Il Primo Marzo si attende una partenza al “cardiopulso” per il Centenario Fenogliano con un segnale luminoso che parte dal Centro Studi Beppe Fenoglio di Alba per raggiungere la Mole Antonelliana – vestita per l’occasione con l’immagine dello scrittore albese – e infine lo spazio, verso il pianeta intitolato dalla NASA #7935Beppefenoglio.
Questo, nel dettaglio, il programma della prima settimana di eventi.
Il Primo Marzo il primo appuntamento del calendario “Beppe Fenoglio 22” si aprirà dalla città di Alba in Piazza Rossetti 1 alle ore 19.00 (con ritrovo alle ore 18.30) dove partirà quello che, utilizzando il linguaggio di Fenoglio, sarà chiamato “segreto cardiopulso”. Il segnale risuonerà e si accenderà sottolineando con un gesto artistico il centesimo compleanno dello scrittore albese.
Cardiopulso/Cardiopulsare è un neologismo coniato dallo stesso Fenoglio per descrivere il movimento segreto di Alba, Zona Libera Partigiana dal 10 ottobre 1944 e per i ventitre giorni successivi. In occasione del compleanno dello scrittore il light artist Emilio Ferro realizzerà un’installazione di luce che rievocherà concettualmente la figura del “segreto cardiopulso” partendo dalla sua Olivetti Studio 44 posizionata al primo piano del Centro Studi Beppe Fenoglio di Alba, proprio nel luogo in cui lo scrittore amava scrivere. Emilio Ferro si propone di dialogare con questo spazio iconico, proseguendo la sua ricerca sulla matericità della luce, attraverso la creazione di composizioni luminose che si proiettano nel cielo. L’Intervento agirà sulla forte carica simbolica del luogo, elevandone e amplificandone il ricordo. L’opera comprende quattro fasci di luce, inclinati specularmente rispetto al Centro Studi Beppe Fenoglio, che uscendo dalle finestre dell’edificio si elevano dal centro storico di Alba portando un messaggio di luce verso il mondo.
Max Casacci, compositore e produttore dei Subsonica, da anni attivo nella trasformazione di rumori in musica, ha creato per l’occasione una texture musicale con i suoni della macchina da scrivere di Fenoglio e quelli di Piazza Rossetti. «Lo strumento portante di questo brano è la macchina da scrivere Olivetti Studio 44 dello scrittore – dichiara Max Casacci – I suoni di questo preziosissimo oggetto registrati in digitale e analogico, sono stati successivamente campionati, manipolati e trasformati in “corpo ritmico”. I tasti della macchina restano riconoscibili, mentre il rumore della barra spaziatrice registrato con uno speciale microfono posizionato per captare la “risonanza” della scrivania, intonato su un’ottava bassa fornisce cassa e tamburi. Le parti meccaniche del “rullo” sono utilizzate per le percussioni più acute, così come il rumore dello sfilamento del foglio di carta. Il campanello, che si sostituisce al suono delle stesse campane della piazza descritte nelle pagine del romanzo, suggerisce l’importanza fondamentale dello “strumento” macchina da scrivere nel catturare il racconto. Allo stesso modo l’effetto raffica di mitra realizzato con i tasti dell’Olivetti, riporta in quella dimensione sospesa tra fatti storici avvenuti e romanzo. Il jazz, il magico sassofono di Emanuele Cisi, la citazione nascosta del brano “Over the Rainbow”, così presente in un altro romanzo “Una questione privata”, cercano di rappresentare al meglio il mondo sonoro di Beppe Fenoglio e la sua epoca.»
Dal battito dei tasti della macchina da scrivere prenderà il via un’installazione luminosa che partirà da Alba e raggiungerà Torino proiettando l’immagine di Beppe Fenoglio sulla Mole Antonelliana. Lo speciale impulso luminoso e sonoro si orienterà infine nello spazio verso quello che la NASA, grazie alla scoperta dell’Osservatorio Europeo avvenuta il 1° marzo 1990, ha intitolato Pianeta #7935Beppefenoglio.
Sempre a partire dal primo marzo e per tutta la durata del centenario fenogliano, in stretta collaborazione con il Comune di Alba, sarà allestita l’installazione “Piazza Rossetti 1” una struttura – pensata e realizzata dall’architetto Danilo Manassero con le fotografie di Antonio Buccolo – che svela attraverso un gioco poligonale gli interni di quella che un secolo fa era Casa Fenoglio.
Martedì 1° marzo alle ore 20.45 l’appuntamento sarà al Teatro Sociale G. Busca per la serata inaugurale di “Beppe Fenoglio 22” condotta da Neri Marcorè e con l’intervento di Max Casacci, Emanuele Cisi, Guido Chiesa, Nicola Lagioia, Davide Longo insieme a Chiara Colombini e Valentina Vetri, membri del comitato scientifico del centenario fra cui il professor Gian Luigi Beccaria.
Giovedì 3 marzo sarà la volta della prima passeggiata lungo i sentieri e i luoghi che hanno ispirato lo scrittore e che sarà possibile percorrere durante tutto l’anno del Centenario. Il primo appuntamento, alle 9.45 da Piazza Rossetti 1 a cura del Centro Studi Beppe Fenoglio e di Terre Alte, si intitola “Fenoglio e il fascino del fiume”.
A partire dal giorno successivo, venerdì 4 marzo, il linguaggio fenogliano sarà protagonista in un’esposizione a Palazzo Banca d’Alba che racconterà, come sottolinea Fulvia in “Una questione privata”, “Una maniera di metter fuori le parole” propria dello scrittore albese. Ogni fine settimana fino al 17 aprile sarà possibile osservare come le scelte stilistiche di Fenoglio (i ricorsi, i neologismi) siano diventate oggetto artistico attraverso un processo di esaltazione che lega la scrittura alla fotografia. Partendo dallo studio del prof. Beccaria “La guerra e gli asfodeli” sono state fotografate quindici parole estrapolate dal dattiloscritto originale per raccontare ed esaltare la creazione di uno stile personale e ricercato. Il materiale testuale e video racconterà la ricerca dell’autore mentre il peculiare lavoro di riscrittura porrà il visitatore al centro di un’installazione multimediale e interattiva. L’allestimento della mostra è ideato da Danilo Manassero mentre la stampa fotografica utilizzando la cianotipia è realizzata da Francesca Marengo.
Sabato 5 marzo alla Fondazione Mirafiore di Serralunga d’Alba alle 18.30 lo scrittore e giornalista Emiliano Poddi, a partire dalle parole di Italo Calvino nell’introduzione al suo “Il sentiero dei nidi di ragno” propone al pubblico l’incontro “Ultimo viene Fenoglio. Una lezione su Una questione privata”.
A partire dal 6 marzo e fino a marzo 2023, il Centro Studi Beppe Fenoglioorganizzerà ogni domenica il tour gratuito “Tra le righe di BF22”: undici tappe nel cuore di Alba partendo dalla sede del Centro Studi in piazza Rossetti, per scoprire lo scrittore, il partigiano e anche l’uomo. Un percorso cittadino ad anello per addentrarsi nella vita dell’autore e della sua città partendo alle ore 10.30 da Casa Fenoglio, dimora e bottega di famiglia, passeggiando per le vie del centro, tra il meraviglioso Duomo, il Liceo Classico e il Seminario. In occasione del centesimo compleanno dello scrittore la passeggiata della durata di circa 2 ore si rinnova nella fruizione proponendo materiale di approfondimento per gli appassionati grazie alla preziosa conduzione delle guide di Turismo in Langa e al sostegno della Regione Piemonte.
Lo stesso giorno alle ore 16.30 ci si sposterà al Teatro Sociale di Alba per la presentazione della riedizione ampliata della biografia di Beppe Fenoglio “Questioni private” (Einaudi editore) scritta da Piero Negri Scaglione. All’incontro parteciperà anche il cantautore e chitarrista dei CCCP Massimo Zamboni.
Il ricco calendario di eventi organizzato dal Centro Studi Beppe Fenoglio, prosegue fino al 1° marzo 2023.
Tutti gli appuntamenti del Centenario Fenogliano sono consultabili e in prenotazione su www.beppefenoglio22.it
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Belle è intelligente, colta, gran lavoratrice ed ha una passione profonda per i libri, soprattutto quelli antichi, dei quali diventa esperta conoscitrice. Dopo uno stage alla biblioteca universitaria di Princeton finisce a lavorare per il potente banchiere J.P.Morgan, che all’acume per gli affari unisce una passione da bibliofilo.
Rachel Cohen è docente alla University of Chicago e in queste pagine ha ricostruito la biografia del controverso storico dell’arte ed esperto di Rinascimento italiano, Bernard Berenson.
L’autrice della “Saga dei Cazalet” questa volta si concentra su una storia che è commedia intrisa di ironia sullo sfondo della Londra di fine anni 70.
Queste pagine sono un piacevole e dotto viaggio letterario nel cuore di un’epoca eccezionale, raccontato attraverso le vite di chi l’ha vissuta e resa indimenticabile. E’ il frutto di anni di ricerche della giornalista francese Agnès Poirier attraverso diari, cronache e scritti dei diretti interessati; non un romanzo -anche se come tale può essere letto- in realtà tutto è rigorosamente documentato ed avvenuto davvero.
Artista, scrittore, poeta, saggista, fra gli esponenti più singolari dell’arte concettuale italiana (collabora con Enrico Castellani e Piero Manzoni alle attività della Galleria “Azimut” aperta nel 1959 a Milano), a Vincenzo Agnetti (Milano, 1926 – 1981) la “GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea” di Torino dedica, negli spazi della “Videoteca”, il quinto appuntamento del ciclo espositivo nato dalla collaborazione con l’“Archivio Storico della Biennale di Venezia” e volto a testimoniare la stagione iniziale del video d’artista italiano fra gli anni Sessanta e Settanta. A cura di Elena Volpato, l’esposizione affronta attraverso poche ma “irrinunciabili” opere, il rapporto assai complesso e complicato dell’artista con il “mestiere del fare arte” nonché un aspetto centrale del suo lavoro: “la sostituzione tra parola e numero – spiega la Volpato – come ultimo grado di analisi critica e azzeramento del linguaggio”. Tema rompicapo che emerge nei suoi lavori a partire dal 1968 con la realizzazione della “Macchina drogata”, una calcolatrice che traduce i numeri digitati in sequenze di lettere che vanno liberamente a combinarsi fra loro senza alcun significato. Del resto, bisogna dire che tutta la sua produzione “manifesta” si è sviluppata in poco di quindici anni, dal 1967 al 1981, sperimentando vari “media”, dalla fotografia al video, dalla performance alle registrazioni vocali via via fino ai testi a stampa. Delle opere precedenti, quelle che Agnetti definiva “pre-artistiche” non s’ha conoscenza; sparite, in quel periodo di “liquidazionismo” o “arte no” (rifiuto di dipingere) che va dal 1962 al 1967 (anno della sua prima personale, “Principia”, al “Palazzo dei Diamanti” a Ferrara) quando l’artista si trasferisce in Argentina per lavorare nel campo dell’automazione elettronica. Dal ’67-‘68 in poi, al ritorno a Milano, la sua ricerca – sulla via dell’azzeramento di ogni strutturato sistema culturale e nella convinzione di un’univoca, similare ambiguità di parole e numeri – si volgerà caparbiamente alla tentata utopica acquisizione di un linguaggio universale. Nell’esposizione di un’opera della serie “Assiomi”, realizzata nel 1969, Agnetti mostra sotto una sequenza di lettere rovesciate ed elevate a diversi valori numerici, una frase incisa, ben chiara: “Quando le parole si elevano a valori di numeri i numeri valgono le parole”. Come dire: l’uno e l’altro codice, lettere e numeri, si trovano in posizione di simmetrico rispecchiamento, visivo e concettuale. “Se sussiste – sottolinea la Volpato – una promessa di intensità, un sentore di dimenticato fondamento, può trovarsi solo nello spazio tra di loro, in quel
nero compatto della bachelite che sembra arretrare nel tempo, come volesse sottrarsi alla funzione di supporto agli instabili segni bianchi. Il nero che occupa il centro e la maggior estensione dell’opera è una delle molteplici forme di quel vuoto attorno al quale si raduna tutta l’intelligenza dell’opera di Agnetti. Un vuoto nato dal voluto collasso di tutti i linguaggi e tuttavia aperto alla ricerca di qualcosa, forse un’eco, un rimbombo sonoro che abbia a che fare con l’interiorità del senso e non con la formulazione di un significato”. Il tema della permutabilità di parole e numeri giunge a compiuta espressione nel 1973, anno di realizzazione del video presentato in mostra, “Documentario N.2”, dove, nell’arco di pochi minuti si assiste al passaggio dalla messa in scena dei più tipici e scolastici codici del linguaggio documentario all’ermetico prodursi della voce dell’artista che pronuncia un discorso fatto unicamente di numeri e diverse intonazioni espressive, mentre le immagini passano dalla ripresa fissa di una sequenza numerica trasformata in pattern visivo allo schermo nero, al buio che è anche interruzione-azzeramento di suoni. Il 1973 è pure l’anno di realizzazione di “Frammento di Tavola di Dario tradotto in tutte le lingue”, dove si trova l’evocazione di un passato remoto presentato con i caratteri della scrittura cuneiforme per confrontarsi con una sequenza numerica, linguaggio del presente tecnologico. “La linea di confine tra l’una e l’altra immagine è uno iato nel tempo che rende ancor più profondo l’evidente tradimento che si nasconde nella promessa di una traduzione universale. L’opera nella sua semplice ieraticità è la rovesciata ‘Stele di Rosetta’ che l’artista ci consegna per scardinare di ogni passato e futuro linguaggio la presunzione illusoria di possedere le chiavi del significato”.

Il primo incontro tra i due avvenne sette anni fa allorché Maurizio De Giovanni adattò per il palcoscenico “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Kesey, poi arrivò il successo del commissario Lojacono e dell’avamposto poliziesco dei “Bastardi di Pizzofalcone” (una sorta di 87° distretto newyorkese con stanza a Napoli), con le sue facce, con i drammi personali, con i casi da risolvere. Una collaborazione, fatta di amicizia e di desiderio di sperimentare su più fronti, quella nata tra Alessandro Gassmann e il giallista più acclamato di casa nostra (il pubblico che corre in libreria o punta gli occhi sulla tivù di casa per i casi del commissario Ricciardi, di Mina Settembre o dell’ex agente segreto Sara), da cui è nato “Il silenzio grande”, visto al cinema e giunto finalmente al Carignano per la stagione dello Stabile torinese.
Da buon giallista, anche in quella biblioteca che parrebbe immersa nella vivace linearità del racconto, De Giovanni trova modo di costruire inaspettatamente l’essere e l’apparenza, di unire il mondo dei vivi e quello dei morti (ma più non si può dire, scoprirà felicemente ogni cosa lo spettatore). La regia di Gassmann srotola a poco a poco lo svolgersi della vicenda, le cose mai dette, gli angoli dei sentimenti negati, a volte con piccoli particolari, con gesti o con giochi di luci, con gli attimi di un tempo impressi nel velo che divide il pubblico e la scena. Il teatro mette ancora più a fuoco l’ambiente claustrofobico che il cinema poteva spezzare in qualche respiro all’esterno, forse qui spinge il pedale della comicità ma senza mai interrompere il clima di drammaticità sottile che riempie il palcoscenico. Ha un prezioso alleato in Massimiliano Gallo, chiuso saldamente nel bozzolo di Valerio, nella sua moderna misantropia, nella propria ingenuità, nella volontà di voler rimanere intimamente ancorato al passato, e pronto a esplodere nelle verità che gli si concretizzano davanti, dialogo dopo dialogo, una prova davvero matura, giocata tra mille sfumature, dove l’attore attinge, nella parola e nei gesti, nel modo di muoversi attraverso la scena, al panorama eduardiano o a certi dialoghi spezzettati che ricordano da vicino il compianto Troisi. Accanto a lui, Stefania Rocca, Pina Giarmanà dalla schietta umanità, e i figli Paola Senatore e Jacopo Sorbini, capaci di costruire nei loro interventi due personaggi pieni di precisi, apprezzati chiaroscuri. Un vero successo alla prima. Repliche sino a domenica 6 marzo.