CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 5

Francesca Pasini  presenta alla Gam: “Slalom. Arte Contemporanea”

Martedì 20 gennaio 2026, ore 17:00

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Sala incontri

Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili

 

 

Intervengono:

Chiara Bertola, Direttrice GAM Torino

Francesca Pasini, Autrice

Olga Gambari, Critica d’arte

La GAM  ospita la presentazione del volume di Francesca Pasini Slalom. Arte Contemporanea. Scritti e Letture. 1990–2024, pubblicato da Mimesis Edizioni.

Il libro nasce alla fine del 2019, in un momento immediatamente precedente alla pandemia, e prende forma come un percorso autobiografico e critico che attraversa oltre trent’anni di scrittura e pensiero sull’arte contemporanea. Composto da testi pubblicati su diverse testate tra il 1990 e il 2024, il libro intreccia analisi, riflessioni e letture di opere altrui, creando un paesaggio di voci e rimandi che invita il lettore a muoversi liberamente – proprio come in uno slalom – tra i temi, le epoche e le esperienze condivise.

La presentazione del volume si sviluppa come un momento di scambio, tra le parole dell’autrice e gli interventi della Direttrice della GAM e di Olga Gambari.

Francesissimo: Pennac e la Francia al Circolo dei Lettori

Dal 30 gennaio al 1° febbraio Torino diventa la casa della letteratura francese con Francesissimo, il primo festival ospitato al Circolo dei lettori e delle lettrici, al Cinema Massimo e all’Alliance Française Torino.  Per tre giorni autrici e autori dalla Francia e dal mondo francofono incontrano il pubblico tra libri, dialoghi e cinema, in un clima da grande festa della lettura. 

 

Pennac inaugura il festival

Venerdì 30 gennaio, alle 18.30, l’apertura è affidata a Daniel Pennac, che al Circolo dialoga con Fabio Gambaro sul romanzo Il mio assassino (Feltrinelli). Nel libro Pennac intreccia autobiografia e invenzione intorno alla storia del giovane D. P. Nonnino, condensando il suo intero universo narrativo in poco più di cento pagine.

 

«Portare Parigi a Torino»

«In Italia l’interesse per la letteratura francese cresce di anno in anno. Diversi scrittori d’oltralpe si ritrovano in vetta alle classifiche e gli editori italiani traducono sempre più spesso titoli dal francese. FRANCESISSIMO nasce proprio per far conoscere meglio la ricchezza e la diversità della scena letteraria francese contemporanea. Non solo gli autori già noti ma anche le più interessanti nuove leve, per un dialogo proficuo con il mondo culturale italiano» dichiara Fabio Gambaro, ideatore e direttore del festival. «Francesissimo è un viaggio nella letteratura di lingua francese, il nostro modo di portare Parigi a Torino e di rinnovare il legame della nostra città e della nostra comunità di lettrici e di lettori con la Francia» aggiunge Giuseppe Culicchia, direttore della Fondazione Circolo dei lettori.

Incontri, film, grandi ospiti

Sabato 31 gennaio si parte con i saluti istituzionali alla presenza dell’Ambasciatore di Francia Martin Briens, poi arrivano al pubblico torinese Adelaïde de Clermont-Tonnerre, Jean-Baptiste Andrea, Maylis Besserie e Adrien Bosc, tra racconti di donne libere, passioni romanzesche e vite ai confini tra realtà e finzione. In serata, al Cinema Massimo, è in programma Le royaume di Julien Colonna, film inedito ambientato in Corsica, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema e l’Institut Français. Domenica 1 febbraio spazio alle storie intense di Marie Vingtras e Monica Acito, ai percorsi di migrazione e identità con Hemley Boum e Nadeesha Uyangoda, e all’attesissimo incontro con Boualem Sansal a partire dal romanzo distopico Vivere (Neri Pozza). La giornata si chiude di nuovo al Cinema Massimo con Le roman de Jim di *Arnaud e Jean-Marie Larrieu, racconto di affetti e paternità.

Valeria Rombolà

Il 2026 inizia al teatro Regio con la Cenerentola

 

E tre debutti, di Antonio Fogliani sul podio del teatro Regio, di Manu Lalli alla regia e della grande Vasilisa Berzhanskaya quale protagonista

Martedì 20 gennaio prossimo, alle ore 20, andrà in scena al teatro Regio La Cenerentola di Gioachino Rossini, gioiello del melodramma giocoso che trasforma la celebre fiaba in un racconto sul potere della bontà e del perdono.  Sono tre gli importanti debutti  da cui è impreziosita la produzione: sul podio dell’Orchestra e Coro del Regio salirà Antonino Fogliani, tra le bacchette di riferimento del repertorio belcantista; la regia, già  proposta al Maggio Musicale Fiorentino, è affidata a Manu Lalli. Nel ruolo di Cenerentola il mezzosoprano Vasilisa Berzhanskaya, dalla straordinaria estensione vocale. Accanto a  lei un cast che assicura energia teatrale e smalto rossiniano con Nico Darmanin nel ruolo di don Ramiro, Roberto De Candia in quello di Dandini, Carlo Lepore in Don Magnifico, Maharram Huseynov nei panni di Alidoro e le artiste del teatro  Regio Ensemble Albina Tonkikh  e Martina Myskohlid nei panni delle sorellastre Clorinda e Tisbe.
Il Coro del Teatro è preparato dal maestro Piero Monti, che ha dato la sua disponibilità a sostituire il maestro Ulisse Trabacchin.
La “Cenerentola ossia la bontà in trionfo” fu composta in sole tre settimane e andata in scena per la prima volta al teatro Valle di Roma nel 1817 e rappresenta un concentrato di invenzione teatrale e musicale.
A partire dall’allestimento di Jacopo Ferretti della fiaba di Charles Perrault, l’opera trasforma la storia di Cenerentola in un capolavoro scintillante dove il gioco dei travestimenti va ad esplorare il tema dell’identità capovolta. Il principe si fa servitore, il servitore si finge principe, mentre l’unica a restare se stessa è Cenerentola.  Gli equivoci scardinano le apparenze, la magia lascia il posto all’ingegno e i simboli tradizionali della fiaba, fata, matrigna e scarpetta, divengono personaggi e oggetti nuovi: il filosofo Alidoro, il patrigno don Magnifico, “intendente dei bicchier e presidente al vendemmiar” e la scarpetta diventa il celebre braccialetto. È la virtù interiore della protagonista, più che un incantesimo, a guidare il lieto fine.
Con “La Cenerentola ossia la bontà in trionfo”, andata in scena per la prima volta nel 1817, l’anno successivo al debutto del Barbiere di Siviglia, Rossini aggiunse alla sua vis comica, che gli aveva procurato successo in tutta Europa, nuove sfumature sentimentali. La fiaba di Perrault viene adattata da Jacopo Ferretti con alcune varianti, su tutte la matrigna diventa qui patrigno e la scarpetta braccialetto, e offrì a Rossini l’occasione  di tingere i suoi  crescendo di nuances malinconiche, aprendo i suoi ritmi forsennati a tocchi di poesia. Il risultato è  quello di un’opera in  cui Cenerentola e il principe don Ramiro cantano i loro sentimenti effondendovi tutta la fragilità della giovinezza. Gli antagonisti , il patrigno don Magnifico e le sorellastre, fanno da contraltare con un umorismo sapido e grottesco, di derivazione napoletana, non dimentico della radice europea della fiaba di Cenerentola nella terra di Basile. Come suggerisce il nome il soggetto dell’opera è tratto dalla celebre fiaba di Charles Perrault, anche se il romano Jacopo Ferretti si rifà ad altri due libretti d’opera, “Cendrillon” di Charles Guillaume Etienne e “Agatina , o la “virtù premiata” di Stefano Pavesi.
Il riferimento principale rimane quello della fiaba di Perrault , soprattutto per ragioni morali. A differenza di alcune versioni più aspre e violente del racconto, lo scrittore francese enfatizzò nella sua favola gli elementi del perdono e della virtù,  valori molto vicini alla sensibilità del tempo e certamente graditi al vaglio pontificio. Sullo sfondo della vicenda fa capolino una società degradata, calata a pennello nell’atmosfera romana di quegli anni, pervasa dalla corruzione, da una nobiltà decadente e da gravi disagi anche tra i ceti più poveri.
Sotto le spoglie di un buonismo obbligato dalla pesante censura pontificia si intravede la lettura sarcastica di una fiaba amara.
Il debutto, pur non provocando uno scandalo paragonabile a quello del Barbiere di Siviglia, si rivelò un insuccesso. L’opera incontrò il favore del pubblico, diventando molto popolare sia in Italia sia all’estero, dopo alcune recite.
Pur nella sua veste sorridente e giocosa, La Cenerentola è un’opera dal forte valore simbolico; la protagonista incarna un ideale di bontà che non si lascia contagiare dall’odio, ma lo disinnesca con il perdono e con la scelta di non rispondere alla violenza con altra violenza. In un mondo popolato da arrivismo, vanità e meschinità, Cenerentola diventa pacificatrice, ricuce i rapporti spezzati, dà una seconda possibilità anche a chi l’ha umiliata. La sua ascesa sociale non è frutto di incantesimi, ma di intelligenza, pazienza e compassione. Il vero riscatto non coincide  solo con il  matrimonio principesco, ma con  la vittoria della conoscenza e della bontà su ogni forma di prepotenza. Si tratta di un messaggio che conserva intatta la propria forza: nella Cenerentola rossiniana il perdono non diventa debolezza, ma una forza trasformativa che muta il destino dei personaggi e, idealmente, lo sguardo di chi ascolta.

La Cenerentola andrà in scena dal 20 al 27 gennaio al teatro Regio di Torino, piazza Castello 215.

Tel 0118815241, 0118815242
Orari di apertura della biglietteria da lunedì a sabato dalle 11 alle 19, domenica dalle 10.30 alle 15.30 e un’ora prima degli spettacoli.
Per la vendita online dei biglietti delle manifestazioni al teatro Regio Vivaticket.

Mara Martellotta

La ‘Formula per un delitto imperfetto’ a Identità, Cultura e Territorio

Ancora oggi, chi ha una certa età, ricorda con dolore un episodio che poco più di cinquant’anni orsono portò la tranquilla Vercelli alla ribalta delle cronache nazionali: la strage della famiglia Graneris, compiuta da Doretta Graneris e dal suo uomo Guido Badini. Morirono padre e madre, nonni e il fratellino di Doretta e non venne risparmiato nemmeno il cagnolino, in un’orgia di sangue

Leggi l’articolo su ilVercellese.it:

La ‘Formula per un delitto imperfetto’ a Identità, Cultura e Territorio

Cineteatro Baretti presenta “Sangre del Toro”, un film di Yves Montmayeur

Lunedì 19 gennaio alle 21.30 sarà proiettato al

Lunedì 19 gennaio, alle 21.30, alla presenza del regista Yves Montmayeur, verrà proiettato il film “Sangre del Toro”, con Patrizia Schiavo come moderatrice.
Guillermo del Toro accompagnerà lo spettatore nel labirinto delle sue origini creative, raccontandosi da bambino e mostrando come gli sia nata la sua personale idea del fantastico. I suoi mostri, molto affini alle creature delle fiabe, prendono forma attraverso un viaggio  che parte dall’infanzia a Guadalajara fino a Parigi e Hollywood  tra cinema, fumetti, letteratura e una cultura sospesa tra la meraviglia  e il culto della morte.
Il documentario segue Del Toro mentre guida il pubblico nell’esposizione da lui curata “En casa con mis Monstruos”, rivelando come la sua immaginazione si sia sviluppata con naturalezza e originalità.
Sotto lo sguardo attento di YvesMontmayeur, veniamo a scoprire la normalità sorprendente di un bambino straordinario. Il documentario si chiude con uno sguardo sull’ultimo progetto del regista, Frankenstein. Del Toro racconta la sua adorazione per il romanzo di Mary Shelley, in cui vede riflesso un canto per gli emarginati, gli stessi che hanno abitato la sua filmografia. Il cerchio si chiude, dai mostri amati da bambino al mostro per eccellenza della letteratura gotica, simbolo di un’umanità ferita ma irriducibile.

Cineteatro Baretti via Giuseppe Baretti 4

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino. Alice e i Dream Syndicate

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. Al Teatro Colosseo si esibisce Alice.

Mercoledì. All’Hiroshima Mon Amour suonano i The Dream Syndicate.

Giovedì. Al Blah Blah si esibiscono i Melty Groove + Make Pop. Allo Spazio 211 sono di scena i Julie’S Haircut. All’ Off Topic suonano i The Nerve. Alla Divina Commedia è di scena Lele Piras Trio. Al Vinile si esibiscono gli Evrida.

Venerdì. Al Teatro Concordia si esibisce Franco 126.Alla Divina Commedia sono di scena Ladies & the Boomers. All’Hiroshima suonano gli Skiantos. Al Circolino suona Chiara Nicora Trio. Al Blah Blah sono di scena i Docks Dora. Al Folk Club si esibisce Luca Falomi.

Sabato. Alla Divina Commedia si esibiscono i 011…..live. Al Circolo Sud suonano gli Idiluvia. All’Off Topic sono di scena gli Avanzi di Balera. Allo Ziggy suonano gli Insidia + Hateworld. Al Blah Blah si esibiscono i Semprefreski e La Fabbrica.

Domenica. Al Vinile si esibiscono i Casa Beat. Alla Divina Commedia suonano Johnny e The Nowheremen. Al Blah Blah concerto per la Palestina con :I Fasti, Bandini, Carlo Magno , Storia di una Passione.

Pier Luigi Fuggetta

Chiara Taigi celebra in concerto Giulia di Barolo

Le celebrazioni ufficiali dedicate alla posa della statua di Giulia di Barolo, che hanno interessato il weekend del 17 gennaio , si concluderanno lunedì 19 gennaio prossimo, alle 17, a palazzo Barolo. Si tratta di uno degli appuntamenti culturali e musicali più significativi del 2026, un concerto per celebrare Giulia di Barolo, subito dopo la posa della scultura in suo onore, prima scultura monumentale torinese intitolata a una donna.
Il concerto- evento, che vedrà protagonista la voce di Chiara Taigi, unisce musica, storia e identità civile e si inserisce nel programma promosso da Opera Barolo e dalle istituzioni cittadine e che va oltre la dimensione del semplice concerto per assumere il valore di un autentico atto di restituzione storica, in cui la musica si fa linguaggio della memoria. La marchesa Giulia di Barolo, al secolo Juliette Colbert de Maulévrier, rappresentò una delle figure più luminose dell’Ottocento europeo per il suo impegno sociale, le sue riforme umanitarie e la carità cristiana.
Accanto alla voce di Chiara Taigi, interprete di fama internazionale apprezzata per la sua purezza timbrica e intensità espressiva, al pianoforte vi sarà il maestro Antonello Maio, musicista di grande eleganza espressiva, capace di accompagnare la linea vocale con sensibilità cameristica, attenzione al colore e profonda coerenza stilistica.
A impreziosire l’appuntamento gli interventi recitati dell’attrice Beatrice Bonino, che darà voce alla marchesa Giulia di Barolo, trasformando il concerto in un racconto musicale e teatrale  in cui parola e suono si fondono in un unico affresco emotivo capace di coinvolgere il pubblico artisticamente e umanamente. Il repertorio musicale scelto attraversa pagine di Rossini, Schubert, Liszt, Debussy, Tosti, Donaudy e Villa-Lobos ed è  costruito come un itinerario emotivo in cui lirismo, nostalgia, intimità  e luce interiore si alternano e rispecchiano le virtù incarnate dalla marchesa di Barolo, oggi riconosciuta anche nel suo percorso di venerabilità.
L’iniziativa è collegata alle attività dell’Opera Barolo, istituzione nata per disposizione testamentaria della Marchesa Giulia di Barolo e oggi attiva in ambito sociale e culturale sotto l’attuale presidenza dell’Arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole. L’evento è  realizzato in collaborazione con l’Associazione Concertante. Il progetto è curato dalla Fondazione Tancredi di Barolo, presieduta da Pompeo Vagliani.
Oggi l’Apostola delle Carceri, come fu definita, ha a Torino un monumento che la ricorda, che è una scultura in bronzo realizzata dall’artista Gabriele Garbolino Rù, voluta dall’Opera Barolo presso il palazzo omonimo, all’incrocio tra via delle Orfane e via Corte d’Appello, in quel chilometro quadrato che raccoglie istituzioni di carità quali la Consolata, Valdocco, il Cottolengo e il Sermig. Giulia di Barolo fu un’instancabile benefattrice, fondatrice di asili, scuole, chiese e ospedali e fondò, tra gli altri, l’Istituto delle Suore di Santa Maria Maddalena e la Congregazione delle figlie di Gesù Buon Pastore.

Palazzo Barolo Salone d’onore. Via delle Orfane 7

Concerto 19 gennaio 2026, ore 17. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti

Mara Martellotta

Riprende la programmazione della Fondazione Mirafiore con Iannacone

Il 2026 della Fondazione Mirafiore verrà aperto da Domenico Iannacone, con un appuntamento che inaugura il nuovo anno del Laboratorio di Resistenza Permanente all’insegna del racconto civile e dell’ascolto.
L’incontro, inizialmente previsto per il 24 gennaio, è stato spostato a domenica 25 alle 18 per impegni lavorativi del protagonista.
Giornalista e documentarista tra i più autorevoli del panorama Italiano, Iannacone ha costruito nel tempo una narrazione rigorosa e profondamente umana delle vite che restano ai margini del racconto dominante. Le sue inchieste e i suoi reportage hanno aperto una finestra su un’Italia spesso invisibile, restituendo dignità,  complessità e voce a persone  e territori raramente rappresentati.
Dopo gli esordi giovanissimo sulle testate regionali fino al ruolo di inviato per programmi simbolo dell’informazione televisiva, come Ballarò e Presa diretta, Iannacone ha condotto per sette edizioni I dieci comandamenti e dal 2019 è su Rai 3 con Che ci faccio qui, programmadi approfondimento diventato anche un progetto teatrale di grande impatto civile.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, cinque Premi Ilaria Alpi, il Premio Paolo Borsellino, il Premio Goffredo Parise, il Premiolino e più recentemente  il premio Franco Cuomo per il giornalismo.
Che ci faccio qui – in scena dal 2024 rappresenta un esempio di teatro civile di narrazione, capace di trasformare il racconto televisivo in orazione pubblica, mantenendo intatta la forza documentaria e amplificando la relazione diretta con il pubblico.
Il suo lavoro fonde la migliore tradizione documentaristica italiana con l’eredità del cinema neorealista, ponendo al centro l’umanità dei protagonisti.
Nel corso dell’incontro alla Fondazione Mirafiore, Domenico Iannacone condividerà esperienze, testimonianze e incontri che hanno segnato il suo percorso professionale e umano. Il pubblico sarà accompagnato attraverso il racconto diretto e il supporto di materiali audiovisivi dentro storie che interrogano il nostro sguardo sul presente e sul ruolo dei media, mostrando come la televisione possa essere ancora uno strumento  di conoscenza e responsabilità.

MARA MARTELLOTTA

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Barbero e l’Università – Foibe ad Albenga – Iran del ’79 e la scuola torinese – Lettere

Barbero e l’Università
L’onnipresente prof. Barbero, specialista in tuttologia storica, ha svelato il mistero: lui – ha dichiarato con vanto – non ha fatto l’ Università secondo i vecchi piani di studio contestati nel 1968, ma ha usufruito della liberalizzazione dei piani  che avrebbe finalmente  consentito, secondo lo studioso di Vercelli, ai  giovani studenti di scegliere liberamente quali materie studiare e di esercitare così la loro maturità  coartata da maestri come il medievista Tabacco o il modernista Venturi o l’archeologo Gullini.
Per Barbero  l’Università ideale era quella del fai da te. Ha perfino vantato di non aver sostenuto l’esame di Latino, materia che un medievista non può trascurare. Tante  superficialità sono così chiarite e anche il successo ottenuto presso un pubblico di bocca buona che finalmente capisce cosa dice uno storico fai-da -te. Non è il caso del  bravo Barbero che si laureò brillantemente con Tabacco (ma non ne fu successore in cattedra) , ma  io ricordo tanti miei compagni di Università che dovettero attendere  la liberalizzazione per eliminare materie in cui erano stati ripetutamente bocciati e sostituirle con qualche sociologia o psicologia da istituto magistrale . Solo così riuscirono a laurearsi. Poi ci fu anche di peggio: periti industriali iscritti a Lettere che finirono per insegnare Latino nelle scuole. L’abolizione del Latino dalla Media fu una necessità dovuta anche a prof. (più profumieri o profughi, come  diceva Bruno Segre) che non avevano mai studiato il Latino e forse conoscevano poco anche l’Italiano.
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Foibe  ad Albenga
Ad Albenga hanno invitato Erick Gobetti che si auto- definisce “storico free lance “a parlare di foibe che lui giustifica pienamente come una forma di legittimo antifascismo slavo, vanificando le ricerche di Gianni Oliva e anche molto più modestamente di chi scrive che si è occupato del tema dagli Anni 70 su stimolo della poetessa esule da Zara Liana De Luca e dello storico fiumano Leo Valiani. A fargli da spalla ad Albenga è stato un anziano prof. delle scuole locali il cui nome e’ incredibilmente quello di un mollusco. Ma il prof. Moscardini, al di là del cognome, è un vecchio coriaceo molto comunista che si accoppia molto bene con il nuovo piccolo Gobetti che non è neppure un lontano parente del più noto e illustre Piero.
Moscardini, autore di una pregevole storia albenganese, sembra essere diventato il nuovo nume tutelare della Città delle torri perché occupa le sue giornate in tante conferenze e lezioni sui temi più diversi. In questo senso si può considerare un seguace di Barbero, anche lui comunista con tessera firmata da Berlinguer. Forse il prof. albenganese può vantare la firma di Natta, se non quella dello stesso Togliatti che pure non amava i tuttologi. Parlai in passato ad Albenga di foibe con il presidente nazionale degli esuli Giuliano – Dalmati Lucio Thot, senatore della Dc. Venni invitato dall’avv. Chirivi’che ruppe il silenzio tombale sul tema delle foibe. Ad Albenga ad invitare Il duo Gobetti – Moscardini e’ stata l’Anpi di una frazione ingauna che magari considera gli esuli Fiumani, Giuliano – Dalmati dei fascisti. Oggi non è cosa così rara perché il giorno del ricordo del 10 febbraio non viene più rispettato dai comuni e dalle scuole, come prescrive una legge della Repubblica, voluta e sostenuta anche da Violante, da Fassino e dal PDS.
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Iran del 79  e la scuola torinese
Nel 1979 la caduta dello Scià e l’arrivo di Komeini furono un momento tragico della storia persiana. Lo Scià storicamente non è confrontabile con Komeini che ha riportato al Medio Evo l’Iran.
Fin da subito si rivelò un regime teocratico giacobino. Voglio ricordare un episodio emblematico anche se piccolo . Insegnavo allora in un liceo torinese di periferia ed arrivò come studente un profugo iraniano o almeno un sedicente profugo che in base ad accordi ministeriali incomprensibili venne ammesso al quarto anno degli studi  liceali italiani , pur non conoscendo neppure una parola di Italiano. Lo accolsi come tutti i miei colleghi con la massima disponibilità, cercai di farlo sentire a suo agio ed invece di parlare di storia , cercai  di dialogare con lui del suo paese. Feci una cosa simile  anni dopo al carcere delle Vallette quando andai ad esaminare un detenuto condannato a molti anni di reclusione  per ragioni di mafia che voleva redimersi con lo studio. Il giovane iraniano con mia somma sorpresa un giorno  preparò un testo scritto di poche righe che lesse in classe in cui esaltava la rivoluzione e Komeini.
Una specie di proclama, come pensai allora, simile ai comunicati delle Br. In quel liceo circolavano volantini delle Br e venne Caselli a parlare agli studenti. Il giovane iraniano si dedicò da subito alla politica e all’attivismo ante litteram, trascurò la scuola e non si impegnò affatto nello studio dell’Italiano, anche se io lo indirizzai alla “Dante Alighieri“ che organizzava già allora  corsi di Italiano per stranieri. Interrogarlo si rivelò impossibile perché, non sapendo la lingua, non era in grado né di leggere né tanto meno di studiare, malgrado l’aiuto degli altri studenti. Si arrivò alla fine dell’anno e alla scrutinio fui io solo a proporre la bocciatura perché il Preside e i colleghi erano timorosi di ritorsioni politiche e non solo. Temevano addirittura degli interventi ministeriali. Io – consigliato anche dall’ispettrice centrale Alda Barella che sposò  subito la mia tesi – non mollai la presa e stesi una dettagliata relazione di quattro pagine che illustrava il caso e che consegnai nelle mani del Provveditore agli studi  Pisani che ebbe la cortesia di ricevermi. Chiesi per iscritto  al Preside di mettere all’ordine del giorno la mia relazione e chiesi che essa venisse discussa e messa ai voti. Malgrado le resistenze faziose e persino isteriche di colleghi comunisti e addirittura extraparlamentari (ebbi il sospetto che alcuni fossero simpatizzanti delle Br) io sostenni imperterrito la tesi della bocciatura, chiedendo un’ispezione su tutti gli elaborati dello studente iraniano. Fu una proposta decisiva e soprattutto inaspettata  perchè i discorsi solidali dei colleghi vennero meno e la stessa valutazione cambiò. Ci sarebbero stati gli estremi per una denuncia penale per falso anche per valutazioni fasulle verbalizzate sui registri personali dei docenti, ma la decisione di bocciarlo perché non valutabile per mancanza di prove e anche di frequenza alle lezioni, evitò ulteriori azioni che non avrei esitato a fare. Ero già in contatto con il magistrato Attilio Rossi che mi aiutò con l’amicizia di sempre e con la competenza del giurista di grande  valore. Non so che  fine abbia fatto l’iraniano che esaltava Komeini e inveiva contro lo Scià; magari è rimasto in Italia e oggi parla un ottimo italiano. Mi auguro che non abbia avuto la pessima idea di tornare in Iran.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Cena in hotel
Sono stato a cena in un noto hotel di corso Vittorio Emanuele che in passato fu il glorioso Ambasciatori di Torino. Ho ricevuto per 58 euro di costo, cibo non adeguato, servizio scadente con giovani camerieri  scamiciati e distratti che non versano neppure una volta le bevande ai commensali. Peccato! Lo stile era assente e nessun direttore di sala è venuto a controllare. Doveva essere una bella serata allegra. Se fossimo andati in una trattoria periferica avremmo mangiato molto  meglio e speso di meno.    Gino Giulio
ristorante
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Capisco a che hotel si riferisce. Da anni è sconsigliabile come anche lo stesso hotel  di Napoli che con il suo grattacielo sfregiò il centro della città. Sono catene straniere che prendono personale non preparato. Mi stupisco che lei abbia pensato di trovare una situazione migliore. Ci andava sempre il mio amico Leo Valiani, ma solo perché c’era una cameriera che gli faceva l’iniezione dell’insulina. Credo che si limitasse all’iniezione, anche se il serioso Leo era un po’ libertino. Il diabetico Valiani voleva però  che lo invitassi  a cena fuori, soprattutto ai “Due lampioni“ e il vecchio senatore non sbagliava. Ma quel ristorante mitico di via Carlo Alberto non c‘è più da anni. Per una cena veloce tanti Lions e Rotary si servono dell’ hotel, ma sicuramente con prezzi calmierati, più simili alla mensa aziendale che al ristorante. Bisogna arrendersi. Torino non è mai stata una città turistica se non nel breve periodo olimpico del 2006.
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I Savoia oggi

Vedo che finalmente si è reso conto che la dinastia sabauda non può essere confusa con l’ultimo rampollo – cinquantenne latin lover – che è davvero inadeguato al ruolo di principe  e che si circonda da persone incredibili. La laurea per questi signori è un oggetto misterioso. (0missis). Ho visto con piacere la fotografia del duca Amedeo di Savoia che le dedicò  nel 1964: un vero reperto storico. Lei dovrebbe conoscere il principe Aimone figlio di Amedeo che ha dimostrato di saper lavorare come alto dirigente della Pirelli all’estero. E’ lui che tiene alto il nome e la storia dei Savoia. Lei che è uno storico doveva rendersene conto molto prima. Direi dopo la morte di Umberto II. Lei non ha mai fatto parte del beghinaggio sabaudo e mi ha deluso.   Felice Ghigo

Mi sono reso conto della situazione in ritardo. Lo riconosco. La mia malattia durata due anni mi ha obbligato a ridimensionare gli impegni e gli interessi e quindi non avevo più seguito le vicende sabaude. Ho privilegiato i miei studi e i miei scritti, trascurando il resto. Ho messo un omissis al suo testo in relazione  ai collaboratori del Principe Emanuele Filiberto che lei cita perché ritengo le cose che Lei scrive, se non  ingiuriose, almeno molto pettegole. Non basta,  ad esempio,  un biglietto da visita, in verità un po’ barocco,  a dimostrare l’uso di insegne cavalleresche non riconosciute e quindi vietate dalla legge italiana. Ma di queste cose ho scritto di recente nella rubrica e non mi ripeto. Mi spiace di averla delusa. Cercherò di recuperare  ma non le prometto nulla perché io sono un uomo libero e anche imprevedibile.
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Pacchetto di mischia
Ho letto di un politico che si vanta di appartenere al pacchetto di mischia, termine derivato dallo sport del rugby. Mi è sembrato un riferimento poco felice alla sudditanza  acritica del gregario pronto sempre a riportare la palla. Ho capito perché la politica è così degradata.     Antonio Delfino   Loano
La politica è fatta dai gregari e dai leaders, anche se  i leaders sono diventati una merce rara, rarissima. I gregari hanno un ruolo, ma oggi esistono anche i gregari infedeli e i gregari incapaci e affaristi, come nel passato. Gli attivisti  in particolare hanno una carica di fanatismo che li rende intollerabili. Io non starei mai in un partito  perché amo troppo l’indipendenza di giudizio e non concepisco la militanza. Votando mi ritengo impropriamente un cittadino sovrano perché la democrazia vera è oggi latitante. Ma non sto mai tuttavia  chiuso nella torre d’avorio e cerco di portare un contributo di idee sovente  inascoltate, sempre non richieste e non apprezzate dal potere. L’idea stessa di considerarsi un giocatore di rugby appare una ingenuità o un’astuzia banale. Speriamo che la politica abbia la capacità di riprendersi. Far parte per se’ stessi, per citare Dante, diventa oggi per un uomo di cultura un obbligo elementare. Come diceva Croce, l’Italia ha bisogno di intellettuali liberi: l’indipendenza è per un uomo di cultura qualcosa di simile al buon nome di una signora: un’idea un po’ vecchiotta, ma, nella sostanza, sempre valida per uomini e donne.