Presidio pro Pal in piazza Castello contro la guerra

Nel pomeriggio di ieri si è svolto un presidio pro Palestina in piazza Castello a Torino, dove circa 400 persone si sono riunite per manifestare contro la guerra e in solidarietà con il popolo palestinese.

L’iniziativa, promossa anche dalla rete “Torino per Gaza”, ha visto la partecipazione di diversi gruppi e realtà politiche e studentesche. In piazza erano presenti bandiere palestinesi, insieme a quelle di Rifondazione, del collettivo  Cambiare Rotta, dei Collettivi Autorganizzati universitari e di Sinistra Anticapitalista, oltre a numerosi striscioni e cartelli contro USA e Israele.

Modifiche alla viabilità in corso Mediterraneo

 Per lavori sull’illuminazione pubblica

 

Per consentire l’esecuzione di un intervento di miglioramento strutturale degli impianti di illuminazione pubblica da parte di Iren, sono previste modifiche alla viabilità in corso Mediterraneo da sabato 11 a lunedì 13 aprile.

Dalle ore 18:00 di sabato 11 aprile fino alle ore 8:00 di lunedì 13 aprile, la carreggiata ovest di corso Mediterraneo (direzione sud) rimarrà chiusa al traffico nel tratto compreso tra l’incrocio Peschiera/Einaudi e l’incrocio con corso Ferrucci.

La chiusura del tratto è indispensabile per permettere la sostituzione in sicurezza della fune portante degli apparecchi illuminanti, posizionata al centro della carreggiata.

L’intervento comporterà modifiche al percorso della linea 12 di GTT. I bus saranno deviati solo in direzione via Allason. Da corso Castelfidardo i mezzi svolteranno in corso Peschiera, proseguiranno per corso Ferrucci e rientreranno in corso Mediterraneo, dove riprenderanno il tragitto regolare.

TorinoCLICK

Minaccia di buttarsi dal ponte, salvato in extremis dalla polizia

Ha provato a togliersi la vita, lanciandosi da un ponte, ed è stato tratto in salvo per un soffio dalla polizia. È successo nei giorni scorsi in zona Crocetta, durante un servizio di controllo del territorio da parte del Commissariato di P.S. Mirafiori. I poliziotti hanno avvistato un giovane mentre provava a valicare il parapetto del ponte di Corso Dante, in via Egeo, minacciando di buttarsi.

Gli agenti sono riusciti ad avere un confronto con il ragazzo, cercando di mediare, ma lui continuava a sporgersi sempre di più, con il rischio di rimanere folgorato dai cavi dell’alta tensione della linea ferroviaria. Fortunatamente, i poliziotti lo hanno afferrato e trasportato in salvo sul marciapiede in extremis. Lì, hanno proseguito a rassicurarlo per garantire la sua incolumità.

VI.G

Antica Locanda dell’Orco, sapori del Canavese a due passi da Torino

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Da Torino basta poco per ritrovarsi immersi in un Piemonte più lento e raccolto dove la cucina è ancora un rito e la tradizione non è una posa ma un modo naturale di vivere la tavola è quello che succede andando verso Rivarolo Canavese un centro storico porticato e vivo dove la gastronomia diventa identità qui nel cuore del Canavese a pochi chilometri dalla città metropolitana si incontra l’Antica Locanda dell’Orco una cucina che parla di territorio e di stagioni ma senza nostalgia perché il Piemonte a tavola non è solo memoria ma ricerca continua

LA LOCANDA TRA TRADIZIONE E IDENTITÀ

L’Antica Locanda dell’Orco nasce come punto di riferimento della cucina piemontese interpretata con attenzione contemporanea, la regia in cucina è di Giuseppe Randisi che ha costruito una proposta gastronomica fondata su materia prima del territorio e su ricette che raccontano una storia senza scivolare nel folclore il locale, si trova in una via storica della cittadina e conserva il fascino di una locanda vera, fatta di sale raccolte, dettagli caldi e un’atmosfera che mette subito a proprio agio, la proposta parte dalle radici e guarda avanti con equilibrio

DALLA CUCINA I PIATTI CHE RACCONTANO IL TERRITORIO

In carta si ritrovano i classici della tradizione piemontese eseguiti con rigore e personalità, gli antipasti sono un omaggio alla regione tra vitello tonnato carne cruda lavorata al coltello insalatine di stagione e verdure che seguono il ritmo dell’orto, tra i primi non mancano agnolotti fatti in casa ripieni di carne o verdure a seconda della stagione paste fresche e risotti legati a prodotti locali, nei secondi trovano spazio piatti storici come la finanziera la bagna cauda le lumache i bolliti e i brasati a fianco di preparazioni più delicate a base di pesce d’acqua dolce e di carne selezionata, completano l’esperienza dolci della tradizione preparati in casa come il bonet, creme e torte di stagione, la cantina segue la stessa filosofia, valorizzando vini del territorio insieme a etichette nazionali ed estere capaci di accompagnare piatti importanti.

RIVAROLO CANAVESE E L’ATMOSFERA DEL LUOGO

Rivarolo Canavese è una cittadina viva con portici eleganti piazze curate e una tradizione commerciale radicata, passeggiare prima o dopo un pranzo alla Locanda significa attraversare vie che conservano un ritmo umano; botteghe storiche scorci inattesi e un rapporto con il paesaggio che ricorda come il Canavese sia una terra di mezzo tra città e montagna, la presenza del Fiume Orco e delle campagne circostanti non è solo scenografia, ma influenza concreta sulla cultura gastronomica che arriva nel piatto

PERCHÉ VALE IL VIAGGIO DA TORINO

Per chi parte da Torino la Locanda rappresenta una destinazione ideale per un pranzo lento una cena speciale o una sosta gastronomica nel fine settimana, la cucina racconta il territorio con rispetto e personalità, il servizio mantiene toni familiari ma curati e l’ambiente è pensato per far sentire l’ospite accolto non spettatore, è una proposta che parla a chi cerca autenticità, a chi vuole riscoprire sapori storici e a chi apprezza la cucina piemontese nella sua forma più sincera, con la sensazione finale di aver fatto non solo un pasto ma un piccolo viaggio nel cuore del Canavese.

Noemi Gariano

Attenti alle truffe! Via sms una finta comunicazione sulla Tari

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La Città di Torino informa i cittadini che sta circolando un tentativo di truffa attraverso messaggi telefonici in cui si segnalano irregolarità sul pagamento della tassa sui rifiuti e si invita a contattare un numero telefonico a pagamento. Si tratta di un tentativo di frode chiamato phishing per addebitare costi elevati. L’invito, diffuso anche attraverso i social della Città, è a non cliccare sul link e a non chiamare alcun numero che non sia reperito attraverso il sito internet ufficiale della società di riscossione. I numeri che iniziano con 893 da cui proviene il messaggio hanno una tariffazione speciale e ad alto costo e chiamandoli si corre il rischio di sottrazione di credito o di dati personali. Né la Città di Torino né Soris inviano messaggi per comunicazioni di questo genere sulla TARI e comunque non richiedono contatti urgenti tramite numeri a pagamento. Si consiglia quindi a chi ricevesse questa comunicazione di non chiamare il numero indicato, non rispondere al messaggio, eliminandolo, e non fornire dati personali o bancari. La propria posizione sulla Tari può essere verificata solo tramite i canali ufficiali.

La Città ha già provveduto a segnalare alla Polizia Postale il tentativo di truffa e si invita la cittadinanza alla massima attenzione e a diffondere l’informazione per prevenire ulteriori tentativi di truffa e segnalare alla Polizia Postale eventuali messaggi simili ricevuti.

Proprio per tutelare, prevenire e contrastare le truffe la Polizia Locale della Città di Torino ha avviato, lo scorso 17 novembre, la campagna di comunicazione e una serie di incontri formativi sul territorio e nei luoghi aggregativi come centri anziani, bocciofile, giardini e Asl. Iniziative che mettono in guardia sia dagli inganni di ultima generazione che arrivano attraverso gli strumenti digitali, come email o messaggi telefonici che invitato a cliccare un collegamento per carpire password o denaro, sia da raggiri messi in atto da persone che si fingono tecnici, familiari della vittima, personale incaricato di far firmare dei documenti o automobilisti che hanno subìto un danno allo specchietto dell’auto.

Scusa, c’è posto?

Nell’epoca dei social sono cambiate tante cose intorno a noi, dal linguaggio al tempo libero, dalle compagnie alle relazioni sociali e affettive.

Una fra tutte, forse quella più eclatante e, al contempo, pericolosa è la ricerca dell’anima gemella o anche soltanto di un partner occasionale.

All’epoca in cui ci si recava a ballare nella piazza del paese vicino, la nostra attenzione veniva attratta dall’aspetto del soggetto individuato e con esso il comportamento, l’andatura, la mimica facciale, la voce; con un po’ di ritardo, poi, si scopriva il carattere, i gusti, la cultura e molto altro. Sicuramente ciò che scoprivamo dopo apparteneva a chi avevamo già visto.

Ora il processo si è invertito: incontriamo virtualmente un sedicente qualcosa, che può presentarsi come docente, avvocato, erede di una famiglia del gotha cittadino e, solo quando lo incontreremo de visu, capiremo se abbia mentito, se le foto fossero sue, se la voce sia gradevole, la cultura adeguata alla nostra e così via.

Qual è meglio tra le due situazioni? Dal punto di vista pratico sicuramente la prima, quella demodé, perché ci metteva al riparo da grosse delusioni e rischi; occorre, tuttavia, considerare che essendo cambiati i tempi sono cambiate anche le possibilità e i luoghi per incontrare, come un tempo, il principe azzurro (o l’omologa in rosa).

Discoteche numericamente ridotte rispetto anche solo a dieci anni fa, paura di conoscere qualcuno e appartarsi subito dopo anche solo per scambiarsi effusioni, malattie a trasmissione sessuale che hanno ripreso a galoppare sono tutti fattori che depongono a favore delle moderne modalità di incontro.

L’aumento vertiginoso di siti di incontro (in alcuni le donne non pagano l’iscrizione), unito alla tendenza a restare incollati al divano col tablet sulle gambe anziché uscire a conoscere di persona potenziali partners, sono tutti argomenti a favore dell’incontro virtuale.

Modalità che, di per sé, non sarebbe del tutto negativa se non fosse che, come detto sopra, non sai chi vi sia dall’altra parte. E con questo non intendo solo credere di parlare con un ingegnere langarolo, divorziato e facoltoso mentre si sta chattando con un medico marchigiano, con moglie e 3 figli a carico che, in un momento di riposo durante il turno di guardia, esplora la fauna in rete ma può capitare, ed alcuni siti lo praticano spesso, di stare chattando con una collaboratrice del sito che ha il compito di generare traffico, aumentare il passaparola unicamente per aumentare le iscrizioni.

Se rinunciassimo al nostro comportamento altezzoso e alla paura, se accettassimo più volentieri gli inviti a cene e feste di amici fidati, sono certo che potremmo trovare persone di nostro gradimento avendo così modo e tempo di osservare il loro comportamento, eventuali dipendenze e molto altro.

Certo, se facciamo nostro il concetto “pago, quindi sono servito” saremo sempre meno padroni della situazione, sempre più schiavi di algoritmi studiati a tavolino, potenziali vittime di truffe e candidati all’ennesima delusione amorosa. Perché non riprendiamo la sana, vecchia, abitudini di lasciarci andare (in senso buono) parlando col vicino sul treno o alla presentazione di un libro, chiedere informazioni a qualcuno senza aver timore di essere accoltellati? Magari in campeggio, al ristorante, sul battello. In Inghilterra c’è l’abitudine, per me positivissima, al pub, al bar di sedersi dove c’è posto anche se il tavolo è già parzialmente occupato. È un ottimo modo per conoscere gente nuova.

All’inizio degli anni ’80, quando nacquero i pub in Italia, a Torino frequentavo un pub della Crocetta (e con me i compagni di liceo, prima, e di università dopo) e lì vigeva la tradizione inglese di sedersi dove ci fosse un posto.

Non avete idea di quante persone io abbia incontrato in quel locale e con le quali sono rimasto ancora in contatto a distanza di 45 anni. Perché non instauriamo tale tradizione anche qui? Sarà dura perché ci stiamo inaridendo tutti, ma perché non provare? Non necessariamente dobbiamo cercare (e trovare) un partner, ma anche solo nuovi amici o, alla peggio, compagnia per una serata sarebbe già un bel risultato.

Sergio Motta

 

 

Cuore e prevenzione: dalla diagnosi precoce alla riabilitazione, un percorso completo per la salute cardiaca

Informazione promozionale 

Non bastano più i fattori di rischio tradizionali: oggi la cardiologia punta su diagnosi avanzata e percorsi personalizzati. L’esperienza dell’Ospedale Koelliker

La prevenzione cardiovascolare sta cambiando profondamente. Se fino a pochi anni fa l’attenzione era concentrata su parametri come colesterolo, pressione arteriosa e diabete, oggi emerge la necessità di una visione più ampia e integrata.

Come sottolinea il dott.  Sebastiano Marra:

“Non bastano più i fattori di rischio tradizionali: è necessario adottare una visione più ampia per comprendere davvero il rischio cardiaco

Un cambio di paradigma che mette al centro la persona, il suo stile di vita e una lettura più approfondita dei segnali, anche quelli meno evidenti.

Fattori di rischio: cosa sta cambiando

Accanto ai fattori tradizionali, oggi si riconosce il ruolo di elementi spesso silenziosi ma determinanti:

  • infiammazione cronica

  • stress e qualità del sonno

  • predisposizione genetica

  • sedentarietà

Variabili che possono agire nel tempo e contribuire allo sviluppo di eventi cardiovascolari anche in soggetti apparentemente sani.

Per questo motivo, la prevenzione moderna parte da una valutazione più completa e personalizzata.

 Presso l’Ospedale Koelliker sono attivi percorsi di Cardiologia  finalizzati a individuare precocemente il rischio e definire strategie mirate.

La clinica: riconoscere i segnali precoci

Uno degli aspetti più importanti è la capacità di leggere segnali spesso sottovalutati. Sintomi come affaticamento, lieve dispnea o fastidi toracici possono rappresentare campanelli d’allarme.

Un’analisi clinica accurata consente di:

  • interpretare correttamente i sintomi

  • correlare i fattori di rischio

  • orientare gli approfondimenti diagnostici

L’obiettivo è anticipare l’evento, non intervenire quando è già avvenuto.

Diagnostica avanzata: il ruolo della TAC cardiaca

La tecnologia ha oggi un ruolo centrale nella prevenzione. Tra gli strumenti più efficaci, la TAC cardiaca consente di studiare in modo non invasivo lo stato delle arterie coronarie.

Attraverso questo esame è possibile:

  • individuare precocemente placche e restringimenti

  • valutare il rischio cardiovascolare reale

  • intervenire prima della comparsa dei sintomi

L’Ospedale Koelliker offre servizi di TAC cardiaca  integrati in un percorso completo.

Riabilitazione cardiologica: il ritorno alla qualità della vita

Dopo un evento cardiovascolare, o in presenza di condizioni a rischio, la riabilitazione rappresenta una fase fondamentale.

Non si tratta solo di recupero fisico, ma di un percorso che accompagna il paziente verso una nuova consapevolezza.

I programmi di Riabilitazione cardiologica Koelliker permettono di:

  • migliorare la capacità funzionale

  • ridurre il rischio di recidive

  • adottare uno stile di vita corretto

  • recuperare sicurezza e autonomia

Un approccio multidisciplinare che integra competenze mediche, fisioterapiche e di supporto.

Un percorso completo per la prevenzione

Dalla valutazione iniziale alla diagnosi avanzata, fino alla riabilitazione: la cardiologia moderna si sviluppa lungo un percorso continuo.

È questo il modello adottato dall’Ospedale Koelliker, che offre un approccio integrato alla salute del cuore.

Perché oggi la vera sfida non è solo curare, ma prevenire in modo consapevole e duraturo.

Approfondisci online

Vuoi conoscere meglio il tuo stato di salute cardiovascolare o scoprire le soluzioni più avanzate disponibili?

 Accedi alle risorse online dell’Ospedale Koelliker e scopri i servizi dedicati alla prevenzione, alla diagnostica e alla riabilitazione cardiologica.

👉 Ospedale Koelliker

Il “Cabaret” di Brachetti e Luciano Cannito, un rinnovato successo tra divertimento e riflessioni

Laura Galigani come Sally Bowles all’Alfieri, repliche sino a domenica

Tornare a rivedere sul palcoscenico dell’Alfieri “Cabaret”, giunto al suo terzo anno di repliche, di pieno linguaggio cinematografico come di appagante teatralità, significa trovarsi dinanzi ad una prova registica (firmata a quattro mani da Luciano Cannito, sue anche le coreografie, e Arturo Brachetti) e attoriale che non fa che convincere sempre di più – oltre che far pensare, parecchio -, che lascia intravvedere minimi cambiamenti rispetto al passato e recenti quanto particolari nervature che segnano, che approfondiscono, che elegantemente ti fanno entrare sempre di più nell’anima dello spettacolo. Uno spettacolo che si sta ponendo come una delle maggiori riuscite nella produzione del Fabrizio Di Fiore Entertainment. Due isole di regia in parallelo che hanno costruito il privato e il divertimento del Kit Kat Klub – nel doppio piano della scenografia firmata da Rinaldo Rinaldi (nel perfetto congegno dei girevoli, il vagone di un treno e una vecchia stazione, una camera d’albergo di poverissime pretese, un negozio di frutta, le luci soprattutto dello spettacolo più folle nel più trasgressivo dei locali della Berlino d’inizio anni Trenta, dove “chi guarda chi” in piena libertà; e poi la grandezza di una città, lassù dove trovano  posto altre luci e l’orchestra dal vivo) – con un invidiabile ritmo, con il divertimento che non tralascia lo spazio ai momenti di una tragedia che sta per esplodere, ai sogni e al loro infrangersi contro una realtà troppo amara e dolorosa, alle passioni, alla spensieratezza, alla libertà anche sessuale che invadevano quegli anni.

Il film omonimo di Bob Fosse (otto Oscar su dieci candidature nel ’73) ci ha insegnato l’ascesa e la caduta della spericolata Sally Bowles, cantante di quel locale, e di Clifford Bradshaw, scrittore americano di molte idee e di poca fortuna, ridotto nel suo soggiorno nella capitale tedesca (“Willkommen”) a pensare di fornire lezioni d’inglese, altroché il grande romanzo!, dietro cui il romanziere Christopher Isherwood con molte libertà nascose se stesso, anche lui ospite della sorta Repubblica di Weimar a raccogliere materiali di vita e di esistenze che convoglieranno in seguito in “I am a Camera” e “Addio a Berlino”. Un amore che nasce e sembra eterno, incosciente e solido, mentre tutto sembra votato al piacere e al successo (“Money Money”), mentre iniziano a comparire le nubi del nuovo regime, la Notte dei lunghi coltelli e l’affidamento del Cancellierato al futuro dittatore, mentre le prime squadre prendono a intonare “Tomorrow belongs to Me”, come suona il titolo di una delle più belle canzoni del musical (e uno dei momenti di più tragica poesia del film, e si guardi come la regia l’ha qui risolta; le musiche continuano a essere quelle di John Kander, le parole di Fred Ebb, il libretto di Joe Masteroff). Sally continuerà a costruire e a sperare in una carriera di cantante all’interno del club, perché la vita dopo tutto è un grande “Cabaret”, Cliff tornerà in America, una vera fuga, come in quegli anni abbandonavano e fuggivano il mondo tedesco maestri del cinema come Billy Wilder e Otto Priminger, Robert Siodmak e Fritz Lang, Fred Zinnemann e Max Ophüls, senza la speranza di ritornarvi. Era un mondo che offendeva gli angoli anche appartati e semplici degli affetti privati, come quelli dell’affittacamere Fraülein Schneider e dell’anziano Herr Schultz, un ebreo ancora orgoglioso di essere tedesco e ancora sicuro che quella tragedia, con le sue prime avvisaglie, “durerà poco”: anche per loro un tempo breve di affetti e il doveroso distacco, di fronte ad un futuro più che incerto.

Brachetti s’è ritagliato alla grande i momenti del Kit Kat Klub, con i suoi numeri di Maestro delle Cerimonie, il vulcanico Emcee. Coordina, canta, commenta, chiama il pubblico (di ieri e di oggi) a testimone, intenso e vero motore di quell’angolo di decadenza. Brevi e più ampi momenti in cui non ha rinunciato ad essere Brachetti, regalando ancora una volta quei flash di trovate – è sufficiente un cambio velocissimo, un abito che appare inspiegabile, uno stupore, una smorfia, una trovata mai superflua, trova anche lo spazio per citare quel nanerottolo del suo führer alle prese con un mappamondo, in un preciso memento chapliniano – che ce lo fanno ad ogni occasione apprezzare. Ha alle spalle quel mostro sacro di Joel Grey (che si guadagnò l’Oscar come migliore attore non protagonista nel film di Fosse) e parecchi altri: ma il suo sberleffo, i suoi grumi di cattiveria e di fiammata diabolica, la sua gran capacità di condurre il gioco sino in fondo, sino a mostrarsi come un prigioniero pronto a entrare tra la nebbia di una camera a gas, un vecchio pastrano addosso e una fascia gialla, ne decretano il pieno successo. Se lasciamo a Luciano Cannito la cementata ossatura e la supervisione dell’alternarsi e dell’amalgamarsi delle vicende, quei momenti più intimi che potrebbero affaticarsi di troppi sentimentalismi e che al contrario ne sono tenuti fuori dallo sguardo disteso sulla realtà, se diamo a lui e ai suoi collaboratori l’efficace trasposizione italiana dei testi, ottima, sinceramente udibile, semplicemente quotidiana, laddove in altri musical si è incappati in nuovi testi per molti versi stonati e ridicoli, allora il successo è completo. Laura Galigani combatte, pure lei, contro un altro mostro sacro che è stata Liza Minnelli. Non puoi non “rivedere” certi occhioni sgranati, certi numeri perfetti, certe scene che da più di cinquant’anni ti stanno nella memoria: ebbene, alla prima della ripresa a cui ho assistito, la sua Sally me la sono guardata e goduta appieno, costruita a poco a poco nella ariosa spensieratezza, nella speranza e nella grinta, inalberando il continuo e disperato voler chiudere gli occhi dinanzi alla tragedia che avanza.

Tutti quanti sono dei necessari quanto autoritari tasselli nella storia. Simonetta Cartia, bella prova d’interpretazione e di voce e di sentimenti, e Tony Mazzara, la coppia d’attempati innamorati, il Clifford di Luca Pozzar, sogni di gran romanziere ma un disincanto che arriva presto, le sortite a sfondo pubblicitario/erotico, gli atteggiamenti alla Marylin (non li abbandoni perché le stan benissimo!) di Giulia Ercolessi, giovane signorina Kost che ha un forte debole per i marinai, ballerine e ballerini che entrano ed escono a riempire letteralmente di bravura l’intero palcoscenico, tra improvvisi personaggi e numeri di danza (tutti, come tutti i colleghi, rivestiti dei fantasiosi costumi di Maria Filippi) che lascio al divertimento dello spettatore. Repliche ultime della stagione sino a domenica 12 (ore 15,30). Un successo.

Elio Rabbione

Foto Tommaso Ciriolo 

Stellantis tra ripresa e incertezze: il futuro di Mirafiori e dell’automotive piemontese

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Segnali di recupero e rilancio produttivo

Dopo una fase molto complessa, Stellantis sta mostrando alcuni segnali di miglioramento, in particolare nello stabilimento di Mirafiori a Torino. Nel 2025 la fabbrica ha registrato una crescita produttiva in controtendenza rispetto al resto del Paese, superando le 30 mila vetture e segnando un aumento significativo rispetto all’anno precedente.

A trainare questa dinamica è stato soprattutto l’avvio della nuova Fiat 500 ibrida, che rappresenta un passaggio strategico nella fase di transizione tecnologica del gruppo. L’introduzione del modello ha portato a una progressiva riattivazione delle linee e alla prospettiva di nuove assunzioni, oltre al possibile aumento dei turni produttivi nel 2026.

Anche a livello globale il gruppo intravede margini di miglioramento, con una ripresa della domanda in alcuni mercati chiave e l’obiettivo di tornare a risultati economici più solidi nel breve periodo.

Un quadro nazionale ancora fragile

Nonostante questi segnali positivi, il contesto italiano resta critico. La produzione complessiva di Stellantis nel Paese è diminuita sensibilmente nel 2025, scendendo sotto le 400 mila unità e segnando un forte calo rispetto agli anni precedenti. Ancora più marcata è stata la contrazione nella produzione di autovetture, che evidenzia una difficoltà strutturale del sistema industriale nazionale.

Sul fronte occupazionale, il ridimensionamento è evidente: negli ultimi anni si è registrata una consistente riduzione della forza lavoro, accompagnata da numerose uscite volontarie e da un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali. Anche negli stabilimenti più attivi, come Mirafiori, la continuità produttiva non è ancora garantita e resta legata a pochi modelli.

Questi elementi mostrano come la ripresa sia ancora parziale e non uniforme, inserita in un contesto di trasformazione profonda dell’intero settore.

Mirafiori e il Piemonte davanti a una svolta

Il futuro di Mirafiori rimane incerto e fortemente dipendente dalle scelte strategiche del gruppo. La produzione è oggi concentrata quasi esclusivamente sulla Fiat 500, rendendo lo stabilimento vulnerabile a eventuali variazioni della domanda o a cambiamenti nei piani industriali.

A questo si aggiungono altre criticità, come la riduzione di alcune produzioni di fascia alta e le difficoltà legate alla transizione verso l’elettrico, un mercato ancora instabile e caratterizzato da una domanda non sempre prevedibile.

Le conseguenze riguardano non solo lo stabilimento, ma l’intero ecosistema automotive piemontese, che comprende una vasta rete di fornitori e competenze specializzate. Il rischio è un progressivo ridimensionamento del ruolo industriale di Torino, storicamente cuore dell’auto italiana.

Al tempo stesso, però, esiste anche uno scenario alternativo: nuovi investimenti, diversificazione dei modelli e consolidamento produttivo potrebbero rilanciare il territorio, mantenendo vivo un patrimonio industriale unico.

In questo equilibrio tra opportunità e criticità si gioca il futuro dell’automotive piemontese, con Mirafiori ancora al centro di una trasformazione decisiva.

Foto Consiglio regionale del Piemonte