Per la regia di Stefano Poda, sarà in scena dal 22 aprile prossimo
La Turandot di Giacomo Puccini viene proposta per la stagione d’opera del Teatro Regio di Torino venerdì 22 aprile prossimo alle ore 20, in un allestimento visionario e metafisico firmato da Stefano Poda, per la direzione di Jodi Bernacer, che salirà sul podio dell’Orchestra e Coro del Teatro Regio.
Stefano Poda firma regia, scene, costumi, coreografia e luci.
Nel ruolo della protagonista canterà il soprano Ingela Brimberg, il tenore Mikheil Shehaberidze vestirà i panni di Calaf, il soprano Giuliana Gianfaldoni sarà Liu e il basso Michele Pertusi interpreterà Timur.
Sul palcoscenico del Teatro Regio torna, così, una produzione di grande successo che Stefano Poda aveva già creato nel 2018 per lo stesso teatro e che venne trasmessa sulla piattaforma europea.
La scelta di partenza fu quella di fermarsi nel punto in cui Puccini depose la penna alla morte di Liu’, dove si fermò lo stesso Toscanini alla prima del 1926, il 25 aprile di quell’anno, senza il finale poi scritto da Franco Alfano.
Lo stesso compositore avvertì, d’altronde, l’immane difficoltà di concludere in maniera convincente l’opera, dopo il sacrificio di Liu’, e si era arenato, ancor prima che musicalmente, proprio sull’esito drammaturgico del finale.
Ne’ Alfano ne’, più recentemente, Berio, pur operando sugli appunti originali, sono riusciti a escogitare una soluzione convincente; il trionfo di Calaf e l’abbraccio con Turandot appaiono fuori luogo davanti al cadavere ancora caldo della fanciulla. Meglio dunque chiudere sul mesto commiato della folla “Dormi!.. Oblia! Liu’.. Poesia! “ , che rappresenta un apice emotivo e musicale dell’estremo capolavoro pucciniano, un finale che raggiunge direttamente nel segno il cuore dello spettatore.
“Lo spettatore che assiste a Turandot – afferma Stefano Poda – compie un viaggio, assiste a un processo che, prima o poi, tutti dobbiamo vivere. È quella che io definisco la storia del mistero dell’alterità, è il confronto con l’altro, con il “fuori da sé “, che può essere un processo naturale, doloroso, felice e, al tempo stesso, traumatico. C’è chi ha paura di questo confronto e questo fatto diventa quello che io chiamo poema dell’alterità. Io non offro interpretazioni, non sposto l’opera da Pechino al tempo delle fiabe o nella New York di oggi per rendere la vicenda più vicina o più comprensibile allo spettatore…Io depuro lo spazio, lavoro per sottrazione e permetto allo spettatore di vedere uno spazio nell’anima”.
“Punto di partenza – aggiunge il regista – per mettere in scena Turandot è stata per me una frase pronunciata dalle tre maschere Ping, Pong, Pang: “ Turandot non esiste”. La principessa di ‘gelo’ e, in realtà, una creazione di Calaf. Ognuno di noi costruisce un oggetto d’amore, ma poi ci accorgiamo che chi amiamo non corrisponde a ciò che abbiamo idealizzato. Sonlo attraverso il dolore, la crescita e l’accettazione nasce quello che è un grande amore. In quest’opera solo Liu’, che è una persona meno cerebrale degli altri, accetta la vita e al tempo stesso accetta di donarsi e sacrificarsi ma, forse, per arrivare a essere Liu’, bisogna essere state Turandot. Calaf ha paura, Turandot ha paura del confronto; gli enigmi costituiscono le prove, un confronto con se stessi”.
Turandot sarà in scena dal 22 aprile al 5 maggio prossimo al teatro Regio di Torino e i biglietti sono acquistabili presso la Biglietteria del Teatro Regio, piazza Castello 215, da lunedì a sabato ore 13-18.30; domenica ore 10-14; un’ora prima degli spettacoli
Tel 0118815241, 8815242
Online su www.teatroregio.torino.it o www.vivaticket.it
Mara Martellotta


Si è tenuta alla presenza del sindaco Stefano Lo Russo, la conferenza stampa che inaugura a
La mostra dedicata a Pompei ha il sapore internazionale dei grandi eventi, capaci di attirare un pubblico variegato. Il contenuto è prezioso: 120 opere tra mosaici, oggetti di vita quotidiana, arredi, gioielli e persino la ricostruzione di veri e propri ambienti. Lo scrigno che li ospita è altrettanto imponente: la Sala del Primo Senato Italiano. Il visitatore potrà entrare nell’intimità domestica di una ricca dimora, osservarne i dettagli e immergersi in sprazzi di vita che furono inesorabilmente cancellati quel maledetto 24 ottobre del 79 d.C. quando l’eruzione del Vesuvio spazzò via le intere cittadine di Pompei ed Ercolano.
Continuano gli appuntamenti della “Primavera di Bellezza” inseriti nel Calendario “Beppe Fenoglio 22”, a cura del “Centro Studi”dedicato al mitico scrittore e partigiano albese, in occasione del Centenario della nascita (Alba, 1 marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963). Dopo l’incontro di domenica scorsa, con “Tra le righe di Fenoglio” che ha portato i partecipanti all’evento, attraverso una piacevole visita guidata, in 11 tappe del centro storico di Alba, luoghi vissuti, amati e descritti da Fenoglio, sabato prossimo 9 aprile (ore 15) nel paese di Mango e dintorni si inaugura uno dei primi “percorsi fenogliani”. L’organizzazione è dell’“Associazione Manganum ODV” che ha inteso programmare una serie di iniziative volte a rafforzare il legame fra lo scrittore, la sua terra di Langa e in particolare il paese di Mango (con i suoi luoghi più tipici, le cascine, il suo possente Castello e i suoi meravigliosi e larghi panorami), dove Fenoglio ha soggiornato e su cui molto ha scritto. Mango (media Langa, 1300 abitanti) è infatti uno dei paesi che Beppe cita più frequentemente nei suoi romanzi, ne “Il partigiano Johnny” e in “Una questione privata”, negli “Appunti partigiani 44-45” e nei “Racconti”. Mango lo ha accolto durante la guerra di Resistenza, che si consumava strenuamente su tutte le colline dall’Alta alla Bassa Langa e non solo, nel nome di una libertà da riconquistare ad ogni costo, anche al prezzo della propria vita. E di particolare importanza sarà proprio sabato 8 il ripristino del “Percorso del partigiano Johnny”, arricchito da opere d’arte che richiamano le trascrizioni letterarie riportate nelle postazioni vicine. Per info: 
Un’altra l’avevo adocchiata in una libreria nei pressi della Baščaršija, al numero 8 di Vladislava Skarica ma, stupidamente, non la comprai. Gli ottanta marchi del prezzo ( quasi quaranta euro) mi avevano frenato. Che errore! Trovarla oggi non è solo difficile ma quasi impossibile. La Sarajevo Survival Guide, scritta trent’anni fa, tra l’aprile del 1992 e la primavera del 1993 dal collettivo di FAMA composto da Miroslav Prstojević, Željko Puljić, Maja Razović, Aleksandra Wagner e Bora Ćosić, è diventata un oggetto di culto. Su Amazon si trova, usata, a centosettanta euro e nuova (rarissima) a cifre stratosferiche. Questo libro di novanticinque pagine in formato quasi tascabile era una guida per la sopravvivenza a Sarajevo durante la guerra. Edita nel 1993 dagli stessi autori in serbo-croato venne distribuita l’anno successivo, tradotta in inglese, dalla casa editrice Workman Publishing di New York. Un libro originale, intelligente, denso di amara ironia balcanica che descriveva e cercava di far comprendere come fosse possibile organizzarsi la vita durante l’assedio più lungo della storia moderna che iniziò proprio trent’anni fa, il 5 di aprile del 1992. Un viaggio nella quotidianità di una città senza trasporti, acqua ed elettricità, senza cibo e telefoni, con i negozi dalle serrande abbassate e dagli scaffali tristemente vuoti, dove le informazioni erano scarsissime. Uno scenario duro, estremo, dov’era quasi impossibile vivere, sospesi come si era tra mille stenti e pericoli che obbligavano a inventarsi ogni stratagemma utile per tirare avanti e sopravvivere.
La guida segnalava anche i souvenir : “il più gettonato è la scheggia di mortaio. Si possono trovare ovunque: nelle strade, nelle piazze, sui balconi, all’interno delle abitazioni. I proiettili hanno un prezzo inferiore. Se non si hanno soldi si possono barattare con un buono alimentare”. Anche i regali mostravano una scala di valori radicalmente diversa: ”una bottiglia di acqua pulita, una candela, un pezzo di sapone, shampoo, aglio, cipolla, un secchio di carbone, qualche tronco di legno. Le scarpe di pelle di serpente sono eccellenti per correre da un incrocio all’altro ed evitare i colpi dei cecchini”. Per non parlare, del riscaldamento durante i quattro rigidi inverni di guerra a Sarajevo. Il clima della capitale bosniaca è tipicamente quello di montagna e la temperatura arriva fino a venticinque gradi sotto zero. Per dormire s’indossava qualunque indumento, calze spesse e berretti di lana. Gli alberi dei viali furono tagliati e bruciati e dopo di loro i mobili e, qualche volta ma non sempre, i libri. Nonostante i disagi, c’era parecchia ironia in giro. Ci fu chi disse: “ Lo scorso inverno ha dimostrato che i libri di Ilich Vladimir Lenin bruciano molto bene, dimostrando il calore delle idee del socialismo”. Nell’inverno del 1993, oltre a non esserci elettricità in quasi tutta la città, era un’impresa trovare gas per il riscaldamento. “Il problema è che se il gas veniva aperto quando nessuno se lo aspettava, arrivava anche a esplodere in alcune case e appartamenti, provocando gravi ustioni ad alcuni abitanti di Sarajevo. Così, in un ospedale di Sarajevo, un infermiere, che si stava congelando alla reception, sperava che il gas venisse aperto per potersi riscaldare. Poco dopo vide un gruppo di persone che entravano in ospedale. Erano sporchi di fuliggine e dalle loro spalle e vestiti usciva fumo. Appena li vide, l’infermiere esclama con gioia: E’ arrivato il gas!!”. Agli inizi d’aprile di dieci anni fa, vent’anni dopo l’inizio delle ostilità, il gruppo formato dai giovani artisti sarajevesi conosciuti a livello internazionale per aver prodotto la famosa guida ha presentò il progetto per il museo dell’assedio di Sarajevo ( sottotitolato, l’arte di vivere 1992-1996), promosso dalla municipalità di Sarajevo e da un consorzio promotore dell’idea. Centinaia di testimonianze vennero raccolte rappresentando la memoria di donne e uomini, anziani e bambini che resistettero al più lungo assedio della storia moderna, dal 5 aprile del 1992 al 29 febbraio del 1996. Accanto a materiale video, documenti e fotografie colpivano le raccolte di oggetti di fortuna costruiti durante la guerra.