Dal 4 all’11 dicembre in programma performance teatrali, workshop e una mostra guidata
“INCANTI D’INVERNO”, IL TEATRO DI FIGURA TORNA PROTAGONISTA IN TUTTE LE SUE FORME
Festival Incanti, tra le principali rassegne internazionali dedicate al teatro di figura, quest’anno raddoppia.
Dopo il successo dello scorso ottobre, con un ricco calendario di spettacoli per tutte le età che hanno fatto il pieno di pubblico ed entusiasmo, è ora il momento di “Incanti d’Inverno”: una gustosa appendice del Festival per raccontare e rappresentare l’affascinante mondo del teatro di figura in tutte le sue forme, dal cinema allo spettacolo teatrale, dal workshop fino alla mostra animata.
Dopo l’anteprima cinematografica dello scorso 21 novembre con il film di animazione “James e la pesca gigante”, dal 4 all’11 dicembre, “Incanti d’Inverno” darà ampio spazio alle altre “anime” della poliedrica arte del teatro di figura.
Due gli spettacoli teatrali in calendario.
“L’origine dell’occhio” di e con Martina Mirante, in programma domenica 5 dicembre alle ore 17.30 presso il “Teatro Perempruner” di Grugliasco (Piazza Matteotti 39).
Selezionato all’interno del “Progetto Cantiere 2020”, ideato da Incanti per supportare le giovani compagnie che decidono di utilizzare il Teatro di Figura come linguaggio principale, “L’origine dell’occhio” trascina gli spettatori in un lontano passato alla scoperta di Mondi in continua evoluzione, guidati da una creatura primordiale. Nata dall’analisi del racconto “Lo zio acquatico” tratto dalle “Cosmicomiche” di Italo Calvino, la storia si anima e si racconta attraverso il molteplice e variegato sfogliare di pagine illustrate e animate. L’occhio della telecamera e suoni live elettronici accompagnano alla scoperta del tempo, della vita e del cosmo.
“Le venti giornate di Torino”, una produzione Controluce Teatro d’Ombre di e con Cora De Maria, in programma sabato 11 dicembre a partire alle ore 20 presso il “Teatro Baretti” di Torino (Via Baretti 4).
Un racconto distopico e profetico, ricco di spunti ancora attuali, che trova nel teatro d’ombra un perfetto accompagnamento visivo. Un omaggio che Controluce ha voluto fare alla tradizione del teatro di strada, un’arte difficile da fermare: basta un po’ di buio e qualcuno che ascolti. Un carretto/teatrino, un solo operatore che racconta una storia con ombre e musica.
L’inarrestabile fantasia di Incanti, poi, si fa anche arte con l’attesissima mostra animata “Non sono nell’orco” curata e guidata – dal vivo – da Francesca Bettini e Gyula Molnár, in programma martedì 7 (alle ore 17 e alle ore 19) e mercoledì 8 dicembre (alle ore 16 e alle ore 18) presso “MultiploUnico” di Torino (Via Bogetto 4).
Insieme agli artisti, un viaggio a ritroso nel tempo in un mondo fantastico, attraverso le pagine di un libro che è soprattutto un fumetto e di un preciso diario di bordo, in compagnia di burattinai e di burattini che riprendono vita per un’ultima avventura, prima di essere riposti ordinatamente nelle teche del Münchener Stadtmuseum.
“Non sono nell’Orco” è nata con l’intento di condividere con il pubblico italiano una ricca e variegata esperienza, protrattasi per una decina d’anni, e che desidera essere una piccola riflessione sulla caducità, sull’arte effimera del teatro, su quello che scivola nell’oblio e quello che resta e genera altre forme.
Spettacoli, arte, ma anche occasioni per condividere esperienze e insegnare a un pubblico di ogni età i tanti segreti del teatro di figura.
Due, infatti, sono i workshop organizzati in occasione di “Incanti d’Inverno”.
“Di-segno animato”, letture animate a cura di Ass. Teatrulla e laboratorio a cura di Martina Mirante, in programma sabato 4 dicembre dalle ore 10 alle 11.30 presso la “Biblioteca P. Neruda” (Piazza Giacomo Matteotti, 39 – Grugliasco).
Dedicato ai bambini dai 6 ai 10 anni, il laboratorio si divide in due parti. Una lettura animata che introduce i più piccoli nel fantastico mondo dei libri e della lettura, a cui fa seguito un viaggio nel segno grafico e nell’illustrazione con Martina Mirante, giovane artista visiva laureata all’Accademia di Brera di Milano, per la costruzione di un divertente libro animato, che i partecipanti potranno portarsi a casa a conclusione della mattinata.
“Luci e ombre”, a cura di Cora de Maria e Controluce Teatro d’Ombre, in programma sabato 4 e domenica 5 dicembre dalle ore 10 alle 14 presso il Castello di Rivoli e in collaborazione con il Dipartimento Educazione del Museo d’arte Contemporanea (Piazzale Mafalda di Savoia – Rivoli)
Per un pubblico dai 16 anni in su, un workshop per esplorare le possibilità evocative del mondo delle ombre in relazione alla musica, due elementi effimeri ed inafferrabili. A guidare i partecipanti, Cora De Maria, disegnatrice e creatrice delle sagome originali degli spettacoli della compagnia Controluce, di cui è anche uno dei membri fondatori, e illustratrice di libri per bambini.
Per maggiori informazioni su tutti gli appuntamenti e per le prenotazioni consultare il sito web www.festivalincanti.it/incanti-dinverno-2021/
“Incanti d’Inverno” è organizzato dall’associazione Controluce – Teatro d’Ombre sotto la Direzione generale di Alberto Jona.
Si avvale del sostegno e contributo del Ministero della Cultura, Regione Piemonte, Fondazione CRT, Città di Grugliasco, +Risorse, Ministero della Cultura Spagnolo e il patrocinio della Città di Torino
Incanti d’inverno è realizzato in collaborazione con Museo Nazionale del Cinema, ASIFA, CineTeatro Baretti, Dipartimento Educazione Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea, Multiplounico, Teatrulla, Biblioteca Pablo Neruda di Grugliasco, Onda Teatro
L’agile libretto edito dalla novarese Segni e Parole propone trentasei composizioni di questo poeta, pittore, scultore, gastronomo e designer nato a Omegna, sulla punta settentrionale del lago d’Orta. Una miscela di sensazioni, ricordi, visioni che si inseguono secondo un ordine alfabetico che non offusca l’anarchica originalità, la fantasiosa irriverenza o la malinconia struggente, spaziando dai luoghi in cui è nato a lidi più lontani anche se ,come una falena attratta dalla luce, ritorna sempre a specchiarsi nelle acque del lago d’Orta, rese cangianti dai riverberi delle luci delle albe, dei tramonti e delle notti di luna. Ci accompagna sul sentiero delle carline all’alpe Devero per poi scendere verso la sua casa di Crusinallo dove, nella notte di San Lorenzo, scruta il cielo alla ricerca delle stelle cadenti “dove la grande mano dell’universo sparge negli occhi di sognatori bambini illusioni di caramello”. Omaggia la memoria di Alda Merini che aveva un rapporto molto stretto e personale con Omegna (“Quando i poeti se ne vanno è come l’esaurirsi di una sorgente..”) e non manca di elogiare con i suoi versi in rigoroso dialetto la mitica moka, eccellente caffettiera nata nella città dove vide la luce anche Gianni Rodari, fedele compagna che elargisce il primo caffè del mattino (..”gh’è mia un ‘auta machineta…gnanca cula dal George Clooney c’la batt cula dal Bialett”). In Ode del suicidio lacustre riecheggia la stessa intensità dei versi cari del poeta ortese Augusto Mazzetti (“Oh, lago, lago, lago! Sciogliermi infine con te, per essere un giorno pescato come un antico luccio”) e il legame indissolubile con le acque del Cusio quando scrive “come piatto ciottolo, esaurita l’energia del braccio, scenderò dondolando dolcemente nella profondità ”. Cita sovente le onde, il profumo di quella terra tra lago e montagne, il fiato grigio delle brume che se ne stanno sospese a fior d’acqua in certe stagioni. Sotto l’antico tiglio ricorda riti antichi, musiche e baldorie popolari, scampoli d’infanzia mentre le primule, declinate anch’esse in dialetto omegnese, fanno ripensare al giallo del risotto alla milanese rievocandone profumo e sapore. Ogni poesia nasconde frammenti di storie, memorie vicine o lontane, narrate con parole essenziali e asciutte. Una poesia ci ricorda che ci stiamo affacciando sulla soglia dell’inverno e s’intitola Al buio nell’aria della notte. Eccola: “Ho sentito il profumo della neve. Che non è il profumo del pane appena sfornato, delle rose di maggio, della pelle di una donna, del fieno appena tagliato, dell’uva della toppia, del mio lago, del calicantus d’inverno, dell’olea fragrans d’autunno, dei narcisi di primavera, della sigaretta e del caffè del mattino, del profumo del pelo delle mie cagne bagnato, della stufa che và a legna. E’ il profumo dell’innocenza”. In poche righe svela le sue radici. Ci sono tratti della personalità di questo artista eclettico, figlio di una tradizione popolare e dei “poeti maledetti” del lago d’Orta, Ernesto Ragazzoni e Augusto Mazzetti. Onde, Ondine, Onde anomale regalano, centellinandolo come il buon vino, l’incanto delle parole, il gusto dei versi. Privarsene sarebbe uno sbaglio, un imperdonabile errore.
Paolo Poma è una di quelle tante persone che ogni giorno possiamo incontrare nelle strade o fingere di non vedere. Vive al Balon e cerca di campare vendendo oggetti al tipico mercato della zona. Spesso non sa dove dormire e la sua dipendenza dall’alcool è l’unica via di fuga che gli è rimasta da quella sofferenza che si porta dentro. Se lo incontrereste per strada probabilmente lo giudichereste senza nemmeno sapere che quell’uomo una volta aveva una casa e si era costruito una famiglia. La storia di Paolo potrebbe essere quella di ciascuno di noi, piccola o grande che sia la ferita che ci portiamo dentro. Ed è grazie alla documentazione della sua storia, attraverso gli occhi del regista, che veniamo condotti in un viaggio introspettivo personale ma, allo stesso tempo, comune alla condizione umana. Un viaggio fatto di ingiustizie, sofferenze, coraggio e speranze. Un viaggio alla ricerca di una rivincita nei confronti di un destino subito e di un’identità perduta, perchè se è vero che i fatti del passato non si possono cambiare è pur sempre vero che i ricordi del passato, racchiusi dentro di noi, si possono curare. Ed è da questo viaggio di cura che nasce la voglia del regista di vivere da vicino la vita di Paolo, di tuffarsi a capofitto in quel dolore per trovare una strada che lo conduca sempre più in profondità dentro di sé, alla ricerca del senso della sofferenza umana.
Emanuele Marini, marchigiano classe 91, è il regista del documentario “I giorni del destino” in concorso alla 39° edizione del TFF. Emanuele è il tipico esempio di chi, senza imparare il mestiere in modo accademico, riesce a farcela da solo contando sulle proprie risorse interiori e sul poprio talento.
In principio (era il 1728, forse la prima commedia musicale della storia?) fu John Gay con la sua “Beggar’s Opera”, in seguito, due secoli esatti dopo, Bertolt Brecht e Kurt Weill diedero alle scene “L’opera da tre soldi”, che oggi, a quasi cent’anni di distanza, Fausto Paravidino riscrive, rendendola indefinita (“Un’opera da tre soldi”) e con la temperatura della nostra epoca, approfondendone e contemporaneizzandone le dinamiche, le forme violente, i meccanismi del denaro. Mette al centro della rilettura – non più il “Moritat” o altro, trovano posto in mezzo alle parole nuove microfoni, chitarre elettriche e le musiche di Enrico Melozzi – Peachum, portandolo a divenire l’emblema di una vera e propria società di mercato, “dipende dal denaro senza neanche prendersi la briga di esserne appassionato, non è avido, non ambisce a governare il denaro, è governato dal denaro”, così il nuovo autore definisce il proprio protagonista. Vigila attento sulla sua proprietà, lui, il vecchio re dei mercanti, divenuto un venditore (chiamiamolo trafficante) di borse griffate, una tribù a formare quanti fanno mercato per lui e lui nel proprio negozio ad alzare i prezzi e a vendere per un bel po’ di euro. Ma qualcosa un giorno, come nelle vecchie fiabe o nelle antiche tragedie, qualcosa non va più per il verso giusto, gli viene portata via la figlia. Una parte della sua proprietà. Inizia qui la strada dell’agguerrito Peachum per riagguantare quanto è suo, avventure e disavventure s’uniscono, tra consorti che pensano soltanto allo shopping e alle sedute nel centro benessere con le amiche, tra scagnozzi che vanno e vengono non sempre al meglio della fiducia, tra sindaci (anzi, è una sindaca) che flirtano e strizzano l’occhio alla mala, tra figlie che hanno deciso la rivoluzione perché innamorate perse del malavitoso. Un strada che mostra la miseria dietro l’angolo, in ogni sua forma, dei poveri e di chi si vuole arricchire, la guerra dei ricchi contro i poveri che mette la maschera del nuovo millennio.
Peachum vorrebbe mantenere un ordine, secondo la sua volontà e la sua visione, Mackie Messer con la sua banda di naziskin (pronti a tradirlo nel momento in cui il capo sembra prendere altre strade) non può invadere quella prestabilita e ben governata “proprietà”, vuol dire sovvertire quell’ordine. Come non può alterarla la sindaca, messa un giorno ad hoc per salvaguardarla, se gli equilibri si rompono spetterà a Peachum giocare quel gioco che li ricomporrà. Tra siparietti da strada e abbozzi di interni borghesi (scene di Laura Benzi), Paravidino autore e regista porta avanti linearmente e sfacciatamente il proprio discorso e le proprie convinzioni, Rocco Papaleo è un Peachum dalla bella concretezza, moderno e filosofico. Tra le nuove idee e la miseria serpeggiante, da appassionarsi con gusto al ritratto che di Polly, la figlia ribelle del re dei mendicanti, costruisce scena dopo scena Romina Colbasso. Repliche al Carignano per la stagione dello Stabile di Torino sino a domenica. Quanti poi volessero fare dei confronti tra ieri e oggi, youtube può offrire scene delle repliche e soprattutto le prove al Piccolo milanese dell’edizione dell’”Opera” di Strehler e dei suoi attori, Milva e Santuccio e Tedeschi in testa, tanto per vedere quanto è cambiato il teatro.