di Caporetto non è un museo di guerra, bensì dell’uomo e delle sue angustie”, ha scritto. Aggiungendo:”Non è un museo della vittoria e della gloria, delle bandiere liberate o calpestate, della conquista e della vendetta, del revanscismo o dell’orgoglio nazionalistico. In prima fila sta l’uomo, colui che ripete ad alta voce oppure tra sé e sé, a se stesso oppure ai compagni di sventura esprimendosi nelle diverse lingue del mondo: “Maledetta guerra!” In questa concisa imprecazione sta la fondamentale testimonianza del museo di Caporetto, il suo successo ed il suo diritto e la necessità di esistere e progredire”. Fuori dal Kobariski muzej il cielo ci accoglie con il suo volto peggiore, rovesciandoci addosso una pioggia fredda e intensa. Tutt’attorno la vita scorre tranquilla all’ombra delle cime del Monte Nero, del Matajur e dello Stol, mentre scorrono le acque verde cupo dell’Isonzo e quelle un po’ torbide del Natisone  nello stupendo paesaggio delle Alpi Giulie . Questa località oggi attira i turisti che rifuggono dagli affollati centri turistici , alal ricerca di un ambiente tranquillo che offra possibilità di passeggiate o di attività sportive per il tempo libero.  E ciò avviene all’ombra dei rilievi montuosi  che furono taciti testimoni degli eventi di cent’anni fa che resero noto nel mondo il nome di Kobarid – Caporetto – Karfreit.

 

 

“Dalla parte opposta”

“Dalla parte opposta. L’amore, l’immortalità e l’altrove”, romanzo d’esordio del torinese Valerio Vigliaturo, narra le vicende esistenziali di un uomo antipatico ai più, simpatico a pochi ma buoni. Un outsider, da sempre considerato divergente, alla ricerca di conferme, una meta e un senso, tra le alterne fortune delle sue vicende amorose, il suo essere incompreso, gli interessi per le nuove tecnologie, le religioni, i viaggi, ma anche le esperienze con le droghe e il sesso, attraverso una trasgressione consapevole. Connesso con l’infinito, catapultato sulla terra come un “reporter onnisciente venuto dallo spazio” (Ferlinghetti), fatica a vivere secondo le regole dei mortali e attende di essere trasferito nella redazione stellare di un altro pianeta. La scoperta del progetto Global Future 2045 gli consente finalmente di cambiare vita, abbandonando il proprio corpo per smaterializzarsi in una macchina o in un robot. E solo l’incontro con una donna ideale potrà proiettarlo verso il romanticismo di una nuova esistenza. “L’autore dimostra di possedere, anche se alla sua prima prova di scrittura narrativa, la capacità di cristallizzare con una certa sobrietà una materia schiettamente autobiografica, solitamente difficile da padroneggiare, con naturalezza e con la capacità di raccontarsi senza che la materia rischi continuamente di sfuggire” (Valentino Fossati, poeta, critico letterario). Valerio Vigliaturo, cantante, scrittore, giornalista e operatore culturale dal 2004 è direttore del Premio InediTO – Colline di Torino organizzato dall’associazione Il Camaleonte di Chieri (TO) con cui ha fondato nel 2009 il giornale «CHierioggi». Ha collaborato con «Il Giornale del Piemonte», «La Nuova» e «Torino CronacaQui».  Il romanzo è stato presentato al Salone del Libro di Torino, al Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate” di Genova, ad Area – Festival Internazionale dei beni comuni di Chieri (TO), al Circolo dei Lettori di Torino, a Firenze, Libro Aperto, alla Fiera delle Parole di Padova, al ciclo di incontri “Martini on the Books” di Chieri, e sarà presentato il 17 novembre a BookCity Milano, a dicembre in occasione della fiera Più Libri, Più Liberi di Roma, a gennaio al Festival “I Luoghi delle Parole” di Chivasso (TO), e in diverse librerie e rassegne. Inoltre Dalla parte opposta è stato selezionato tra i 10 prefinalisti del Premio Carver la cui finale di premiazione si svolgerà a Lucca a novembre.

Il leone del deserto

Si intitola The Lion Of The Desert  ed è un film che non ha mai avuto libera circolazione nel nostro Paese. Uscito nell’aprile 1981 negli Usa, fu presentato al Festival di Cannes l’anno successivo e poi distribuito in Europa, ma non in Italia

 

 Il Ministero degli Esteri ne vietò ufficialmente la visione ritenendolo lesivo dell’onore militare (queste le parole dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti). Venne anche intentato un procedimento giudiziario per vilipendio delle Forze Armate che, però, non ebbe seguito. Mancando il nullaosta di censura la pellicola ha quindi avuto una diffusione quasi clandestina, in versione originale e senza sottotitoli. Le rare occasioni in cui è stata mostrata al pubblico hanno assunto il sapore dell’evento. Si ha notizia di una proiezione tenutasi a Rimini nel 1988, che suscitò più di qualche polemica, e di un’altra al Festival dei Popoli nel 2002. Girato nel deserto libico ed a Cinecittà sotto la regia di Moustapha Akkad, americano di origine siriana, The Lion Of The Desert  annovera nel cast attori di primo piano, quali Anthony Quinn, Rod Steiger, John Gielgud, Oliver Reed, Irene Papas. Classica produzione internazionale ad alto budget tipica degli anni Settanta, il film venne finanziato con capitali americani e, sia pure parzialmente, dal leader libico Gheddafi, che pretese anche l’inclusione di alcune sequenze. La vicenda (ecco spiegate le ragioni della censura) è ambientata nei primi anni Trenta durante l’occupazione italiana della Libia, la “quarta sponda”, il “posto al sole” che pretendeva Mussolini (impersonato da Rod Steiger). Il film racconta la strenua resistenza che le tribù beduine opposero al nostro esercito guidato dal generale Graziani (Oliver Reed).

 

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Eroe e protagonista del film è Omar el-Mukhtār (Anthony Quinn), soprannominato il leone del deserto, un anziano maestro di scuola elementare che dimostrò doti inaspettate di strategia militare. L’esercito italiano incorse in più di una disfatta prima di sconfiggerlo grazie all’assoluta superiorità di uomini e mezzi. L’occupazione guidata dal generale Graziani fu spietata e sanguinosa, vennero compiute brutalità tenute nascoste per anni negli archivi militari. Per stroncare la resistenza le coltivazioni furono distrutte, i pozzi avvelenati e l’intera popolazione della regione del Jebel Akhdar deportata. Circa centomila persone (il dieci per cento degli abitanti della Cirenaica) finirono deportate nei campi di concentramento approntati nel deserto della Sirte, dove in migliaia morirono di stenti. Contro i combattenti vennero inoltre usate armi proibite dalle convenzioni internazionali, come le terribili bombe chimiche all’iprite. Il 13 settembre 1931 Omar el-Mukhtār e i suoi uomini furono circondati e catturati in Cirenaica. Condotto a Bengasi, egli subì un processo-farsa davanti a una corte militare con l’accusa di alto tradimento. La condanna venne eseguita per impiccagione nel campo di concentramento di Soluk all’alba del 16 settembre, davanti a ventimila compatrioti. La morte di Omar el-Mukhtār sancì la fine della resistenza libica e l’inizio della sua leggenda, tanto che è ritenuto ancora oggi l’eroe nazionale per eccellenza. Sia pure con qualche esagerazione narrativa, The Lion Of The Desert  propone una ricostruzione meticolosa degli avvenimenti che gli storici (anche italiani) hanno giudicato sostanzialmente corretta. In questo senso alcune sequenze sono estremamente significative. Ad esempio quella in cui le camicie nere, approfittando dell’assenza di Omar el-Mukhtār, invadono il suo villaggio e ne massacrano gli abitanti (una giovane donna, accusata di essere una ribelle, viene crudelmente impiccata). In un’altra si descrivono le condizioni umilianti che i diplomatici fascisti imposero al tavolo delle trattative. Per converso occupa un posto di rilievo la figura positiva del colonnello interpretato da Raf Vallone, il che evita una separazione manichea tra italiani cattivi e libici buoni.

 

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Il lungo e incredibile ostracismo contro il film di Moustapha Akkad si inserisce in una più ampia campagna di mistificazione e disinformazione, che ha sempre teso a conservare una visione romantica della storia coloniale del nostro Paese, mitica quanto assolutamente falsa. La verità è che per molti decenni non siamo stati in grado di fare i conti con la nostra disastrosa politica espansiva, in Libia e altrove. Questa pagina oscura è stata a lungo relegata nell’oblio. Chi partecipò ha sempre negato i massacri, le nefandezze e, soprattutto, l’impiego dei gas urticanti. Soltanto nell’ultimo decennio alcuni libri e qualche programma televisivo hanno cominciato a parlare in termini critici degli eventi bellici senza rimasticare la propaganda fascista dell’epoca o citare le “opere di civilizzazione” compiute. Si è trattato di un silenzio scandaloso, mantenuto anche grazie al boicottaggio cui è stato sottoposto questo film, che sfata lo stereotipo degli “italiani brava gente” e punta il mirino contro le atrocità commesse dal nostro esercito. Il 10 giugno 2009, in occasione della sua prima visita ufficiale in Italia, Muammar Gheddafi si presentò accompagnato dall’anziano figlio di Omar el-Mukhtār con la fotografia che ne ritrae l’arresto appuntata al petto. Si trattò di una mossa provocatoria, beninteso, ma che coincise con la fine di questo caso di vera e propria censura politica durato trent’anni. Il giorno seguente Cinema Sky Classics metteva in onda Il leone del deserto e, in seguito, lo replicò più volte. Oggi possiamo comodamente reperirlo su YouTube. Varrebbe la pena dargli almeno uno sguardo, tenendo bene a mente la lezione storica che, al di là del valore puramente artistico, la pellicola può impartirci ancora.

Paolo Maria Iraldi

 

Il Requiem verdiano secondo Conlon

Sarà la Messa da Requiem di Verdi il nucleo centrale del secondo concerto della stagione sinfonica, da poco iniziata, dell’Orchestra Sinfonica della Rai, in programma giovedì 25 ottobre alle 20.30 all’Auditorium Rai di Torino Arturo Toscanini. Saranno protagoniste le voci di Anna Pirozzi, reduce dal successo come Lady Macbeth al Festival Verdi di Parma; Saimir Pirgu, noto per le sue interpretazioni in ruoli verdiani, quali quello del Duca di Mantova e di Alfredo Germont; il contralto Marianna Pizzolato, gia protagonista con Conlon dello “Stabat Mater” Rossini, e Riccardo Zanellato, in sostituzione dell’indisposto Dmitry Belosseskiy. Saranno affiancate dal Coro del Teatro Regio di Parma. Sul podio il direttore principale James Conlon.Il Requiem fu eseguito dallo stesso Verdi per la prima volta nella Basilica di San Marco a Milano, il 22 maggio 1873, dedicato all’amico Alessandro Manzoni, da poco scomparso e la cui perdita provocò nel compositore un dolore profondo. Il Requiem risulta impregnato di una forte carica drammatica, capace di riflettere la linea portante del teatro verdiano, accompagnandosi ad una grandiosa meditazione sul mistero della morte che, pur sotto il segno della ribellione contro la volontà divina, è in grado di restituire all’uomo consolazione e dignità. La Messa da Requiem verdiana risulta intensa, ricca di armonia e di frasi melodiche inusuali per un testo di musica sacra, capaci di suscitare nell’ascoltatore sentimenti intensi come la pietà, la trascendenza, il senso della vita e quello della morte. Il testo liturgico della Messa funebre ha offerto al compositore una traccia capace di toccare i vertici del drammaticità, dalla fine della vita alla solitudine dell’anima, dal rimorso per i peccati commessi all’avvicinamento al Signore nei cieli. La Messa ha voluto anche essere, secondo le intenzioni di Verdi, un omaggio a Rossini, scomparso nel novembre 1868.Nel compianto funebre emerge quello che è l’ultimo personaggio della tragedia, l’uomo verdiano, con la sua intransigente moralità, le sue aspirazioni tradite, vinto ma, al tempo stesso, superiore al mondo. In questa chiave interpretativa si comprende il carattere laico di una Messa priva del Credo, in cui si addensano, fino ai limiti estremi, i tipici motivi del melodramma, tra i confini opposti del Dies Irae e dell’Agnus Dei. D’altronde la morte, come ha ben scritto il musicologo e critico Massimo Mila, rappresenta un leitmotiv delle opere verdiane e, nella Messa da Requiem, tutto il genere umano si comporta come i suoi personaggi.

 

Mara Martellotta

“Non ci siamo mai dedicati le canzoni giuste”

“Da quando mi sono innamorata di te, ogni cosa si è trasformata ed è talmente piena di bellezza… L’amore è come un profumo, come una corrente, come la pioggia. Sai, cielo mio, tu sei come la pioggia ed io, come la terra, ti ricevo e accolgo” Una certa Frida Kahlo citava queste parole e Calcutta ci rimette in bocca una pioggia di emozioni attraverso la voce incantevole di una Elisa che pare poco caratteriale ma che, in realtà, quando canta incanta. Fresco di pubblicazione mi fa trascorrere 3 minuti e 20 secondi col sorriso stampato in bocca; sono giorni che la ascolto in macchina e mi affascina l’idea di poter riportare dentro di sé una persona, bevendone il nome che cade sotto forma di pioggia. Dice infatti tutto sulla potenza metaforica del testo che, Calcutta, volenti o nolenti, ha centrato in pieno. Il significato della canzone è incentrato sull’amore: si parla infatti di un rapporto finito ma che è comunque presente e si fa sentire. Il brano si apre con “Non ci siamo mai dedicati le canzoni giuste” e “Non ci siamo mai detti le parole giuste neanche per sbaglio”, come ad accorgersi che forse si poteva fare di più, si doveva fare di più. La prima parte della canzone continua su questa linea, passando poi ad una fase malinconica dove la cantante fa i conti con l’assenza di questa persona e si rende conto di sentirsi vuota senza di essa. Ma c’è una frase, che a me lascia veramente un segno: ”se devi andare pago io”. Mi da quel senso di chi, lascia andare un amore che “deve” per le sue ragioni, e ne paga il conto, più salato che mai. La protagonista del video è la stessa Elisa che si ritrova più volte sotto la pioggia, quasi come a poter dire di essere libera di piangere per la mancanza di questa persona senza essere vista. Il video è stato realizzato in bianco e nero, quasi a voler dire che, senza questa persona, mancano colori importanti, quei colori che rendono tutto piu’ bello, luminoso… Ma vi lascio questa frase: ”gli altri muoiono; ma io non sono un altro; dunque non morirò” Vladimir Nabokov

Vi allego link ma del backstage, buon ascolto…godetevela tutta

https://www.youtube.com/watch?v=CsKw85CoyGM

Chiara De Carlo

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Chiara vi segnala i prossimi eventi …mancare sarebbe un sacrilegio!

“Michelangelo Pistoletto / Comunicazione. Le porte di Cittadellarte”

Fino al 26 gennaio 2019

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Nasce da un’idea-intuizione di oltre quarant’anni fa e dello stesso Michelangelo Pistoletto, la mostra dedicata al geniale artista biellese – fra i massimi esponenti dell’Arte Povera – e ospitata, fino al 26 gennaio del prossimo anno, negli spazi espositivi della Galleria “Giorgio Persano” e in quelli (facenti capo da alcuni anni alla stessa Galleria che ne dista un tiro di schioppo) dell’ex-Opificio “Pastiglie Leone”, in corso Regina Margherita 242 a Torino. Sempre quello il luogo, la Galleria di via Principessa Clotilde 45, e sempre lui il “complice” della bizzarra pensata, il gallerista – attento divulgatore sotto la Mole della meglio Pop Art internazionale – Giorgio Persano. Era la fine di settembre del ’76 – ricorda in una nota lo stesso Pistoletto – quando “invitato da Giorgio Persano a tenere una personale nella sua galleria, ho deciso di realizzare una mostra consistente in ‘100 mostre nel mese di ottobre’”. Come? “Pensandole e descrivendole tutte in quel mese, e numerandole da una a cento, per essere subito stampate in un libretto (giallo) di 9 x 9 x 1,5 cm. presentato in galleria come opera compiuta in se’, ma contemporaneamente estesa nel tempo a venire, cioè quando le mostre avrebbero potuto essere eseguite, sia da me stesso sia da altri”. Da allora sono trascorsi 42 anni. E un buon numero delle mostre illustrate in quel curioso “libretto giallo” sono state pur anche realizzate. Da Pistoletto, come da altri artisti che “ne hanno preso lo spunto come da un ricettario”. Una via l’altra. Dietro le piccole e grandi “novità” creative rotolate a precipizio nello scivolo degli anni. Fino alla centesima. Alla mostra numero 100. Che Pistoletto e Persano di buon accordo decidono, per le caratteristiche espresse -frutto di scelte concrete anche della vita professionale dei due – essere quella attuale, sviluppata in un duplice percorso: una grande installazione simbolico-concettuale posizionata sui settecento metri quadri della Galleria-madre di via Principessa Clotilde e un’esposizione di un buon numero di “quadri specchianti” (le celebri serigrafie su lastra d’acciaio inox lucidato a specchio) fondamento artistico e teorico della più nota produzione di Pistoletto, nel vicino ex-Opificio “Pastiglie Leone”. Fil rouge comune, il tema della “Comunicazione”. Centrale e palese nello scorrere e nel complesso intrecciarsi di quelle diciassette “stanze” aperte e interconnesse, ricavate attraverso l’ingegneristica architettura in legno grezzo posizionata in Galleria e rappresentanti il complesso organismo in cui s’ha da articolare, per l’artista, tutto il sistema che mette insieme arte e società. Evidente il richiamo alle porte della sua Cittadellarte, fondata nel ’98 a Biella nei locali dell’ex-manifattura Trombetta: un complesso di archeologia industriale tutelato dal Ministero dei Beni Culturali, diventato oggi un grande laboratorio creativo e fabbrica di idee, “un’istituzione – scrive Pistoletto – che pone l’arte in relazione diretta con i differenti settori che compongono la società”. Spazi aperti, che permettono salutari catartici travasi dall’architettura alla spiritualità, dal lavoro all’ecologia, fino a rendere comunicanti economia e scienza, arte e politica, matematica e filosofia non meno che agricoltura e design o moda e produzione: così all’infinito, mischiando partenze e traguardi per andare e tornare “in una fitta rete di interconnessioni e comunicazioni” in cui trova forma quel Terzo Paradiso teorizzato dall’artista come “il grande mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità nella visione globale”. Quest’è, a comune giudizio, il “comunicare”. Apparentemente l’opposto o cosa assai diversa di quanto espresso nei diciotto “quadri specchianti” (tutti inediti meno uno ed ultimi eredi dei primi esemplari comprati in blocco nel ’63 dalla gallerista parigina Ileana Sonnabend) assemblati negli spazi dell’ex-Opificio “Pastiglie Leone”, luogo storico dell’industria torinese. Opere che raccontano di una comunicazione “altra”, di relazioni umane mediate o interrotte (?) dal “digitale” e dai “social”. Tempi e ritmi dell’oggi. Ed ecco il ragazzo, berretto   in testa borsone a terra e pelle super tatuata, con gli occhi affondati nel cellulare, la “coppia a colazione” che non si sfiora manco di striscio e l’ufficio dove i tablet dettano i ritmi del confronto interpersonale. Siamo nel regno degli smartphone e dei selfie, in cui s’inneggia al potere assoluto e alle incognite del gigabyte. Tutto in scala reale. Sorprendente e abbacinante. Unica opera con qualche annetto in più, un “girotondo” del 2007. Allora s’usava ancora toccarsi e manifestare in coro. Poco oltre, però, l’immagine del bastone di un selfie a tre. E l’incantesimo decade. Ma questi lavori, tiene ben bene a sottolineare l’artista,“non hanno funzione né apologetica né critica, semplicemente documentano lo stato delle cose”. Così oggi é. Pensiamoci sù.

Gianni Milani

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“Michelangelo Pistoletto/Comunicazione. Le porte di Cittadellarte”

Galleria “Giorgio Persano”, via Principessa Clotilde 45, Torino; tel. 011/835527 o www.giorgiopersano.org

Orari: mart. – sab. 10/13 e 15,30/19

Ex-Opificio “Pastiglie Leone”, corso Regina Margherita 242, Torino

Orari: mart. – sab. 15,30/19

Fino al 26 gennaio 2019

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Photo: Nicola Morittu

– “Le porte di Cittadellarte”, legno, 2018
– “Smartphone – Uomo seduto a terra”, serigrafia su acciaio inox supermirror, 2018
– “Smartphone – Coppia a colazione”, serigrafia su acciaio inox supermirror, 2018
– “Tavolo di lavoro”, serigrafia su acciaio inox supermirror, 2018
– “Solidarity”, serigrafia su acciaio inox supermirror, 2018
– “Selfie – Tre ragazze di schiena”, serigrafia su acciaio inox supermirror, 2018

Una metropolitana di cultura

A Torino si possono scegliere itinerari a tema attraverso virtuali linee di Metropolitana, quelli della Metropolitana culturale

 

Esiste una metropolitana reale nelle principali città del mondo, Torino sta aspettando la sua seconda linea, ma proprio nel capoluogo sabaudo esiste anche una metropolitana virtuale, culturale che, attraverso le sue diverse linee, consente a turista ed utente del web di scoprire itinerari a Torino di interesse nel campo dell’architettura, dell’arte moderna e contemporanea e del design. Si tratta sl sito “www.metropolitanaculturale.it”.”Volevamo dare degli strumenti che fossero facilmente fruibili anche da chi non conoscesse Torino – spiega l’ideatore di “Metropolitana culturale”, Filippo Zanoni, giornalista specializzato nel settore automotive – ed abbiamo ideato un sito capace, attraverso diverse linee virtuali di metropolitana, di condurre il fruitore lungo itinerari a tema. Nel campo del design, per esempio, il percorso che abbiamo costruito comprende diverse tappe, tra cui quella della Cittadella del Design e della Mobilità Sostenibile, presso il Politecnico di Torino, in via Settembrini, proseguendo poi allo IED, istituto Europeo del Design, allo IADD, Istituto d’arte applicata e Design, ed al Circolo del Design. Di ogni tappa è possibile trovare una descrizione accattivante ed approfondita. Si scoprirà   così che il Circolo del Design vuole diventare un polo culturale e di riferimento per i giovani talenti e per lo scambio delle esperienze più innovative, attraverso incontri, dibattiti, workshop, ma anche essere un luogo informale di incontro e di confronti, di mostre e manifestazioni basate sulla creatività e sull’innovazione. Torino, d’altronde, è stata nominata nel 2014 City of Design dell’Unesco e nell’ ottobre dello scorso anno proprio qui è stata organizzata l’assemblea della World Design Organization, ritornata in Italia dopo 34 anni”.”L’itinerario dell’arte moderna e contemporanea – prosegue Filippo Zanoni – non comprende soltanto importanti realtà museali cittadine, quali la Fondazione Merz e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo o la Gam, ma anche le manifestazioni correlate a questo campo artistico, come Artissima e The Others”. Le linee di Metropolitana Culturale sono quelle “moTore” (dedicata al Mauto, al Mirafiori Motor Village, al Centro Storico Fiat ed alla manifestazione di Automomotoretro’), Arte, quella della Architettura e la linea Design.

Mara Martellotta

 

www.metropolitanaculturale.it

 

“Variety for friends”, aiutarsi divertendosi

A Torino di scena il nuovo spettacolo del Maestro Giorgio Bolognese a favore della ‘Fondazione Crescere Insieme Sant’Anna’ realizzato con ‘Charity4all’ e ‘Rotary Club’

S’intitola’ Variety for Friends’, e andrà in scena al Teatro Carignano lunedì 29 ottobre alle ore 20,45. Questo è il nome dello spettacolo nato da un’idea di Giorgio Bolognese, stimato compositore, pianista e direttore d’orchestra.

Un’idea artistica nata da Riccardo Petrignani, Presidente del Rotary Club Torino Ovest, capace di coniugare musica e cabaret, regalando sollievo e momenti di importante riflessione, realizzata in collaborazione con il Rotary Club (Torino Ovest, Saluzzo, Torino Stupinigi, Torino Polaris, Torino Val Sangone, Torino Lagrange, Torino 45Parallelo, Torino La Marmora e Rivoli), con il patrocinio della Città di Torino insieme alla ‘Charity4all’, la Onlus unica nel suo genere fondata dallo stesso Bolognese , con cui dar vita ad attività di fundraising a favore di altri enti benefico-solidali.

Come la ‘Fondazione Crescere Insieme Sant’Anna’ cui verrà devoluto l’intero incasso della serata al netto delle spese. Una cornice importante per uno spettacolo altrettanto degno di nota in cui il Maestro Bolognese presenterà per la prima volta al grande pubblico alcune perle inedite del proprio raffinato repertorio, accompagnato da un’orchestra sinfonica di fiati di oltre 40 elementi: “Felice di condividere la scena con un gruppo affiatatissimo – consentitemi di dirlo, dato il contesto – con la magia della voce del mezzo soprano Laura Siccardi in ‘I Bambini Guardano’ e del Maestro Pietro Marchetti quale virtuoso solista al sax soprano sulle note di ‘Calle de Caracol’.

A impreziosire una scaletta ricca di ritmo e pathos, per la regia di Tatjana Callegari, anche la comicità dei valenti Max Pisu, Enrico Balsamo e Marco Carena, oltre alle coreografie dedicate frutto dell’estro creativo della coreografa Alessandra Porselli. Conclude Giorgio Bolognese: “Quando il Prof. Daniele Farina mi ha contattato, è stato subito un ‘sì’: ho raccolto con entusiasmo crescente l’invito a fare di uno spettacolo uno strumento di aiuto alla lodevole fondazione da lui diretta. Uno show nato per aiutarsi divertendosi, leggero come un buon bicchiere di vino a fine pasto”. Il trucco e parrucco è affidato a Claudia Franceschi, la direzione di scena è curata invece da Davide Allena. Tra i professionisti coinvolti nell’iniziativa anche la Performer Aerea Arianna Cimma. Giorgio Bolognese, fra l’altro, ha pubblicato il suo primo brano-capolavoro dal titolo ‘2 Luglio 1944’ per la ‘Vivo per Lei Edizioni’, del grande cantautore e hitmaker Gatto Panceri, pubblicando tale singolo per l’etichetta discografica indipendente torinese ‘Capogiro Records/BelieveDigital’ (con cui hanno collaborato anche negli anni Gerardina Trovato, Mario Lavezzi, Rita Pavone, Piero Chiambretti e molti altri): sue sono anche le musiche della commedia di Valerio Di Piramo e Cristian Messina con protagonista Margherita Fumero dal titolo ‘Leonardo e la magia del tempo’ che ha debuttato con successo al Teatro Toselli di Cuneo, in cartellone anche al Teatro Alfieri di Torino dal 18 al 21 ottobre.

Per informazioni e prenotazioni, è possibile telefonare al numero 324 7978628 tutti i giorni dalle 14,30 alle 18,00.