CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 5

Gli States… in cornice

Al “Forte di Bard”, grande mostra fotografica incentrata sul “racconto” degli Stati Uniti d’America con foto in arrivo dall’Agenzia “Magnum Photos”

Fino all’8 marzo 2026

Bard (Aosta)

Polo culturale d’eccellenza della Vallée, il sabaudo “Forte di Bard” appare sempre più orientato a diventare un vero e proprio “centro nevralgico” per quanto riguarda le esposizioni dedicate all’arte fotografica. Da poco conclusesi le rassegne “Oltre lo scatto” e “Gianfranco Ferré, dentro l’obiettivo”, e ancora in corso “Bird Photographer of the Year 2025”, l’ottocentesca Fortezza torna a proporre una nuova esposizione, a soggetto gli “States”, attingendo niente meno che dagli Archivi dell’Agenzia “Magnum Photos”, una delle più importanti Agenzie Fotografiche a livello mondiale, oggi guidata da Cristina de Middel e fondata ( inizialmente con due sedi, a New York e a Parigi) nel 1947 da Maestri del calibro di un Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger, William (detto Bill) e Rita Vandivert.

“Magnum America. United States”, é il titolo dell’attuale rassegna allestita nelle sale delle “Cantine” fino a domenica 8 marzo 2026, promossa, nel solco di un’ormai consolidata collaborazione sul fronte della fotografia storica e del costume dal “Forte” valdostano e da “Magnum”, e curata dalla critica d’arte Andrèa Holzherr, responsabile della promozione dell’“Archivio Magnum”. Organizzata in capitoli decennali, dagli anni ’40 ai giorni nostri, “l’esposizione – sottolineano gli organizzatori – ha quale primo obiettivo quello di porre a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro”. Il futuro di un Paese, cui “Magnum Photos” fin dai suoi inizi ha guardato con interesse e profonda analisi critica, com’era e com’é necessario per una nazione da sempre simbolo di “libertà” e “abbondanza”, ma anche di tensioni sociali, sconvolgimenti culturali e divisioni politiche non di poco conto e quasi sempre proiettate, nel bene e nel male, sul destino del resto del Pianeta.

Ecco allora, fra gli scatti in parete, l’iconica immagine di profilo di “Malcolm X” (Malcolm Little) attivista politico, leader nella lotta degli afroamericani per i “diritti umani”, assassinato durante un discorso pubblico ad Harlem all’età di soli 39 anni, da membri della “NOI – Nation of Islam”, gruppo “nazionalista nero” che predicava la creazione di una “nazione nera” separata all’interno degli States. Lo scatto è a firma della fotografa americana Eve Arnold, la prima free lance donna della “Magnum”. Di Bruce Gilden, ritrattista eccezionale di gente comune incontrata a Coney Island, piuttosto che a New York centro, è toccante il primo piano sofferente e affaticato di “Nathen”, ragazzo di campagna dell’Iowa, che non nasconde all’obiettivo la libera “voce” delle sue lacrime. E poi la grandiosa “Ella Fitzgerald” di Wayne Forest Miller, fra i primi fotografi occidentali a documentare la distruzione di Hiroshima, insieme al curioso caotico intrecciarsi di mani fra “John Fitzgerald Kennedy” e la folla dei sostenitori in un comizio per le “Presidenziali” del 1960.

Per molti dei fondatori europei di “Magnum”, l’America rappresentava “sia una nuova frontiera che un banco di prova per la narrazione fotografica”Robert Capa ha catturato il glamour di Hollywood e l’ottimismo del dopoguerra, mentre l’occhio attento di Henri Cartier-Bresson ha analizzato i rituali e i ritmi del Paese “con uno sguardo distaccato e antropologico”. Con la crescita dell’Agenzia, fotografi americani come Eve ArnoldElliott Erwitt e Bruce Davidson hanno contribuito con prospettive privilegiate, documentando tutto o quasi: dal movimento per i diritti civili e le proteste contro la “Guerra del Vietnam”, ai ritratti di comune quotidianità nelle piccole città e nelle grandi metropoli. Dai grandi trionfi ai più profondi traumi: il “V-day” (“Victory in Europa Day”), la Marcia su Washington, Woodstock, l’11 settembre, le campagne presidenziali, gli eventi sportivi, le manifestazioni culturali, i disastri naturali e le profonde cicatrici della disuguaglianza razziale ed economica. “Insieme, queste immagini formano un mosaico – concludono gli organizzatori – a volte celebrativo, a volte critico, sempre alla ricerca e che continua ad interrogarsi su cosa sia l’America e cosa potrebbe diventare”.

Gianni Milani

“Magnum America”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino all’8 marzo 2026

Orari: mart. – ven. 10/18; sab. – dom. e festivi 10/19. Lunedì chiuso

Nelle foto: Eve Arnold / Magnum Photos “Malcolm X”, Chicago, USA, 1961; Bruce Gilden / Magnum Photos “ Nathen, a farm boy”, Iowa, USA, 2017; Wayne Miller / Magnum Photos “Ella Fitzgerald”, Chicago, USA, 1948

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Sommario: Pannella e il referendum sulla  Magistratura – Il Dio misericordioso dov’è finito? – La bionda – I ragazzi del bosco devono tornare in famiglia – Lettere

Pannella e il referendum sulla  Magistratura

Il clima irrespirabile, oggi si direbbe tossico, che si è creato attorno al referendum di fine marzo mi induce a richiamare  da studioso tutti i contendenti all’equilibrio e alla moderazione. Urlando, le idee non ne escono rafforzate, ma indebolite. Chi scrive voterà sì ed ha spiegato da tempo perché ha fatto questa scelta in assoluta indipendenza. Ho partecipato in modo molto intenso alla campagna referendaria contro l’abrogazione del divorzio nel 1974 a fianco di Marco Pannella. Era un referendum che contrapponeva anche Chiesa e Stato e toccava valori etici e interessi materiali. Posso testimoniare  che mai il referendum rasentò livelli così aspri e nel contempo così  bassi come l’attuale.

Marco Pannella con Pier Franco Quaglieni

 

Gli slogan non spiegano nulla rivelano solo la pochezza intellettiva  di chi vi ricorre. Come presidente del centro Pannunzio sono tenuto a mantenere una riservatezza bipartisan che mi impedisce di accettare gli inviti che ricevo numerosi  a parlare in dibattiti pubblici. La mancanza di responsabilità istituzionale di troppi ha inquinato i pozzi e mette in evidenza la pochezza di chi non è né un magistrato né un politico, ma spesso si rivela  un propagandista o un attivista. Pannella si rivelò un gigante nel 1974 come anche i suoi diretti avversari Fanfani e Almirante. Oggi c’è una classe politica di mediocri che non fa nulla per migliorarsi ed è la causa dell’assenteismo elettorale di molti cittadini.
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Il Dio misericordioso dov’è finito?
Il mandante dell’omicidio del giudice Bruno Caccia non merita attenzioni di sorta . La condanna penale all’ergastolo chiude il caso. Adesso il criminale è morto per malattia dopo essere stato scarcerato, consentendogli di morire a casa. Don Ciotti ha avuto da ridire sui suoi funerali religiosi perché non si sarebbe pentito.
E’ strano che proprio un prete dimostri di non conoscere  i segreti dell’animo umano e non consideri che il pentimento può essere  anche un atto di contrizione estremo e silenzioso in agonia, confidando nella misericordia di Dio. Più spiegabile il divieto a funerali pubblici deciso dal questore. Il cristiano deve avere sempre della pietas verso i morti, lasciando che sia Dio a giudicare.
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La bionda

Una consigliera di circoscrizione è  stata appellata come “la bionda”  da un collega poco elegantemente. Lui si è giustificato, dicendo che non si ricordava il suo nome, ma la consigliera ha considerato “sessista” il termine bionda, dimenticando che l’aggettivo ha anche la sua versione maschile. Vada per il consigliere che parla della fellatio di una collega consigliera con termine usato dal volgo, anche  se il consigliere sessista dicono essere laureato. Ma il colore dei capelli, anche quando siano tinti, non può essere un’offesa.

La Circoscrizione 7 di Torino

 

Ne deriva una osservazione di fondo: il livello bassissimo di questi consiglieri/e di circoscrizione molto ben pagati/e per fare un lavoro quasi inutile. Un decentramento reale dei servizi non necessita di consiglieri e di coordinatori. Basta un direttore. Fui contrario ai quartieri e resto più che mai ostile alle circoscrizioni anche a causa dei  molti amministratori che fanno parlare i giornali di se’ solo fanno dei pettegolezzi. Almeno  un bel taglio del loro numero si rende un’operazione benemerita e necessaria. Ma i grillini non hanno pensato di tagliarli, limitandosi ai parlamentari.
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I ragazzi del bosco devono tornare in famiglia
Dei  ragazzi del bosco non si hanno più notizie. Giudici e soprattutto assistenti sociali ritengono che sia necessario tenere lontano i ragazzi dai loro genitori. E’ vero che l’articolo 30 della Costituzione stabilisce che i genitori possono essere sostituiti dallo Stato nel caso di  carenze da parte loro, ma è altrettanto vero che la vita migliore a cui possono aspirare i figli, è quella di vivere in famiglia con i propri genitori. Lo sa bene chi è rimasto orfano.  Questa è la legge di natura che forse ha una prevalenza su ogni altra considerazione . Far vivere dei ragazzi in una  comunità è un estremo rimedio, non certo la soluzione dei loro  problemi. Per la prima volta sono d’accordo con Mauro Corona che è molto meglio di come lo caricaturizza Crozza. Vivere a contatto con la natura e non immersi nell’asfalto delle grandi città è un’opzione di vita rispettabile e magari anche da invidiare. Si provveda a fornire una adeguata e rapida istruzione ai ragazzi del bosco e li si faccia tornare in famiglia. Questa è la scelta  piu’ ovvia e naturale ed anche la più umana.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Il festival dell’insuccesso
Il festival di Sanremo pubblicizzato fino all’esagerazione  segna la caduta  negli ascolti. Carlo Conti è una figurina minore da aver bisogno di copresentatori e di inserimenti politici che vorrebbero essere clamorosi, mentre la vecchietta repubblicana nel ‘46 è  solo penosa.   Rino De Castro
Sanremo Ariston
Non vedo il festival da anni, neppure Baudo mi interessava.  Le canzonette, salvo eccezioni, non mi interessano. Conti lo trovo mediocre. L’inserto politico sul referendum del 1946 del tutto fuori luogo per Sanremo che  dovrebbe limitarsi alle canzoni. L’alternativa è andare a cena con gli amici o guardare un film in Tv o, come faccio io, leggere.
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Annunciare il premio di maggioranza
in un momento di forti polemiche, è un grave errore; inserire  nel dibattito politico la legge elettorale mi sembra un sbaglio politico: troppa carne al fuoco rischia di far esplodere la pentola. Il premio di maggioranza a chi raccoglie il 40 per cento dei voti è ‘“legge truffa“. Vedrete che ritornerà prestissimo quella odiosa definizione dei comunisti del 1953.   Terenzio Senna
Il problema è anche la scarsa affluenza al voto che riduce il 40 per cento dei voti a poca cosa. Nel 1953 la coalizione, per avere il premio, doveva raggiungere il 51 per cento. Le destre e il pci si opposero.  Con il 40  per cento diventa un discorso insostenibile. Pensino a vincere il referendum, poi si dedichino alla legge elettorale. Un po’ di coordinamento non guasta. Altrimenti si fa il gioco del Pd.
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Il principe del gianduiotto
Fanno bene a insignire il principe Emanuele Filiberto con il gianduiotto. La figura di Gianduia gli si addice, anche se lui è uno svizzero e non è certo un  piemontese. In Piemonte quando era in esilio ,veniva di nascosto a mangiare la bagna cauda. Il principe in ogni caso non andrebbe premiato perché non ha mai fatto qualcosa di utile e la regalità gli è estranea del tutto. Si crede l’erede di una dinastia gloriosa che non c’è più.  Vittorio de Blasio

 

Aimone di Savoia
Andava premiato  Aimone di Savoia, l’unico che tiene alto il nome dei Savoia insieme al principe Sergio di Jugoslavia. Ma non con un gianduiotto. La vendita all’asta delle onorificenze di re Umberto è un gesto inqualificabile che avverrà a Ginevra a metà marzo. Basterebbe questo a giudicare certe persone. I monarchici sono indignati.
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Carpanini
Dopo aver celebrato la prima giunta di sinistra del 1975, ora continuano in Sala Rossa  le celebrazioni a senso unico  con un convegno dedicato a Domenico Carpanini un settario e dogmatico che arrivava al pci dal PSIUP . Fu una fortuna non  averlo avuto sindaco, anche se dispiace che morì giovane. Giulio Finetti
Non condivido le sue critiche. Carpanini era un galantuomo e un uomo capace. Anche, a suo modo, libero da pregiudizi. Con me intrattenne una lunga amicizia durata anni. Mi invitava periodicamente a pranzo all’Arcadia per sapere cosa ne pensassi dell’amministrazione Castellani . Non aveva la boria di certi comunisti. Sarebbe stato un ottimo sindaco. La sua tragica morte spianò la strada a Chiamparino che si rivelò inadeguato al compito. Aveva maturato esperienza di amministratore a Moncalieri. Avrebbe dovuto vincere Rosso che rappresentava una novità. Non bastò il massimo del successo berlusconiano alle elezioni  politiche abbinate alle comunali.

A Torino e Milano “Lo stupro” di Sa’dallah Wannus

 

Il progetto della Compagnia Elefthería tra impegno civile e scena contemporanea

Prosegue il percorso della Compagnia Elefthería dedicato a Lo stupro di Sa’dallah Wannus, tra i testi più intensi e controversi del teatro arabo contemporaneo. Dopo il primo incontro già realizzato nelle scorse settimane, il progetto entra nel vivo con un nuovo appuntamento pubblico a Torino e con il debutto teatrale tra Torino e Milano.

Scritto nella seconda metà del Novecento, Lo stupro affronta il conflitto palestinese attraverso una struttura drammaturgica che indaga la violenza politica, le dinamiche di potere e la quotidianità dell’occupazione. L’opera si colloca tra i testi più significativi della drammaturgia mediorientale e rappresenta uno dei momenti centrali della ricerca di Wannus, figura chiave nel rinnovamento del teatro arabo moderno. La sua scrittura intreccia teatro epico, tensione civile e analisi critica della realtà storica, concependo la scena come spazio di interrogazione collettiva.

Portare oggi questo testo sulle scene italiane significa confrontarsi con questioni di forte attualità internazionale, ma anche con temi universali: la violenza come strumento politico, la memoria collettiva, il ruolo della cultura come forma di resistenza.

Un elemento fondamentale del progetto è la traduzione italiana firmata da Monica Ruocco, che rende accessibile al pubblico europeo un’opera complessa per stratificazioni simboliche e riferimenti storici. In questo caso, la traduzione non è soltanto un passaggio linguistico, ma un atto di mediazione culturale capace di restituire contesti e profondità.

Il prossimo appuntamento pubblico si terrà il 17 marzo 2026 alle ore 18.30 presso la Libreria Belgravia. L’incontro sarà dedicato alla presentazione del progetto teatrale e a letture sceniche di estratti dell’opera, interpretate da Claudio Destino e Federica Tucci. In dialogo con l’iniziativa, la libreria proporrà una selezione di letteratura palestinese, offrendo un ulteriore percorso di approfondimento aperto alla cittadinanza.

Il progetto approderà poi in teatro con due date ufficiali: il 3 aprile 2026 alle ore 21.00 al Teatro Astra e il 10 aprile 2026 alle ore 21.00 al Politeatro. Lo spettacolo è prodotto dalla Compagnia Elefthería con la regia di Claudio Destino e Federica Tucci. L’apertura della biglietteria online sarà comunicata nei prossimi giorni attraverso i canali ufficiali della compagnia e le principali piattaforme di ticketing.

L’iniziativa si inserisce in un più ampio progetto di valorizzazione della drammaturgia araba contemporanea e punta alla circuitazione nazionale nella prossima stagione teatrale, consolidando il dialogo con pubblico e operatori culturali. È inoltre prevista una valorizzazione editoriale del testo, affinché l’opera possa continuare a circolare oltre la dimensione performativa.

Il progetto è sostenuto anche attraverso una campagna di crowdfunding:
https://eleftheria.s2.yapla.com/it/campaign-14165

Lori Barozzino

 

L’associazione Choròs presenta “Piccole grandi donne”

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’associazione Choròs, che promuove il teatro di comunità, presenterà la performance teatrale dal titolo “Piccole grandi donne”.
La pièce teatrale andrà in scena mercoledì 4 marzo alle 16.30 all’ IC Ennio Morricone  di corso Vercelli 141, domenica 8 marzo  alle 16.30 presso il Centro Incontro Salvatore Scavello in via delle Querce 23 e martedì 10 marzo, alle ore 10, presso l’Auditorium della Biblioteca Civica don Lorenzo Milani, in via dei Pioppi 43.
La pièce teatrale è dedicata alle figure femminili nella storia, nella cultura e vita quotidiana; attraverso un intreccio di racconti e scene corali si darà  voce a donne iconiche e a figure femminili tratte dalla quotidianità, offrendo al pubblico uno sguardo plurale sul diverso contributo femminile nei vari ambiti della società.
La messa in scena non vuole essere soltanto un momento artistico, ma anche un’occasione di riflessione condivisa sul valore, la forza e la complessità dell’esperienza femminile, in una giornata simbolicamente significativa per tutta la comunità.
Al progetto partecipa la classe I D e l’Orchestra dell’Istituto Morricone di corso Vercelli 141.

Saranno in scena Giuseppina Choc, Marta Carrocci, Ivan Faga, Barbara Garabello, Samuele Guzzo, Enza Lasalandra, Mario Loforte, Gabriele Losappio, Giorgio Maruccia con gli allievi e l’Orchestra dell’Istituto Ennio Morricone.

Il progetto è curato da Maria Grazia Agricola, Camilla Branda e Samuele Guzzo.

Consigliata la prenotazione. Ingresso libero

Mail infochoroscomunita@gmail.com

 

Tel 3314649092

L’associazione culturale Choròs è nata nel 1997 e dal 2001 lavora nell’ambito dei percorsi del teatro di comunità, sviluppando una metodologia di intervento che, attraverso l’utilizzo della pratica artistica, risulta in grado di creare senso di comunità negli abitanti dei diversi territori cittadini in  cui interviene.
Torino Nord è, infatti, un territorio che da anni vive in una combinazione di forme di disagio sociale affiancato da aspetti di innovazione e creatività artistica. È  un territorio a forte densità abitativa, ma anche ricco di associazioni e artisti che producono contenuti innovativi.
Dal 2011 Choròs lavora su questo territorio e il suo scopo principale è  stato quello di far emergere il Teatro Marchesa e i progetti artistici ad esso collegati, quali “Le Sorelle”, “Il Bus dei Sogni”, che hanno avuto la capacità di realizzare collegamenti non solo con tutta la città, ma anche a livello nazionale.
La collaborazione per la formazione attoriale con l’ARTA di Parigi dal 2018 al 2022, attraverso il metodo della biografia teatrale, rappresenta un valore aggiunto al lavoro svolto da Choròs sul territorio.
In Barriera, zona interessata  da un investimento importante del PNRR, questa visione artistica e teatrale è stata centrale per spingere ad un processo di cambiamento, all’interno del quale si colloca anche il Teatro Marchesa che attesterà, anche attraverso una riqualificazione strutturale, la sua posizione di polo artistico teatrale di Barriera e dell’intera città.
Da quindici anni presso il teatro Marchesa vengono organizzati dall’Associazione Choròs eventi legati alla formazione e alle pratiche del teatro di Comunità.

Mara Martellotta

La “relazione” di Paolo Oricco, impareggiabile tra trucco e voce

I Marcido ripropongono il testo di Kafka

Una autentica Pagina di Teatro, di quelle che sarebbero da far apprendere in ogni scuola di recitazione e regia (ma forse irraggiungibile). Nella loro minuscola platea (anzi, uno spazio privilegiato d’immaginazione) del Marcidofilm! gli indistruttibili Marcido ripropongono ancora una volta (repliche sino a domenica 1° marzo alle ore 20,45) “Una relazione per l’Accademia”, drammatico gioco che Franz Kafka pubblicò nel 1917 e poi nel ’19 nella raccolta di racconti “Un medico di campagna”, ri-nato – attraverso loro – nel dicembre di dieci anni fa, Paolo Oricco interprete, regista Marco Isidori, tappa importante e insostituibile di un lungo percorso teatrale. Una scommessa stravinta: altro capitolo, “lo pitturammo con un colore diverso dall’originale”, lì erano memorie che salivano dal sottosuolo di Dostoevskij, qui riflettono con uno sguardo tutto personale quelle dell’uomo scarafaggio. O scimmiesco. Una scommessa che arriva al/dal lavoro dell’attore, centrale – scriverà negli anni l’Isidori – nello “spettacolarissimo sacrificio di una carnalità, nonché d’una vocalità che partecipano ancora delle conoscenze tecnico/canoniche dell’arte della recitazione ma da queste prendono congedo, per avventurarsi in quella landa minata e incantata e di rado violata dal mero professionismo, che per noi è il territorio di corso obbligato.”

Perché carne e voce (e sudore che gronda) esprime Paolo Oricco nei 45’ dello spettacolo. Un uomo impegnato davanti al pubblico dell’Accademia a raccontare della sua precedente vita di scimmia, una vita penosamente quanto grottescamente raccontabile, la cattura nelle terre della Costa d’oro e il trasporto per mare, verso l’Europa, chiusa in una gabbia con i tanti bagagli all’interno dello scafo di una nave e privata della libertà, colpita e ferita, al viso e nel fianco, rivoli di sangue difficilmente rimarginabili che l’hanno fatta definire Pietro il Rosso, una scimmia “che osservando dalla sua prigione gli uomini dell’equipaggio muoversi indisturbati (liberi?), decide di imitarli nella speranza, una volta divenuta come loro, di ottenere lo stesso ambito premio”, ovvero il sembiante della condizione umana. Finire in un giardino zoologico oppure immergersi nel mondo del Music Hall? “Far finta di essere umani”, con conoscenze, sentimenti, emozioni, le soddisfazioni rivolte al futuro. Quel bagaglio di grottesco che pervade “gran parte dell’istanza umana” è quanto ha interessato Marco Isidori nella messinscena, “umanissima”, bella e tragica, diremmo “disperante” e pronta a coinvolgere lo spettatore che è a pochi passi dal protagonista. È stata questa la scommessa, la difficoltà scenicamente riuscita di tradurre la pagina dello scrittore boemo per un palcoscenico, minimo o immenso che fosse. Esprimere, al di là di eventuali cadute in un irriverente posticcio, “la superiorità biologica delle forze istintuali che si spappola in caduta libera a contatto con le esigenze preponderanti delle leggi della galoppante Civiltà”, sottolinea ancora il regista. Porre il protagonista davanti alla folla “civilizzata” e inventare un “rapporto” attraverso certi suoni gutturali che scivolano a poco a poco in un linguaggio che darà ragione del mutamento, di quei caratteri in groviglio e imprecisi che si plasmano nella forma umana, per osservarla prima di farla propria, in un misto di seduzione e di ritrosia.

Questo e altro ancora attraverso la parola e il movimento e il trucco: e credo che non ci sarebbe né scimmia né uomo senza il lavoro smisurato e l’immedesimazione e la ricerca ad ogni attimo della “conoscenza” del primate e di chi viene dopo di lui che Paolo Oricco rende sulla scena. Isidori scrive della “realtà della nostra carne (attorale)” e della “realtà del nostro sudore (attorale)”: ed è questo che Oricco esprime e porta in scena, con la appassionata caparbietà e la smisurata bravura del Grande Attore. Al di là di quel sipario “delle Metamorfosi” che già visualizza le creature selvagge in un confondersi di tronchi nodosi nel mezzo della giungla e di incombenti e moderni grattacieli e che Daniela Dal Cin gli ha regalato, Oricco solo in scena ça va sans dire si riveste del trucco della medesima, un’ombra scura che circonda il viso in un sapiente gioco di ombre avvalorato dalle luci, due occhi scavati ricchi di un chiaroscuro che li rende stupiti e feroci e interrogativi allo stesso tempo, mobilissimi, il corpo sporcato qua e là, le unghie laccate, a ricoprirlo un ampio scialle e sfrangiato, i colori il rosso il nero e il marrone. Alcuni attimi iniziali di fissità, poi spasmo dopo spasmo le guance iniziano impercettibili movimenti, a sinistra e poi entrambe, il viso s’aggiusta e s’umanizza, il corpo prende vita, le movenze animalesche, sempre diverse e mai improvvisate dove credo che l’attore (con il regista) abbia speso ore di studio, s’inseguono in quella che diventa una amara pseudoarmonia. E tutto alla fine diventa “naturale” e sempre più vero. L’attore “è” quel che rappresenta. E con quel viso la parola, e la gola che la forma ricavandola dalla profondità, i grugniti e le urla e l’emettere prolungato dei suoni sibilanti, squittìi di dolore e di rabbia, le voci sussurrate e le altre lanciate verso l’alto, tutto prende forma a definire un lessico. Impareggiabile: per un successo personale che il pubblico ha decretato con più e più chiamate.

Elio Rabbione

Paolo Oricco nelle foto di Giorgio Sottile.

Arte e letteratura si incontrano alla Gam

Domenica 1° marzo dalle 14:30 alle 17:00 un pomeriggio tra libri, silenzio e bellezza

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Via Magenta, 31

Un Reading Party pensato per chi ama i libri, l’arte e i luoghi che sanno accogliere il pensiero.

 

Il museo come luogo di sosta, ascolto e connessione. Domenica 1° marzo, dalle 14:30 alle 17:00, la GAM di Torino apre le sue porte a un’esperienza culturale inedita: un Reading Party che trasforma le sale espositive in uno spazio di lettura silenziosa, condivisione e incontro tra persone.

Un pomeriggio fuori dal tempo, tra opere e parole

 

L’iniziativa nasce dalla sinergia tra il Dipartimento Educazione GAM, Libri Sottolineati Compagne di Banco, realtà accomunate dalla convinzione che leggere insieme – anche in silenzio – sia un atto profondamente umano e collettivo. L’appuntamento si inserisce nel contesto della mostra NOTTI. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni, che fa da scenografia ideale a un pomeriggio in cui il tempo rallenta e il museo si abita in modo diverso.

Circondati dalle collezioni che spaziano dall’Ottocento al Novecento fino al contemporaneo, i partecipanti potranno immergersi in due sessioni di lettura silenziosa da trenta minuti ciascuna, con il proprio libro, in uno dei contesti più suggestivi dell’arte italiana.

Il programma: leggere, incontrare, condividere

 

Un Reading Party pensato per chi ama i libri, l’arte e i luoghi che sanno accogliere il pensiero:

Leggi – porta il tuo libro e immergiti in due sessioni di lettura silenziosa da 30 minuti.

Socializza – incontra altri appassionati e crea connessioni autentiche con conversazioni one-to-one.

Condividi – scambia idee, titoli e consigli nella sessione di gruppo

 

La prima fase di lettura si svolgerà nelle sale espositive, circondati dalle opere esposte; le restanti fasi si terranno nell’Area Education. Al termine del Reading Party i partecipanti avranno accesso alla collezione permanente e alla mostra.

“Not A Book Club”: un format che viene da lontano

È Libri Sottolineati ad aver importato in Italia il format dei Reading Party nati negli Stati Uniti, portando in vita una pratica che trasforma la lettura solitaria in esperienza collettiva. Per questa edizione, Libri Sottolineati ha scelto la GAM come cornice straordinaria e ha costruito l’evento insieme a Compagne di Banco, dando vita a un pomeriggio che unisce la forza della cultura visiva a quella della parola scritta.

Costo: 10€

Biglietti: A QUESTO LINK

Organizzatori: Dipartimento Educazione GAM, Reading Rhythms, Libri Sottolineati, Compagne di Banco

Cosa portare: il proprio libro preferito

Per ulteriori informazioni:

+39 376 242 4472 Antonio Roberto

“7 spose per 7 fratelli”, il musical che avete sempre sognato

All’Alfieri, repliche sino a domenica 1° marzo

L’assistere a “7 spose per 7 fratelli” – le radici nel film di Stanley Donen del 1954, un brillante trio di sceneggiatori tra cui la Frances Goodrich del “Diario di Anna Frank”, della “Vita è meravigliosa”, del “Padre della sposa”, una vulcanica interprete Jane Powell, già un avvio quattro anni fa con tappe quasi tutte sold out e un’affluenza di 100.000 spettatori – significa (se ancora ce ne fosse necessità) andare incontro a una doppia conferma. Che il binomio teatrale Fabrizio Di Fiore/Luciano Cannito, produttivo e registico, continua a funzionale a meraviglia, una stupefacente macchina da guerra (pacificissima) che si mette più volte in campo nel corso della stagione e aziona forze di prim’ordine, di passione, di un lavoro estremamente visibile, in quel campo del musical che ci avevano promesso, all’epoca del loro ingresso a Torino, sul palcoscenico dell’Alfieri (con il confratello Gioiello, più adatto alle pagine della prosa), di rinfrescare appieno, anche con quelle prime nazionali per cui sino a oggi hanno pienamente mantenuto le promesse. Una macchina da guerra che non bada a sforzi e spese, che allinea primizie o ama rispolverare quei titoli “antichi” che continuano a macinare curiosità e successi, sempre operazioni fatte con eleganza, con agilità, con una propria e completa ragion d’essere, con quella autentica possibilità di circuitazione che può viaggiare in qualsiasi parte del territorio italiano (e non? un affascinante made in Italy); una piacevolissima macchina da guerra che guarda alla totale preparazione, che allinea scene e costumi di prim’ordine, che per l’occasione accampa una compagine d’attori/cantanti/ballerini infaticabile e non comune di oltre venti compagni di lavoro, dai più importanti a quanti sono nella seconda fila durante i saluti finali, senza contare l’attento gruppo tecnico attento a ogni particolare.

Ed è la conferma (se ancora ce ne fosse necessità) di una vera attrice di teatro leggero, cantante e ballerina senza intoppi altresì, una sorta di Delia Scala del nuovo millennio, un viso che s’esprime in cento espressioni e più, un corpo che si muove senza far trasparire fatica o cliché, una donna che s’imprime con attenzione e con forza sulle tavole di un palcoscenico, che rende davvero intelligentemente ogni personaggio che tocchi (aspettatela a fine marzo, sempre all’Alfieri, e sognatevela come Adriana in “Rocky”): Giulia Ottonello è qui Milly, con i suoi messaggi di femminismo calato tra le montagne dell’Oregon di metà dell’Ottocento, con l’innocenza e l’amore, con la simpatia e l’umanità e la saggezza soprattutto ad aggiustare ogni situazione, una calamita per il pubblico ad ogni canzone, ad ogni esibizione. Trova un partner massiccio e felicemente ironico, sbrigliato quanto basta, questa volta sin dai primi momenti, a rivestire i panni del boscaiolo Adamo, in Mario Ermito, eremita lassù in compagnia di quei sei fratelli – l’irsuta famiglia Petipee – che gli sono venuti appresso, per cui il padre – nell’intenzione di completare l’alfabeto – ha iniziato a compilare un elenco in ordine alfabetico ponendo un alt alla G di Gedeone, un eremita che sceso un giorno in città t’agguanta la Milly, colpo di fulmine immediatamente ricambiato, per portarsela tra le bianche vette. A rassettare, a lavare, a cucinare per gente affamata e che mai ha visto un barbiere e forse una vasca da bagno: ma lei non vorrà certo essere scambiata per la serva di casa e saprà ben muoversi e destreggiarsi in perfetto omaggio al suo stato di donna. Come la storia proceda con l’innamoramento dei tanti fratelli e delle amiche della sposa, ognuno l’ha appreso dal film e da edizioni precedenti.

Cannito – il secondo membro di quella prima conferma, collaborazioni alle spalle con nomi di prima grandezza, da Roberto De Simone a Dalla, da Carla Fracci a Zeffirelli a Rostropovich -, che deve amare il cinema e che va a riscoprire classici hollywoodiani coinvolgendo con estrema facilità quanti, come chi scrive queste note, lo amano, anche questa volta introduce allo spettacolo con i titoli di testa – magari avessero qualche leggero incidente di tremore come una vecchia pellicola! -, lo divide su uno schermo scuro con l’annotazioni dei vari capitoli, fa rapidi cambi di scena inventando un perfetto montaggio, gioca con le scene di Italo Grassi di fronte e di sghembo (ha ragione quando rivendica il piacere di far “entrare” chi guarda nella pellicola) e altrettanto con i costumi piacevolissimi di Silvia Aymonino, imprime in primo luogo un bel ritmo alla storia e si scatena davvero quando s’inventa delle coreografie che vorresti vedere e ancora vedere, in piena ammirazione. Dove può contare sulla bravura senza risparmio di un gruppo invidiabile di ballerine e ballerini (da manuale il brano della “festa”), che all’occorrenza hanno saputo brillantemente integrarsi come attori e cantanti. Tutto è brio, è sfrenato, è invenzione, è un susseguirsi di trovate, è un travolgere le attese del pubblico, è simpatia: per una serata che si esprime in un successo, un successone davvero travolgente. Perché il pubblico, tra risate e applausi a scena aperta, ha toccato con mano quanto di fatica e di resa e di bravura, di volontà di “sorprendere”, ci sia in questo musical firmato Di Fiore/Cannito.

Elio Rabbione

Quando si dice … “Stand Up Comedy”

Quattro serate di “satira tagliente” allo “Spazio Kairos” di Torino. In programma anche un “debutto nazionale” e un’“anteprima” regionale

Dal 5 all’8 marzo (ore 21)

Eccola di nuovo! Ritorna, da giovedì 5 a domenica 8 marzo (ore 21), sul palco dello “Spazio Kairos”, teatro creato e gestito dalla Compagnia “Onda Larsen”, in via Mottalciata 7, a Torino, la “settimana della stand up comedy”. Un ritorno (diciamolo pure!) sempre molto gradito e atteso, particolarmente in tempi bui come quelli odierni, che non c’è verso di mandarli a quel paese, e che, con molta difficoltà riescono a strapparci pochissimi sorrisi e un po’ di beata spensieratezza. Ma con l’iniziativa di “Onda Larsen”, che, in questi anni sta lavorando molto per avvicinare nuovo pubblico – soprattutto giovane – al teatro andiamo sul sicuro! La risata è assicurata. Ma (attenzione!) una risata mai “sbracata”, ma sempre strettamente legata all’intelligenza della satira, quella più tagliente e costruttiva.

Spiega Riccardo De Leo, vicepresidente di “Onda Larsen”“La ‘stand up comedy’ ha il potere di esplorare sentieri impervi, difficili e si colloca in una zona ibrida tra spettacolo, ironia del presente e comicità. Quando abbiamo deciso di organizzare la nostra stagione e in particolare la settimana della ‘stand up’ abbiamo ragionato così: fin dove possiamo spingere con il pubblico a ridere? Dov’è il confine con tra ciò che è verità e ciò che è spettacolo? Fino a dove possiamo osare noi come artisti e fare in modo che il pubblico si innamori del teatro?”.

Nasce da queste sagge domande la “quattro giorni”, comprensiva di “quattro spettacoli”, programmata dalla “Compagnia Teatrale” torinese, operante in quartieri non proprio “facili” della Città, a cavallo fra “Barriera di Milano”, “Regio Parco” e “Aurora”. Ancora De Leo“Tenendo sempre presente che la risata è per noi il miglior veicolo per lanciare messaggi, abbiamo scelto spettacoli che sono unici nel loro stile e capaci di arrivare al cuore dello spettatore. Quattro appuntamenti per sì ridere ma anche per ricordarsi che l’irriverenza unita all’ironia, è la migliore arma contro l’impigrimento mentale”.

Ad aprire le danze (giovedì 5 marzo) sarà la giovane attrice torinese (per lei un debutto nazionale), Giulia Pont che, lo scorso anno, qui firmò tre “sold out”, con “Jukebox Comedy”, per la regia di Claudia Carucci; poi (venerdì 6 marzo) tocca al milanese Walter Leonardi con “Recital (Best of)”, Produzione “buster”, quindi (sabato 7 marzo) torna allo “Spazio Kairos” il torinese Francesco Giorda presentando (in anteprima regionale) “Oh my gods!”, Produzione “Teatro della Caduta”. A chiudere (domenica 8 marzo), un nome amatissimo, Paolo Faroni, con “Flusso d’incoscienza”, per la regia di Elisabetta Misasi.

Così i quattro presentano le loro pièces:

Giulia Pont“La domanda ‘Che musica ascolti?’ mi ha sempre gettato nel panico: non serve a rompere il ghiaccio, ma a giudicarti. Comicità, musica e ansia si mescolano per dare vita ad una ‘playlist’ di disagi. E l’elenco non finisce qui …”.

Walter Leonardi“Uno spettacolo libero, libero da linee drammatiche, libero da linee comiche e libero da linee di qualsiasi forma lineare / Fa ridere, commuove, ci si incazza ma se si sta attenti a volte si gode di poesia / Ovvero di bellezza / Ovvero ci si diverte …”.

Francesco Giorda. Di lui scrive Maura Sesia (sipario.it): “C’è sempre da ridere con Francesco Giorda […] Ma tutto ha una misura, ‘tout se tient’, ed il gioco a cui l’attore fa partecipare i suoi interlocutori è molto serio”.

Paolo Faroni: “ ‘Flusso d’incoscienza’ si ispira al famoso ‘Flusso di coscienza’ di Joyce. Un’ispirazione così forte che non ho dovuto nemmeno leggere i suoi libri. Anzi, per dirla tutta, non ho nessuna voglia di essere cosciente sul palco, che per quello c’è già la vita. E l’incoscienza è senza dubbio l’unico modo per affrontare questi tempi intricati e paranoici. Soprattutto se vieni dalla provincia”.

Per ulteriori info: tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

g.m.

Nelle foto: Giulia Pont; Walter Leonardi (Ph. Maurizio Anderlini); Francesco Giorda e Paolo Faroni

L’ospedale, gli antoniani e il fuoco sacro 

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Domenica 1 marzo, ore 15

 

Un viaggio nella cura medievale tra arte, fede e assistenza

 

Alla Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso la cura era un gesto totale: assistenza al corpo, sollievo allo spirito, accoglienza dell’anima. Il percorso narrativo itinerante “L’ospedale, gli antoniani e il fuoco sacro” di domenica 1 marzo è dedicato alla storia dell’assistenza nel Medioevo e al ruolo svolto dagli antoniani nella cura dei malati. Qui, infatti, operarono contro il cosiddetto “fuoco sacro”, trasformando l’ospedale in un luogo di protezione, conforto e speranza per i sofferenti.

Arte e immagini sacre accompagnavano i degenti lungo il cammino di guarigione, rendendo visibile l’invisibile dolore e contribuendo a creare un ambiente di sostegno spirituale oltre che fisico. Nel Medioevo curare voleva dire prendersi cura della fragilità umana nella sua interezza, unendo medicina, fede e comunità in un unico gesto di solidarietà.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Costo visita tematica: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

È indispensabile la prenotazione entro il giorno precedente.

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

MARA MARTELLOTTA

Antiseri, Popper e il cattolicesimo liberale

Il ricordo di Dario Antiseri promosso dal Centro Pannunzio

Venerdì 6 marzo – ore 17.30

Fondazione De Fonseca – Via Pietro Micca 15, Torino

Ingresso libero

Venerdì 6 marzo alle ore 17.30, presso la Fondazione De Fonseca (Via Pietro Micca 15, Torino), il Centro Pannunzio promuove un incontro di studio e riflessione dal titolo: “Antiseri, Popper, il cattolicesimo liberale”. Interverranno: Danilo Breschi, docente universitario, politologo e saggista italiano e Pier Franco Quaglieni, Presidente del Centro Pannunzio. Introdurrà Mario Barbaro.

Dario Antiseri, una delle coscienze più limpide del pensiero liberale italiano, ha rappresentato una posizione rara nel panorama culturale italiano: quella di un cattolico liberale e, insieme, di un liberale cattolico. Una postura intellettuale che non cercava mediazioni opportunistiche, ma assumeva la tensione tra fede e ragione come spazio di responsabilità critica” – dichiara Pier Franco Quaglieni.

Allievo dell’Università di Perugia, dove si laureò nel 1963, perfezionò i suoi studi a Vienna, Münster e Oxford, dedicandosi alla logica matematica e alla filosofia del linguaggio. Ha insegnato in alcune delle più importanti università italiane, tra cui “La Sapienza” e “Luiss” di Roma, oltre agli atenei di Siena e Padova, formando generazioni di studiosi. Con Marcello Pera contribuì in modo decisivo alla diffusione in Italia del pensiero di Karl Popper, quando ancora il filosofo viennese era quasi sconosciuto nel nostro Paese. In un contesto spesso dominato da conformismi ideologici, Antiseri difese la centralità del metodo critico, della fallibilità, della società aperta.

Il Centro Pannunzio ricorda Antiseri non soltanto come studioso di primo piano, ma come interlocutore fedele e amico della propria storia culturale. Egli intervenne più volte alle iniziative del Centro, tra cui un incontro dedicato a Voltaire insieme a Nicola Matteucci.

Ricordare Antiseri significa riaffermare l’esigenza di una cultura capace di tenere insieme libertà e responsabilità, metodo e coscienza, critica e fede.

Centro Pannunzio – Via Maria Vittoria 35H – 10123 Torino

Tel. 011 8123023, Email: info@centropannunzio.it – Sito web: www.centropannunzio.it

Ufficio Stampa Due Punti – email: ufficiostampa@duepunti-srl.it, tel. +39 335 650 5656

IL CENTRO PANNUNZIO

Il Centro Pannunzio è un’associazione culturale laica, indipendente e apartitica fondata a Torino nel 1968 da Arrigo Olivetti, Mario Soldati, Pier Franco Quaglieni e altri giovani studiosi, in omaggio alla figura e all’eredità intellettuale di Mario Pannunzio.

Da oltre cinquant’anni rappresenta un presidio di vita culturale, libero da appartenenze politiche o religiose, aperto a tutti coloro che desiderano confrontarsi con idee, pensieri e esperienze diverse.

Il Centro promuove un ricco calendario di attività — incontri tematici, presentazioni di libri, conferenze, dibattiti, tavole rotonde e corsi — con l’obiettivo di favorire una riflessione critica sul presente attraverso la conoscenza del passato, senza filtri ideologici.
Accanto all’impegno culturale, organizza itinerari d’arte, visite guidate, viaggi culturali e occasioni di incontro con protagonisti della cultura, dell’arte e della società.

Insignito nel 1979 della Medaglia d’Oro ai Benemeriti della Cultura, della Scuola e dell’Arte dal Presidente della Repubblica, il Centro Pannunzio è noto per la sua vocazione pluralista, per la cura dell’archivio storico e per la pubblicazione periodica di testi e atti culturali che arricchiscono il dibattito civile italiano.