I misteri sindonici/2
SECONDA PARTE
I negazionisti insistono sulla produzione pittorica, partendo dai primi esami al carbonio 14 che datano il telo fra Medio Evo e Rinascimento. Per rispettare al meglio l’integrità del documento, i primi esami si fecero su parti periferiche del telo, rispetto alla figura centrale. Ciò creò l’errore fondamentale che facilitò la tesi del ‘manufatto medievale’.
Oltre ai citati pollini, il grasso umano rinvenuto soprattutto sui bordi del lino cosa ci suggerisce? E’ noto che continue furono nel tempo le esposizioni pubbliche, tante mani aprirono e chiusero il telo, oltre alle riparazioni fatte dalle suore Clarisse a seguito del famoso incendio a Chambéry del 1532. Fondamentale è inoltre considerare quanto la totale assenza di igiene di quei lontani periodi (ma più recenti, rispetto al 33 d.C.) abbia inevitabilmente ‘ringiovanito’ il telo e creato confusione alla scienza di fine XX secolo.
Quindi si può ipotizzare un dipinto? Questa è tesi ancora molto accreditata. Altri esami hanno però escluso la presenza di pigmenti (sono state trovate solo tracce del tutto insufficienti a produrre un’immagine visibile), inoltre l’immagine non presenta direzionalità, come avviene invece in qualsiasi disegno o pittura. Noto è che i pennelli dispongano il colore da un punto verso un altro; parimenti non risulta evidente un qualsiasi “stile artistico” prodotto in epoca medievale, o al più tardi rinascimentale.
Per quanto ciò possa urtare la nostra mentalità razionale … quel corpo si sarebbe ‘semplicemente’ sottratto alla fasciatura (stretta) del telo di contenimento, senza alcun movimento fisico della salma. E’ come se sia letteralmente passato attraverso i tessuti del lino.
Come fa la Sindone a provare questo? Questa è una delle poche certezze. Lo dice l’osservazione al microscopio dei coaguli di sangue. Sia per la precedente fustigazione che per la crocifissione, enormi fiotti ematici penetrarono nelle fibre del lino in vari punti, formando grossi coaguli che poi seccati, divennero grumi di un materiale duro che, pur se fragile, incollò la carne al tessuto, come sigilli di ceralacca. Nessuno di questi coaguli risulta spezzato e la loro forma è integra proprio come se la carne incollata al lino fosse rimasta esattamente al suo posto, fino al momento dell’irradiazione”.
A conferma di quanto sopra descritto, lo studio dei coaguli al microscopio rivela che quel corpo si è sottratto al lenzuolo senza alcuno strisciamento o altri movimenti. In laboratorio, grazie alla Strinatura (bruciatura superficiale), per mezzo di un bassorilievo riscaldato, alcuni studiosi sono riusciti a produrre immagini visivamente molto simili. Le loro caratteristiche fisiche e microscopiche sono però risultate differenti da quelle della Sindone. Le novità che proponiamo vengono però da un interessante documentario programmato in tv sul canale Focus. Nel 2010, laboratori di Fisica dell’Enea di Frascati hanno prodotto esami con sorprendenti conclusioni che si appoggiano alle tesi scritte sui Sacri Testi.
Un laser della Facoltà ha sì riprodotto in laboratorio un’immagine accostabile alla Sindone, ma su un telo con superficie di pochi centimetri. Con le attuali tecnologie, per riprodurre l’immagine corrispondente a un uomo di altezza approssimativa 180 centimetri sui due lati, ci vorrebbero 10.000 esposizioni simultanee con altrettante apparecchiature di ultima generazione.
Le nostre attuali tecnologie non sono in grado di raggiungere simili risultati. L’esposizione al calore è un altro dato sorprendente. Il corpo fu sottoposto a un calore intenso ma non troppo (una temperatura troppo energica avrebbe bruciato il telo). La velocità di irradiazione sui tessuti è inoltre stata velocissima, con un tempo ben più rapido del misterioso lampo globulare o l’Effetto Corona più volte chiamati in causa. Anche senza essere dei tecnici, è logico considerare che se si irraggia un qualsiasi materiale, la parte direttamente esposta alla fonte resta chiaramente più ‘offesa’ dal calore rispetto a quelle più nascoste. I lini sindonici – che per facilitarne la comprensione li possiamo paragonare a cordini – con questa particolare irradiazione cambiano struttura nella loro totalità. Non esiste traccia di gradualità termica sul materiale. Il tessuto non direttamente esposto resta candido, senza alcuna deformazione. Questo fatto è impossibile da verificarsi nello stato di natura.
Poi c’è la storia a parlare, in quanto gli scritti evangelici corrispondono totalmente al destino riservato all’Uomo della Sindone. Il lino racconta fedelmente cosa successe al condannato, peculiare per destino alla ‘ritualità’ riservata dai Romani ai condannati a morte. I trattamenti subiti dall’Uomo della Sindone indicano che probabilmente solo una creatura sovrumana avrebbe potuto resistere per tanto tempo alla condanna di Ponzio Pilato (personaggio storicamente individuato). Pur se inflitta a un uomo giovane e robusto, già la pesantissima fustigazione con il flagrum avrebbe potuto essere letale.
Questo flagello era una particolare frusta con lacci ai quali erano attaccati artigli metallici o altro, che provocavano tremende lacerazioni, quando non fratture. Dopo la fustigazione, debolezza fisica, perdite di sangue, trasporto fino al Colgota di un legno di circa 70 chili, dolore dei chiodi a mani e piedi, avrebbero provocato il decesso a chiunque, eppure la sua vita continuò fino al pietoso colpo di lancia inflitto dal centurione Longino.
Ci rendiamo conto quanto macabri siano questi particolari, ma restano fondamentali per avvicinarci a dati che la scienza sta faticosamente cercando di far combaciare. Quanto sopra descritto è stato meticolosamente riscontrato da attenti esami, fra i quali quelli di Baima Bollone, professore di medicina legale recentemente scomparso nella nostra città, che ha diretto a lungo il Centro Internazionale di Sindologia.
Pluriennale ricerca e incarichi internazionali gli hanno reso la reputazione di uno dei massimi esperti mondiali del settore. Ben noto è il suo testo, che unisce le sue competenze medico-legali con la ricerca storica, dal titolo “Sindone. Storia e scienza”. Per concludere, questi recenti esperimenti dimostrano che ‘certa’ Scienza non è più interessata a confutare a ogni costo la fede (sospetti invalidanti sono a carico di centri scientifici composti da scienziati protestanti e atei). Da anni si cerca infatti di avvicinare i testi evangelici – pur sotto rigida riprova scientifica – all’enorme mistero che da duemila anni coinvolge l’Uomo della Sindone.
Chi sarebbe costui, cosa rappresenta questa statuaria ombra umana impressa su un telo funebre?
Fu un disgraziato essere umano dall’infausto destino (per altro comunissimo ai tempi), morto per croce in una marginale provincia del vasto impero romano, oppure è la sacra testimonianza di un Dio, il Dio che da sempre ci chiede di credere in lui?
Le tracce ci sono e fanno riflettere, ma senza ancora la prova definitiva. Forse però è proprio al Mistero che dobbiamo credere, senza desiderare di essere come San Tommaso che “ha creduto perché ha visto”. Ci viene semplicemente chiesto di Credere, Credere anche senza mettere il nostro dito nella piaga.
Semplice o difficile? Dipende …
Ferruccio Capra Quarelli
Debutto al teatro Gobetti martedì 12 maggio
Martedì 12 maggio , alle 19.30, debutterà al teatro Gobetti la pièce teatrale dal titolo “ I due papi” di Anthony McCarten, da cui è tratto l’omonimo film del 2019 con Jonathan Pryce e Anthony Hopkins.
L’allestimento italiano, nella traduzione di Edoardo Erba, è diretto da Giancarlo Nicoletti. Saranno in scena Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo, con la partecipazione di Anna Teresa Rossini e con Ira Nohemi Fronten e Alessandro Giova. Le scene sono di Alessandro Chiti, i costumi di Vincenzo Napolitano e Alessandro Menè. Lo spettacolo resterà in scena per la stagione in abbonamento dello Stabile di Torino fino domenica 17 maggio.
Il drammaturgo e sceneggiatore neozelandese Anthony McCarten, noto al grande pubblico per i copioni di alcuni celebri film campioni di incassi quali “Bohemian Rhapsody” , “L’ora più buia” e “La teoria del tutto”, firma un testo teatrale che racconta uno dei momenti più sorprendenti della storia recente, le dimissioni di Benedetto XVI e l’ascesa di Papa Francesco. Cosa ha spinto il Papa conservatore a rompere con la tradizione e a lasciare il posto a un riformatore, amante del calcio? In questo incontro- scontro, fatto di tensione, ironia e inattesa complicità, è presente una riflessione sul senso del potere, della fede e dell’umana fragilità. Lo spettatore assiste ad un dialogo serrato che, tra battute brillanti e momenti di profonda commozione, scava nelle paure e nelle speranze di due uomini chiamati a guidare milioni di coscienze.
“Quando ho visto per la prima volta la pellicola di Netflix – spiega il regista Giancarlo Nicoletti – sono rimasto stupito dall’efficacia e dalla cifra teatrale della scrittura di Anthony Mc Carten. Scoprire, di lì a poco, che il film era tratto da un testo teatrale dello stesso autore, sovrapponibile quasi del tutto alla sceneggiatura cinematografica, è stata una piacevole riconferma della prima impressione.
La successiva lettura del testo della commedia mi ha nuovamente stupito perché la forza dell’incontro/ scontro tra i due protagonisti , sullo sfondo di una vicenda storica che rimarrà un unicum dei tempi contemporanei, all’interno della dimensione teatrale acquista, a mio avviso, un’urgenza e una forza, una capacità di penetrazione ancora più grande che al cinema. Il cuore di questo incontro e del dialogo tra Ratzinger e Bergoglio, che sia veramente avvenuto o meno non importa, riguarda tutti noi, in quanto uomini, trascendendo dalla dimensione religiosa o spirituale, e oltre il pruriginoso interesse che sempre suscitano le questioni vaticane.
“I due Papi” parla anzitutto di due uomini e allo stesso tempo parla di tutti gli uomini. Parla del potere, di come a volte sia difficile se non impossibile per un solo uomo il fardello delle responsabilità, ci pone l’interrogativo di quanto veramente sia giusto o meno perseverare e se non valga la pena, a volte, scendere dalla propria croce.
Parla del rapporto tra l’uomo e Dio, dell’etica, della aporie e degli interrogativi di ogni giorno della contemporaneità che corre, lasciandoci il dubbio se sia giusto sposare i tempi o ammettere l’esistenza di un che di immutabile ed eterno.
Parla dell’essere umano, di quanto possiamo essere grandi e piccoli al tempo stesso, di come il dubbio e la difficoltà di vivere siano eguali a ogni latitudine e in qualsiasi posizione sociale. Credo che, in questa universalità, risieda il successo e l’apprezzamento trasversale, indipendentemente dal proprio credo, della pellicola di Netflix e la possibilità di portare l’operazione al suo luogo di nascita, il teatro.
Si tratta di uno spettacolo che vuole poggiarsi su un testo eccezionale e di grande forza, che sa scandagliare l’animo umano restando sapientemente nel campo della commedia attraverso un’operazione al servizio di due grandi interpreti italiani, provenienti da percorsi diversi, ma adatti a una sfida del genere. È un tentativo di regia contemporanea di gusto internazionale, con un occhio sempre rivolto al pubblico, grazie alla traduzione del testo di Edoardo Erba e all’impianto scenico realizzato da Alessandro Chiti.
“I due Papi” rappresentano uno spettacolo vivo , capace di parlare a tutti e di trasportare lo spettatore in una dimensione varia, in quanto a viaggio, dialettica e sensazioni, fra i massimi sistemi del cielo e la concretezza quotidiana della terra”.
Teatro Gobetti 12-17 maggio
Di Anthony Mc Carten
Traduzione di Edoardo Erba
Con Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo
Regia di Giancarlo Nicoletti
Info Gobetti, via Rossini 8
Orario degli spettacoli martedì, giovedì e sabato ore 19.30, mercoledì e venerdì ore 20.45, domrn8ca ore 16.
Biglietteria teatro Carignano, piazza Carignano 6
Tel 0115169555
Email biglietteria@teatrostabiletorino.it
Mara Martellotta


Attraverso una visita dermatologica che gli fu diagnosticata alcuni anni fa, una patologia a detta del medico, tipica delle popolazioni ebraiche aschenazite est europee, la storica e scrittrice torinese Lucetta Scaraffia, viene a conoscenza di questa ascendenza, ascrivibile alla nonna paterna, che come un fiume carsico attraverso le generazioni, riemerge alla sua coscienza contemporanea.
( Lucetta Scaraffia, “Ebrei senza saperlo. Memorie nascoste”, Raffaello Cortina Editore 2026,pagg.165, €16.00).

Ne nasce un testo autobiografico complesso, che narra della sua tormentata ricerca delle radici.I Wildt arrivati in Italia a metà dell’ottocento sono una dinastia di convertiti ebrei al cristianesimo ,di cui l’autrice solo risalendo indietro di tre generazioni, può immaginare avessero piena consapevolezza della loro identità ebraica. Convertiti per amore o per forza? Quanti di noi, ripercorrendo il passato famigliare, potrebbero scoprire tracce nascoste della propria origine ebraica senza esserne consapevoli? La ricerca di Lucetta Scaraffia si allarga al complesso tema della trasmissione dell’identità ebraica, che fu spesso cancellata per paura,bisogno, opportunità, persecuzioni, attraverso i reticoli della Storia. Storia fatta sovente di miseria, ghettizzazioni,leggi razziali,pogrom.Una storia condivisa in realtà da molte famiglie italiane assimilate.L’autrice è una storica cattolica, nota nel panorama culturale nostrano,sovente opinionista televisiva su questioni teologiche e storico religiose, di studi di genere e un passato di femminismo radicale.
Leggendo il libro, questa ricerca ha comportato per lei anni, passati in archivi anagrafici al Comune di Milano, dove i Wildt arrivarono dalla Polonia probabilmente, come primo approdo, per risalire a Torino ,dove un suo antenato paterno, manutentore di ferrovie mise le tende.Per arrivare al grande scultore di epoca fascista Adolfo Wildt.Ma il testo è complesso e spazia dalla definizione di identità ebraica come religione, etnia, cultura alle forme della sua estinzione attraverso le conversioni, le assimilazioni e i processi di secolarizzazione,i battesimi,le scomparse documentali dagli archivi delle comunità e delle Sinagoghe. Si arriva partendo dalla storia antica a trattare il tema della Shoah e della fondazione dello Stato di Israele fino al tragico fatto dell’attentato di Hamas al confine della striscia di Gaza del 7 ottobre del 2023 e del drammatico riaffacciarsi dell’ antisemitismo politico e culturale, che si voleva per sempre estinto nel secolo scorso.Il lettore anche privo di buone conoscenze storiche e culturali, riesce grazie alla fluida e coinvolgente narrazione dell’autrice a comprendere bene le tematiche e i complessi problemi trattati. Un libro importante che mancava nel nostro panorama culturale italiano, che ci interroga sul difficile tema dell’identità in generale e di quella ebraica in particolare, dove oggi un ebreo italiano che esce in strada portando in capo la kippá, corre il rischio dell’ aggressione fisica. Tempi bui dove l’antisionismo è diventato il correlato del riemergere dell’antisemitismo e dove tornare ‘marrani’ è diventato il nuovo imperativo categorico, dell’ essere ebrei ‘soggettivi e oggettivi’ ,’ignari deboli o consapevoli forti’ (non anticipo in quale categoria si pone l’autrice e lo lascio scoprire al lettore se sarà impaziente di leggere questo magnifico libro )in attesa come sempre, di sapere se si è stati promossi e con che voto all’esame della parte giusta della Storia. Per elezione o vetustà. Freedom Flotilla permettendo. Auguri per il Salone del Libro.
Aldo Colonna
In scena al teatro Carignano da martedì 12 maggio per la regia e interpretazione di Geppy Gleijeses
Martedì 12 maggio, alle ore 19.30, debutterà al teatro Carignano la pièce teatrale “Napoli nobilissima”, spettacolo composto di due atti unici di Raffaele Viviani, dal titolo “Don Giacinto” e “La musica dei ciechi”. La pièce vanta come regista Geppy Gleijeses, che sarà in scena con il figlio Lorenzo, Massimiliano Rossi, Chiara Baffi e undici attori-musicisti da poco diplomati al teatro Nazionale di Napoli. Lo spettacolo è prodotto da Dear Friends e dal Teatro di Napoli, Teatro Nazionale e resterà in scena fino a domenica 24 maggio.
Geppy Gleijeses dirige due atti unici di Raffaele Viviani, il “Don Giacinto”, composto nel 1923, e “La musica dei ciechi” del 1928, offrendo uno spaccato della Napoli popolare e autentica. Nel primo il vecchio Giacinto, uomo di onore e dignità, si trova a dover fronteggiare le miserie umane e l’ipocrisia; nel secondo un’orchestrina di ciechi, guidata da un guercio e assistita da un pietoso venditore di ostriche, racconta una Napoli dolente e verace. Le musiche sono originali di Viviani e si intrecciano a canti, danze e prosa, avvolgendo lo spettatore in un viaggio emozionante nel cuore del teatro partenopeo, restituendo la forza lirica dei bassifondi e immergendo il pubblico in una realtà cruda e poetica.
“Raffaele Viviani – spiega il regista e interprete Geppy Gleijeses – rappresenta il più grande autore teatrale napoletano che ha esplorato, tranne che nell’ultimo periodo della sua attività, la strada e i suoi eroi, miserabili, povera gente, i rifiuti della società ( così come Eduardo, mio Maestro, penetrò i gangli più profondi dell’animo umano). Ma di Viviani ancora non si è scoperta e esaminata del tutto la grandezza universale. Vicino a Bertold Brecht, per tematiche e analisi umana, ma culturalmente assai lontano non avendolo mai conosciuto o comunque preso come riferimento, Viviani, incredibilmente, pur non sapendo scrivere la musica, la fischiettava a un maestro, e pur non conoscendo le sonorità di Weil e di Eisler, risulta estremamente vicino a quella temperie musicale.
Ho già diretto “Don Giacinto” nel 2000 per il Festival di Benevento. Si tratta della storia agrodolce di un vecchietto dignitoso e nobilissimo, bersagliato dalla umanità dolente e variopinta che lo circonda. “La musica dei ciechi” è insieme a “Sik Sik, l’artefice magico”, il più bell’atto unico mai scritto da un autore napoletano, paragonato, se non addirittura superiore a “I ciechi “ di Maeterlinck. Narra la vicenda di un’orchestrina ambulante di ciechi guidati da un guercio”.
Info teatro Carignano, piazza Carignano 6 Torino
Orari degli spettacoli martedì, giovedì e sabato ore 19.30, mercoledì e venerdì ore 20.45, domenica ore 16. Lunedì riposo.
Biglietteria teatro Carignano, piazza Carignano 6, Torino
Tel 0115169555
Email biglietteria@teatrostabiletorino.it
Mara Martellotta
Foto Tommaso Le Pera
Lo scrittore presenterà, in occasione del Salone Off, ilsuo ultimo libro “La Prima Guerra Civile”
Il Museo Civico Pietro Micca di Torino inaugurerà, in occasione del Salone Off, un nuovo ciclo di incontri culturali dal titolo Dialoghi al Museo pensato come spazio di confronto, approfondimento e riflessione sulla storia e sull’attualità attraverso la voce di autori, studiosi e protagonisti del panorama culturale torinese e italiano. Il primo appuntamento si terrà il prossimo 12 maggio e avrà come ospite lo storico e scrittore Gianni Oliva, tra i più autorevoli divulgatori della storia contemporanea italiana. L’incontro sarà dedicato alla presentazione del suo ultimo libro, La Prima Guerra Civile, edito da Le Scie Mondadori, un’opera che affronta con rigore storico e grande capacità narrativa una delle pagine più complesse e controverse della storia nazionale; questa scelta rappresenta la volontà del Museo Pietro Micca di avviare questo percorso culturale con una voce autorevole e riconosciuta, capace di coinvolgere il pubblico in una riflessione profonda sul passato e sulle sue conseguenze nel presente. Il ciclo di incontri nasce con l’obiettivo di trasformare il museo in un luogo sempre più vivo e partecipato, aperto non soltanto alla memoria storica del protagonista, ma anche al dialogo culturale e civile. In questo spirito, la presenza di Gianni Oliva assume un valore simbolico importante, inaugurando una rassegna che intende diventare un appuntamento stabile per la città di Torino.
L’incontro si svolgerà presso il Museo Pietro Micca il 12 maggio prossimo alle 17.30
Per partecipare è richiesta la prenotazione all’ indirizzo email museopietromicca@comune.torino.it
Breve storia di Torino
1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi
2 Torino tra i barbari
Continua dunque il progetto in cui mi sono “impelagata” riflettendo su quanto sappiamo del mondo e quanto invece conosciamo del territorio in cui viviamo.
Questa serie di articoli nasce da una discussione avuta in classe con i miei studenti, con i quali ho potuto dibattere sull’importanza che diamo a ciò che sta lontano, a discapito di ciò che invece possiamo effettivamente raggiungere, vedere, studiare a fondo. È un lavoro per me nuovo, quello che sto facendo, una sfida personale tutta di ricerca prettamente storica che ho piacere di condividere con voi, cari lettori, nella speranza di coinvolgervi e intrattenervi con un po’ di notizie locali che sono riuscita a reperire, esulando da quelle che sono le mie “zone di confort”, ossia l’arte e la scuola.
Ecco allora vi lascio alla lettura di questo secondo articolo, dedicato ad approfondire ciò che accadde alla nostra bella urbe durante le cosìddette invasioni barbariche.
Sappiamo davvero poco sulle vicissitudini di Torino durante l’alto Medioevo. L’impero romano cade per cedere il posto a una progressione di transitori regni barbarici, si apre un periodo incerto, caratterizzato da crisi commerciali, un forte calo demografico e un generale regresso della vita urbana. Il territorio di Torino viene dapprima inglobato nel regno degli Ostrogoti, successivamente, nel giro di circa un secolo, a tale popolazione subentrano i Longobardi, che detengono il potere fino al termine del secolo VIII, ossia fino all’arrivo dei Franchi. Torino è ora parte del “Regnum Italiae” e appartiene al vasto Impero di Carlo Magno, che si espande dalla Spagna ai Paesi Bassi fino alla Germania centrale. Ancora una volta la posizione geografica della città fa sì che l’urbe diventi un importante punto di collegamento tra i luoghi principali del dominio carolingio: i territori italiani e l’ancora importantissima Roma.
Le fonti pervenuteci riguardo a tale periodo storico sono esigue e frammentarie, si tratta principalmente di documenti ecclesiastici, attestati ufficiali, cronache o testimonianze redatte da titolari laici del potere, in ogni caso tutti atti che si riferiscono a persone più che benestanti e di particolare riguardo, come nobili, vescovi o imperatori, al contrario ci è quasi impossibile recuperare notizie sul “modus vivendi” della gente comune.
Sappiamo però che pressoché tutte le città murarie – compresa Torino – offrivano protezione a chi, vivendo nelle campagne, era costantemente danneggiato dalle incursioni dei barbari.
Nel IX secolo anche l’Impero Franco si spegne: i regni e i ducati che ne facevano parte sono in continua lotta tra loro, i grandi signori si combattono l’un l’altro e nel mentre tentano di arrestare le invasioni dei Saraceni e degli Ungari.
Torino si presenta come un avamposto di primaria importanza per fronteggiare le incursioni saracene provenienti dalle Alpi ed è dunque necessario, per chiunque ambisca a governare il Regno Italico, esercitare un’azione di controllo anche sul territorio del capoluogo piemontese. È Ottone I che, alla fine del X secolo, ha la meglio sugli altri aspiranti: nasce l’Impero romano-germanico. A questo punto della storia, Torino passa sotto la giurisdizione del marchese Arduino III, noto come il Glabro, il quale detiene il dominio non solo sulla città ma su tutta la zona conosciuta come “marca di Torino”, comprendente i territori circostanti e il corridoio alpino. L’antica Augusta è destinata a sottostare agli Arduino, vassalli imperiali con titolo di conti e marchesi della città fino alla morte della contessa Adelaide (1091), ultima discendente della famiglia. È tuttavia necessario ricordare l’importanza della casta ecclesiastica, i vari membri della stirpe reggente devono dividere il potere con i vescovi locali che, da Massimo in avanti, esercitano l’autorità spirituale e temporale sulla diocesi ma anche sulla cittadinanza. Il governo episcopale risulta un punto fermo in questo periodo di grande confusione, è grazie ad esso se la città presenta una struttura amministrativa e una accettabile stabilità politica. Da non dimenticare inoltre il fatto che il clero vanta un duplice espediente per assicurarsi il mantenimento del credito politico, da una parte l’egemonia spirituale, dall’altra il fatto che la Chiesa costituisce l’unica fonte di alta cultura, per l’appunto chi appartiene al clero episcopale fa parte dei pochi in grado di leggere e scrivere.

Si può dunque affermare che la storia di Torino segua le generiche vicissitudini dell’Italia, lo specifico si perde in una più ampia visione di accadimenti cronologici che segnano il destino di tutta la penisola, con l’eccezione di sporadici eventi che è possibile riportare grazie alle documentazioni rinvenute. Proviamo allora a ripercorrere un po’ piùda vicino le vicende della penisola e della nostra città durante la venuta degli Ostrogoti, poi dei Longobardi e infine ciò che avviene nel periodo carolingio.
Quando l’Impero Romano crolla, Torino non pare accorgersene, la quotidianità della cittadinanza rimane sostanzialmente imperturbata di fronte alle vicissitudini politiche lontane, e anche quando nel 493 Odoacre viene deposto dagli Ostrogoti, la notizia non desta particolare interesse.
Il nuovo re, Teodorico, tuttavia nota la città pedemontana e la ritiene un cruciale avamposto strategico. In questo contesto Torino diventa per poco protagonista: agli albori del nuovo regno un esercito di Burgundi riesce ad entrare in Italia, attraversando la Valle d’Aosta e saccheggiando le cittadine della pianura lombarda; Teodorico affida il compito di sedare l’invasione e negoziare il rilascio dei prigionieri ai vescovi di Pavia e Torino. La vicenda si conclude positivamente e nel 508 Teodorico espelle gli invasori dal regno e rende Torino un caposaldo della sua linea difensiva.
L’imperatore muore nel 526 e la stabilità del potere politico viene bruscamente scossa. Prende il comando il bizantino Giustiniano, la cui aspirazione più grande è restaurare l’antico Impero Romano; egli decide di riunire le province occidentali ai territori orientali che governa da Costantinopoli.
A seguito di tale desiderio dell’imperatore, nel 535 il generale Belisario inizia la riconquista dei territori italiani, le battaglie che ne conseguono sono violente e sanguinose e portano alla distruzione di gran parte dei territori settentrionali e centrali della penisola. Nel 553 cade l’ultimo avamposto ostrogoto e il regno di Teodorico viene cancellato del tutto. La vittoria di Giustiniano però non è destinata a durare. La conquista bizantina ha conseguenze negative e comporta l’inizio di un’altra invasione barbarica, quella dei Longobardi. Alboino in breve tempo ottiene tutta l’Italia settentrionale e centrale, occupa il Piemonte e rende Torino un’importante roccaforte del nuovo regno. Per due secoli i Longobardi detengono l’egemonia, il segno del loro passaggio è incisivo e ben evidente, soprattutto in Lombardia, regione che ancora oggi porta il loro nome.
I Longobardi, confederazione di più “gentes”, assimilabili nell’aspetto perché portatori di una “lunga barba”, sono bellicosi, saccheggiatori alla ricerca di nuove terre in cui insediarsi e soprattutto sono seguaci dell’arianesimo. È appunto la questione religiosa che determina all’inizio grosse difficoltà e spaccature con la convivenza autoctona, tutta cristiana. Ci vuole del tempo, ma alla fine ariani e pagani si convertono al cattolicesimo, come dimostra la diocesi torinese che riesce a ricongiungersi con il papato a Roma nel giro di neanche un secolo. Nonostante la natura guerriera dei nuovi dominatori, a Torino non pare esserci alcuna situazione particolarmente violenta: i contadini continuano a svolgere le loro attività e i vescovi sono lasciati liberi di occuparsi dei propri fedeli. I nobili longobardi si impossessano delle zone adiacenti all’urbe, come per esempio il colle su cui sorge Superga, il cui nome deriverebbe da Sarropergia, dal germanico Sarra-berg, “monte della collina”. Quel che emerge è che i Longobardi sono sottoposti ad un graduale processo di romanizzazione, come dimostra la scomparsa della loro lingua a favore del latino volgare. D’altro canto i nuovi dominatori apportano notevoli modifiche agli usi e costumi di derivazione romana, ad esempio il sistema delle tasse e l’assetto urbano dei centri abitati. Viene inoltre smantellata l’organizzazione delle province dell’Impero, a favore dell’istituzione di ducati, governati da comandanti militari longobardi, detti duchi; i nuovi siti hanno alto valore strategico, tra questi emergono per importanza Torino, Asti, Ivrea e Novara.
A Torino i duchi longobardi erigono diversi nuovi monumenti e palazzi, accanto ai luoghi cristiani già preesistenti. Sorgono chiese e abitazioni che esulano dall’assetto regolare della città: esse vengono costruite senza tenere in minima considerazione lo schema urbano e i tracciati originali delle strade, il tessuto della città cambia in maniera irreversibile.
Il regno longobardo sopravvive fino al 773, anno in cui Carlo Magno invade definitivamente l’Italia. Una parte dell’esercito varca le Alpi attraverso il passo del Gran San Bernardo mentre un altro reparto –guidato dal re in persona- raggiunge Torino, attraverso il valico del Moncenisio e la Val Susa. Torino è proprio la prima città a cadere sotto il dominio franco. Carlo Magno si proclama “re dei Franchi e dei Longobardi”, sottolineando in tal maniera la volontà di amministrare il regno come una provincia del suo impero franco, concedendo agli abitanti di mantenere la propria identità. Lo stesso governo di Carlo in Italia si appoggia alla struttura politica precedente, Torino stessa ne è un’acuta dimostrazione e testimonianza.
La nuova amministrazione è tuttavia più efficiente, grazie anche ai “missi dominici”, gli emissari dell’imperatore, i quali devono indagare e occuparsi delle eventuali ingiustizie e sono altresì incaricati di supervisionare l’amministrazione locale.
A caratterizzare l’impero carolingio è la strettissima alleanza con la Chiesa, ancora una volta Torino si dimostra esempio perfetto per esplicare il sistema di governo attuato. La città e le zone adiacenti sono un importante punto strategico, l’urbe sorge su un asse cruciale per la sorveglianza e la comunicazione tra il Regno Italico, la Roma pontificia e il cuore dei territori franchi. Il passaggio attraverso i valichi prende un nuovo nome: “strada francigena”, ossia “la strada dei franchi”. D’altra parte Torino è governata da un conte, amministratore della giustizia in vece dell’imperatore, egli èaffiancato nell’incarico da fidati collaboratori, sia laici che ecclesiastici.

Le fonti forniscono diverse importanti informazioni sulla centralità del ruolo del clero nell’amministrazione carolingia; ad esempio, nell’anno 816, Ludovico il Pio – figlio di Carlo Magno- nomina vescovo di Torino Claudio, suo cappellano e consigliere. Tale scelta è dovuta all’esigenza di lasciare una diocesi così importante in mani fidate. Claudio è comunque figura centrale per la storia del capoluogo piemontese, è infatti grazie a lui che nasce la “schola” di Torino, volta ad accogliere studenti dal Piemonte e dalla Liguria. A Claudio succedono prima Vitgario, il quale segue il processo di rinnovamento cristiano in risposta alle esigenze dell’impero carolingio, e poi Regimiro, che istituisce la regola di Crodegango di Metz, secondo la quale i canonici della cattedrale devono condurre una vita monastica attiva, in stretta collaborazione con il vescovo.
Con la morte di Ludovico il Pio l’enorme regno franco inizia a frantumarsi: dopo una sanguinosa lotta intestina i tre discendenti di Ludovico si spartiscono il regno.
L’ultimo re è Carlo il Grosso, figlio di Ludovico il Germanico, che tuttavia non si dimostra all’altezza di governare né di fronteggiare i nuovi nemici – Normanni e Saraceni- e viene così deposto dai vassalli nell’anno 887.
Il Regno Italico è ormai un immenso campo di battaglia su cui si scontrano i grandi signori dell’epoca e Torino è di nuovo in balia degli importanti eventi che determinano la Storia dei popoli.
ALESSIA CAGNOTTO
In occasione di EXPOSED Torino Photo Festival, fino al 2 giugno, la project room di CAMERA ospita la mostra dedicata a Toni Thorimbert, dal titolo “Donne in vista”. Il progetto, ideato da Luca Beatrice, nasce come omaggio del fotografo italo-svizzero e di Valter Guadagnini, direttore artistico di EXPOSED, all’amico prematuramente scomparso lo scorso anno. Il progetto espositivo raccoglie una selezione di circa 60 fotografie, tutte dedicate alla figura femminile. Realizzate nell’arco di oltre trent’anni di attività, gli scatti ritraggono figure celebri e altre anonime, mettendo in evidenza la capacità del fotografo di muoversi tra registri diversi. L’allestimento si muove fluidamente tra ritratti ufficiali, scatti privati e fotografie di moda, dimostrando la capacità di Thorimbert di catturare l’essenza del soggetto oltre la superficie dell’immagine. In mostra convivono figure note della cultura e dello spettacolo, accanto a don e comuni, tutte accomunate da una ricerca estetica capa e di esaltarne la presenza e l’identità. Il percorso si snoda attraverso immagini cardine e simboliche: i ritratti della madre e della figlia dell’autore. Due fotografie che condensato il senso del progetto e suggeriscono una riflessione sulla fotografia come spazio in cui esperienza personale e ricerca della bellezza si incontrano, indipendentemente dal soggetto ritratto e dal contesto.Tra le figure pubbliche ritratte da Thorimbert ricordiamo Victoria Avril, Francesca Neri, Natalia Ginzburg, Inge Feltrinelli, Ornella Vanoni, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli e Monica Bellucci. Attraverso la ricerca della bellezza, Thorimbert narra la propria esistenza e il proprio sguardo sul mondo, celebrando il corpo e il volto femminile come custodi di storie e una memoria visiva senza tempo, radicata nella vibrante atmosfera di Milano e non solo.
Mara Martellotta

