Sul palcoscenico dell’Astra, sino a domenica 18 gennaio
Nella copertina dell’edizione Feltrinelli, al centro di un fondo grigio, c’è l’immagine di una moto rossa e nera, a terra, distrutta. “Gli Angeli dello sterminio” Giovanni Testori lo terminò a pochi giorni da quel 16 marzo 1993 che se lo portò via, dopo mesi e mesi di degenza in una stanza del San Raffaele, in quella che era stata la sua Milano ma che ora ricacciava, guardandone soltanto l’Apocalisse, la distruzione, le macerie e l’annientamento, il totale sconvolgimento. Una Milano che è pure il mondo, città-latrina e maledetta, dove del Duomo altro non restano che le pareti laterali e dove la Madonina, quella “tuta d’ora e piscinina”, continua a dominare la città; la città che accumula corpi di morti e dove, in una cella di San Vittore, un ragazzo sta morendo di droga, dove San Carlo, dentro una nuova peste che consuma in maniera definitiva, si sta mescolando con la folla dei carcerati, dove un uomo mostra i brandelli del proprio cervello dopo essere caduto dalle scale, dove un feto muore all’ultimo piano di un palazzo, dove un’orda di motociclisti, vestiti di pelle e con i loro caschi bianchi, scorrazzano per le vie del centro. Dove forse t’immagini ancora a brancolare, tra i fumi e il buio, i fantasmi della Maria Brasca o dell’Arialda, della Monaca tra le ruspe gialle di Visconti o della Girardot accoltellata, in un abbraccio in croce, vicino al ponte della Ghisolfa.
Oggi, in questa stagione teatrale – costruita per pensare in lungo – di sconvolgimenti che generano mostri (“forse il mostro è Testori, la cui parola diviene mostruosa perché non teme lo scandalo, anzi, lo cerca e lo provoca. Ma il mostro è anche la vita stessa, in un mondo in cui anche gli angeli possono sterminare”), TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con stabilemobile “pone” sul palcoscenico dell’Astra angeli e moto – nella spazio scenico spoglio di Giuseppe Stellato il fulcro è la marmitta di una moto che fuma – in un adattamento di Federico Bellini, per la sulfurea, fortemente immaginifica regia di Antonio Latella. Uno degli attori, mescolandosi tra noi spettatori, d’improvviso reclama la sua e la loro intenzione di non lasciarci abbandonare al divertimento, perché non ci sarà gioia ma lacrime e sangue. Tre attori quindi, un giovane motociclista che sbraita e vomita un rosario di scurrilità (Alfonso Genova), una cartomante (l’eccellente Matilde Vigna: ha davvero i tratti di Camilla Cederna, grande firma dell’”Espresso”, la sua cartomante?) che evoca defunti ed è tramite con il mondo dei vivi aggirandosi avvolta nel suo elegante abito rosso, un uomo che è un cronista (Francesco Manetti) e forse l’alter ego dell’autore incaricato – volteggia la sua penna immaginaria nel vuoto, più e più volte, con accanimento – di mettere ordine nei fatti e nelle morti che continuano a succedersi, magari per un libro che chissà se pubblicato, nell’ascolto della voce e dei deliri dolorosi della donna, dei suoi racconti e delle intuizioni a cui il suo gioco/professione dà origine: ma tutto accade velocemente, troppo velocemente, a tratti se ne perde – e ne perdiamo – il senso, la probabile ricostruzione, lo svolgimento ordinato che ognuno s’augurerebbe. Non è nelle intenzioni di Testori, è bandita ogni logica narrativa, Testori affastella brandelli d’azioni, frammenti di resoconti, parole rotte che si alternano a metallici suoni di campanelle, lampi di una memoria che non riesce – o forse assolutamente non vuole – a ricomporsi. Tutto nasce libero, tutto si sovrappone, i colori si mescolano. Si costruisce poco a poco una sorte di armageddon meneghino, di girone dantesco, ognuno a narrare la (propria) storia per bocca della donna, un assurdo e vorticoso giudizio universale che non ha eletti né condannati, una di quelle storie medievali di Morte viste in qualche affresco, dentro qualche chiesa o camposanto toscano.
Tra i fumi che invadono la sala, tra le luci (si devono a Simone De Angelis) che si smorzano e virano nell’arancio, allora, siamo in obbligo d’affidarci alle intuizioni: e lo spettacolo si fa affascinante e difficile, lo si decifra, lo si cerca, lo si insegue con amorevole passione attraverso le parole e le tante piccole strade, a volte persino impercettibili, che l’autore ci ha aperto davanti. E allora comprendi, questa volta appieno, che il lavoro di Latella è molto, il proprio sforzo teso a catturare, a sviscerare, a rendere “visibile” nei suoni (con le musiche si devono a Franco Visioli) e nelle voci, nelle immagini che si susseguono, la visione inventata dall’autore. E andato teatralmente a segno.
Come ci viene suggerito, lo spettatore si lascia fascinosamente avvolgere dentro quell’aura infernale – e quell’ultimo attimo, “e caddi/ come corpo morto cade”, potrebbe appartenere non soltanto al cronista ma anche a noi – che trascina. Ma anche da un’area di bellezza – lo sguardo che la cartomante rivolge alle rose che sbocciano -, anche a quella assai più importante di una eventuale resurrezione che necessitava in assoluto di quel totale annientamento – “il funebre silenzio che regnava sulla città non era l’avviso di una fine, ma la forza di una sconosciuta apertura”, sottolineava Testori in una letteratura che si era fatta poesia.
Elio Rabbione
Nelle immagini di Andrea Macchia, alcuni momenti dello spettacolo firmato da Antonio Latella.



Ho ritrovato nei miei archivi una fotografia del 1964 del Duca Amedeo di Savoia, nipote dell’eroe dell’Amba Alagi e nipote di Umberto II che fu suo testimone di notte a Cintra in quello stesso anno. Amedeo, allievo del Collegio militare del Morosini di Venezia si firmava Amedeo di Savoia, una firma che deve far pensare a certi cortigiani odierni. Con Amedeo ci fu un rapporto cordiale. Eravamo stati ambedue allievi convittori all’Istituto Filippin di Paderno del Grappa gestito dai Fratelli delle scuole cristiane. Mi parlò di lui Carlo Delcroix che era amico dello zio del principe morto in prigionia a Nairobi nel 1942 e io, quando Domenico Giglio mi invitò a Roma a ricordare Delcroix, feci ascoltare il suo discorso a Vicenza del 1960 alla presenza del giovanissimo principe. Lo invitai anche a Palazzo Cisterna a Torino insieme a persona sgradita e inopportuna che impedì tra noi la ripresa di un vecchio rapporto. Era in lui che Umberto II riponeva la sua fiducia e la sua speranza. Amedeo incarnava la serietà della stirpe, la sua dignità, la sua continuità storica. Metterò in cornice la fotografia di Amedeo e la collocherò nel mio studio privato. Mi hanno “radiato“ mesi fa, in realtà cacciato, dall’ Ordine cavalleresco Mauriziano perché avevo apprezzato un’intervista del “Corriere “al principe Aimone figlio di Amedeo .Non mi colpì la decisione (non ho mai ambito a titoli anche perché sono insignito della più alta onorificenza dello Stato italiano) ma mi offese il modo grossolano, da fureria di caserma ,di considerare un delitto di opinione poche righe di una rubrica sul “Torinese” che tengo da oltre cinque anni.Un vero attentato alla mia libertà di giornalista iscritto all’Ordine dal 1968. Adesso mi terrà compagnia questo principe marinaio destinato a morire giovane, dopo un intervento chirurgico, nel quale si trovavano riunite le migliori qualità dei Savoia e della loro storia. Lo zio Amedeo rimase, malato, in Africa, per non lasciare i suoi soldati fatti prigionieri sull’ Amba, difesa con eroismo, della cui gloria militare e pietà cristiana scrissero Delcroix e il poeta Nino Costa e sul quale Gianni Oliva ha tracciato una lucida biografia che fa risaltare chi furono gli Aosta nella storia d’Italia.