CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 557

Tra Colleretto e Torre del Lago l’indissolubile legame tra Puccini e Giacosa

E’ “Manon Lescaut” a segnare la nascita della collaborazione che legò il drammaturgo piemontese Giuseppe Giacosa e il compositore toscano Giacomo Puccini. L’opera fu caratterizzata da una complessa gestazione e il libretto passò nelle mani di diversi scrittori fino ad arrivare in quelle di Giacosa e di Illica, anche se si preferì, in un primo momento, lasciare nell’anonimato gli autori.

La prima rappresentazione dell’opera si tenne il 1° febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino, un altro segno del destino forse che legava, indissolubilmente, le vite di Puccini e Giacosa.

A Luigi Illica spettava, prevalentemente, il compito di abbozzare la sceneggiatura, ma era Giuseppe Giacosa a dover tradurre in versi un testo letterario e, difficoltà maggiore, a dover mediare con il musicista toscano, famoso per le proprie intemperanze e per la propria imprevedibilità nel modificare i piani delle opere, fatto che causava tensioni e litigi continui con Giacosa stesso.
All’autore canavesano, sempre in collaborazione con Illica, si devono anche i libretti delle successive tre opere di Giacomo Puccini, le più famose create dal maestro e, sicuramente, le più rappresentate: “Bohème”, “Tosca”, “Madama Butterfly”. L’intensità e la delicatezza dei versi di Giacosa si adattano perfettamente alle note dell’autore toscano capace di alternare drammaticità, dolore, potenza e dolcezza e raggiungono il massimo lirismo soprattutto nelle descrizioni delle figure femminili: Mimì, Tosca, Cho Cho-san. Giacosa fu particolarmente coinvolto dalla stesura di “Bohéme”, l’opera più vicina al suo mondo. La sua spiccata sensibilità venne profondamente toccata dalla storia di un amore che nasce e muore in una soffitta di Montmartre, una vicenda comune e per nulla originale alla quale l’arte riuscì, tuttavia, a regalare fama e immortalità.  Le atmosfere parigine evocate in “Bohème”, la lotta per affermare il proprio talento contro tutto e tutti, il sacrificio per amore e quel mondo dove, come avrebbe scritto parecchi anni più tardi Charles Aznavour nell’omonima canzone: “Nous recitions des vers groupes autour du poele en oubliant l’hiver”, trovarono nella musica di Puccini la perfetta consacrazione lirica. Nonostante questo, più volte il librettista si lamentò con Giulio Ricordi per le difficoltà che incontrava nel proprio lavoro, tanto che giunse a scrivere: “Vi confesso che di questo continuo rifare, ritoccare, aggiungere, correggere, tagliare, riappiccicare, gonfiare a destra, per smagrire a sinistra, sono stanco morto… Vi giuro che a far libretti non mi colgono mai più…”. E, invece, soltanto pochi mesi dopo la fine di “Bohéme”, il drammaturgo cedeva e accettava di realizzare il libretto di “Tosca”.
Sicuramente meno congeniale a Giacosa fu l’affresco storico evocato dall’opera che trovò difficile da trasporre in versi tanto da farlo dichiarare sempre a Ricordi che quello di Tosca non fosse un “buon argomento per melodramma”.

Anche Giacomo Puccini sembrava poco coinvolto dal racconto tanto da proporre a Illica di abbandonare l’impresa. Nonostante tutto, comunque, “Tosca” andò in scena al Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900 e, considerata la grandezza e l’immensità dell’opera, possiamo aggiungere fortunatamente. Sicuramente “Tosca” rappresenta un grande dramma di passioni politiche e di grandi ideali e la protagonista è una donna estremamente moderna, tanto forte e decisa da oscurare persino la figura maschile di Cavaradossi; ecco, forse, perché fu tanto difficile trasformarla in versi e in musica: era un personaggio che viveva di vita propria. Dopo “Bohéme” e “Tosca”, nel 1901 Giacosa affrontò un’altra fatica, cimentandosi con il libretto della “Madama Butterfly” e, come era inevitabile, ripresero i confronti con Puccini, tanto che Giacosa, esasperato arrivò a scrivere al maestro: “Avevo messo a questo libretto più amore che agli altri, ci avevo lavorato più di voglia e ne ero più contento…” e a precisare “… Avrai ragione tu, e sarà per te il meglio e te lo auguro di tutto cuore; ma data una così assoluta divergenza di vedute, io devo astenermi dall’intervenire più [pur rimanendo integri, ci s’intende, i miei diritti d’autore sull’opera]. Già, quando pure mi ci mettessi, il lavoro mi verrebbe stentato, scucito e scolorito. E a tutela della mia integrità artistica e anche per non usurpare un merito che non mi appartiene, dovrò far sapere, al pubblico, a che si ridusse la mia collaborazione, con riserva di pubblicare le scene mie, tutte mie, già da te, dall’Illica, dal signor Giulio entusiasticamente approvate”. Puccini era consapevole di non poter rinunciare al talento di Giacosa e, poco tempo dopo, invitò il suo librettista a raggiungerlo a Torre del Lago, il suo “buen ritiro”, dove poteva dedicarsi alla composizione e alla caccia, l’altra grande passione.

“Madama Butterfly” debuttò alla Scala di Milano il 17 febbraio 1904 e fu un fiasco colossale tanto da convincere Puccini a effettuare alcune modifiche e a riproporla, questa volta con successo, al pubblico di Brescia, il 28 maggio 1904. La storia della fanciulla giapponese suicida per amore sarà l’ultima collaborazione tra Giacomo Puccini e Giuseppe Giacosa. La salute del drammaturgo piemontese era sempre più fragile e le crisi di asma si intensificarono. Giacosa morì il 2 settembre 1906 nella sua villa di Colleretto, nella casa dove era nato e nella quale aveva voluto tornare in una delle brevi tregue che la malattia gli aveva concesso. Venne sepolto nel minuscolo cimitero di campagna del paese, in un angolo isolato. Sulla lapide sono state incise soltanto tre parole “Giuseppe Giacosa. Poeta” seguite dalla data di nascita e da quella di morte. Puccini, più giovane di lui di undici anni, morì nel 1925 a seguito di un intervento che aveva lo scopo di porre rimedio a un cancro alla gola. Inizialmente sepolto a Milano nella cappella della famiglia Toscanini il compositore venne traslato due anni dopo, per volontà della moglie Elvira, a Torre del Lago, nella cappella della sua villa. Lasciava incompiuto il suo canto del cigno, la “Turandot”, una favola crudele di dolore e di amore, di egoismo e di sacrificio che si scioglie e si trasfigura nell’urlo di Calaf alle stelle.

Barbara Castellaro

Incontro con Patrizia Leotta a Moncalieri

Martedì 13 settembre 2022

MONCALIERI NEL CUORE

Moncalieri, ore 19

Pagina facebook della Biblioteca Arduino @bibliomonc

Moncalieri nel cuore è il format nato per dare voce alle storie dei tanti moncalieresi che le vicende della vita hanno portato a trasferirsi mettendo radici lontano: in altre città o all’estero. Quando e perché hanno lasciato Moncalieri? Che ricordi hanno di Moncalieri, diretti o trasmessi da qualche famigliare? Sono mai tornati a Moncalieri in seguito? E come l’hanno trovata, messa a confronto con i ricordi che ne avevano?

Laura Pompeo

Assessore alla Cultura

Martedì 13 settembre Moncalieri nel cuore – lo spazio di approfondimento culturale dedicato ai racconti di vita dei moncalieresi che si sono trasferiti stabilmente in altre città e desiderano raccontarsi – torna dopo la pausa estiva e dà la parola a Patrizia Leotta, moncalierese di nascita, insegnante di scuola superiore, residente a Velletri. Nel format curato dalla Biblioteca civica Arduino, che ritorna ogni secondo martedì del mese, a dialogare con l’ospite c’è Gianfranco Chieppino. L’incontro viene trasmesso sulla pagina facebook della Biblioteca alle ore 19.

 

Chi vuole e ha storie da proporre alla rubrica può scrivere a:

assessore.cultura@comune.moncalieri.to.it

Beppe Fenoglio 22. I 23 giorni della Città di Alba

Proseguono le celebrazioni per il Centenario della nascita del grande scrittore-partigiano albese

Dall’8 settembre al 31 dicembre

“Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”: questo il celebre incipit de “I 23 giorni della Città di Alba”, la suggestiva raccolta di racconti che segnò l’esordio letterario di Beppe Fenoglio (Alba, 1 marzo 1922 – 18 febbraio 1963, Torino)  e che dà il titolo – dopo i molti ed eclettici eventi estivi titolati “Un giorno di fuoco” –  alla nuova stagione di celebrazioni dei cento anni della nascita del celebre scrittore-partigiano di Langa. Tantissimi ancora e sempre di varia natura gli eventi promossi per l’occasione dal “Centro Studi Beppe Fenoglio” e da una fitta rete di partner pubblici e privati. Si inizia giovedì 8 settembre (ore 18,45) con un importante incontro alla “Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo” di Santo Stefano Belbo dal titolo “From C. to C. Poems by Cesare Pavese translated by Beppe Fenoglio”. In occasione del Pavese Festival”, nella serata che ospita anche il reading musicale con Neri MarcorèValter Boggione approfondirà le figure di Pavese e Fenoglio quali appassionati traduttori dalla lingua inglese.  Sono circa cento – sottolinea Bianca Roagna, direttrice del “Centro Studi” di piazza Rossetti ad Alba – gli appuntamenti su tutto il territorio nazionale a cui abbiamo partecipato attivamente. Ora abbiamo davanti a noi altri sei mesi impegnativi fatti di collaborazioni importanti, ricchi di offerta culturale, di approfondimento e scoperta”. E Margherita Fenoglio, figlia di Beppe: “Da sempre penso che mio padre sia un autore particolarmente amato, ma l’accoglienza che il pubblico mi ha riservato ad ogni evento cui ho potuto partecipare personalmente è stata così appassionata e calorosa da darmene la certezza; gli incontri si sono susseguiti in molte parti d’Italia, da Alba e dalle Langhe sino a Palermo,  ed in ogni occasione ho potuto constatare che mio padre è uno scrittore che ha ancora molto da dire, soprattutto alle nuove generazioni”. Tantissimi, si diceva, gli eventi progettati in un calendario in continuo divenire e sempre aggiornato sul sito del “Centenario Fenogliano”, consultabile su: www.beppefenoglio22.it . Di particolare interesse gli spettacoli teatrali. “Teatro Caverna”, Compagnia Teatrale bergamasca, propone, giovedì 8 settembre (ore 21), a Castiglione Falletto “La sposa bambina”, seguita domenica 18 settembre (ore 20) a Prunetto da “Per me era Beppe” e sabato 1 ottobre (ore 21) a Novello da “La ballata del vecchio marinaio”Sabato 10 settembre (ore 21) al Teatro Sociale “G. Busca” di Alba sarà la volta dello spettacolo “QNCLPS – Questi Non Ce Li Possiamo Scordare. Storie partigiane di quei ragazzi che si diedero alla macchia” con testi tratti da Beppe Fenoglio, Pietro Chiodi, Enzo Biagi, Emilio Sarzi Amadé, Italo Calvino e Giorgio Bocca: spettacolo in forma di teatro musicale, promosso e prodotto dall’“ANPI Sezione Alba Bra”, con la produzione artistica di “Materiali Sonori”, etichetta discografica indipendente e laboratorio musicale e di cultura fondato nel 1977 in Toscana, e messa in scena di Arlo Bigazzi e Diego Repetto. Imperdibile, sempre al Teatro Sociale di Alba, martedì 18 ottobre (ore 21), “Un Giorno di Fuoco” (principale brano dei “Racconti del Parentado”) con Beppe Rosso, per la regia di Gabriele Vacis. Non solo teatro. Evento di notevole spessore sarà anche la mostra, a cura di Luca Bufano, dal titolo “Canto le armi e l’uomo. 100 anni con Beppe Fenoglio”, aperta da sabato 15 ottobre all’8 gennaio 2023, presso la “Fondazione Piera, Pietro e Giovanni Ferrero” di Alba. Di carattere multimediale, la rassegna esporrà documenti autografi (originali o in riproduzione), immagini fotografiche e audiovisive, opere d’arte, manifesti e materiali diversi (da libri a cimeli e ad oggetti fra i più vari). Sabato 24 settembre (ore 17) il “Centro Studi” presenterà la prima fase del progetto “Atlante Fenogliano” che mira alla realizzazione di un percorso digitale tale da permettere un nuovo modo di relazionarsi con le opere di Fenoglio. L’obiettivo è di proporre a studiosi, lettori e appassionati, uno strumento che possa permettere di “visitare i luoghi delle opere di Fenoglio e conoscere i suoi personaggi in un modo interattivo e alternativo rispetto alla sola lettura dei suoi testi”. E non mancherà pur anche un interessante connubio con l’alta gastronomia: in occasione, infatti, della “Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba”domenica 9 ottobre (ore 20,30), l’eccezionalità del “Tuber magnatum Pico” sarà associata alla letteratura grazie alla “cena insolita” organizzata dallo chef Ugo Alciati, proprio in occasione del “Centenario” dello scrittore, presso la Sala Beppe Fenoglio nel “Cortile della Maddalena”. Un lungo treno di appuntamenti che, mercoledì 19 ottobre si sposterà addirittura oltralpe, arrivando all’“Istituto Italiano di Cultura” di Parigi. In occasione del “Centenario Fenogliano”, infatti, i “Cahiers de l’Hôtel de Galliffet” gli rendono omaggio pubblicando una raccolta dei suoi racconti finora sconosciuta al pubblico francese: “L’herbe brille encore et autres nouvelles” con la traduzione di Frédéric Sicamois e la prefazione di Luca Bufano.

Per info e programma completo: “Centro Studi Beppe Fenoglio”, piazza Rossetti 2, Alba (Cuneo); tel. 0173/364623 o www.beppefenoglio22.it

g.m.

Nelle foto

–       Beppe Fenoglio

–       Margherita Fenoglio – Ph. Giulio Morra

–       QNCLPS

–       Beppe Rosso

Torino e i suoi musei. Il Museo del Cinema

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Con questa serie di articoli vorrei prendere in esame alcuni musei torinesi, approfondirne le caratteristiche e “viverne” i contenuti attraverso le testimonianze culturali di cui essi stessi sono portatori. Quello che vorrei proporre sono delle passeggiate museali attraverso le sale dei “luoghi delle Muse”, dove l’arte e la storia si raccontano al pubblico attraverso un rapporto diretto con il visitatore, il quale può a sua volta stare al gioco e perdersi in un’atmosfera di conoscenza e di piacere.

1 Museo Egizio
2 Palazzo Reale-Galleria Sabauda
3 Palazzo Madama
4 Storia di Torino-Museo Antichità
5 Museo del Cinema (Mole Antonelliana)
6 GAM
7 Castello di Rivoli
8 MAO
9 Museo Lomboso- antropologia criminale
10 Museo della Juventus

5 Museo del cinema

E con un’altra scusa sono di nuovo a fare due passi in centro a Torino, questa volta per visitare il Museo Nazionale del Cinema, uno tra i più importanti e peculiari del mondo, grazie alla ricchezza del patrimonio, alla molteplicità delle attività scientifiche e divulgative e, infine, per il particolarissimo allestimento espositivo.  Per raggiungere il Museo allungo leggermente la strada e passo davanti al mio Liceo, il Gioberti, subito respiro l’ansia delle interrogazioni, mi ricordo dei compiti a casa che qualche volta si copiavano sulle panchine lì dietro e penso a quegli anni così essenziali che lì per lì si vivono sperando che passino in fretta. Il problema è che in effetti succede per davvero.
Come spesso accade i ricordi restano e il mondo nel suo piccolo cambia, i gradoni di fronte alla scuola non ci sono più e i bar “abituali” hanno cambiato gestione, inutile indugiare in luoghi che, giustamente, ora appartengono ad altri “giobertini”, a loro volta intenti a sopravvivere allo stress delle superiori, a loro volta intenti a mistificare la vita degli universitari che incrociano al bar (Palazzo Nuovo è accanto al Liceo).

Faccio davvero poca strada, perché la Mole Antonelliana, simbolo per eccellenza di Torino, è proprio lì dietro. Intanto che mi avvicino tengo lo sguardo rivolto verso in su, divertendomi a scrutare la punta sottile di quella che inizialmente doveva essere una sinagoga. L’edificio, realizzato da Alessandro Antonelli, è alto 167,5 metri e tra gli anni 1889 e il 1908 fu la costruzione in muratura più alta del mondo. A partire dagli anni 2000 la Mole è sede del Museo Nazionale del Cinema.  Era davvero tanto tempo che non avevo occasione di visitare uno dei musei che preferisco. L’ho sempre considerato un luogo “sui generis”, dove si respira un’aria incantata, come se si stesse visitando un altro mondo, quale del resto è quello del cinema. Entrando infatti mi ricordo subito del perché ho scelto di frequentare la triennale di Scenografia Cinematografica presso l’Accademia Albertina di Torino, dove ho potuto studiare ed approfondire da vicino almeno un po’ di quel meraviglioso meccanismo che si nasconde dietro la realizzazione delle pellicole filmiche. La particolare modalità espositiva invita all’interazione e consente un’esperienza immersiva a 360° sia ai più piccoli, sia ai grandi che ogni tanto si consentono di tornare bambini – come spesso faccio io-.

Il percorso museale si sviluppa su più livelli con un andamento a spirale. In questo modo viene esaltata la spettacolarità delle varie esposizioni che ripercorrono la storia del cinema dalle origini ai giorni nostri. Inizio a fluttuare per le aree espositive, partendo dal piano dedicato all’Archeologia del Cinema, dove, senza troppa vergogna, gioco a toccare tutti quegli strani oggetti a disposizione, si tratta di antichi dispositivi che hanno segnato alcune tappe fondamentali della storia della cinematografia. Continuo a girovagare alla ricerca di qualcos’altro con cui giochicchiare e arrivo all’Aula del Tempio, cuore pulsante dell’intero corpo museale, da cui ho una visuale completa sulle varie aree espositive dedicate ai diversi generi cinematografi e soprattutto, sulla zona dedicata al capolavoro italiano del cinema muto: “Cabiria”. Sempre da questo punto si accede alla Rampa, che porta verso la cupola e ospita le mostre temporanee. Non c’è nulla da toccare ma mi diverto a visionare da vicino un modello realizzato in scale reale di “Alien”, creatura iconica e fantascientifica, nata dalla brillante mente di Hans Rudolf Giger (1940-2014), pittore, designer, scultore e artista nel campo degli effetti speciali cinematografici, e resa celebre grazie dai registi Ridley Scott e James Cameron. Da fan sfegatata dell’illustratore svizzero non posso che apprezzare la realizzazione plastica dello xenomorfo “con acido per sangue”. Oltre alla fantascienza una grande area è dedicata allo “spaghetti western”: un lungo “saloon” costituito da tavoli, bancone e bottiglie rotte, mostra ai visitatori il momento appena successivo ad una rissa terminata con un tipico duello tra pistoleri, tutto questo mentre dagli schermi soprastanti un giovane Clinton Eastwood ci ricorda minaccioso che è meglio non offendere il suo mulo.

Da qui arrivo alla Rampa, una passerella che volutamente si srotola come una pellicola cinematografica e porta fin su verso la cupola. Attraverso la particolarissima zona detta Macchina del Cinema, dedicata alle diverse componenti e fasi dell’industria filmica, quali gli studi di produzione, le regia, la sceneggiatura, gli attori, lo star system, i costumi di scena, la scenografia, gli story-board ecc. In questo luogo è per me impossibile non rivivere i primi anni all’Albertina e subito penso ai disegni e ai progetti iniziati in tarda mattinata e terminati in tarda nottata, dopo una lunga pausa creativo-riflessiva al bar o in cortile con i compagni di corso. Due mondi irreali e a se stanti, quello del cinema e quello dell’Accademia, ma che, avendone l’occasione, meritano di essere vissuti, anche solo per un po’.

Salgo ancora verso la Galleria dei Manifesti e qui mi prendo tutto il tempo necessario per guardarli uno per uno. Le locandine sono disposte in ordine cronologico e ripercorrono la storia del cinema e degli autori più importanti, da tutto ciò si evince l’evoluzione del gusto figurativo, della grafica e della cartellonistica pubblicitaria. Solo per portarvi un esempio, di fronte al manifesto di un classico degli anni Ottanta e Novanta, “E.T l’extra-terrestre”, film di fantascienza del 1982, diretto da Steven Spielberg, spero che nessuno mi abbia sentito canticchiare la colonna sonora che immediatamente mi è saltata alla mente, accompagnata dall’iconica scena dei ragazzini in bicicletta che prendono il volo verso una luna gigante. Ammetto che anche adesso mi stanno venendo gli occhi lucidi, ripensando a quella che è una tra le pellicole di Spielberg più personali, incentrata sulle emozioni umane, come possono essere anche “Il colore viola” e “Schindler’s List”. Una favola senza tempo che fa sognare da bambini e che è obbligatorio rivedere da adulti per reimparare a non avere paura della diversità e ricordarsi il valore eterno dell’amicizia.

Arrivo alla fine del mio percorso, trasognata e restia a ridiscendere tra i comuni mortali, per lo più seriosi e arresisi ad un’esistenza priva di fantasia e voglia di giocare. “Metto il muso”, come si addice ad una bambina che non ha molta voglia di tornare a casa a fare i compiti, eppure infine esco dal Museo e mi avvio verso la macchina. Per rallegrarmi, inizio a pensare a quale film potrei guardarmi dopocena.

Alessia Cagnotto

Gli oggetti di una diva e le immagini eterne firmate Sam Shaw: rivive il mito di Marylin

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La mostra ospitata nella Palazzina di caccia di Stupinigi sino al 18 settembre

 

Fu una bella amicizia quella tra Sam Shaw e Marilyn Monroe, un’amicizia che si srotola autentica lungo gli anni di un decennio e poco più, lungo i Cinquanta, lui sui quaranta lei di venticinque anni quando si conobbero, lui che s’interessa alla musica e al teatro, alla pittura e alla scultura (in gioventù, senza soldi, se n’è anche andato per le strade di New York a raccogliere catrame per realizzare le sue prime opere) alla letteratura, all’attivismo politico; lei dal ’47 gira per gli studios, con particine di nessuna importanza, non accreditata, sino a tre anni dopo quando fa compagnia per poco meno di un minuto ai fratelli Marx per “Una notte sui tetti”, per poi incamminarsi verso la “Giungla d’asfalto” di Huston ed “Eva contro Eva” di Mankiewicz. L’anno successivo Shaw lavora alla 20th Century Fox al film “Viva Zapata”, Marilyn è pur la fidanzata del regista Elia Kazan ma i ruoli scarseggiano e per arrotondare si propone all’amico Sam come autista, tutti i giorni della lavorazione del film, nel tragitto casa lavoro.

E poi, diventato Shaw un fotografo di successo, saranno le prime immagini, e la descrizione di una fama senza precedenti, lei che da Norma Jeane Mortenson diventa l’eterna Marilyn, una foto dopo l’altra a scattare i momenti di una donna e di una diva, del privato e della celebrità davanti ai riflettori, dell’immagine del sesso, non soltanto l’oca svampita e la biondo platino con poco cervello, che scalò il matrimonio dell’intellettuale Miller per elevarsi culturalmente, ma anche l’essere intelligente, comunicativa, spiritosa: come inevitabilmente del viso che non può nascondere quel velo di pensiero ombroso, di tristezza, di un passato che ha conosciuto dolori, troppi, sin dall’infanzia. La bellezza del bianco e nero e la gioia del colore, una giornata al mare in un costume bianco intero o la scommessa della “grande interpretazione”, seduta sulla panchina di un parco, a fingere di orecchiare le parole di una giovane coppia che non la riconosce; a bersi una tazza di tè o nel momento del trucco tra le luci e lo specchio, a ripassarsi la matita sulle labbra, avvolta in una canottierina nera, spalline sottilissime, a scappare dal St. Regis Hotel di New York per andare a girare la scena immortale di “Quando la moglie è in vacanza”, dove l’abito bianco della svampita “the girl” del piano di sopra, all’uscita della sala cinematografica, viene sollevato, attraverso la griglia d’aerazione, dallo spostamento d’aria causato dal passaggio di un treno della metropolitana: sotto lo sguardo di un disincantato Tom Ewell e di un inviperito Joe Di Maggio, poco propenso a vedere la moglie a gambe scoperte sotto gli occhi di decine di curiosi che assistevano alle riprese sulla 51a strada (tali il trambusto e la calca che Billy Wilder decise di rifare la scena in studio poi). Con grande felicità, al contrario (le cronache ci hanno riportato il suo viso), del tipo incaricato dì azionare la macchina del vento al piano di sotto.

Poi Marilyn nella vasca da bagno che trabocca schiuma, che sorride allegra all’obbiettivo, Marilyn e Arthur Miller, innamorati, che si guardano negli occhi, o in compagnia dei genitori di lui. Queste e molte altre ancora le fotografie di Sam Shaw raccolte alla Palazzina di caccia di Stupinigi, sino al 18 settembre, nella mostra “Forever Marilyn”, presentata da Dreams Associazione Culturale e da Next Exhibition con il patrocinio di Torino Metropoli, un percorso per gli appassionati e non soltanto a sessant’anni dalla morte dell’attrice – la notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, forse anche quella con soltanto addosso Chanel numero 5?, nuda sul letto e con la cornetta del telefono nella mano, a soli trentasei anni, quando ci raccontarono che la morte era dovuta “con alta probabilità” al suicidio -. Con le immagini di Shaw, sono esposti molti dei tantissimi oggetti che Ted Stampfer, di origini tedesche, collezionista cinquantenne “malato di Marilyn” sin dall’età di dieci anni, ha messo a disposizione della mostra. Un patrimonio ricavato da case d’asta, archivi di studi cinematografici e da collezioni private, più di 1500 originali, attualmente il più grande e importante del suo genere. Si allineano nelle teche illuminate i guanti indossati il giorno del matrimonio, i suoi occhiali scuri e i biglietti d’aereo, la lettera d’amore a Miller, gli oggetti per il trucco, un paio di bigodini (e qualcuno avverte che, a guardar bene, si può ancora intravedere un capello dell’attrice), il tubetto di colla che usava per applicarsi le ciglia finte, l’abito rosso di “Come sposare un milionario”. Ogni cosa è lì a ricreare un’aura di leggenda, un lampo di ricordi, a riportarci a certi sorrisi come a questo piuttosto che a quel titolo di una filmografia dove si contano poco più di una trentina di opere, dalle prime apparizioni ai momenti di ineguagliabile maturità. Ogni cosa è lì, anche nel proprio mistero, a distanza di decenni, a rivelarci ancora una volta il fascino di un’attrice e la solitudine di una donna (“trova qualcuno che ti rovini il rossetto non il mascara”), il suo desiderio di amare e di essere amata (“vorrei essere felice, ma chi lo è? chi è felice”), la ricerca di sicurezza, la consapevolezza che il suo successo arrivava dal pubblico e non alle “costruzioni” di una casa cinematografica (“Hollywood è un posto dove ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima”), il suo innegabile humour (“dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del metrò”).

 

Elio Rabbione

 

Nelle immagini, scatti fotografici di Marilyn Monroe nell’obbiettivo di Sam Shaw, nel privato e durante le riprese di “Quando la moglie è in vacanze” negli studi della Fox; una scena del film, accanto a Tom Ewell.

MiTo SettembreMusica, al Lingotto il concerto inaugurale

 

Questa sera alle 21 all’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto il concerto inaugurale dell’edizione 2022 di MITO SettembreMusica.

Protagonista la Philharmonia Orchestra diretta da John Axelrod con in programma Musiche di Grace-Evangeline Mason, Edvard Grieg, Nikolaj Rimskij-Korsakov.

Al Santuario di Oropa e a Biella, le monumentali opere di Daniele Basso

“Le pieghe dell’anima”

Fino al 18 settembre

Oropa (Biella)

A presentazione della mostra, le parole illuminanti (che ben introducono al complessivo significato dell’esposizione) dello scrittore e poeta americano John Updike: “L’arte moderna è una religione assemblata con i frammenti delle nostre vite quotidiane”. Parole lucide pur nella loro voluta complessità, sulla scorta delle quali possiamo addentrarci con maggiore serenità negli spazi ospitanti, fino al prossimo 18 settembre, le grandiose sculture (alcune superano i tre metri d’altezza) in acciaio a specchio lucidato a mano collocate ai 1.159 metri di altitudine del complesso monumentale (sito UNESCO) del Santuario di Oropa. Creature d’arte piena che raccontano quelle “pieghe dell’anima” (come suggerisce il titolo) che quotidianamente ci portano a ragionare sul senso mistico del Creato, sui sottintesi, i dubbi, le paure che “piegano” la linearità dei nostri giorni: “espressione fisica del cambiamento, del movimento, della vita”.  Così racconta lo stesso artista, Daniele Basso. Origini moncalieresi ma assolutamente biellese d’adozione (palmarés di tutto rispetto, tre Biennali di Venezia, mostre in Italia e all’estero, opere in alcune delle più importanti istituzioni museali, pubbliche e private, internazionali), Basso presenta a Oropa nove opere, in un percorso (curato da Irene Finiguerra) che coinvolge prevalentemente lo spazio esterno al Santuario, ma anche altre parti della struttura aperte al pubblico proprio in occasione della mostra. Rassegna che ci pone di fronte a cifre stilistiche di convinta e meditata contemporaneità – artigiana e singolare in quei lavori in metallo lucidato a specchio – in dialogo con la solenne sacralità del luogo, circondato dall’anfiteatro naturale delle montagne: l’effetto e il contrasto seducono. Fin dall’entrata al Santuario Mariano.

Posizionati  nel piazzale basso e in quello antistante la Basilica Superiore, ecco “Boogyeman” (la paura – “L’uomo nero” delle favole) affrontato da “Ikaros” (il coraggio, l’aspirazione al volo): metafore fra le debolezze e le aspirazioni di ognuno, “le due sculture definiscono l’intero percorso della mostra come alfa e omega, principio e fine di questo viaggio”. Opere di grande, industriale maestria. In cui la materia si piega a giochi figurali di imponente surreale creatività (Henry Moore docet?) perennemente in bilico fra casualità ed intelletto. L’iter prosegue nella Basilica Antica, con il blu“Cristo Ritorto”, di plastica lineare bellezza, mentre sotto al colonnato, mirabile è il falco “Achill” dal “mistico volo”, che per certi versi e con uno sforzo di fantasia, che pure non mi pare del tutto fuori luogo, ci riporta alla celebre “Maiastra”, l’uccello mitico ossessione di Constantin Brancusi, senza però concedersi alla pura essenzialità della forma raggiunta invece dall’artista rumeno. La realtà non cede ancora il passo all’astrazione. Che invece troviamo abbozzata nelle opere “Frame” allocate nella Biblioteca, aperta al pubblico in occasione della mostra; opere volutamente incompiute (fra cui una versione in acciaio della “Venere di Milo”) che ci obbligano ad un processo di astrazione e fantasia creativa per dare forma completa alle immagini.

Da segnalare anche il “Re Leone” e la “Blue Vierge” nelle stanze del “Museo dei Tesori” e nella “Manica di Sant’Eusebio”, espressione di (vera?) “regalità e potere” il primo e reinterpretazione dell’“ex-voto” come sentimento potente di riconoscenza, la seconda. In un continuo variegare di forme “specchianti” che sono “riflessioni sulla contemporaneità”, dal Santuario la mostra di Basso scende nella città di Biella, dove prosegue in varie sedi: nel “Palazzo del Governo” (Prefettura) con l’esposizione di “Bimbo Faber” (omaggio al mondo dell’eccellenza artigiana e industriale italiana), in “Biblioteca Civica” e presso il “Museo del Territorio Biellese” con le opere “Aureo” e “Aureo jr” (realizzate nel 2016 quale simbolo di “Officina della Scrittura-Museo del Segno e della Scrittura” di Torino). Nel cortile interno di “Palazzo Ferrero” e in “Palazzo Gromo Losa”, la rassegna si chiude con l’opera di straordinario vigore plastico “Hic Sunt Leones”, mai esposta prima, così come le opere della serie “Ironman Frame”, ispirate al supereroe della “Marvel Comics”.

Gianni Milani

 

 

“Le pieghe dell’anima”

Santuario di Oropa (Biella); tel. 015/25551200 o www.santuariodioropa.it

Fino al 18 settembre

Orari: tutti i giorni, secondo gli orari di apertura del Santuario

Nelle foto:

–       “Boogyeman”, 2019, Ph. Maurizio Bacci

–       “Achill”, 2015

–       “Cristo Ritorto”, 2021, Ph. Andrea Taglier

–       “Hic Sunt Leones”, 2022. Ph. Stefano Ceretti

Rock Jazz e dintorni: Fabri Fibra e Fiorella Mannoia

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Martedì. All’Otium Pea Club suona il quartetto formato da Silvano Borgatta, Gigi Venegoni, Roberta Bacciolo e Gianpaolo Petrini. A Carmagnola si esibisce il Sunshine Gospel Choir. A Moncalieri inaugurazione di “Ritmika” con i Pop X.

Mercoledì. Al Jazz Club serata blues di Big Harp con ospite il chitarrista Roberto Zorzi. Per “Ritmika”sono di scena i Zen Circus. A Saluzzo per “Occit’amo” arriva Max Gazzè. All’Hiroshima Mon Amour nel Sound Garden si esibisce Sleap-e.

Giovedì. Gianpaolo Petrini guida la big band al Jazz Club. Al “Foro Festival “ di Carmagnola è di scena il dj Bob Sinclair. Per “Ritmika” sono di scena Gianmaria, Il Tre e Fasma.

Venerdì. Allo Spazio 211 spazio al “D.U.I Fest” con Cani Sciorrì, Frammenti e If I Die Today.

Per “Ritmika” si esibisce Gabry Ponte. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Ibisco. Al Magazzino sul Po suonano Mano Manita e Protto. Al Jazz Club tributo a Sonny Rollins con il sassofonista Frank Taschini con il trio di Max Gallo.

Sabato. Per “Estate in Circolo” nel giardino dell’Anagrafe si esibisce Davide Shorty. Epilogo di “Ritmika” con l’esibizione di Fabri Fibra e Meg. Nel campo sportivo di Revislate suona il trio di Massimo Faraò con i Jazz Sabbath. A Carmagnola sono di scena Mario Biondi e Fiorella Mannoia.

Domenica. Al Country Sport Village  di Mirabello si esibisce Paolo Benvegnù. Chiusura del “D.UI Fest” con Bob Log  e The Legendary Kid Combo.

Pier Luigi Fuggetta

Appuntamenti musicali nelle antiche ghiacciaie

Tre eventi musicali  si terranno al Mercato Centrale Torino in occasione di MITO per la Città (dal 5 al 25 settembre): rinnovano la collaborazione tra il Mercato e Fondazione per la Cultura.

MITO per la Città sarà l‘occasione per ascoltare da vicino, nella magica e suggestiva cornice delle antiche ghiacciaie le performance dei gruppi di Obiettivo Orchestra, un progetto di specializzazione professionale curato dalla Filarmonica del Teatro Regio presso la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo, in un contesto intimo e originale.

Il Mercato Centrale si conferma dunque come luogo non solo per fare la spesa e mangiare buon cibo, ma anche e soprattutto come una piazza aperta alla città, un punto di aggregazione dove cibo e cultura si fondono insieme, in un continuo dialogo con il tessuto urbano.

Max Gazzé per “Occit’amo”

A Saluzzo grande concerto del cantautore romano, aperto dall’esibizione della giovane Mille

Mercoledì 7 settembre, ore 21

Saluzzo (Cuneo)

Appuntamento da non perdere per la chiusura di “Occit’amo”, il progetto inserito nel calendario di “Suoni delle Terre del Monviso” che negli ultimi due mesi (sempre sotto la direzione artistica di Sergio Berardo, anima dei “Lou Dalfin”, il gruppo che da anni fa “ballare occitano” nel mondo) ha invaso le Valli Po, Bronda, Infernotto, Varaita, Maira, Grana e Stura nonché la pianura saluzzese con decine di eventi e un’estate di spettacoli ed esibizioni. L’appuntamento, davvero atteso e classica ciliegina sulla torta per la grande festa diffusa di “Occit’amo”, è per mercoledì 7 settembre (ore 21) presso “Il Quartiere” (piazza Montebello, 1) a Saluzzo, con la voce e la musica di Max Gazzé, autentico performer da palcoscenico, classe ’67, fama internazionale e precursore di mode e tempi. Cantante, bassista (ha cominciato a suonare il “basso elettronico” a soli 14 anni e ad esibirsi in Belgio, a Bruxelles, dove si era trasferito con la famiglia), ma anche pittore ed attore (film più famoso,”Basilicata coast to coast” di Rocco Papaleo, di cui compone anche la colonna sonora “Mentre dormi”, che gli frutta il “Premio Mario Camerini” per la miglior canzone all’interno di una pellicola), Gazzé promette una spettacolare festa in musica che, oltre a lui, vedrà sul palco una band di eccellenti musicisti, da Max Dedo ai fiati a Cristiano Micalizzi alla batteria, a Clemente Ferrari alle tastiere e a Daniele Fiaschi alle chitarre.  Anche in quest’occasione, come per tutto il suo “Tour 2022”, Max Gazzé ha voluto di proposito scegliere grandi spazi all’aperto “per ritrovare il contatto più genuino e diretto con il pubblico e riconquistare la dimensione più pura del ‘live’”.


Ad aprire lo spettacolo di Gazzé, sarà Elisa Pucci, in arte Mille, cantautrice e musicista romana, il cui debutto avviene due anni fa con “Animali”, cui seguono “La vita le cose”, “Quella di Sempre”, “Cucina Tipica Napoletana”, “I Pazzi” e “Denti”. L’artista scrive e pubblica i relativi videoclip come fossero un lungometraggio a puntate, una sorta di intreccio di fotografie su pellicola. È fra i vincitori di “Musicultura 2021” e riceve il “Premio della Critica Cesanelli” per la canzone “La Radio” che fa parte della tracklist del suo disco d’esordio al quale sta attualmente lavorando. Vincitrice del “1mnext” (il Contest per artisti emergenti legato al “Concertone del Primo Maggio”), il suo ultimo singolo è “Sì, signorina” che ha presentato proprio sul palco del recente “Concertone” in piazza San Giovanni a Roma. Mille, inoltre, ha un progetto parallelo di musica elettronica chiamato “Moseek”, con cui ha partecipato ad “X Factor” nel 2015 e, attualmente, suona in Italia e oltre confine.

È possibile acquistare i biglietti in prevendita su ticketone.it e presso i rivenditori autorizzati al costo di 23 euro. Per l’accesso di spettatori portatori di disabilità, ingresso omaggio, contattando info@suonidalmonviso.it o 349/3282223349/3362980. Ingresso gratuito per i bambini di età inferiore ai 5 anni.

g.m.

Nelle foto:

–       Max Gazzé

–       Mille