Il punto di vista / Le interviste di Maria La Barbera
L’attrice moncalierese ci parla dei suoi progetti e della voglia di andare avanti, con dedizione e impegno costante, e soprattutto si rivolge alle donne affinché escano dall’ombra.
Fare due chiacchiere con Sara è stato molto piacevole, ho scoperto una donna colta, divertente e generosa. Il suo essere femminile è un misto di dolcezza e di determinazione, di eleganza e tenacia. Diplomata alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, laureata in Lettere con una specializzazione in drammaturgia, da diversi anni tiene laboratori di teatro e public speaking.
Teatro, cinema, televisione, commedie leggere ma anche interpretazioni più impegnative e profonde, Sara D’Amario, attrice nata nella deliziosa Moncalieri, ama mettersi alla prova, affrontare sfide e non fermarsi, il suo percorso artistico è multiforme ed eclettico, frutto di una lunga e costante preparazione.
Scrittrice di successo e doppiatrice, Sara D’Amario ha una lunga e fortunata carriera da attrice con la partecipazione ad importanti produzioni televisive, tra cui I Fratelli Caputo, Il Commissario Nardone e Centovetrine, e spettacoli teatrali come Storie di Donne di Fuoco e di Luce, Madiba – un omaggio a Nelson Mandela – e moltissimi altri.
Mamma felice di una splendida adolescente, Sara oggi è impegnata in diversi lavori e scritture, immersa in una professione che è nel suo Dna, nella sua essenza.
Sara come stai vivendo questo momento di allentamento delle attività professionali dovuto alla pandemia?
E’ un momento difficile e complesso per tutti, una esperienza nuova che ci sta mettendo davanti a diverse difficoltà. Molte date degli spettacoli che erano state organizzati sono saltate, questo però non ci ha fermati, se non si poteva andare in scena ci siamo concentrati sulla scrittura cercando di proseguire, di dare seguito alle attività come potevamo. Lo spirito di abnegazione e un profondo amore per il lavoro ha dato vita a nuove creazioni teatrali come: Un Quartetto per la Resistenza, Negli Occhi di Mia Madre e Green Minds, una storia molto interessante e attuale, di una idrologa che nel cercare l’acqua su altri pianeti ci racconta, in modo ironico e con una prospettiva esterna, cosa accade sul nostro pianeta, ci avverte di non credere a tutto ciò che ci viene detto e ci esorta alla salvaguardia della Terra ed a inventare o ricercare nuovi mestieri, green jobs.
Da poco sei andata in scena con Negli Occhi di Mia Madre, ovvero: il Mammone di François-Xavier Frantz. Di cosa si tratta?
E’ una commedia feroce che racconta di un “giocoso carnage familiare” in cui , in maniera paradossale, sconfinano amare verità con esplosioni di verità comiche e scandalose perché inconfessabili. E’ un invito alla riflessione riguardo la famiglia di origine, di come ci condiziona con l’educazione e i modelli che ci impone. Due attrici e un attore ci mostrano cosa succede quando siamo alle prese con il fenomeno della “mammite” attraverso la lente dell’ironia, per arrivare a concedersi, alla fine, una risata liberatoria, probabilmente terapeutica.
Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?
Il prossimo 11 febbraio sarò al Planetario di Torino con Sfumature di Donne di Scienza, una versione speciale, inedita e unica dello spettacolo, pensato proprio per la cupola, per essere immersi nell’universo, fondendo teatro, scienza e tecnologia. E’ un viaggio nel tempo, un percorso che farà conoscere 20 scienziate eccezionali. Si parte da una domanda: l’intelligenza ha un sesso? La risposta è no. Le donne possono e devono uscire dall’ombra, osare, sentirsi meritevoli, accedere a posizioni professionali di rilievo e fare i mestieri che desiderano inseguendo i propri sogni, sviluppando i propri talenti e superando pregiudizi legati a limiti e consuetudini culturali.
Con semplicità, umorismo ed emozione si raccontano le storie di queste donne geniali perché siano di ispirazione e facciano da modello di genere.
E’ importante continuare sulla strada delle opportunità, stimolare le future generazioni di donne con un messaggio chiaro e cioè che si può ambire professionalmente senza dover rinunciare alla conciliazione con altri ruoli tipicamente femminili.
Le polemiche, prendendo a pretesto un manifesto forse non proprio felice, ma che certo non è una “vergogna”, come dice l’ANPI, sul Giorno del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo Giuliano- Dalmata, si ripetono per il secondo anno di fila dopo l’uscita lo scorso anno di un fazioso libello giustificazionista del dramma del confine orientale dal 1943 al 1945.
febbraio e travolge anche il festival di Sanremo dove Ornella Muti pubblicizza la legalizzazione della canapa indiana e Roberto Saviano ricorderà davvero da par suo i giudici Falcone e Borsellino “a titolo gratuito“. Il festival dovrebbe essere motivo di svago e non di propaganda politica. Almeno così era in passato. E non può essere tribuna privilegiata per i demagoghi. Anche la Polizia è oggetto di una campagna di stampa delegittimante per aver usato il manganello per contenere una protesta di studenti e di centri sociali che pretendeva di fare un corteo non autorizzato dalle disposizioni sanitarie. E una parte di studenti parla di repressione ( parola già usata nel 1968 e nel 1977), forse non sapendo neppure cosa significhi e i soliti giornalisti soffiano sul fuoco, elogiando l’occupazione del liceo Gioberti di Torino. Finalmente la ministra dell’ interno si è svegliata dal torpore dopo troppo lassismo che ha fatto moltiplicare il contagio e adesso fioccano contro di lei le interrogazioni e le interpellanze parlamentari da parte di gente faziosa ed irresponsabile. Voglio dirlo chiaramente: io sto senza esitazioni dalla parte del Prefetto e del Questore di Torino.
Gli anni vanno dal 1923 al 1928. Sono gli anni della formazione artistica, severa ed organica, di Alda Besso (Genova, 1906 – Torre Pellice, 1992) pittrice di prim’ordine, ma anche colta e intuitiva designer, nonché progettatrice d’arredi e raffinata maestra di grafica.
più significativi centri di cultura della città, agli anni di studi formativi di Alda Besso. Curata da Francesco De Caria, Donatella Taverna e Fratel Alfredo Centra (direttore dell’Istituto) e corredata da un quaderno – catalogo con contributi dei curatori e di Pino Mantovani, la rassegna espone una quarantina abbondante di opere, materiali d’Accademia degli anni a cavallo dei decenni Venti e Trenta, pervenuti alla morte della Besso alla “Raccolta d’Arte De Caria Taverna”.
E infine paesaggi, in cui s’avvertono, nell’essenzialità linguistica e nelle campiture nette e geometriche dei colori e degli sfumati gli echi accesi di quel “Secondo Futurismo”, che forte presa ebbe sulla Besso, così da indurla nel ’32 a dipingere proprio, e in modo esplicito, una significativa “Natura morta futurista”. Sottolinea Francesco De Caria: “Il materiale artistico e documentale che proponiamo al pubblico consente di seguire – attraverso l’esperienza di Alda Besso – le tappe del percorso di formazione artistica all’‘Albertina’ di Torino, dalle prime prove al diploma superiore, in un periodo – gli anni Venti – in cui all’Accademia torinese insegnavano personalità di altissimo livello. Molti di loro – Giacomo Grosso, Cesare Ferro, Giulio Casanova, Luigi Onetti, Edoardo Rubino e altri – fanno parte del panorama artistico torinese e nazionale e le loro firme, apposte sui saggi della Besso, compaiono in vari documenti esposti, tra altre firme purtroppo non decifrabili”. Firme di illustri artisti e docenti a comprovare la visione di compiti in aula, con tanto di sigilli in ceralacca a retro, in cui scorrono progressi o tentennammenti o “pericoli” di fuga in avanti, dov’è facile riconoscere la “baldanza” della giovane Besso. Ma anche la positiva forza di insegnamenti mai dimenticati e che saranno, negli anni, scuola-guida del suo lavoro d’artista. Pur libera e vera.
L’arte pittorica e la scrittura, un binomio che potrebbe sembrare apparentemente lontano, mostrano, invece, un sottile fil rouge nel potere salvifico che entrambe possiedono di fronte ad eventi epocali come è stata ed è la pandemia da Covid 19. Alla luce di ciò, il volume intitolato “Il Tempo Sospeso”, edito da Gian Giacomo Della Porta Editore, accosta le riflessioni elaborate in questi due ultimi anni dalla giornalista Mara Martellotta alle opere pittoriche dell’artista fiorentino Andrea Granchi, nato a Firenze nel ’47, già docente all’Accademia di Belle Arti di Firenze, vincitore del premio Stibbert per la pittura nel ‘71 e proveniente da una famiglia di antica tradizione artistica e nel campo del restauro.
“Agli scritti di Mara Martellotta – spiega il professor Pier Franco Quaglieni, che ha scritto la prefazione del libro – ci rivelano che nel grande naufragio c’è gente che ha salvato la sua anima attraverso la cultura, l’arte e la fiducia in una vita animata da valori che sembrano appannati. Questi scritti sono destinati a testimoniare il coraggio e l’intelligenza di chi ha saputo passare attraverso il fuoco senza bruciarsi, come diceva il mio amico Mario Soldati”