CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 5

Stefania Bertola e l’arte di ricominciare (con grazia)

TORINO TRA LE RIGHE

C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel tornare a leggere Stefania Bertola. Come ritrovare una voce familiare che sa far sorridere senza banalizzare, che racconta il caos della vita con leggerezza intelligente e uno sguardo ironico capace, però, di restare ostinatamente fiducioso.
La rosa e la spina conferma tutto questo: una commedia raffinata e spumeggiante che, dietro l’apparente leggerezza, parla di resilienza, di seconde possibilità e dell’arte – sottile e faticosa – di andare avanti.
La protagonista, Rosa Soave, ha quasi quarant’anni, un figlio, un ex marito che l’ha lasciata il giorno di Natale e un quaderno Pigna che diventa confidente, scatola nera delle emozioni e luogo di sfogo. Intorno a lei ruota un piccolo universo umano fatto di cognate eco-bio fin troppo presenti, maestre creative, colleghi affascinanti e pasticcioni, famiglie ingombranti e una galleria di personaggi che sembrano danzare in equilibrio precario tra affetto e fastidio. Rosa, però, ha una certezza granitica: con l’amore ha chiuso per sempre.
Almeno fino a quando dal passato riemerge Doralice Spina, la “miglior nemica” dei tempi del liceo, incarnazione perfetta di quella spina che, inevitabilmente, accompagna ogni rosa. Seducente, manipolatrice, pronta a rovinare vite con disinvoltura, Doralice diventa l’antagonista ideale in una storia che mescola commedia sentimentale e osservazione acuta delle dinamiche relazionali. E quando a perdere la testa per lei è proprio Claudio, il direttore del supplemento letterario per cui Rosa lavora, restare a guardare diventa impossibile.
Bertola maneggia il suo registro narrativo con una sicurezza che deriva da anni di mestiere: realismo e tenerezza convivono in perfetto equilibrio. Non c’è spazio per melodrammi eccessivi né per idealizzazioni forzate. Le situazioni più assurde – un abbandono natalizio, una cognata che controlla la raccolta differenziata, un corso di danze irlandesi come tentativo di rimettere ordine nella vita – vengono raccontate con una lucidità ironica che si traduce in una comicità disincantata e spesso autoironica, soprattutto nei pensieri affidati al quaderno Pigna.
La forza della scrittura di Bertola sta proprio qui: non giudica le debolezze dei suoi personaggi, le espone con un sorriso sardonico, invitando il lettore a riconoscersi nelle loro imperfezioni. È una leggerezza che non scivola mai nella superficialità, perché sotto l’umorismo resta una profonda tenerezza. Anche i personaggi più stereotipati o eccentrici sono trattati con un’umanità palpabile, come se l’autrice volesse ricordarci che tutti, in fondo, stiamo solo cercando un modo dignitoso di tenere insieme i pezzi.
Non è un caso che Stefania Bertola venga spesso definita la “Sophie Kinsella italiana”. Non solo per una parentela di genere o per il suo ruolo di traduttrice degli ultimi romanzi della scrittrice inglese, ma per la capacità condivisa di far sorridere e, allo stesso tempo, toccare corde più profonde. Nei suoi romanzi c’è sempre qualcosa che va oltre l’apparente frivolezza: una malinconia gentile, una consapevolezza del tempo che passa, un invito a ricominciare anche quando sembra tardi.
La rosa e la spina si legge con piacere, trascina in un vortice di vita e colpi di scena, e regala ore di autentico intrattenimento. Se un piccolo rammarico si può esprimere, riguarda forse il finale: coerente con il ritmo brillante della storia, ma così rapido da lasciare il desiderio di restare ancora un po’ con questi personaggi, di vedere le tessere del puzzle andare a posto sotto i nostri occhi. Più che un difetto, però, è il segno di un legame riuscito tra lettore e storia.
Torinese di nascita, con un passato all’Einaudi e una carriera che spazia tra narrativa, radio, televisione e sceneggiatura, Stefania Bertola resta una delle voci più riconoscibili e amate del romanzo rosa italiano. Con La rosa e la spina ci ricorda che, a volte, non esistono soluzioni miracolose: bisogna solo prendere fiato, sorridere delle proprie disgrazie e inventarsi, con grazia, una nuova normalità.
MARZIA ESTINI

“Ritmi di Solidarietà – Una notte per le Donne”

Il ricavato dello spettacolo, in scena mercoledì 11 febbraio alle 21 presso le Fonderie Limone, sosterrà il progetto “Protezione Famiglie Fragili Oncologiche”

Il palcoscenico delle Fonderie Limone si illumina per un evento che unisce arte, impegno civile e speranza: mercoledì 11 febbraio alle 21 infatti, andrà in scena “Ritmi di Solidarietà – Una notte per le Donne”, una serata di danza, passione e sensibilizzazione dedicata alla memoria di Cristina Golin, coreografa recentemente scomparsa e autrice, tra l’altro, della coreografia del video promozionale delle Olimpiadi invernali di Torino 2006.

L’evento, quindi, vuole essere non solo un omaggio artistico, ma anche un momento di profonda riflessione e un omaggio alla coreografa torinese. L’iniziativa sottolinea la missione del Comune di Moncalieri, da sempre aperto e pronto ad accogliere eventi che mettano al centro la comunità e il suo benessere collettivo.

Proprio su impulso dell’amministrazione comunale è nata la preziosa rete tra le associazioni coinvolte: Andos, Donna Tea, VITA, in collaborazione con Eclectica e Adriana Cava Dance Company. Grazie al contributo del Comune di Moncalieri e di Vol.To, dimostra come la collaborazione sia la chiave per sostenere i più fragili.

Un sostegno concreto alle famiglie, dove l’intero ricavato della serata sarà devoluto al progetto “Protezione Famiglie Fragili Oncologiche”, un’iniziativa fondamentale per offrire supporto ai nuclei familiari che affrontano la sfida della malattia in condizioni di fragilità.

Il pubblico sarà accolto con un cocktail di benvenuto curato e offerto dall’osteria La Cadrega, un gesto di ospitalità per iniziare insieme una serata all’insegna della condivisione. La Presidente di Andos Torino, Fulvia Pedani, desidera esprimere un profondo ringraziamento al sindaco di Moncalieri Paolo Montagna e a tutta l’amministrazione comunale, per «aver accolto con estrema sensibilità la nostra proposta».

E ancora, la presidente rimarca come «il sostegno del Comune non è stato solo formale: la decisione di concederci gratuitamente il Teatro Fonderie Limone rappresenta un atto di generosità concreto che ci permette di destinare ogni singolo euro raccolto direttamente al nostro progetto comune con le associazioni. Un ringraziamento speciale va anche a Vol.To, il cui prezioso contributo per la copertura di una parte dei costi del service è stato fondamentale per la riuscita dell’iniziativa. L’evento è la dimostrazione di come la collaborazione sinergica tra associazioni, enti del terzo settore e istituzioni possa generare un impatto reale e tangibile sul territorio».

L’iniziativa gode, oltre al patrocinio e contributo del Comune di Moncalieri e Vol.To, anche dei patrocini gratuiti del Consiglio Regionale del Piemonte, della Consulta Regionale Femminile e degli Stati Generali Prevenzione e Benessere, Azienda Zero e della Rete Oncologica.

Nella prima parte della serata dal titolo “Note d’autore” si esibirà la Compagnia Adriana Cava Dance Company. L’elemento principale sarà la scelta accurata di brani musicali di autori di qualità italiani e stranieri. La danza e la musica daranno vita a coreografie ricche di emozioni, di passione, di gioia e di spiritualità, che metteranno in risalto l’armonia dei corpi in movimento dei danzatori della Compagnia, con elementi di grande valore artistico ed espressivo.

Nella seconda parte della serata, Eclectica presenterà lo spettacolo “Orlando”, che racconta il viaggio di una protagonista condizionata da un contesto storico e da rigide norme di genere. Attraverso una trasformazione continua — da uomo a donna e da donna a uomo — Orlando attraversa il tempo, l’amore e la solitudine per emanciparsi dai ruoli imposti e affermare la propria libertà. La metamorfosi diventa così metafora della fluidità dell’identità, del cambiamento e della possibilità di essere, oltre ogni definizione sociale.

È possibile prenotare la partecipazione all’evento e sostenere il progetto con un’offerta minima consigliata di 15€.

Per informazioni è possibile telefonare ai numeri 375/8515743 oppure 329/7728192, o ancora scrivere una mail ai seguenti indirizzi: segreteria@andosonlustorino.it oppure info@adrianacava.it.

Licia Lanera porta in scena “Altri libertini”, tratto dal libro di Tondelli

Al teatro Gobetti, da martedì 10 a domenica 15 febbraio 2026, in scena Licia Lanera, vincitrice di quattro premi Ubu, che porta sul palco la pièce “Altri libertini”, diventando la prima, dopo la morte di Pier Vittorio Tondelli, autore dell’omonimo libro, a ottenere i diritti sul testo. L’opera, sequestrata per oscenità appena venti giorni dopo la pubblicazione, nel 1980, racconta una generazione di giovani perduti, rifiutati e squinternati. Sul palco, con Licia Lanera, Giandomenico Cupaiuolo, Danilo Giuva e Roberto Magnani. I tre racconti “Viaggio”, “Altri libertini” e “Autobahn” si intrecciano in un unico flusso narrativo dando voce alla rabbia e al desiderio che attraversarono gli anni Ottanta e che risuonano ancora oggi. Lo spettacolo diventa così un atto di appropriazione: Tondelli non esiste, se non nei corpi, nei gesti e nelle biografie degli attori, che attraversano con intensità quelle parole. Attraverso le riflessioni sull’influsso politico alla fine delle ideologie, Lanera restituisce la vitalità e le miserie di un’intera generazione, portando in scena una cronaca di quei tempi e dei suoi echi.

“Io e i miei compagni di viaggio ci siamo messi addosso l’etichetta di altri libertini –  scrive Licia Lanera – vitelloni nati nel secolo scorso, senza figli, animali notturni, con poca grazia nello stare al mondo, bestie solitarie terrorizzate dalla solitudine, incapaci di essere genitori, condannati a essere eternamente figli, figli dai capelli bianchi, con il drink in mano e la droga nel portafoglio da utilizzare in occasioni speciali. Dunque, questo spettacolo fugge dalla rappresentazione continuamente. Gli attori si appropriano di quelle parole, anche grazie a un periodo di prove durato un anno, e alla fine Pier Vittorio Tondelli non potrà che esistere attraverso le loro parole, biografie e gesti teatrali. Io, con il mio corpo in scena, sono lì ‘in borghese’, a combattere questa personale guerra alla rappresentazione. Sono lì a confondere, a ricordare allo spettatore che siamo in un teatro a rievocare i morti attraverso il corpo dei vivi. Siamo qui a memento della storia, a raccontare le miserie di una generazione che si perpetua sempre uguale da almeno quarant’anni”.

Il testo di Tondelli si articola in tre racconti famosi, che narrano di ragazzi fuori dagli schemi, con tanta voglia di scappare, utilizzando parole crude e vere che sembrano ancora scritte oggi. Sono le storie di chi vive ai margini, che salgono sul palco attraverso il corpo di cinque attori che non si risparmiano,. Il linguaggio è quello della strada, perfetto per raccontare un tempo in cui tutto sembrava possibile e disperato.

Teatro Gobetti – via Rossini 8, Torino – dal 10 al 15 febbraio 2026 – info: www.vivaticket.com

Martedì, giovedì, sabato ore 19.30 / mercoledì, venerdì ore 20.45 / domenica ore 16

Mara Martellotta

“Nichelino Lights Map”, la mappa dei murales 

È stata inaugurata il 6 febbraio scorso, all’interno della galleria del centro commerciale “Il Castello di Nichelino”, in piazza Aldo Moro 50, la Nichelino Lights Map, la mappa dei murales del progetto Nichelino Lights Up, un itinerario urbano che trasforma la città in un museo a cielo aperto attraverso opere di street art realizzate da artisti di fama nazionale e internazionale. La mappa è ospitata su due pannelli di grandi dimensioni, di 4×2 metri ciascuno, collocati in uno spazio di passaggio e incontro quotidiani, e restituisce una visione complessiva delle opere presenti nello spazio urbano, invitando cittadini e visitatori a scoprire i murales e i loro significati, oltre i confini del centro commerciale.

Il progetto Nichelino Lights Up, promosso e sostenuto dal comune di Nichelino, nasce con l’obiettivo di cambiare la narrazione della città, attraverso interventi di riqualificazione urbana e street art, capaci di generare coinvolgimento, identità e appartenenza. Le opere, dipinte su facciate cieche di edifici cittadini, raccontano storie, temi sociali e culturali lasciando un segno tangibile e duraturo nello spazio urbano, e contribuisce a valorizzare Nichelino dal punto di vista artistico e turistico, in dialogo con le grandi Capitali della street art. Per Nova Coop, ospitare la Mappa di Nichelino Lights Up rappresenta un gesto significativo. Da un lato rende visibile ciò che si trova oltre i muri del centro commerciale, rafforzando la connessione tra il punto vendita, il territorio e la comunità; dall’altro introduce un riferimento all’arte, alla bellezza e al loro valore sociale all’interno di un luogo dedicato ai consumi quotidiani, in coerenza con lo spirito del progetto promosso dalla città. La presenza della mappa, in galleria, diventa così un invito ad alzare lo sguardo, ad attraversare la città con occhi nuovi.

“Per Nova Coop, ospitare la mappa di Nichelino Lights Up è un piccolo gesto di grande valore – spiega Carlo Ghisoni – direttore delle Politiche Sociali di Nova Coop – perché significa rafforzare la connessione tra il nostro punto vendita e la città, con la sua storia e le sue energie vive, e le persone che ogni giorno se ne prendono cura. Nova Coop è una realtà profondamente radicata sul territorio, in costante dialogo con le comunità di riferimento, un approccio che rafforza la nostra funzione sociale e culturale”.

“Nichelino Lights Up è un progetto importante per l’Amministrazione, ma anche per i nichelinesi – commentano Giampiero Tolardo, Sindaco di Nichelino, e Fiodor Verzola, assessore alla Politiche Giovanili – siamo quindi molto felici che Niva Coop abbia scelto di ospitare la mappa dei murales nichelinesi, dedicata a tutta la cittadinanza per aggiungere ancora più valore a un progetto di per sé importantissimo, che ha saputo coinvolgere generazioni e valorizzare la città. Un grande ringraziamento va a Nova Coop per aver compreso il valore di Nichelino Lights Up e aver saputo sostenere arte e bellezza della nostra Nichelino”.

Mara Martellotta

Il cinema che guarda al cinema, magnificamente

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Che “Sentimental value” corra verso i prossimi Oscar?

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Si lascia scoprire a poco a poco – in tempi e luoghi, in emozioni e scarnificazioni e chiusure sommerse in un mare tutto bergmaniano, al colmo di una tempesta – Sentimental value di Joachim Trier, già vincitore a Cannes del Grand Prix Speciale della Giuria e di un Golden Globe al suo magnifico interprete Stellan Skarsgård e di sei European Film Awards, oggi in attesa di chissà quali Oscar tra le nove nomination che già lo pongono sui gradini più alti. Si lascia scoprire a poco a poco, come fa quella macchina da presa che all’inizio – un inizio di memoria e bellissimo – attraversa e lambisce stanze e corridoi e scale di una vecchia abitazione, che ascolta la voce narrante ricordare di sé, Nora bambina, oggi affermata attrice di teatro, quando ebbe a scrivere in un tema assegnatole della sua casa, e a vivificarla rendendola se stessa: le voci e le discussioni dei genitori, gli intonaci rossi della facciata esterna, e le sue imperfezioni, pronti a imbianchirsi, le crepe dei muri che riflettono situazioni e l’intero dramma di una famiglia. Allora, quella stessa casa, appartata in un angolo sereno e tranquillo di Oslo, riporta alle successive generazioni e alle ristrutturazioni e ai cambiamenti che prendono sempre per mano con sé chi la abita, è reale e si farà finzione cinematografica, riporta alla casa di Settembre di Allen o di Here di Zemeckis, ancora la macchina da presa a inquadrarla per la quasi totalità della storia, incessantemente, quel nome, Nora, riporta all’eroina di Ibsen (anche i nomi hanno la loro importanza), alle debolezze – alle insicurezze d’attrice, al suo rinchiudersi e all’essere trascinata fuori del camerino, prima che lo spettacolo abbia inizio – e ai rapporti paterni e alla ribellione.

Durante i funerali della madre, psicoanalista, Nora e la sorella minore Agnes scoprono il ritorno silenzioso del padre Gustav, regista di successo ma da una quindicina d’anni incapace di dirigere, colpevole ai loro occhi di averle abbandonate ancora bambine. Gustav spiega il suo ritorno con il desiderio di dare il via a quel nuovo film che dovrà ridargli il successo, una storia che dovrà narrare con tratti d’autobiografia la figura di sua madre, delle esperienze durante l’occupazione nazista, di quel suo suicidio con cui ancora oggi Gustav si ritrova a dover guardar dentro, a superare. È tornato perché considera Nora perfetta per quella parte e vuole che accetti. Al rifiuto della figlia, durante una retrospettiva che un festival gli ha organizzato in terra di Francia, Gustav incontra una giovane attrice americana, Rachel Kemp, brava e altrettanto perfetta, grazie alla quale si può contare su Netflix e sul mercato inglese, è immediato coup de foudre tra regista e attrice, la parte sarà sua. In quell’affrettato gioco di sovrapposizioni (un particolare per tutti, Rachel abbandona i suoi capelli biondi per essere più simile a Nora con una tinta scura: ma il film è tutto un passaggio di visi e di espressioni e di tratti fisici che si mescolano, lo scoppio in un velocissimo sovrapporsi di immagini, del padre e delle due figlie), la nuova attrice comprendere di essere un’intrusa, un corpo estraneo, di falsare la storia e il personaggio e abbandona: solo quando Agnes leggerà la sceneggiatura saprà spingere la sorella ad accettare. Quella casa, “distrutta e riedificata”, diverrà il set, nelle sue pareti bianche e nell’arredamento spoglio, nelle battute che risalgono dalla vita per farsi eguale forma sullo schermo, nei leggerissimi sorrisi che forse stanno a significare l’anticamera della riconciliazione.

Quanto il film di Trier – giunto al suo sesto lungometraggio – ricordi le atmosfere del regista di Persona (altro titolo su cui soffermarsi) e di Fanny e Alexander si è detto, quanto il film sia “nordico”, soffocato e soffocante, privo di un soffio d’aria che lo rigeneri: ma in quella sua chiusura, nella estrema quanto viscerale compattezza – ogni più “insignificante” gesto, ogni parola, disperazione, coercizione, abbandono, egoismo, tutto è reso splendidamente da una sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista con Eskil Vogt, suo abituale collaboratore) controllata e quantomai significativa e importante – interrotta come per capitoli di una saga familiare da un attimo scuro di sospensione, nell’uso mai invadente della memoria, sta la sua grandezza. Spinge lo spettatore a cercare, a indagare, a soppesare ogni termine, non un cinema facile ma un cinema “costruttivo”. Cinema sul cinema, cinema sul teatro, carrelli e piani lontani, quinte e pubblico in piedi ad applaudire, uno smembramento eccezionale che direi ronconiano, per chi possa ricordare “Nora alla prova” del grande maestro di teatro, un’introspezione fatta con il bisturi. La descrizione dei sentimenti delle due sorelle come il loro sentirsi in una vita intera mancanti di qualche cosa, forse di ogni cosa, ragione il padre delle loro debolezze, di quell’affetto che porta Nora verso il piccolo di sua sorella (anche lui catturato dalla finzione), le colpe di un padre assente ed egoista e per molti versi sconosciuto ma pure segnale di fragilità e di sensi di colpa, tutto è pura profonda descrizione.

Inoltre, Sentimental value è il cinema di attori che non senti tanto personaggi e interpreti, ma delle persone, vive, umane, palpitanti, fatte di dolore e di carne e alla ricerca di un angolo di scappatoia per continuare a vivere. Skarsgård ha i tratti di una soffusa quanto pregnante perfezione, Renate Reinsve, che proprio con Trier ha iniziato la sua carriera cinematografica e con Trier già Palmarès a Cannes nel ’21 con La persona peggiore del mondo, calibra in ogni sguardo e nel silenzio più riposto il percorso della sua Nora, ne coglie sempre l’impercettibile laddove Inga Ibsdotter Lilleas non le rimane certo indietro pur nel minor sviluppo della sorella Agnes. A far par parte del quartetto d’eccezione non ha fatica Elle Fenning, anch’essa come i tre colleghi a sognare di impugnare la statuetta dei sogni di ogni attore. Chi vedrà il film – e lo raccomandiamo, non fatevi spaventare da tema e svolgimento -, metta con scrupolo l’orecchio alla colonna sonora di Hania Rani, splendidamente straniante.

Enjoybook, Beatrice Venezi per “Voci fuori dal coro”

L’incontro con Beatrice Venezi sarà arricchito dalla presenza dell’avvocato Anna Maria Bernardini De Pace e dal produttore Cesare Rascel

La splendida cornice del teatro Juvarra, a Torino, ospiterà giovedì 12 febbraio, alle ore 20.15, la seconda serata di “Voci fuori dal coro”, ciclo di sette appuntamenti organizzati da Enjoybook, che avrà come ospite il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, che si racconterà al pubblico in un’atmosfera informale e coinvolgente, nel corso di una serata conviviale che non sarà soltanto ricca di emozioni, testimonianze e racconti autobiografici, ma costituirà anche un momento per gustare insieme un aperitivo accompagnato da un calice di bollicine. L’incontro con Beatrice Venezi sarà arricchito dalla presenza dell’avvocato Anna Maria Bernardini De Pace e dal produttore Cesare Rascel, figlio del noto attore e cantante Renato. Sarà un’occasione per conoscere meglio i protagonisti della serata in un contesto libero, dove la musica dal vivo creerà suggestioni e spunti per narrazioni personali, dalle passioni alle scelte di vita, dalle cadute alle rinascite, nella dimensione più autentica e senza filtri degli ospiti che si aprono a un confronto in un laboratorio di pensiero e sensibilità. Nel corso della serata, la band allieterà il pubblico con musica dal vivo in un viaggio coinvolgente tra le note, apprezzando il sottofondo musicale con il catering a disposizione.

Questa rassegna culturale rappresenta un format innovativo, capace di rompere le convenzioni tradizionali e di trasformare ogni serata in un’esperienza viva e partecipata. Qui il pubblico è parte integrante di ciò che accade, dialoga, si confronta, contribuisce a creare l’atmosfera.

Biglietti acquistabili al costo di 33 euro, di cui 3 euro devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo. È inoltre possibile acquistare il carnet a prezzo ridotto, e per i possessori della Rinascente Card usufruire di una promo. Informazioni e vendita al link

https://www.mailticket.it/evento/50972/voci-fuori-dal-coro

Mara Martellotta

Claudia Biamonti: “La cicatrice”. Un viaggio introspettivo

Venerdì 13 febbraio alle ore 18,30, in Galleria Marco Polo, corso Vittorio Emanuele II, 86 (int. Cortile) Massimo Tallone presenta LA CICATRICE opera prima di Claudia Biamonti. Un viaggio introspettivo dove, attraverso lo sfondo della malattia, viene raccontata una vicenda dai tratti noir con taluni personaggi reali ed altri immaginari. Con forti pennellate di speranza.

La protagonista sta andando a Bologna. Ha deciso di prendersi una parentesi di svago per allontanare un poco la pressione della vita torinese, il lavoro, la famiglia, la malattia, la diagnosi. Lì, ha un appuntamento con qualcosa, con qualcuno, con una parte di sé… Come fosse un voto fatto in precedenza, o un allenamento per una gara, si impegna a scalare più volte i quasi cinquecento gradini della Torre degli Asinelli, mentre i primi giorni scorrono, fra incontri inattesi, come quello con il medico che l’ha curata tempo prima. La protagonista scoprirà che il dramma psicologico si è ramificato, a sua insaputa, in una vicenda dai tratti criminali, nella quale si sono intrecciate vischiosità umana e fango dei sentimenti, brame di malaffare e ambiguità di relazioni”.

 

Claudia Biamonti nasce e cresce nell’estremo Ponente ligure. Vive e lavora a Torino. Laureata in Psicologia Clinica e di Comunità insegna nella scuola primaria.

gianmazz

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

Musei: Alessandria città delle biciclette

Il museo Alessandria Città delle Biciclette (ACdB), al terzo piano di Palazzo del Monferrato, è un omaggio al ruolo primario che la città e la provincia di Alessandria hanno saputo svolgere per un lungo cinquantennio, nell’età eroica del ciclismo che abbraccia i primi anni dell’unità nazionale e arriva fino al primo conflitto mondiale

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Foto G. Annone